Stupidità artificiale
di Pierluigi Fagan
Un interessante articolo (nel primo commento il link) illustra la nuova “dumb economy”, più o meno “L’economia della stupidità” e dato il ruolo ordinativo che l’economia ha nella formazione e funzionalità sociale (e politica), il tutto tende a diventare “la società della stupidità”.
Questo movimento verso la semplicità è simmetrico contrario alle caratteristiche dell’era in cui stiamo storicamente transitando ovvero l’era complessa. La definiamo “artificiale” poiché non si tratta di, per altro difficili da definire, dotazione naturale di intelligenza o il suo contrario ma di una serie di pressioni convergenti verso una singola e decisiva operazione: ridurre lo spazio-tempo mentale. Laddove lo spazio mentale è sovraffollato, dove le funzioni superiori (neocorteccia) sono funzionalmente attivate assieme ai centri delle emozioni, dove il bombardamento delle percezioni sovrasta gli spazi di riflessione ed il tutto è proprio di individui de-socializzati e immersi in un universo di pressanti incombenze, lo spazio mentale è oggettivamente sempre più limitato. Ma altrettanto per il tempo, in cui le funzioni riflessive e di composizione del pensiero necessitano funzionalmente del tempo per esplicarsi. Riducete spazio e tempo mentale e avrete la stupidità artificiale. A quel punto si innesca la lotta per la fatidica “risorsa scarsa passibile di usi alternativi” ovvero l’attenzione.
L’intera macchina commerciale, la politica dal punto di vista di chi la esercita come professione, il sistema informativo, la nuova e vociante suburra social in cui moltitudini sono in cerca del loro quarto d’ora di celebrità (relativa), lottano per colpire il più intensamente e a lungo possibile le nostre strutture neuronali. Il che aggrava il problema dell’autonomia di spazio e tempo mentale.
L’analisi, diciamo così, “sociologica” del fenomeno non deve farci dimenticare che i fenomeni citati provengono da una base materiale ovvero neuroni, dendriti, assoni, potenziali elettrici, sostanze chimiche, architetture cerebrali, menti incorporate (la mente è un di cui del cervello che è un di cui del corpo che, almeno in teoria, è immerso in reti di relazioni sociali in uno spazio e tempo storico ben preciso). Tant’è che le nuove frontiere del sapere pratico hanno da tempo creato sottoprogrammi di ricerca come ad esempio il neuromarketing, l’economia comportamentale e la neuro-politica. Una piacevolezza banale come scorrere col dito sul vetro dello smartphone viene da precisi studi sul piacere come remunerazione chimica cerebrale del venire a contatto con la setosità del materiale dello schermo. Sollevare la nostra fatica cognitiva con l’AI, significa fare più spazio per questo flusso di percezioni con dentro informazioni, invalidando le barriere critiche (strategia trojan).
Ma la funzione critica, per quanto benvenuta e necessaria, è solo metà dell’operazione di recupero dell’autonomia mentale. La barriera critica è come la membrana cellulare che molto filtra nel flusso che dall’esterno va all’interno, ma i veri giochi si fanno dentro la cellula. Fuori di metafora, la barriera critica è solo una difesa per permettere alle menti di elaborare pensieri, idee e soprattutto architetture di pensiero in proprio. Sebbene la nostra antropologia dominante abbia unità metodologica nell’individuo, in realtà dal punto di vista naturale o evolutivo (la storia della ns specie), molto del nostro prodotto mentale dovrebbe provenire dall’essere parte di sistemi sociali, gruppi, relazioni, contesti etc.
Ecco allora che ci viene da segnalare questo libro che contiene pensieri di pensatori e studiosi vari che il meritorio lavoro di Fabrizio Marchi sotto il marchio della rivista on line l’Interferenza, ha messo assieme a più riprese in incontri tematici di pubblico dibattito. Il titolo del volume da oggi in libreria è ambizioso. Un pensiero “nuovo” è un pensiero che dovrà fare i conti con i tempi di oggi e del prospicente domani che obiettivamente sono assai differenti da quelli passati negli scorsi decenni (dopoguerra) o secoli (le grandi famiglie del pensiero politico, economico e sociale della seconda metà dell’Ottocento). Un “pensiero strategico” è un pensiero non episodico, decorrelato, impressionista, ma un sistema di pensiero da costruire assieme e nel tempo. Il tutto per costruire un “ambiente per il pensiero” dove possano interagire idee e posizioni anche piuttosto diverse tra loro, pur avendo in comune l’insofferenza per lo stato delle cose attuale. Le due cose assieme dicono che manca ancora molto all’area non conformista che ha buone attitudini critiche ma ancora praticamente nulle capacità progettuali e costruttive.
Una mancanza da rilevare è proprio del “dibattere”. Dibattere non è mettere in sequenza relazioni di studiosi per poi ricevere qualche domanda dal pubblico. Dibattere è mettersi in cerchio, dire, interrompersi, precisare, criticare, trovare biforcazioni, associare e molto altro per creare i presupposti di una diversa mente collettiva che faccia da incubatore per nuovi pensieri e sistemi di pensiero individuali. Tuttavia, in tempi di sempre più estesa e intensa stupidità artificiale, questi tipi di tentativi son già qualcosa.
Con i contributi nell’ordine di apparizione di: Fabrizio Marchi, Alessandro Visalli, Pierluigi Fagan, Giacomo Gabellini, Stefano Zecchinelli, Giacomo Rotoli, Antonio Martone, Pier Paolo Caserta, Vladimiro Giacchè, Stefano Fassina, Andrea Zhok, Yasmina Pani, Rino Barnart Della Vecchia, Armando Ermini, Danilo Ruggieri, Alessandro Volpi, Andrea Catone e Carlo Formenti.











































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