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orizzonte48

"L'Antisovrano" ha paura della sovranità popolare perchè non vuole la democrazia

di Quarantotto

Un percorso critico sulla teologia del liberismo tra "spesapubblicaimproduttiva" e meritocrazia autoproclamata

prayer21. Il titolo di questo post è agevolmente comprensibile, direi autoesplicativo, per chi segua questo blog.

Ma non si può ignorare il fatto che, specialmente a seguito della vittoria di Macron (quale che ne sia l'effettiva tenuta, alla luce degli eventi che egli stesso non potrà evitare di determinare), in quanto principalmente interpretata come una sconfitta di Marie Le Pen, nel dibattitto politico-mediatico, si registri la tendenza a considerare il "sovranismo" come un concetto programmatico in arretramento. E, dunque, proprio presumendosi la sua subentrata scarsa presa elettorale, in via di ridimensionamento nel linguaggio à la page, cioè elettoralmente remunerativo.

Inutile dire che questo ridimensionamento viene con immediatezza, e quindi molto frettolosamente e in base ad analisi delle effettive propensioni al voto piuttosto rozze ed emotive, legato alla questione dell'opposizione alla moneta unica.

pandora

“La schiavitù del capitale” di Luciano Canfora

di Cosimo Francesco Fiori

Recensione a: Luciano Canfora, La schiavitù del capitale, il Mulino, Bologna 2017, pp. 112, 12 euro (scheda libro).

nysewallstL’esito del Novecento appare come il trionfo finale del capitalismo su ogni esperimento rivoluzionario che abbia provato a modificare il corso della storia. L’impressione di «fine della storia» susseguente alla caduta dell’Unione sovietica è stata esplicitata da Fukuyama fin dal titolo della sua opera più famosa. Al di là del suo impianto filosofico, ampiamente criticato, significativo è il valore ideologico-polemico di un simile concetto. Che dire, inoltre, del processo di apparente assorbimento delle alternative nell’uguale che si ripete, come nel caso delle sinistre che hanno adottato scelte politiche liberiste, quasi fosse impossibile fare altrimenti? Il capitalismo ha trionfato, e siamo in un presente senza storia?

A questa prospettiva si oppone Canfora: La schiavitù del capitale è una riflessione critica, sia pure in un’agile veste editoriale, sull’idea della definitività di tale vittoria. Che il capitalismo abbia vinto la guerra del Novecento è evidente; ma ciò ha potuto farlo modificando se stesso e i suoi avversari, e in definitiva tutto il contesto globale, aprendo la via a nuovi scenari e nuove lotte, ancorché oggi difficilmente delineabili.

effimera

Operaismo, post-operaismo? Meglio neo-operaismo

di Andrea Fumagalli

Una riflessione sull’utilizzo dei termini “operaismo”, “post-operaismo” e “neo-operaismo”. Non una semplice questione terminologica, bensì una questione di metodo e di sostanza utile alla comprensione dell’attuale dinamica delle soggettività del lavoro e del conflitto sociale. Nel testo si confutano anche alcune fantasiose e strumentali ricostruzioni di chi vorrebbe interpretare ciò che non capisce (o, meglio, non vuole capire)

imagesQuaderni Rossi 2La ricerca teorica di parte dei contributi apparsi sui siti di Commonware, Effimera, EuroNomade si muove sulla falsariga della metodologia operaista. Una metodologia che prende piede nella conricerca e nell’inchiesta sulla condizione operaia ai tempi dello sviluppo delle prime lotte dell’operaio massa.

Credo che su ciò possiamo in linea di massima concordare, pur essendo pienamente coscienti che ci muoviamo oggi in tempi strutturalmente differenti e affrontiamo problematiche teoriche e analisi empiriche assai diverse da quel tempo. C’è tuttavia un insegnamento di metodo che lega quei tempi all’oggi con un sottile filo rosso. Si tratta dell’intuizione, fornita dai Quaderni Rossi, che il rapporto capitale – lavoro è un rapporto tra soggettività in conflitto: soggettività diverse che si muovono su piani diversi e asimmetrici. Possiamo tradurre questa intuizione, come fa il primo Tronti di Operai e Capitale, nella constatazione tanto semplice quanto illuminante che il lavoro esprime una propria soggettività ontologica (composita e, per questo, degna di essere analizzata) che può comunque fare a meno del capitale; altrettanto non si può dire del capitale, la cui esistenza dipenda dal rapporto con il lavoro e per questo necessita di subordinarlo.

effimera

“Non ci rappresentano?”

Jacques Rancière ed Ernesto Laclau discutono su “stato” e “democrazia”

a cura di Amador Fernández-Savater*

indignadosPresentiamo un dialogo sulla democrazia e sul dispositivo politico della rappresentanza tra i filosofi Jacques Rancière, ispiratore di quello che è stato il movimento 15M di Spagna, ed Ernesto Laclau, ispiratore teorico di riferimento di Podemos. Il 16 ottobre 2012, nell’università di San Martín di Buenos Aires, il filosofo francese Jacques Rancière intervenne alla conferenza “La democrazia oggi”, all’interno di una più lunga settimana di conferenze a Buenos Aires e Rosario organizzate da UNSAM e la casa editrice Tinta Limòn.

Nel suo discorso, Rancière sviluppa la sua già nota riflessione sul tema: la democrazia non è un regime di governo, ma una manifestazione, sempre dirompente e conflittuale, del principio egualitario. Per esempio, quando i proletari del secolo XIX decidono di non agire come se fossero semplicemente “forza lavoro”, ma persone uguali alle altre per intelligenza e capacità, capaci di leggere, pensare, scrivere o autorganizzare il proprio lavoro. La democrazia si configurerebbe in questo modo come l’ingovernabile stesso nella sua manifestazione, ovvero, l’azione egualitaria che rompe l’organizzazione gerarchica dei luoghi, delle parti sociali e delle funzioni, aprendo il campo del possibile e ampliando le definizioni della vita in comune.

euronomade

Sulla produzione di soggettività: Negri e Tronti a confronto

di Mimmo Sersante

francis bacon ritratto di george dyer allo specchi 650x435Ontologia: pensiero, sapere, scienza ma anche un discorso, un dire, un parlare dell’essere che, lo sappiamo da Aristotele, può essere nominato in tanti modi, con i nomi più disparati per via della sua indifferenza e indistinzione (Hegel).

Insomma, per capire cosa o chi è in questione nell’ontologia, è al suo nome – proprio o comune non importa – che dobbiamo prestare attenzione. Il nome prescelto ci indica anche il terreno entro cui siamo costretti a muoverci. Così, se questo nome è quello di Dio – si tratta solo di un esempio –, capiamo subito con quale problematica dobbiamo misurarci. Il nome scelto da Negri è invece quello comune di «operaio sociale» o «moltitudine». Se il primo rinvia alla versione operaista del nostro marxismo (il primo ad averlo usato è stato Romano Alquati), il secondo ci porta direttamente a Spinoza, il filosofo olandese che nel ’600 secondo Negri avrebbe prospettato una storia diversa per il nostro Occidente.

A questi due nomi collego le due fasi che secondo me caratterizzano l’ontologia negriana; chiamo debole la prima fase, quella che copre gli anni Settanta e forte la seconda, maturata negli anni Ottanta, tra la galera (’79- ’83) e i primi anni dell’esilio francese. Gli anni Novanta la renderanno per così dire definitiva e compiuta.

tempofertile

La "variante populista" di Formenti

di Alessandro Visalli

tutti i personaggi dei Simpson 638x425Il libro di Carlo Formenti del 2016 conclude per ora un ciclo breve sul populismo durante il quale sono stati letti: l’intervento di Nadia Urbinati, che tende a vedere il lato illiberale nel richiamo al “popolo” (termine che in senso proprio è invece sempre plurale), quello di Jurgen Habermas, e di Jan-Werner Muller, sulla stessa linea della Urbinati, il testo del 2009 di Ernesto Laclau “La ragione populista”, che è il più strutturato riferimento teorico della corrente in oggetto, e poi Nancy Fraser, Nicolao Merker, che inquadra il populismo di destra in chiave filosofica, infine la ricostruzione di Marco Revelli. Sarà necessario tornarvi, anche in funzione dei molti eventi che si susseguono in questo tempo accelerato della crisi terminale dell’assetto tardo novecentesco.

Come spesso è capitato, infatti, un secolo si è davvero chiuso solo dentro una fase di accelerata transizione che guarda ad entrambi i versanti: il settecento, età del primo scientismo e della dissoluzione sotto la sua spinta di blocchi egemonici secolari, transita nell’ottocento, età del positivismo, del macchinismo e della riorganizzazione secolare del mondo, attraverso il ventennio napoleonico che si conclude di fatto a Lipsia nel 1813; il novecento, età della società di massa, entra in scena davvero dopo la conclusione della fase di transizione aperta con la guerra franco-prussiana e conclusa con la sconfitta del reich tedesco e dei suoi alleati nel 1918.

euronomade

Un lampo senza tuono. Critica dell’Abecedario di Tronti

di Marco Assennato

2401 02bSono usciti quest’anno due lavori in video, diversi per lunghezza e soggetto, eppure insistenti su un medesimo tornante del marxismo europeo – o se si preferisce su due delle sue maggiori eresie. Il primo – si tratta di un documentario – diretto da Olivier Oliviero e prodotto dalla francese ARTE, è dedicato a Louis Althusser. Il secondo – edito da Deriveapprodi – interroga, nel modo dell’Abecedario, il pensiero di Mario Tronti. Curiosamente ci sono alcuni passaggi nell’intervista a Tronti che suggeriscono qualche tangenza: un debito dichiarato verso il Machiavelli e noi di Althusser, (interpretato come origine della scoperta dell’autonomia del politico); e poi un’esaltazione della distinzione tra teoria e prassi che sfiora tonalità francesi. Ma non si tratta qui di cercare inutili accostamenti: per quanto Tronti e Althusser possano esser considerati scaturigini di una medesima epoca – peraltro con il 1968 piantato in mezzo ad entrambi i percorsi – le distanze tra i due autori sono evidenti. Colpisce piuttosto la profonda differenza di qualità – non imputabile, com’è ovvio, né agli argomenti trattati, né alle due diverse produzioni, ma interamente da attribuire ai curatori.

L’Aventure Althusser permette di comprendere, per voce dei suoi più celebri allievi, la cartografia dei concetti fondamentali attraverso i quali il maestro di Rue d’Ulm imbastì la sua guerra di classe nella teoria con il marxismo francese, valorizzando al contempo la passione didattica e il gusto per il lavoro collettivo che animava l’uomo.

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La critica come resistenza militante

di Militant

image bookE’ spesso faticoso ragionare su opere datate nel tempo. Troppo stratificata la mole di commenti di cui tenere conto, le interpretazioni date, l’universo del già detto. Se poi l’opera in questione non è solo un “classico”, ma dall’autore così importante e “ingombrante”, il rischio della superficialità diviene una quasi certezza. Eppure mai come oggi crediamo che questo rischio vada corso, visto il deperimento ormai definitivo della critica nel nostro paese. Tutto il già detto su opere del genere è oggi sepolto da strati di decadenza culturale che hanno disattivato completamente un messaggio, e un linguaggio, un tempo in grado di emancipare generazioni di militanti. Partiamo affermando allora questo: non è possibile predisporsi alla critica di un qualsiasi lavoro culturale – sia esso letterario, artistico, teatrale, cinematografico, eccetera – senza aver assimilato i concetti fondamentali presenti in questo Marxismo e la critica letteraria. Senza aver compreso, cioè, le basi del rapporto tra marxismo e cultura. Un rapporto che non è decisivo unicamente per una critica “di sinistra” (concetto d’altronde molto equivoco), ma per ogni genere di critica, perché la relazione tra la dialettica materialista e la cultura è una relazione universale e non ingabbiata nell’ideologia (marxista in questo caso). In altre parole: Marx ed Engels hanno svelato, pur in assenza di opere di sintesi sul tema, il rapporto tra essere umano ed espressione culturale mediato dalle relazioni capitalistiche entro cui questo specifico rapporto prende forma. Come si può procedere a una critica culturale senza possedere le basi di questa relazione, che è una relazione generale, ma che assume caratteri peculiari riguardo all’estetica?

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Ernesto Laclau, “La ragione populista”

di Alessandro Visalli

15dx6qfIl libro del 2005, del filosofo Ernesto Laclau, che insegnava Teoria Politica all’Università di Essex, è tra i testi al centro dell’attenzione da quando la crisi ha cominciato ad erodere l’egemonia neoliberale, aprendo lo spazio della ricerca di alternative. Lo studioso argentino ha alcuni riferimenti culturali che ci sono familiari: il marxismo (che però sceglie di superare, mettendo in questione la focalizzazione strategica sulla classe sociale come cosa in sé, attraverso una sorta di ‘svolta linguistica’, rifocalizzando il discorso in quanto generatore di politica sulla creazione di “popolo”), Antonio Gramsci (da cui preleva il concetto chiave di egemonia), Lacan (da cui prende parte della struttura concettuale) e Foucault (da cui il sospetto per le forme di disciplinamento e governo).

Il testo è difficile, un’opera matura, di un filosofo che all’epoca della pubblicazione aveva raggiunto i settanta anni, e collocata all’intersezione tra filosofia, psicologia e politica, gli autori più citati sono Freud, Gramsci, Hegel, Lacan, Marx, Gabriel Tarde,  e i/le contemporanei/e Mouffe, Rancière, Zizek (ma per rispondere alle sue obiezioni). La sua posizione risente fortemente della “filosofia del sospetto” francese (anche se Foucault è poco citato e Derrida no), e della “svolta linguistica” (anche se praticamente viene citato solo Wittgenstein), e dunque fatica ad inserirsi completamente nello schema che del populismo viene disegnato, ad esempio, da Merker in “Filosofie del populismo” che leggeremo, o da Jan-Werner Muller in “Cosè il populismo?”.

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Jurgen Habermas, La risposta della sinistra al nazionalismo della destra

di Alessandro Visalli

trillemmiSu Micromega n.2/2017, l’intervista a Jurgen Habermas, ha questo titolo: “La risposta democratica al populismo di destra”, ma non nomina mai il termine “populismo”, che probabilmente è stato scelto dalla rivista. Il titolo più appropriato, che abbiamo dunque usato, sarebbe “La risposta della sinistra al nazionalismo delle destra”. Come vedremo la cosa fa qualche differenza.

L’avvio è connesso al ricordo della profezia di Ralf Dahrendorf che nel 1995, in “Quadrare il cerchio”, come in altri interventi che pure abbiamo letto (ad esempio nel precedente “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa”, ma soprattutto nel successivo “Dopo la democrazia”) definiva la globalizzazione come un fenomeno capace di mettere a rischio la società civile e la libertà. Il segno dell’autoritarismo, a suo parere si allungava quindi dal “pericoloso concatenamento” che obbliga a sacrificare la coesione sociale in favore del rispetto di quelli che Habermas chiama “imperativi funzionali” dell’economia.

Nella sua visione di allora c’era una sorta di triangolo impossibile (da “quadrare” anche se è un cerchio) tra la creazione di ricchezza, la coesione sociale e la libertà politica. Se si compete, creando la ricchezza (per pochi, come lo stesso politologo vede), la coesione sociale si può mantenere solo se si sacrifica la libertà (cioè si garantisce in modo autoritario, pensa alla Cina).

lanatra di vaucan

Il nómos della modernità II

di Robert Kurz

Pubblichiamo la seconda parte del capitolo IX del libro Weltordnungskrieg1 di Robert Kurz, inedito in Italia, nella traduzione di Samuele Cerea (qui la prima ==> il nómos della modernità

20161121 222052Parte seconda

La fine del diritto, lo stato di eccezione globale e il nuovo «homo sacer»

A questo punto è necessario sottoporre questo meccanismo, la sua logica e la sua origine storica ad un’analisi più dettagliata. Il concetto fondamentale a questo riguardo è quello di stato di eccezione. Come si sa che il luciferino Carl Schmitt, uno dei più lucidi ma, allo stesso tempo, più inquietanti teorici dell’«ideologia tedesca» nel XX secolo, ha tormentato per lungo tempo i predicatori della libertà democratica, collocando lo stato di eccezione, su cui ritornò insistentemente, al centro del dibattito sul diritto costituzionale. In un saggio dal titolo significativo, «Teologia politica», si trova la celebre (o famigerata) definizione di tutta la sovranità moderna, e quindi anche della democrazia: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità, solo in quanto questo si assuma come concetto limite. Infatti concetto limite non significa un concetto confuso, come nella terminologia spuria della letteratura popolare, bensí un concetto relativo alla sfera piú esterna. A ciò corrisponde il fatto che la sua definizione non può applicarsi al caso normale, ma a un caso limite» (Schmitt 1922).

Schmitt individua qui due punti decisivi, utilizzabili nella polemica contro l’autocomprensione positivistica dello Stato di diritto liberale, il cui apostolo in quel periodo era il filosofo del diritto socialdemocratico Hans Kelsen, cui fanno riferimento significativamente, al presente, posizioni come quella di Hardt e Negri e che, in generale, ha fatto breccia nel senso comune di tutte le illusioni giuridiche.

tempofertile

Nadia Urbinati su populismo e totalitarismo

di Alessandro Visalli

Un articolo su L’Espresso in cui Nadia Urbinati risponde a due precedenti articoli di McCormick e di Del Savio e Mameliche riprendono le posizioni di Laclau riflettendo sul Machiavelli dei “Discorsi sulla prima decade di Tito Livio

o OCCUPY WALL STREET facebookPer la politologa italiana “populismo” è un concetto impreciso, che nella pratica politica è usato per descrivere cose diverse, come dice sia forme di mobilitazione e partecipazione spontanee (ad esempio il movimento dei forconi di qualche anno fa, o in modo più significativo Occupy Wall Street o gli Indignados) sia partiti organizzati nel gioco politico parlamentare (es. il Fronte Nazionale di Le Pen).

Fin qui direi che si sottolinea l’ovvio.

Ma subito dopo propone gli steccati ideali nei quali far passare il discrimine:

- se essere “solidaristico e inclusivo”, come dicono alcuni, o “discriminatorio e insofferente verso i diritti individuali e le minoranze”, come altri. Il primo criterio è dunque inquadrabile in termini di teoria politica nel dibattito tra posizioni liberali e comunitarie o repubblicane.

- Il secondo è su un’altra rubrica, se “mette a rischio le democrazie costituite”o se il populismo, al contrario, “inaugura nuove possibilità per la democrazia”. Dunque qui sarebbe in gioco la meccanica della formazione della volontà tra istituti “costituiti” e “nuove possibilità”.

zeroconsensus

Semiotica e Moneta

di Carlo Sini

Denaro e informazione sono entrambi segni della civilizzazione umana. La loro connessione con il linguaggio è evidente. Il loro valore si basa sulla fiducia nella creatività del lavoro umano. La minaccia odierna è di ridurre denaro e informazione a mera merce

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In una celebre pagina della Ricchezza delle nazioni Adam Smith si chiede se la tendenza umana a trafficare, a barattare, a scambiare una cosa con un’altra non sia se non la conseguenza della facoltà della ragione e della parola. Vi sarebbe dunque un nesso profondo tra economia e linguaggio, denaro e parola, e in effetti denaro e linguaggio sono due sistemi di segni che caratterizzano in modo eminente l’umano. Uno scambio semiotico come questo non ha riscontro nel mondo animale, se non per cenni embrionali in ogni senso incomparabili.

Che cosa è segno ricordiamolo qui in forma molto sintetica: segno, diceva Peirce, è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro; quindi è qualcosa che rappresenta qualcos’altro sulla base dell’uso sociale, ovvero delle risposte comuni. Stando «al posto di», il segno favorisce dunque lo scambio, fornisce una cosa per un’altra o che vale come rappresentante di quell’altra, e ciò fondamentalmente in vista dello scambio di beni e di informazioni. Cioè del possesso di qualcosa e dell’acquisto di conoscenze. È interessante osservare che beni e informazioni si possono scambiare le parti; infatti anche il possesso di un bene informa: se vado in giro su una Ferrari, implicitamente informo che non sono un poveraccio. Se invece so come vanno le cose in luoghi difficilmente accessibili ma per me significativi, è evidente che il possesso di queste informazioni riveste per me la natura di un bene.

nuvole

Per la ragionevolezza dell’utopia

Il progetto storico socialista

di Federico Repetto

nuvole541. Abbiamo bisogno di progetti economici ragionevoli per una egemonia alternativa a quella del neoliberalismo

L’economista Bruno Jossa, nel suo “Un socialismo possibile”, Il Mulino 2015, ci ricorda la classica distinzione tra razionalità e ragionevolezza (phronesis). “La prima consiste nel calcolare in base a valutazioni quantitative, ha a che fare col dimostrabile e da luogo a verità; la seconda consiste nel decidere in base ad argomenti pro e contro, ha a che fare con l’opinabile e da luogo a scelte controverse” (p.124). La ragione ragionevole obbedisce a molteplici criteri, incluso quello costi-benefici, che però deve essere sottoposto al “tribunale del ragionevole”.

Salvatore Biasco, nell’ultima parte del suo Regole, Stato, Eguaglianza (Luiss University Press 2016), di cui si discute in questo numero di Nuvole, propone appunto un programma di politica economica di medio periodo economicamente ragionevole, sulla base dei valori della socialdemocrazia. Esso però sembra destinato a impantanarsi nella palude del ceto politico socialista e democratico europeo. “Riforme indispensabili, ma forse impossibili”, il titolo di una Parte di Finanzcapitalismo di Gallino, si adatterebbe benissimo alla corposa parte propositiva di questo libro (la terza), che andrebbe letto in parallelo col libro di Colin Crouch Quanto capitalismo può sopportare la società, già recensito da “Nuvole”. La quantità di capitalismo incorporata dalla nostra società sta superando il limite del ragionevole, con grave danno per il legame sociale e per la convivenza civile.

pierluigifagan

Chi controlla i controllori?

di Pierluigi Fagan

bandiere blu 2012Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori  sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani.  Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione  tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4].