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ilpedante

Il Ministero della Verità

di Il Pedante

Questo articolo è apparso in versione leggermente ridotta e riadattata su La Verità del 15 giugno 2018

hqdefaultNella mattinata di mercoledì 6 giugno ho avuto il piacere di partecipare ai lavori del convegno Propaganda in the EU organizzato da Marco Zanni nelle sale del Parlamento Europeo a Bruxelles, dove ho presentato il personaggio e i lavori de Il Pedante (qui le slide). Nel corso dell'evento è stato denunciato con forza il fenomeno della «lotta alle fake news» con cui si mira, anche nel nostro Paese (leggasi l'inquietante DDL Gambaro, n. 2688), a limitare la libertà di espressione sulla rete internet adducendo la «falsità» e l'«odio» di alcuni suoi contenuti. A modesta integrazione di quanto è già stato detto in quella sede, mi piace sviluppare qui una riflessione pedante sul tema.

Il punto più dirimente e rivelatore del baraccone giuridico delle «fake news» è naturalmente il fatto che, nella pratica quando non anche nella teoria, si indirizza solo alle informazioni diffuse «attraverso piattaforme informatiche» (DDL Gambaro, art. 1), cioè su internet e i social network, facendo salvi i canali della stampa «accreditata» e delle istituzioni. Come ha esemplificato Marcello Foa, le notizie false, anche solo per distrazione o conformismo, sono però «democratiche» e toccano tutti, dall'anonimo commentatore di Twitter alle segreterie di Stato. Le bufale della provetta di Colin Powell, dell'esecuzione dell'ex fidanzata di Kim Jong Un o della morte del giornalista e dissidente russo Arkadij Babchenko, che colpivano rispettivamente i governi nemici dell'Iraq, della Corea del Nord e della Russia di Vladimir Putin (soddisfacendo così anche i requisiti dell'«odio») o, ancora, le accuse senza prove rivolte al governo siriano in una serie di attacchi alla popolazione civile o a quello russo nell'attentato all'ex spia Sergej Skripal, trovavano spazio anche su testate giornalistiche considerate autorevoli e prestigiose.

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il rasoio di occam

Ai confini della docenza. Per la critica dell’Università

di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

ai confini della docenza per la critica dell Universita 499Sottoposta negli ultimi anni a un processo di revisione normativa che non ha pari nell'ambito della pubblica amministrazione, l'università italiana appare profondamente in crisi. Ma quali sono le ragioni che l'hanno ridotta in queste condizioni? Se lo chiedono Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell'Introduzione al volume "Ai confini della docenza. Per la critica dell'Università", uscito per i tipi della Accademia University Press (Torino), che può essere scaricato gratuitamente qui. Ringraziamo i curatori e la casa editrice per averci gentilmente concesso di pubblicare il testo.

Non è facile parlare di Università, per una serie di motivi. Prima di tutto perché, nonostante il comune sentire, da quando è stata introdotta la prima riforma di cui parliamo, la riforma Berlinguer del 2000 (anche se certo si dovrebbe e potrebbe andare indietro, sino alle molte ambiguità della legge Ruberti del 1990) l’Università è diventata la cavia per una sequenza di innovazioni organizzative permanenti, e devastanti, che stanno distruggendo un ciclo superiore di insegnamento che spesso poteva essere di esempio per gli altri paesi. Da allora, ogni Governo ha legiferato sull’Università. Ogni Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha continuato, con scadenza quasi mensile, a emanare decreti che (contro-)rivoluzionano la vita accademica. L’Università è così sottoposta ad un permanente riassetto organizzativo, e ad uno stravolgimento della sua filosofia e della sua funzione, che è di grave danno per la struttura degli studi e dell’insegnamento: qualsiasi teoria dell’organizzazione degna di questo nome sa che, introdotta una innovazione, occorre lasciar passare del tempo, metterla pienamente in pratica, prima di introdurre nuove modifiche: non si ha, altrimenti, la possibilità di valutarne gli effetti.

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cambiailmondo

Immigrazione, emigrazione, cooperazione

di Rodolfo Ricci*

accoglienza immigratiNell’analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche è opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unità di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti – e allo stesso tempo concause – dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano.

Dal punto di vista giuridico, accanto al diritto di migrare o di libera circolazione, di accoglienza, di inserimento e di integrazione nei paesi ospiti (un diritto richiamato nei testi più antichi di tutte le civiltà: “ero straniero e mi hai accolto”), va recuperato il diritto – moderno – di poter vivere dignitosamente nei luoghi e paesi di origine, oppure di potervi tornare in condizioni e con opportunità di re-inserimento civile, sociale e lavorativo, dignitoso; senza questa possibilità il diritto ad una libera circolazione rischia di celare la forzatura all’espatrio, all’emigrazione forzata, qualità che purtroppo contraddistingue la quasi totalità degli esodi emigratori almeno negli ultimi due secoli.

L’attenzione univoca al diritto di spostamento e di stabilimento nasconde la ragione essenziale e profonda dei movimenti di masse di persone, innescati, oggi come ieri, dai movimenti paralleli di concentrazione di capitale, dallo sfruttamento incondizionato di grandi aree e territori periferici a vantaggio di quelli centrali e la necessità di disporre nei centri direzionali della produzione e della finanza di grandi quantità di risorse umane sottratte, senza alcuna contropartita, ai territori periferici di partenza.

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scenari

Donne, razza e classe

Ginestra Bacchio intervista Cinzia Arruzza

angela fro1In occasione della recente uscita in Italia di un classico del femminismo contemporaneo come Donne, razza e classe di Angela Davis (trad. it. di M. Moïsee A. Prunetti, a cura di C. Arruzza, Edizioni Alegre, Roma 2018, 304 pp.) abbiamo colto l’opportunità di porre alcune domande sul libro alla curatrice dell’edizione italiana, prof.ssa Cinzia Arruzza, attualmente Associate Professor of Philosophy presso la New School for Social Research di New York.

* * * *

D: Il testo di Angela Davis da lei recentemente curato in edizione italiana, Donne, razza e classe, è stato pubblicato per la prima volta in America nel 1981. Come lei stessa attesta nell’Introduzione, il suo nucleo programmatico era già contenuto e in parte delineato nell’omonimo articolo che la Davis scrisse durante la sua prigionia nei primissimi anni ’70. Il periodo storico in cui quest’opera è stata elaborata è quindi, non solo temporalmente, estremamente distante da quello odierno. Secondo lei è corretto rapportarsi a quest’opera esclusivamente come importante documento storico femminista o in esso è ancora possibile ritrovare delle linee guida per interpretare un contesto storico e sociale come il nostro?

R: Il libro di Angela Davis ha rappresentato uno dei testi fondativi del femminismo nero e, a partire dagli anni ’90, del femminismo dell’intersezionalità. In questo volume Davis offre una ricostruzione storica e un’interpretazione della nascita e dello sviluppo del femminismo statunitense, a partire dall’emergere del movimento suffragista e dei suoi rapporti con l’abolizionismo. All’interno di questa ricostruzione Davis analizza alcuni momenti chiave che determinarono frizioni e rotture tra il movimento femminista e il movimento Nero di liberazione e, soprattutto, tra un certo femminismo liberale bianco e gli interessi e i bisogni della grande maggioranza delle donne di colore e di classe lavoratrice.

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la citta futura

Piattaforma informatica per la democrazia

di Pasquale Vecchiarelli

In vista dell’assemblea di Potere al Popolo programmata a Napoli per il 26-27 maggio, proponiamo un contributo alla discussione sul tema dello strumento della piattaforma informatica

a45484ba179cef1dbc1529b14ac4e4b2 XLL’introduzione di una tecnologia all’interno di un processo sociale non è una questione che attiene al piano esclusivamente pratico ma si ripercuote sul piano teorico delle sovrastrutture.

Anche se viviamo nell’era dell’informatica non tutti hanno dimestichezza con tale strumento e anche chi ha una dimestichezza pratica a volte trova difficile cogliere i legami profondi e le linee di sviluppo che tale mondo pratico si trascina con sé a livello delle sovrastrutture e nelle relazioni umane. È interessante, dunque, cogliere all’interno della proposta politica di utilizzare una piattaforma informatica per gestire la democrazia interna di Potere al Popolo le finezze di carattere tecnico e porre anche lo sguardo alle ricadute sul piano teorico.

Come ricordava la compagna e professoressa Alessandra Ciattini nella sua prima lezione del corso di Storia della riflessione sulla religione tenuto presso l’Università Popolare A. Gramsci, sollecitata sul tema in oggetto: “[…] le persone debbono sentirsi parte di una comunità, debbono condividere una serie di idee, debbono avere dei legami, dei dissidi […] la piattaforma non può sostituire l’affinità politica. Gramsci intende l’attività politica come un processo di cambiamento interiore a cui deve corrispondere un cambiamento profondo del comportamento. Il marxismo è una teoria scientifica ma in Marx c’è anche un afflato etico politico, una presa di posizione nei confronti del mondo... La scelta del razionalista, che consiste nel conoscere e dunque nel poter trasformare il mondo, è una scelta morale”.

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effimera

Governo umanitario, neoliberalismo e populismo

di Valerio Romitelli

Una recensione di Valerio Romitelli al libro di Didier Fassin, Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, da poco pubblicato in Italia per DeriveApprodi, nella traduzione di Lorenzo Alunni. Il testo ha suscitato dibattito sulla lista di Effimera. A breve pubblicheremo un confronto tra Salvatore Palidda e Valerio Romitelli proprio a partire dai lavori di Fassin e dai temi da lui trattati

Governo umanitarioÈ uscita la traduzione in italiano del libro di Didier Fassin, La raison humanitaire. Une histoire morale du temps présent, pubblicato in Francia nel 2010 (Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, traduzione di Lorenzo Alunni, DeriveApprodi, Roma, 2018). L’autore che può essere considerato uno dei più importanti antropologi contemporanei, docente e direttore di ricerca in prestigiose università francesi e statunitensi, è già noto al pubblico italiano per la traduzione di sue non poche opere (Fassin, 2013, 2014, 2016).  In questa ultima tradotta egli presenta nove rapporti di inchieste svolte tra il 1996 e il 2003, cinque in Francia e quattro tra Sudafrica,Venezuela, Palestina e Iraq. Tema ricorrente: “La messa in pratica della ragione umanitaria all’interno delle politiche rivolte alla vita precaria” altrimenti dette anche “politiche della sofferenza”, (p 24). Rapporti di grande interesse, dedicati a svariati ed eterogenei casi di studio. Ad esempio, le iniziative condotte da psichiatri e psicologi nelle periferie di alcune città francesi al fine di attivarvi luoghi d’ascolto per giovani disagiati o l’epidemia di Aids che all’inizio del 2000 ha toccato particolarmente i bambini sudafricani o ancora l’esperienza di Ong intervenute nei territori occupati da Israele al momento della seconda Intifada. Le dotte, puntuali e affascinanti analisi di Fassin non temono di cimentarsi coi problemi più scabrosi di simili tragiche situazioni. Il suo approccio che si vuole “analitico” (p. 15) e “critico”, senza astenersi dal discutere in dettaglio del senso da attribuire a questo termine (pp. 313-19), lo porta non di rado a conclusioni a dir poco scomode. Si può così comprendere ad esempio come gli interventi psichiatrici e psicologici tra i giovani delle periferie francesi abbiano finito per tacitare ogni ineguaglianza sociale non traducibile nel linguaggio della salute mentale (p. 25), mentre a proposito dell’epidemia di Aids in Sudafrica appaiono tutti gli equivoci e i fraintendimenti derivati dalla “mobilitazione emotiva” alimentata attorno a stereotipate figure di bambini sofferenti.

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Lontano dal podio. Quando il ’68 investì lo sport

di Giovanni Iozzoli

resli outNel fiume torbido di celebrazioni relative al cinquantennale del movimento del ’68 – una narrazione edulcorata portata avanti da pentiti, dissociati e millantatori di ogni sorta – si distinguono qua e là, alcuni lavori di rigore storiografico e autentico interesse: è il caso di Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978 (Mimesis pp. 284), dei ricercatori modenesi Gioacchino Toni e Alberto Molinari, i quali indagano l’impatto travolgente che il movimento esercitò su tutti gli aspetti della pratica e della cultura sportiva, dalle ribalte olimpioniche alle dinamiche dello sport di base. Fino al 1968, la pseudo ideologia pedagogico-sportiva decoubertiana, aristocratico-borghese e perbenista, aveva collocato lo sport in una dimensione di neutralità rispetto alle contraddizioni della società – il mito eterno di Olimpia che seda i conflitti. A partire dal ’68 la pretesa di intendere lo sport come luogo incontaminato viene messa in discussione, in sintonia con la rapida crescita delle culture critiche in ogni ambito sociale. Quello sportivo comincia a diventare uno spazio “conteso”, in cui visioni e pratiche confliggenti maturano e si scontrano.

Il rapporto politica-sport è affrontato dagli autori ricostruendo in forma antologica le rappresentazioni date dalla stampa italiana degli eventi epocali di quella stagione. Sono spesso reazioni di scandalizzata chiusura verso ogni contaminazione del sacro perimetro sportivo, ma anche prime inedite forme di attenzione per i risvolti sociali di quel mondo, fino ad allora mai considerati. Nella bella prefazione di Gian Paolo Ormezzano, l’anziano maestro del giornalismo sportivo (e non solo) rivendica di essere stato il primo a inserire, nel suo Tuttosport, una breve rubrica sull’attualità quotidiana – e di come questa cosa, oggi scontata, corresse il rischio, all’epoca, di sembrare un’eresia.

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Populismo e pseudopopulismo in Italia

di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

males de la politica 2 638Premessa

Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.

Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.

Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.

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pandora

“Algoritmi di libertà” di Michele Mezza

di Luca Picotti

Recensione a: Michele Mezza, Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto, Donzelli Editore, Roma 2018, pp. XVIII-278, 18 euro (scheda libro)

Algoritmi 5 ott. 640x315Il filosofo Emanuele Severino, nelle sue numerose pubblicazioni, ha sempre portato avanti la tesi secondo cui la Tecnica, intesa come la capacità di organizzare i mezzi per raggiungere una serie indefinita di scopi, diventerà il fine ultimo dell’uomo. In altri termini – meno criptici-, l’uomo sarà destinato ad essere subalterno all’apparato tecnologico da lui stesso costruito, apparato che acquisirà sempre più potere e autonomia.

La rivoluzione digitale e tecnologica degli ultimi anni ha concentrato nelle mani di poche persone la possibilità di controllare una sterminata quantità di informazioni generate dalla rete e ordinate dalla potenza di calcolo degli algoritmi. Questa deriva «panottica», resa possibile dai nuovi strumenti tecnologici, dall’inerzia della politica e dalla poca consapevolezza di coloro che la subiscono, solleva quesiti di estrema importanza: come possiamo conciliare l’onnipotenza dell’algoritmo con la libertà? Quale deve essere l’equilibrio tra pubblico e privato? Come dobbiamo porci davanti alla Tecnica e ad un futuro sempre più incerto?

L’ultimo libro di Michele Mezza, giornalista e docente universitario, affronta con taglio critico i meccanismi attraverso cui la potenza dell’algoritmo sta svuotando le nostre libertà. Il volume è contenutisticamente densissimo: spazia dal rapporto tra social media ed elezioni politiche al movimento del ’68, dalla crisi della rappresentanza ai monopoli digitali. Il comune denominatore è rappresentato dalla posta in gioco: il futuro della nostra democrazia, minacciata dalla potenza dell’algoritmo e della Tecnica.

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Avengers: Infinity War

di Vito Plantamura (aka Tom Bombadillo)

box office avengers infinity war record 1Nelle more di nuovi articoli, e in altre faccende scrittorie affaccendato, ricevo e pubblico volentieri il contributo di un amico, lettore e commentatore del blog, Tom Bombadillo. Si tratta della recensione di un film di grande successo proiettato in questi giorni anche in Italia. Nel rilevare un cambio di paradigma nella cinematografia di intrattenimento americana - e quindi globale - l'autore registra l'emersione anche subliminale di temi bioetici e biopolitici che sembrano destinati a occupare sempre più spazio nel mainstream, oltreché nei commenti della cronaca. Nella trama del nuovo cult della Marvel-Disney l'idea di una "igiene del mondo" che lo renda più sostenibile ed equo, di un'umanità di troppo di cui ci siamo già occupati in altro modo sul blog, si insinua nella riflessione degli spettatori giovandosi di una dialettica morale inedita dove il male si contamina con il bene, diventa bene superiore e si veste da ragion di Stato, qui anzi dell'Universo.

Non abbiamo mai scritto in queste pagine di sovrappopolazione, pur sapendolo un tema molto caro ai sovrani del nostro tempo: letteralmente e non. Né saremmo in grado di farlo con competenza, salvo osservare in punto di metodo una curiosa convergenza: tra i messaggi apocalittici di una denatalità che renderebbe insostenibili gli standard di vita odierni - da cui la prescrizione di imbarcare carne umana dal Terzo Mondo, quella che "ci pagherà le pensioni" - e i messaggi apocalittici di un'esplosione demografica che... renderebbe insostenibili gli standard di vita odierni. E condividere con i lettori la sensazione, netta, che in un regime di riduzione e selezione eugenetica delle vite umane non saremo noi a dettare i tempi, i modi e i numeri dell'austerità biologica, come già oggi di quella fiscale.

Né chi ce li impone, come già oggi, a subirli [il pedante].

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Il grande esperimento Invalsi

di Gianluca Gabrielli*

Non sono prove anonime, stravolgono i programmi scolastici, mettono in discussione l’aiuto reciproco tra bambini e soprattutto la loro serenità, tra deliranti cronometri, insegnanti che diventano sorveglianti e aule trasformate in celle di massima sicurezza, da cui a bambini e bambine di sette anni non è consentito allontanarsi per fare la pipì. Tuttavia quando si ragiona sulle motivazioni del rifiuto delle prove Invalsi, previste da queste settimana, si sottovaluta un aspetto, il più inquietante ma anche motivo di speranza: quei test si reggono prima di tutto sull’obbedienza gratuita dei docenti chiamati a somministrarli seguendo un vergognoso Manuale. Se gli insegnanti decidessero di non rinunciare al loro ruolo e presentassero le Invalsi senza tenere conto del Manuale del somministratore, tutto quell’odioso esperimento crollerebbe

iq testIl grande esperimento Invalsi: appunti sull’eteronomia

Anche quest’anno, come ormai da una quindicina di anni a questa parte, si svolgeranno i test Invalsi. Anche quest’anno nelle classi seconde e quinte della scuola primaria. Anche quest’anno poco più di un milione di bambine e bambini di sette e dieci anni verranno sottoposti ai test. A sottoporli alla somministrazione saranno circa 50 mila maestre e maestri (su circa 250 mila in servizio nella scuola primaria), ma il calcolo è approssimativo, perché è difficile prevedere quanti insegnanti verranno chiamati a somministrare più volte. Le prove sono rimaste due per le classi seconde (lettura e matematica) e sono diventate tre per le quinte, con l’aggiunta dell’inglese. Anche quest’anno il Grande Esperimento prende il via.

Nel tempo si sono sciolti molti dei dubbi e delle controversie che accompagnavano l’introduzione di queste prove nella scuola italiana. All’inizio l’Invalsi e il Ministero sostenevano che le prove fossero anonime e raccolte ai soli fini statistici, mentre l’evoluzione e le dichiarazioni degli ultimi anni hanno chiarito che i dati sono collegati in maniera stringente al singolo bambino e alla singola bambina per formare un profilo valutativo che li accompagna nel corso degli studi e che in futuro potrebbe benissimo venire utilizzato per selezionare – ad esempio – gli accessi universitari, come d’altronde era stato ventilato nella prima versione del decreto attuativo dell’esame di maturità, o – chissà – addirittura nelle procedure di selezione del personale lavorativo.

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paroleecose

Una società civilissima e balcanizzata

Sul politicamente corretto a partire da un libro recente

di Daniele Lo Vetere

tintinIl nome ormai automaticamente associato al genere della “critica al politicamente corretto” è quello di Robert Hughes.[i] È lecito chiedersi se Jonathan Friedman, autore di un Politicamente corretto che esce contemporaneamente in edizione inglese e italiana (Meltemi, 2018) ne diventerà il nuovo eroe eponimo.

Hughes ambiva a fornire una descrizione, più che un’interpretazione, del fenomeno; inoltre gliene stavano a cuore soprattutto i riflessi sulla cultura e sull’insegnamento e giudicava tutta la faccenda secondo un’attitudine ironica, fondata su di un common sense ostile all’astrazione teorica (scriveva cose terribili su Foucault), che poteva apparire, a seconda del lettore, sarcasmo da conservatore o garbato buon senso da grande umanista. Al contrario Friedman, che è un importante antropologo, affronta la materia da scienziato sociale: il suo obiettivo è fornire un’interpretazione generale del p. c. Nonostante il libro prenda le mosse da esperienze autobiografiche, i casi personali hanno funzionato da molla che ha fatto scattare nello studioso il desiderio di una sistematizzazione teorica.

 

La natura «formale, o strutturale» del p. c.

Che cosa, innazitutto, non è il p. c.? Non è principalmente una questione di censura o ipocrisia linguistica, ma un più profondo fenomeno sociale, antropologico e politico. Friedman ne analizza le manifestazioni nella società svedese e in sottordine negli Stati Uniti e in Francia (l’antropologo è uno statunitense che ha vissuto per quarant’anni in Svezia).

Il p. c. è «una forma di comunicazione e di categorizzazione»:[ii] è un regime linguistico e sociale relativamente indipendente dall’orientamento politico, che è solitamente di sinistra in Europa e liberal negli Usa; possono infatti adottare uno stile comunicativo p. c. anche i conservatori.

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roars

Il docente di filosofia, un intellettuale organico della Buona Scuola

di Giovanni Carosotti

La Buona Scuola Professore organico 1068x601Anche solo sfogliando il «documento aperto» del MIUR intitolato Filosofia a scuola oggi, se ne avverte la totale continuità, stilistica e contenutistica, con le proposte precedenti: l’uso strategico della coppia «conservazione\innovazione», per screditare tutti coloro non in linea con la “didattica innovativa”; il riferimento alla «Società della Conoscenza» come condizione epocale che renderebbe inevitabile la «didattica per competenze»; la necessità di riconfigurare radicalmente la professione docente, considerando in qualche modo frenanti le competenze professionali sino a ora acquisite. Il Sillabo della filosofia non intende solo applicare la didattica per competenze alla filosofia, ma giustificare attraverso quest’ultima il quadro teorico alla base dell’intero impianto della Legge 107. Una disciplina messa al servizio della legge, e dell’esecutivo che l’ha prodotta. Ciò che più irrita del testo in esame è la caricatura della figura dell’alunno di cui si dà per scontata la mancanza di curiosità se non sono in gioco attività pratico-ludiche, e la definizione del docente quale «attivatore delle potenzialità dello studente». Cè anche il portfolio filosofico dello studente, con tanto di presunte competenze filosofiche, da testimoniare in uno specifico libretto. Un documento che costituisce un lavoro intellettuale di compiacimento verso le tesi governative e che rappresenta quanto di più ostile possa esserci all’essenza stessa (libera, dialogica, pluralista, etica) della filosofia.

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Il «documento aperto» del MIUR intitolato Filosofia a scuola oggi, pubblicato sul sito dell’INDIRE  inaugura un nuovo percorso verso l’attuazione effettiva della Legge 107. Consultandolo, qualcuno potrebbe pensare a un cambio di rotta.

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blackblog

Autonomia della tecnica ed obsolescenza dell'uomo in Günther Anders

di Michel Iets

blade runner 3Nel momento in cui i trans-umanisti ci promettono un avvenire nel quale coloro che sono inadatti diverranno gli «scimpanzé del futuro», dove l'imminenza della catastrofe nucleare abita il nostro quotidiano, e gli oggetti tecnici sembrano colonizzare sempre più a maggior velocità le nostre vite. Come pensare la tecnica, allorché la densità, la complessità e la potenza dei suo artefatti va crescendo, e la nostra intimità viene violata da dei dispositivi che spettacolarizzano e rendono mediatica la nostra vita nella sua interezza? A tale domanda, Günther Anders sembra poter fornire delle salutari chiavi di lettura e di comprensione.

Günther Stern - che negli anni '30 scelse lo pseudonimo di Anders («l'altro», in tedesco) al fine di nascondere la sua ebraicità - dedico gli anni della sua gioventù all'elaborazione di un'antropologia filosofica detta «negativa», nella quale la libertà è la categoria fondamentale dell'uomo, «abbandonato» nel mondo. Ma ben presto, storicizzando la sua antropologia filosofica, Anders si rese conto che l'uomo non si trova più circondato «da api, da granchi e da scimpanzé, ma da stazioni radio e fabbriche». A partire dall'inizio degli anni '40, comincia a costruire un'opera che considera l'uomo, non più dal punto di vista della natura, ma da quello della tecnica. Di più, egli cerca di pensare la tecnica, anche quando l'uomo - la cui artificialità aumenta - si dota dei mezzi per il suo stesso annientamento. Auschwitz, e poi Hiroshima, rende attuale la coscienza della catastrofe e l'arma nucleare ordina l'avvento della tecno-scienza.

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minimamoralia

La nostra garanzia si chiama complottismo

di Dario De Marco

conspiracy 640x420Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po’ in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù…

Quell’ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda… Speriamo che finisca al più presto, vero?

Presto? E perché mai… Ah, sì giusto, lei dice per i civili, per le vittime accidentali. Per quanto, definire civili quelle genti… Ma sa, vanno anche salvaguardate esigenze di stabilità, gli equilibri internazionali, la geopolitica, la filiera produttiva, le forniture delle industrie… La mia preoccupazione era proprio per questo. Lei piuttosto, cosa mi racconta? Tutto bene dal punto di vista, come si dice, spirituale?

Sì, senza dubbio. Siamo molto felici del fatto che la terra sia stata liberata dall’oscura minaccia incombente da Est. C’è giustizia all’altro mondo, ma a volte anche in questo mondo. E soprattutto siamo soddisfatti di come sia stata liberata, grazie all’intercessione del Vicario di Nostro Signore… Lei è conscio, non è vero, che la Storia ha già attribuito il merito a lui, molto più che a voi soldati.

Eh, certo certo, come no. E cosa dice lui, Sua…

Santità, caro Generale. Sua Santità è sempre molto impegnato, ma sta benone: riesce ancora a soddisfare, ad un occhio esterno, tutti i crismi dell’autonomia di corpo e spirito. Sembra perfettamente indipendente, insomma, e quindi, di fatto, lo è, non so se mi spiego.

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