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lafionda

Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina

Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici

di Corrado Cirio

Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici

IMG 3863.jpegL’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale

La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.

Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.

Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.

Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.

Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.

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analisidifesa

E’ tempo di liberarci dei liberatori

di Gianandrea Gaiani

G 3A 2XkAAqjRZ.jpgL’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran.

Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il mondo e lo fanno mentendo circa il programma nucleare iraniano che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.

In fondo l’hanno sempre fatto con attacchi incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.

Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.

La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c….” per dirla con la Marchese del Grillo.

Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.

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comedonchisciotte.org

La guerra all’Iran

di Scott Ritter - forumgeopolitica.com

L'amministrazione Trump parla il linguaggio della diplomazia mentre si prepara a una guerra contro l'Iran che, se attuata, segnerà la fine dell'esperimento democratico americano

Sturz der Demokratie.jpgL’Iran e gli Stati Uniti stanno prendendo una pausa di due settimane dai negoziati sul programma nucleare iraniano, mentre i negoziatori tornano nelle rispettive capitali per riflettere su ciò che è stato messo sul tavolo fino a oggi. La parte iraniana è apparsa piuttosto ottimista, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha dichiarato ai media iraniani: “Siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo d’ora in poi, e ci muoveremo verso la stesura di un potenziale accordo”.

Più eloquenti sono stati i commenti del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. “Per certi versi è andata bene”, ha dichiarato Vance a un media statunitense al termine dei colloqui martedì. “Ma per altri versi è stato molto chiaro che il presidente ha fissato alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a superare. Quindi continueremo a lavorarci”.

La domanda chiave che emerge da questo scambio è cosa intenda esattamente il vicepresidente Vance quando parla di “lavorarci”.

A un certo punto la comunità analitica globale dovrà fare i conti con la dura realtà che, dal punto di vista degli Stati Uniti, la diplomazia non è un’opzione. La politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non è quella di trovare una via diplomatica verso una soluzione di compromesso che consenta all’Iran di arricchire l’uranio come è suo diritto ai sensi dell’articolo 4 del trattato di non proliferazione nucleare, ma piuttosto quella di un cambio di regime a Teheran.

Ciò significa che gli Stati Uniti sono sulla strada di una guerra con l’Iran che scoppierà prima piuttosto che poi.

Col senno di poi, l’inevitabilità di questa guerra è evidente da mesi, da quando l’amministrazione Trump ha orchestrato eventi all’interno dell’Iran che logicamente potrebbero essere interpretati come un modo per facilitare il rovesciamento del governo della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Perché l’America molla gli alleati? Le rivelazioni scioccanti del think tank

Non è finita qui!

di OttolinaTV

Disegno di Donald Trump che fugge da una citta cinese a sinistra e di un set hollywoodiano pieno di armi da guerra a destra 360x180.jpg

È fallito: il Pivot to Asia, la grande strategia americana per contenere la Cina, non esiste più; non perché Washington abbia cambiato idea, ma perché non ha più i mezzi per realizzarla. Questo, in sostanza, è il cuore dell’analisi del ricercatore Zack Cooper pubblicata su Foreign Affairs – che, come sai, non è un pamphlet militante, ma il luogo dove Generali, consiglieri di sicurezza nazionale e think tank espongono al mondo la dottrina imperiale: se lì si scrive che la strategia asiatica americana è irrealizzabile, significa che il problema è davvero strutturale. Ma veniamo all’articolo: il Pivot nasce formalmente nel novembre 2011, quando Barack Obama parla al Parlamento australiano e annuncia che gli Stati Uniti sposteranno il baricentro strategico verso l’Asia-Pacifico. La dottrina era semplice: la crescita della Cina rappresenta la principale sfida sistemica al potere americano e, quindi, bisogna investire nella regione che concentra la maggior parte del PIL mondiale, delle rotte commerciali e delle catene industriali. Il piano prevedeva tre pilastri operativi; il primo era, ovviamente, militare: spostare il 60% della flotta americana nell’Indo-Pacifico, rafforzare le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine e aumentare la presenza di basi e pattugliamenti. Il secondo era economico: creare un blocco commerciale guidato da Washington, il Trans-Pacific Partnership, per scrivere le regole del commercio asiatico escludendo Pechino. Il terzo era politico-istituzionale: promuovere governance liberale, anticorruzione e standard democratici per rendere gli Stati regionali più compatibili con l’ordine americano. Cooper, nell’articolo, sostiene che questi tre pilastri avrebbero dovuto funzionare insieme: economia forte, governi stabili e capacità militari locali avrebbero impedito alla Cina di costruire una sfera d’influenza regionale; il problema è che due di questi pilastri non sono mai stati costruiti – provate a indovinare quali.

Il Trans-Pacific Partnership è il primo esempio concreto del fallimento economico: firmato, nel 2016, con dodici Paesi, tra cui Giappone, Vietnam, Malesia e Australia, avrebbe creato una zona di libero scambio che rappresentava circa il 40% del PIL mondiale; il Congresso americano, però, non lo ha mai ratificato.

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tempofertile

Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale

di Alessandro Visalli

P 068977 00 01 02 HIGH 773181 600x400Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso[1] nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato, oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo deboli.

Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.

Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa occasione un vibrante discorso[2] nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma, Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo europeo.

Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio parla di scontro e di espansione.

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analisidifesa

A Monaco gli Stati Uniti snobbano l’Europa in delirio bellicista

di Gianandrea Gaiani

csm 20250215 msc61 5719 278fa1420a.jpgPiù slogan che contenuti, più propaganda che politica, più bugie che concreto realismo. La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco non si è differenziata molto dei summit degli ultimi anni mettendo in luce ancora una volta la profonda inadeguatezza di molti leader europei rispetto alle sfide che devono affrontare.

Quanto peso attribuissero gli Stati Uniti agli “alleati” europei era del resto già evidente prima dell’inizio della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quando solo il segretario di Stato aveva annunciato la sua presenza mentre il vice-presidente J.D. Vance e il capo del Pentagono Pete Hegseth hanno rinunciato a partecipare e quest’ultimo non si è visto neppure al summit dei ministri della Difesa della NATO pochi giorni prima della conferenza.

Benché con toni pacati rispetto al ruvido intervento contro i leader europei di cui si rese protagonista J.D. Vance nell’edizione de 2025, Marco Rubio ha affermato che USA ed Europa hanno un destino comune, precisando però tra le righe che tale destino viene deciso a Washington.

Come ha evidenziato il generale Maurizio Boni, che da Monaco ha seguito la conferenza per Analisi Difesa, dietro le parole rassicuranti, Rubio ha ribadito le posizioni di fondo dell’amministrazione Trump secondo la quale le Nazioni Unite non hanno giocato nessun ruolo nella risoluzione dei conflitti; l’ordine internazionale basato su regole ha portato a “migrazioni di massa che destabilizzano i paesi occidentali”; le istituzioni globali devono essere “riformate e ricostruite”.

Nelle parole iniziali del suo intervento “siamo preoccupati per l’Europa”, e nel suo successivo sviluppo, ritroviamo i contenuti (e il linguaggio) della strategia di sicurezza nazionale divulgata nel dicembre dello scorso anno. In altre parole, l’America vuole un’Europa forte, ma nella quale una delle priorità degli Stati Uniti è quella di “sviluppare l’opposizione all’attuale traiettoria europea all’interno delle nazioni europee”, intendendo il sostegno a movimenti o partiti europei contrari alle attuali politiche dell’UE.

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metis

L’America dichiara la III guerra mondiale

di Enrico Tomaselli

shutterstock 2154574161.jpgUn po’ come fu, per altri versi, la Conferenza di Monaco del 1938, così la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2026 potrebbe essere il preludio della terza guerra mondiale. Il discorso tenuto da Marco Rubio – non a caso lui, vero deus ex machina della politica estera statunitense – è infatti, né più né meno, che una dichiarazione di guerra da parte dell’impero americano al resto del mondo. Anche se è stato pronunciato con toni assai più melliflui, rispetto a quelli usati da J.D. Vance lo scorso anno, il contenuto del suo discorso è di estrema violenza; e se Vance era venuto a rimbrottare gli europei, ingiustamente (ma non del tutto) accusati di essere un peso morto per gli Stati Uniti, Rubio è venuto a lanciare una duplice sfida: agli europei, cui sostanzialmente ha detto che o scelgono di stare con Washington nella sua crociata o saranno contro, e a tutto il mondo non occidentale, al quale dice che ridisegneranno l’intero ordine globale – ovviamente a propria misura e a proprio piacere – e che sarà così, piaccia o non piaccia.

In buona sostanza, Rubio ripropone l’idea del destino manifesto lanciata da O’Sullivan nel 1845, che in fondo è il substrato ideale su cui poi i neoconservatori costruiranno tutte le loro strategie per il dominio statunitense, e che il Segretario di Stato – forse l’esponente neocon più potente che mai – rimastica e risputa come un chewing gum, adattandolo alla fase contingente. Il solo effettivo elemento di novità, infatti, è in un certo senso il ribaltamento della posizione di Vance: dallo sprezzo verso gli europei alla rivendicazione di una presunta – se non del tutto inesistente – civiltà occidentale che accomunerebbe le due sponde dell’Atlantico. Il richiamo a una epopea colonizzatrice dell’occidente, chiaramente vista in un’ottica da conquista del west, si traduce in un tentativo di nobilitare le pretese egemoniche statunitensi, e di arruolare gli ascari europei facendo appello ad un passato falsamente comune.

E già questo, di per sé, è un modo per definire i termini della relazione immaginata a Washington tra l’occidente ed il resto del mondo.

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lantidiplomatico

Trump e il duro scontro interno al capitalismo

Luca Busca intervista Alessandro Volpi

trump politica economica U63070522078Bzc 1440x752IlSole24Ore WebAlessandro Volpi, ex sindaco di Massa, docente di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, è reduce dall’ultima fatica letteraria, pubblicata nel 2025 con Laterza, dal titolo emblematico: “La guerra della Finanza – Trump e la fine del capitalismo globale”.

Il libro s’inserisce perfettamente in un quadro geopolitico che appare sempre più confuso, facendo luce su dinamiche che sembrano sconvolgere i canoni classici del neoliberismo. Abbiamo così chiesto “lumi” al professor Volpi.

* * * *

L.B. Con il secondo mandato di Donald Trump come è cambiata la comunicazione geopolitica e soprattutto cosa è cambiato “nel duro scontro interno al capitalismo contemporaneo ... in seguito all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti”?

A.V. L’elezione di Trump ha segnato una forte tensione all’interno del capitalismo finanziario Usa, dominato da diversi anni dall’assoluta centralità dei grandi fondi di raccolta del risparmio gestito; le cosiddette Big Three, rappresentate da BlackRock, Vanguard e State Street, capaci di raccogliere quasi 50 mila miliardi di dollari di asset in giro per il mondo e di indirizzarli verso i principali titoli dello S&P 500, divenendo così le principali azioniste di vasti settori, dai colossi come Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Nvidia ad una sequenza di major dell’energia, delle armi, della grande distribuzione e del divertimento. L’arrivo di Trump ha comportato un almeno parziale indebolimento di questo monopolio perché il nuovo presidente aveva e ha una finanza decisamente più organica alle sue posizioni, da Musk, a Thiel, a Ellison, a Bessent e Lutnick, figure legate al mondo delle criptovalute, delle commesse statali, della finanza hedge e che lo stesso Trump ha addirittura inserito in posti chiave del suo governo.

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transform

Il crollo dell’ipocrisia internazionale

di Alessandro Scassellati

labirinto8.jpgIl problema con la concettualizzazione del Primo Ministro canadese Mark Carney sulla fine dell’’ordine internazionale basato sulle regole” è comune nelle capitali dei Paesi occidentali. La storia inizia quando vogliono le élite al potere, in questo caso, il secondo mandato di Donald Trump. Sono arrabbiate, disgustate e in preda all’ansia perché alcuni aspetti di ciò che è stato inflitto al Terzo Mondo, in azioni alle quali i loro Paesi hanno preso parte, ora vengono ribaltati e usati contro di loro. Estorsione, gangsterismo, coercizione economica e minacce alla sovranità territoriale vengono ora perpetrate contro gli Stati deboli e vulnerabili dell’alleanza occidentale. Gli stessi Stati che sono rimasti in silenzio o hanno partecipato quando a essere vittime erano Paesi distanti e “autoritari” che non condividevano i loro valori.

* * * *

Il 20 gennaio 2025, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tenuto un discorso al meeting annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos. Immediatamente, un coro di elogi si è levato dai ”capitalisti progressisti” e dai media liberal-progressisti di tutto il mondo, sia del Nord che del Sud del mondo. Carney ha preso indirettamente di mira il Presidente Trump affermando che il mondo è “nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, indicando che “gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni” e cercando di indicare una nuova direzione in cui “gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza… [perché] le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu”. Carney ha esortato le “medie potenze” a smettere di conformarsi a regimi che cercano l’egemonia, a smettere di sperare in un ritorno al passato e a costruire invece nuove coalizioni per sopravvivere a ciò che verrà. A parte l’utopia del Primo Ministro Carney di un’uscita del Canada dal dominio e dalla sfera d’influenza statunitense, sono state presentate un paio di verità molto importanti.

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lafionda

Il mondo incantato delle menzogne: sempre quello

di Alberto Bradanini

Verita.jpgLe menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a) l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette od otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del PIL in armi da comprare soprattutto negli USA. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la Costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;

b) il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro – fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta – invece di rotolarsi su milioni di barili di petrolio, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense?

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lantidiplomatico

Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO della multinazionale Mondo

di Fulvio Grimaldi

merpnubgtbjirSuicidi e pandemie

C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.

Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.

E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.

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L’energia della guerra

di Enrico Tomaselli

trump at war.jpgUn aspetto poco sottolineato dell’attuale fase storica, fondamentalmente caratterizzata dal declino dell’impero statunitense – e conseguentemente dal totale riassetto degli equilibri globali – è l’importanza della questione energetica, e in particolare dei suoi intrecci e connessioni.

È ovviamente abbastanza intuitivo che la capacità di alimentare le esigenze energetiche industriali e degli apparati militari, a loro volta strettamente connessi tra di loro, rappresentano un fattore chiave per il mantenimento di una posizione di potenza. Ma, appunto, se si va a osservare la questione più in profondità emergono delle considerazioni estremamente interessanti.

Cominciamo col dire che, nonostante tutta una serie di impegni e di politiche attive, i combustibili fossili rimangono di gran lunga il principale fattore energetico mondiale, e tutto lascia intendere che manterranno un ruolo predominante ancora per decenni. Paradossalmente, proprio le politiche green (auto elettriche) sono uno dei fattori che contribuiscono a mantenere elevata la domanda di energia fossile. Infatti, benché a livello mondiale la produzione di energia elettrica sia ormai largamente dovuta a fonti rinnovabili (37%), la domanda cresce a velocità vertiginosa, tanto da rendere estremamente impossibile l’abbandono graduale delle altre fonti energetiche. Solo il carbone – oggi fonte di produzione di energia elettrica per un 32% – segna un significativo trend in calo.

Ma il vero elemento nuovo è l’esplosione della domanda energetica legata allo sviluppo e all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (AI). Nel 2024, i data center globali hanno consumato circa 415 TWh, una cifra superiore all’intero fabbisogno energetico del Regno Unito. In Irlanda, i data center consumano già il 21% dell’elettricità nazionale [1]. E, ricordiamolo, l’AI è non solo il comparto che traina il PIL degli Stati Uniti (e probabilmente una gigantesca bolla finanziaria), ma anche il settore su cui oggi Cina e Stati Uniti focalizzano la propria competizione e sul quale soprattutto gli USA puntano per mantenere-rafforzare la propria posizione dominante.

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Da Monroe a Donroe, dalla Groenlandia a Carney

di Michael Roberts

Trump and Bear.jpgIn questo articolo, Roberts esamina le basi storiche ed economiche della disputa sulla Groenlandia e le minacce degli Stati Uniti. Secondo l'autore, l'"armonioso" mondo capitalista della cooperazione globale, guidato da uno Stato egemonico in alleanza con altre "democrazie" capitaliste che stabiliscono le regole per gli altri, è finito.

* * * *

Oggi il presidente degli Stati Uniti Trump terrà il suo discorso davanti ai leader politici ed economici del capitalismo mondiale riuniti al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Il tema principale sarà, sorprendentemente, l'isola artica della Groenlandia.Groenlandia? Come mai un'area ricoperta per lo più da ghiaccio ha questo nome? A quanto pare, si trattò di una strategia di marketing ideata dagli esploratori vichinghi che arrivarono oltre mille anni fa. Chiamarla "verde" era un tentativo di attirare migranti nell'area affinché la occupassero. Ironia della sorte, oggi la Groenlandia sta diventando più verde a causa dei cambiamenti climatici. Una recente ricerca pubblicata nel 2025 mostra che la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo rapidamente, consentendo alla vegetazione di diffondersi in aree un tempo dominate dalla neve e dal ghiaccio. Negli ultimi trent'anni, si stima che 11.000 miglia quadrate della calotta glaciale e dei ghiacciai della Groenlandia si siano sciolte. Questa perdita di ghiaccio è leggermente superiore alla superficie dello Stato del Massachusetts e rappresenta circa l'1,6% della copertura totale di ghiaccio e ghiacciai della Groenlandia.

La Groenlandia fa parte geograficamente del continente nordamericano, ma appartiene (anche se in modo autonomo) alla Danimarca. Ai danesi piace dire "Regno di Danimarca", proprio come gli inglesi parlano del "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord". L'eredità coloniale monarchica rimane. E sappiamo cosa può significare il colonialismo per le popolazioni indigene del Nord America.

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lafionda

Crisi del fronte euro-atlantico: chi comanda e chi striscia

di Matteo Bortolon

photo 2026 01 26 19 22 47.jpgSe nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.

È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano e attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.

Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni. 

I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”

Come siamo arrivati a tutto questo?

 

Un nuovo sceriffo in città”

Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.

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metis

Gli artigli dell'aquila

di Enrico Tomaselli

178803202 281035300168595 6275021392133130621 n.jpgCome emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.

L’enorme problema con cui devono però principalmente confrontarsi, molto probabilmente insormontabile, è strutturalmente connaturato alla natura del sistema statunitense; ciò che in passato, in una fase di ascesa e dominio imperiale, costituiva un vantaggio – cioè una straordinaria capacità industriale, all’interno di un sistema capitalistico – oggi non esiste più, e non solo appare irrecuperabile, ma si è persino trasformato in uno svantaggio.

Quando gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale, che rappresenterà il passaggio fondamentale per divenire una potenza globale, l’elemento decisivo, capace di spostare gli equilibri di forza sia nel Pacifico che in Europa, è precisamente la capacità di produzione industriale su larga scala. Al tempo stesso, l’ipertrofia della produzione bellica, alimentata da un conflitto di portata pressoché planetaria, porterà alla creazione di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, a conclusione del suo mandato presidenziale, denuncerà come “complesso militare-industriale”. Un blocco di interessi e di potere, che eserciterà un’influenza decisiva sulla politica statunitense, nei decenni seguenti e sino al giorno d’oggi.

Questo blocco, però, ha subito almeno due decisive modifiche strutturali, tra la seconda metà del novecento e i primi anni duemila.