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dinamopress

Tecno-scienza e tardo-capitalismo

Otto Tesi per una discussione inattuale

di Franco Piperno

Per una nuova scienza, libera e autonoma dal complesso militare-industriale

9bd82798 4f1b 4323 fc9d 77d1c40f3ee6Nella nostra epoca, quella del tardo-capitalismo, pressoché tutte le forme dei saperi propriamente scientifici sono stravolte: l'originaria «filosofia della natura» coltivata nelle università da piccoli gruppi di ricercatori, se non da singoli individui, si è via via dislocata all'interno del complesso militare-industriale, divenendo appunto Big Science: una vera e propria fabbrica di innovazioni tecnologiche caratterizzata dai costi immani e da decine e decine di migliaia di ricercatori che lavorano in un regime di fabbrica di tipo fordista. Si può affermare che il Progetto Manhattan, ovvero la costruzione della bomba atomica americana, costituisca il punto di non ritorno che separa la scienza moderna da quella tardo-moderna, la Big Science appunto. A dispetto di una opinione tanto fallace quanto diffusa, non esiste né può esistere un «capitalismo cognitivo»; semmai v'è, in formazione, un “capitalismo tecnologico”, un modo di produzione che promuove una furiosa applicazione della scienza alla valorizzazione del capitale – applicazione che genera continue innovazioni di processo e di prodotto, ma queste non hanno alcun significativo rapporto con l'accumularsi delle conoscenze. Infatti, per loro natura, le scoperte scientifiche non possono essere né promosse né tanto meno programmate, perché esse sono in verità risposte a domande mai formulate – come accade nei viaggi o nei giochi.

tempofertile

Crisi: nella discarica del capitale

di Alessandro Visalli

Ancora alcuni interventi degli esponenti del “Gruppo Krisis”, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, dopo quelli del 2008 e 2012, sulla crisi finanziaria ed il “capitale fittizio”, rispettivamente, che avevamo letto qui.

monnezza roma gabbiano immondizia 887556Del “Gruppo Krisis” abbiamo parlato nel post, citato; dalla fine degli anni ottanta esso è attivo, intorno alla omonima rivista, nello sviluppo della critica marxista, in particolare concentrandosi sulla teoria del valore e del denaro. Questo tema è di tale importanza che conviene tornare su alcuni brevi testi, dei quali due sono antecedenti alla rottura teorica con Robert Kurz (nel 2004), che abbiamo letto in “Le crepe del capitalismo”, e uno è successivo. Nel testo in esame Robert Trenkle si interroga, nel 1998, sul concetto di “valore” nella teoria marxista, e Lohoff, nel 2000, sulla teoria delle crisi. Quindi nel saggio del 2012, che firmano insieme, ridescrive il ciclo della crisi del 2008.

Uno dei punti di differenza nell’analisi è che prima della rottura tra Krisis e Exit la “teoria del valore” del Gruppo è imperniata sul concetto di capitale “fittizio”, in quanto in sostanza anticipazione di valore futuro (il punto è certamente fondato, rintracciandosi anche nelle analisi di scuole molto diverse e distanti, come il keynesismo radicare di Amato e Fantacci e persino il liberismo temperato di Mervyn King), mentre dopo di essa l’analisi del Gruppo Krisis rimanente attenua questo piano di critica, per evidenziare la funzione sistemica della creazione di denaro a partire da una funzionalizzazione del tempo, e quindi in qualche senso riconosce la sua “realtà” (fin che dura la giostra). Viene messa a fuoco quindi la nozione di “merci del secondo ordine”.

blackblog

La matrice psicosociale del soggetto borghese nella crisi

di Leni Wissen

Una lettura della psicoanalisi di Freud dal punto di vista della critica della dissociazione-valore

idegosuperego5Introduzione

Questo articolo si basa su due motivazioni. La prima è quella di determinare la matrice psicosociale del soggetto borghese sulla base di una lettura della psicoanalisi di Freud dal punto di vista della critica della dissociazione-valore. Lo sfondo di questa rischiosa scommessa è la visione secondo la quale la società capitalista è realmente prodotta dalla dinamica oggettiva della forma della dissociazione-valore, ma da questo non ne consegue alcun determinismo dello sviluppo sociale, dovuto alla relazione dialettica fra valore e dissociazione. Ciò significa soprattutto che il pensare, l'agire ed il sentire delle persone non possono essere derivati direttamente dalla forma della dissociazione-valore - e tuttavia l'organizzazione capitalista viene prodotta da persone che riproducono quotidianamente nel loro pensare, agire e sentire le categorie astratte della dissociazione-valore, senza che siano coscienti di questo. Il che solleva la questione di come le categorie astratte vengono interiorizzate nel sentire, pensare ed agire delle persone, o, detto in altre parole, come il soggetto in generale diventa soggetto.

tempofertile

Robert Kurz, “Le crepe del capitalismo”

di Alessandro Visalli

maxresdefaultRobert Kurz è stato un filosofo ed editore della rivista di critica marxista “Exit”, scomparso nel 2012, in questo testo, tradotto in italiano la piccola casa editrice radicale Bepress raccoglie alcuni saggi dell’autore che si collocano nell’ultimo biennio di lavoro. Cioè diversi anni dopo la spaccatura con il resto del “Gruppo Krisis”, ed in particolare con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, che abbiamo già letto in “Terremoto nel mercato mondiale”.

Abbiamo letto la critica della propensione alla liquidità ed il rapporto con il tempo nella bella ricostruzione della finanza e delle sue aporie compiuta da Amato e Fantacci in “Fine della finanza” (che sono autori di scuola keynesiana e non marxisti). La questione si può riassumere nella messa a valore e scambio del tempo, e nello sforzo costante di neutralizzare l’incertezza, contro ogni evidenza e contro ogni ragionevolezza. Persino un economista neoclassico, già Governatore della Banca d’Inghilterra negli anni della crisi, Mervyn King, ammette in “La fine dell’alchimia”, quando cade dalla carica, che così non è possibile andare avanti; che quindi i continui rinvii dovranno essere sostituiti da qualche forma di razionalizzazione che sottragga al denaro parte della sua funzione di riserva di valore.

antiper

Terrore, terrorismo, rivoluzione

di Andrea Russo

Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora

foucault160Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.

«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».

Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”.

pierluigifagan

L’eterno ritorno della servitù volontaria

Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie

di Pierluigi Fagan

4158253 2876501Il testo di questo breve ed esplosivo saggio venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?

In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.

In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi.

carmilla

L’Internazionale Situazionista: merce, desiderio e rivoluzione

di Sandro Moiso

Gianfranco Marelli, L’AMARA VITTORIA DEL SITUAZIONISMO. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957- 1972, Mimesis Edizioni 2017, pp.456, € 26,00

eteretopie marelli amara vittoria situazionismo 1A sessant’anni esatti dalla Conferenza di Cosio d’Arroscia (Imperia) del 28 luglio 1957 che ne stabilì di fatto la nascita, l’Internazionale Situazionista continua a costituire una sorta di oggetto volante non identificato della teoria politica e della critica radicale dell’arte, della cultura e della società capitalistica avanzata.

Anche se il suo equipaggio, nel corso dei suoi quindici anni di vita, comprese complessivamente non più di 70 persone (di cui soltanto sette donne), “Navigare sul mare della storia del situazionismo non è certo facile” come afferma Gianfranco Marelli al termine del suo lungo, dettagliato, appassionato e sofferto studio di quello che può essere ancora definito come uno dei movimenti più radicali della seconda metà del ‘900 e forse l’unico le cui principali formulazioni possano ancora costituire, almeno in parte, un’eredità immarcescibile per l’azione sociale antagonista nel secolo in cui siamo entrati, quasi senza accorgercene, ormai da un ventennio.

Gianfranco Marelli si occupa dell’argomento da più di venti anni e l’attuale pubblicazione di Mimesis costituisce la ristampa, ampliata e arricchita (72 note a piè di pagina e 50 pagine in più rispetto alla precedente) del testo pubblicato per la prima volta nel 1996 dalle Edizioni BFS di Pisa.

ilmulino

I caratteri variegati della democrazia

Salvatore Biasco

salinas arte delle democrazia COVER COMUNICATO 750x315Le riflessioni di Salvati sullo stato della democrazia in Occidente sono da par suo penetranti e piene di suggestioni analitiche. Il suo punto di vista, anche dove non convinca pienamente, è innegabile che contenga sempre un elemento di verità. Non sono, tuttavia, le singole affermazioni - delle quali, appunto, accetto il contenuto di verità - a spingermi a scrivere queste note, ma la necessità di inquadrare meglio il senso complessivo dell’articolo e l’ispirazione che muove quelle riflessioni, in una sorta di ragionamento ad alta voce. Non ho capito se il suo bersaglio polemico (o meglio la correzione di giudizio che Salvati auspica) sia diretto a coloro che ripropongono l’adozione integrale di un approccio «socialdemocratico», o indirizzato a demitizzare il «mito» dei «Trenta gloriosi» dal punto di vista della qualità democratica, a introdurre una categoria di giudizio da non dare per acquisita (l’eccezionali-tà delle condizioni esterne), o a mettere in guardia da facili semplificazioni di analisi di un fenomeno complesso.L’incipit è una domanda sulle ragioni che spieghino il coro di analisi sul peggioramento odierno della qualità democratica nei capitalismi occidentali. Salvati non è evidentemente convinto che quel peggioramento vada preso per scontato, non perché non veda gli aspetti problematici della democrazia oggi, ma perché ritiene che nei due secoli in cui è stata il sistema politico prevalente ha manifestato, talvolta anche con maggiore gravità, i problemi che oggi appaiono così evidenti.

sebastianoisaia

Sul concetto di socializzazione

di Sebastiano Isaia

5 sulamith wulfingL’esistenza di una classe che non possiede
null’altro che la capacità di lavorare, è una
premessa necessaria del capitale (K. Marx).

La Comunità non troverà pace, armonia e
felicità fin quando non ruoterà attorno
al sole dell’individuo che non conosce
classi sociali.

Socializzare il Capitale non è un’ipotesi come un’altra, ma una vera e propria sciocchezza concettuale, un’assurdità dottrinaria, un ossimoro che si giustifica solo con una profonda ignoranza circa il concetto di Capitale da parte di chi dovesse sostenere il carattere rivoluzionario di quel vero e proprio pastrocchio ideologico. Vediamo, in breve, perché.

Comincio affermando senza alcun tentennamento che un abisso ideale e reale separa il concetto di socializzazione dei presupposti materiali della produzione della ricchezza sociale (mezzi di produzione, materie prime, ecc.) dai concetti di nazionalizzazione e statizzazione (1) di questi stessi presupposti – che nelle sue opere “economiche” Marx definisce «condizioni oggettive di lavoro».

operaviva

Beni Comuni

Oltre il mercato e lo Stato. Oltre il pubblico e il privato

Stefano Rodotà

Pubblichiamo la prefazione all’edizione italiana del libro di Pierre Dardot e Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, 2015

pittore brescia paesaggi urbani 38 bigLa riflessione sui beni comuni si è diffusa nelle direzioni e nei luoghi più diversi, si insinua in vario modo nel discorso pubblico, si è candidata a divenire l’unica via possibile per una trasformazione rivoluzionaria. La sfida è ardua, come ben si vede, e questo libro ne è la prova. E non poteva essere diversamente, perché attraverso il riferimento ai beni comuni si affronta il nodo di questa fase storica che ha visto il ritorno della proprietà come misura di tutte le cose, nella forma estrema della sua dematerializzazione, della sua astratta inafferrabilità come capitale finanziario. Non è certo un caso che il ritorno dell’attenzione per i beni comuni sia avvenuta all’insegna dell’«opposto della proprietà».

Oltre il mercato e lo Stato, oltre il pubblico e il privato. Oltre, dunque, le categorie costruttive della modernità. Dove si colloca questa dimensione?

Ma come deve essere intesa questa opposizione, quali sono i suoi luoghi, quali le sue forme? Questa è una domanda che rinvia a una molteplicità di situazioni, a forme che sfuggono alla riduzione a denominatori comuni, a una ricchezza di esperienze che mostrano una realtà che deve essere analizzata e intesa nelle sue articolazioni.

trad.marxiste

Natura, lavoro e ascesa del capitalismo

di Martin Empson

3015284Il capitalismo intrattiene un rapporto peculiare, per usare un eufemismo, col mondo naturale. (1) Karl Marx lo ha riassunto al meglio neiGrundrisse, dove ha scritto che con l’ascesa del modo di produzione capitalistico, “la natura diviene puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione”. (2) Nella stessa sezione, egli nota come “il capitale crea dunque la società borghese e l’appropriazione universale tanto della natura quanto della connessione sociale stessa da parte dei membri della società”.

Questo rapporto strumentale col mondo naturale contrasta bruscamente con le modalità attraverso le quali la natura è stata considerata, ed usata, dalle precedenti società umane. Un’interazione inedita con la natura emersa dalle violente trasformazioni sociali che hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale, estendendosi con la diffusione di tale sistema al resto dl mondo. Marx ha catalogato le molteplici forme di saccheggio e distruzione perpetuate dal primo capitalismo, nel suo rifare il mondo a propria immagine:

archiviomultferraribravo

Il pretesto populista

di Collettivo di redazione

Appunti del lavoro seminariale svolto dal collettivo di redazione dell’Archivio Luciano Ferrari Bravo

testata prova1. L’attuale dibattito politico e filosofico-politico sembra essere sempre più segnato dal concetto di populismo, dalle tematiche e dai fenomeni che gli sono riconosciuti come propri.

Se del termine populismo sembra difficile formulare una definizione – difficoltà in cui pare incorrere, forse strategicamente, anche Laclau, a partire dall’evidente insoddisfazione per le definizioni che offre nei suoi testi [ci riferiamo qui in particolare a Ernesto Laclau, On Populist Reason, Verso, London 2005; trad.it di D. Tarizzo, La ragione populista, Laterza, Bari-Roma 2008] –, si può forse cercare di inquadrare il termine, e i fenomeni a esso legati, operando uno spostamento dello sguardo: non un solo populismo, ma una serie di populismi (al plurale) che trovano applicazione su un terreno che verrebbe così da essi stessi perimetrato. L’indagine, allora, più che focalizzarsi sul presunto significato del solo concetto di populismo, dovrebbe allargare il suo orizzonte a quello che potrebbe delinearsi come il campo populista.

sinistra

‘Popolo’ e ‘moltitudine’ nel pensiero politico di Concetto Marchesi

di Eros Barone

bozzetto di saro intelisanoPer situare nella giusta direzione interpretativa un tema come quello del rapporto tra ‘popolo’ e ‘moltitudine’ nel pensiero politico di Marchesi e per penetrare esattamente il significato che questo grande intellettuale comunista attribuisce ai due termini or ora indicati, la ricerca deve prendere le mosse dalla formazione politica e letteraria di Marchesi, fissando con la massima nettezza un punto essenziale: la precedenza che ebbe, nell’itinerario intellettuale di Marchesi, la formazione politica rispetto alla formazione letteraria. Che è poi quanto La Penna, nel suo icastico profilo biografico di Marchesi, ha definito, con espressione non meno precisa che elegante, come l’importanza degli “incunabula catanesi”1 . Nella ricostruzione genetica del significato dei termini ‘popolo’ e ‘moltitudine’ non è possibile prescindere dal mondo storico-culturale in cui essi affondano le loro radici, e questo mondo è quello del carduccianesimo giacobino, alimentato dalla poesia anticonformista e anarchicheggiante di Heine, è quello del tardo romanticismo e della scapigliatura, il cui eroe eponimo era l’intellettuale socialista catanese Mario Rapisardi, poeta di Lucifero e traduttore di Lucrezio, professore nella locale università non solo di letteratura italiana, ma anche di letteratura latina, il quale trasmise al giovane Concetto alcune idee-forza, che si ritroveranno poi nella sua riflessione più matura, come quella dell’opposizione tra l’uomo e il cittadino, come la rivendicazione dell’originalità della letteratura latina rispetto a quella greca ed il binomio costituito dalla congiunta avversione per l’arido filologismo e per il bieco autoritarismo tedeschi.

ilfoglio

La bolla mortale della nuova democrazia

di Damiano Palano*

La bolla culturale in cui siamo imprigionati elimina dalla nostra visuale punti di vista alternativi e alimenta la nascita di teorie del complotto e partiti esoterici. Come uscirne? Un saggio

filter bubbleL’ultimo discorso da Presidente di Barack Obama, pronunciato a Chicago il 10 gennaio 2017, è passato quasi inosservato, sommerso dall’attesa per l’imminente avvento alla Casa Bianca di Donald Trump. Vale la pena di riproporre un passaggio:

“Per troppi di noi è diventato più sicuro ritirarsi nelle proprie bolle […], circondati da persone che ci assomigliano e che condividono la nostra medesima visione politica e non sfidano mai le nostre posizioni. […] E diventiamo progressivamente tanto sicuri nelle nostre bolle, che finiamo con l’accettare solo quelle informazioni, vere o false che siano, che si adattano alle nostre opinioni, invece di basare le nostre opinioni sulle prove che ci sono là fuori”.

Probabilmente nei prossimi anni dovremo tornare a rileggere quelle parole. Non tanto per il talento oratorio di Obama, quanto per l’allarme sui rischi di quelle “bolle” che ci rassicurano ma che ci danno una visione distorta del mondo. Non solo perché proprio in quelle “bolle” le fake news trovano un privilegiato bacino di coltura, ma soprattutto perché la vittoria elettorale di Donald Trump, al di là degli esiti che avrà il suo mandato presidenziale, sancisce per molti versi la fine della democrazia del pubblico e l’atto di nascita di una inedita bubble-democracy.

orizzonte48

"L'Antisovrano" ha paura della sovranità popolare perchè non vuole la democrazia

di Quarantotto

Un percorso critico sulla teologia del liberismo tra "spesapubblicaimproduttiva" e meritocrazia autoproclamata

prayer21. Il titolo di questo post è agevolmente comprensibile, direi autoesplicativo, per chi segua questo blog.

Ma non si può ignorare il fatto che, specialmente a seguito della vittoria di Macron (quale che ne sia l'effettiva tenuta, alla luce degli eventi che egli stesso non potrà evitare di determinare), in quanto principalmente interpretata come una sconfitta di Marie Le Pen, nel dibattitto politico-mediatico, si registri la tendenza a considerare il "sovranismo" come un concetto programmatico in arretramento. E, dunque, proprio presumendosi la sua subentrata scarsa presa elettorale, in via di ridimensionamento nel linguaggio à la page, cioè elettoralmente remunerativo.

Inutile dire che questo ridimensionamento viene con immediatezza, e quindi molto frettolosamente e in base ad analisi delle effettive propensioni al voto piuttosto rozze ed emotive, legato alla questione dell'opposizione alla moneta unica.