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lavoro culturale

Cancella il debito?

Il debito in comune: dialogo sul filo del paradosso tra teoria politica, estetica e scienze umane

di Giacomo Tagliani

Una singolare tendenza si aggira oggi nelle scienze umane. Sotto la dicitura onnicomprensiva di teologia politica, numerose analisi e interpretazioni del tempo presente si stanno infatti orientando sulla consustanziale attiguità tra le dinamiche sociali, culturali e politiche e una comune matrice teologica che le informa e dona loro senso ed efficacia. Se la precessione di un dominio sull’altro è argomento tuttora dibattuto, resta il fatto che l’effettiva presenza di tale paradigma continua ad acquisire sempre maggior credito, supportato da analisi e digressioni teoriche che sembrano riuscire a contestare con successo le obiezioni a tale cornice epistemologica avanzate dai teorici della democrazia negli ultimi decenni del secolo scorso.

Certamente la teologia politica è un tema che attraversa interamente il Novecento, a partire dai lavori di Carl Schmitt che innescarono un lunghissimo dibattito che coinvolse in egual misura giuristi e teologi, soprattutto di area tedesca, ma la sua ripresa più recente sembra essere dovuta alle analisi sul potere di Michel Foucault: sono proprio le analisi dedicate ai paradigmi della sovranità e del governo e alla centralità nelle società occidentali di alcune tecniche del sé di derivazione cristiana, la confessione su tutte, ad aver costituito lo spunto che ha permesso di congiungere il quadro teorico estremamente ampio ed astratto con la località analitica circoscritta. Sulla scia dei lavori di Ernst Kantorowicz, questo paradigma ha potuto infine essere traslato dalla regalità medievale alla “governamentalità” contemporanea, soffermandosi tanto sui singoli casi che su questioni di portata più generale.

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quaderni s precario

Come il femminismo divenne ancella del capitalismo*

di Nancy Fraser

Introduzione

Molte volte, in questi anni, ci siamo domandate se il femminismo non avesse finito per diventare un alleato (inconsapevole?) del biocapitalismo cognitivo-relazionale, un complice utile alla costruzione di discorso sul tema della precarizzazione cioè dei dispositivi organizzativi nella vita-lavoro imposti dai nuovi paradigmi di accumulazione. Le donne volevano giustamente uscire dalle cucine e dalle stanze dei bambini per emanciparsi nello spazio pubblico. Così sono state una preda facile per gli immaginari lavoristi e per il funesto e violento universo valoriale meritocratico del capitalismo contemporaneo.

Le analisi che notavano un asservimento delle differenze agli scopi del liberismo, ovvero un’integrazione delle donne all’interno delle logiche del mercato, non sono mancate anche da noi, in Italia. Così l’articolo di Nancy Fraser uscito su The Guardian, lo scorso 14 ottobre, ci è piaciuto e abbiamo deciso di tradurlo: riesce, in poche righe, dirette e folgoranti, a riassumere una serie di problemi di fronte ai quali ci troviamo e in ordine ai quali ci siamo a nostra volta, più volte, interrogate. Fraser è una femminista, filosofa e giurista statunitense, che ha particolarmente lavorato sul concetto di “giustizia” e, relativamente al tema, ha affrontato anche la questione della redistribuzione economica delle risorse, della partecipazione politica e delle forme della comunicazione.

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lavoro culturale

Per una fenomenologia della rete

di Angela Maiello

Recensione al libro di Adriano Ardovino “Raccogliere il mondo. Per una fenomenologia della rete” edito da Carocci

Adriano Ardovino pubblica per Carocci un importante testo su internet. L’obiettivo del volume è quello di raccogliere «riflessioni di ordine filosofico intorno alla quotidianità della rete, sostituendo all’approccio quotidiano un approccio filosofico», che in questo caso è quello fenomenologico, inteso come ricerca per la descrizione della realtà e delle sue condizioni di possibilità, nell’orizzonte di un quadro storico ben determinato.

Sin dalle prime pagine l’autore si preoccupa di indicare con precisione cosa vada inteso per “rete”, procedendo così a differenziare il termine da altri che altrettanto comunemente vengono usati. Se con il termine “internet” si indica propriamente l’infrastruttura tecnica che permette la connessione di più dispositivi mentre con il termine “web” una delle sue possibili applicazioni multimediali, «rete», dice Ardovino, indica più che altro «una forma di mondo» (p. 15), «la forma tecnologicamente raccolta di comunità e linguaggi estremamente disparati» (p. 17). La descrizione di questa forma di mondo che tecnologicamente si raccoglie è la posta in gioco del libro, che si articola in due parti: la prima, più strettamente filosofica, propone una ricognizione di alcune categorie utili in vista di un inquadramento delle pratiche del web; la seconda si articola attraverso i contributi più importanti dell’ultimo ventennio intorno al fenomeno di internet.

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furia dei cervelli

Il diritto alla città ribelle

Roberto Ciccarelli intervista David Harvey

Una rete per le mille forme di "attivismo di prossimità" nella città. Intervista a David Harvey, il grande geografo statunitense, invitato in Italia dal Teatro Valle Occupato

«È come un grande terremoto preceduto da piccoli traumi quello che apre spazi come il teatro Valle, ma anche altrove, nelle fabbriche recuperate o nell'attivismo nei quartieri» afferma il geografo David Harvey, tra i più ascoltati intellettuali marxisti nel mondo. Parole che stridono con la campagna de Il Messaggero e Il Corriere della Sera contro il Valle. 

Gli attacchi, anche personali, sono ricominciati il 18 settembre scorso quando il Valle occupato ha presentato la sua fondazione, finanziata con 250 mila euro da cittadini e artisti, risultato della scrittura collettiva di uno statuto che rende il teatro un «bene comune», in altre parole un'istituzione dell'auto-governo. Per i quotidiani, invece, il teatro sarebbe stato «privatizzato» da una «minoranza», un'accusa che viene formulata contro tutte le occupazioni, e non poteva mancare anche nel caso di un teatro che è diventato un simbolo. Il punto di vista di Harvey, frutto dell'assidua frequentazione delle città globali, è utile per smontare questa campagna politica. Per usare un'espressione cara al geografo americano, quello del Valle è uno dei sintomi della «lotta di classe» che si svolge nelle «città ribelli», titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore. 

La conversazione è avvenuta nel foyer del teatro affollato da centinaia di persone, durante una pausa del seminario sulle «lotte spaziali».

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Le multinazionali del bene e il welfare caritatevole

Domenico Chirico

Venti anni fa, quando in Italia prese piede l’idea che il welfare poteva essere delegato al terzo settore, secondo i principi della sussidiarietà e della prossimità ai bisogni, solo alcuni degli osservatori più attenti notarono che in un paese come il nostro questo percorso non sarebbe andato lontano. Si pensava, infatti, che lo Stato potesse rispondere meglio ai bisogni affidando i suoi servizi a enti no-profit, attraverso bandi pubblici. Poi sono finiti i soldi degli enti locali e stanno progressivamente scomparendo i servizi: quelli pubblici smantellati, quelli affidati al terzo settore non più finanziati. La destrutturazione del welfare è compiuta. Certo ci sono sempre stati molti sprechi nel pubblico in Italia, ma il privato, anche quello sociale, è sempre stato debole, compromesso con la politica, incapace spesso di immaginare e lavorare per la trasformazione sociale.

Alcuni episodi chiariscono meglio il quadro. Una cooperativa sociale in provincia di Caserta ha lavorato per anni con un comune dell’agro aversano, accumulando crediti per 300mila euro. Crediti coperti con esposizioni bancarie, in modo da continuare ad assicurare la fornitura di servizi a disabili, anziani, finché il comune non è andato in dissesto per la mala amministrazione ampiamente diffusa in tutta Italia. I commissari prefettizi propongono dunque una transazione alla cooperativa, offrendo la metà della cifra. La cooperativa, strozzata dai debiti, accetta. E chiude.

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Le città ribelli*

Vince Emanuele intervista David Harvey

Una intervista a David Harvey, geografo e antropologo, il cui ultimo libro si intitola “Rebel cities” (in italiano “Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street”, Il Saggiatore, settembre 2013). David Harvey è professore di antropologia e geografia alla City University of New York. Harvey sarà a Roma il 27 settembre, dove interverrà (alle 17) nell’ambito della settimana di seminari e workshop intitolata “Lotte spaziali”, che si tiene al Teatro Valle occupato (http://www.teatrovalleoccupato.it/lotte-spaziali-una-settimana-seminari-workshop-performance-dal-22-al-28-settembre-2013) e di nuovo il giorno successivo al Nuovo Cinema Palazzo (dalle 18,30)

Pearl Roundabout Bahrain Protests2“Nella prefazione a Rebel cities” inizi descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni settanta: “Edifici giganteschi, strade, edilizia pubblica priva di anima e mercificazione monopolizzata delle strade che minacciava di cancellare la vecchia Parigi… Parigi dagli anni sessanta in poi era semplicemente nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Ciò che era vecchio non poteva durare. Inoltre, è anche accaduto nel 1967 che Henry Lefebvre scrivesse il suo saggio fondamentale “Il diritto alla città” (pubblicato in italiano da Marsilio, ndt). Puoi parlarci di questo periodo degli anni sessanta e settanta? Come ti sei interessato al paesaggio urbano? E qual è stato l’impulso a scrivere “Rebel Cities”?

In tutto il mondo si guarda agli anni sessanta, storicamente, come a un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, per esempio, fu un periodo in cui molte città importanti si incendiarono. Ci furono rivolte e quasi rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente, dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, circa 120 città degli Stati Uniti vissero una inquietudine sociale e azioni ribelli più o meno di massa.

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Il futuro prossimo e remoto del nostro mondo

P. Bartolini intervista Franco Livorsi*

Professor Livorsi, l'egemonia angloamericana sembra in crisi e difficilmente potrà imporsi ancora a lungo su tutto il pianeta, tanto più adesso che l'emergere dei nuovi grandi attori internazionali (Cina, Brasile, Russia, India) annuncia l'imminenza di un mondo multipolare. Quale futuro intravede, nel breve e medio termine, per i nuovi equilibri geopolitici?

Sembra che si diano due letture fondamentali dello stato del mondo prossimo venturo. Una è quella espressa nel famoso libro di Michael Hardt e Antonio Negri "Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione" (2001, Rizzoli, Milano, 2002), che ebbe molta eco e che a suo tempo recensii anch'io sul "Pensiero politico", la rivista degli storici delle dottrine politiche; l'altra è quella più antica, ma anche più "collaudata", legata ai teorici della ragion di stato e che nel XX secolo può essere approfondita attraverso le opere di Friedrich Meinecke come "Cosmopolitismo e Stato nazionale" (1908 e Sansoni, Firenze, 1975) e in tanti altri autori, e che nella sua versione democratica informa di sé i pensatori del federalismo europeo, in un arco che idealmente va però da Per la pace perpetua di Immanuel Kant (1795) al pensiero di Altiero Spinelli, poi di Mario Albertini, sino a Corrado Malandrino, Sergio Pistone, Lucio Levi e altri. Su ciò si può vedere, dopo il fondamentale testo d'inquadramento dottrinario di Corrado Malandrino "" (Carocci, Roma, 1998), il bel libro di Lucio Levi Crisi dello Stato e governo del mondo (Giappichelli, Torino 2005).

L'interpretazione di Hardt e Negri (ma ovviamente è soprattutto di Antonio Negri), risente dello strutturalismo o "sistemismo" sociale già di tipo marxista operaista (ora evidentemente "ex operaista").

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I “precari” avranno mai una coscienza di classe?

Il ruolo della scuola pubblica

Christian Raimo

Che vuol dire quindi cultura del lavoro?

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«Libertà e diritti? Tocca sudarli. Anche in rete»

Infoaut intervista Autistici/Inventati

«Non pensiamo la nostra struttura come una risposta al controllo statale, ma più in generale come l’unica cosa decente venutaci in mente per garantire libertà d’espressione ed evitare la profilazione selvaggia da parte di aziende e governi». Sono queste le prime parole digitate da uno dei ragazzi di Autistici/Inventati appena cominciamo la nostra chiacchierata in una delle chat room del loro network. Una precisazione necessaria, sopratutto dopo che gli scossoni del terremoto Snowden hanno cominciato a sentirsi anche in Italia.Sono i primi giorni di agosto quando Lavabit e Silent Mail,due provider statunitensi di posta orientati alla tutela della privacy, vengono costretti a chiudere i battenti a causa delle minacce dell’NSA. Centinaia di migliaia di utenti restano improvvisamente senza strumenti di comunicazione sicura e molti di loro si rivolgono ad AI in cerca di una soluzione alternativa. In poco tempo il collettivo viene sommerso da un’ondata di richieste d’iscrizione ai suoi servizi. Un fatto che ha segnato un momento di difficoltà per la crew di hacker nostrani, tanto da determinare la temporanea sospensione dell’apertura di nuovi account. Ma che ha anche alimentato un forte dibattito in seno ai partecipanti del progetto sulle prospettive da intraprendere. È difficile per adesso dire come il datagate cambierà le esperienze di comunicazione autogestita.

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CIEra una volta la dignità umana

Il 12 Agosto nel CIE di Crotone, in seguito alla morte di uno degli “ospiti”, è scoppiata una rivolta che ha portato alla chiusura “temporanea”, ma a tempo indeterminato del centro. Non è che una delle continue proteste in cui l’esasperazione dei migranti cerca una qualche valvola di sfogo, nella speranza di essere sottratti ad una condizione di detenzione ingiustificata ed indeterminata. Nel nostro curioso Paese, infatti, chi non possiede un certificato amministrativo finisce internato con il solo timbro di un giudice di pace, mentre chi è stato condannato in ben tre gradi di giudizio scivola indisturbato sui parquets della sua villa di lusso e gioca a birilli con il governo nazionale.

Ma come funziona, questo antropofagico mostro CIE? In realtà al di fuori della cronaca se ne parla poco, anche per un motivo strutturale: si tratta di un mondo blindato, i cui contatti con l’esterno sono ridotti all’osso e rigorosamente irreggimentati dalle rispettive direzioni. Nel 2011 una circolare di Maroni aveva addirittura vietato l’ingresso a CIE e CARA ai mezzi d’informazione, alle organizzazioni indipendenti e agli esponenti della società civile. Un provvedimento revocato in seguito dalla ministra Cancellieri, ma il cui intento prosegue tutt’oggi, con mezzi più sottili. La prima indagine indipendente si deve all’associazione MEDU (Medici per i Diritti Umani), pubblicata pochi mesi fa e ricca di osservazioni che avrebbero dovuto quantomeno scuotere questa istituzione. Vale la pena, di fronte ai fatti recenti, di ricordarne alcune.

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La nuova scuola premia i signorsì senza spirito critico

Due menzogne: competenze e meritocrazia

Christian Raimo

Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.

La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.

La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori.

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Detroit è morta, viva Detroit!

di Sandro Moiso

E’ stata la capitale mondiale dell’auto. La Parigi dell’Ovest del XIX secolo americano. Un tempo fu  Fort Pontchartrain du Détroit, fondato nel 1701 dai francesi e poi conquistato dai fucilieri  del maggiore inglese Rogers. Fu al centro della guerra franco-indiana e poi della guerra del 1812 tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Oggi, con i suoi settecentomila abitanti è praticamente una sorta di ghost town, cui rimane il merito di essere la capitale di quella che fu chiamata rust belt a partire dagli anni ottanta del secolo appena concluso. Eppure, eppure…


Heavy Music

 Non fatevi fregare dalle critiche compiacenti: l’ultimo album di Iggy and the Stooges fa cagare! Molto peggio del penultimo e senza paragoni rispetto a quelli degli anni sessanta e settanta. Il chitarrista James Williamson non ricorda nemmeno vagamente gli assalti sonici di Raw Power, Iggy s’è giocato la voce ai dadi e il resto del gruppo…beh, meglio lasciar perdere. Eppure Ready To Die, con la foto di copertina che ritrae Iggy  avviluppato da  una cintura esplosiva  sui fianchi e sul torace nudo può rappresentare simbolicamente (e non solo per il titolo) un ottimo punto di partenza per un viaggio a ritroso nella storia politica, sociale,economica e culturale della città del Michigan. Un viaggio, come quello di Iggy, a ritroso verso la gloria di un tempo, oggi forse definitivamente perduta.

 Perché proprio a partire dagli Stooges? Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta.

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Una guerra lampo in 140 caratteri

InfoFreeFlow

Volete scatenare tempeste d’informazione sulle teste dei vostri avversari? Volete far esplodere i vostri messaggi in rete e colpire il leviatano alle ginocchia con frammenti impazziti di bit? Se la risposta è si, Blitzkrieg Tweet è il libro che fa per voi

Il sapere, è noto, non è fatto per comprendere ma per prendere posizione. Un’affermazione che sembra tanto più vera quando ci si ritrova tra le mani Blitzkrieg Tweet. Come farsi esplodere in rete, l’ultimo libro di Francesco De Collibus: dalla sua lettura, statene certi, trarrete spunti preziosi per decidere come schierare le vostre truppe sul campo di battaglia dell’informazione.

Una premessa è doverosa. L’autore (filosofo, informatico ed animatore di spinoza.it) non ha dato alle stampe l’ennesimo manuale di guerriglia marketing su come diventare popolari in rete. O almeno, non sembra essere stato mosso da quest’unico intento. Certo, il libro è denso di suggerimenti su come concepire le vostre bombe mediatiche, influenzare l’opinione pubblica edincendiare il terreno della comunicazione (possibilmente senza farvi terra bruciata intorno). Ma allo stesse tempo, sotto la superficie delle 130 gustose pagine pubblicate da Agenzia X scorre come un fiume carsico una stimolante riflessione sulla rete, le ambivalenze dei fenomeni sociali che l’attraversano ed i pericoli che ne stanno mettendo a repentaglio la libertà.

Ma cosa hanno in comune Twitter e la guerra lampo? Molto, se si considera che la velocità negli scenari di conflitto è un fattore in grado di mutare profondamente i connotati dei fenomeni bellici e dei sistemi di comunicazione.

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L'impresa e il bagliore del lavoro vivo

di Francesco Matarrese

1."...via via che il sole si spegne sorge nel crepuscolo la stella della sera, che illuminerà la notte. Il suo bagliore è quello di Venere. Su questo minimo bagliore riposa ogni speranza, anche la più ricca viene solo da lui."  Walter Benjamin

All’imbrunire in una scena lontana vedo apparire gli artisti del passato lavoro. Riconosco il bagliore. Ritorna la mia voce. Il tempo futuro non è il tempo di chi fugge. E’ il tempo che la tradizione degli oppressi attende che si compia. Gli artisti del passato lavoro partono agli inizi della modernità da un luogo dello spirito ancora sconosciuto. Bisogna andare avanti. L’impresa continua.


2.
Il mio rifiuto del lavoro astratto in arte, diventato rifiuto profondo, è un gesto di artista. La scena lontana ora è qui. Vedo l’artista del passato lavoro in ginocchio, inclinato. Vedo in ginocchio anche l’operaio del rifiuto del lavoro. Come Engonasin è inclinato. Il gesto disegna una silhouette che si contorce nelle grazie delle linee orizzontali, che traccia un contorno. E’ La position agenouillée dell’artista greco, dell’eroe del passato lavoro, che oppone l’ultima resistenza. A Stoccolma porto la notizia tremante. Una nascosta e debole forza messianica segue la posizione del rifiuto. Questa si volge improvvisamente all’indietro, rovescia il luogo, imprime l’inversione redentiva. Scivola via nell’ora del passaggio.

L’evento è davanti ai miei occhi. Ciò che vedo è una linea viva. E’ una linea di disegno, redenta. E’ qui, questa. Il punto d’incontro politico è un passaggio fulminante, una porta di accesso tra passato e presente. La classe operaia del rifiuto passa il testimone. E’ il bagliore. Oltre ogni dire.

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La vita? Nasty, short and… British.

Pierluigi Fagan

Secondo il primo degli antropologi inglesi, Thomas Hobbes la vita era “nasty, brutish and short“. Il “brutish” era riferito a quell’incessante muovere guerra di tutti contro tutti che contraddistingueva lo stato di natura. Il recente numero di Science (Science 19 July 2013:  Vol. 341 no. 6143 pp. 270-273) invece, ospita un articolo firmato da Douglas Fry e Patrick Söderberg, della finlandese Åbo akademi; ne dà notizie anche le Scienze italiano e in una breve nota, Internazionale n.1010 a pg.87. I due studiosi hanno preso in esame i comportamenti di un panel di 21 diverse tribù di cacciatori raccoglitori tutt’ora nomadi dislocate in tutti i continenti. Analizzando i 148 casi di aggressione letale, vien fuori che nell’85% dei casi si tratta di aggressioni individuali per i più vari motivi, lo scontro organizzato tra gruppi sarebbe una evenienza molto rara e quasi specifica solo di alcune tribù. Lo studio conclude che la pratica della guerra sembrerebbe una acquisizione del comportamento umano molto tarda e non certo insita negli atteggiamenti diciamo così “naturali” dell’uomo. Questo va in senso direttamene contrario ai paradigmi assodati di certa antropologia anglosassone, ripresi e rimarcati dalla psicobiologia à la Pinker e dalla sociobiologia, almeno prima che E. O. Wilson si convertisse al concetto di eusocialità. Apriti cielo! Lo studio è stato bombardato da critiche. Come si fa ad assimilare il comportamento degli attuali cacciatori raccoglitori con quello dei nostri avi ? Indebito trasferimento di proprietà tra situazioni non omologabili ! Errore epistemologico grave ! Ahi! Ahi! Ahi!

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L’intercultura è una trappola?

di Daniele Barbieri

duni Cambiare vita1In copertina spicca un bianco che si finge nero (è la locandina del film «Il cantante di jazz» del 1927). Ma anche il sottotitolo «Retoriche e pornografia dell’incontro» e il titolo «Contro l’intercultura» non passano inosservati. L’insieme forse spaventa ma incuriosisce. Ho letto il libro di Walter Baroni (pubblicato da Ombre corte: 17 euri per 176 pagine) con uno strano mix di gusto, fastidio e cervello che frulla. In estrema sintesi considero «Contro l’intercultura» un libro duro – moooooooolto duro – ma necessario. Cattivo in qualche punto, complicato in altri e ovviamente si può dissentire su alcune questioni o sull’insieme ma è un testo utile, fondamentale anzi, per bilanciare il buonismo e gli eccessi di semplificazione che dilagano sul groviglio di temi che i fanatici di acronimi potrebbero definire «mirmema» (migrazioni intercultura razzismi meticciato e molto altro). Baroni fra l’altro ci sbatte in faccia che le chiacchiere valgono zero o quasi rispetto ai rapporti di forza. Che in tutti questi temi i due grandi assenti sono la politica e l’economia. E’ un testo decisamente anti-razzista che però farà inferocire molti italiani che si considerano (e forse sono) dalla parte degli immigrati: ed è questa contraddizione che rende il libro fecondo. Sin dalle prime righe dell’introduzione Baroni attacca il «political correctness» e sin qui… Ma l’autore spiazza chi legge con questa dura formulazione: «il dialogo tra le culture fa coppia con l’ossessione securitaria» (il riferimento è all’Europa, non solo all’Italia) «come il poliziotto buono accompagna quello cattivo».

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Il caos planetario

[Ho da poco pubblicato la seconda edizione, ampiamente riveduta e aggiornata, del mio La tribù occidentale, che apparve da Bollati Boringhieri nel 1995. Il nuovo libro, edito da Rosenberg&Sellier nella collana “La critica sociale”, si intitola Un illuminismo autocritico. La tribù occidentale e il caos planetario. Presento qui un ampio estratto dall’introduzione (rg)]

Il presente caos storico è una congerie ormai conclamata di storie frammentarie, al cui interno un Occidente che in quanto concetto geopolitico non si sa più nemmeno dove cominci e dove finisca, gioca un ruolo particolare tra altri. La condizione contemporanea è quella in cui l’universalismo di stampo illuministico cede non nell’urto con una contestazione nel suo stesso ambito (come durante il processo di decolonizzazione negli anni sessanta del Novecento, critica e insieme autocritica del «mondo illuminato»), quanto sotto una dinamica implosiva indotta dall’esterno, originata soprattutto dalla ripresa islamica che, nelle sue pur varie forme, ha i tratti di un universalismo uguale e contrario.

Ma due universalismi sono soltanto due particolarismi. Dall’11 settembre 2001, e da quel che ne è seguito, niente meglio che il cattolicesimo conservatore di Ratzinger illustra questa riduzione dello spirito dell’Occidente spinto a chiudersi su se stesso, a opporre il particolarismo al particolarismo, facendo della religione né più né meno che il rito della «tribù occidentale». D’altronde c’è, si può trovare, una logica nel caos? Se c’è, non può che essere quella del paradosso. A differenza della contraddizione, infatti, il paradosso implica un movimento immobile, un’oscillazione costante e infinita tra i corni di un dilemma che si ripropone ogni volta di nuovo: non c’è soluzione ma un’impasse che si autoalimenta di continuo. Il caos non sembra lasciarsi pensare altrimenti che bloccato dalla sua stessa altissima indeterminazione, dalla stessa sovrabbondanza dei possibili al suo interno.

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Le città industriali nella crisi dello sviluppo

di Silvano Belligni

1. Secondo l’opinione prevalente, la crisi delle città industriali nasce dal declino della sovranità politica ad opera della globalizzazione: è un effetto dello svuotamento dello Stato nazionale e della tendenziale emancipazione delle città dalla dipendenza dal centro. Nel “nuovo intermezzo” che si apre le città vengono investite di nuove responsabilità, sia economiche che politiche: rischiano la deindustrializzazione e il declino, ma tendono anche ad assumere una centralità inedita nell’economia politica del capitalismo globalizzato. Si aprono nuove opportunità per l’iniziativa strategica delle élite locali su cui ricade la scelta del modello di sviluppo urbano da realizzare. Le città diventano artefici del proprio destino, responsabili della propria fortuna. L’agency non è ostaggio della struttura.

Secondo altre interpretazioni, la crisi muove invece dall’economia e dal modo di produzione: essa affonda le sue radici nella dissoluzione del modello di regolazione fordista-keynesiano (a sua volta da mettere in relazione con la crisi di profittabilità del capitalismo e la contrazione del surplus dei primi anni Settanta). A partire dagli anni 1973-75 il sistema di produzione fordista, e l’insieme connesso di pratiche, di norme, di istituzioni che ha dominato il mondo capitalistico nel lungo ciclo postbellico e che ha modellato la città industriale lascia progressivamente il campo a un regime di produzione flessibile.

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Americanità o Europa

Scritto da Diego Fusaro

Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.

La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.

Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.

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La fragile società del non lavoro

di Benedetto Vecchi

La parabola intellettuale di Robert Castel non è comprensibile senza il suo coinvolgimento nel Maggio parigino. È a partire dalle barricate del quartiere latino che la sua produzione subisce una svolta inaspettata. Sociologo di formazione in debito con la tradizione delle scienze sociali francesi, condivideva le riflessioni sulla modernità di Emile Durkheim, laddove sottolineava la fragilità del legame sociale rispetto il carattere tellurico, «rivoluzionario» dello sviluppo capitalistico. Ma a differenza di Durkheim, era interessato anche alle istituzioni sorte dalle ceneri dell'ancien régime che mostravano una grande capacità di tenuta e performatività dell'ordine sociale rispetto a quelle tendenza del capitalismo di rendere voltatile ciò che prima era solido, per parafrasare una famosa frase di Karl Marx. Così il primo, importante saggio Robert Castel lo ha dedicato all'istituzione psichiatrica, che aveva e ha la funzione di garantire la riproduzione sociale, in una prospettiva «pastorale» tesa a prevenire, rendendola inefficace, la devianza dalla norma.

In quel saggio Castel non nasconde la sua sua fonte di ispirazione - La storia della follia di Michel Foucault -, ma prova ad alimentarla con una inchiesta sul campo. È con quel libro che avviene la svolta teorica, che lo ha fatto diventare, anno dopo anno, un intellettuale eterodosso. Vicino al partito socialista, si è confrontato con le posizioni teoriche più radicali de marxismo post-Sessantotto, accogliendone la pretesa di una politicizzazione integrale dei rapporti sociali. Così, dopo la critica dell'ospedale psichiatrico, e in sordina anche della psicoanalisi, intesa come una forma di un diffuso controllo sociale, ha concentrato la sua attenzione sull'altra grande «istituzione» del capitalismo, la fabbrica.

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A cosa serve realmente Prism?

pierluigi fagan

Il Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La grana grossa sono i meta-data, l’oggetto concreto che il programma PRISM produce, dove siamo, dove andiamo, chi contattiamo, quante volte, di cosa ci interessiamo, le nostre “cerchie” etc. . Apparentemente non c’è ascolto di alcun contenuto, cioè di nessuna conversazione o scrittura privata, solo di comportamenti, interessi, relazioni. Per farne cosa?

Ce lo disse in parte, in un pubblico libro, Albert-László Barabási, fisico di origine rumeno-ungherese conosciuto per la sua teoria delle reti. Il libro è tutt’altro che uno scoop complottista, ma un saggio di divulgazione scientifica pubblicato nel 2011 da Einaudi (Albert-László Barabási, Lampi, Einaudi, Torino, 2011) che segue un precedente dello stesso autore, per lo stesso editore (Albert-László Barabási, Link, La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004), più o meno sullo stesso argomento.

Il giovane professore (Indiana, Boston) è conosciuto nell’ambito della Teoria delle reti che è un di cui della più vasta cultura dei Sistemi e della Complessità, per aver centrato il concetto di “reti ad invarianza di scala” soggette alla legge di potenza. Non è nostro specifico interesse inoltrarci qui nella spiegazione precisa del concetto.

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Ricominciamo dai fronzoli

Questioni aperte su scuola e formazione

di Gerolamo Cardini

Riportiamo qui una sintesi ragionata e un primo quadro introduttivo di alcune problematiche emerse da una serie di incontri su scuola e formazione organizzati a Padova con alcuni insegnanti della scuola secondaria tra marzo e giugno 2013. L’intento è quello di  individuare una trama di questioni passibili di ulteriori approfondimenti specifici, per ampliare il campo di discussione su un tema politicamente rilevante come quello della formazione scolastica e universitaria

Il massacro della scuola pubblica è in atto ormai da anni. La diminuzione delle risorse e i tagli lineari, che comunque non coinvolgono le scuole private, paritarie o meno, sono accompagnati da una tendenza alla ristrutturazione in senso aziendalistico che trasforma i presidi in manager (dirigenti scolastici) e gli insegnanti in «facilitatori», che non devono più trasmettere un sapere, ma aiutare gli studenti a produrre il proprio partendo dalle conoscenze in loro possesso, senza forzarli in alcuna direzione. Una maieutica senza ricerca della verità.

Un’ondata reazionaria, diffusa tanto nella «società civile» quanto negli organismi politico-amministrativi di governo, ha colpito anche l’Italia a partire dagli anni Ottanta, ossia dalla sconfitta dei movimenti operaio e studentesco. Da qui, la scuola è stata additata come una delle maggiori responsabili della diffusione delle idee di sinistra e quindi ne è stata imposta la trasformazione. Non più veicolatrice di un sapere che poteva venire utilizzato anche criticamente, ma solo di tecniche e pratiche immediatamente spendibili sul «mercato» del lavoro; non più formatrice, pur tra mille difficoltà e inadempienze, di studenti preparati e consapevoli, ma solo di disoccupati docili e insicuri, impreparati ma non troppo, dotati di conoscenze di base, che consentano loro di operare subito secondo direttive precise senza bisogno di ulteriore e specifica formazione, ma non tali da renderli troppo sicuri di sé e, magari per questo, di avanzare pretese eccessive nel trattamento economico o nella richiesta di un lavoro decente.

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La torre di Babele della sinistra

di Giovanni Mazzetti

Il dibattito a sinistra su reddito minimo e di cittadinanza. Una risposta critica alle argomentazioni di Marco Bascetta e Piero Bevilacqua, pubblicate sul manifesto

Da più di trent’anni il bisogno di cambiamento sociale subisce continue frustrazioni. Per quale ragione ciò accade? Credo che la risposta sia relativamente semplice: da più di trent’anni ognuno dei brandelli di quella forza che una volta costituiva la cosiddetta sinistra – che a suo tempo si indentificava con il cambiamento necessario – pretende di riuscire ad autoconfermarsi come unica vera forza alternativa, contribuendo auna moderna ripetizione della Torre di Babele. Elenchiamo i soggetti in campo. C’è chi, in continuità col vecchio Pci degli anni ’70, sostiene che solo la crescita potrebbe salvarci; chi, in vaga continuità con i movimenti dissidenti dell’epoca, afferma che a salvarci potrebbe essere non la crescita, ma il suo opposto, cioè la decrescita, magari perseguita in modo “felice”; c’è, inoltre, chi sostiene che l’unico modo di metabolizzare coerentemente i molti cambiamenti intervenuti sarebbe quello della corresponsione di un reddito di cittadinanza; altri, a loro volta, si oppongono a questa prospettiva, affermando che il reddito di cittadinanza instaurerebbe un parassitismo di massa, cosicché occorrerebbe procedere a espandere il lavoro nell’unico modo possibile, cioè con lavori concreti messi in moto dalla spesa pubblica. C’è, infine, chi avanza l’ipotesi che l’unica via d’uscita dalla crisi sia quella della redistribuzione del lavoro fra tutti a parità di salario. Ma essa, nonostante fosse stata chiaramente indicata come via maestra, prima da Marx e poi da Keynes, ha sin qui avuto un ruolo talmente marginale da non riuscire a incidere sul dibattito complessivo.

Perché questo apparente iperattivismo non sfocia in niente di produttivo?

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Disordini in paradiso

di Slavoj Žižek

Nei suoi primi scritti, Marx descrive la situazione in Germania come una di quelle situazioni in cui l’unica risposta a problemi specifici sarebbe una soluzione universale: la rivoluzione globale. E’ l’espressione condensata della differenza tra un periodo riformista e un periodo rivoluzionario: in un periodo riformista, la rivoluzione globale resta come un sogno che, se serve a qualcosa, è solo per dare peso a tentativi di cambiare qualcosa a livello locale; in un periodo rivoluzionario, si vede chiaramente che niente migliorerà senza un cambiamento globale radicale. In questo senso puramente formale, il 1990 è stato un anno rivoluzionario: le molte riforme parziali negli stati comunisti non avrebbero mai risolto i problemi; ed è stato necessario un crollo totale, per risolvere tutti i problemi della vita di tutti i giorni. Per esempio, il problema di dare cibo sufficiente alle persone.

A che punto siamo oggi, quanto a questa differenza? I problemi e le proteste degli ultimi anni sono i segnali che una crisi globale si avvicina, o sono solo piccoli ostacoli che si possono affrontare con interventi locali? Il fatto più notevole di queste eruzioni è che stanno avvendo non solo, né principalmente, nei punti deboli del sistema, ma nei punti che finora erano stati percepiti come storie di successo. Noi sappiamo perché le persone stanno protestando in Grecia o in Spagna, ma perché ci sono proteste nei paesi ricchi e in rapido sviluppo come la Turchia, il Brasile o la Svezia?

Con un po’ di distanza, si può vedere che la rivoluzione di Khomeini nel 1979 è stato il caso originale di “Trouble in Paradise”, dato che è accaduta in un paese che camminava a passi rapidi verso la modernizzazione filo-occidentale, ed era l’alleato più stabile dell’occidente nella regione.

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Per un nuovo occidente

di Pier Luigi Fagan

K. Polanyi appartiene di diritto a quel novero di studiosi che hanno provato a dare una loro definizione di quel fuggevole soggetto che è il “capitalismo”. Il capitalismo non è un sistema definito come tale, prima che s’ingeneri l’incontro tra l’opus magnum che lo criticava “Il Capitale” di K. Marx ed uno studioso (marxista) di storia e di storia economica, W. Sombart. Ciò avviene più o meno i primi del novecento e da allora sentenziamo a proposito di questo sistema, anche se la sua definizione è tutt’altro che chiara e condivisa.

Karl Polanyi si iscrive al dibattito sull’argomento, dopo A. Smith, K. Marx, M. Weber, T. Veblen, ma certo prima di Braudel, Schumpeter e  dei neoliberali. Che cos’è quindi ciò che chiamiamo capitalismo, per Polanyi ? In cosa la sua visione è differente da quella degli altri? Polanyi era sì un economista ma più sul versante della sua storia, della sua antropologia, che non della sua meccanica. La sua è quindi una visione intera, come se il soggetto fosse visto dal di fuori, cercando di abbracciarlo come fenomeno e come significato. In un certo senso, la visione di Polanyi è precocemente sistemica, nel senso che anticipa una epistemologia che si formerà successivamente ai tempi in cui lui pensa e scrive. E’ anche questo che rese Polanyi poco comprensibile ai suoi tempi ed è questo che invece ce lo rende perfettamente comprensibile e condivisibile, oggi.

E’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, edito da Il Saggiatore. Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958, che risulta un ottimo compendio sintetico alle tesi polanyiane, già prodotte nella Grande trasformazione (1944), Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968), La sussistenza dell’uomo (1977).