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Chi può spegnere l’euro
di Paolo De Rosa
Casi recenti hanno dimostrato come le banche e i cittadini europei non siano al riparo da sanzioni secondarie emanate da altri Stati. Centrale per l’autonomia non è la moneta, ma i conti, le carte e i circuiti su cui viaggia. Qui passa la differenza fra avere l'euro e poterlo usare
L’anno scorso ho scritto che l’euro digitale era una questione di sovranità: se la moneta, nella sua forma digitale, sarebbe rimasta infrastruttura pubblica o sarebbe stata affidata a circuiti privati. Quel pezzo chiedeva chi avrebbe controllato il denaro digitale. Questo pone una domanda più difficile, perché gli ultimi dodici mesi hanno risposto alla prima in un modo che non mi aspettavo. L’Europa può possedere la propria moneta, può costruire i propri circuiti di pagamento, e può comunque vedere una banca europea congelare un conto europeo di martedì perché la settimana prima è stata pubblicata una lista a Washington.
Una corte che forse non potrà pagare gli stipendi
La Corte penale internazionale ha sede all’Aia. Il suo bilancio è in euro, il suo personale è pagato in euro, e il trattato che l’ha istituita conta fra le parti quasi tutti gli Stati dell’Unione. Niente di tutto questo l’ha protetta. Secondo l’Associated Press, Washington ha sanzionato più di una dozzina fra membri attuali e passati del personale della Corte, compresa metà dei giudici in carica, e le autorità olandesi sono state avvertite che sanzioni contro la Corte nel suo insieme sono imminenti. Lo Stato ospite sta studiando come tenere in piedi la Corte se accadrà: come pagare il personale e i testimoni protetti, come mantenere sicuro il centro di detenzione, se la Corte potrà ancora servirsi di banche e di servizi informatici.
Quello che le sanzioni fanno a una singola persona è istruttivo, perché nulla tocca la moneta. L’allora procuratore si è visto chiudere i conti bancari e revocare il visto per gli Stati Uniti; la giudice canadese Kimberly Prost ha perso le carte di credito nel momento stesso della designazione, e Alexa di Amazon ha smesso di risponderle. Il procuratore ha perso anche l’accesso alla casella di posta ufficiale su Microsoft ed è passato a un fornitore svizzero, benché il presidente di Microsoft abbia negato che l’azienda l’abbia chiusa.
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Evoluzione o morte, ovvero Darwin nell’Antropocene
di Roberto Paura
L’origine delle specie di Charles R. Darwin è stato giustamente definito “il libro del millennio” (Jones, 2005), ma spesso ci si dimentica che dietro il suo successo si nasconde un altro testo, molto più citato che letto: il Saggio sul principio di popolazione di Thomas Robert Malthus. Tra le due opere c’è un intervallo di circa sessant’anni: 1798 il primo, 1859 il secondo. Nella sua Autobiografia, Darwin espliciterà la connessione con il suo predecessore sostenendo che solo dopo la lettura di Malthus arrivò finalmente a comprendere il principio della selezione naturale, il “motore” del processo evolutivo che fino ad allora gli era sfuggito, impedendogli di completare il suo “lungo ragionamento” (Darwin, 2016). È il 28 settembre 1839, Darwin ha trent’anni, all’inizio di quell’anno si è sposato con la cugina Emma Wedgwood e da tre anni, da quanto è tornato dal lungo viaggio sul brigantino Beagle, cerca di trarre una sorta di legge universale dagli appunti raccolti, che convergono verso un processo di variazione e differenziazione delle specie naturali nel corso del tempo.
La constatazione di Malthus era semplice: le popolazioni crescono in progressione geometrica, le risorse in progressione aritmetica, quindi c’è uno scarto crescente tra popolazione e risorse che innesca una costante lotta per la sopravvivenza; alla fine le specie sono costrette da feedback negativi a regolare il loro tasso di fecondità per non esaurire le risorse, anche la specie umana, altrimenti il suo destino sarà quello di andare incontro a carestie, guerre, miseria e morte. I dati che l’economista poteva portare a supporto di questa tesi erano tanto più evidenti nell’Inghilterra di Darwin, alle prese con il problema dei poveri nelle grandi città. Di lì a poco l’Irlanda avrebbe conosciuto la grande carestia, corroborando le tesi malthusiane. Se ne poteva trarre la conclusione che, stante il processo casuale di variazione dei tratti che si verifica nel corso delle generazioni all’interno di una specie (ciò che oggi chiamiamo mutazione genetica), la competizione per le risorse, data dall’interazione costante tra una specie e il suo ambiente, genera un processo di selezione che fa sì che solo quei tratti che garantiscono a un individuo maggiore sopravvivenza per generare una discendenza (e consentire così la trasmissione ereditaria dei tratti vantaggiosi) passeranno il vaglio del setaccio della Natura.
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Cina: gli avvocati del diavolo
di Moreno Pasquinelli
Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
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Chi paga l’apostata
di Mario Sommella
Risposta a Francesco Coniglione: la sindrome dell’apostata arrabbiato tra psicologia del risentimento, mercato delle conversioni e trasformismo italiano
1. Un buon punto di partenza
Francesco Coniglione ha pubblicato su Sinistra in rete una riflessione, «La sindrome dell’apostata arrabbiato», che merita di essere discussa e non soltanto condivisa. Il testo è costruito con cura. Distingue il semplice cambiamento d’opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza, dalla conversione, che può essere esperienza profonda e persino luminosa, e le separa entrambe dall’apostasia vera e propria: la condizione di chi, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Per dare fondamento a questa figura Coniglione richiama Max Scheler e il suo saggio sul risentimento, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, la ricezione sociologica di Lewis Coser e la tipologia di David Bromley. Poi applica lo schema al secondo Novecento italiano: i passaggi dall’estrema sinistra, da Lotta continua e dal movimentismo extraparlamentare verso approdi liberal-conservatori e berlusconiani; la figura dell’intellettuale itinerante che attraversa culture comuniste, socialiste e conservatrici; la diaspora craxiana, che l’autore legge non come conversione ma come trasmigrazione, cioè come passaggio di campo di un socialismo già svuotato, ridotto a identità biografica e fedeltà al leader.
La formula che resta impressa è quella secondo cui l’apostata arrabbiato ha cambiato altare, non sempre religione. La forma mentale permane, cambia soltanto il bersaglio. E la conclusione è di rara finezza morale: la vera libertà comincia quando non si ha più bisogno di odiare ciò che si è stati.
Scrivo queste pagine non per confutare quel ragionamento, che condivido in larga parte, ma per allargarne la cornice. Alla domanda che apre il saggio, «dove arriveranno?», ne va affiancata un’altra, che la chiave psicologica lascia in ombra: chi li aspetta all’arrivo, e perché.
2. Il limite della chiave psicologica
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Hegel, Marx, lo Stato e la democrazia: una ricerca di Giulio Di Donato
di Antonio Semproni
Con Marx oltre Marx è il filo conduttore di un recente e denso libro di Giulio Di Donato. Una lettura che valorizza il momento non economicistico del filosofo di Treviri. La politica come strumento di elevazione delle classi popolari, lo Stato come universale in cui dispiegarne interessi e passioni
In «Vera democrazia». Politica e diritto nella prospettiva marxiana (Giappichelli, 2025), Giulio Di Donato muove i propri passi dalle dissonanze tra la visione politico-statuale in Hegel e in Marx. La filosofia di Hegel ha la potenza di “aboli[re] la separazione tra la realtà e gli ideali, tra l’essere e il dover-essere” (p. 16); se ciò che è reale è razionale, è perché l’idea – culmine dell’integrazione e della mediazione reciproca tra i due poli della tensione, cioè del soggettivo e dell’oggettivo, del concetto e dell’oggetto, dell’autocoscienza e del suo contenuto – abita nella realtà stessa: al filosofo sta il compito di rintracciarla risalendo la dialettica hegeliana. Ciò vale anche nella sfera giuridico-politica, ove lo Stato rappresenta l’incarnazione dell’idea etica.
Hegel in Marx, Marx versus Hegel
Della dialettica hegeliana Marx privilegia il momento dell’autocoscienza, cioè il “faticoso processo di riappropriazione di sé, al termine del quale il soggetto può riconoscersi e riferirsi a sé nel rapporto con l’altro”. Questa postura lo porta – come illustra Di Donato nella sua fatica – a privilegiare la volontà popolare, in quanto riottosa nei confronti dell’ordine politico costituito, e a contestare spesso e volentieri la filosofia politica e statuale di Hegel, a volte cogliendo nel segno, altre volte ricorrendo a argomentazioni fallaci.
Nella realtà che si interseca con la vita e la speculazione di Hegel si dà anzitutto la Rivoluzione francese, nella quale si manifesta “l’autonomia del soggetto rispetto a qualunque autorità o norma”, una libertà assoluta che si traduce in “volontà assoluta di negazione di qualsiasi limite” e “inarrestabile pulsione nichilista” (p. 22).
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La nave senza fuori. Su Tecno-archía di Lelio Demichelis
di Antonio Martone
C’è qualcosa di onesto, prima ancora che di corretto, nel titolo scelto da Lelio Demichelis per il suo ultimo libro, Tecno-archía. O la «Nave dei folli». La banalità digitale del male (DeriveApprodi, 2025). Onesto perché non promette una nuova epoca — non un post, non un dopo — ma un nome per ciò che per-dura. Da tre secoli, scrive Demichelis, la modernità è governata da una razionalità strumentale e calcolante che ha smesso di essere un mezzo per diventare principio di comando: un’archía, appunto, prima ancora di essere una tecnica. È una mossa lessicale semplice e insieme radicale, perché sposta il bersaglio della critica da ciò che gli algoritmi fanno a ciò che gli algoritmi sono: non strumenti neutri messi al servizio di interessi identificabili ma la forma stessa attraverso cui oggi si esercita il comando.
Va detto subito che il gesto polemico del libro non è rivolto soltanto al tecnocapitalismo digitale, ma anche — con una certa insistenza, quasi un vecchio conto che si salda — a un marxismo che continua a pensare la tecnica come strumento neutro, incapace di vedere che essa possiede oggi una potenza propria, funzionalmente integrata al capitale ma non riducibile ad esso. È una postura che Demichelis coltiva da un ventennio, da La religione tecno-capitalista alla Grande alienazione fino alla Società-fabbrica, e che qui trova la sua formulazione più netta: la sinistra ha un problema con le macchine perché continua a chiedersi chi comanda, quando la domanda vera sarebbe ormai come si comanda — con quale grammatica, attraverso quale episteme.
Il libro è costruito su tre immagini che si rincorrono senza mai sovrapporsi del tutto. La prima è quella, dichiarata fin dal titolo, della nave dei folli di Bosch: un’umanità imbarcata, priva di meta, che Demichelis corregge subito — a differenza del relitto cinquecentesco, la nostra nave ha vele spiegate e una rotta precisissima, che si chiama profitto, digitalizzazione, sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. La seconda è quella arendtiana della banalità del male, trasferita dal funzionario che esegue ordini senza pensarli all’algoritmo che decide senza nemmeno la possibilità di pensare. La terza, meno appariscente ma più insidiosa, è la “nuova classe delle macchine”: non più solo mezzo di produzione, ma soggetto di comando che retrocede l’uomo a funzione esecutiva del proprio stesso apparato.
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Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
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Teoria della classe armata
di David Colantoni
Assioma
«Siamo abbastanza vicini, per poter penetrare lo spirito che l’ha suscitata e capirlo.
Presto sarà difficile poterlo fare. Perché le grandi rivoluzioni riuscite
fanno sempre scomparire le cause che le produssero,
e per gli stessi risultati ottenuti, divengono incomprensibili»
(Alexis de Tocqueville, L’antico Regime e la rivoluzione, 1856, Cap. 14)
La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.
Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare
Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.
Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa.
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“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo
di Eros Barone
Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica
e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
K. Marx, Critica del programma di Gotha.
1. Un importante precedente storico e teorico
Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.
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Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser
di Salvatore Bianco
Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione. Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.
Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”. Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.
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La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi
di Carlo Formenti
L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.
Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.
Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).
Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).
Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana?
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Lenin a Pechino
Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè
di Moreno Pasquinelli
Questo breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?
* * * *
«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …
Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.
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Manipolare la memoria
di Pierangelo Garzia
Tempo fa, davanti a una pizza, stavamo parlando di ricerche sulla memoria con un vecchio amico fisico, ex ricercatore del CERN di Ginevra, attualmente responsabile di un settore di ricerca e innovazione di un grosso ente sanitario milanese. Da parte mia gli illustravo le più recenti scoperte sulla neurobiologia della memoria, delle strutture cerebrali implicate nei processi di apprendimento e rievocazione dei ricordi. Da parte sua, mi incalzava su quanto sappiamo invece sulle basi fisiche profonde che sottendono la memoria. A ora, notai, nulla di nulla. E fu di nuovo l’occasione, per il sottoscritto, condivisa dall’amico fisico, per criticare coloro che si prodigano in elucubrazioni sul “cervello quantistico” o, addirittura, sulla “spiegazione quantistica della coscienza”. Nientemeno. Un altro fisico teorico con cui ebbi possibilità di dialogare anni fa, mi fece notare quali grosse difficoltà avessero nel comprendere le leggi della meccanica quantistica al di là del livello ultramicroscopico, figurarsi a livello di quello macroscopico della vita biologica, a maggior ragione quella, complessissima, della materia cerebrale.
Come scrive Steve Ramirez, neuroscienziato e professore presso la Boston University, dove dirige il Ramirez Lab, un laboratorio dedicato allo studio dei circuiti neurali della memoria e delle emozioni (i due vissuti psicologici sono strettamente interconnessi), nel suo recente saggio editato in italiano Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria (Raffaello Cortina Editore): «Scopriremo in futuro i principi del funzionamento del cervello, che ci condurranno poi alle leggi fisiche profonde che governano la nostra mente, ma per raggiungere questo obbiettivo è necessario uno sforzo di ricerca senza precedenti».
A tal proposito Ramirez, ci invita a non essere troppo severi nei confronti di una scienza, quella del cervello e della mente, che ha appena un centinaio di anni di vita. Quelle che stiamo attraversando sono le normali crisi di crescita di una disciplina giovanissima, soprattutto se messa a confronto con la fisica. Se i fisici oggi possono contare su leggi e principi consolidati in millenni di storia, le neuroscienze stanno ancora muovendo i loro primi, complessi passi.
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Funzionare o esistere
di Salvatore Bravo
“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
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8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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