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Riconquistare il collettivo, riconquistare pezzi di Stato

di Lorenzo Giustolisi

Pubblichiamo uno dei saggi apparsi sull’ultimo numero di «Proteo», Che ne è stato dello Stato, volume che tra qualche mese sarà al centro di un ciclo di formazione Cestes e USB.

Alla luce dei tragici fatti di Genova, la nostra analisi e la nostra proposta politica di una ripresa della centralità dello Stato assumono ancora più senso e urgenza, e richiedono uno sforzo collettivo per ridare coscienza e strumenti alle classi lavoratrici di questo Paese e del loro gramsciano “farsi Stato”.

capitalismo crisiDeve esserci stata prima questa vittoria nel senso comune, nelle idee della gente, del commerciante, del trasportatore, del taxista, della donna di casa. Non importano le idee delle élites, che sono sempre un mondo a parte. Quelle che importano sono le idee della gente in basso, i loro processi logici e morali, quelli con i quali la gente valuta il mondo, ci vive dentro. È lì che abbiamo vinto.

(Álvaro Garcìa Linera, Prima bisogna vivere nel senso comune della gente)

1. Destini individuali, destini generali

Se trenta o anche solo venti anni fa ad un giovane lavoratore fosse stato prospettato ciò che si prospetta oggi ad un suo coetaneo, in termini di incertezza di vita, di lavoro, di reddito, di diritti, questi probabilmente non ci avrebbe creduto, ancora avvolto in una serie di tutele derivate da una storia in cui si combinavano in Europa le conquiste epocali del movimento dei lavoratori tradotte nelle forme della tradizione socialdemocratica e di quella cristiano-sociale, e una crisi non ancora esplosa nelle forme che conosciamo. Non solo non ci avrebbe creduto, ma avrebbe probabilmente anche reagito, individualmente e collettivamente.

Oggi del mondo di quel lavoratore, nei paesi a capitalismo maturo e a maggior ragione nel nostro, stiamo vedendo la fine. A parte alcuni sporadici casi non si vede reazione, ed anzi prevale – soprattutto nei settori di pubblico impiego – un ripiegamento su se stessi.

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I nuovi “amici del popolo”

di Carla Filosa

Il popolo non ha amici o poteri che lo tutelino, ma ha bisogno innanzitutto di fuoriuscire dall’ignoranza cui è stato da sempre relegato

b74e7f845f25fe403cf91ffa0d8e7c43 XL“Tempi bui” aveva definito i suoi tempi – anni ’30-’40 del secolo scorso – B. Brecht. Questi nostri tempi potrebbero forse chiamarsi nebbiosi o meglio opachi, tempi in cui il potere, sostenuto da protesi tecnologiche di assoluta pervasività nelle coscienze, è riuscito a disorientarle su tutte le tipologie dei fatti sociali lasciando la scientificità solo sotto suo esclusivo uso e controllo. La comunicazione ha sostituito l’informazione e questa può continuamente essere deformata in base a convenienze economiche e politiche. La visione delle cose reali ne risulta incerta, insicura, si procede a tentoni nel più ampio spreco di empiria, deprivati di criteri razionali perché criminalizzati come “ideologia” divisiva, senza più intravedere le conseguenze di premesse determinate. I governi vengono scelti perché ancora non sono stati provati, poi si vedrà.

Il “restiamo umani” è diventato un obiettivo difficile testimoniato dalla necessità del suo appello; non si conosce il percorso per non essere ciò che già si è, intellettualmente colonizzati alla rinuncia, all’impotenza, alla rassegnazione della sconfitta o della pacificazione imposta. Il dogma dell’utile individuale continua a regolare le relazioni tra cose all’insaputa di persone rese ormai pure apparenze, la cui dignità sognata e non posseduta può essere esternalizzata da un decreto fasullo, che approda dopo che ne è stato strappato il senso legato alla lotta per l’esistenza. Quest’ultima però, non più solo naturale ma soprattutto sociale, scorre quasi normalizzata nei rivoli della xenofobia alimentata, del razzismo ritrovato, di un’ipotetica legittima difesa da legalizzare, di un’impunità da carpire, nell’anonimato di una rabbia sadica sfogata contro il diverso, ecc.

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La logistica nel capitalismo globale

di Niccolò Cuppini e Mattia Frapporti

Un dialogo con Giorgio Grappi, Brett Neilson e Ned Rossiter

20storie hanjin container hanjin china 9408865 434278È ormai da diversi anni che Giorgio Grappi, Brett Neilson e Ned Rossiter si occupano di logistica. Tra i primi a considerarla come un elemento centrale per la comprensione del supply chain capitalism contemporaneo, e autori di diversi articoli e saggi sul tema, Grappi, Neilson e Rossiter hanno collaborato anche alla realizzazione di progetti di ricerca tricontinentali quali Transit Labour. Circuits, Regions, Borders e Logistical Worlds. Infrastructures, Software, Labour. Anche grazie ai loro contributi la logistica è fuoriuscita dall’ambito prettamente ingegneristico o manageriale entro cui era racchiusa fino a qualche anno fa, presentando una inedita e produttiva prospettiva utile alla comprensione del presente politico globale. Intesa come la «costituzione materiale della globalizzazione», la logistica oggi contribuisce a ridisegnare la mappa geo-politica globale, dando vita a numerose zone economiche speciali, corridoi di flussi, spazi infrastrutturali e molto altro ancora. Alla sua azione empirica e palese, tuttavia, fa da contraltare una opacità che soltanto un’analisi accurata attorno ad essa e alle sue origini può permettere di dipanare. Questo dialogo vuole essere un piccolo apporto al dibattito, ed è stato realizzato in forma di intervista da Niccolò Cuppini e Mattia Frapporti, tra i curatori del nuovo numero di Zapruder dedicato alla logistica. È stato realizzato a settembre 2016 all’interno della summer school Investigating Logistics, svoltasi a Berlino presso la Humbolt University. La versione originale dell’intervista, in lingua inglese, è in corso di pubblicazione su Zapruder World.

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Tracce di resistenza e opposizione nel lavoro contemporaneo

di Paolo Rabissi

Figure del lavoro contemporaneo: un’inchiesta sui nuovi regimi della produzione. Introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, Postfazione di Devi Sacchetto (Ombre corte, 2018). - Otto saggi di un gruppo di ricercatori/trici che interrogano con il metodo dell'inchiesta sul campo le nuove soggettività del lavoro

schermata 2018 05 21 alle 17.04.26Che ne è della classe operaia? Che ne è di quel soggetto economico-politico che negli anni sessanta e settanta sembrava in grado di inceppare indefinitamente i meccanismi di riproduzione del capitale con forme organizzative, quasi interamente autonome da partiti e sindacati, di comando sul lavoro? In altre parole come si configura oggi il lavoro?

Il libro in analisi è una buona occasione per fare il punto. Raccoglie infatti un nutrito numero di esperienze diverse che compongono un quadro utile per orientarsi. A patto ovviamente di dare per scontate certe specificità comuni alle varie situazioni: prima di tutto il processo di frammentazione e dispersione di lavoratori e lavoratrici in luoghi di produzione sparsi sul pianeta e poi la implacabile flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro. A ciò si possono anche legare la dissoluzione della contrattazione collettiva, uno dei momenti di forza nell’epoca fordista sopra rammentata, e il declino dei sindacati con il loro fallimento nel tentativo di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro col fine di salvaguardare gli occupati stabili.

Presupposto di metodo di tutti i saggi del libro sta l’inchiesta sul campo, che è di matrice operaista (dai Quaderni Rossi in avanti fino a Primo Maggio). Essa viene considerata imprescindibile per la comprensione di processi sociali e soprattutto per l’approfondimento dei modi con cui le soggettività interrogate rispondono e resistono alle condizioni più pesanti del lavoro, con forme specifiche di resistenza e rifiuto che scavalcano spesso le forme sindacali tradizionali.

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carmilla

Le nuove plebi globali dentro la crisi sistemica

di Giovanni Iozzoli

Carlo Formenti, Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 162, € 15,00

eteretopie formenti oligarchi e plebei stIl nuovo libro di Carlo Formenti è essenzialmente una raccolta di articoli, dispiegati come anelli di un ragionamento continuo e coerente sulla crisi e suoi suoi attori sociali, maturato lungo il corso degli ultimi sette anni. Al centro della riflessione troviamo i due campi in cui si spaccano le società occidentali dentro questa stagione di trasformazioni accelerate: quello delle nuove oligarchie che stanno usando la crisi per concentrare ulteriormente poteri e ricchezza; e quello delle nuove masse proletarizzate, che stanno manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, senza che questa ripulsa maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società.

La prima parte del libro raccoglie spunti di analisi – quasi una narrazione in diretta – che partono dal 2011 e si allungano fino al 2017. Le pratiche di un neoliberismo feroce e pervasivo, sono al centro di ogni riflessione: il loro incunearsi “microfisicamente” nel tessuto sociale, nella vita, nel bios, fino ai grandi scenari macro – la guerra, il ciclo economico, il rapporto finanza/produzione. Una cronaca in tempo reale del disastro della modernità capitalistica, che può essere letta e declinata a vari livelli.

Si può partire da un tema attuale – l’essenza delle ideologie workfare – a proposito della scelta inglese del 2012, di affidare ad agenzie private la gestione dei sussidi e la ricollocazione degli iscritti alle liste di collocamento:

Il principio del workfare (il sussidio di disoccupazione bisogna guadagnarselo, altrimenti si è passibili di sospensioni o decurtazioni dell’assegno) non è certo una novità, ma qui siamo in presenza di pratiche ancora più penalizzanti. Soprattutto perché il compito di gestire questo avvio al lavoro coatto non è affidato alla pubblica amministrazione bensì a contractor privati che funzionano di fatto come agenzie interinali e hanno il potere di decidere come e quando i soggetti “renitenti” siano passibili di sanzione.

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coniarerivolta

Tra culto della tecnologia e decrescita felice, scegliamo la lotta di classe

di coniarerivolta

Di seguito il nostro intervento al primo incontro del ciclo su Tecnologia, Lavoro e Classe, scaricabile in formato PDF qui. Ci vediamo giovedì 19 aprile, ore 16, alla Facoltà di Economia di Roma Tre per il secondo appuntamento, in cui discuteremo delle nuove frontiere dello sfruttamento nell’era digitale

chi dirige il progresso tecnico1. L’introduzione delle macchine e la disoccupazione

Il progresso tecnologico è un fenomeno per sua natura complesso e controverso. Nonostante la vulgata mainstream tenda a presentarlo come un fenomeno meramente tecnico, neutrale e quasi salvifico, ha ovvie implicazioni politiche e sociali. Già alcuni tra i fondatori dell’economia politica si interrogavano sul ruolo che meccanizzazione dei processi produttivi, introduzione delle macchine e possibile sostituzione del lavoro umano avrebbero avuto nel disciplinare ed orientare il conflitto di classe a favore delle classi dominanti. Si può tracciare infatti una linea ideale che parte da David Ricardo – il quale notava come l’introduzione delle macchine potesse al contempo “rendere esuberante la popolazione e peggiorare le condizioni dei lavoratori” – ed arriva a Marx, per il quale le macchine possono risultare funzionali al disegno dei capitalisti di comprimere “il prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore”. In questa maniera, ci dice Marx, la sovrappopolazione relativa “forma un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera assoluta come se fosse stato allevato a sue spese”.

 

2. I movimenti dell’esercito industriale di riserva

L’utilizzo delle macchine, all’interno di un sistema capitalista, è d’altro canto uno dei terreni di lotta sui quali il conflitto distributivo prende forma. L’introduzione delle macchine nel processo produttivo rende momentaneamente superflua una parte della popolazione, ingrossando le fila dell’esercito industriale di riserva. Come conseguenza, aumenta la concorrenza all’interno della forza lavoro, con ripercussioni negative sui salari e sulle condizioni lavorative.

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altronovec

La logistica è la logica del capitale

di Anna Curcio e Gigi Roggero

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

Sem títuloPartiamo dal titolo. La tesi, che facciamo nostra, è stata formulata da un lavoratore della Tnt di Bologna in un dibattito a Padova. Bologna e Padova, l’Emilia e il nord-est, due snodi importanti del sistema della logistica in Italia, due snodi importanti del ciclo di lotte dentro e contro quel sistema che ha avuto il suo picco nel periodo tra il 2011 e il 2014. A essere presenti a quel dibattito, insieme a militanti, studenti e lavoratori precari, erano Si Cobas e Adl Cobas, i due sindacati di base che maggiormente sono stati protagonisti di quel ciclo di lotte. Arriviamo ora velocemente alla “fine”, o meglio a quello che a quel ciclo di lotte è seguito. Le imprese della logistica, inizialmente spiazzate dalle lotte e dopo aver subito ingenti danni economici e di immagine, sono riuscite almeno in parte a utilizzarle per un passaggio in avanti in termini di innovazione organizzativa, produttiva e in limitata misura anche tecnologica, in uno scenario – quello italiano – segnato da una storica arretratezza del settore rispetto al contesto internazionale. Le lotte hanno trasformato in un terreno di battaglia questa arretratezza (fatta soprattutto di scarsa automazione del processo e ipersfruttamento di una forza lavoro razzializzata e retribuita come dequalificata); i padroni hanno risposto non solo mandando la polizia ai picchetti, come hanno abbondantemente fatto e periodicamente continuano a fare, ma innanzitutto tentando di mettere in produzione il conflitto per i loro fini, costruendo al contempo nuovi livelli nel governo della forza lavoro.

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internazionale

I numeri per capire il voto nell’Italia del sud

Marta Fana e Giacomo Gabbuti

142617 mdDal 5 marzo, e cioè dal giorno dopo le elezioni, gli occhi sono puntati sull’Italia del sud. Tutti provano a capire cosa abbia diviso il paese a metà: da una parte il nord che ha decretato il successo della Lega, dall’altra il sud che ha votato in maggioranza per il Movimento 5 stelle.

In particolare, quel sud tutto dipinto di giallo è utile per ridimensionare la novità del voto, e ricondurla a più vecchie certezze.

Il reddito di cittadinanza (nel programma dell’M5s fin dal 2013, oggetto di un già discusso disegno di legge e, nei fatti, come ha osservato Chiara Saraceno, nulla più di una generosa, imperfetta, banale assicurazione universale contro la disoccupazione) spiegherebbe la geografia del voto “lazzarone” del sud; parallelamente, il nord produttivo avrebbe votato egoisticamente per la flat tax. Su una simile lettura, per citare il caso più autorevole, basa la sua proposta di reintroduzione di gabbie salariali il presidente dell’Inps Tito Boeri.

Ma questa interpretazione, solo apparentemente economicistica, rimuove in realtà la profonda trasformazione imposta all’Italia dagli ultimi, lunghi decenni di stagnazione e poi crisi. Quando il voto è spiegato esaminando le preferenze economiche, le osservazioni paiono tuttavia risentire degli stereotipi riguardanti i vizi del sud “terrone” e le virtù del nord produttivo.

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sergiobellucci

La crisi e la Transizione III – Lavoro e capitale

Il tema del potere della conoscenza nell’atto produttivo

di Sergio Bellucci

None Deep DreamIn innumerevoli dibattiti di questi anni, di fronte alle analisi sulle trasformazioni del lavoro indotte dalle tecnologie digitali che si stavano producendo, sono stato invitato ad analizzare, a livello globale, lo sviluppo del mondo del lavoro. Si obiettava che, alla riduzione degli occupati operai nel mondo occidentale, corrispondesse un aumento dell’occupazione operaia nel mondo, attraverso i processi di delocalizzazione che molte imprese, grandi e piccole, stavano determinando.

Il processo, come provavo a spiegare, era solo “temporaneo” e non strutturale. Non solo, ben presto, meno di due/tre decenni, le innovazioni più avanzate avrebbero raggiunto anche i territori più lontani e l’impatto, dovuto alla riduzione dei costi delle tecnologie, vantaggioso anche in condizioni di iper-sfruttamento. L’esperienza della più grande fabbrica del mondo, la cinese FOXCON, con la massiccia sostituzione di lavoratori vivi con robot introdotta già dal 2012 e proseguita negli anni successivi non era che una avvisaglia di fenomeni ben più robusti e strutturali. Le stesse ondate di ritorno dei processi di delocalizzazione, spinte a volte da scelte politiche come dimostrano l’esperienza della presidenza Trump, accelerano i processi di distruzione del lavoro vivo, riducendo il lavoro nelle aree disagiate del mondo, ma favoriscono l’installazione di impianti produttivi sempre più automatizzati che producono effetti marginali nel ricco occidente che si vorrebbe avvantaggiare.

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Classe operaia e rivoluzione: un equivoco secolare?

di Sandro Moiso

Michele Castaldo, Marx e il torto delle cose 1871 – 1917 – 2017, Edizioni Colibrì 2017, pp.446, € 22,00

operai fiatE se l’errore di previsione più grande di Marx fosse stato proprio quello di aver attribuito alla classe operaia un ruolo rivoluzionario che in realtà non potrebbe svolgere? Questo il tutt’altro che scontato quesito posto da Michele Castaldo al centro di un testo stimolante, e per certi versi necessario, appena pubblicato da Colibrì.

Stimolante poiché obbliga a riflettere su un luogo comune, una sorta di autentico dogma della fede rivoluzionaria, che in tempi oscuri come quelli che stiamo attraversando potrebbe rivelarsi inattuale, almeno nel cuore delle metropoli imperialiste, e necessario poiché costringe chi si occupa di politica in chiave antagonista a fare i conti non solo con le fin troppo scontate convinzioni cui si accennava prima, ma anche con una ideale continuità tra Marx e Lenin, tra Marx e marxismo-leninismo, che a ben vedere non è sempre data e così facile riscontrare.

Il presupposto da cui parte l’autore è il seguente, delineato fin dalle pagine della Prefazione:

“Il punto chiave è se il modo di produzione capitalistico, come determinato storico di un processo tecnico-scientifico dell’uomo, regga a causa del dominio della borghesia o a causa di leggi proprie.
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La Costituzione nelle fabbriche*

Appunti su contratto sociale fordista e compromesso costituente

di Bruno Settis**

Il «compromesso costituente» tra cultura liberale, cattolica e socialista-comunista e il «compromesso fordista-keynesiano» tra capitale e lavoro sono due sintesi o formule correnti: vengono spesso incastrate, talvolta sovrapposte o quasi, per via della loro convergenza sulla centralità del lavoro, posto dal primo a fondazione della costituenda repubblica, dall'altro al centro del circolo virtuoso di produzione di massa e consumo di massa. A partire da una rilettura critica di queste sintesi, si proporranno alcune linee di ricerca per la storia repubblicana, non prive di rilievo per il lessico politico contemporaneo

440px 1910Ford T1. Introduzione: oltre l'illuminismo

In un celebre discorso tenuto all’Assemblea Costituente il 6 marzo 1947, rispondendo alle critiche rivolte da Piero Calamandrei al progetto elaborato dalla Commissione dei 75, Lelio Basso spiegò che la Costituzione avrebbe dovuto essere «aperta verso tutte le trasformazioni democratiche future, e Costituzione che sia riflesso delle trasformazioni già avvenute o in atto, ed espressione della coscienza popolare collettiva»1. In questa dimensione, e non in quella della politica politicante, il Partito Socialista di Unità Proletaria era pronto a votare «con perfetta lealtà» articoli come quello in cui si accettava la proprietà privata (per la precisione, la si riconosceva e garantiva, assieme alla sua funzione sociale), vedendo in essi l’«espressione della complessa realtà oggi in atto».

La legge fondamentale dello Stato avrebbe dovuto esprimere perciò non solo il compromesso tra i partiti e le tradizioni politiche del paese, né la giustapposizione di illuminismo e mazzinianismo (una fusione di cui il progetto dei 75 recava ancora l’impronta nei «diritti e doveri del cittadino»), ma anche «il punto di equilibrio delle forze sociali che sono in atto in un determinato momento».

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il rasoio di occam

Contraddizioni del capitale e del ‘lavoro di cura’

di Nancy Fraser*

chi è badanteSenza tutto quello che va comunemente sotto il nome di ‘lavoro di cura’ – mettere al mondo e crescere bambini, occuparsi di amici e familiari eccetera – non vi sarebbero cultura, economia, organizzazione politica. Ma tutti questi processi di ‘riproduzione sociale’ – storicamente assegnati al lavoro delle donne – vivono oggi una profonda crisi. Una crisi che, secondo Nancy Fraser, autrice insieme ad Axel Honneth di Redistribuzione o riconoscimento?, è espressione più o meno acuta delle contraddizioni sociali-riproduttive del capitalismo finanziarizzato, che da un lato dipende da questo lavoro di cura per la produzione economica e dall’altro tende a penalizzare quelle stesse capacità riproduttive di cui ha bisogno.

La «crisi della cura» è oggi un argomento centrale nel dibattito pubblico[1]. Spesso associata alle idee di «mancanza di tempo», «conciliazione lavoro-famiglia» e «impoverimento sociale», fa riferimento alle pressioni che, da più direzioni, stanno attualmente limitando un insieme fondamentale di capacità sociali: mettere al mondo e crescere bambini, prendersi cura di amici e familiari, sostenere famiglie e più ampie comunità, e più in generale mantenere legami[2]. Storicamente, questi processi di «riproduzione sociale» sono stati assegnati al lavoro delle donne, anche se gli uomini ne hanno sempre svolto una parte.

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thomasproject

I Paria urbani fra le due sponde dell’Atlantico

Analogie e differenze fra ghetto americano e banlieue francese

di Francesco Biagi

La redazione di Thomasproject ringrazia la rivista «Il Ponte» per la possibilità di riprodurre la recensione di Francesco Biagi al libro  I reietti della città. Ghetto, periferia, stato di Loïc Wacquant (edizione italiana e traduzione a cura di Sonia Paone e Agostino Petrillo, Pisa, ETS, 2016, pp. 372; ed. or. Urban Outcasts: A Comparative Sociology of Advanced Marginality, Cambridge, Polity Press, 2008). L’articolo è uscito nel n. 10 de «Il Ponte», Ottobre 2017, ISSN: 0032-423 X 

la haine l odio asian dub foundation roma«Parlare oggi di “banlieue problematica” o di “ghetto” significa evocare, in modo quasi automatico, non delle “realtà”, d’altronde largamente sconosciute da parte di quelli che ne parlano più volentieri, ma dei fantasmi, nutriti di esperienze emotive suscitate da parole o immagini più o meno incontrollate. […] È dunque, più che mai necessario praticare un pensiero para-dossale: ossia il pensiero che, erigendosi al tempo stesso contro il buon senso e contro i buoni sentimenti, si esponga di apparire ai benpensanti delle due sponde o come un partito preso, mosso dal desiderio di épater le bourgeois, o come una forma d’indifferenza insopportabile nei confronti della miseria dei più bisognosi. Si può operare una rottura rispetto alle false evidenze e agli errori inscritti nel pensiero sostanzialista dei luoghi, solo a condizione di operare un’analisi rigorosa dei rapporti tra le strutture dello spazio sociale e le strutture dello spazio fisico.»[1]

* * * *

Ludwig Wittgenstein nelle annotazioni filosofiche presenti in Pensieri diversi sostiene che «il linguaggio ha pronte per tutti le stesse trappole» come se fosse «un’enorme rete di strade sbagliate ben praticabili» dove impietriti assistiamo «l’uno dopo l’altro percorrere le stesse strade e sappiamo già dove adesso devierà, dove proseguirà dritto senza notare la biforcazione».[2]

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sinistra

Apriamo connessioni operaie globali

Verso prossime esperienze e ribellioni per un ancora possibile riscatto dell’umanità

di Karlo Raveli

Luxemburg AccumulazioneCosa unisce l'Europa del 1848, il Biennio rosso 1916-17 con l’epica e poi tragica rivoluzione sovietica, in seguito la tedesca 1918-19 e successivamente la straordinaria cinese (1946-49), con consecutive rivolte di liberazione nazionale degli anni '50 e '60, sfociate a loro volta negli anni sessanta e settanta in straordinari movimenti sociali mondiali, soprattutto giovanili? Possono essere interpretate come tappe significative di maturazione dei potenziali di riscatto dell’umanità.

Si tratta cioè di momenti storici appassionanti che si contrappongono all’allarmante sfondo di un quadro sempre più sconcertante e devastatore, quanto mondialmente concatenato: quello del modello di sviluppo umano ormai dominante da vari secoli e chiamato capitalismo. Per far fronte al quale appare sempre più indifferibile il recupero e la valorizzazione di alcune solide e indispensabili chiavi di conoscenza e coscienza per le ormai indifferibili ribellioni. Chiavi teoriche e politiche, per cominciare, ma anche o forse soprattutto culturali. Oltre all’impellente ricerca di altre nuove o inedite. Il più possibile valide, accessibili ed efficaci per rafforzare decisive ondate di emancipazione e liberazione. Che rinasceranno inevitabilmente, e che è ormai indispensabile trasformare in risolutive, di fronte alla crescita ormai quasi esponenziale di degradazioni di ogni tipo causate dal capitalismo.

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Lo sfruttamento capitalista in Internet

Note sul testo di Gugliemo Carchedi

di Collettivo Genova City Strike

orme di marx 2 1Nei giorni scorsi una fotografa naturalista negli Stati Uniti ha fotografato un enorme pesce spiaggiato su un litorale. Si trattava di una grossa anguilla marina che vive nelle profondità dell’Oceano Atlantico. Comprensibilmente incuriosita dalle dimensioni dell’animale, la fotografa non ha consultato nessuna enciclopedia o atlante naturalistico (ve ne sono anche online fruibili gratuitamente). Ha semplicemente postato la foto su un social network chiedendo agli amici di rispondere al quesito su che tipo di animale fosse. Dopo poco rispondeva un biologo marino del Smithsonian Institute degli USA svelando l’arcano. Questa notizia, curiosa ma decisamente minore, ha fatto però il giro delle agenzie internazionali e ha campeggiato a lungo sulla home page del principale quotidiano online italiano. Ovviamente, era ben specificato il nome del social network in questione. Che otteneva quindi un bel po’ di pubblicità.

Lo stesso social network è poco sviluppato in Italia, battuto da un suo concorrente con molti più utenti. Nonostante questo, la maggior parte dei politici, dei giornalisti e degli opinion maker ci scrive sopra. Questo fa sì che, negli articoli di informazione, il nome del social network continui a essere presente. Eppure, la logica imporrebbe di far circolare il più possibile le proprie opinioni e quindi sarebbe apparentemente più logico utilizzare altre piattaforme.

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