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«La catena di montaggio inizia in cucina, al lavello, nei nostri corpi»*

Intervista a Silvia Federici

Rendiamo qui disponibile, in traduzione, una breve intervista a Silvia Federici, pubblicata di recente in spagnolo, e incentrata sulla sua opera più conosciuta Caliban and the Witch (2004), a sua volta rielaborazione del più vecchio Il Grande Calibano (1984), scritto in italiano con Leopoldina Fortunati. Se la biografia dell'Autrice può essere di qualche interesse, giusto due note: Silvia Federici svolge attività d'insegnamento presso la Hofstra University di New York, è militante femminista dagli anni '60, e membro del gruppo «Midnight Notes Collective», di cui segnaliamo in italiano l'Introduzione alle Nuove Enclosures (in «Anarchismo», n. 71, 1993).  

Ci proponiamo di rendere presto disponibile su questo blog Il Grande Calibano, ed è precisamente a scopo propedeutico che pubblichiamo questa intervista. Ciò corrisponde alla nostra volontà di sviluppare, sulla lunga distanza, un discorso articolato sui temi della riproduzione (dei rapporti sociali capitalistici), del femminismo e del genere. La continua e inesausta messa a fuoco della definizione del capitale – come rapporto sociale, come totalità e come contraddizione in processo – non può prescindere dalla comprensione di ciò che sono il valore e il plusvalore (la contraddizione proletariatocapitale), ma non si può più pensare che sia sufficiente fermarsi là. Il fatto è che qualcosa di non tematizzato, perfino di rimosso, di non immediatamente riconducibile al plusvalore, ma che riguarda nondimeno le sue condizioni di esistenza, ne cade fuori; e l'emersione del femminismo radicale degli anni '70 ne è stata precisamente l'illuminazione: un lampo nella notte. Tutto ciò fu interpretato allora da marxisti e non marxisti – anche dai più lucidi – come una deviazione modernista, preludio al postmodernismo ideologico degli anni '80 e '90: come un ostacolo in più, insomma, sulla strada lunga e dura dell'unità di classe e della rivoluzione proletaria. È tempo di ammetterlo: fu un errore. 


Il movimento femminista, dal canto suo, partecipò allo sprofondamento del movimento operaio in una maniera tutta particolare, della quale vale la pena sottolineare in particolar modo la rivendicazione del “salario per il lavoro domestico”, e più in generale la definizione delle attività riproduttive svolte dalle donne come “lavoro gratuito appropriato dagli uomini”, cioè come lavoro (ri)produttivo di forzalavoro non pagato. Scandalo e sciagura per la definizione classica del lavoro produttivo e del lavoro in generale, che voleva – per nulla a torto su questo punto – il salario maschile a pagare i costi di riproduzione dell'intera famiglia proletaria. 

La nota dolente sta, in verità, in ciò che ne seguì: la teoria e la pratica del femminismo radicale degli anni '70, a partire dalla rivendicazione di un salario per attività che – si badi! – non sono e non saranno mai dell'ordine del valore, dovevano necessariamente farsi risucchiare dal Partito Ideologico dell'Alternativa (democratismo radicale, altermondialismo etc.), per il quale la teoria del valore non è altro che una chincaglieria del passato, se non un oggetto sconosciuto e misterioso. Toni Negri, sempre lui, dagli anni '70 non ha smesso di farsi beffe dei “grunf grunf della legge del valore” (cfr. Dall'operaio massa all'operaio sociale, Multhipla, Milano 1978), ed è chiaro che per costui – posto il salario come “variabile indipendente” e (bio)politica, da esigere anche per masturbarsi davanti al computer o per leggere i suoi libri – il femminismo sia da incensare ad ogni pie' sospinto. Viceversa, i “grunf grunf della legge del valore” (noi fra di essi, all'occorrenza) sono rimasti fermi alla bella contraddizione di classe semplice e omogenea, che – una, unica e infinitamente buona – è un po' come il Dio dei monoteismi: da Lei proviene ogni cosa, a Lei ogni cosa deve tornare.

Dai tempi del secondo femminismo, rimane ancora da rendere conto di un resto, di un'eccedenza rispetto alla sacrosanta contraddizione di classe, che dunque non può risolversi in essa. E il fatto – la novità teorica, se si vuole – è che quest'eccedenza non si può sussumerla né sotto una dinamica antropologica che starebbe accanto a quella di classe – alla maniera inaugurata dal Marx giovane e poi ripresa a destra e a manca: la ricostituzione dell'umanità dell'uomo, il comunismo come “umanizzazione della natura e naturalizzazione dell'uomo” (Manoscritti del 1844) –, né ricondurla a una frantumazione della contraddizione stessa in una sommatoria di costrizioni parziali, ognuna in fin dei conti uguale all'altra come le vacche nella notte di Hegel. Si tratta di pensare, invece, il cono d'ombra della contraddizione di classe – la riproduzione della forza-lavoro, la sfera privata, la donna come principale forza produttiva – nella sua esistenza relativamente autonoma. Il “personale è politico” fu il tentativo di estendere la visibilità del “politico” – la sfera pubblica – al suo Altro. Oggi bisogna iniziare a pensare la dinamica della loro reciproca abolizione. Non è un vezzo della teoria, ma una preoccupazione adeguata ai tempi. Se il mondo e la realtà fossero – come voleva Galileo – semplicemente un libro aperto, dovrebbe bastare un'occhiata alle situazioni odierne di India ed Egitto per convincersene. In dicembre, sul sito del «Corriere della Sera» è apparso un articoletto dedicato all'emergere di rivendicazioni specificamente femminili nel quadro attuale di quasi-guerra civile in Egitto, intitolato, abbastanza significativamente: «Che senso ha parlare di violenze sessuali... adesso?». Certo, la risposta della teoria comunista a questa domanda può ancora chiamare in causa tutte le mistificazioni e le manipolazioni del mondo. Ma fino a quando?

 

[1] Perché scrivere un libro sulle streghe e la caccia alle streghe?

Questo libro sulle streghe è nato da alcune ricerche che avevo cominciato negli anni '70 e che erano legate ai dibattiti che si svolgevano a quel tempo all'interno del movimento delle donne. Questi dibattiti concernevano l'origine della discriminazione delle donne, le ragioni delle posizioni differenti che occupano le donne nella società capitalista rispetto agli uomini. Volevo innanzitutto comprendere perché le donne sono sempre state discriminate. Avevo una teoria a questo proposito, ma mi interessava dimostrare che questa discriminazione non si fondava sulla tradizione, ma che si costruiva, de facto, nella società capitalista. Detto altrimenti, il patriarcato non è un'eredità del passato, ma è al contrario rifondato per intero dal capitalismo.

Ho sviluppato l'idea secondo cui il capitalismo ha un'organizzazione del lavoro caratterizzata da due aspetti: la produzione di merci e la produzione di forza-lavoro per il mercato. Le donne realizzano la produzione di forza-lavoro e la discriminazione che le colpisce proviene dal fatto che tale produzione viene resa invisibile. Così, il potere sociale – per quanto limitato sia – di cui gode il lavoratore maschio in ragione dell'accesso al salario e al riconoscimento del suo lavoro, è viceversa negato alle donne.

Se analizziamo il capitalismo a partire dal lavoro, includendovi il lavoro non salariato, possiamo comprendere che il rapporto salariale è molto più complesso del solo lavoro salariato. Il rapporto salariale implica egualmente dei meccanismi di esclusione, e integra – come dice Marx – i meccanismi di sfruttamento del lavoro non salariato.

In una certa misura, nel caso delle donne, questo lavoro è il più importante poiché produce gli individui che lavorano. Non si può produrre delle automobili senza produttori. Per questo diciamo che la catena di montaggio nasce in cucina, al lavabo, nei nostri corpi. Il capitalismo ha integrato tutto questo, giacché è il sistema di sfruttamento che, più di ogni altro, accorda un'importanza al lavoro. È chiaro che, in questo sistema, le donne costituiscono il soggetto produttivo più importante ma, per mantenere questa produzione più a buon mercato possibile, questo lavoro è reso invisibile. Ho voluto studiare la storia per tentare di comprendere questo, a cominciare dal XIX secolo per andare ancor più indietro nel passato, là dove mi sono imbattuta nella caccia alle streghe.


[2] Cosa hai scoperto studiando la caccia alle streghe?

Fu uno choc perché conoscevo la storia delle streghe, ma è da sempre un tema in cui è difficile separare la realtà dall'invenzione. Ma quando ho cominciato a studiarlo e ad approfondire le ricerche, mi sono resa conto che stavo abbordando un fenomeno estremamente importante che si svolge simultaneamente alle “Grandi Recinzioni” (espropriazione delle terre dei contadini inglesi a partire dal XVI e XVII secolo, NdT), all'espulsione dei contadini dalle loro terre, al colonialismo e al traffico di schiavi.

Tutto ciò mi ha portato a individuare nel fenomeno della caccia alle streghe un elemento importantissimo per lo sviluppo della società capitalista, che costituisce perfino uno dei suoi fondamenti. È rimarchevole che questi processi si basino sullo sterminio: i massacri dei colonizzati, degli africani che hanno vissuto la tratta degli schiavi, sono paralleli ai roghi delle streghe.

Mi è parso che questi fenomeni fossero legati, e che abbiano fatto parte dell'accumulazione capitalista, della formazione della classe operaia, ovvero della forza-lavoro. È in questa prospettiva che ho analizzato la caccia alle streghe, ciò che mi ha portato su terreni molto differenti. Ho cominciato a realizzare che lo sviluppo del capitalismo, quale fu descritto da Marx, andava non riscritto – giacché l'analisi di Marx è assai giusta e potente, oltre a essere molto utile ancora oggi – ma che c'era un'altra storia che Marx non aveva visto.


[3] Hai molto studiato Marx, e lo citi spesso nel tuo libro, ma insisti sul fatto che egli non vide la storia dal punto di vista delle donne. Cosa si può prendere da Marx e cosa va, viceversa, riformulato?

A mio avviso, l'apporto maggiore di Marx è la sua teoria dello sfruttamento, l'importanza accordata al salario, non solamente in termini monetari, ma anche in termini di organizzazione della società, di rapporti di produzione, non solamente nelle fabbriche ma a livello di tutta la produzione sociale.

La sua spiegazione dell'accumulazione primitiva del capitale resta sempre fondamentale. Marx ci è ancora utile per spiegare oggi ciò che succede a livello dello sviluppo del capitalismo; d'altro canto, la sua opera si basa sull'idea che il lavoratore salariato sarebbe il soggetto rivoluzionario e che è sul terreno del lavoro che avrebbero luogo le lotte per la trasformazione del mondo e per il passaggio al comunismo.

Ma Marx non ha approfondito la conoscenza del processo di produzione della forza-lavoro nel capitalismo. Se leggiamo il Libro I del Capitale sulla teoria del plusvalore, là dove descrive la produzione della forza-lavoro, constatiamo che la sua maniera di farlo è estremamente ristretta e limitata. Per Marx, la produzione della forza-lavoro è completamente inserita nella produzione di merci. Il lavoratore percepisce un salario, e con quest'ultimo acquista le merci di cui fruisce e che gli permettono di riprodursi come forza-lavoro, ma in nessun caso si esce dal ciclo della merce. Di conseguenza, tutto il dominio del lavoro riproduttivo – talmente importante per la società capitalista –, tutta la questione della divisione sessuale del lavoro, sono totalmente assenti. È importante sottolineare che l'analisi di questo dominio non significa che bisognerebbe aggiungere un quinto capitolo al Libro I del Capitale.


[4] Ma spesso si dice che il tuo libro è la parte mancante del Capitale di Marx...

Credo che se fosse così, non si farebbe che aggiungere qualcosa, mentre si tratta di ripensare le cose globalmente, come un tutto. Ripeto sempre che ciò che ho tentato di fare, non è stato di scrivere la storia delle donne nel capitalismo, ma la storia del capitalismo a partire dal punto di vista delle donne e della riproduzione – ciò che è molto differente. Se scrivi la storia delle donne nel capitalismo, è come se ci fossero due cose parallele: da una parte la storia degli uomini, e poi la storia delle donne. Al contrario, scrivere la storia del capitalismo e delle sue origini a partire da ciò che succede alle donne, da ciò che succede nella riproduzione – due cose che sono intimamente connesse l'una all'altra – permette di ripensare l'insieme a partire da una prospettiva differente. Il lavoro salariato contrattuale è accompagnato, nel capitalismo, da un'immensa quantità di lavoro non “libero”, non salariato, noncontrattuale. È tenendo conto di questo elemento che si comprende perché, attraverso tutta la storia del capitalismo, esistono persistenti forme di colonizzazione e di schiavitù.

Analizzare e comprendere il fatto che il lavoro non libero e non salariato è fondamentale, e che il suo senso non è solo l'estrazione della ricchezza dai lavoratori, ma che si tratta altrettanto di una maniera di organizzare la società, è molto importante. La persistenza di rapporti non liberi è qualcosa di fondamentale, che fa parte del codice genetico della società capitalista. Analizzare il capitalismo dal punto di vista della riproduzione, di ciò che chiamo la riproduzione della forza-lavoro, è molto importante per arrivare a comprendere il capitalismo – ed è ciò che non si può trovare in Marx.


[5] Per tornare al tuo libro, tu affermi che nel Medioevo, la divisione del lavoro non implicava necessariamente l'oppressione delle donne...

In numerose società, prima del processo di colonizzazione, gli uomini e le donne avevano compiti differenti, esisteva dunque una divisione del lavoro. Di fatto, in molte società – ad esempio in Nigeria –, gli uomini e le donne lavoravano entrambi nell'agricoltura, ma coltivavano e si organizzavano in maniere differenti. In certi casi, gli uomini e le donne utilizzavano perfino parole differenti, che erano loro proprie. Di conseguenza, le donne non dipendevano dagli uomini, esse avevano accesso al loro proprio raccolto, e lo utilizzavano per la loro auto-sussistenza se necessario.

In questo modo, il fatto di compiere operazioni differenti non implicava automaticamente dei gradi di potere differenti. La questione è: quali valori sono associati a queste differenze? Ci sono stati molti dibattiti, nel movimento femminista, sul tipo di società che vorremmo. Desideriamo una società dove le categorie di “uomo” e “donna” sia divenute obsolete? O vogliamo una società in cui continui a esistere, in una certa misura, non una specializzazione, ma una differenziazione, in ragione della capacità delle donne di procreare? A mio avviso, il problema è la gerarchizzazione delle differenze. Quest'ultima fa sì che le differenze divengano una fonte di discriminazione, di svalutazione e di subordinazione. Non è necessario costruire una società senza differenze, e potremmo dire che certune siano positive.


[6] Ti sei occupata anche della maniera in cui l'accumulazione primitiva del capitale fu l'accumulazione delle differenze e la loro dislocazione, non solamente all'interno della classe operaia, ma anche rispetto al genere, alle razze e alle generazioni.

Marx ha ripetuto il concetto secondo cui quando si parla di accumulazione primitiva, ciò di cui si sta parlando realmente è l'accumulazione del lavoro. Ciò a cui dà vita il capitale nella sua prima fase di sviluppo, è l'accumulazione della classe operaia. L'altro aspetto dell'accumulazione primitiva è la divisione, l'accumulazione della divisione, che costituisce un momento di fondazione del razzismo e del sessismo.

Ho sempre insistito sull'importanza di questa questione. Il fatto che il capitalismo possa organizzare differenti regimi di lavoro (salariato, non salariato, libero, schiavista...) è stata una delle armi più potenti usata per contenere il processo rivoluzionario. In primo luogo, in ragione della divisione degli individui; e inoltre poiché il capitalismo può utilizzare certi gruppi a cui affida porzioni di potere, ad esempio delegando potere agli uomini al fine di controllare il lavoro delle donne.

Attraverso il lavoro salariato, il capitalismo ha potuto occultare numerosi domini dello sfruttamento, come il lavoro domestico, facendoli apparire “naturali”. La costruzione ideologica delle differenze è intimamente legata alla produzione materiale. Così si creano differenti forme di invisibilità, dividendo gli individui fra di loro e mettendoli gli uni contro gli altri. L'abilità del capitalismo nel dislocare e ripartire il lavoro è stata davvero notevole. Per esempio, se prendiamo un computer, non si sa esattamente la quantità di lavoro e quale tipo di lavoro è stato necessario per costruirlo. In un computer, può esserci molto lavoro realizzato in Congo, lavoro effettuato in miniera per l'estrazione del litio etc. Tale è la divisione del lavoro, la costruzione delle differenze.

*[ «La Hiedra», n. 4, settebre-dicembre 2012 ]

 

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