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L'impresa e il bagliore del lavoro vivo

di Francesco Matarrese

1."...via via che il sole si spegne sorge nel crepuscolo la stella della sera, che illuminerà la notte. Il suo bagliore è quello di Venere. Su questo minimo bagliore riposa ogni speranza, anche la più ricca viene solo da lui."  Walter Benjamin

All’imbrunire in una scena lontana vedo apparire gli artisti del passato lavoro. Riconosco il bagliore. Ritorna la mia voce. Il tempo futuro non è il tempo di chi fugge. E’ il tempo che la tradizione degli oppressi attende che si compia. Gli artisti del passato lavoro partono agli inizi della modernità da un luogo dello spirito ancora sconosciuto. Bisogna andare avanti. L’impresa continua.


2.
Il mio rifiuto del lavoro astratto in arte, diventato rifiuto profondo, è un gesto di artista. La scena lontana ora è qui. Vedo l’artista del passato lavoro in ginocchio, inclinato. Vedo in ginocchio anche l’operaio del rifiuto del lavoro. Come Engonasin è inclinato. Il gesto disegna una silhouette che si contorce nelle grazie delle linee orizzontali, che traccia un contorno. E’ La position agenouillée dell’artista greco, dell’eroe del passato lavoro, che oppone l’ultima resistenza. A Stoccolma porto la notizia tremante. Una nascosta e debole forza messianica segue la posizione del rifiuto. Questa si volge improvvisamente all’indietro, rovescia il luogo, imprime l’inversione redentiva. Scivola via nell’ora del passaggio.

L’evento è davanti ai miei occhi. Ciò che vedo è una linea viva. E’ una linea di disegno, redenta. E’ qui, questa. Il punto d’incontro politico è un passaggio fulminante, una porta di accesso tra passato e presente. La classe operaia del rifiuto passa il testimone. E’ il bagliore. Oltre ogni dire.

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La vita? Nasty, short and… British.

Pierluigi Fagan

Secondo il primo degli antropologi inglesi, Thomas Hobbes la vita era “nasty, brutish and short“. Il “brutish” era riferito a quell’incessante muovere guerra di tutti contro tutti che contraddistingueva lo stato di natura. Il recente numero di Science (Science 19 July 2013:  Vol. 341 no. 6143 pp. 270-273) invece, ospita un articolo firmato da Douglas Fry e Patrick Söderberg, della finlandese Åbo akademi; ne dà notizie anche le Scienze italiano e in una breve nota, Internazionale n.1010 a pg.87. I due studiosi hanno preso in esame i comportamenti di un panel di 21 diverse tribù di cacciatori raccoglitori tutt’ora nomadi dislocate in tutti i continenti. Analizzando i 148 casi di aggressione letale, vien fuori che nell’85% dei casi si tratta di aggressioni individuali per i più vari motivi, lo scontro organizzato tra gruppi sarebbe una evenienza molto rara e quasi specifica solo di alcune tribù. Lo studio conclude che la pratica della guerra sembrerebbe una acquisizione del comportamento umano molto tarda e non certo insita negli atteggiamenti diciamo così “naturali” dell’uomo. Questo va in senso direttamene contrario ai paradigmi assodati di certa antropologia anglosassone, ripresi e rimarcati dalla psicobiologia à la Pinker e dalla sociobiologia, almeno prima che E. O. Wilson si convertisse al concetto di eusocialità. Apriti cielo! Lo studio è stato bombardato da critiche. Come si fa ad assimilare il comportamento degli attuali cacciatori raccoglitori con quello dei nostri avi ? Indebito trasferimento di proprietà tra situazioni non omologabili ! Errore epistemologico grave ! Ahi! Ahi! Ahi!

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L’intercultura è una trappola?

di Daniele Barbieri

duni Cambiare vita1In copertina spicca un bianco che si finge nero (è la locandina del film «Il cantante di jazz» del 1927). Ma anche il sottotitolo «Retoriche e pornografia dell’incontro» e il titolo «Contro l’intercultura» non passano inosservati. L’insieme forse spaventa ma incuriosisce. Ho letto il libro di Walter Baroni (pubblicato da Ombre corte: 17 euri per 176 pagine) con uno strano mix di gusto, fastidio e cervello che frulla. In estrema sintesi considero «Contro l’intercultura» un libro duro – moooooooolto duro – ma necessario. Cattivo in qualche punto, complicato in altri e ovviamente si può dissentire su alcune questioni o sull’insieme ma è un testo utile, fondamentale anzi, per bilanciare il buonismo e gli eccessi di semplificazione che dilagano sul groviglio di temi che i fanatici di acronimi potrebbero definire «mirmema» (migrazioni intercultura razzismi meticciato e molto altro). Baroni fra l’altro ci sbatte in faccia che le chiacchiere valgono zero o quasi rispetto ai rapporti di forza. Che in tutti questi temi i due grandi assenti sono la politica e l’economia. E’ un testo decisamente anti-razzista che però farà inferocire molti italiani che si considerano (e forse sono) dalla parte degli immigrati: ed è questa contraddizione che rende il libro fecondo. Sin dalle prime righe dell’introduzione Baroni attacca il «political correctness» e sin qui… Ma l’autore spiazza chi legge con questa dura formulazione: «il dialogo tra le culture fa coppia con l’ossessione securitaria» (il riferimento è all’Europa, non solo all’Italia) «come il poliziotto buono accompagna quello cattivo».

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Il caos planetario

[Ho da poco pubblicato la seconda edizione, ampiamente riveduta e aggiornata, del mio La tribù occidentale, che apparve da Bollati Boringhieri nel 1995. Il nuovo libro, edito da Rosenberg&Sellier nella collana “La critica sociale”, si intitola Un illuminismo autocritico. La tribù occidentale e il caos planetario. Presento qui un ampio estratto dall’introduzione (rg)]

Il presente caos storico è una congerie ormai conclamata di storie frammentarie, al cui interno un Occidente che in quanto concetto geopolitico non si sa più nemmeno dove cominci e dove finisca, gioca un ruolo particolare tra altri. La condizione contemporanea è quella in cui l’universalismo di stampo illuministico cede non nell’urto con una contestazione nel suo stesso ambito (come durante il processo di decolonizzazione negli anni sessanta del Novecento, critica e insieme autocritica del «mondo illuminato»), quanto sotto una dinamica implosiva indotta dall’esterno, originata soprattutto dalla ripresa islamica che, nelle sue pur varie forme, ha i tratti di un universalismo uguale e contrario.

Ma due universalismi sono soltanto due particolarismi. Dall’11 settembre 2001, e da quel che ne è seguito, niente meglio che il cattolicesimo conservatore di Ratzinger illustra questa riduzione dello spirito dell’Occidente spinto a chiudersi su se stesso, a opporre il particolarismo al particolarismo, facendo della religione né più né meno che il rito della «tribù occidentale». D’altronde c’è, si può trovare, una logica nel caos? Se c’è, non può che essere quella del paradosso. A differenza della contraddizione, infatti, il paradosso implica un movimento immobile, un’oscillazione costante e infinita tra i corni di un dilemma che si ripropone ogni volta di nuovo: non c’è soluzione ma un’impasse che si autoalimenta di continuo. Il caos non sembra lasciarsi pensare altrimenti che bloccato dalla sua stessa altissima indeterminazione, dalla stessa sovrabbondanza dei possibili al suo interno.

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Le città industriali nella crisi dello sviluppo

di Silvano Belligni

1. Secondo l’opinione prevalente, la crisi delle città industriali nasce dal declino della sovranità politica ad opera della globalizzazione: è un effetto dello svuotamento dello Stato nazionale e della tendenziale emancipazione delle città dalla dipendenza dal centro. Nel “nuovo intermezzo” che si apre le città vengono investite di nuove responsabilità, sia economiche che politiche: rischiano la deindustrializzazione e il declino, ma tendono anche ad assumere una centralità inedita nell’economia politica del capitalismo globalizzato. Si aprono nuove opportunità per l’iniziativa strategica delle élite locali su cui ricade la scelta del modello di sviluppo urbano da realizzare. Le città diventano artefici del proprio destino, responsabili della propria fortuna. L’agency non è ostaggio della struttura.

Secondo altre interpretazioni, la crisi muove invece dall’economia e dal modo di produzione: essa affonda le sue radici nella dissoluzione del modello di regolazione fordista-keynesiano (a sua volta da mettere in relazione con la crisi di profittabilità del capitalismo e la contrazione del surplus dei primi anni Settanta). A partire dagli anni 1973-75 il sistema di produzione fordista, e l’insieme connesso di pratiche, di norme, di istituzioni che ha dominato il mondo capitalistico nel lungo ciclo postbellico e che ha modellato la città industriale lascia progressivamente il campo a un regime di produzione flessibile.

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Americanità o Europa

Scritto da Diego Fusaro

Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.

La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.

Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.

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La fragile società del non lavoro

di Benedetto Vecchi

La parabola intellettuale di Robert Castel non è comprensibile senza il suo coinvolgimento nel Maggio parigino. È a partire dalle barricate del quartiere latino che la sua produzione subisce una svolta inaspettata. Sociologo di formazione in debito con la tradizione delle scienze sociali francesi, condivideva le riflessioni sulla modernità di Emile Durkheim, laddove sottolineava la fragilità del legame sociale rispetto il carattere tellurico, «rivoluzionario» dello sviluppo capitalistico. Ma a differenza di Durkheim, era interessato anche alle istituzioni sorte dalle ceneri dell'ancien régime che mostravano una grande capacità di tenuta e performatività dell'ordine sociale rispetto a quelle tendenza del capitalismo di rendere voltatile ciò che prima era solido, per parafrasare una famosa frase di Karl Marx. Così il primo, importante saggio Robert Castel lo ha dedicato all'istituzione psichiatrica, che aveva e ha la funzione di garantire la riproduzione sociale, in una prospettiva «pastorale» tesa a prevenire, rendendola inefficace, la devianza dalla norma.

In quel saggio Castel non nasconde la sua sua fonte di ispirazione - La storia della follia di Michel Foucault -, ma prova ad alimentarla con una inchiesta sul campo. È con quel libro che avviene la svolta teorica, che lo ha fatto diventare, anno dopo anno, un intellettuale eterodosso. Vicino al partito socialista, si è confrontato con le posizioni teoriche più radicali de marxismo post-Sessantotto, accogliendone la pretesa di una politicizzazione integrale dei rapporti sociali. Così, dopo la critica dell'ospedale psichiatrico, e in sordina anche della psicoanalisi, intesa come una forma di un diffuso controllo sociale, ha concentrato la sua attenzione sull'altra grande «istituzione» del capitalismo, la fabbrica.

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A cosa serve realmente Prism?

pierluigi fagan

Il Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La grana grossa sono i meta-data, l’oggetto concreto che il programma PRISM produce, dove siamo, dove andiamo, chi contattiamo, quante volte, di cosa ci interessiamo, le nostre “cerchie” etc. . Apparentemente non c’è ascolto di alcun contenuto, cioè di nessuna conversazione o scrittura privata, solo di comportamenti, interessi, relazioni. Per farne cosa?

Ce lo disse in parte, in un pubblico libro, Albert-László Barabási, fisico di origine rumeno-ungherese conosciuto per la sua teoria delle reti. Il libro è tutt’altro che uno scoop complottista, ma un saggio di divulgazione scientifica pubblicato nel 2011 da Einaudi (Albert-László Barabási, Lampi, Einaudi, Torino, 2011) che segue un precedente dello stesso autore, per lo stesso editore (Albert-László Barabási, Link, La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004), più o meno sullo stesso argomento.

Il giovane professore (Indiana, Boston) è conosciuto nell’ambito della Teoria delle reti che è un di cui della più vasta cultura dei Sistemi e della Complessità, per aver centrato il concetto di “reti ad invarianza di scala” soggette alla legge di potenza. Non è nostro specifico interesse inoltrarci qui nella spiegazione precisa del concetto.

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Ricominciamo dai fronzoli

Questioni aperte su scuola e formazione

di Gerolamo Cardini

Riportiamo qui una sintesi ragionata e un primo quadro introduttivo di alcune problematiche emerse da una serie di incontri su scuola e formazione organizzati a Padova con alcuni insegnanti della scuola secondaria tra marzo e giugno 2013. L’intento è quello di  individuare una trama di questioni passibili di ulteriori approfondimenti specifici, per ampliare il campo di discussione su un tema politicamente rilevante come quello della formazione scolastica e universitaria

Il massacro della scuola pubblica è in atto ormai da anni. La diminuzione delle risorse e i tagli lineari, che comunque non coinvolgono le scuole private, paritarie o meno, sono accompagnati da una tendenza alla ristrutturazione in senso aziendalistico che trasforma i presidi in manager (dirigenti scolastici) e gli insegnanti in «facilitatori», che non devono più trasmettere un sapere, ma aiutare gli studenti a produrre il proprio partendo dalle conoscenze in loro possesso, senza forzarli in alcuna direzione. Una maieutica senza ricerca della verità.

Un’ondata reazionaria, diffusa tanto nella «società civile» quanto negli organismi politico-amministrativi di governo, ha colpito anche l’Italia a partire dagli anni Ottanta, ossia dalla sconfitta dei movimenti operaio e studentesco. Da qui, la scuola è stata additata come una delle maggiori responsabili della diffusione delle idee di sinistra e quindi ne è stata imposta la trasformazione. Non più veicolatrice di un sapere che poteva venire utilizzato anche criticamente, ma solo di tecniche e pratiche immediatamente spendibili sul «mercato» del lavoro; non più formatrice, pur tra mille difficoltà e inadempienze, di studenti preparati e consapevoli, ma solo di disoccupati docili e insicuri, impreparati ma non troppo, dotati di conoscenze di base, che consentano loro di operare subito secondo direttive precise senza bisogno di ulteriore e specifica formazione, ma non tali da renderli troppo sicuri di sé e, magari per questo, di avanzare pretese eccessive nel trattamento economico o nella richiesta di un lavoro decente.

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La torre di Babele della sinistra

di Giovanni Mazzetti

Il dibattito a sinistra su reddito minimo e di cittadinanza. Una risposta critica alle argomentazioni di Marco Bascetta e Piero Bevilacqua, pubblicate sul manifesto

Da più di trent’anni il bisogno di cambiamento sociale subisce continue frustrazioni. Per quale ragione ciò accade? Credo che la risposta sia relativamente semplice: da più di trent’anni ognuno dei brandelli di quella forza che una volta costituiva la cosiddetta sinistra – che a suo tempo si indentificava con il cambiamento necessario – pretende di riuscire ad autoconfermarsi come unica vera forza alternativa, contribuendo auna moderna ripetizione della Torre di Babele. Elenchiamo i soggetti in campo. C’è chi, in continuità col vecchio Pci degli anni ’70, sostiene che solo la crescita potrebbe salvarci; chi, in vaga continuità con i movimenti dissidenti dell’epoca, afferma che a salvarci potrebbe essere non la crescita, ma il suo opposto, cioè la decrescita, magari perseguita in modo “felice”; c’è, inoltre, chi sostiene che l’unico modo di metabolizzare coerentemente i molti cambiamenti intervenuti sarebbe quello della corresponsione di un reddito di cittadinanza; altri, a loro volta, si oppongono a questa prospettiva, affermando che il reddito di cittadinanza instaurerebbe un parassitismo di massa, cosicché occorrerebbe procedere a espandere il lavoro nell’unico modo possibile, cioè con lavori concreti messi in moto dalla spesa pubblica. C’è, infine, chi avanza l’ipotesi che l’unica via d’uscita dalla crisi sia quella della redistribuzione del lavoro fra tutti a parità di salario. Ma essa, nonostante fosse stata chiaramente indicata come via maestra, prima da Marx e poi da Keynes, ha sin qui avuto un ruolo talmente marginale da non riuscire a incidere sul dibattito complessivo.

Perché questo apparente iperattivismo non sfocia in niente di produttivo?

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Disordini in paradiso

di Slavoj Žižek

Nei suoi primi scritti, Marx descrive la situazione in Germania come una di quelle situazioni in cui l’unica risposta a problemi specifici sarebbe una soluzione universale: la rivoluzione globale. E’ l’espressione condensata della differenza tra un periodo riformista e un periodo rivoluzionario: in un periodo riformista, la rivoluzione globale resta come un sogno che, se serve a qualcosa, è solo per dare peso a tentativi di cambiare qualcosa a livello locale; in un periodo rivoluzionario, si vede chiaramente che niente migliorerà senza un cambiamento globale radicale. In questo senso puramente formale, il 1990 è stato un anno rivoluzionario: le molte riforme parziali negli stati comunisti non avrebbero mai risolto i problemi; ed è stato necessario un crollo totale, per risolvere tutti i problemi della vita di tutti i giorni. Per esempio, il problema di dare cibo sufficiente alle persone.

A che punto siamo oggi, quanto a questa differenza? I problemi e le proteste degli ultimi anni sono i segnali che una crisi globale si avvicina, o sono solo piccoli ostacoli che si possono affrontare con interventi locali? Il fatto più notevole di queste eruzioni è che stanno avvendo non solo, né principalmente, nei punti deboli del sistema, ma nei punti che finora erano stati percepiti come storie di successo. Noi sappiamo perché le persone stanno protestando in Grecia o in Spagna, ma perché ci sono proteste nei paesi ricchi e in rapido sviluppo come la Turchia, il Brasile o la Svezia?

Con un po’ di distanza, si può vedere che la rivoluzione di Khomeini nel 1979 è stato il caso originale di “Trouble in Paradise”, dato che è accaduta in un paese che camminava a passi rapidi verso la modernizzazione filo-occidentale, ed era l’alleato più stabile dell’occidente nella regione.

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Per un nuovo occidente

di Pier Luigi Fagan

K. Polanyi appartiene di diritto a quel novero di studiosi che hanno provato a dare una loro definizione di quel fuggevole soggetto che è il “capitalismo”. Il capitalismo non è un sistema definito come tale, prima che s’ingeneri l’incontro tra l’opus magnum che lo criticava “Il Capitale” di K. Marx ed uno studioso (marxista) di storia e di storia economica, W. Sombart. Ciò avviene più o meno i primi del novecento e da allora sentenziamo a proposito di questo sistema, anche se la sua definizione è tutt’altro che chiara e condivisa.

Karl Polanyi si iscrive al dibattito sull’argomento, dopo A. Smith, K. Marx, M. Weber, T. Veblen, ma certo prima di Braudel, Schumpeter e  dei neoliberali. Che cos’è quindi ciò che chiamiamo capitalismo, per Polanyi ? In cosa la sua visione è differente da quella degli altri? Polanyi era sì un economista ma più sul versante della sua storia, della sua antropologia, che non della sua meccanica. La sua è quindi una visione intera, come se il soggetto fosse visto dal di fuori, cercando di abbracciarlo come fenomeno e come significato. In un certo senso, la visione di Polanyi è precocemente sistemica, nel senso che anticipa una epistemologia che si formerà successivamente ai tempi in cui lui pensa e scrive. E’ anche questo che rese Polanyi poco comprensibile ai suoi tempi ed è questo che invece ce lo rende perfettamente comprensibile e condivisibile, oggi.

E’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, edito da Il Saggiatore. Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958, che risulta un ottimo compendio sintetico alle tesi polanyiane, già prodotte nella Grande trasformazione (1944), Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968), La sussistenza dell’uomo (1977).

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Femministe a parole

Un libro per tutte e per nessuna

di Evelyn Couch

Come recita il sottotitolo, il libro Femministe a parole (Ediesse, Roma, 2012, pp. 368), curato da Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli, si presenta come un insieme di grovigli da districare. La raccolta di voci, che va dalla A di Anticolonialismo alla W di Welfare transnazionale, è stata compilata da diverse autrici – più un autore e un collettivo – che hanno cercato di stilare una «lista di temi aggrovigliati». I lemmi sono selezionati dalle curatrici in modo parziale, ovvero secondo una scelta di parte derivata dal posizionamento di ognuna, «a volte distante e persino opposto», e sono pensati per essere letti da un pubblico vasto di donne e di femministe. Secondo l’intenzione delle curatrici, ridefinendo alcune delle proprie parole chiave il femminismo può ripensare se stesso. In questo groviglio di temi, o tra questi temi aggrovigliati, è allora legittimo chiedersi come riemerga il femminismo e in che modo riesca a esprimere una parzialità.

Si può dire che ne emerga, in primo luogo, un femminismo plurale. Non esiste – e non si vuole che esista – un accordo tra le molte autrici del libro sulla natura stessa della ricerca femminista. La disomogeneità delle posizioni è il punto di partenza dichiarato sin dall’introduzione, ritenuto necessario a «stimolare una riflessione critica sulle esperienze teoriche e pratiche che oggi abitano l’universo femminista».

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Dalla Grande Trasformazione alla Grande Transizione

di Pierluigi Fagan

campo 4 450PXK. Polanyi nel suo celebre “La Grande Trasformazione” segnalò che la forma della economia politica moderna era inusuale in quanto per la prima volta l’economia era scorporata dalla società. Non era più intessuta nella trama sociale, bensì la dominava. “La Grande Transizione” di Bonaiuti ci dice che l’unico esito auspicabile di un potente cambiamento delle cose del mondo, che quello stesso sistema analizzato da Polanyi ha messo in moto, è riportare l’economia all’interno del tessuto sociale e da questo, farla dominare. Se il sistema del capitalismo moderno aveva la sua cifra nella crescita, almeno per l’Occidente, la restrizione delle proprie condizioni di possibilità che stanno portando ad una progressiva decrescita reale (recessione-depressione), consigliano di promuovere un nuovo concetto di decrescita intenzionale basata su una profonda revisione e ridefinizione dei ruoli dell’economia e del mercato, di una sfera pubblica basata sulla redistribuzione e di una sfera sociale basata sulla reciprocità.  L’autore è noto[1], ma meno di altri che parlano su questi temi, forse poiché perviene al concetto di decrescita per una via diversa da quella strettamente ecologista o geopolitica o della critica culturale o dell’anticapitalismo-antiliberismo o della divulgazione. Questa è la via dell’immagine di mondo data dalla frequentazione delle scienze della complessità, un aggregato di sguardi e di saperi non ancora completamente formalizzato, eppure in costante evoluzione almeno da mezzo secolo. Di questo sguardo fa parte la messa a fuoco della realtà attraverso i concetti di sistema, ambiente, adattamento, tempo, feedback. Questo set di disposizioni cognitive porta qualsiasi osservatore che ne fa uso a considerazioni magari più fredde di quelle che agitano le passioni politiche, eppure per certi versi ancor più inesorabili, logiche e definitive.

La grande transizione che vede Bonaiuti è quella del sottotitolo: dal declino (delle nostre società occidentali) alla società della decrescita.

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lavoro vs liberta

Comunità

 Egoismo o stupidità?

di Giuseppe Laino

Momento di convivialitaDavvero pensate che chi pulisce gli interni della propria casa fino allo splendore asettico dell’ospedale per poi, incurante, buttare dalla finestra tutti gli scarti che produce finendone sommerso o chi, fregandosene altamente di ciò che gli succede attorno – la devastazione del territorio, l’immiserimento delle condizioni di vita, la cosalizzazione dei rapporti umani – possa definirsi egoista o individualista?

A mio parere è solo e semplicemente un cretino. E il fatto innegabile che sia in numerosa compagnia, non può modificare né ammorbidire in alcun modo il giudizio testé espresso.

Certo, il cretino ha molte attenuanti a cui aggrapparsi.

Innanzitutto la possibilità di autodefinirsi egoista o individualista e non cretino gli è offerta da eminenti ideologi e non è cosa da poco conto.

Sembra assodato, infatti, che le prime due caratterizzazioni siano naturalmente insite nell’animo umano, mentre la seconda, al pari dei suoi sinonimi stupido ed imbecille, è ritenuta appannaggio di pochi o di molti ma sempre e comunque dell’altro.

Ad esempio «negli orientamenti della psicologia dinamica moderna si riconoscono due sistemi motivazionali fondamentali.

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Derive del lavoro

Ovvero il capitalismo della scommessa

A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, le forme del lavoro si sono profondamente trasformate, non solo in virtù del crollo dell’economia pianificata del blocco sovietico – evento che ha portato il mercato ad una fase di definitiva mondializzazione e di potenziale saturazione –, ma anche e soprattutto in ragione dell’impetuoso sviluppo dell’informatica che lo stesso mercato aveva favorito (si pensi al fenomeno della Sylicon Valley in California): per usare i termini di Marx, i vecchi rapporti di produzione sono stati polverizzati da un accelerato processo di innovazione tecnologica, che, insieme al ricorso alla robotizzazione, ha enormemente ridotto la necessità di manodopera. Un intero modello di organizzazione sociale, che aveva il suo centro propulsore nella fabbrica fordista, è entrato in crisi irreversibile, mentre il mercato ha cominciato a presentare una nuova divaricazione, quella che intercorre tra le grandi fabbriche ormai de-localizzate (dunque ormai incapaci di creare legami sociali sul territorio: si pensi al declino delle città minerarie degli Usa o al fenomeno dell’‘archeologia industriale’) da un lato e, dall’altro, alla disgregazione atomistica e alla semi-privatizzazione del lavoro cognitivo-progettuale, che nell’ultimo decennio del secolo appariva ancora piuttosto concentrato in Europa, negli USA e in Giappone. È in quegli anni che iniziano ad imporsi e a proliferare nuove forme di lavoro sempre più “precarizzate” e semi-private, innescate dai suaccennati processi economici e tecnologici ma, fin dagli anni ottanta, “facilitate” dall’adozione di nuove “politiche del lavoro” liberiste.

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Le decisioni del pubblico

In margine al referendum di Bologna

Quelli di noi che hanno potuto farlo hanno scelto A al recente referendum consultivo di Bologna. Gli altri – migranti, studenti fuori sede, lavoratori precari senza la residenza – non hanno potuto dire la loro sul finanziamento pubblico alle scuole materne private. Eppure vivono a Bologna, magari da molto tempo, e hanno una loro idea di cosa potrebbe o dovrebbe essere pubblico. Per quanto ottenuto con un pubblico ridotto, l’esito del referendum può anche soddisfare. Pensiamo però che sia utile proporre una riflessione sul pubblico e le sue contraddizioni che non ne faccia un feticcio fuori dal tempo.

La questione posta domenica 26 maggio, infatti, non riguarda solo Bologna e nemmeno le sole scuole materne. Non perché quel referendum possa stabilire un qualche precedente o indicare una qualche strada da percorrere, ma perché ha posto delle questioni che non ha risolto e che forse non poteva nemmeno risolvere. Apparentemente si trattava di dire, ma non di decidere, se il comune deve finanziare le scuole materne gestite in maniera preponderante da imprese religiose. Qualsiasi fosse stato l’esito, gli elettori – che dovrebbero stabilire la direzione politica del potere pubblico – non avrebbero potuto decidere come deve essere l’intervento pubblico a Bologna. In questa apparente confusione, una decisione era stata già presa: una decisione del potere pubblico sui limiti del pubblico. Il primo aveva già deciso che gli elettori potevano solamente applaudire o fischiare, ma non decidere su cosa viene effettivamente rappresentato. Gli elettori diventano così gli spettatori che formano il pubblico – anche se in un altro senso – che assiste allo spettacolo e alle decisioni del potere. Il referendum consente così di riflettere sui significati politici che oggi ha il pubblico.

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I confini mobili della collettività

di Marco Bascetta

Un pamphlet di Ermanno Vitale per Laterza contro la retorica dei beni comuni e le pulsioni «comunitariste» premoderne. Il problema è giuridico e politico, come l'inclusione del sapere minacciato dalle recinzioni e dal controllo delle multinazionali

Il titolo è di quelli che dovrebbero farti sobbalzare sulla sedia: Contro i beni comuni (Ermanno Vitale, Laterza, pp.126, 12). Un effettaccio editoriale da manuale. Il sottotitolo subito ci rassicura «Una critica illuminista». Tiriamo un profondo sospiro di sollievo: non stiamo dalle parti di un arcigno conservatorismo gerarchico. Ci è promessa chiarezza e onestà intellettuale. Alla terza pagina della prefazione ci mettiamo definitivamente a nostro agio: «penso insomma più ai giovani vicini ai centri sociali e alle forme serie di volontariato che non a quelli che inseguono il mito dell'imprenditore di se stesso o prendono una tessera di questo o quel partito».

Insomma siamo tra amici. E anche il bersaglio di questo pamphlet, vale a dire la stucchevole retorica dei beni comuni e le pulsioni comunitariste, nostalgiche e premoderne che la attraversano merita, in buona parte, di essere condiviso. Che visioni olistiche, organicistiche e perfino mistiche innervino spesso le argomentazioni sulla centralità dei beni comuni è cosa indubbia. Come è indubbio che il libro di Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto (edito dallo stesso editore e nella stessa collana) vi indulga, (sia pure vincolato alla concisione enfatica propria della forma-manifesto), in svariati passaggi, lasciando trapelare l'idea che esista o possa esistere, nella modernità o nella postmodernità («riflessiva» alla Beck) una società incardinata sui beni comuni e la relativa dottrina.

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E’ guerra a internet!

Ma venderemo cara la pelle

Arturo Di Corinto

Quattro Anonymous arrestati, il pressing dell’Agcom per regolamentare in senso poliziesco il diritto d’autore, l’insistenza del presidente Boldrini sul tema della violenza nel web, la necessità di leggi speciali per Internet secondo Pietro Grasso, la riproposizione dell’obbligo di rettifica per i blog dentro la legge bavaglio, le 22 denunce per i commenti anti-napolitano del blog di Grillo…. e si potrebbe continuare. Sta succedendo qualcosa.

In una fase della vita del paese dove le larghe intese rendono difficile l’esercizio della critica ma anche trovare appoggio e consenso nei partiti tradizionalmente schierati per la libertà d’informazione, tutti questi indizi messi insieme possono prefigurare l’inizio di una guerra a Internet? Una normalizzazione del web in senso restrittivo? O solo un modo per sviare l’attenzione da altri problemi? Siamo noi ammalati di cospirazionismo? Forse.

Però l’insistenza dei detective della postale nel rimarcare che chi agiva per conto e come Anonymous lo faceva per interesse materiale e non ideologico non convince. Di sicuro è una perfetta psyop (psychological operation) per anticipare le critiche e minimizzare le reazioni di solidarietà verso gli arrestati, allo stesso tempo infangando la presunta purezza di Anonymous.

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Il diritto di avere diritti

Carlo Formenti, Stefano Rodotà


Per una replica da Rodotà

Carlo Formenti

Bellissimo il titolo – Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012, 433 pp., € 20,00) – del saggio di Stefano Rodotà perché sintetizza perfettamente il nodo centrale attorno acui ruotano i molti temi di un lavoro stimolante e complesso. L’obiettivo di questo articolo, tuttavia, non è recensire il libro, né ricostruirne nel dettaglio i percorsi argomentativi, bensì evidenziarne quelle che mi paiono le tesi più interessanti e, al tempo stesso, metterne in luce alcune aporie per sollecitare repliche e approfondimenti da parte dell’autore. In particolare intendo concentrarmi su quattro punti: 1) Chi è il titolare del «diritto di avere diritti» evocato nel titolo e in che modo può essere fatto valere questo «meta-diritto»? 2) Quanto e come questo concetto può contribuire a tutelare quei diritti sociali che rischiano di essere spazzati via dallo strapotere del mercato? 3) Come si inquadra il tema dei beni comuni nello scenario descritto dal saggio? 4) Come si definiscono i «nuovi diritti» associati all’avvento della rete e quali ostacoli si frappongono alla loro realizzazione? Partiamo dal primo punto, che a mio avviso è quello che solleva più problemi. Per Rodotà il titolare del diritto di avere diritti è la persona. Attenzione però: per capire il senso che l’autore attribuisce a tale termine occorre andare oltre i confini classici in cui lo rinchiudono le tradizioni del pensiero giuridico, filosofico, sociologico e psicologico.L’idea di persona che ci propone Rodotà è un’«immagine» che deve essere costruita ex novo, allo scopo di fronteggiare la crisi di civiltà associata al collasso della sovranità nazionale, cioè di quello che, almeno finora, è stato il «contenitore» per eccellenza tanto dei diritti quanto dei soggetti (i cittadini degli Stati-nazione) che ne erano titolari.

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Il dilemma del vitellone

Raffaele Alberto Ventura

Periodicamente un politico incauto lancia una sparata sui giovani fannulloni, così scatenando il subbuglio di mille code di paglia — «Ho sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!» – accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di là di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realtà di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalità individuale e può essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti è razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tivù da Andrea Diprè, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilità di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia è Richard Katz nel romanzo Libertà (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali «lavoretti», d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle.

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L’uso in comune dei beni

di Gino Sturniolo

Intervento svolto in occasione della presentazione di Beni Comuni, volume monografico della rivista Il Ponte, a cura di Mario Pezzella, il 26 aprile, a Messina. Gino Sturniolo è il portavoce del movimento No Ponte di Messina

“Il capitalismo sta per finire. La prova: il crollo dell’Unione Sovietica”. Con queste parole Anselm Jappe inizia la sua introduzione aL’onore perduto del lavorodi Robert Kurz (pubblicato in Italia da Manifestolibri nel 1994). Secondo le tesi dell’autore tedesco e della rivistaKrisis, con la quale ha collaborato negli anni novanta, la crisi del sistema di produzione basato sullo sfruttamento industriale si evidenzia più clamorosamente laddove presenta maggiori rigidità. Laddove, evidentemente, si presenta a maggiore comando statale. Il crollo dell’Unione Sovietica non dimostrerebbe, quindi, la superiorità dell’economia di mercato, bensì il soccombere delle sue manifestazioni meno concorrenziali.

Le tesi sostenute da Kurz hanno, a mio modo di vedere, a che fare con quanto esposto da Lanfranco Caminiti inBreznev in Calabria,un articolo pubblicato nel 1991 sulla rivistaLuogo Comune,nel quale veniva proposta una lettura del Sud come luogo dove vennero sperimentate nel trentennio postbellico politiche “socialiste”. “E’ come se in Italia si sia realizzato un socialismo regionale e che, ben lungi dalla solita individuazione della zona tosco-emiliana come base rossa, questa macchia di socialismo reale sia stato il Meridione. E proprio come all’Est le macchine statali socialiste sono andate in crisi, la struttura statale nel Sud… va a pezzi e con clamoroso rovinio”.

Di quelle politiche Caminiti ricorda, senza particolari sottolineature critiche, che “l’unico posto al mondo con un livello di produttività operaia bassa come a Tblisi fosse stato l’Alfa di Pomigliano d’Arco”.

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Violenza, cuore segreto della società

di Diego Fusaro

Domenica 28 aprile si è verificato un grave episodio di violenza davanti a Palazzo Chigi. Disoccupato, divorziato e dipendente dai videopoker: è questo il tragico profilo di Luigi Preiti, il quarantanovenne di Rosarno, che ha premuto il grilletto. “Sono disperato”, ha affermato: non è certo una giustificazione, ma è indubbiamente un tema su cui è opportuno riflettere seriamente. Onde evitare ogni equivoco – e nell’epoca dell’odierna confusione globale è sempre bene essere chiari fino all’estremo – , lo diciamo subito: il gesto di Preiti dev’essere incondizionatamente condannato e punito secondo la legge. Non è nostra intenzione deresponsabilizzare gli individui. E, tuttavia, il gesto di Preiti offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sullo statuto della violenza nell’odierna società.

Nell’ordine della manipolazione organizzata di cui siamo abitatori, è invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato degno di essere ricordato con il solo obiettivo di guadarsi dai suoi errori. Si tratta di una maniera – tutto fuorché ideologicamente neutra – di innocentizzare il presente, creando la grandiosa illusione – la falsità organizzata – secondo cui l’oggi sarebbe esente dalla violenza. Questo modo di pensare è largamente maggioritario: esso, come si dice a Torino, “fa fine e non impegna”.

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La città deterritorializzata

di Giairo Daghini

Oggi, della città o della metropoli non possiamo più dare una visione di insieme, o un’immagine che ce la restituirebbe nella sua globalità, nella sua forma urbis. Come del resto avviene anche per il soggetto umano, riterritorializzato nel processo continuo delle sue soggettivazioni, che lo portano fuori dalle ipostasi dell’io.

Bisognerà utilizzare diverse “scatole di attrezzi” per cogliere i divenire che attraversano la città, come delle linee d’infinito, e ci vorrà più di uno sguardo sia esso fisico, economico, filosofico, giuridico o meglio, come la pensava Félix Guattari nel suo Cartographies, ci vorrà un sistema a quattro teste comprendente i territori, i flussi, le macchine e gli universi.

Quindi, nello stesso tempo in cui noi parliamo tanto di fine della città, la città sembra essere dappertutto. In realtà noi non viviamo più, non lavoriamo più, non pensiamo più in spazi città, noi oggi viviamo in spazi che si conviene definire urbani. Spazio urbano di cui si possono determinare con difficoltà i limiti sia fisici sia di governabilità, spazi che nello stesso tempo sono illimitati e pieni di confini. Noi viviamo oggi in paesaggi ibridi, in cui agiscono un’infinità di dispositivi. Paesaggi composti di parti connesse tra di loro da reti tecniche e di mobilità sempre più complesse. Un universo di territori e di flussi. In questi spazi, l’urbano si delocalizza di continuo, in un mix di spazio fisico de territorializzato, e di spazio immateriale in continua espansione di rete. In questi movimenti vengono ridefiniti di continuo lo spazio fisico e mentale in funzione di nuovi rapporti di potere, di nuove meccaniche sociali e di nuovi modi di produzione e di soggettivazione.

Una delle dinamiche con cui si è giocata la metamorfosi della città alla grande città, a metropoli è stata il movimento centro-periferia in tutte le sue implicazioni e riterritorializzazioni.

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il rasoio di occam

Contro la povertà

Donatella di Cesare

L’esplosione della povertà nel ricco Occidente costringe a ripensare un fenomeno che sembrava relegato in gran parte ai confini del passato e alle periferie del mondo. A parte rare eccezioni, hanno dominato finora sconcerto, sdegno, rassegnazione. Ed è risuonato il messaggio: «la povertà rende liberi»[1]. Quasi che al filosofo, o al teologo, non restasse, di fronte alla povertà altrui, che condividerla indicandola a stile di vita. C’è da chiedersi se stia nascendo, o sia già nato, un neopauperismo.

Certo si comprende l’esigenza che la vita pubblica non umili ulteriormente chi è nel bisogno. La ricchezza sfacciata ha di questi tempi un aspetto lugubre. E si comprende anche l’urgenza, avvertita da molti, di sottrarsi all’iperconsumo imposto dalla crescita infinita[2]. Ma la stessa regola di Francesco d’Assisi era il progetto di abdicare alla proprietà per una forma di vita comune fondata sull’uso[3].

Appare perciò dubbio il tentativo di anestetizzare con un concetto elevato di povertà il dolore dell’indigenza. Chi è povero subisce una privazione che non può essere in alcun modo giustificata – né come volere divino, né come calamità naturale, né tanto meno come inevitabile esito della storia. Proprio perché non può essere giustificata, reclama giustizia.

La povertà ha a che fare con la schiavitù, non con la libertà. Ed è dunque tra i mali peggiori. Perché il povero è oppresso dalla mancanza, prigioniero del debito. È lo schiavo. Non occorre risalire all’antichità. Le nuove forme di schiavitù – a cominciare dall’indebitamento incoraggiato dal sistema economico – sono sotto gli occhi di tutti.