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sinistra

Questione omosessuale e capitalismo

di Eros Barone

Tomb of the Diver symposiumLa tesi che intendo sostenere è che il comportamento omosessuale è tanto più diffuso quanto più la società è contrassegnata dall’antagonismo tra i suoi membri, cioè quanto più essa è competitiva. La riprova è costituita, a mio avviso, dalla civiltà della Grecia antica, in cui, come è noto, il comportamento omosessuale si manifestava nella forma della pederastia e rispecchiava fedelmente la struttura di una società ove i maschi liberi vivevano immersi in una dimensione di agonismo permanente (lo studioso Giorgio Colli, ad esempio, fa risalire a questo dato socio-antropologico la stessa nascita della dialettica1 ), così come fortemente agonistici erano i rapporti tra le stesse città dell’Ellade. Non a caso l’istituzione delle Olimpiadi fu anche e soprattutto la valvola di sfogo per tenere sotto controllo questa energia potenzialmente distruttiva, i cui correlati mitologici sono rappresentati da figure come quelle di Eracle e di Achille. Non sorprendono pertanto né la diffusione del comportamento omosessuale in Grecia né la sua progressiva diffusione e legittimazione nella civiltà romana grazie alla progressiva ellenizzazione di quest’ultima, tappa finale del passaggio da una società di tipo patriarcale-solidaristico ad una società imperiale-cosmopolita con forti connotazioni individualistiche e competitive.

Per quanto concerne l’esistenza di un nesso inscindibile fra comportamento omosessuale e competitività nelle diverse epoche e nelle diverse società, mi limito solo ad alcuni esempi relativi al settore militare, in cui il modello competitivo trova la sua principale e radicale applicazione, anche se il discorso potrebbe essere più ampio.

lavoro culturale

Sottoproletariato, “mafia” e crisi del radicalismo di sinistra

di Pietro Saitta

Pasolini Ostia 768x486Questo intervento vede la luce all’indomani dell’arresto di Roberto Spada a Ostia, in conseguenza della sua aggressione nei confronti di un giornalista e in seguito a uno scambio sulla pagina Facebook dell’autore, che qui affronta alcuni dei temi che attraversano sottotraccia l’intera riflessione sulle “Criminalità immaginate” portata avanti negli ultimi anni su questo blog.

Questo articolo considera la vicenda ostiense – fatta di evocazioni della mafia, del malessere metropolitano, del neofascismo – come una vicenda densa sul piano simbolico. Una vicenda, in altri termini, che parla al cuore, alla storia e alla biografia dei militanti della sinistra radicale italiana, così come quello scambio sul social network suggerisce.

Il pretesto per la discussione è costituito da un articolo tratto da Gli Stati Generali, icasticamente intitolato: «Gli arresti a furor di popolo non ci piacciono: neanche per Spada». La tesi dell’intervento – perfettamente condivisibile nella prospettiva fredda dell’analista sociale, del quasi-giurista (sono un sociologo critico della devianza), oltre che del militante politico di sinistra – è che quel fermo ha probabilmente avuto luogo fuori dalla cornice dello stato di diritto, che, in casi del genere, di solito non prevede quella misura, se non in presenza di circostanze verosimilmente assenti e inattuali nella vicenda in questione (per esempio il pericolo di fuga, di inquinamento probatorio o di reiterazione del reato).

lameladinewton

Chi sorveglia i guardiani?

La sorveglianza globale e il diritto alla privacy nell’era del digitale

di Gian Piero Siroli e Domenico Bochicchio

L’invasione della privacy è un male forse necessario ed inevitabile, almeno entro certi limiti, per circoscrivere gli abusi che derivano inevitabilmente dall’anonimato completo. Ma questa concessione deve essere regolamentata in modo coerente ed efficace. Se ciò non avviene, come hanno dimostrato la vicenda Snowden e tanti altri casi emersi dopo, questa dinamica si può trasformare in un rischioso strumento di manipolazione e controllo politico, sociale ed economico, con derive molto preoccupanti

privacy sorveglianza snowden nsa prism 499Giugno 2013: gli scoop pubblicati sul Washington Post1 e sul The Guardian2 rendono nota per la prima volta l’esistenza di un ampio programma di sorveglianza cibernetica statunitense di nome PRISM, grazie alle rivelazioni di un certo Edward Snowden, esperto di sicurezza informatica ed ex-consulente della National Security Agency (NSA) statunitense fino ad allora sconosciuto. Attività e procedure della NSA nel contesto dello spazio digitale sono così rese di pubblico dominio, evidenziando capacità di intercettazione e raccolta dati fino a quel momento insospettate e svelando un esteso sistema di intercettazione, massiva e prolungata nel tempo, di numerosi leader politici ed alte cariche statali in tutto il mondo, incluse quelle di paesi amici ed alleati; unico esempio per tutti, Angela Merkel, primo ministro tedesco, le cui comunicazioni erano già state messe sotto controllo fin dal 20023, quindi ancor prima che diventasse cancelliere, e che in seguito mostrerà decisamente di non apprezzare questa particolare attenzione nei suoi confronti. Secondo successivi articoli di Der Spiegel4 la vastità delle intercettazioni si estende ad organizzazioni internazionali come l’ONU e l’Unione Europea, a grandi reti di telecomunicazione e network protetti e sensibili, con una attitudine estremamente aggressiva di penetrazione su numerosissimi obiettivi in svariate dozzine di nazioni in tutto il mondo.

sebastianoisaia

C’è disagio e disagio!

Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata

di Sebastiano Isaia

classe agiataChe sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro.

goofynomics

C'era una volta la favola...

di Alberto Bagnai

Prefazione a Il Pedante: La crisi narrata, Imprimatur, 2017

new york 0(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)

C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.

C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.

carmilla

“Devono imparare ad obbedire”

Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti

di Alessandro Mantovani

Rossana Cillo (a cura di), Nuove frontiere della precarietà del lavoro, Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Venezia, Ed. Ca’ Foscari, 2017, pp.296, free access

9788869480300 0 0 1535 75La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato. Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro.

dinamopress

Sull’agio di stare al mondo proprio ora

di Michele Spanò

Una riflessione critica sul nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, ambigua indagine tra il generazionale e il sociale del declassamento post-crisi. Uscito in rete nel 2015 e ora ripubblicato da Minimum Fax

99f93306 d705 4c47 a2f9 7d573a319e98Tous les garçons et les filles de mon âge
Savent bien ce que c’est qu’être heureux
Françoise Hardy

Questa
è la luce: le cose che ora posso
vedere.
Gabriel del Sarto

Teoria della classe disagiata, di Raffaele Alberto Ventura, consegna, sotto forma di impasse, una lezione di metodo: per descrivere le forme di vita contemporanee il concetto di “classe” e quello di “generazione” devono essere rigorosamente separati. L’assunto secondo il quale “le nostre ambizioni non sono a misura dei nostri portafogli” ne è la più adamantina delle verifiche. Le ambizioni e i portafogli di chi? Se quella “disagiata” fosse una “classe”, non ci sarebbe ragione di scrivere duecentocinquanta lambiccate pagine senza riuscire a capire se questo apparente disastro in cui ci è toccato di vivere sia l’esito fatale della “crisi” oppure la meritata punizione per aver voluto troppo.

lameladinewton

L’ingegneria del consenso a colpi di socialbots

di Andra Meneganzin

Siete sicuri che al vostro ultimo tweet abbia risposto un essere umano e non un robot? I robot delle piattaforme social sono oggetto di impiego sistematico nelle agende politiche e economiche globali. I ricercatori informatici ne rilevano oramai una presenza capillare, lanciando l’invito ad accrescere la consapevolezza intorno alle loro caratteristiche, per orientarsi responsabilmente tra i contenuti della rete

socialbots 499 okE’ il web il perno dell’ecosistema mediatico nell’era digitale. E’ il luogo di produzione, diffusione e consumo di un massivo volume di informazione, nonché di costruzione e orientamento dell’opinione pubblica. Ma se questo da tempo non rappresenta più una novità, la comprensione delle dinamiche che determinano i ritmi e l’impatto dei contenuti della rete, e l’identificazione dei suoi protagonisti, sono aspetti che impegnano sempre più studi quantitativi su larga scala.

Il report annuale di Imperva Incapsula relativo all’anno 20161 ha rilevato che solo il 48,2% del traffico web mondiale2
è stato generato da persone. Il rimanente 51,8% sarebbe stato alimentato da bots. I “bots” informatici (abbreviazione di
software robots), nel senso più generale, sono programmi che interpretano liste di comandi (scripts), generalmente semplici e molto ripetitivi, in modo estensivo e a ritmi del tutto automatizzati.

Di bots si è abituati a sentir parlare in occasione di attacchi hacker o DDoS (distributed denial-of-service attack, come quello che il 21 ottobre 2016 ha messo al tappeto le maggiori piattaforme internet a larghi bacini di utenza in Nord America e in Europa, attraverso la botnet Mirai) – i cosiddetti bots “cattivi”, stabili al 28,9% nell’ultima ricerca Imperva.

tempofertile

Amazon e il suo monopolio

di Alessandro Visalli

estranei1Nel Trono di Spade un uomo che non è più tale conduce in modo irresistibile uno strano esercito: ogni nemico sconfitto ne diventa automaticamente parte, e tra i membri ed il nemico c’è una barriera insuperabile, … sono morti.

Gli ‘estranei’ della fortunata serie televisiva aspirano ogni energia che si trova nel più ampio, complesso e vario mondo dei vivi. In modo in qualche modo simile i nuovi modelli di distribuzione, dalla potenza irresistibile, fanno il vuoto del settore intermedio più rilevante per l’assetto ordinario delle nostre città e della stessa stratificazione sociale: il commercio.

Prima venne la grande distribuzione, e il modello più puro ed aggressivo di questa, Walmart, ma ora sulla sua strada si fa avanti un campione di purezza dall’abbacinante nitore: Amazon. Quando Walmart apre un nuovo punto di vendita nel territorio le reti di commercio di prossimità, anche le più forti ed organizzate, cedono, non riuscendo a stabilire con i fornitori la stessa relazione di potere schiacciante. La grande catena nata pochi anni fa da un solo punto vendita nello stato di Bill Clinton e divenuta una delle multinazionali più grandi al mondo, di cui abbiamo molte volte parlato (ad esempio qui), basa il suo potere nell’unione perfetta di un monopsonio (di fatto diventa, per la sua grandezza l’unico possibile acquirente per i suoi fornitori) e di un monopolio (con i suoi prezzi diventa l’unico a vendere su un territorio),

la citta futura

Troppi giovani poveri inutilmente acculturati? No problem, la soluzione è la “decrescita culturale”

di Valeria Finocchiaro

Recensione al recente libro di Raffaele Alberto Ventura, “Teoria della classe disagiata”, uscito per Minimum fax

0d803f57861a70492406334205b994be XLChoosy, bamboccioni, sfigati: è così che negli ultimi anni diversi politici hanno variamente definito la generazione degli attuali trentenni; l’idea è che i giovani tardino deliberatamente a inserirsi nel mondo del lavoro, vivano a casa con i genitori fin quasi alle soglie della pensione e costituiscano un peso per la società. Dopo anni di politiche all’insegna della precarizzazione del lavoro e di tagli del welfare, si scopre che quasi tutto ciò che negli anni della Guerra Fredda veniva considerato un diritto è oggi diventato un lusso socialdemocratico di cui sbarazzarsi, un feticcio religioso che il moderno illuminismo progressista contribuisce a distruggere per far posto alla nuova mistica neoliberale. Il primo idolo da abbattere, naturalmente, è lo stato sociale: come scriveva nel 2010, in piena crisi greca, Alberto Orioli sul Sole 24 Ore, “il welfare state del Vecchio continente si scopre vecchio come la sua patria. E insostenibile”.

Anche la “cultura” è insostenibile, ci dice Raffaele Alberto Ventura nel suo Teoria della classe disagiata, almeno per come l’abbiamo pensata all’epoca del boom. Per dimostrare questa tesi l’autore elabora la categoria di classe disagiata, una versione più colta e meno volgare degli epiteti di cui sopra.

figure

Il mito della creatività

Foto 5Una volta che ci si è accorti dell’esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po’ dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole  in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchere da bar…); lo si nota come un’aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo…) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all’interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale.

ilpedante

Indios veros homines esse

di Il Pedante

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L'homme moderne, au lieu de chercher à s'élever à la vérité, prétend la faire descendre à son niveau.

René Guénon

Lebensborn A/R

È certo una buffa coincidenza che a tirar fuori dalla scatola degli orrori storici l'eugenetica, pseudoscienza che postula un nesso tra selezione genetica e progresso sociale, sia un signore che di nome fa Eugenio. Così scriveva su L'Espresso il 7 agosto scorso:

Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana.

Il tema non gli è nuovo. A sentir lui, di «meticciato» avrebbe già discusso l'anno scorso nientemeno che con il Santo Padre, ricevendone la seguente previsione: «dopo due, tre, quattro generazioni, quei popoli si integrano e la loro diversità tende a scomparire del tutto». Dopo una seconda udienza nell'estate di quest'anno, ci assicurava che:

La tesi del Papa è che il meticciato è inevitabile e va anzi favorito dall'Europa. Ringiovanisce la nostra popolazione, favorisce l'integrazione delle razze, delle religioni, della cultura.

Manca giusto dire che rende il pelo più lucido.

scenari

Scuola e storiografia

di Fausto Curi

Liceo breveSu “La Repubblica” si è discusso di recente se sarebbe possibile, e se gioverebbe, diminuire di un anno gli studi della Scuola secondaria superiore. Fra i problemi affrontati, quello di riuscire, nel caso, a contenere in soli quattro anni un programma di Italiano che si è fatto sempre più folto e che giunga realmente fino ai nostri giorni.

Alberto Asor Rosa, che ha dato inizio alla discussione, ha giustamente respinto la riduzione del corso a quattro anni e ha sostenuto altrettanto giustamente che, per quanto riguarda la letteratura italiana, è necessario estendere la trattazione fino ad affrontare la condizione attuale delle Lettere.

Molto discutibile, invece, e quindi da non accogliere in silenzio, la proposta di Guido Baldi, già docente nei licei e nell’Università di Torino. Dice in sostanza Baldi, proponendo un esempio: se ,dalla trattazione del Petrarca, eliminassimo tutto tranne alcuni sonetti, la canzone “Chiare, fresche e dolci acque”, e un testo dell’umanista, riusciremmo a trattare non solo alcuni narratori nostri contemporanei, come Tabucchi e Del Giudice, ma perfino il vincitore del Premio Strega 2017.

roars

Di percorsi abbreviati, alunni competenti e insegnanti efficaci

Cosa significa educare oggi?

di Rossella Latempa

scuola dammilviaLa vecchia Scuola fa acqua da tutte le parti. E’ lontana dal mondo dell’impresa, ha gli insegnanti più vecchi d’Europa, è fondata su saperi teorici e astratti, è sostanzialmente “analogica e cartacea”. Per fortuna, le competenze, il digitale e l’innovazione la salveranno. Attorno alle competenze e alla necessità di innovare si è costruito un vero e proprio racconto. Bisogna garantire un set di “saperi utili per la vita” (competenze di cittadinanza), che assicurino flessibilità ed employability. Ciò che conta è imparare ad imparare, saper apprendere sempre, per risultare vincitori nello struggle for life. Cosa e come si insegnerà nella scuola del XXI secolo? Le distinzioni disciplinari perderanno significato. Basterà fornire i saperi essenziali e sviluppare le giuste skills per ricercare e selezionare informazioni in rete. Eppure, problem solving and finding, Inquiry based learning, sono maquillages anglofili su pratiche che risalgono all’Accademia di Atene e che qualsiasi insegnante consapevole utilizza con gli obiettivi e i linguaggi specifici della propria disciplina. La pedagogia “del successo” è quella che crea ambienti, attività, metodi di apprendimento focalizzati su competenze utili per la vita. Da questa visione fluida e protesa al futuro scompare l’orizzonte di senso. Perché, a quale scopo tutto questo, qual è la nostra destinazione. L’educazione è innanzitutto una pratica morale e politica. E come tale necessita di una definizione delle sue finalità, prima che della sua efficacia. Efficace per cosa?

* * * *

Il tema del tempo-scuola e quello delle pratiche didattiche “innovative” sono tornati al centro del dibattito pubblico in occasione della recente firma del decreto che dà il via alla sperimentazione di diplomi quadriennali, da parte del MIUR.

commonware

Contrordine: la creative class non è più progressista

Sul “pentimento” di Richard Florida

di Lucia Tozzi

floridaLa classe creativa non è più il motore della civiltà democratica, e la concentrazione di hipster, nerd e omosessuali in ameni quartieri urbani non è più il segno di una prosperità in procinto di espandersi a macchia d’olio, ma un epifenomeno della crescente diseguaglianza e della segregazione che ha investito la popolazione globale.

Ma chi poteva ancora sostenere delle idiozie del genere, viene da chiedersi?

La risposta è Richard Florida, il più grande divulgatore di questi e altri (pochi) concetti simili, e insieme a lui migliaia di politici, amministratori urbani dei cinque continenti, l’intero arco della stampa mainstream globale, e un numero più grande di quanto non si voglia ammettere di accademici e studiosi nel campo dell’urbanistica e dell’economia urbana. Perciò, se all’indomani dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca appare un libro intitolato The New Urban Crisis, sottotitolato How Our Cities Are Increasing Inequality, Deepening Segregation, and Failing the Middle Class – and What We Can Do About It, e firmato Richard Florida, author of The Rise of The Creative Class, non bisogna prendere la cosa sotto gamba.