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Un lampo senza tuono. Critica dell’Abecedario di Tronti

di Marco Assennato

2401 02bSono usciti quest’anno due lavori in video, diversi per lunghezza e soggetto, eppure insistenti su un medesimo tornante del marxismo europeo – o se si preferisce su due delle sue maggiori eresie. Il primo – si tratta di un documentario – diretto da Olivier Oliviero e prodotto dalla francese ARTE, è dedicato a Louis Althusser. Il secondo – edito da Deriveapprodi – interroga, nel modo dell’Abecedario, il pensiero di Mario Tronti. Curiosamente ci sono alcuni passaggi nell’intervista a Tronti che suggeriscono qualche tangenza: un debito dichiarato verso il Machiavelli e noi di Althusser, (interpretato come origine della scoperta dell’autonomia del politico); e poi un’esaltazione della distinzione tra teoria e prassi che sfiora tonalità francesi. Ma non si tratta qui di cercare inutili accostamenti: per quanto Tronti e Althusser possano esser considerati scaturigini di una medesima epoca – peraltro con il 1968 piantato in mezzo ad entrambi i percorsi – le distanze tra i due autori sono evidenti. Colpisce piuttosto la profonda differenza di qualità – non imputabile, com’è ovvio, né agli argomenti trattati, né alle due diverse produzioni, ma interamente da attribuire ai curatori.

L’Aventure Althusser permette di comprendere, per voce dei suoi più celebri allievi, la cartografia dei concetti fondamentali attraverso i quali il maestro di Rue d’Ulm imbastì la sua guerra di classe nella teoria con il marxismo francese, valorizzando al contempo la passione didattica e il gusto per il lavoro collettivo che animava l’uomo.

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La critica come resistenza militante

di Militant

image bookE’ spesso faticoso ragionare su opere datate nel tempo. Troppo stratificata la mole di commenti di cui tenere conto, le interpretazioni date, l’universo del già detto. Se poi l’opera in questione non è solo un “classico”, ma dall’autore così importante e “ingombrante”, il rischio della superficialità diviene una quasi certezza. Eppure mai come oggi crediamo che questo rischio vada corso, visto il deperimento ormai definitivo della critica nel nostro paese. Tutto il già detto su opere del genere è oggi sepolto da strati di decadenza culturale che hanno disattivato completamente un messaggio, e un linguaggio, un tempo in grado di emancipare generazioni di militanti. Partiamo affermando allora questo: non è possibile predisporsi alla critica di un qualsiasi lavoro culturale – sia esso letterario, artistico, teatrale, cinematografico, eccetera – senza aver assimilato i concetti fondamentali presenti in questo Marxismo e la critica letteraria. Senza aver compreso, cioè, le basi del rapporto tra marxismo e cultura. Un rapporto che non è decisivo unicamente per una critica “di sinistra” (concetto d’altronde molto equivoco), ma per ogni genere di critica, perché la relazione tra la dialettica materialista e la cultura è una relazione universale e non ingabbiata nell’ideologia (marxista in questo caso). In altre parole: Marx ed Engels hanno svelato, pur in assenza di opere di sintesi sul tema, il rapporto tra essere umano ed espressione culturale mediato dalle relazioni capitalistiche entro cui questo specifico rapporto prende forma. Come si può procedere a una critica culturale senza possedere le basi di questa relazione, che è una relazione generale, ma che assume caratteri peculiari riguardo all’estetica?

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Ernesto Laclau, “La ragione populista”

di Alessandro Visalli

15dx6qfIl libro del 2005, del filosofo Ernesto Laclau, che insegnava Teoria Politica all’Università di Essex, è tra i testi al centro dell’attenzione da quando la crisi ha cominciato ad erodere l’egemonia neoliberale, aprendo lo spazio della ricerca di alternative. Lo studioso argentino ha alcuni riferimenti culturali che ci sono familiari: il marxismo (che però sceglie di superare, mettendo in questione la focalizzazione strategica sulla classe sociale come cosa in sé, attraverso una sorta di ‘svolta linguistica’, rifocalizzando il discorso in quanto generatore di politica sulla creazione di “popolo”), Antonio Gramsci (da cui preleva il concetto chiave di egemonia), Lacan (da cui prende parte della struttura concettuale) e Foucault (da cui il sospetto per le forme di disciplinamento e governo).

Il testo è difficile, un’opera matura, di un filosofo che all’epoca della pubblicazione aveva raggiunto i settanta anni, e collocata all’intersezione tra filosofia, psicologia e politica, gli autori più citati sono Freud, Gramsci, Hegel, Lacan, Marx, Gabriel Tarde,  e i/le contemporanei/e Mouffe, Rancière, Zizek (ma per rispondere alle sue obiezioni). La sua posizione risente fortemente della “filosofia del sospetto” francese (anche se Foucault è poco citato e Derrida no), e della “svolta linguistica” (anche se praticamente viene citato solo Wittgenstein), e dunque fatica ad inserirsi completamente nello schema che del populismo viene disegnato, ad esempio, da Merker in “Filosofie del populismo” che leggeremo, o da Jan-Werner Muller in “Cosè il populismo?”.

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Jurgen Habermas, La risposta della sinistra al nazionalismo della destra

di Alessandro Visalli

trillemmiSu Micromega n.2/2017, l’intervista a Jurgen Habermas, ha questo titolo: “La risposta democratica al populismo di destra”, ma non nomina mai il termine “populismo”, che probabilmente è stato scelto dalla rivista. Il titolo più appropriato, che abbiamo dunque usato, sarebbe “La risposta della sinistra al nazionalismo delle destra”. Come vedremo la cosa fa qualche differenza.

L’avvio è connesso al ricordo della profezia di Ralf Dahrendorf che nel 1995, in “Quadrare il cerchio”, come in altri interventi che pure abbiamo letto (ad esempio nel precedente “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa”, ma soprattutto nel successivo “Dopo la democrazia”) definiva la globalizzazione come un fenomeno capace di mettere a rischio la società civile e la libertà. Il segno dell’autoritarismo, a suo parere si allungava quindi dal “pericoloso concatenamento” che obbliga a sacrificare la coesione sociale in favore del rispetto di quelli che Habermas chiama “imperativi funzionali” dell’economia.

Nella sua visione di allora c’era una sorta di triangolo impossibile (da “quadrare” anche se è un cerchio) tra la creazione di ricchezza, la coesione sociale e la libertà politica. Se si compete, creando la ricchezza (per pochi, come lo stesso politologo vede), la coesione sociale si può mantenere solo se si sacrifica la libertà (cioè si garantisce in modo autoritario, pensa alla Cina).

lanatra di vaucan

Il nómos della modernità II

di Robert Kurz

Pubblichiamo la seconda parte del capitolo IX del libro Weltordnungskrieg1 di Robert Kurz, inedito in Italia, nella traduzione di Samuele Cerea (qui la prima ==> il nómos della modernità

20161121 222052Parte seconda

La fine del diritto, lo stato di eccezione globale e il nuovo «homo sacer»

A questo punto è necessario sottoporre questo meccanismo, la sua logica e la sua origine storica ad un’analisi più dettagliata. Il concetto fondamentale a questo riguardo è quello di stato di eccezione. Come si sa che il luciferino Carl Schmitt, uno dei più lucidi ma, allo stesso tempo, più inquietanti teorici dell’«ideologia tedesca» nel XX secolo, ha tormentato per lungo tempo i predicatori della libertà democratica, collocando lo stato di eccezione, su cui ritornò insistentemente, al centro del dibattito sul diritto costituzionale. In un saggio dal titolo significativo, «Teologia politica», si trova la celebre (o famigerata) definizione di tutta la sovranità moderna, e quindi anche della democrazia: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità, solo in quanto questo si assuma come concetto limite. Infatti concetto limite non significa un concetto confuso, come nella terminologia spuria della letteratura popolare, bensí un concetto relativo alla sfera piú esterna. A ciò corrisponde il fatto che la sua definizione non può applicarsi al caso normale, ma a un caso limite» (Schmitt 1922).

Schmitt individua qui due punti decisivi, utilizzabili nella polemica contro l’autocomprensione positivistica dello Stato di diritto liberale, il cui apostolo in quel periodo era il filosofo del diritto socialdemocratico Hans Kelsen, cui fanno riferimento significativamente, al presente, posizioni come quella di Hardt e Negri e che, in generale, ha fatto breccia nel senso comune di tutte le illusioni giuridiche.

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Nadia Urbinati su populismo e totalitarismo

di Alessandro Visalli

Un articolo su L’Espresso in cui Nadia Urbinati risponde a due precedenti articoli di McCormick e di Del Savio e Mameliche riprendono le posizioni di Laclau riflettendo sul Machiavelli dei “Discorsi sulla prima decade di Tito Livio

o OCCUPY WALL STREET facebookPer la politologa italiana “populismo” è un concetto impreciso, che nella pratica politica è usato per descrivere cose diverse, come dice sia forme di mobilitazione e partecipazione spontanee (ad esempio il movimento dei forconi di qualche anno fa, o in modo più significativo Occupy Wall Street o gli Indignados) sia partiti organizzati nel gioco politico parlamentare (es. il Fronte Nazionale di Le Pen).

Fin qui direi che si sottolinea l’ovvio.

Ma subito dopo propone gli steccati ideali nei quali far passare il discrimine:

- se essere “solidaristico e inclusivo”, come dicono alcuni, o “discriminatorio e insofferente verso i diritti individuali e le minoranze”, come altri. Il primo criterio è dunque inquadrabile in termini di teoria politica nel dibattito tra posizioni liberali e comunitarie o repubblicane.

- Il secondo è su un’altra rubrica, se “mette a rischio le democrazie costituite”o se il populismo, al contrario, “inaugura nuove possibilità per la democrazia”. Dunque qui sarebbe in gioco la meccanica della formazione della volontà tra istituti “costituiti” e “nuove possibilità”.

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Semiotica e Moneta

di Carlo Sini

Denaro e informazione sono entrambi segni della civilizzazione umana. La loro connessione con il linguaggio è evidente. Il loro valore si basa sulla fiducia nella creatività del lavoro umano. La minaccia odierna è di ridurre denaro e informazione a mera merce

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In una celebre pagina della Ricchezza delle nazioni Adam Smith si chiede se la tendenza umana a trafficare, a barattare, a scambiare una cosa con un’altra non sia se non la conseguenza della facoltà della ragione e della parola. Vi sarebbe dunque un nesso profondo tra economia e linguaggio, denaro e parola, e in effetti denaro e linguaggio sono due sistemi di segni che caratterizzano in modo eminente l’umano. Uno scambio semiotico come questo non ha riscontro nel mondo animale, se non per cenni embrionali in ogni senso incomparabili.

Che cosa è segno ricordiamolo qui in forma molto sintetica: segno, diceva Peirce, è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro; quindi è qualcosa che rappresenta qualcos’altro sulla base dell’uso sociale, ovvero delle risposte comuni. Stando «al posto di», il segno favorisce dunque lo scambio, fornisce una cosa per un’altra o che vale come rappresentante di quell’altra, e ciò fondamentalmente in vista dello scambio di beni e di informazioni. Cioè del possesso di qualcosa e dell’acquisto di conoscenze. È interessante osservare che beni e informazioni si possono scambiare le parti; infatti anche il possesso di un bene informa: se vado in giro su una Ferrari, implicitamente informo che non sono un poveraccio. Se invece so come vanno le cose in luoghi difficilmente accessibili ma per me significativi, è evidente che il possesso di queste informazioni riveste per me la natura di un bene.

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Per la ragionevolezza dell’utopia

Il progetto storico socialista

di Federico Repetto

nuvole541. Abbiamo bisogno di progetti economici ragionevoli per una egemonia alternativa a quella del neoliberalismo

L’economista Bruno Jossa, nel suo “Un socialismo possibile”, Il Mulino 2015, ci ricorda la classica distinzione tra razionalità e ragionevolezza (phronesis). “La prima consiste nel calcolare in base a valutazioni quantitative, ha a che fare col dimostrabile e da luogo a verità; la seconda consiste nel decidere in base ad argomenti pro e contro, ha a che fare con l’opinabile e da luogo a scelte controverse” (p.124). La ragione ragionevole obbedisce a molteplici criteri, incluso quello costi-benefici, che però deve essere sottoposto al “tribunale del ragionevole”.

Salvatore Biasco, nell’ultima parte del suo Regole, Stato, Eguaglianza (Luiss University Press 2016), di cui si discute in questo numero di Nuvole, propone appunto un programma di politica economica di medio periodo economicamente ragionevole, sulla base dei valori della socialdemocrazia. Esso però sembra destinato a impantanarsi nella palude del ceto politico socialista e democratico europeo. “Riforme indispensabili, ma forse impossibili”, il titolo di una Parte di Finanzcapitalismo di Gallino, si adatterebbe benissimo alla corposa parte propositiva di questo libro (la terza), che andrebbe letto in parallelo col libro di Colin Crouch Quanto capitalismo può sopportare la società, già recensito da “Nuvole”. La quantità di capitalismo incorporata dalla nostra società sta superando il limite del ragionevole, con grave danno per il legame sociale e per la convivenza civile.

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Chi controlla i controllori?

di Pierluigi Fagan

bandiere blu 2012Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori  sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani.  Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione  tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4].

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"I misteri della sinistra" di Michéa

di Alessandro Visalli

Jean-Claude Michéa, “I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto”

mantegna san sebastiano 1478 80 smallIl piccolo libro del filosofo francese Jean-Claude Michéa è di quelli che disturbano le nostre abitudini e ci costringono a riconsiderare il nostro modo di vedere il mondo. La tesi è chiara e semplice: il movimento socialista non è, e non è mai stato “di sinistra”.

Prima di spiegare a cosa si riferisca Michéa in particolare consideriamo un poco di quadro: con alcune letture, come l’ultima, di Honneth che riflette sulla crisi dell’idea di “socialismo” nella sua evoluzione storica, arrivando a proporne una integrale riscrittura in direzione più comunitaria, o di Richard Sennett, in “Insieme”, che pone il tema della socialità e dell’esistenza di “due sinistre” nello sviluppo del movimento del socialismo, o, ancora, di Leonardo Paggi e Massimo d’Angelillo, che su un piano più storico e più limitato tematicamente e geograficamente si interrogano sulle ragioni della crisi dell’ideale socialista nel caso italiano, e con il largo quadro interpretativo fornito da Karl Polanyi, per restare solo ad alcuni nodi di discorso recentemente mobilitati, abbiamo cercato di avviare una riflessione sulla questione del senso del movimento socialista in una chiave prevalentemente di riflessione retrospettiva. Ci sono alcune letture di cui nell’immediato sarà dato conto e confluiscono in questo campo problematico, sono: il libro di Barba e Pivetti, “La scomparsa della sinistra in Europa”, un aggressivo atto di accusa al repentino piegarsi alle ragioni ed alla forza del liberismo da parte dei movimenti socialdemocratici europei e delle loro cause; il libro-testamento di Bruno Trentin, “La città del lavoro”, in cui con toni anche autocritici vengono ripercorsi alcuni scivolamenti nella fase che va dagli anni settanta ai novanta in Italia e riletti in questo senso anche classici come Antonio Gramsci, rintracciandone insufficienze e debolezze di analisi; la proposta pragmatista di Richard Rorty, in “Una sinistra per il prossimo secolo”, che pur datato come si vede bene dal titolo, conserva degli spunti di riflessione.

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Psicopolitica, potere neoliberale oltre la coscienza

di Silvio De Martino

psicopolitica1. Il neoliberalismo e governo attraverso la libertà: un “controllo delle anime” senza resistenze?

Il paradosso dell’esperienza della libertà nella fase della storia umana caratterizzata dall’avvento della connessione globale, può essere presa in considerazione solamente compiendo un’analisi del potere. Psicopolitica di Byung-Chul Han[1], professore filosofo coreano presso l’Università di Berlino, è un libro che prova a gettare luce su svariati ambiti della contemporaneità neoliberale a partire da uno sguardo critico che vuole evidenziarne alcune sfaccettature e alcune forme in cui si incanalano le soggettività e il potere.

Psicopolitica è il titolo che prova a farsi interpretazione cogente della complessità entro cui oggi tutti ci troviamo collocati. Il tentativo di coniare questo termine si pone l’obiettivo di andare oltre l’oramai celebre concetto di biopolitica di Michel Foucault. Per l’autore coreano la biopolitica deve essere semplicemente intesa come “tecnica di governo della popolazione”, che utilizza forme di sapere che la intendono come un aggregato biologico umano, caratterizzato da tassi di natalità e strumenti propri della demografia, allo scopo di ottimizzare i corpi che è necessario disciplinare, poiché la loro attività deve essere modellata e gestita secondo degli schemi pensati e organizzati dall’esterno. Biopolitica è intesa come “sussunzione reale” dell’intera popolazione messa al lavoro a servizio della produzione, in un modello che si è realizzato pienamente nel quadro di produzione industriale fordista.

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Per una società diversamente ordinata

Una concezione adattativa della storia

di Pierluigi Fagan

piramide sociale1Con questo ultimo articolo di taglio storico-filosofico[1], si chiude una ideale trilogia di cui abbiamo già pubblicato una prima (qui) ed una seconda (qui) parte. La tesi generale che abbiamo più ampiamente trattato nel nostro “Verso un mondo multipolare” ( Fazi editore, 2017)) è che siamo entrati in una nuova era, l’era  complessa. La geopolitica ovvero la dinamica politica del tavolo-mondo giocata dai vari soggetti prevalentemente statali, diviene il gioco principale, quello che condiziona ogni altro. Per giocare a questo gioco, gli europei dovrebbero riflettere sulla propria consistenza e strategia adattiva, creando soggetti dotati di intenzionalità politica in grado di agire a livello dei giocatori più forti e potenti. Infine, in quest’ultimo scritto, si sostiene che tali soggetti, dovrebbero progressivamente sottomettere l’economico al politico e quest’ultimo al principio di una democrazia diffusa, un deciso cambio di paradigma senza il quale, l’adattamento ai tempi nuovi è fortemente a rischio.

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In un poemetto del 1025, Adalberone di Leon, poeta e vescovo francese, dava la prima e più nitida descrizione di quello che poi verrà conosciuto come l’ordine trifunzionale della società medioevale. Lasciamogli direttamente la parola:

In questa valle di lacrime alcuni pregano, altri combattono, altri ancora lavorano; le tre categorie stanno insieme e non sopportano d’esser disgiunte, di modo che sulla funzione dell’una restano le opere delle altre due, tutte e tre a loro volta assicurando aiuto a ciascuna[2].

Jacques Le Goff, compagno di medievalistica di George Duby e Marc Bloch in quel della Scuola degli Annales di L. Febvre e F.Braudel, ce la spiega così:

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Lessico postdemocratico

Una cartografia concettuale del presente

Pietro Sebastianelli

Gábor Attalai Discipline Art Action II. for the Freedom of ArtsLa congiuntura storica che l’Europa sta attraversando ormai da circa un decennio a questa parte si presenta nelle vesti di una crisi economica, politica e sociale, la cui profondità è tale da non lasciare spazio, almeno per il momento, ad alternative efficaci in grado di spezzarne il circolo vizioso. Al contrario, la crisi sembra ormai essere diventata la condizione strutturale e permanente delle forme neoliberali di governo della società. Siamo cioè di fronte – come da più parti segnalato – alla «crisi come modalità di governo», un fenomeno che rende obsolete gran parte delle categorie politiche della modernità, oggi sottoposte a tensioni e attriti di difficile decifrazione. Concetti come democrazia liberale, sovranità, rappresentanza politica, diritti sociali, la stessa distinzione tra pubblico e privato appaiono oggi come contenitori vuoti: li si può stirare, contorcere, allungare o restringere quanto si vuole, si ha sempre l’impressione di maneggiare attrezzi spuntati, usurati, privi di aderenza alle superfici sulle quali dovrebbero appoggiare. Viviamo in una sorta di «interregno» – per dirla con Étienne Balibar – un limbo nel quale le fondamenta dell’Europa contemporanea sembrano essere scosse dall’irrompere di fenomeni inediti, che minano in profondità la possibilità che essa possa reggere alla sfida perniciosa dei tempi. Di fronte all’opacità del nostro tempo, che rivela tratti talvolta inquietanti, il lessico politico della modernità fatica ad orientarsi sulla scena, come un attore il cui copione appaia sfasato rispetto all’ambientazione in cui pure deve poter recitare. La crisi è insomma anche linguistica, una crisi di corrispondenza tra «nomi» e «cose».

illatocattivo

Della difficoltà ad intendersi

In risposta ad una recensione di Dino Erba

Il Lato Cattivo

lato cattivoNel dicembre 2016, Dino Erba (DE) ha prodotto e fatto circolare una recensione del secondo numero de «Il Lato Cattivo», che rendiamo disponibile anche sul nostro blog. DE è un compagno che conosciamo da tempo e di cui, nel corso degli anni, abbiamo apprezzato in più di un'occasione le qualità umane, l'attività pubblicistica non priva di interesse delle sue Edizioni All'Insegna del Gatto Rosso, nonché certe salutari prese di posizione, non da ultimo a proposito del dilagante «pateracchio rossobruno» che – guerra in Siria aiutando – manifesta oggi, una volta di più, la crisi della militanza «anticapitalista» e dei suoi circuiti. Benché la sua recensione sia globalmente elogiativa, non possiamo astenerci da una replica, nella misura in cui il documento di DE rivela: a) dei disaccordi che nessun dibattito ulteriore (di cui DE, in coda alla sua recensione, esprime l'auspicio) potrà smussare; b) alcuni malintesi relativi ai contenuti del secondo numero della rivista.

Cominciamo da questi ultimi. A ragione, introducendo il proprio ragionamento, DE individua nella questione della classe media (salariata) il «filo conduttore» del testo; e, anche qui a ragione, riconosce che in sostanza nessuno ne parla. Molto bene.

chefare

L’immaterialità della moneta e il valore delle emozioni

Christian Marazzi

È importante distinguere tra moneta e denaro, dato che le monete (e le valute) sono oggetti simbolici di qualcosa di più profondo, di quel sistema di crediti e compensazioni che sono il denaro nella sua essenza

Yap kivirahaFelix Martin, storico del denaro, ha scritto un libro stupendo (Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito, Utet, Torino, 2014) in cui parla della scoperta della comunità sull’isola di Yap nel Pacifico da parte di un antropologo, William H. Furness, che all’inizio del Novecento ne studiò usi e costumi, fondamentali per il pensiero di John M. Keynes e persino dell’ultimo Milton Friedman. Questa comunità, mai colonizzata nonostante i vari tentativi di missionari e britannici – i quali morirono nell’impresa – disponeva soltanto di tre beni presenti sull’isola: il merluzzo, il cocco e il cetriolo di mare. È una classica comunità nella quale si poteva ipotizzare il baratto, con poche persone che si scambiano solo tre merci.

Furness scoprì, invece, che la comunità nell’isola di Yap era dotata di un sistema monetario estremamente sofisticato, basato sulla relazione comunitaria degli scambi che avvenivano attraverso una moneta chiamata fei, costituita da enormi ruote di granito con un buco all’interno – ora esposte tra l’altro anche al British Museum – che fungevano da simboli per gli scambi che sottendevano questa unità di conto. La moneta, massimamente materiale, in realtà era massimamente simbolica, del tutto immateriale: non si spostava, ma fungeva da testimone contabile degli scambi che avvenivano sull’isola.