Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

pierluigifagan

Complessità, società adattativa e sistemi di pensiero

di Pierluigi Fagan

Questo articolo non affronta nessuna questione d’attualità stretta, ma questioni di ciclo storico che si misurano col metro della lunga durata

756765 n1Consapevoli o meno, noi pensiamo entro i limiti di un determinato sistema di pensiero[1]. I sistemi di pensiero hanno diversi obblighi, quattro principali: 1) debbono tener fissi una serie di presupposti ed al limite muovere tutto il resto che li compone; 2) debbono mantenere una coerenza interna anche approssimata, di modo da non produrre troppe contraddizioni o troppo gravi o troppo a lungo; 3) sebbene ognuno di noi abbia il suo sistema di pensiero, questo è in genere una variante o un personale assemblaggio di sistemi impersonali condivisi da più individui. Credenze, religioni, ideologie, culture sono appunto sistemi impersonali condivisi; 4) i sistemi di pensiero debbono in qualche modo riferirsi al “fuori di noi”, realtà o mondo che dir si voglia. Riferirsi significa che il sistema di pensiero aiuta a categorizzare, giudicare, collegare, archiviare fatti, nella sua funzione passiva, significa pensare, progettare ed ordinare l’azione nel mondo, nella sua funzione attiva. Al decisivo cambiamento dei tempi, della realtà e del mondo umano, consegue un radicale cambiamento nei sistemi di pensiero. Il termine “radicale” qui significa che cambiano i presupposti ed a cascata l’intero sistema.

Quelli che abbiamo chiamato “presupposti” possiamo anche dirli “principi”. Qual è il principio che ha ordinato il sistema di pensiero moderno, sin dalla sua prima formazione cinque secoli fa[2]? Non sembra esserci un termine-sintesi efficace da poter opporre in risposta alla domanda. Il più accettato nel mondo dello studio è il termine “disincanto” proposto da M. Weber[3].

0
0
0
s2sdefault

losguardo

1917-2017: effetti della guerra, effetti del neoliberismo

di Augusto Illuminati

3027301 kuF U1050421655520H0E 700x394LaStampa.itIl 1917 di Martov fu singolare e ne derivò una lettura minoritaria, complessivamente erronea, ma a tratti acuta e presaga della rivoluzione. Martov (Julij Osipovič Cederbaum, Costantinopoli 1873-Schönberg 1923), dopo essere passato da Odessa a Pietroburgo per sfuggire ai pogrom, si era avvicinati al marxismo e fu arrestato per la prima volta nel 1892, esiliato a Vilna, in Lituania, dove contribuisce alla costituzione del Bund (Unione generale dei lavoratori ebrei). Ritornato a Pietroburgo, fonda insieme a Lenin, l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia: nel 1896 vengono entrambi esiliati in Siberia. Contrae la tubercolosi, come la maggior parte dei carcerati di epoca zarista, e non ne guarirà mai. Nel 1898 confluiscono nel riorganizzato Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e fondano, con Plechanov e Vera Zásulič la rivista «Iskra». Nel 1903 redazione e Posdr si spaccano in due tendenze: Lenin è alla testa di quella maggioritaria (bolscevica), Martov di quella minoritaria (menscevica). Nel 1905 Martov oscilla fra una rivoluzione popolare non compromessa con gli elementi borghesi e la partecipazione a una coalizione con la borghesia liberale (i cadetti). Nel 1914 si oppone alla guerra imperialista, avvicinandosi a Lenin e Trockij e partecipando alle conferenze internazionaliste di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916).

0
0
0
s2sdefault

euronomade

Soviet: dentro e oltre il “secolo breve”

di Toni Negri

E' stato pubblicato il nuovo fascicolo della South Atlantic Quarterly, vol. 116, n.4 – October! To commemorate the Future – numero curato da Michael Hardt e Sandro Mezzadra e dedicato a riflessioni sul tempo attuale alla luce della Rivoluzione. Dopo l’introduzione dei curatori [qui] e il testo di G. Amendola [qui], pubblichiamo, grazie alla cortese autorizzazione della rivista e dell’editore, il testo di T. Negri. Concluderemo infine le pubblicazioni con il testo di M. Hardt – EN

potemkin9 10301. Chiunque affronti il problema della democrazia in termini marxisti – alla ricerca cioè di un potere costituente a misura della classe lavoratrice – si trova di fronte al rapporto storico tra struttura oggettiva del processo economico e dinamica soggettiva della decisione. Quest’ultima non sarà qui interpretata alla maniera della scienza politica classica e cioè come elemento puntuale, drammatico, e evenemenziale di innovazione istituzionale bensì come processo, insieme, di destituzione del vecchio potere ed espressivo di un constituency da parte del soggetto rivoluzionario. Se vogliamo capire come questo processo non si risolve semplicemente in un “momento” – che esso cioè non è un’ “eccezione” ma piuttosto un’ “eccedenza” – possiamo assumere un punto di vista “genealogico”, alla Foucault, meglio un “punto di vista di classe”. Così lo chiamavano gli “operaisti” quando descrivevano, preparavano e costruivano un processo rivoluzionario nella prospettiva della realizzazione di una tendenza, gestita dalle lotte di classe operaia ed interpretata da un soggetto che ne pone in atto l’organizzazione. È d’altronde il metodo de Il Principe – ma il soggetto non è evidentemente lo stesso nell’indagine che sviluppiamo: qui il soggetto è la classe operaia russa nel periodo nel quale si forma nei soviet, si organizza nel partito e sviluppa la sua lotta tra il 1905 e il 1917 – e poi dissolve, nel “secolo breve”, le sue originali istituzioni nella gestione socialista del capitale. Quindi, la prima domanda da porsi è quale fosse la struttura della classe operaia russa, meglio, la composizione che ne ha permesso questo sviluppo.

0
0
0
s2sdefault

contropiano2

La rivoluzione in Occidente e la guerra di posizione

Per un nuovo paradigma della rivoluzione oggi e qui

di Raul Mordenti

Gramsci2 720x3000. Ringrazio molto gli organizzatori non solo per l’invito ma specialmente per il tema che mi è stato assegnato: “La rivoluzione in Occidente”.

Forse, è ora che ne parliamo e che – soprattutto – ci pensiamo, e ci pensiamo seriamente. Io credo che la fase storica che viviamo, la fase della crisi del capitale globalizzato e, dunque, della fine di ogni possibile tratto egemonico del capitalismo (una fine ben rappresentata dalla persona stessa di Trump) ci spinga, ci costringa ad una simile riflessione sulla rivoluzione, cioè su come l’umanità associata possa fuoruscire dal capitalismo prima che il capitalismo metta in atto la catastrofe globale che porta nel suo seno.

Insomma, non è più il tempo del sensato consiglio che – a quanto si dice – risale a Togliatti: “Alla rivoluzione bisogna pensarci sempre e non bisogna nominarla mai”.

No, ora è il tempo di pensarla e di nominarla, di nominarla per poterla pensare, e viceversa di ripensare concretamente la rivoluzione, fuori dalla nostalgia e dai dogmatismi, per potere tornare a nominarla, fra le masse, facendone la nostra forza (d’altronde – forse non ce ne rendiamo conto abbastanza – è la proposta concreta della rivoluzione la vera e la sola forza dei comunisti).

0
0
0
s2sdefault

pierluigifagan

Il destino degli Europei

di Pierluigi Fagan

l uomo davanti alla complessita del mondo il 1000052 1La definizione di “europei” è geo-storicamente, notoriamente, precaria. Ma, per quanto precaria come ogni definizioni di “popolo-nazione”, concetto che ha spesso bordi sfuggenti[1], ha senso in posizioni comparative. Si constata l’esistenza dell’europeo quando lo si mette accanto al non europeo. Al suo interno, il sistema europeo, risulta dotato di molti sottosistemi ognuno con all’interno un sottosistema che a sua volta ha un sottosistema e così via. Al secondo livello, dopo gli “europei” e prima di arrivare alle “nazioni”, si trovano le grandi famiglie storico-culturali che sono per lo meno quattro: gli europei del nord che includono anglosassoni, germani e scandinavi; gli europei del sud-ovest che includono francesi, iberici, italici e greci (i franchi erano popoli appartenenti sia a questo sistema ed in parte al precedente) detti “greco-latino-mediterranei”; gli europei del nord-est (polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi e baltici) e quelli del sud-est i balcanici, bulgari e rumeni. Due di queste aree sono storicamente attratte dal fuori del sistema europeo: gli anglosassoni che hanno avuto storica propensione atlantica e comunque in generale “oceanica”; l’area del sud-est bulgara-rumena-moldava che è contigua all’Ucraina e quindi all’area ponto-russa e quella balcanica dove si mischiano popolazioni ortodosse (Montenegro, Macedonia, Serbia) cattoliche (Slovenia e Croazia) e musulmane (Bosnia Erzegovina, Albania), dove la dominazione ottomana ha lasciato impronte durevoli data una presenza in loco per più di cinque secoli.

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Lo Spettacolo tra nuovi media e valorizzazione

di Raffaele Sciortino e Steve Wright

icone politiche museo archeologico mantovall capitalismo è un sistema di relazioni che vanno dall'interno verso l'esterno,
dall'esterno verso l'interno, dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto.
Tutto è relativo, tutto è in catene.
Il capitalismo è una condizione sia del mondo che dell'anima
(Franz Kafka, in Janouch 1971,151–2).

Gli anni Sessanta sono stati un laboratorio di rivolta sociale diffusa e innovazione teorica. È passato mezzo secolo da quel decennio che ha visto, tra l'altro, apparire alcuni testi chiave volti a decifrare la natura delle moderne relazioni sociali capitalistiche. Operai e capitale di Mario Tronti e, seppure assai diversi, la raccolta francese Lire le Capital e il testo di Jacques Camatte sul Sesto capitolo inedito del Capitale sono stati da allora fonti di ispirazione nello sforzo di comprendere il capitale e il modo migliore per distruggerlo. In termini di ampio impatto immediato, tuttavia, il posto d’onore spetta certamente a La Sociétè du Spectacle di Guy Debord, un libro tradotto in una dozzina di lingue nel periodo immediatamente successivo al Maggio francese. La società dello spettacolo è un testo che continua ad affascinare, non da ultimo nell'era di Internet. Né può essere una coincidenza se, caduti nell’ombra con la sconfitta dell'ondata di lotte internazionali post-1968, Debord e i suoi compagni situazionisti sono stati riscoperti proprio negli anni Novanta, un decennio segnato sia dal crollo del socialismo reale sia dall'ascesa del World Wide Web.

0
0
0
s2sdefault

losguardo

Un percorso nella filosofia politica di Lenin tra classe, partito e Stato

di Marco Riformetti

Mano invisibile della rivoluzione 1 500x5501. La Rivoluzione

Quello tra Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre è un legame molto profondo:

Se Marx fosse morto senza aver partecipato alla fondazione della Prima Internazionale egli sarebbe sempre Marx. Se Lenin fosse morto senza aver potuto costruire il Partito Bolscevico, senza aver potuto dispiegare la propria guida nella rivoluzione del 1905 e, più tardi, in quella del 1917, senza aver potuto fondare l’Internazionale Comunista, non sarebbe stato Lenin1.

Ma il legame di Lenin con la rivoluzione oltrepassa il crocevia storico e politico dell’Ottobre. Anche quando sembra lontanissima, la rivoluzione è sempre il punto di riferimento costante rispetto al quale Lenin misura ogni scelta

Proprio l’attualità della rivoluzione, che è l’idea fondamentale di Lenin, è anche il punto che lo collega decisivamente a Marx. Poiché il materialismo storico, come espressione concettuale della lotta di liberazione del proletariato, poteva essere afferrato e formulato teoricamente solo in quel determinato momento storico in cui la sua attualità pratica fosse venuta all’ordine del giorno della storia2.

Tutta la riflessione di Lenin è infatti concentrata su un punto apparentemente semplice eppure denso di significato: il compito dei rivoluzionari è ‘fare la rivoluzione’, agire per fare avanzare il processo rivoluzionario. E questo, tanto che la rivoluzione sia ‘all’ordine del giorno’, tanto che la rivoluzione appaia lontana, come spesso era accaduto nei lunghi giorni del confino e dell’esilio.

0
0
0
s2sdefault

losguardo

Lenin e le trappole della politica assoluta

di Giso Amendola*

923fd7cb87d4ceab681199f889963bb6Ci sono molti modi per mancare il confronto con Lenin al quale il centenario del 1917 vorrebbe chiamarci. Il primo è quello di assorbire Lenin dentro una oziosa linea di continuità con tutta l’esperienza sovietica, e farne l’origine del fallimento del socialismo reale. Strada privilegiata dalla gran parte del pensiero politico liberale: Lenin qui è il nome di un processo storico lineare e necessitato che conduce dal 1917 al 1989, senza alcuna soluzione di continuità. Non è mai mancato, per la verità, alla costruzione di una tale pretesa di omogeneità del corso storico, il contributo di alcuni marxisti, per cui la tragedia segreta del socialismo reale andrebbe fatta risalire direttamente a Lenin, e quindi, dopo il 1989, non resterebbe che produrre un’improbabile cesura antileninista che salvi un ipotetico Marx in purezza da qualsiasi successivo ‘leninismo’.

Del resto, la stessa pretesa continuità, lo stesso riassorbimento del ‘momento Lenin’ all’interno di un unico processo storico necessitato, si riscontra, se solo se ne rovesci il segno, nell’apologetica staliniana, cui si deve l’invenzione di un leninismo inteso esattamente come ricostruzione di un’Origine della rivoluzione del tutto funzionale alla legittimazione dello Stato sovietico come si andrà costituendo in seguito.

0
0
0
s2sdefault

operaviva

Il ritorno delle istituzioni

di Antonello Ciervo

Su alcuni ambigui strumenti per cambiare il presente

Mancini 06 Senza titolo fucili resistenza 01 1000x601La terza legge della dinamica sembrerebbe l’unico strumento che abbiamo a disposizione per descrivere quanto è accaduto nel corso degli ultimi due decenni in Italia: se è vero, infatti, che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, possiamo dire che questo assunto si adatta perfettamente alla riscoperta, nel dibattito pubblico, del ruolo e dell’importanza del diritto, soprattutto alla luce della degenerazione della politica nostrana. Un ventennio di processi berlusconiani ha reso l’opinione pubblica edotta di una serie di tecnicismi (dalla prescrizione, passando per la ricusazione del giudice naturale per legittimo sospetto, fino alle immunità extra-funzionali, oggetto di tanti piccoli e grandi lodi ad personam, oltre al cosiddetto «utilizzatore finale» di olgettiniana memoria), tecnicismi che fino a pochi anni fa erano appannaggio soltanto degli specialisti del processo penale. La legislatura che volge al termine, invece, ci ha reso dei veri e propri esperti di diritto parlamentare, visto che non si è parlato altro che di «canguri», fiducie su maxi-emendamenti governativi,«franchi tiratori», verifica del numero legale e richiesta di voto segreto in Aula. Il culmine lo si è toccato però l’anno scorso quando, in concomitanza con il referendum del 4 dicembre, i salotti televisivi e le pagine dei giornali venivano invasi da costituzionalisti di ogni sorta e di ogni età , pronti a spiegare alla povera pensionata di turno, digiuna anche delle nozioni minime di diritto pubblico, l’inutilità e il danno dell’esistenza del Cnel per l’umanità.

0
0
0
s2sdefault

effimera

Il comune ostaggio del capitale

Recensione a “Economia politica del comune” di Andrea Fumagalli

di Federico Chicchi

Economia politica comune COP DEF1Potrebbe sembrare forse azzardato, ma credo sia possibile sostenere che non esiste un solo e unico modo per descrivere il capitalismo. Non intendo in generale, altrimenti sarebbe ovvio, ma anche quando condividiamo, per linee generali, una prospettiva che voglia dirsi autenticamente marxiana. In altre parole, anche se partissimo da uno stesso paradigma molti sarebbero gli elementi teorici che possono, a tal fine, essere selezionati a scapito di altri. Il problema deve allora essere collocato a un altro livello: la questione in gioco non è infatti quella di riuscire a costruire uno schema teorico coerente e accurato sul funzionamento del capitalismo, ma accordare quella stessa astrazione teorica in modo che sia in grado di determinare una trasformazione della realtà capitalistica stessa. Economia politica del comune (DeriveApprodi, 2017) l’ultimo libro di Andrea Fumagalli, lavora alla perfezione dentro questa tensione irrinunciabile. Nel testo si dispongono infatti, in modo sinergico, diversi strati di riflessioni che spostano continuamente in avanti l’analisi teorica fino a portarla al cospetto della prassi – e in modo ancor più prezioso, quest’ultima (la riflessione sulla pratica politica) segue contemporaneamente l’andamento inverso. L’organizzazione stessa del volume, il suo indice, ci dice qualcosa di questa sua prima e fondamentale qualità metodologica.

0
0
0
s2sdefault

micromega

Tra Gramsci e Sraffa, il sodalizio fra due comunisti indisciplinati

di Sergio Cesaratto

9788832821697.1000La figura di Piero Sraffa è perlopiù sconosciuta al grande pubblico italiano, persino a quello più colto; appena più fortunata è la figura di Antonio Gramsci. Eppure si tratta di due degli studiosi sociali più straordinari – i più straordinari – che il nostro Paese può vantare nel ventesimo secolo. Il volume di Giancarlo De Vivo (Nella bufera del Novecento – Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Castelvecchi, 2017) apre una serie di squarci sull’interazione intellettuale, politica e umana che si stabilì fra i due nei frangenti drammatici del novecento, come recita l’azzeccato titolo. Il libro non si rivolge solo ad accademici e “specialisti”, ma è di grande interesse per ogni lettore colto.

Gramsci e Sraffa si conobbero, com’è noto, nella Torino dell’immediato primo dopoguerra, entrambe allievi di Umberto Cosmo (come Terracini e Togliatti). I periodi di più intenso colloquio furono dunque quello torinese (1919-1921) e quello romano (1924-1926). Ma mai si interruppe il filo, neppure nel periodo 1921-24 in cui prima Sraffa (a Londra) e poi Gramsci (a Mosca) furono assenti dall’Italia. Da Londra Sraffa continuò a collaborare all’Ordine Nuovo. Dopo l’arresto di Gramsci nel novembre 1926 Sraffa funse da collegamento con il Partito comunista in esilio. Sino alla concessione della libertà condizionale nel 1934 Sraffa poté purtroppo incontrare Gramsci solo una volta nel 1927, mentre la corrispondenza poté svolgersi solo in maniera indiretta attraverso la cognata del prigioniero, Tatiana Schucht.

0
0
0
s2sdefault

micromega

Capitalismo finanziario, diritti umani e conflitto sociale

di Alessandro Somma

9788842823803 0 0 0 75Alain Touraine, il decano dei sociologi francesi a cui si deve l’espressione “società postindustriale”, ha dedicato i suoi ultimi libri alla disgregazione della società industriale e ai conflitti che caratterizzano quanto viene definita “epoca postsociale”: l’epoca non più governata dalla dimensione socio economica dei problemi, bensì da quella etico individuale. Ne “La fine delle società” ha analizzato il capitalismo finanziario e il suo ruolo nella crisi delle principali istituzioni politiche e sociali: dallo Stato alla famiglia, passando per i sindacati e i diversi sistemi di protezione e controllo sociale (La fin des sociétés, 2013). Con “Noi soggetti umani” ha sottolineato la necessità di riscoprire i diritti umani per contrastare il capitalismo finanziario attraverso un rigurgito etico individuale (Nous, sujets humains, 2015). Infine, ne “Il nuovo secolo politico” ha riflettuto sul modo di affrontare i grandi temi che monopolizzano il dibattito pubblico: dalla questione nazionale a quella religiosa, passando per la lotta al terrorismo e la sfida ambientale (Le nouveau siècle politique, 2016).

Il secondo volume, un libro a cui l’autore afferma di sentirsi “più vicino che a tutti gli altri”, è da poco uscito in traduzione italiana (Noi, soggetti umani, trad. M.M. Matteri, Il Saggiatore, 2017, pp. 308). Offre l’occasione per una sintesi del pensiero di Touraine sul modo di reagire ai guasti prodotti dalla globalizzazione, e per valutarlo alla luce delle dinamiche che caratterizzano la costruzione europea.

0
0
0
s2sdefault

altronovec

Il populismo russo: percorsi carsici

di Pier Paolo Poggio

size1Nel lessico politico della sinistra populismo è parola bollata negativamente, su ciò concordano le due principali correnti intellettuali e di pensiero politico dell’Otto e del Novecento, quella liberale e quella marxista. Anche in un contesto profondamente diverso dal nostro, quale quello americano, le cose non cambiano: i liberali e i progressisti individuano nel populismo il loro peggiore nemico; rimando in proposito al libro fondamentale, anche se discutibile, di Christopher Lasch, Il paradiso in terra. Populista è stato considerato il fascismo, così come il nazismo, nonché il comunismo sovietico, ovviamente il peronismo, le dittature sudamericane, ma anche Bossi e Berlusconi sono etichettati come populisti (io stesso ho curato una raccolta di saggi intitolata Dal leghismo al neopopulismo).

Secondo Lasch sono le ideologie del progresso che individuano nel populismo l’avversario da sconfiggere; la posta in gioco riguarderebbe la modernizzazione, con il libero dispiegarsi della lotta di classe, la differenziazione del popolo in classi e lo sviluppo di una produzione ideologica e anche letteraria, capace di rappresentare il pieno avvento della modernità, la sconfitta dei provincialismi, dei regionalismi, di ogni forma di localismo. Forse qualcuno ricorderà il libro di Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo (1965).

0
0
0
s2sdefault

scienzaepolitica

Tempo, ordine, potere

Su alcuni presupposti concettuali del programma neoliberale

di Maurizio Ricciardi

Il saggio sostiene che, nonostante le significative trasformazioni successive, un momento ordoliberale agisca all’interno del programma neoliberale. L’ordoliberalismo stabilisce una specifica antropologia politica fondata sulla centralità dell’agire economico e su una temporalità a-rivoluzionaria che valoriz- za la continuità normativa della tradizione. Anche contro le specifiche configurazioni che lo Stato può assumere, in particolare di quella democratica, esso punta inoltre sulla costante riattivazione di un politico inteso come decisione fondamentale in favore dell’economico

MODERNISMO 01 INED21«Die Gefahren des Chaos sah er nicht»1.

1. Ordine e sistema

Il programma neoliberale si costruisce attorno al concetto di ordine. La frequenza del termine e la sua densità concettuale sono tali che dall’ordoliberalismo tedesco fino al compiuto neoliberalismo di Friedrich A. von Hayek è cosa ovvia affermarne la rilevanza2. Il programma neoliberale nasce dalla percezione di uno scacco epocale che va ben oltre la reazione alla crisi economica degli anni Trenta, che viene derubricata a conseguenza comprensibile delle normali dinamiche economiche3, mentre viene messo in primo piano lo stallo consolidato del progetto settecentesco di egemonia della libertà individuale. Questa diagnosi complessiva si accompagna in Germania alla dichiarazione di fallimento del «laboratorio borghese»4 che aveva dato forma alla politica tedesca nel XIX e nei primi decenni del XX secolo. Quel laboratorio, nel quale la scienza tedesca agiva da fattore costituzionale, viene ora abbandonato, perché non viene più considerato in grado di produrre mediazioni politiche e sociali all’altezza delle tensioni che attraversano la società. L’«eredità fallimentare dell’epoca borghese» deve essere rifiutata perché il suo patrimonio è stato accumulato sotto il segno dello storicismo, che ha prodotto un «fatalismo» politico che porta a compromettersi con ogni emergenza sociale, riconoscendole comunque una legittimità storica.

0
0
0
s2sdefault

tysm

Sinistra senza popolo

L’onda populista (e il fallimento delle élite) secondo Luca Ricolfi

di Damiano Palano

populismoNel suo recente Non è una questione politica (Italosvevo, pp. 67, euro 10.00) Alfonso Berardinelli si pone un interrogativo sulla scelta di adottare il termine «populismo» per indicare quegli attori che negli ultimi due decenni hanno sfidato i partiti tradizionali. «Mi chiedo da anni chi è che ha deciso di chiamare ‘populismo’ ogni fenomeno politico che incontra il favore crescente dei cittadini», scrive infatti il critico (affrontando un nodo che, a dispetto del titolo del volumetto, è ovviamente ‘politico’). E la risposta che suggerisce è molto semplice: «Ho detto ‘mi chiedo’. Invece c’è poco da chiedersi, perché si sa già. Da quasi un quarto di secolo una sinistra che ha perso il ‘senso della storia’ (per dirla con una sua vecchia formula), che ha perso la sintonia con quanto avviene nelle nostre società e coccola invece le minoranze snob prendendo per diritti i loro desideri, se la prende con la volgarità del ‘popolo’» (p. 16). E, in termini ancora più espliciti, ciò significa per Berardinelli che la sinistra non rappresenta più quelle classi sociali di cui era stata (o aveva preteso di essere) il principale referente.

0
0
0
s2sdefault