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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. VIII

Prosit! - 干杯 ! Larghe intese lungo l’asse Pechino – Berlino

di Paolo Selmi

appunti per un rinnovato assalto VIII html 57f1da187098a191I brindisi lungo l’asse Berlino-Pechino si sprecano: ne hanno entrambi di ben donde1 . Se la Cina è la “locomotiva del mondo”, la Germania è la “locomotiva d’Europa”… come si sente dire spesso. La quota di PIL tedesco sul totale UE è pari al 27,4%, la Bundesbank è l’azionista di maggioranza relativa della BCE,

- entrambe non a caso con sede a Francoforte,

- entrambe costruite su un identico modello di indipendenza dal potere esecutivo (modello tedesco di autonomia del bancario dall’esecutivo vs. modello francese che subordina il primo al secondo, con un elemento peggiorativo a livello comunitario in termini di controllo democratico in quanto, se per cambiare una norma a regolamento dell’attività della Bundesbank, basta la maggioranza del Parlamento tedesco, in quello europeo vige la legge dell’unanimità)2 .

Torniamo ora a livello continentale: EU da una parte, RESTO DEL MONDO dall’altra. Ecco alcuni dati recenti: nel 2017 le esportazioni dall’Unione Europea (EU-28) sono state pari a 1879 miliardi di euro, le importazioni invece pari a 1856 miliardi, con un saldo attivo di 23 miliardi di euro (un modesto utile operativo, tradotto in termini di economia spiccia, dell’1,23%… ma almeno in attivo da 5 anni a questa parte, a differenza degli anni passati)3 :

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. VII

C'è mercato e mercato: protezionismi espliciti e impliciti nel conflitto interimperialistico in corso

di Paolo Selmi

appunti per un rinnovato assalto VII html 8d6b3d5b999cbc0dNella mia decennale attività di impiegato spedizioniere ho attraversato tutti i reparti operativi, in importazione e in esportazione. Posso dire quindi di aver completato l’album di figurine… e averne viste, e vederne, di tutti i colori. A me pare che la cosiddetta “guerra dei dazi” in corso sia soltanto la punta di un iceberg ben più grande, che interessa tutte, sottolineo tutte, le sfere degli scambi commerciali internazionali, a partire dalle stesse regole del gioco, diverse per ciascuna delle “cinquanta sfumature di ordinamento capitalistico” attualmente vigenti nei vari angoli del globo (liberistico spinto, regolamentato, di Stato, straccione o mafioso, e chi più ne ha più ne metta, difficilmente con la sua fantasia andrà oltre rispetto a quanto già immaginato e realizzato).

Partiamo da un esempio pratico, in cui tuttavia ogni riferimento a fatti o persone è puramente… casuale. Candido (di nome e di fatto) ha un cugino negli USA che lavora in un ristorante. Si dà il caso che Candido faccia vino. Il cugino apprezza il vino di Candido e gli fa l’ordine, quando arriva la merce in aeroporto consegna delega, documento di trasporto e fattura presso una casa di spedizioni qualsiasi, senza alcun problema si fa intestare la bolla a suo nome1 , paga dazio e spedizioniere e se la porta a casa.

Lo stesso discorso vale quando è Candido, con i soldini accumulati, a volersi togliere lo sfizio e a farsi mandare dal cuginetto quella Diavoletto della Gibson che rappresenta il suo sogno di una vita: la chitarra arriva in aeroporto, lui consegna i documenti allo spedizioniere che gli prepara la bolla doganale con il suo codice fiscale, paga iva, dazio e prestazione e la sera stessa è già sul palco della sagra dell’uva a sbizzarrirsi nelle pentatoniche più ardite.

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Domande e risposte sulla situazione storica della critica sociale radicale

Intervista a Robert Kurz

L'intervista che segue costituisce un'introduzione ad una raccolta di analisi e saggi dell'autore che verrà pubblicato in Francia

intervista4DOMANDA: Cosa rende questa crisi diversa rispetto alle precedenti?

KURZ: Il capitalismo non è l'eterno ritorno ciclico dello stesso, ma è un processo storico dinamico. Ciascuna grande crisi si viene a trovare ad un livello di accumulazione e di produttività superiore rispetto al passato. Pertanto la questione del dominio o del non dominio della crisi si pone in forma sempre nuovo. I precedenti meccanismi di soluzione hanno perso di validità. Le crisi del XIX secolo vennero superate perché allora il capitalismo non aveva ancora coperto tutta la riproduzione sociale. C'era ancora uno spazio interno di sviluppo industriale.

La crisi economica mondiale degli anni '30 costituì una rottura strutturale ad un livello assai più alto di industrializzazione. Essa venne dominata attraverso le nuove industrie fordiste e la regolazione keynesiana, il cui prototipo fu l'economia di guerra della II guerra mondiale. Quando l'accumulazione fordista andò a sbattere contro i propri limiti, nel decennio degli anni '70, il keynesismo sfociò in una politica inflazionistica, basata sul credito pubblico. Tuttavia, la cosiddetta rivoluzione neoliberista, ha solo spostato sui mercati finanziari il problema del credito pubblico. Lo sfondo è stato quello di una nuova rottura strutturale dello sviluppo capitalista, segnato dalla terza rivoluzione industriale della microelettronica. Già a questo livello di produttività qualitativamente differente, non è stato più possibile sviluppare qualsiasi terreno di accumulazione reale. Per questo motivo, nel corso di vent'anni, si è sviluppata - sulla base dell'indebitamento e di bolle finanziarie senza alcuna sostanza - una congiuntura economica globale basata sul deficit, che non avrebbe mai potuto essere sostenibile in maniera duratura.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. VI

“Con due grami, miseri, semplici penny”

di Paolo Selmi

Uno sguardo al panorama bancario mondiale e a diseguaglianze più o meno ideologicamente nascoste

selmi6Continuiamo con i nostri appunti di viaggio. Riassumere in poche righe interi volumi dedicati alla storia della finanza mondiale sarebbe pura follia. Annotarsi qualche dato e trarne spunti di riflessione e approfondimento, in una prospettiva di superamento del modo capitalistico di produzione, non è solo cosa buona e giusta, ma doverosa. Occorre infatti, nell’opinione di chi scrive, uscire da quella logica “scacchistica” che qualcuno chiama, a torto o a ragione, “geopolitica”. In questo paragrafo cercherò di argomentare brevemente quella che non è solo una questione di metodo, ma anche di merito, pertanto molto più degna di approfondimento del trafiletto che le ho riservato. Ma di appunti, per l’appunto, stiam parlando.

Abbiamo delineato alcuni tratti fondamentali dei movimenti di truppe in atto sullo scacchiere mondiale. Abbiamo scelto di farlo con un taglio prevalentemente economico e di aperta critica al modo di produzione dominante a livello globale. Oggi, al contrario, è di moda presentare la situazione internazionale in un’ottica neutra, dove al posto del conflitto di classe domina la “geopolitica”: ogni parte in causa descrive soggettivamente i movimenti di nemici, avversari e concorrenti in relazione ai propri e da un punto di vista, si sarebbe detto un tempo, prettamente aderente al modo di produzione dominante. Limitatamente allo stesso, ne critica cause e conseguenze, adesione più o meno formale, piuttosto che infrazioni, a “regole del gioco”, norme scritte e non su codici di diritto internazionali divenuti sempre più carta straccia, individuando possibili traiettorie e prendendo le adeguate contromisure. Come risultato, ciascuna di queste letture, pur approfondita, dettagliata, argomentata, si muove entro i confini imposti, organicamente agli stessi, ovvero si differenzia da letture analoghe o apparentemente contrapposte soltanto perché – nella migliore delle ipotesi – anziché muovere il cavallo avrebbe mosso l’alfiere, oppure perché – nella peggiore – aderente ai neri o ai bianchi senza se e senza ma.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. V

"Timeo Danaos et dona ferentes": sulla politica imperialistica degli "aiuti"

di Paolo Selmi

appunti per un rinnovato assalto V html 803321df0fb0e599Все счастливые семьи похожи друг на друга, каждая несчастливая семья несчастлива по-своему” (“Tutte le famiglie felici si assomigliano l’una all’altra, ciascuna famiglia infelice lo è a suo modo”): così inizia Anna Karenina, così verrebbe da iniziare questo paragrafo su uno dei tasti più dolenti di questo capitalismo globalizzato, dilaniato dai ruggiti dei nuovi imperialismi e dai rigurgiti dei vecchi. Non c’è nulla di più infelice, di più ipocrita, di più falso, della cosiddetta “cooperazione internazionale”. Ognuno la rende infelice “по-своему”, “a suo modo”: l’Occidente, come alibi per la propria politica neocoloniale, e oggi la Cina, come copertura alla propria politica “di prosperità comune”. Del primo aspetto si è parlato molto, del secondo poco o niente. Colmeremo tra poco questa lacuna ma prima, giusto per capire di cosa si tratta, occorre fare un passo indietro.

Inutile a dirsi, Pechino interviene a gamba tesa su alcune precise, non casuali, situazioni debitorie consolidate, laddove l’imperialismo occidentale, in particolare statunitense, nella figura di quel mostro a due teste di nome FMI-BM (fondo monetario internazionale-banca mondiale) fino a oggi l’aveva fatta da padrone. Occorre quindi fissare alcuni punti cardine, onde riportare la nostra analisi entro un campo di esistenza definito da categorie certe, che non siano la semplice simpatia o antipatia per questo o quello schieramento. Parliamo quindi di dipendenza, meglio, di economia della dipendenza. Non possiamo comprendere le dinamiche del sottosviluppo se prima non affrontiamo la sua causa prima. Ad aiutarci, uno dei fondatori di questa teoria, Theotonio Dos Santos (1936-2018), recentemente scomparso. La sua fama diveniva mondiale nel 1970, con un breve saggio, “La struttura della dipendenza”1 , da cui citiamo i seguenti estratti.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. IV

Hong Kong, la porta della Cina… al mondo offshore

di Paolo Selmi

riportando tutto a casa iv html c4a847cf997cc377Quando oltre vent’anni fa Hong Kong tornò a esser parte della Repubblica Popolare Cinese, sia pur sotto gli slogan “Un Paese, due sistemi (yi guo liang zhi 一国两制 ) e “I cittadini di Hong Kong governeranno Hong Kong con un alto grado di autonomia” (gangren zhi gang, gaodu zizhi 港人治港,高度自治), ricevendo quindi ampie assicurazioni circa la propria autonomia amministrativa, la propria moneta, persino la propria squadra olimpionica, mi pare ancora di sentire qualche Cassandra che invitava a non fidarsi, che la pecorella cantonese sarebbe stata sbranata dalla tigre mandarina, che profetizzava cosacchi con gli occhi a mandorla, ma con sempre la stessa, maledetta, stella rossa in fronte, abbeverare i propri cavalli lungo i putridi acquitrini della costa cantonese mentre appiccavano fuochi con obbligazioni, divenute carta straccia, e pizze di film reazionari di Jackie Chan, Chow Yun-fat e Jet Li, insieme ovviamente a qualche bambino (sennò che comunisti erano?). D’altronde, cosa potevamo pretendere da chi chiamava D’Alema e soci “comunisti”?

Tuttavia, mentre noi ci dilettavamo rivangando vecchi ricordi di mondi scomparsi, da Hong Kong partivano le prime ambascie di mercanti nelle vicine province, in particolare nella ZES (jingji te qu 经济特区 , o Zona Economica Speciale) di Shenzhen, con portafogli ordini pieni di commesse da parte delle nostre ditte, che avevano appena scoperto la gallina dalle uova d’oro ma che, per problemi linguistici, burocratici, economici, non riuscivano a spennare da soli. Il millennio finiva e cominciava con questi trader, intermediari, faccendieri, che triangolavano fatture, emettevano polizze di carico, anticipavano soldi per i loro “cugini”, tanto acerbi e alle prime armi in questi discorsi di ordini, commesse, profitti, conti all’estero e penali, quanto senza peli sullo stomaco nella repressione schiavistica dei loro stessi connazionali su tagliacuci e stampi di plastica puzzolente.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. III

Turbocapitalismo e ciclo produttivo … di rifiuti

di Paolo Selmi

telefonini3Lasciamo, per un attimo, da parte il passato e guardiamo al presente. L’attuale produzione di beni di consumo avviene, di fatto, come se l’ambiente fosse una risorsa inesauribile, pur sapendo benissimo che non lo è. Tuttavia, ciò che, strutturalmente, accade da quando esiste l’uomo, oggi riceve un’accelerazione sempre maggiore a causa di un ciclo di vita della merce sempre più breve, sempre più globalizzato e sempre più accelerato nelle sue fasi di produzione e riproduzione.

 

1. L’inquinamento in fase di produzione è forse uno degli argomenti più noti: non esiste soltanto il dumping sociale ed economico come presupposto alla delocalizzazione, ma anche quello ambientale. Il problema, quindi, si “sposta” laddove il problema non si pone, o si pone in maniera più blanda. Pensiamo al tessile. Chi scrive, si ricorda ancora di quando andava a scuola a piedi e scommetteva, con gli amici, di che colore fosse quel giorno il torrente su cui sversava la locale tintoria. Oggi la tintoria ha chiuso, il torrente è pulito (quando ha abbastanza acqua), e il problema si è spostato altrove. Le emissioni di CO2 nel magico mondo dell’abbigliamento corrispondono, infatti al 5% del totale di emissioni del pianeta, e sono in aumento, dal momento che anche i consumi dal 2000 sono aumentati, in meno di vent’anni quindi, del 60%1 . La qualità del prodotto finito è degradata, da cui un ciclo di vita sempre più breve, da cui l’aumento di risorse destinate alla produzione (destinate a triplicare dal 2000 al 2050), fra cui un impiego sempre più massiccio di fibre sintetiche, leggasi, guarda caso, plastica, più economiche e più inquinanti. “Fast fashion”, lo chiamano gli anglofoni: talmente “fast” da muoversi da Cina e India (dove si concentra il 60% della produzione mondiale) senza che il visitatore abituale di centro commerciale se ne accorga neppure. Sembra prodotto nel capannone lì dietro, che invece ospita una filiale di una qualche altra multinazionale, di elettrodomestici o di articoli “sportivi”.

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la citta futura

Lenin e la situazione rivoluzionaria

di Renato Caputo

È il fine stesso della lotta rivoluzionaria a imporre gli strumenti necessari per la sua realizzazione

1e53f987647de72c806799a12b7f3f39 XLSebbene nessuno possa, necessariamente, sapere a priori se le condizioni rivoluzionarie oggettive si tradurranno in atto, il compito fondamentale dell’avanguardia – abdicando al quale perderebbe la propria ragione d’essere – è secondo Lenin: “svelare alle masse l’esistenza della situazione rivoluzionaria, mostrarne l’ampiezza e la profondità, svegliare la coscienza rivoluzionaria del proletariato, aiutarlo a passare alle azioni rivoluzionarie e creare organizzazioni corrispondenti alla situazione rivoluzionaria” [1], dal momento che in tali momenti risulta decisiva, in primo luogo, “l’esperienza dello sviluppo dello stato d’animo rivoluzionario e del passaggio alle azioni rivoluzionarie della classe avanzata, del proletariato” [2]. In ogni caso l’avanguardia potrà adempiere al proprio compito solo tenendosi pronta all’evenienza che si produca una situazione rivoluzionaria, anche perché, spesso, come insegna la storia, essa si viene a creare per “un motivo ‘imprevisto’ e ‘modesto’, come una delle mille e mille azioni disoneste della casta militare reazionaria (l’affere Dreyfus), per condurre il popolo a un passo dalla guerra civile!”[3].

Il partito rivoluzionario, per poter affrontare dei mutamenti repentini del corso storico indipendenti dalla propria volontà e che possono sfuggire alla propria capacità di previsione, deve essere addestrato ad utilizzare ogni forma di lotta, sapendo di volta in volta selezionare la più adeguata alla fase. Così, ad esempio, la Rivoluzione di Febbraio si è imposta, in una situazione di partenza molto arretrata, ovvero il dominio dell’autocrazia zarista, proprio grazie al suo aver coinvolto, in modo interclassista, ceti sociali anche molto differenti fra loro come la media e alta borghesia liberal-democratica e il proletariato urbano egemonizzato dai socialisti.

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Storia e impotenza politica [*1]

Mobilitazione di massa e forme contemporanee di anticapitalismo

di Moishe Postone

postone4Tutti sanno che l'inizio degli anni '70 ha coinciso con un'era di massicce trasformazioni strutturali dell'ordine mondiale, spesso descritte come il passaggio dal fordismo al post-fordismo (o, più esattamente, dal fordismo al capitalismo neoliberista globalizzato, passando per il post-fordismo). Questa trasformazione della vita sociale, economica e culturale, che si è tradotta nello smantellamento dell'ordine centrato sullo Stato, tipico della metà del XX secolo, è stata altrettanto radicale di quanto fu la precedente transizione che portò dal capitalismo liberale del XIX secolo alle forme burocratiche del XX secolo, segnate dall'interventismo statale.

Questo processo ha portato dei profondi cambiamenti non solo nei paesi capitalisti occidentali, ma anche nei paesi comunisti, e ha portato al collasso dell'Unione Sovietica e del comunismo europeo, così come a delle trasformazioni radicali in Cina. In seguito a questo, molti hanno ritenuto che avrebbe sancito la fine del marxismo e, più in generale, la fine della validità teorica della teoria critica di Marx. Tuttavia, questi processi di trasformazione storica, allo stesso tempo, hanno riaffermato l'importanza cruciale della dinamica storica e dei cambiamenti strutturali su grande scala. È precisamente questa problematica, che si trova al cuore della teoria critica di Marx, ciò che sfugge a tutte le principali dottrine formulate immediatamente dopo la fine del fordismo - quelle di Michel Foucault, di Jacques Derrida e di Jürgen Habermas. Tutte le recenti trasformazioni finiscono per farle apparire come delle teorie retrospettive, che concentrano la loro critica sull'epoca fordista, ma che non sono adeguate all'attuale mondo post-fordista. Sottolineare la problematica della dinamica e delle trasformazioni storiche, permette di chiarire sotto un'angolazione differente un certo numero di questioni importanti.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. II

Ancora una volta su forma merce, valore d’uso e valore di scambio

di Paolo Selmi

Citare il barbone di Treviri non è più di moda, me ne rendo conto, ma una critica al modo di produzione capitalistico senza appoggiarsi, senza partire dal contributo marxiano, non avrebbe alcun senso: chi lo ha fatto negli ultimi trent’anni di fine della storia, ha solo perso del gran tempo. Proviamo però a fargli fare un viaggio nel tempo, fino ai giorni nostri. Marx non si occupava di fotografia, né faceva radiografie, ma queste due lastre le avrebbe trovate alquanto interessanti:

Radiografia di una reflex meccanica a pellicola totalmente manuale:

reflex1

Radiografia di una reflex digitale professionale:

reflex2

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doppiozero

Imperfetto passato

di Stefano Chiodi

marianne 68C’è una crudele ironia nella coincidenza tra il mezzo secolo dal Sessantotto e un’attualità che si colloca al nadir della tensione alla palingenesi personale e collettiva, della radicale espansione della sfera delle libertà e delle possibilità che dell’annus mirabilis fissarono la costellazione simbolica e politica. Risentimento, insicurezza, paura: sono questi all’opposto i segni della nostra attualità, con le sue forme intrattabili di diseguaglianza ed esclusione, i conflitti interminabili, il vuoto di alternative, di fronte ai quali le soluzioni bugiarde dei populismi, con la loro subdola e in apparenza irresistibile manipolazione del discorso pubblico, si presentano come paradossale risposta alla crisi dell’ordine neoliberista e al suo mantra There is no alternative.

Il presente insomma sembra davvero offrire davvero poche giustificazioni a una commemorazione irrimediabilmente sfasata rispetto alle urgenze che la incalzano. Proprio per questo, anziché giudicare con la fosca e disillusa misura dell’attualità le idee di un anno che si è venuto sempre più trasformando, mano a mano che i decenni si accumulavano, in un evento sbiadito o in un’eredità imbarazzante, potremmo chiedere invece al Sessantotto, liberato dalla zavorra del senno-di-poi, di auscultare il nostro presente, di sondarne le concrezioni avvelenate, di parlarci nella sua lingua. Come guarderebbero i giovani in rivolta del “maggio” un mondo che ha realizzato alcune delle loro aspirazioni più visionarie e rovesciato in una contraddittoria distopia quasi tutte le altre?

Potrebbero magari aiutarci a rendere meno patetico il residuo attaccamento al mito di un Sessantotto ideale eterno, ad esempio, o ad attutire il senso di colpa per il suo fallimento. Oppure a dare ragione a chi, come Tony Judt nel suo ultimo, accorato libro (Ill Fares the Land, Penguin 2010; in italiano, Guasto è il mondo, Laterza 2011), rivendicava lo spazio comune come luogo di una politica orientata alla coesione della comunità, anziché un insieme di singole giuste cause, totalizzanti e astratte, con cui la sinistra occidentale ha mimetizzato la sua sostanziale adesione  al sistema neoliberista.

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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. I

Riportando tutto a casa

di Paolo Selmi

appunti1“L'intelligence, c'est de chercher dans quelle
mesure on peut mettre un petit peu de raison
dans cette absurdité.”
(Jean-Luc Godard, “Monologue”,
Une femme mariée, 1964)

Premessa

Si narra che, qualche millennio fa, un pensatore cinese di nome Kong(fu)zi ((), o Confucio per gli amici), in un periodo di crisi abbastanza simile all’attuale, se non peggio, inaugurasse la sua proposta politica (non ancora divenuta ideologia e pensiero dominante di un continente) “rettificando i nomi” (zheng ming 正名): “Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono alla realtà, gli affari non giungono a compimento”1 … insomma, secondo il pizzetto più famoso e osannato del Paese di Mezzo, nulla si sarebbe mai potuto veramente cambiare se non si eliminano prima le ambiguità di fondo esistenti. Era un atto di grande coraggio allora, quando denunciare un’usurpazione di trono poteva equivalere alla perdita della propria testa; è un atto di grande coraggio oggi, quando palesi atti di arroganza che fanno straccio del diritto internazionale sono auto-legittimati da caratteri di “eccezionalità”2 che valgono solo per uno Stato (e per i lacché di turno), così come quando “fare chiarezza” su una proposta politica di trasformazione socio-economica e possibile transizione al socialismo equivale, sicuramente, a inimicarsi tanti soggetti, alcuni tradizionalmente noti (i primi di cui sopra) e altri, molto probabilmente, ancora considerati “amici”, “alleati”, se non addirittura lao dage (老大哥), “grande fratello maggiore”, al posto del defunto riferimento sovietico.

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marx xxi

Reddito di cittadinanza: una critica marxista

di Giulio Palermo1

Riceviamo dalla Federazione del PCI di Brescia e pubblichiamo quale contributo alla discussione. Da comunistibrescia.org

reddito di cittadinanza di maio beppe grillo 1030275 Il successo elettorale del Movimento 5 stelle ha portato il tema del “reddito di cittadinanza” (RdC) al centro del dibattito politico. Tecnicamente, la proposta pentastellata non è veramente un’applicazione del RdC ma è piuttosto una forma di “reddito minimo garantito”, uno strumento di sostegno finanziario simile al RdC, senza tuttavia gli stessi tratti di universalità. Ma non importa: mentre la crisi incalza, l’idea di aumentare i redditi, invece che di stringere la cinghia, piace un po’ a tutti. In effetti, le prime critiche che si sono levate contro il RdC non riguardano veramente i suoi limiti teorici bensì la sua mancata attuazione: in Italia, il RdC non ha veri oppositori, il problema è che i grillini non lo vogliono applicare veramente.

Sul piano teorico, il RdC, nella sua versione ideale, è difeso in particolare dagli economisti della scuola keyensiana. Secondo loro, questo strumento sostiene la domanda aggregata, la crescita e l’occupazione. I più radical, quelli che strizzano l’occhio a Marx, aggiungono che favorisce anche l’emancipazione dal lavoro salariato.

In questo articolo sostengo invece che il RdC non solo non può realizzare questi obiettivi ma finisce in realtà per andare in direzione opposta: aggravando la crisi, sviluppando il liberismo e accelerando i processi di precarizzazione del lavoro e di mercificazione della società.

Inizio inquadrando la proposta del Movimento 5 stelle nel dibattito teorico e mostrando i veri obiettivi perseguiti da questa forza politica. Contrariamente ai difensori dell’universalismo, argomento che le differenze tra la proposta di Di Maio & co e il modello ideale di RdC non depongono veramente a favore del secondo.

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pandora

La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale

Il caso italiano

di Adriano Cozzolino

transizione neoliberale 640x315Tra la fine degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il patto sociale come configuratosi all’indomani della seconda guerra mondiale – basato su un sostanziale equilibrio nei rapporti tra le due principali forze sociali, il Lavoro e il Capitale – entra definitivamente in crisi. Il superamento della costituzione materiale del secondo dopoguerra segna il passaggio dal paradigma keynesiano – caratterizzato da politiche fiscali espansive, una forte dimensione pubblica dell’economia, la regolazione del sistema finanziario, tassazione progressiva e una tendenza espansiva dei diritti della classe lavoratrice e dei diritti sociali – all’ordine neoliberale.

Le cause della crisi del Keynesismo sono diverse e di diversa natura (Bellofiore, 2001). Crisi petrolifera e comparsa della stagflazione, crisi del meccanismo di accumulazione del capitale, crisi fiscale dello Stato (O’Connor, 1973), un’alta conflittualità sociale e la reazione politico-ideologica delle classi proprietarie sono alcuni tra i fattori che ci aiutano a comprendere i caratteri del mutamento. Il nuovo paradigma neoliberale, concepibile come risposta globale alla crisi della politica economica keynesiana, inaugura politiche che invertono il segno social-democratico delle decadi precedenti: liberalizzazione dei tassi di cambio e dei movimenti dei capitali finanziari, ridefinizione della tassazione in senso meno progressivo, deflazione salariale e, più in generale, ‘flessibilizzazione’ del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e ruolo centrale dei mercati e della cultura aziendalista (Saad-Filho, 2010). Inoltre, come mostrato da diversi autori (su tutti Thomas Piketty, 2014), è a partire da questo momento che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito iniziano a crescere.

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carmilla

Le due facce della modernità secondo Robert Kurz

di Paolo Lago

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di S. Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, pp. 210, € 18,00

pifferaio magicoGià da diversi anni un gruppo di studiosi, dediti alla diffusione delle idee della critica radicale degli autori tedeschi raccolti attorno alle riviste “Exit” e “Krisis” (fra i quali si può ricordare non solo Robert Kurz ma anche Ernst Lohof o Norbert Trenkle), sta operando con passione per tradurre e diffondere in Italia diversi testi di tali autori. Samuele Cerea è uno di questi, il quale – assieme a Massimo Maggini e Riccardo Frola – da anni si dedica alla cura e traduzione delle opere di questi autori tedeschi. Non possiamo perciò che essergli grati (ed essere grati all’opera di diffusione portata avanti da questi appassionati, grazie anche alla rivista online “L’anatra di Vaucanson”) per la recente traduzione, per i tipi di Mimesis – editore presso il quale sono precedentemente usciti anche altri testi di tali autori – del saggio di Robert Kurz intitolato Il collasso della modernizzazione (Der Kollaps der Modernisierung), uscito in Germania nel 1991. Kurz è infatti un autore fondamentale per comprendere le contraddizioni della modernità e della contemporaneità, uno studioso che purtroppo è stato spesso trascurato o incompreso. Prematuramente scomparso nel 2012, Kurz è uno dei fondatori della rivista e del gruppo tedeschi “Krisis” e, successivamente, fautore della scissione del gruppo “Exit”. Fra le opere più significative degli autori del Gruppo Krisis è doveroso ricordare il Manifesto contro il lavoro, uscito nel 1999 e, nel 2003, in traduzione italiana per “DeriveApprodi” [su Carmilla].

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