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illatocattivo

Col cadavere in bocca. Sul quarantennale del '77

di Il Lato Cattivo

settantasette bologna«Ultimo mohicano / sampietrino in mano
solo qui nella via / e la barricata
dove l'han portata? / Non c'è proprio più.»
(Gianfranco Manfredi)

In questo inizio d'anno punteggiato di commemorazioni molto interessate e poco interessanti (vedi «C17» et similia) tocca sorbirsi anche il quarantennale del movimento del '77. E così sia. Allora largo al ricordo su ordinazione, alla parola di chi c'era e vuole raccontare, al pianto rituale degli offesi e dei caduti. In fondo, perché no? A nulla vale deprecare l'operazione memorialistica, che è vecchia – se non proprio quanto il mondo – almeno quanto il massacro dei comunardi, commemorati a scadenza ormai annuale presso il Mur des Fédérés. Le celebrazioni per l’anniversario del '77 italiano cadono ogni decina d'anni: frequenza tutto sommato ragionevole. Basta solo non chiedere ciò che è impossibile avere. A quale veglia è d'uso esprimere critiche o riserve sul morto in onore del quale ci si riunisce? Tutti sanno che anche l'individuo più mediocre passa per un grand'uomo il giorno del suo funerale, finanche sulla bocca di chi in vita ne diceva peste e corna.

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Quattro “campi” per l’identità di Eurostop

di Eurostop

Domenica 26 marzo a Roma ci sarà una assemblea nazionale di Eurostop (ore 10.00 via Galilei 53) per discutere intorno al percorso costituente e al programma di azione. Qui di seguito uno dei documenti per la discussione nell'assemblea del 26 marzo

eurostopo sala dal fondo 720x300Oggi ad inizio 2017 siamo di fronte ad una ripresa dell’intervento di Eurostop, impostato nell’assemblea del 28 Gennaio, che non si vuole limitare alla promozione di pur importanti iniziative ma costruire uno strumento politico unitario credibile e stabile nel contesto nazionale. Un obiettivo che non sappiamo ancora che forme e che esiti potrà avere ma che è un risultato del nostro lavoro collettivo svolto nella fase referendaria con le mobilitazioni del 21 e 22 Ottobre ma soprattutto con l’esito referendario che ha avallato appieno la nostra analisi e posizione sul No Sociale.

Per fare un reale passo in avanti è però necessario riflettere sulle dinamiche generali che ci hanno portato fin qui in quanto ci fornisce una corretta chiave di lettura di una traiettoria politica iniziata nel nostro paese almeno sei anni fa. Il primo passaggio è stato quello delle crisi del debito nel sud Europa quando il condizionamento delle politiche nazionali da parte dell’UE appariva sempre più evidente, anche se in quella fase la “vittima” fu Silvio Berlusconi. La sinistra di “movimento”, incluso il PRC, tentò di abbozzare una risposta unitaria con la costituzione del Comitato NO Debito nel 2011 il quale fu di fatto una comitato di scopo che non poteva durare oltre alcune iniziative che pure riuscirono, come l’assemblea del 1° Ottobre tenuta all’Ambra Jovinelli di Roma, a cui parteciparono oltre mille persone, ed il NO Monti Day. Ad un certo punto di quel percorso apparve evidente l’inadeguatezza della base politica di un comitato di scopo di fronte all’aggressività delle istituzioni europee.

militant

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

di Militant

cazzullo settantasetteDei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.

Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo.

carmilla

Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone

di Giovanni Iozzoli

Oreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

77epoi2’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?

Scalzone sceglie la straordinaria giornata romana del 12 marzo: centomila in piazza di cui – sottolinea l’autore due volte in poche pagine – almeno 5000 armati.

ospite ingrato

Le figure di Panzieri

Lettura di Sul primo numero di «Quaderni rossi» [Paesaggio con serpente, 1984]

di Filippo Grendene

Tronti de Caro Panzieri NegriL’esperienza dei Quaderni rossi rappresenta una tappa centrale nello sviluppo del movimento operaio italiano: i sei numeri, usciti fra 1961 e 1965, forniscono le basi per un’interpretazione rinnovata del panorama nazionale, mutato in seguito al picco di crescita degli ultimi anni Cinquanta e al conseguente ‘ammodernamento’ di apparato produttivo industriale e relazioni lavorative. L’analisi condotta dai Quaderni, ancorata soprattutto al piano teorico – la rilettura di Marx – e a una pratica – l’inchiesta operaia – rivestirà un’importanza centrale per tutto il ciclo di lotte che si apre nel 1962 con Piazza Statuto per chiudersi nel decennio successivo. In questo percorso Fortini assume un ruolo non secondario: attraverso il proprio intervento saggistico contribuisce ad aprire, assieme a coloro che intervengono sui «Quaderni» – «rossi» e, da un’altra prospettiva, «piacentini» – e sulle moltissime riviste nate nel corso degli anni Sessanta, uno spazio politico a sinistra del PCI, occupato da organizzazioni di vario stampo, orientamento, dimensione.

Raniero Panzieri, fondatore dei Quaderni rossi, muore nel 1964, all’età di 43 anni. Di formazione filosofica, intreccia per molti versi la propria esperienza intellettuale a quella di Franco Fortini, all’interno delle residue possibilità di movimento che, nel quinquennio 1956-1961, la posizione filosovietica del PCI e le aperture al centrosinistra del PSI lasciano agli intellettuali italiani:

communia

1977. Il movimento inaudito

di Felice Mometti

d amico 77La vicenda di chi cerca un’altra via per le Indie
e proprio per questo scopre nuovi continenti 
è molto vicina al nostro modo attuale di procedere;
"A/traverso" 1977.

I movimenti sociali sono strani animali. Non ce n’è uno che somigli a un altro. Le alchimie che si creano tra subalternità, antagonismo e autonomia sono spesso il risultato di uno sguardo verso il passato e di un’anticipazione del futuro. E il movimento del Settantasette fu un movimento al tempo stesso atteso e imprevisto. Il 1976 fu l’anno della campagna per le elezioni politiche dopo che l’anno precedente l’alleanza Pci-Psi aveva conquistato le amministrazioni delle principali città del Paese. Intorno al Pci erano nate grandi speranze e altrettante illusioni. Il sogno del “sorpasso” e di un governo delle sinistre, l’ascesa dei comunisti al governo come grande trasformazione del Paese ebbe una reale presa su larghi settori di massa che aspiravano ad un cambiamento radicale. In realtà, già da molto tempo il gruppo dirigente del Pci aveva altri piani. La tenuta elettorale della Dc diede la definitiva giustificazione alla strategia del “compromesso storico”, teorizzata apertamente fin dal 1973.

corsaro

Forma è sostanza. Appunti su forme della politica e forme di vita

di Rocco Albanese

020 twlnwif“Passa il tempo / sembra che non cambi niente.
/ Questa mia generazione / vuole nuovi valori”.
F. Battiato, Aria di Rivoluzione, 1973

Nessuno ci regalerà niente

Tra pochi giorni si celebrerà a Rimini la nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra. Il congresso fondativo di Sinistra Italiana arriva, però, in un momento caratterizzato da contraddizioni tanto generalizzate quanto profonde. Ed è da un punto di vista generazionale che vale la pena guardare a queste contraddizioni, così come all'apertura di uno spazio politico che aspira ad essere nuovo”.

Appena due mesi fa, il referendum costituzionale si rivelava lo strumento con cui l'81% delle persone tra i 18 e i 34 anni tirava un gigantesco schiaffo all'establishment e al grande bluff renziano. Sarebbe però un errore madornale astrarre, mitizzare e semplificare quel voto generazionale. È vero che esso, per le sue proporzioni, ha assunto la fisionomia di una rivolta. Ma non è men vero che le cifre di questa rivolta sono soprattutto la stanchezza, il disincanto, il risentimento. Come scriveva Gesualdo Bufalino, infatti,  nell’asfissia del sentire, che a gara con l’altra del respiro ci soffocava le fauci, ogni parola grande stingeva, appariva una truffa di adulti. Anche la libertà, anche la verità.

ilpungolorosso

Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa “sovranista” di Eurostop

La redazione di “il cuneo rosso”

In calce una prima risposta  di Giorgio Cremaschi  e una replica di "Il cuneo rosso"

022 zafL’assemblea di Eurostop tenutasi a Roma il 28 gennaio scorso merita due note di commento. Nulla che passerà alla storia, intendiamoci. È solo cronaca. Cronaca di una delle tante forme, in Europa, di accodamento delle sinistre alla tematica, imposta dalle destre iper-nazionaliste, dell’uscita dall’euro e dall’UE come (falsa) via maestra per risolvere i gravi problemi sociali creati dalla crisi del sistema capitalistico. Le tesi presentate a Casalbruciato erano già state presentate nelle precedenti iniziative di Eurostop. Però un paio di cose almeno in parte nuove, ci sono state. Anzitutto l’estrema nettezza con cui è emerso il messaggio politico effettivo di Eurostop, soprattutto grazie all’ospite d’onore del consesso, il magistrato Paolo Maddalena. E poi la violenza verbale, il sarcasmo con cui il mite Cremaschi si è ritenuto in dovere di attaccare ogni prospettiva di lotta che sia fondata su basi di classe, quindi internazionaliste, anziché, com’è l’Ital-exit, su basi democratiche e popolari, e quindi nazionali e nazionaliste.

Il documento preparatorio dell’assemblea e l’intervento introduttivo di Cremaschi hanno come loro termine-chiave la rottura. Rottura con che cosa? Con l’euro e l’UE – la Nato, sebbene nominata, è rimasta molto sullo sfondo; si è parlato ben poco delle guerre Nato, e meno ancora del militarismo e dell’imperialismo italiano. Rottura con “la globalizzazione liberista”: è questo il nemico dal cui dominio affrancarsi, in un processo di “liberazione dal capitalismo liberista”.

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Podemos, vince il “populismo di sinistra” di Iglesias

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

congresso podemos 510“Unità, umiltà”. Queste sono le parole che riassumono il congresso di Podemos che ha sancito una vittoria por goleada di Pablo Iglesias. Una nuova lezione per la sinistra nostrana che alla Spagna guarda da sempre con interesse. El coleta – come viene definito Iglesias per la sua caratteristica pettinatura a coda di cavallo - ha trionfato su tutta la linea. Il partito, che ha compiuto tre anni di vita lo scorso mese di gennaio, chiude con l'era del "marketing elettoralistico" e ritorna nelle strade. Lo sguardo è rivolto, come nei primi tempi, ai movimenti e alle istanze sociali con una novità rispetto ad allora, o meglio con una conferma, che fino all’altro ieri non era certa: l'alleanza politica con Izquierda Unida (IU), il tradizionale partito della sinistra iberica.

Iglesias è stato rieletto segretario generale del partito con l’89% dei voti. Non aveva sfidanti, questo è certo, ma il dato parla da sé. E la vittoria riguarda anche tutti gli altri documenti votati a Vistalegre II. Per quanto riguarda il documento politico, la madre di tutte le battaglie, Iglesias ottiene il 56% dei voti. Lo sfidante e numero due del partito Íñigo Errejón si ferma al 33,7%, mentre gli anticapitalisti dell’eurodeputato Miguel Urbán e della líder andalusa Teresa Rodríguez portano a casa il 9%. Simili i risultati anche per quanto riguarda l’elezione del Consejo Ciudadano, il maggior organo del partito: 50,7% per la lista di Iglesias, 33,7% per quella di Errejón e 13,1% per quella degli anticapitalisti.

micromega

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

di Carlo Formenti

assemblea podemos 510Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

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Poteri comunisti

di Sandro Mezzadra

Intervento a C17 – La conferenza di Roma sul Comunismo, 21 gennaio 2017

Sketch192218451. Qual è oggi il potere della parola comunismo? È una domanda che dobbiamo porci alla luce dello straordinario successo di C17, dopo che per giorni, centinaia e centinaia di persone hanno seguito con un’attenzione e una partecipazione stupefacenti una serie di dibattiti in cui il comunismo è stato nuovamente messo in gioco dal punto di vista della storia e della critica dell’economia politica, delle pratiche estetiche e della politica tout court. Si tratta forse di tornare a usare il termine comunismo nei volantini, nei manifesti e nei blog? Non mi pare che sia questo il punto. Quanti tra noi hanno continuato in questi anni a definirsi comunisti lo hanno fatto con la necessaria “sobrietà”, consapevoli del fatto che su quella parola grava il peso di una storia tanto entusiasmante quanto terribile – e che solo nuovi movimenti di massa possono rinnovarne radicalmente il significato, incardinandola nella lotta politica e sociale del XXI secolo. Anche a Roma abbiamo ascoltato appelli alla costruzione di un nuovo “partito comunista” (Jodi Dean), senza che di questi problemi, nonché della nuova composizione del lavoro vivo e delle nuove modalità operative del capitale, si tenesse conto. È facile rispondere che ad esempio in un Paese come l’Italia non si contano i “partiti comunisti”, in litigiosa contesa per il monopolio della corretta linea politica senza che la loro azione faccia in alcun modo avanzare un movimento reale di riappropriazione della materialità del comunismo.

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Chi sono i comunisti?

di Militant

comunismo image[Mesi fa, il collettivo politico di Esc ci chiese di partecipare, con una breve relazione, alla Conferenza sul comunismo – C17 – per celebrare l’anniversario della Rivoluzione. Come direbbe Wu Ming, si trattava di sconfinare abbondantemente dalle nostre “zone di comfort”, tanto politiche quanto culturali. Molte cose, potete immaginare, ci distanziano da *quel* modo di celebrare l’Ottobre. Eppure abbiamo aderito senza problemi. Per due ragioni fondamentali. La prima, coi compagni di Esc c’è (molta) differenza ma c’è altrettanto “riconoscimento” politico. Tra compagni, insomma, ci si confronta apertamente, su tutto, nella condivisione come nello scontro dialettico. La seconda ragione fondamentale è data dalla convinzione che il marxismo ha la forza di confrontarsi con tutto il pensiero umano, non solo con chi ne condivide le premesse. Il marxismo è un pensiero della totalità: non ha paura a confrontarsi col grande pensiero borghese, così come non ha paura di discutere con forme di operaismo post-moderno. Anzi, preferiamo di gran lunga discutere con chi non la pensa come noi, piuttosto che darci ragione a vicenda in sterili dibattiti improduttivi. Il problema non era tanto, allora, “dove” e “con chi” discutere di comunismo, ma “come” essere efficaci in un contesto di reciproca diffidenza. Nel ristrettissimo spazio di dieci minuti (questo il tempo consentito ai relatori) sapersi fare ascoltare diveniva il problema centrale. Speriamo con questa relazione di esserne venuti a capo. Buona lettura].

* * * *

Fra le tante sciagure connesse alla crisi economica, almeno una conseguenza positiva: dal novero delle teorie politiche comprensibili, non trovano più posto le derive culturali tipiche di certo marxismo post-moderno.

euronomade

Chi sono i comunisti?

di Toni Negri

fontaine1BNSono quelle donne e quegli uomini che aprono le forme della vita alla liberazione dal lavoro e sviluppano le condizioni di una lotta rivoluzionaria continua a questo fine e così inventano e costruiscono istituzioni radicalmente democratiche – che possiamo chiamare istituzioni del comune.

Meglio detto, i comunisti sono coloro che uniscono rivoluzione politica e liberazione dal lavoro, istituzione comune ed emancipazione della produzione della vita dal comando capitalista.

Prima di argomentare questa definizione lasciatemi fare qualche precisazione a proposito di alcune tesi che si pretendono rifondatrici di un discorso comunista, mentre invece – a mio parere – tolgono la stessa possibilità di parlare di comunismo.

 

1. Ci sono in primo luogo tesi che destoricizzano e dematerializzano, unitamente all’idea del potere, quella di comunismo.

Sono spesso concezioni abbarbicate al passato, all’ideologia del “socialismo reale” e non riconoscono quanto il mondo del capitale e le lotte di liberazione siano oggi mutati. Altre volte poi ci sono compagni che, pur riconoscendo il mutamento, nella contemporaneità, della composizione tecnica del lavoro vivo (rispetto a quella dell’industrialismo) rifiutano tuttavia di tradurla in un’idea adeguata di composizione e di organizzazione politiche.

alfabeta

Speciale C 17

Nello speciale:  

Francesco Raparelli, Comunismo o il segno del possibile

Franco Berardi Bifo, Stelle granchi astronavi e comunismo

Commento di Ennio Abate

* * * *

017Comunismo o il segno del possibile

Francesco Raparelli

Migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17 – La conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune(presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l'attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l'odio delle penne forcaiole, d'improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d'altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no.

Obiezioni facili, soprattutto per chi parla e scrive prima di vedere o preferisce parlare senza aver visto dal vivo, senza aver toccato l'evento: “una riunione di nostalgici, affollata sì, ma favorita dal centenario”; “la solita sinistra extraparlamentare italiana, tanti ma sconfitti”.

linterferenza

Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?

Fabrizio Marchi

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“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.