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blackblog

La sinistra, i "gilet gialli" e la crisi della forma soggetto

Note a proposito di un movimento in atto

di Clément Homs

FB IMG 1543702058280892451 - Decomposizione del capitalismo e crisi della forma soggetto: Gilet gialli, ideologie di crisi e populismo produttivo trasversale

I gilet gialli che si sono mossi per bloccare le rotatorie, le autostrade, o gli accessi alle zone commerciali - così come è avvenuto per altri movimenti sociali - esprimono fondamentalmente parte di quella multiforme esperienza negativa derivante dalle sofferenze sociali che il processo della valorizzazione in crisi, e la fine della congiuntura che, nel quadro di un «capitalismo inverso» (Trenkle & Lohoff, 2014), può continuare solo grazie al gonfiaggio del capitale fittizio infliggono agli individui rimasti intrappolati nella forma soggetto.

La questione della tassa sui combustibili fossili, vale a dire questa dimensione «anti-fiscale» del movimento dei gilet gialli, è solo apparentemente il motivo dell'azione, perché anche se questo contenuto ideologico non è affatto banale, e ci dice già molto della maniera in cui viene soggettivizzata la «blindatura» del soggetto moderno in crisi che reprime la propria determinazione politico-statale per credere di poter camminare senza stampelle, non è altro che la superficie dell'iceberg dei gilet gialli. Se questo obiettivo anti-tasse esprime già una forma di auto-rappresentazione del soggetto moderno adeguata alla «fine della politica» (Robert Kurz) e alla de-nazionalizzazione dello Stato, e costituisce quindi una delle forme di espressione del soggetto di crisi (homo oeconomicuis forever!), cosa che rende anacronistico ogni raffronto fra i gilet gialli e le rivolte fiscali premoderne dal XV al XIX secolo (cosa che invece non sembra capire Gérard Noiriel nel suo testo «Les gilets jaunes et les leçons de l'histoire» [**1], questa faccenda delle tasse è solo la goccia che fa traboccare il vaso di un'esperienza negativa ancora più vasta di quelle che sono le sofferenze sociali inflitte dalla relazione feticista-capitalista in crisi. Quello che i gilet gialli pongono, al di là della tassa sui prodotti energetici, è la questione più globale del calo del potere di acquisto.

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senso comune

La sinistra dopo la sinistra

di Raffaele Cimmino

populismo sinistraScrive Alex Honneth: “E’ dalla fine della seconda guerra mondiale che non si registrava un’indignazione popolare di tale entità, alimentata dalle dinamiche sociali e politiche innestate dalla globalizzazione dell’economia … stante il disagio crescente è come se venisse a mancare la capacità di pensare a qualcosa in grado di spingersi oltre l’esistente, di immaginare una realtà sociale oltre il capitalismo. La divaricazione tra sdegno esperito e una qualsivoglia aspettativa futura e lo svincolamento della protesta da ogni visione di un possibile miglioramento è un fenomeno effettivamente nuovo nella storia delle società moderne a iniziare dalla Rivoluzione francese”(1).

La presa d’atto di questo stato di cose è il livello minimo dal quale fare ripartire ogni riflessione e ogni possibile rifondazione, se si passa il termine, della sinistra nello spazio nazionale e in quello europeo. Ma non si avanza di un passo né sulla questione della crisi della sinistra né nel contrasto alla destra se non si affronta la questione cruciale che affonda tutta ancora nei ruggenti anni ’90 – e in verità anche prima. Per dirne una, la globalizzazione, che per i suoi cantori di sinistra sembrava un processo progressivo e inarrestabile. Aver assunto questo polo discorsivo ha lasciato del tutto sguarniti davanti alla de-globalizzazione, o globalizzazione nazionalista, che ha la sua espressione più visibile nella presidenza Trump e nella guerra dei dazi in corso.

Finita la fase ascendente della liberalizzazione globale, che doveva portare ovunque la democrazia e decretarla “fine della storia”, si assiste al ritorno alla luce del sole di conflitti per il controllo del mercati e dei flussi di merci, mentre la rivoluzione digitale apre la prospettiva della cancellazione di milioni di posti di lavoro, non sostituibili se non cambia il modello di sviluppo. Tutto dice che siamo non più soltanto ai prodromi di una transizione egemonica da Occidente e Oriente: le rumorose farneticazioni di Trump e il silenzioso lavorìo della leadership cinese sono manifestazioni eloquenti(2).

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linterferenza

Aprire la storia

di Antonio Martone

Recensione a: Fabrizio Marchi, Contromano. Critica del politicamente corretto, Zambon 2018

maxresdefault097587In un tempo in cui vengono stampati testi, nel migliore dei casi, di mera erudizione o atteggiati in maniera filosoficamente storiografica, il libro di Fabrizio Marchi segna uno scarto patente quanto potente.

Fin dalla modalità espressiva, per nulla accademica ma anzi costruita sulla base di scandagli di pensiero puntuali e concretissimi, si comprende assai chiaramente che il volume intende porsi come un documento di rottura. Insomma, abbiamo a che fare con un libro che non nasconde di voler essere interferente e contromano – appunto – rispetto al mainstream del pensiero e della prassi politica contemporanea.

In quale maniera, pertanto, Marchi intende manifestare il proprio essere eretico? Quali sono gli argomenti sulla base dei quali l’A. si spinge a sostenere la sua eterodossia rispetto all’ortodossia del nostro tempo, smascherandone così la falsa coscienza e mettendo a nudo le sue contraddizioni? E, preliminare a tutto ciò, che cosa afferma oggi il pensiero e la prassi politica dominante?

L’intero scenario politico contemporaneo, per Marchi, dal sovranismo di destra, al liberal-capitalismo interclassista e multinazionale di sinistra, appare all’A. diviso soltanto su fatti marginali e contingenti, poiché in realtà esso condivide fortemente i valori e gli obiettivi fondamentali, ossia l’appartenenza indiscutibile e a-problematica all’orizzonte del mercato capitalistico e all’attuale strutturazione delle classi.

Mentre in altre fasi storiche del capitalismo occidentale la triade Dio, Stato e famiglia costituiva un punto di riferimento fortissimo e, di fatto, con quella triade ideologica, il potere aveva assolto assai bene la sua funzione di “verità/sapere, oggi quella triade non appare più consona alla mutata condizione storica. Il capitalismo – è noto a tutti – costituisce una struttura mobile che deve la sua forza fondamentale alla capacità spregiudicatamente metamorfica. La triade di un tempo, così, si è mutata in altre parole d’ordine, finalmente adatte al contemporaneo.

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tempofertile

Jean-Claude Michéa, “L’impero del male minore”

di Alessandro Visalli

surrealismo 2Questo importante, ed estremamente denso, libro di Jean-Claude Michéa parte da una conferenza del 2007 e viene portato a compimento nello stesso anno. Si tratta di un insieme di saggi brevi sulla “civiltà liberale” che compiono un esercizio di storia ricostruttiva delle idee strettamente ed indissolubilmente intrecciata ad un giudizio sulla contemporaneità. Come più volte Michéa ricorda, nessun autore del XVII secolo, o del XIX, sarebbe d’accordo con questa analisi, la vedrebbe in effetti come una perversione di una teoria che voleva ottenere altro. Ma è proprio questo il punto del nostro: la perversione, ovvero gli effetti radicalmente de-socializzanti della forma sociale liberale, è nella matrice originaria per come si è dispiegata nel suo sviluppo storico.

Michéa definisce il suo lavoro sulla base di una scelta che potrebbe essere intesa come idealista[1], o come anti-materialista: per lui è il progetto filosofico liberale, scaturito da uno specifico ambiente storico, ad aver portato alla sua ‘realizzazione logica’, ovvero alla verità secondo il suo concetto, nella società moderna. E quindi è questo ad essere l’agente decisivo del movimento storico che ha trasformato, e continua a trasformare le società, conducendole alla modernità.

L’economia è invece letta da Michéa, secondo la lezione di Polanyi[2], non come fondamento e sfera separata della società, tanto meno dipendente dallo sviluppo della tecnologia o delle ‘forze produttive’[3], ma incorporata nelle condizioni ideologiche, negli ideali sociali.

Naturalmente la filosofia liberale, nella forma storica che gli è stata attribuita originariamente da Adam Smith, Ferguson, Bastiat, Locke, etc., non aveva come intenzione di produrre la società moderna realmente esistente, con tutti i suoi effetti dissolventi il legame sociale e la sua contraddizione interna, ma ne è stato l’effetto secondo la logica del suo principio[4].

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marx xxi

"Il totalitarismo liberale". Presentazione

di Alessandro Pascale

pascale totalitarismoliberaleÈ in uscita a inizio a dicembre 2018 “Il Totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale”. Si tratta del primo volume della collana Storia del Socialismo e della Lotta di Classe, edita da La Città del Sole e curata dal sottoscritto. Per offrire una presentazione complessiva dell'opera si riporta il seguente file dove è possibile trovare i contenuti delle prime pagine del libro, comprendenti l'Indice, la Dedica, l'Introduzionemetodologico-politica, sempre dall'Introduzione, Il paradigma totalitario e il revisionismo storico, la presentazione della collana Storia del Socialismo e della Lotta di Classe” e le indicazioni per acquistare il libro in prevendita e sostenere la raccolta fondi predisposta per finanziare la collana. Qui di seguito si riportano l'Introduzione metodologico-politica e Il paradigma totalitario e il revisionismo storico.

* * * *

Introduzione metodologico-politica

Il 15 dicembre 2017, grazie all'ausilio fondamentale di diversi collaboratori, pubblicavo sul sito www.intellettualecollettivo.it il saggio A cent'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo. Dopo soli 6 mesi circa 2000 persone avevano scaricato l'opera, messa a disposizione gratuitamente in un non comodissimo formato di due file pdf. Mentre le principali forze politiche erano impegnate nella campagna elettorale delle elezioni politiche del marzo 2018, cominciavano presto ad arrivare i primi ringraziamenti privati, i complimenti e gli attestati di omaggio all'opera, di cui continuavano a dare notizia solo pochi canali mediatici, alcune testate di informazione “militanti” presenti con crescente successo sul web (l'associazione politico-culturale Marx21, il giornale comunista online La Città Futura, il portale Resistenze.org curato dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare) [1].

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labottegadelbarbieri

Un ricordo di Samir Amin

di Giorgio Riolo (*)

Il marxismo di Samir Amin e il progetto di emancipazione per i popoli delle periferie del mondo

bourdain cuba no reservations.0Samir Amin rientra tra coloro i quali più si sono attenuti alla feconda interazione e al reciproco sostanziarsi di teoria e storia, di astratto e concreto, di conoscenza e realtà fattuale storico-sociale. È il suo un contributo di grande valore per dare coerenza teorica e categoriale a questo materiale empirico, reale. È in lui soprattutto la feconda interazione e la stretta interdipendenza di impegno politico militante e di necessaria riflessione teorica e culturale.

Il militante (comunista, terzomondista-internazionalista, antimperialista, altermondia-lista ecc.) dialoga e illumina l’intellettuale marxista. E viceversa. È un pendolo, una oscillazione tra i due poli, costante. L’intera sua parabola di vita, e il suo apporto per noi, e per questo siamo qui a svolgere questo seminario, si dispiega dalla precoce adesione ai valori (morali, etici, intellettuali) socialisti e comunisti e dalla precoce lettura di Marx fino alla recente scomparsa come continuo confronto con la storia reale, con il capitalismo, con Marx e con i marxismi storici, con la storia del movimento operaio, socialista e comunista, e dei movimenti di liberazione nazionale del Sud del mondo, con il socialismo reale e con le varie rivoluzioni nelle periferie (Cina, Vietnam, Cuba, Algeria ecc.), con la concezione generale della alternativa socialista.

 

II.

Il compito mio in questo seminario è pertanto quello di soffermarmi sul peculiare marxismo di Amin e sui suoi apporti al sistema di idee che origina da Marx. E sulla storia reale della sua militanza politica come apporto originale al progetto di emancipazione umana che chiamiamo socialismo, in primo luogo per i popoli e le classi subalterne delle periferie del mondo.

Così facendo, giocoforza, ritornerò a precisare alcuni caratteri del capitalismo realmente esistente. Avendo come riferimento ovviamente la relazione iniziale di Massimiliano Lepratti.

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intern.gramscisociety

Gramsci e il populismo*

di Salvatore Cingari

06073 300x3001. Introduzione

Il tema del populismo è ovviamente di grande attualità1. Indagare quale fosse l’effettivo utilizzo del termine da parte di Antonio Gramsci è utile al dibattito teorico-politico contemporaneo, se pensiamo alla riattivazione di questo lemma nel campo del radicalismo di sinistra ad opera di Ernst Laclau. È significativo osservare che l’attenzione di Laclau per Gramsci trae origine dal motivo opposto a quello che ha dettato, più di cinquant’anni fa, il rifiuto del giovane Asor Rosa in Scrittori e popolo. In questo libro veniva denunciata la visione non rigidamente economicistica del concetto di “classe”, che in Gramsci portava alla sua de-sostanzializzazione e dunque a una valorizzazione dell’idea di “popolo” (ma anch’esso non entificato), non strettamente legata alla sua connotazione operaia.

L’egemonia come trascendimento della dimensione corporativa, al di fuori di una prospettiva essenzialistico-classistica, è invece proprio ciò che a Laclau interessa. Non è qui il luogo per discutere dell’utilizzo delle categorie gramsciane da parte del filosofo argentino2. Quel che qui ci limitiamo a mettere in luce è che mentre per il Laclau3 di La ragione populista il termine “populismo” si sovrappone all’idea stessa del “politico”, a sua volta inteso come luogo in cui si costruisce un “popolo” contro un nemico “interno”, attivando un conflitto che si sottrae alle forme differenzianti della gestione istituzionale del potere, in Gramsci, invece, “populismo” significa tutt’altro. La parola ha, cioè, una connotazione, come vedremo, interna a quella di stampo marxista- leninista (che poi sarebbe stata assorbita, nel secondo dopoguerra, anche dal lessico liberal- democratico): una ideologia politica che esalta le doti del “popolo”, senza però fornire a esso strumenti per una sua reale emancipazione. L’esempio storico da cui trae origine la parola sono i populisti russi. Quel che è però interessante, come vedremo, è che il Gramsci dei Quaderni utilizza il termine anche in un’accezione più affine all’utilizzo contemporaneo: e cioè per riferirsi a emergenze di stampo borghese e persino conservatore rivolte al “popolo”.

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intern.gramscisociety

Dal popolo-nazione al populismo: Gramsci e Laclau

di Pasquale Voza

Gramsci MajoranaVorrei partire da un passo del Quaderno 11, in cui Gramsci mostrava come la costruzione dell’«intellettuale nuovo» avesse bisogno di liberarsi da quello che andava considerato «l’errore dell’intellettuale»:

L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, […] non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione (Q 11, 68, 1505)1.

Rispetto al corrispettivo testo A, in cui parlava di popolo, qui Gramsci adopera la nozione di popolo-nazione, che chiamava in causa la peculiarità, la determinazione storica dell’intreccio e della interazione Stato-società civile e alludeva alla costruzione di un nuovo «blocco storico» e perciò di una egemonia alternativa. È interessante rilevare come tale nozione diventi nei Quaderni un ricorrente, se pur spesso implicito, criterio interpretativo delle «forme» e dei «limiti» (com’egli diceva) del Risorgimento italiano e della costruzione dello Stato unitario. La specificità della rivoluzione passiva del Risorgimento italiano risiedeva nella angustia-insufficienza delle «forze progressive», che rendeva possibile la circostanza per cui «il gruppo portatore delle nuove idee non è il gruppo economico, ma il ceto degli intellettuali» e per cui, ad opera di tale ceto, si forma una astratta e separata concezione dello Stato, «come una cosa a sé, come un assoluto razionale» (Q 10, 61, 1360-1, corsivo mio, p.v.): una concezione, in quanto tale, del tutto distaccata dal popolo- nazione.

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dinamopress

Psicanalisi e politica

di Lea Melandri

Melandri rilegge sotto il segno della continuità la traiettoria teorica e la pratica politica ed analitica di Elvio Fachinelli che dal ’68, passando per l’apertura dell’asilo di Porta Ticinese fino all’89, aveva lottato per mettere al centro il desiderio. La sua ricerca “bio-psico-sociologica” si propone di rovesciare sia i rapporti di classe che i rapporti familiari, mostrando l’inseparabilità di una trasformazione che riguardi sia il privato che il politico

pag 50 51 img3 1114x557L’originalità del pensiero e della pratica di Elvio Fachinelli sta nell’intreccio tra politica e psicanalisi, come ricerca di “nessi” tra poli tradizionalmente contrapposti, resa possibile dall’aver inteso la politica nel senso marxiano di “politica radicale” – capace di andare alle radici dell’umano –, e la psicanalisi come pratica disposta ad andare “oltre” la «segregazione di un rapporto duale».

A monte, come diceva egli stesso, stava per un verso la «passione per il preistorico», ereditata da Freud, che lo portava a cercare in un lontano passato sia le ragioni della “rovinosa dialettica” che ha diviso e contrapposto biologia e storia, corpo e pensiero, individuo e società, sia i segnali di insospettate potenzialità antropologiche, e per l’altro, la sua “curiosità spinta” per tutto ciò che avveniva intorno a lui.

A fare da cerniera è il tempo:

«Sono sempre stato diviso tra l’interesse per ciò che mi passa accanto in un preciso momento e un uso più profondo, più personale e intenso del tempo. Vorrei dire quasi un uso solitario». [1]

In realtà una divisione netta, nella sua ricerca teorica e pratica, non c’è mai stata. Anche in quel pieno di «nuovi paesaggi», quale è stata la «stagione breve, intensa, esclusiva» del ’68, Fachinelli non ha mai smesso di guardare in profondità, come dimostrano gli scritti nati dalla sua presenza nelle università occupate, a Trento e a Milano – Il desiderio dissidente (febbraio ’68), Gruppo chiuso o gruppo aperto?” (novembre ’68) –, e quelli che vi hanno fatto seguito: Che cosa chiede Edipo alla Sfinge, Il paradosso della ripetizione, forse il suo saggio più importante, nato dalla riflessione sulle ragioni profonde che avevano visto un movimento antiautoritario, fluido e creativo ripiegare su frazionamenti, formazioni rigide, di stampo partitico: le «fortezze nel deserto».

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micromega

Quando sovranismo fa rima con socialismo

di Carlo Formenti

sovranismo 510 lChe certi termini abbiano assunto questo significato deteriore non è avvenuto a caso. Si tratta di una reazione del senso comune contro certe degenerazioni culturali, ecc., ma il ‘senso comune’ è stato a sua volta il filisteizzatore, il mummificatore di una reazione giustificata in uno stato d’animo permanente, in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere>>: così Gramsci nei “Quaderni” (Quaderno 8, § 28, p. 959 dell’edizione critica Einaudi).

Proviamo ad applicare questa citazione all’uso che oggi viene fatto di termini come populismo e sovranismo da parte dei partiti tradizionali, di destra come di sinistra. La parola populismo, che occupa da tempo un ruolo non marginale nella storia del moderno dibattito politico - nel corso della quale ha assunto valenze e significati diversi - è stata “emulsionata” dal linguaggio contemporaneo dei media, i quali l’hanno ridotta a puro strumento di propaganda politica, anatema da scagliare contro ogni forma di opposizione al pensiero unico liberal liberista. Quanto a sovranismo – che è un neologismo di origine relativamente recente (si riferisce originariamente ai movimenti che rivendicavano l’indipendenza del Québec dal resto del Canada) -, ha subito in tempi brevi un destino analogo: è stato adottato dalla langue de bois mediatica per analoghi fini propagandistici, per accreditare cioè l’associazione automatica fra ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea e i nazionalismi di destra.

Chi non si accontenta di tali semplificazioni, e nutre salutari sospetti nei confronti degli interessi che le ispirano, dispone ora di due nuovi strumenti di approfondimento critico: sono usciti, a breve distanza l’uno dall’altro, i libri di Thomas Fazi e William Mitchell (“Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale”, ed. Meltemi) e di Alessandro Somma (“Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale”, ed. DeriveApprodi) che smontano, il primo le narrazioni sull’inesistenza di alternative al mondo globalizzato, il secondo quella che attribuisce alla Ue il ruolo di baluardo della democrazia contro il ritorno dei nazionalismi.

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sinistra

Pianificabilità, pianificazione, piano

di Ivan Mikhajlovič Syroežin

Capitolo 2 - All’origine della pianificabilità

selmi21Introduzione di Paolo Selmi

L’immagine di copertina questa volta ha più a che vedere con il sottoscritto e col suo appuntamento al buio, dopo oltre venticinque anni di spensierata e ignorante lontananza, con il magico mondo della matematica. Tutto sommato, sono contento di essermi difeso con onore anche in questa parte non semplice. In questo capitolo, infatti, il buon Syroežin pensa bene di portarci in corda doppia su passaggi non agevoli, almeno per me. Tuttavia, oltre a ringraziare il fatto di non andare malaccio nella materia, di avere quindi un fondo atletico minimo (anche se, riprendendo il manuale di analisi di quinta, ho avvertito un groppo alla gola non indifferente), oltre che non mollare mai per natura (nonostante spesso mi sentissi molto più come il tizio in maglione della foto, più che quello in camicia), ringrazio anche il fatto che il Nostro corre poco, verrebbe da dire quasi il minimo sindacale, si ferma ad aspettare, e nel prosieguo delle sue dimostrazioni riprende concetti già espressi poc’anzi, quasi a volerti incoraggiare, a dire che si, hai capito bene, oppure che no, è meglio se rileggi di nuovo quel manuale che ti sei bellamente scordato, e recuperi prima qualche concetto di base perso per strada.

Questa foto mi è piaciuta, come penso anche che sarebbe piaciuta a un grande della fotografia del secolo scorso, Robert Doisneau, anche per altri motivi: questa scena di vita quotidiana universitaria, di giovani sovietici ripresi durante la preparazione di un esame sicuramente “tosto”, non si stanno facendo le scarpe tra di loro, puntando a quella spietata scrematura del péloton, frutto di una “selezione naturale” che può fare da noi Analisi I, Lingua e Letteratura Giapponese I, o il Mortirolo, piuttosto che lo Zoncolan, presi a trenta all’ora sin da sotto le pendici. Al contrario, si aiutano. C’è chi ci arriva subito e chi ci metterà decisamente di più, tuttavia alla fine con il dovuto impegno ci arriveranno tutti. Anche questo è socialismo, e ho avuto la fortuna e l’onore di sperimentarlo in prima persona studiando cinese con professori cinesi e italiani in tempi molto diversi da questi.

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operaviva

Disarmare il capitale

L'alternanza scuola-lavoro secondo Roberto Ciccarelli

di Tiziana Drago

124253729 f6da7fbc 36bb 454d bef5 461a39577773È intorno al centro traumatico del culto del capitale che ruota l’ultimo libro di Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, manifestolibri, 2018. La mostruosità di un universo tutto risolto in un profitto onnivoro e feroce, il massacro dei desideri individuali e collettivi, quel groviglio di vulnerabilità, acredine e impotenza che imbriglia i tentativi di disarticolare la bulimia del sistema. E, insieme, l’impresa titanica di immaginarne lo sgretolamento. Chi non avesse letto i precedenti lavori dell’autore (Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 2018 e, insieme a Peppe Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, 2011 e Il quinto stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro, Ponte Alle Grazie, 2013) troverà ora una porta di accesso non meno preziosa a un immaginario così angolato e delineato e insieme così proliferante e inesauribile. Nel presente inasprito e rancoroso che ci tocca, questa dedizione incondizionata e in controtendenza è un ethos limpido e inattuale, una forma del desiderio di cui è difficile trovare esempi, proprio perché assoluta e non negoziabile: cosa rarissima in un mondo in cui desiderio e adattamento sono diventati sinonimi. D’altra parte, i bei libri si coniugano sempre al futuro e ci chiedono di interrogarci, più che su cosa siamo stati, su cosa potremmo ancora essere («questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle verità di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme»: p. 11).

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militant

Rileggendo Victor Serge

di Militant

cover 9788866328636 2000 600Ha ancora senso rileggere le Memorie di Victor Serge? Intesa seriamente, è una domanda che pone più di un problema. Il militante politico di questi anni, non necessariamente giovane ma già fuori dalla storia del Novecento (lontano non tanto anagraficamente, quanto soprattutto intellettivamente), leggerebbe senza difficoltà e con ammirazione le straordinarie esperienze politiche dell’autore, si entusiasmerebbe del suo spirito critico, e al tempo stesso sarebbe naturalmente portato a disprezzare la macchina repressiva del socialismo realizzato. Troverebbe conferma della sua tensione anti-totalitaria, scoprirebbe quelle parole, quelle idee di fuoco e al tempo stesso accorte, che confermerebbero la sua rottura ideale con il comunismo, col maledetto XX secolo di guerre e dittature, di sinistra e di destra. Se si è alla ricerca di uno strumento che agiti le coscienze inquiete segnate dalla precarietà e dallo straniamento post-moderno, Victor Serge ha una funzione liberatoria e profetica. Questa lettura mancherebbe però di gran lunga la comprensione effettiva del suo testamento biografico. Dovremo allora chiederci: serve al giorno d’oggi un libro che ci racconti l’orrore del Novecento? Di un testo che, per quanto sopraffino, non farebbe che confermare l’ideologia media dominante, che relega i «totalitarismi» dello scorso secolo a tragico e inevitabile destino di ogni critica della democrazia liberale? No, non serve. Se siamo solo alla ricerca di conferme sull’orrore del comunismo leggiamo pure estasiati Victor Serge. Non ne comprenderemo che una patina ordinaria e volgarizzata, ad uso e consumo del post-moderno, della democrazia liberale, dello status quo, dell’esodo. Victor Serge, per quanto corresponsabile, non merita una fine simile. Se invece siamo alla ricerca dei motivi originari del comunismo – inteso come movimento rivoluzionario per come effettivamente ha preso forma e si è organizzato, attorno a quali idee e a quali battaglie ideologiche – le Memorie di Serge possiedono ancora un valore tutt’altro che superato. Ma che va disincrostato, per così dire.

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sollevazione2

Dieci ragioni contro il cosmopolitismo

di Moreno Pasquinelli

umanita nazioneDobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d'estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l'inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L'UNICA NAZIONE È L'UMANITÀ. Un trattatello in quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell'ultima borghesia.

 

Primo teorema

«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza».

In poche righe tre proposizioni.

(1) La prima proposizione è che l'Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell'Unione europea. In verità l'assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all'equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l'Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi).

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Quale economia oggi per il bene comune?

di Luca Benedini

Una serie di approfondimenti e riflessioni – riferiti eminentemente al mondo attuale – su Marx, l’evoluzione scientifica e la storia, sui “fallimenti del mercato”, sulla “economia del prendersi cura” (caring economics), sull’economia pluralistica, su lotta di classe e difesa dell’ambiente all’epoca della globalizzazione, su catena di montaggio e organizzazione del lavoro, su economia e qualità della vita

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Fondamenti economici e bene comune: una sintesi anche pratica

Quando politici ed economisti presentano attraverso i maggiori mass-media di un paese i modelli economici da loro caldeggiati o sponsorizzati, spessissimo si tratta semplicemente di tentativi di manipolare l’opinione pubblica insistendo su fasulle idee di facciata o su ideologie prive di effettivi riscontri nella realtà. Un rapporto onesto, corretto e autentico con le persone sull’economia richiede invece, innanzi tutto, di cercare di renderle consapevoli delle sue dinamiche effettive e dei suoi meccanismi reali [1]. E ciò a partire dalla questione che da tempo appare più scottante: il mercato.

 

Gli attuali pregi del mercato

Paradossalmente, uno degli effetti delle economie statalizzate che nel ’900 hanno cercato di ridurre a livelli minimi o addirittura nulli il mercato (dopo rivoluzioni come quelle russa, cinese, cubana, vietnamita, ecc., o dopo occupazioni militari come quella sovietica nei paesi del “patto di Varsavia” e in Corea del Nord) è stato proprio una crescente puntualizzazione dei meriti attualmente insostituibili del mercato.

Tra le innumerevoli voci che hanno notato questo, sintetizzava nel dicembre 1991 su Scientific American Nathan Rosenberg – docente di economia alla Stanford University – nel suo saggio Marx wasn’t all wrong: «Le economie centralizzate si sono dimostrate incapaci di condurre a livelli elevati di benessere materiale le masse socialiste», tanto più partendo da società scarsamente industrializzate.