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carmilla

A/traverso (a suo modo) una pratica dell’obiettivo

di Gioacchino Toni

Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

a traverso 3456«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine.

Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere la gente a lavorare» (“Piccolo gruppo in moltiplicazione”, “A/traverso”, maggio 1975)

La rivista nacque nel 1975, dall’eredità della controcultura e dell’operaismo degli anni Sessanta, ma al contempo si presentò come il simbolo di uno scarto nel mondo antagonista della sinistra extraparlamentare di allora. Una frattura sghemba, obliqua e anche ambigua, proprio come quella della barra che spaccava il titolo a metà e che si insinuava nel mezzo delle cose. La proposta era quella di mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio, di rideterminare l’ordine del reale utilizzando la scrittura […]

“A/traverso” è un oggetto alieno, oltre che per le sue fattezze anticipatrici delle fanzine punk, anche e soprattutto per il modo in cui, nelle sue pagine forma e contenuti si influenzano a vicenda, andando a costituire un messaggio che riesce sempre a travalicare la semplice trasmissione dell’informazione.

ilbenecomune

Globalisti contro sovranisti

Un conflitto tutto interno alle classi dominanti

Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzarà

Ancora sul fenomeno cosiddetto "populista". Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzarà, docente di Filosofia moderna presso l’Università di Urbino e autore del volume "Democrazia cercasi"

trump america firstVisto che lei è un marxista, inizierei dalla critica. Uno dei paradigmi interpretativi che si sta affermando nettamente, non solo tra i rappresentanti dell'establishment (lo ha dichiarato qualche settimana fa in un'intervista sul Corriere della Sera, il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker) ma anche tra molti compagni, riguardo alla reazione che sta montando in occidente contro chi ha governato la globalizzazione negli ultimi 20 anni, è quello secondo cui lo scontro fondamentale non è più fra destra e sinistra ma tra populisti e globalisti. Ecco, rispetto a questo, qual è la sua analisi?

Ritengo profondamente sbagliata, per non dire foriera di grandi pericoli, questa impostazione, che appare nuova ma che in realtà si è presentata più volte sulla scena politica e culturale non solo nel XX ma già nel XIX secolo. La vera differenza rispetto al passato è semmai che mentre prima queste tesi erano smentite nella pratica, oltre che nella teoria, oggi l'impotenza pressoché totale acquisita dalla sinistra lascia un campo totalmente aperto alle destre per un'operazione egemonica in grande stile. Un’operazione che sta già cambiando il modo di pensare delle generazioni più giovani e ha aperto una breccia anche a sinistra.

socialismo2017

Né da destra né da sinistra. Riflessioni dopo l’Eliseo

di Mimmo Porcaro

quale direzione1. Mezzi fascisti e falsi antifascisti

In Francia è andata come doveva andare, secondo i pronostici e soprattutto secondo la logica. La trappola dell’antifascismo in assenza di fascismo è scattata alla perfezione e, anche se non è stata questa la causa principale della vittoria di Macron, è comunque il caso di parlarne, non foss’altro per le castronerie che si sono udite, al proposito, anche da questa parte delle Alpi.

Va ricordato, prima di tutto, che l’europeismo padronale di cui Macron è al momento l’eroe riconosciuto, ha da tempo messo in atto con efficacia una precisa strategia di dissoluzione de iure e de facto delle Costituzioni antifasciste, lavoriste e semi-socialiste che vigevano prima della sublime invenzione della “governance multilivello” dell’Ue. Tale europeismo ha consapevolmente dissolto la sostanza e la forma della democrazia parlamentare sia togliendo potere ai parlamenti nazionali sia traslando questo potere ad organismi non-parlamentari posti scientemente “al riparo dal processo elettorale”.

pandora

“I misteri della sinistra” di Jean-Claude Michéa

di Enrico Fantini

Recensione a: Jean-Claude Michéa, I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto, Neri Pozza, Vicenza 2013, pp. 128, 15 euro (Scheda libro)

OperaiLa Francia, in particolare nell’ultimo ventennio, ha sviluppato una interessante classe intellettuale che esprime a volte posizioni di reazione esplicita (vedi Zemmour e in generale la “galaxie réac”[1]), a volte elabora un pensiero critico che non manca di autonominarsi di “sinistra” (il primo Houellebecq, diciamo fino alle Particules élémentaires, Alain Finkielkraut, per certi versi lo stesso Michel Onfray). Se le declinazioni espressive sono diverse, questa compagine contempla un unico bersaglio critico: la sinistra liberal incarnata dalle classi medie colte. Questa forma di antigauchismo (per molti versi, per altro, del tutto condivisibile) produce una sorta di riduzionismo esasperato che individua nel progressismo una malapianta da estirpare.

Una specola interessante, da questo punto di vista, viene offerta dall’opera di Jean-Claude Michéa, in particolare nell’ultimo volume tradotto in italiano I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. L’antigauchismo di Michéa si espone sino a sostenere il «rifiuto di riunire sotto il segno esclusivo della “sinistra” l’indignazione crescente della “gente comune, (Orwell) di fronte a una società sempre più amorale, piena d’ineguaglianze e alienante”», (p. 7): il concetto di sinistra politica e parlamentare, non è più capace di aggregare le masse attorno a un progetto di «uscita dal capitalismo».

sinistra

Il personale, il politico e il capitale

di Marco Maurizi

Perché essere ecologista, femminista, queer, antirazzista, antispecista ecc. non fa di te un anticapitalista

trasferimento 11. Amici, ancora uno sforzo se volete essere anticapitalisti

Intendo scontare con un lavoro quanto più possibile analitico e mirato la pretenziosità del titolo di questo intervento, in cui, prometto al lettore, cercherò di tenermi lontano dal tipo di slogan che affliggono così spesso i testi di filosofia politica radicale, tanto più quanto essi si elevano a considerazioni di ordine generale.

Sono assolutamente convinto che costruire una prospettiva socialista che sia in grado di raccogliere e rilanciare il frutto di esperienze di lotta diverse come il femminismo, l’ecologia, la teoria queer o l’antispecismo sia un’ottima cosa. Tuttavia, il tema della cosiddetta “convergenza delle lotte” mi pare circoli da tempo sufficiente per poter cominciare a dire che non abbia prodotto risultati esaltanti, né da un punto di vista teorico, né pratico.

In quanto segue proverò a dare una spiegazione del perché concentrandomi su quelli che mi sembrano essere i tre vizi principali dei movimenti anticapitalisti. Anzitutto, essi non sono affatto “anticapitalisti” o, se lo sono, lo sono in modo molto generico e confuso. In secondo luogo, il tema della “convergenza delle lotte” segue un modello, altrettanto discutibile, che passa sotto il titolo di “intersezionalismo”.

micromega

Oltre il municipalismo

La sfida all’Europa dell’alcaldessa Ada Colau

di Steven Forti

ada colau neomunicipalismo 510Figlio del movimento degli Indignados in Spagna si sta affermando il neomunicipalismo, ovvero l’idea di ripartire dalla città, tramite processi popolari e di confluencia, per rompere lo storico bipartitismo Pp-Psoe. Barcellona è l’esempio più grande. Ma l’obiettivo è spingersi oltre per affrontare le grandi sfide globali: il cambio climatico, la mobilità, il problema della casa, la disuguaglianza, le migrazioni. Per questo si prova a far nascere una rete europea delle città ribelli.

Il 24 maggio del 2015 in diverse città spagnole delle liste civiche nate dal basso vincono le elezioni comunali. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona i cittadini entrano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo PP-PSOE, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati quasi due anni da quel giorno e la scommessa neomunicipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo.

militant

Correvo pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

abatangeloDal letame di molta memorialistica sugli anni Settanta, capita ad un certo punto di scovare il fiore più bello. E’ la vita onesta e tragica di Pasquale Abatangelo a restituire il significato di una vicenda collettiva sepolta dalla rancorosa storia dei vincitori, di destra e di sinistra. Da troppo tempo si è cambiato nome alle cose, ma rimane brutalmente vero il verso di Gertrude Stein: una rosa è una rosa è una rosa. Questa autobiografia restituisce senso ad un nome ormai prosciugato di significati materiali: il comunismo. La vita di Pasquale Abatangelo è il comunismo italiano degli anni Settanta. La sua vita come sineddoche di una generazione di militanti rivoluzionari che, sprovvisti di tutto tranne che della loro disciplina e del proprio sacrificio, seppero mettere paura al potere. E’ questo un privilegio che pagarono duramente: tanti non ressero, altri conservarono intatta la propria dignità. Pasquale fu uno di questi.

La vita di Pasquale racchiude simbolicamente il senso del lungo decennio delle lotte di classe in Italia tra il 1968 e la fine degli anni Settanta. Una vita di scarto come tante all’epoca, dal collegio alla strada, alle prime rapine al carcere. Ma la rinascita al comunismo avvenne all’interno di quella vicenda collettiva che sconvolse le sorti di una generazione. L’impolitico Pasquale dovette fare i conti con l’urgenza rivoluzionaria di una generazione che travolse i destini individuali: «Qui si crearono le basi della particolarità italiana. Anche in Francia, anche in Germania, in Inghilterra, negli USA il Sessantotto trovò le parole per capire, descrivere e rifiutare le istituzioni totali. Ma solo in Italia si generò una dinamica paritaria, orizzontale e osmotica, fra banditi e rivoluzionari. Anni dopo, nei libri di filosofia ho trovato le parole adatte per descrivere il significato di questo incontro: reciproco riconoscimento». Il reciproco riconoscimento di cui parla Pasquale non è “solo” quello tra detenuti comuni e militanti politici.

socialismo2017

Machiavelli 2017 - Tra partito connettivo e partito strategico

di Mimmo Porcaro

Machiavelli AFHo tenuto a lungo nel cassetto questo breve articolo, pensato per lettori non italiani – e già pubblicato in versione tedesca (in cooperazione con la rivista Jacobin) su LuXemburg (periodico della fondazione omonima), n. 2, 2016 – perché temevo che la concezione “stretta” di partito che qui propongo potesse influenzare negativamente il processo di costruzione di una vera forza socialista nel nostro paese. Se è infatti vero che abbiamo bisogno anche di un partito fatto di elementi molto selezionati, è altrettanto vero, però, che tale selezione deve avvenire su una platea molto più vasta di quella che abbiamo a disposizione oggi. Oggi servono organismi politici capaci di avviare la crescita di una prospettiva socialista attraendo forze di buona consistenza numerica e di diversa estrazione sociale e culturale: solo sulla base di questa prima crescita si potrà operare, o verrà operata dai fatti, una selezione che estragga gli elementi più consapevoli e determinati. Considerato che organismi del genere stanno per fortuna iniziando a nascere, e con il passo giusto (penso alle pur diverse esperienze di Eurostop e della Confederazione di Liberazione Nazionale), mi sembra adesso che questo scritto posa avere una qualche utilità anche per la discussione italiana. Per questo lo rendo pubblico, con minime modifiche rispetto alla precedente versione.

communia

Immaginazione strategica e partito

di Josep Maria Antentas

Pubblichiamo questa lunga e stimolante riflessione sulla forma partito di Josep Maria Antentas, professore di sociologia alla Università autonoma di Barcelona (UAB) e membro del Consiglio consultivo della rivista "Viento Sur", dell'area politica Anticapitalistas interna a Podemos. L'articolo è uscito sull'ultimo numero della rivista, che potete consultare qui

permesso1. Partito-movimento. Dopo decenni di crisi delle forze politiche della sinistra e di rifugio nei movimenti sociali, l’attuale rinascita della battaglia politico-elettorale e di nuovi strumenti politici si dà sotto il segno della necessità di ripensare e di rinnovare la nozione stessa di partito. Frutto di un lungo arretramento della sinistra politica dalla fine degli anni Settanta in poi, la (diseguale) crisi dei partiti è stata di contenuto (programma), di forma (organizzazione) e di pratica. In sintesi una crisi di progetto, di senso e di strategia. L’eterno risorgere della “questione del partito” nasconde precisamente una discussione più ampia sulla strategia politica, la natura della lotta e la relazione tra il politico e il sociale.

La nozione di partito-movimento riassume bene la vocazione di intraprendere un rinnovamento movimentista del partito, con una certa analogia con il concetto del sindacalismo movimentista (social movement unionism) sviluppato nel mondo anglosassone rispetto ai sindacati. Utilizzato in ambito accademico da Kitschelt (2006) per riferirsi ai partiti antiautoritari e verdi emersi negli anni Ottanta in vari Paesi europei, il termine può essere formulato in un senso più ampio.

illatocattivo

Col cadavere in bocca. Sul quarantennale del '77

di Il Lato Cattivo

settantasette bologna«Ultimo mohicano / sampietrino in mano
solo qui nella via / e la barricata
dove l'han portata? / Non c'è proprio più.»
(Gianfranco Manfredi)

In questo inizio d'anno punteggiato di commemorazioni molto interessate e poco interessanti (vedi «C17» et similia) tocca sorbirsi anche il quarantennale del movimento del '77. E così sia. Allora largo al ricordo su ordinazione, alla parola di chi c'era e vuole raccontare, al pianto rituale degli offesi e dei caduti. In fondo, perché no? A nulla vale deprecare l'operazione memorialistica, che è vecchia – se non proprio quanto il mondo – almeno quanto il massacro dei comunardi, commemorati a scadenza ormai annuale presso il Mur des Fédérés. Le celebrazioni per l’anniversario del '77 italiano cadono ogni decina d'anni: frequenza tutto sommato ragionevole. Basta solo non chiedere ciò che è impossibile avere. A quale veglia è d'uso esprimere critiche o riserve sul morto in onore del quale ci si riunisce? Tutti sanno che anche l'individuo più mediocre passa per un grand'uomo il giorno del suo funerale, finanche sulla bocca di chi in vita ne diceva peste e corna.

contropiano2

Quattro “campi” per l’identità di Eurostop

di Eurostop

Domenica 26 marzo a Roma ci sarà una assemblea nazionale di Eurostop (ore 10.00 via Galilei 53) per discutere intorno al percorso costituente e al programma di azione. Qui di seguito uno dei documenti per la discussione nell'assemblea del 26 marzo

eurostopo sala dal fondo 720x300Oggi ad inizio 2017 siamo di fronte ad una ripresa dell’intervento di Eurostop, impostato nell’assemblea del 28 Gennaio, che non si vuole limitare alla promozione di pur importanti iniziative ma costruire uno strumento politico unitario credibile e stabile nel contesto nazionale. Un obiettivo che non sappiamo ancora che forme e che esiti potrà avere ma che è un risultato del nostro lavoro collettivo svolto nella fase referendaria con le mobilitazioni del 21 e 22 Ottobre ma soprattutto con l’esito referendario che ha avallato appieno la nostra analisi e posizione sul No Sociale.

Per fare un reale passo in avanti è però necessario riflettere sulle dinamiche generali che ci hanno portato fin qui in quanto ci fornisce una corretta chiave di lettura di una traiettoria politica iniziata nel nostro paese almeno sei anni fa. Il primo passaggio è stato quello delle crisi del debito nel sud Europa quando il condizionamento delle politiche nazionali da parte dell’UE appariva sempre più evidente, anche se in quella fase la “vittima” fu Silvio Berlusconi. La sinistra di “movimento”, incluso il PRC, tentò di abbozzare una risposta unitaria con la costituzione del Comitato NO Debito nel 2011 il quale fu di fatto una comitato di scopo che non poteva durare oltre alcune iniziative che pure riuscirono, come l’assemblea del 1° Ottobre tenuta all’Ambra Jovinelli di Roma, a cui parteciparono oltre mille persone, ed il NO Monti Day. Ad un certo punto di quel percorso apparve evidente l’inadeguatezza della base politica di un comitato di scopo di fronte all’aggressività delle istituzioni europee.

militant

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

di Militant

cazzullo settantasetteDei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.

Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo.

carmilla

Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone

di Giovanni Iozzoli

Oreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

77epoi2’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?

Scalzone sceglie la straordinaria giornata romana del 12 marzo: centomila in piazza di cui – sottolinea l’autore due volte in poche pagine – almeno 5000 armati.

ospite ingrato

Le figure di Panzieri

Lettura di Sul primo numero di «Quaderni rossi» [Paesaggio con serpente, 1984]

di Filippo Grendene

Tronti de Caro Panzieri NegriL’esperienza dei Quaderni rossi rappresenta una tappa centrale nello sviluppo del movimento operaio italiano: i sei numeri, usciti fra 1961 e 1965, forniscono le basi per un’interpretazione rinnovata del panorama nazionale, mutato in seguito al picco di crescita degli ultimi anni Cinquanta e al conseguente ‘ammodernamento’ di apparato produttivo industriale e relazioni lavorative. L’analisi condotta dai Quaderni, ancorata soprattutto al piano teorico – la rilettura di Marx – e a una pratica – l’inchiesta operaia – rivestirà un’importanza centrale per tutto il ciclo di lotte che si apre nel 1962 con Piazza Statuto per chiudersi nel decennio successivo. In questo percorso Fortini assume un ruolo non secondario: attraverso il proprio intervento saggistico contribuisce ad aprire, assieme a coloro che intervengono sui «Quaderni» – «rossi» e, da un’altra prospettiva, «piacentini» – e sulle moltissime riviste nate nel corso degli anni Sessanta, uno spazio politico a sinistra del PCI, occupato da organizzazioni di vario stampo, orientamento, dimensione.

Raniero Panzieri, fondatore dei Quaderni rossi, muore nel 1964, all’età di 43 anni. Di formazione filosofica, intreccia per molti versi la propria esperienza intellettuale a quella di Franco Fortini, all’interno delle residue possibilità di movimento che, nel quinquennio 1956-1961, la posizione filosovietica del PCI e le aperture al centrosinistra del PSI lasciano agli intellettuali italiani:

communia

1977. Il movimento inaudito

di Felice Mometti

d amico 77La vicenda di chi cerca un’altra via per le Indie
e proprio per questo scopre nuovi continenti 
è molto vicina al nostro modo attuale di procedere;
"A/traverso" 1977.

I movimenti sociali sono strani animali. Non ce n’è uno che somigli a un altro. Le alchimie che si creano tra subalternità, antagonismo e autonomia sono spesso il risultato di uno sguardo verso il passato e di un’anticipazione del futuro. E il movimento del Settantasette fu un movimento al tempo stesso atteso e imprevisto. Il 1976 fu l’anno della campagna per le elezioni politiche dopo che l’anno precedente l’alleanza Pci-Psi aveva conquistato le amministrazioni delle principali città del Paese. Intorno al Pci erano nate grandi speranze e altrettante illusioni. Il sogno del “sorpasso” e di un governo delle sinistre, l’ascesa dei comunisti al governo come grande trasformazione del Paese ebbe una reale presa su larghi settori di massa che aspiravano ad un cambiamento radicale. In realtà, già da molto tempo il gruppo dirigente del Pci aveva altri piani. La tenuta elettorale della Dc diede la definitiva giustificazione alla strategia del “compromesso storico”, teorizzata apertamente fin dal 1973.