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Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà

di Alessandro Scassellati

libano 4 26 2.jpgIl presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.

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lafionda

Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo

di Enrico Grazzini

USEURussiaFlags.jpgL’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente

Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.

In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.

Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.

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La guerra della disperazione

di Fernando Bilotti

[Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante.]

paedorngi.jpegE così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:

1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.

2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno a essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste.

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laboratorio

La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran

di Domenico Moro

Guerra in Iran.jpgUn fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

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lafionda

Non vedono la tempesta arrivare

di Giovanni Tonlorenzi

corradi 1100x733 1.jpgNel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.

Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

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contropiano2

La prima guerra mondiale asimmetrica

di Dante Barontini - Thierry Breton*

guerra mondiale asimmetrica.jpgOgni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

E’ l’equazione che consente a una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito e implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:

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L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

di Mario Sommella

11 2023.jpgTrump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

 

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

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Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya

Un'analisi critica

di Carlo Formenti

9791259677518 0 0 536 0 75.jpgMentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale.

 

Concetti e definizioni

Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”.

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analisidifesa

Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran

di Gianandrea Gaiani

P20251229DT 0629Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.

Di certo, dopo la presidenza di Joe Biden, gravemente inibito nella sua lucidità dalla malattia, né gli Stati Uniti né il mondo possono permettersi un altro presidente americano squilibrato.

 

Una narrazione raffazzonata

Eppure Trump solo negli ultimi giorni è riuscito a ribadire che la guerra all’Iran è vinta, smentendosi subito dopo con l’invio di 4.500 marines e 2.000 paracadutisti per un’operazione di terra tesa forse a minacciare di prendere il controllo del terminal petrolifero dell’Isola di Kharg o del tratto di costa iraniana che fronteggia lo Stretto di Hormuz.

Oggi Trump ha dichiarato al Financial Times di poter “impadronirsi del petrolio iraniano” e potenzialmente conquistare l’isola di Kharg, sede del più importante terminal petrolifero dell’Iran.

“Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni“, ha detto Trump al Financial Times. “Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo. Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistarla molto facilmente.”

Sul fronte diplomatico Trump ha aggiunto che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran tramite “emissari” pakistani stanno procedendo bene, ma si è rifiutato di commentare la possibilità di raggiungere presto un accordo per il cessate il fuoco.

In tema di operazioni sul territorio iraniano,  Trump ha però nuovamente esternato la possibilità di mettere le mani sull’uranio iraniano, stimato in quasi 1.000 libbre (453 kg).

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sinistra

Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026

di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan1

terza guerra mondiale 600x400Carissimi, veniamo inondati di articoli sulle cause e sulle conseguenze delle guerre del golfo che proseguono dopo decenni, tutti incentrati sulle "scelte politiche", "religiose", "egemoniche" "imperialiste" e quant'altro riguardi i fenomeni superficiali e giornalistici del problema. Nessuno che si azzardi ad approfondire con degli studi seri le dinamiche del capitalismo basate sulla fame di profitto al di là di ogni manifestazione a chiacchiere della potenza di questo o quel paese o di questo o quel leader (più o meno fuori di testa). Larticolo "Zone di pericolo in Medio Oriente" di Shimson Bichler e Jonathan Nitzan analizza con dovizia di particolari la correlazione tra i rendimenti delle compagnie petrolifere e le Guerre in Medio Oriente. Potremmo aggiungere che oltre agli interessi delle corporation del petrolio dovremmo aggiungere i profitti che ne derivano per le corporate delle armi, del Complesso Militare Industriale, delle corporation Hightech, e via via fino a interessare il capitale speculativo che come un vampiro si precipita a sfruttare la volatilità dei prezzi di tutti i beni legati al petrolio e le difficoltà del trasporto merci derivato dai conflitti [A. Pagliarone].

* * * *

Nel febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, dando il via a un nuovo "conflitto energetico" in Medio Oriente.E come la maggior parte dei conflitti energetici degli ultimi cinquant'anni, anche questo è iniziato dopo che la regione è entrata in una "zona di pericolo". Il concetto di zona di pericolo è stato introdotto per la prima volta nel nostro articolo "Bringing Capital Accumulation Back In" (Nitzan e Bichler 1995).

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A somma zero

Spunti per un dibattito sull’aggressione imperialista all’Asia Occidentale

di Senza Tregua

5918114349052530122.jpgCon l’aggressione militare lanciata dall’imperialismo a matrice sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran, il primo ha deciso di arrivare alla resa dei conti con chi finora ha resistito alle sue mire neo-colonialiste sull’intera Area. Con l’attacco “a sorpresa” sferrato il 28 febbraio scorso, gli USA e Israele hanno dichiarato guerra all’intera regione. “A tradimento” come candidamente ammesso dal presidente statunitense che, durante l’incontro con la sua omologa giapponese alla Casa Bianca, ha equiparato l’odierna “sorpresa” statunitense a quella dell’Impero giapponese anti-statunitense di Pearl Harbour!

Mai fidarsi degli imperialisti, questa lezione storica va introiettata senza eccezioni.

 

La tipologia di guerra che si sta combattendo in Asia Occidentale

Senza dubbio in Asia Occidentale ci troviamo di fronte a una guerra imperialista. Ma fermarsi a questa ovvietà, senza declinarla ulteriormente, non permette di assumere una posizione coerente e materialista. Non la decliniamo infatti come guerra inter-imperialista, bensì come guerra di aggressione imperialista. Secondo i nostri criteri di analisi politica, non ci troviamo di fronte allo scontro tra contrapposti campi imperialisti – ad esempio NATO vs BRICS… -. Le maggiori potenze (Cina, Russia, India, Brasile) dei BRICS non sono direttamente coinvolte nel conflitto, e quelle minori (Iran, Arabia Saudita, EAU) lo sono trasversalmente, negli opposti schieramenti. Sempre secondo i principi di nostro riferimento, l’Iran non può essere considerato un paese imperialista. Tante altre cose, ma non imperialista. E’ vero che all’interno dell’aggressione imperial-sionista possono essere considerate sia la componente di contenimento della Repubblica Popolare Cinese, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea – come in Ucraina… -, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione.

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effimera

Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?

di Andrea Fumagalli e Roberto Romano

3806Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più.  L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra in Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.

Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.

Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento.

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La lezione di Suez per Hormuz: quando la forza militare non basta

di Luigi Bruti Liberati

L’autore della Storia dell’Impero britannico usa la crisi del 1956 come lente per capire il conflitto nello stretto iraniano

bd47cc60 655a 45fc bd8f 6da11ae5d97e 1280x960Il dibattito sulla crisi dello Stretto di Hormuz si sta rapidamente spostando oltre la cronaca militare, assumendo i contorni di una riflessione sul destino degli equilibri globali. Non si discute più soltanto di petrolio o di sicurezza marittima, ma di qualcosa di più profondo: la tenuta dell’ordine internazionale. In questo contesto si inserisce il post dell’investitore Ray Dalio: «La posta in gioco si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz… Abbiamo già visto questo schema in passato: con gli olandesi nel XVII secolo e con gli inglesi nel 1956. Quando una potenza mondiale rivela debolezze militari e finanziarie, l’ordine mondiale cambia». Il punto sollevato da Dalio non è isolato. Sempre più analisti leggono il conflitto iraniano come uno snodo potenzialmente decisivo. Il controllo di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – è diventato un test della credibilità delle grandi potenze. Le crescenti tensioni nel Golfo persico hanno così acceso i riflettori su uno dei «fiaschi» più significativi del Novecento: la crisi di Suez. Il richiamo alla débâcle anglo-francese del 1956 non è solo un esercizio per accademici, ma diventa un monito sul destino delle potenze globali. Per approfondire il dibattito abbiamo chiesto un intervento al professor Luigi Bruti Liberati, che ha studiato le dinamiche che portarono alla fine dell’egemonia di Londra in Medio Oriente. Da storico rigoroso, Bruti Liberati non si presta a paragoni forzati, analogie facili o sovrapposizioni superficiali, ma utilizza il 1956 come lente per analizzare i rischi del presente.

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tempofertile

Risiko energetico e terza guerra del Golfo

di Alessandro Visalli

crisi petrolifera 1200x675Il Sistema-Mondo è tale perché il livello di interconnessione sistemica è talmente alto che un’azione in un punto si riverbera a cascata su quasi tutti gli altri, disseminando conseguenze di secondo e terzo livello ed effetti di ritorno. Questo fatto individua sia un obiettivo strategico generale, chiaramente espresso dalla nuova amministrazione Usa, sia le difficoltà che ne derivano.

Nella National Security Strategy 2025, pubblicata a novembre, l’amministrazione Trump ha enunciato un “Trump corollary” alla Dottrina Monroe in pratica puntando a separare il mondo in Grandi Spazi sotto controllo egemonico[1]. Ciò comporta la necessità di distruggere relazioni economiche e ricondurre le materie prime sotto l’ombrello del sistema militare-industriale statunitense[2].

Ma nel fare questo, per ottenerlo, occorre distruggere letteralmente o inibire gran parte degli assetti economico-funzionali sui quali è stata creata la lunga onda deflazionistica degli ultimi quaranta anni[3]. Dunque comporta, a meno che la svolta tecnologico-energetica in corso riesca a sopravanzare gli effetti distruttivi (ovvero a conseguire guadagni di efficienza tali da soverchiare e compensare le perdite di efficienza della rottura delle supply chain del Sistema-Mondo), una più o meno lunga fase di ristrutturazione, accompagnata da persistente e alta inflazione. Ciò perché il problema lasciato dalla “Grande moderazione” degli anni Ottanta-duemila è l’eccesso di massa monetaria liquida e quindi di debito, e l’inflazione è la perdita di valore del denaro, quindi anche delle masse patrimoniali liquide, rispetto alle merci ‘reali’.

La massa monetaria liquida (ovvero, la cosiddetta “finanziarizzazione”) è un problema in quanto dissimetrica. Nello sforzo di gestire le dinamiche di concentrazione e diradamento a vantaggio delle élite globali sempre meno ancorate a luoghi e attività “reali”, questa ha determinato nel tempo una “divisione del lavoro” per la quale alcuni paesi detengono il monopolio delle materie prime, altri dell’industria e altri della finanza e dei servizi connessi.

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intelligence for the people

L’aggressione israelo-americana all’Iran: un fatale errore strategico che mette in pericolo il mondo

di Roberto Iannuzzi

0025e69c 9ebb 4b42 bfe5 432379b48f8a 850x478Siamo a un bivio cruciale: o la prima superpotenza mondiale riconosce di aver perso la guerra, e con essa il proprio primato, o porterà la regione e forse il mondo verso un’escalation incontrollata

L’attacco sferrato contro l’Iran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio ha scatenato un conflitto esteso all’intera regione mediorientale, spingendo il pianeta verso livelli di incertezza che non hanno precedenti nella storia recente.

Come già accaduto con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’attacco è avvenuto a negoziato ancora in corso.

Ciò ha reso ancor più ardua una via d’uscita diplomatica allo scontro militare, infliggendo un colpo durissimo alla fiducia iraniana nella reale disponibilità di Washington di risolvere la crisi attraverso il dialogo, e più in generale alla credibilità negoziale americana a livello mondiale.

A differenza di quanto solitamente riferito dai media occidentali di grande diffusione, Teheran aveva mostrato un’inedita flessibilità nel negoziato nucleare.

Le trattative si stavano sviluppando secondo linee guida condivise incentrate sull’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, sulle ispezioni delle installazioni nucleari, sull’abrogazione delle sanzioni, e su una “pacifica coesistenza” tra Iran e Stati Uniti.

Teheran aveva anche offerto alle compagnie americane di partecipare allo sviluppo del settore energetico iraniano. In cambio, i negoziatori iraniani chiedevano l’abrogazione delle sanzioni.

Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi (il principale mediatore fra Washington e Teheran) aveva dichiarato che un accordo fra le parti era a portata di mano.

Secondo Albusaidi, infatti, l’Iran aveva accettato misure ulteriori rispetto all’accordo nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente americano Barack Obama e unilateralmente abbandonato da Donald Trump.