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doppiozero

Michael Hardt e Toni Negri. Assembly

Pietro Bianchi

immagine 29A Greensboro, in North Carolina, l’1 febbraio 1960, quattro studenti del primo anno della North Carolina A&T State University – Joseph McNeil, Franklin McCain, Ezell Blair Jr., e David Richmond – entrano in un cosiddetto five and dime store di Woolworth (un’azienda che oggi conosciamo con il nome di Footlocker), uno di quei negozi che vendevano vari prodotti per la casa scontati a pochi centesimi. Comprano un dentifricio e altre piccole cose, vanno alla cassa, li pagano e poi si avvicinano al lunch counter del negozio per ordinare un caffè. Quel caffè però non gli verrà mai servito perché contrariamente al resto del negozio, i lunch counter di Woolworth, così come accadeva in molti altri negozi nel Sud degli Stati Uniti, erano “white only”, rifiutavano cioè il servizio alle persone di colore. Il manager chiede allora ai quattro ragazzi di andarsene ma quelli che poi verranno soprannominati come gli A&T Four decidono invece di fare un’azione eclatante: rimangono nel negozio fino alla chiusura. Il giorno dopo accade lo stesso, questa volta però ai quattro ragazzi si uniscono decine di altri studenti di colore di altre università della zona che danno vita a quella che diventò una delle più importanti iniziative politiche del Civil Rights Movement.

euronomade

La questione Lenin in Italia anni ‘70

di Toni Negri

lenin treno 879x640

Fratello,
siamo qui,
per darti il cambio,
noi vinceremo,
ma da un altro
lato
Majakowskij, Lenin

Venivamo da una tradizione comunista e rivoluzionaria, rinnovatasi nella Resistenza antifascista, che ci era stata trasmessa dal Partito Comunista Italiano. Il culto di Lenin stava al centro di questa tradizione. Quando cominciammo a criticare o a rifiutare senz’altro la politica del PCI, non significò, negli anni ’60 e ’70, dimenticare Lenin. Anzi, se in quegli anni il marxismo resta l’asse di ogni presa di posizione critica dello stalinismo, il leninismo rimaneva centrale nella figura di un «autentico» marxismo nell’organizzazione operaia. E questo anche nel dibattito dei gruppi legati alle esperienze di intervento diretto sulle fabbriche – a quei gruppi operaisti che egemonizzano il movimento nel decennio successivo.

ilponte

Senza confini

di Lanfranco Binni

Luigi PintorA presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena.

tempofertile

Su Emiliano Brancaccio e la malattia della sinistra

di Alessandro Visalli

baraccopoli 400x300L’economista marxista Emiliano Brancaccio è da molti anni uno dei più coerenti e determinati critici dell’assetto delle cose, con il tempo ha guadagnato, dalla sua cattedra periferica a Benevento, una certa capacità di intervento nella sfera pubblica, anche su testate rilevanti come L’Espresso (o il Sole 24 Ore). È il caso di questo intervento agostano, nel quale costruisce un sillogismo piuttosto schematico:

1. se la sinistra di governo si è in passato schiacciata sul liberismo (inseguendo la svalutazione del lavoro, la liberazione dei capitali e la riduzione del ruolo dello stato in economia),

2. e se lo ha fatto in cerca di una identità (suppongo dopo il crollo dell’identificazione con il socialismo, più o meno “reale”), “scimmiottando l’avversario”,

3. allora anche oggi la tendenza a introdurre elementi di critica alla piena liberazione dei flussi di emigrazione dai paesi poveri del mondo è solo un’altra manifestazione di questa “tentazione”. Quella di andare dietro questa volta alla “destra xenofoba” (l’altra volta a quella tecnocratica neoliberale), emulandola.

Insomma, la sinistra sarebbe in crisi perché attua politiche di destra e si dimentica di essere se stessa.

sollevazione2

In difesa del marxismo

di Dino Greco

Dino Greco sottopone ad esame critico il breve saggio Sinistra transgenica pubblicato giorni or sono su SOLLEVAZIONE. Fedeli alla massima che per cambiare occorre agire, ma prima di agire occorre pensare, siamo ben lieti di consegnare la critica di Dino ai nostri lettori

karl marx 1024x682Cari compagni,

scusandomi per l’eccessivo schematismo provo a mettere in fila alcune considerazioni sul breve ma importante saggio di Moreno Pasquinelli, “Sinistra transgenica”, che mi pare contenga il nocciolo duro, il fondamento teorico e il presupposto politico della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).

Rovesciando l’ordine del discorso di Moreno, comincio dal tema “cruciale” che per me come per voi è il progetto su cui far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio (e non per finta) in discussione l’ordine delle cose presente.

Quella che nella vulgata corrente, per uno di quei paradossi che la storia talvolta ci riserva, continua a chiamarsi (e ad essere chiamata) sinistra, credo abbia da tempo superato lo stadio della manipolazione transgenica.

Qui si è perfettamente compiuta una totale mutazione.

tysm

L’incognita populista

di Damiano Palano

Nel suo libro «La variante populista» Carlo Formenti compie una duplice svolta. Da un lato intende infatti chiudere definitivamente i conti con l’operaismo. Dall’altro sostiene invece la necessità di adottare (seppur criticamente) lo schema populista delineato da Ernesto Laclau, perché ai suoi occhi solo la «forma populista» risulta adeguata a sostenere una battaglia capace di riconquistare la «sovranità popolare» e la «sovranità nazionale». Se percorrendo un simile sentiero la proposta di Formenti giunge certamente a cogliere alcuni nodi cruciali, rischia però anche di legittimare una deriva teorica e politica incontrollabile. E proprio per questo la «variante populista» somiglia molto a un’incognita di cui è davvero difficile prevedere le direzioni di sviluppo

populist 1872440 1920 608x400«Lotta di popolo»

«Siamo operai, compagni, braccianti / e gente dei quartieri /siamo studenti, pastori sardi, / divisi fino a ieri! / Lotta! Lotta di lunga durata, lotta di popolo armata: lotta continua sarà!». Con l’efficacia che a volte hanno le canzoni, l’inno che Pino Masi scrisse per Lotta continua all’inizio degli anni Settanta riusciva a restituire in pochi versi il sincretismo teorico che distingueva quell’organizzazione rispetto al panorama della sinistra extra-parlamentare italiana. Un sincretismo che combinava le suggestioni della «rivoluzione culturale» e della «guerra di popolo» maoista con alcuni elementi della tradizione operaista e con i lasciti della contestazione ‘anti-autoritaria’, ma in cui non erano certo assenti gli echi della Lettera a una professoressa di don Milani e una sensibilità verso gli ‘esclusi’ e i ‘marginali’ ereditata principalmente dal dissenso cattolico della fine degli anni Sessanta. Ma a quasi mezzo secolo di distanza forse è anche possibile leggere l’inno di Masi – e l’intera operazione condotta da Lotta continua, quantomeno nei suoi primi anni di vita – come un tentativo di sviluppare ciò che, sulla scorta della proposta teorica di Ernesto Laclau, oggi si definirebbe un «populismo di sinistra».

contropiano2

A proposito del “ruolo dei comunisti”

di Italo Nobile

resistenzaIn questi mesi la Rete dei Comunisti ha avviato un dibattito sul ruolo dei comunisti oggi, dibattito necessario per rimettere di nuovo a confronto militanti provenienti da diverse esperienze e provare ad elaborare un linguaggio condiviso.

Chi scrive ha partecipato al dibattito facendone principalmente resoconti che facilitassero questa elaborazione. Tuttavia si sente il bisogno anche di esprimere il proprio personale punto di vista. E fare una prima sintesi problematica di tutti gli stimoli che il termine “comunista” porta con sé, a dispetto delle caricature che si fanno a questo termine creando a piè sospinto il proprio tascabile partito.

 
    1. A questo termine non si deve abdicare nonostante tutte queste parodie. Il nome è il primo momento di un passaggio dall’in sé al per sé che si augura ad ogni individuo e ad ogni organizzazione che iniziano un determinato processo di autocoscienza. Il nome è l’appropriazione di una storia con tutto il suo precipitato di errori e di tragedie.

contropiano2

I comunisti, le ragioni e la forza

di Rete dei Comunisti

piccola notte comunistaParlare di Partito Comunista qui ed ora non è certo cosa facile e da l’idea di parlare di un altro mondo e di un’altra epoca tanto è stata devastante la storia delle organizzazioni comuniste di questi ultimi decenni in Italia ma anche nel resto dell’Europa. Questa constatazione e lo stato d’animo che ne deriva, che ha spinto molti militanti a rivolgersi verso altri orizzonti anch’essi bruciati in tempi molto rapidi, ci deve invece spingere ad operare un salto di qualità teorico nell’affrontare la questione del partito che in realtà è la questione di come le classi subalterne resistono e reagiscono allo stato attuale delle cose. Parlare di partito significa dunque parlare della classe con cui abbiamo a che fare, reale e non mitologica, ma significa avere anche una idea dei processi generali e di quelli storici che stanno modellando il mondo attuale.

Se abbiamo dato una lettura dei processi storici legata al rapporto contraddittorio tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione individuando fasi egemoniche e fasi di crisi non possiamo non leggere sotto questa luce anche la storia delle organizzazioni del movimento operaio.

la citta futura

Eurostop e i tre No

di Alba Vastano

La Piattaforma Eurostop diventa un movimento sociale e politico. La sfida è “cambiare il Paese con i tre No all’Euro, all’Unione Europea, alla Nato”: analizziamo come e perché

6eb58bcecce4b0c54d5e41d131e3dc02 XLE’ il primo Luglio e al CSOA Intifada di Roma si parla di euro, di Ue e di Nato. Tre spine nel fianco per la libertà dei popoli e per la loro sovranità, a cui rispondere No, perentoriamente NO. Tra i relatori, Giorgio Cremaschi (ex Fiom), Manuela Palermi (Pci), Sergio Cararo (Rete dei comunisti) e Paola Palmieri (USB). Alle cui analisi sul tema si sono susseguiti numerosi interventi di alcuni protagonisti del mondo politico, giuridico, sindacale e sociale fra cui il giurista Paolo Maddalena, Ugo Boghetta e Bruno Steri (ex Prc) e il sociologo Carlo Formenti, nel corso della lunga mattinata che termina con la votazione degli aderenti ad Eurostop sulle carte costituenti vertenti su identità, programma e modello organizzativo.

L’atto costituente ha trasformato quella che era una Piattaforma Sociale nata già due anni fa in un movimento sociale e politico che si batte per l’abbandono dell’Euro e la rottura della UE e della NATO. Temi centrali che spaccano l’opinione pubblica dando adito ad alcune domande. La questione della sovranità popolare ha ancora senso oppure è “superata” dall’Unione Europea? L’economia capitalistica mondializzata ha prodotto il sorgere anche di un polo imperialista europeo?

carmilla

L’autonomia operaia romana

di Giovanni Iozzoli

G. Marco D’Ubaldo, Giorgio Ferrari, Gli autonomiVolume IV. L’Autonomia operaia romana, DeriveApprodi, Roma, 2017, 224 p., € 18.00

comitatolotta2 sDerive Approdi ha dato alle stampe il quarto volume della serie Gli autonomi. L’intento è quello di approfondire il racconto di una stagione politica, stringendo il focus in modo più serrato sui territori – a partire da quello romano. I curatori del volume sono Giorgio Ferrari e G.Marco D’Ubaldo, storici referenti di due realtà cruciali della piazza romana: i Comitati Autonomi Operai e il Comitato dell’Alberone.

La scelta di indagare la “territorialità” delle esperienze dell’autonomia, è senza dubbio adeguata. Non c’è ricostruzione o ragionamento politico sulle “autonomie”, che possa prescindere da questa dimensione – e questo, oltre che per l’oggettività delle vicende storiche, anche per una teorizzazione largamente condivisa in quegli anni: territorio voleva dire lettura della composizione di classe, costruzione degli elementi di programma, adeguamenti dei livelli di organizzazione e di nuovo ricaduta sui territori. “Territorio” voleva dire terreno di verifica costante delle ipotesi di partenza. E non si trattava dell’ideologica suggestione del “riprendiamoci la città”: era piuttosto faticosa e dirompente costruzione quotidiana di vertenze (territoriali, appunto) che dessero al discorso sull’autonomia, gambe sociali e radicamento.

la citta futura

Che unità?

di Dario Leone

Ricostruire l’unità dei comunisti e non di una sinistra senza identità

e8c008056c8b974505fbb220418a0888La “Sinistra” è un contenitore categoriale. L’attore sociale ragiona per categorie che sono logiche semplificative volte al cosiddetto “risparmio energetico mentale”. In un’ epoca di spendig review psico intellettuali, non stupisce che la categoria politica di cui parliamo non sia affatto riempita di profilo identitario. Leggendo i giornali chiunque, ormai, può rientrare in questo contenitore che a poco a poco sembra assumere le sembianze di un buco nero dove tutto entra e tutto si perde. Del resto appartengono alla Sinistra la socialdemocrazia, il socialismo, il craxismo, il socialismo rivoluzionario ed il comunismo stesso. Tra le varie famiglie di questo articolato puzzle rari sono gli esempi di azione politica volta al superamento del Capitalismo.

Dentro questa indefinibile nebulosa si sviluppa la riflessione che appassiona le varie anime della sinistra italiana (e di qualche partito comunista) mosse dalla necessità di costruire l’unità della sinistra stessa.

Ma a cosa servirebbe questa unità? Per fare cosa? Concettualmente l’obiettivo è quello di “spostare più a sinistra” l’asse decisionale di future coalizioni sovente costruite con monoliti liberisti che, in un impari rapporto di forza, finiscono per rendere gli alleati invisibili e del tutto inconcludenti sulle principali questioni politiche di loro interesse.

sollevazione2

La fase storica in cui siamo e la nostra strategia politica

di Manolo Monereo

Pubblichiamo un potente articolo del compagno Manolo Monereo, comparso in Spagna col titolo "I dilemmi strategici di Podemos: la speranza come problema politico"

GettyImages 680087506 1160x773La grande sfida di Podemos è stata la sua
pretesa di essere una forza politica con una
volontà di governo e di potere, ma per
consegnarlo al popolo. Per questo Podemos
è l'obiettivo da battere. Ecco perché i poteri
reali —la trama— lo combattono col fuoco
(e l’inchiostro). [In ricordo di Pietro Barcellona]

1- Elementi della situazione spagnola : la crisi del regime rimane aperta

Podemos ha vissuto la sua prima crisi. Si potrebbe dire che siamo di fronte ad una crisi nella crisi. Mi spiego. Quasi nessuno dubita che viviamo un certo tipo di transizione, un cambiamento di regime dello stesso regime verso un altro che si va definendo gradualmente e la cui risultante finale sembra chiara. Si va consolidando una democrazia limitata e non sovrana in cui domina in modo chiaro ed esplicito un'oligarchia finanziaria-aziendale-mediatica, con l'obiettivo di costruire un modello di società basata sulla disuguaglianza, la scomparsa dei diritti sociali, la precarizzazione del modo di vita delle maggioranze sociali la disintegrazione finale del movimento operaio come soggetto politico e sociale.

contropiano2

Ancora contro l’economicismo

di Ugo Boghetta - Mimmo Porcaro

Contributo al forum “I comunisti, il blocco sociale, i populismi”

woollj0007c ucCari compagni,

anche se non ci è possibile partecipare al convegno su “Comunisti, blocco sociale e populismi” da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perché la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi  il nostro punto di vista.

Per cominciare vogliamo sottolineare un fatto che tutti noi diamo talmente per scontato da non riuscire a coglierne appieno il significato: l’arretramento generale dei comunisti in Occidente deriva soprattutto dalla sconfitta del comunismo storico novecentesco,  ed è soprattutto a causa di ciò che  i comunisti arrivano disarmati, come voi notate, all’appuntamento con l’attuale crisi del capitalismo. Ci sembra opportuno richiamare questo evento “genetico” perché, ad esempio, il “politicismo” che giustamente criticate (ossia la propensione per il lavoro istituzionale, l’allontanamento dal confronto quotidiano con le masse, ecc. ) può essere veramente superato soltanto se si comprende che esso deriva anche dal fatto che la politica (compresa la nostra politica) da molti anni si svolge “in assenza di orizzonte”, ossia senza il riferimento concreto ad un’alternativa radicale allo stato di cose presente.

contropiano2

Essere e agire da comunisti oggi. Apriamo il confronto

di Mauro Casadio*

rosa rossa 900x445La crisi di sistema che va avanti da quasi un decennio sta producendo un “passaggio d’epoca” che si manifesta a livello mondiale e che produce i suoi effetti anche nel nostro “specifico” nazionale e continentale. Questa evoluzione abbiamo cercato di analizzarla nel convegno promosso a Dicembre del 2016 riprendendo le parole di Gramsci quando nelle carceri fasciste affermava che “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”.

Questi effetti si avvertono nei processi di riorganizzazione produttiva, di scomposizione sociale generalizzati e di disorientamento politico dei settori di classe generando dei riflessi sul piano politico-istituzionale scompaginando le vecchie formazioni politiche e producendo i cosiddetti populismi che si esprimono nei differenti paesi in modi diversificati. Questi fenomeni inaspettati sono il prodotto di una rabbia sociale che cresce e che per ora si manifesta sul piano strettamente elettorale e istituzionale, piano che da una parte mette in crisi gli assetti politici ma che può essere utilizzato dalle classi dominanti per il mantenimento della propria egemonia; vedi la gestione che è stata fatta in Francia della vicenda Le Pen e l’uso televisivo in Italia di Salvini per dimostrare che non esistono alternative al quadro politico europeista.

carmilla

A/traverso (a suo modo) una pratica dell’obiettivo

di Gioacchino Toni

Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

a traverso 3456«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine.

Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere la gente a lavorare» (“Piccolo gruppo in moltiplicazione”, “A/traverso”, maggio 1975)

La rivista nacque nel 1975, dall’eredità della controcultura e dell’operaismo degli anni Sessanta, ma al contempo si presentò come il simbolo di uno scarto nel mondo antagonista della sinistra extraparlamentare di allora. Una frattura sghemba, obliqua e anche ambigua, proprio come quella della barra che spaccava il titolo a metà e che si insinuava nel mezzo delle cose. La proposta era quella di mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio, di rideterminare l’ordine del reale utilizzando la scrittura […]

“A/traverso” è un oggetto alieno, oltre che per le sue fattezze anticipatrici delle fanzine punk, anche e soprattutto per il modo in cui, nelle sue pagine forma e contenuti si influenzano a vicenda, andando a costituire un messaggio che riesce sempre a travalicare la semplice trasmissione dell’informazione.