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Dialettica o eclettismo?

di Eros Barone

Fort Vimieux 1831 JMW Turner«L'eclettismo è sostituito alla dialettica; nei confronti del marxismo questa è la cosa più consueta, più frequente nella letteratura socialdemocratica ufficiale dei nostri giorni. Questa sostituzione non è certo una novità; si poté osservarla persino nella storia della filosofia greca classica. Nella falsificazione opportunistica del marxismo, la falsificazione eclettica della dialettica inganna con più facilità le masse, dà loro una apparente soddisfazione, finge di tener conto di tutti gli aspetti del processo, di tutte le tendenze dello sviluppo e di tutte le influenze contraddittorie ecc., ma in realtà non dà alcuna nozione completa e rivoluzionaria del processo di sviluppo della società.»

Lenin, Stato e rivoluzione, 1917.

  1. La struttura concettuale dell’eclettismo

Qualsiasi dizionario ci informa che l’eclettismo è un atteggiamento che consiste nello scegliere da differenti teorie le tesi che più si apprezzano, senza considerare la coerenza di queste tesi fra di loro e la connessione di esse con le teorie da cui sono state desunte. La definizione testé riportata mette in rilievo la duplice natura - teorica e pratica - di un atteggiamento mentale, che «si fonda» sulla congiunzione di un elemento soggettivo, arbitrario, con un elemento logico, contraddittorio. Si tratta, in effetti, della struttura che caratterizza l’ideologia come falsa coscienza all’interno di una società divisa in classi e le assegna un ruolo specifico nella riproduzione delle condizioni spirituali di questa società. Parafrasando l’asserzione con cui Lenin apre lo scritto su Marxismo e revisionismo (1908) 1 - asserzione la quale ricorda che «un noto adagio dice che se gli assiomi della geometria urtassero gli interessi degli uomini, si sarebbe probabilmente cercato di confutarli» - si riesce più facilmente a comprendere come l’eclettismo si sforzi di conseguire il medesimo risultato, cioè l’inconfutabilità, con la giustapposizione, opportunamente dosata, di ingredienti eterogenei, ricavati da differenti teorie e resi compatibili non attraverso qualche forma, ancorché problematica, di riduzione concettuale, ma attraverso la loro finalizzazione pratica al progetto «sistemico» di cui l’eclettismo è lo strumento principe: la riproduzione della egemonia ideologica della classe borghese entro le «forme belle» della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto e l’occultamento della dittatura congiunta del profitto e della rendita esercitala sulle masse lavoratrici dal capitale finanziario.

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Rivoluzione o decadenza?*

di Samir Amin

Pensieri sulla transizione tra i modi di produzione in occasione del Bicentenario di Marx

Samir Amin 156002 210x210Introduzione

Karl Marx è un gigante del pensiero, non solo per il diciannovesimo secolo, ma ancora di più per comprendere il nostro tempo contemporaneo. Nessun altro tentativo di sviluppare una comprensione della società è stato tanto fertile, a condizione che i “marxisti” si muovano oltre la “marxologia” (semplicemente ripetendo ciò che Marx era in grado di scrivere in relazione al proprio tempo) e invece portino avanti il suo metodo in accordo con i nuovi sviluppi della storia. Lo stesso Marx ha continuamente sviluppato e rivisto le sue opinioni nel corso della sua vita.

Marx non ha mai ridotto il capitalismo a un nuovo modo di produzione. Considerò tutte le dimensioni della moderna società capitalista, capendo che la legge del valore non regola solo l’accumulazione capitalista, ma governa tutti gli aspetti della civiltà moderna. Questa visione unica gli ha permesso di offrire il primo approccio scientifico relativo alle relazioni sociali nel più ampio regno dell’antropologia. In questa prospettiva, ha incluso nelle sue analisi ciò che oggi viene chiamato “ecologia”, riscoperta un secolo dopo Marx. John Bellamy Foster, meglio di chiunque altro, ha abilmente sviluppato questa prima intuizione di Marx.

Io ho dato la priorità a un’altra intuizione di Marx, legata al futuro della globalizzazione. Dalla mia tesi di dottorato nel 1957 al mio ultimo libro, ho dedicato i miei sforzi allo sviluppo ineguale derivante da una formulazione globalizzata della legge dell’accumulazione. Ne ho tratto una spiegazione per le rivoluzioni nel nome del socialismo a partire dalle periferie del sistema globale. Il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy, introducendo il concetto di surplus, è stato decisivo nel mio tentativo.

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Marx nostro contemporaneo

di Giorgio Riolo

Quella che segue è la relazione tenuta a Vigevano il 5 maggio 2018 nell’incontro pubblico dedicato a Marx a 200 anni dalla nascita. L’incontro si è tenuto nell’ambito del ciclo di conferenze dal titolo “Scuola di cultura e politica”, a cura del Collettivo Culturale Rosa Luxemburg di Vigevano.

Il pubblico di queste conferenze era formato da attivisti politici e da persone interessate al tema, ma senza preparazione specifica. Pertanto il discorso ha voluto essere intenzionalmente non troppo approfondito, senza però, almeno negli intendimenti, perdere in rigore

marx car WiazProprio il 5 maggio 1818 nasceva a Treviri Karl Marx. Sono passati 200 anni e tuttavia egli continua a essere una presenza ineludibile, fondamentale nel nostro tempo, in questo XXI secolo.

Dalla sua morte nel 1883, e dalla morte dell’amico e compagno di un’intera vita Friedrich Engels nel 1895, molte trasformazioni, molti grandi e profondi cambiamenti, hanno interessato la storia, la società, la cultura, la politica, in breve il sistema complessivo che denominiamo capitalismo. La sfida per noi che rivendichiamo la sua eredità, la sua lezione, risiede nel fatto di non ridurci a fare i meri ripetitori di formule, di frasi, di citazioni.

Marx è nostro contemporaneo proprio perché cerchiamo di pensare il mondo e il nostro tempo, e di agirvi conformemente, con la nostra testa, pur avendo presenti categorie, concetti, nozioni quali risultati del suo pensiero, della sua attività intellettuale, ma confrontandoci con i fenomeni nuovi, inediti rispetto al suo tempo e al suo mondo.

In una delle tante sue lettere, dopo la morte di Marx, quale suggeritore a chi si proclamava “marxista”, loro seguace, e suggeritore ai partiti socialisti o socialdemocratici che alla fine dell’Ottocento rapidamente si affacciavano nel proscenio della storia, diceva Engels “non raccogliete citazioni, non ripetete pedissequamente, ma pensate e analizzate la realtà vostra contemporanea come avrebbero fatto Marx ed Engels qualora si fossero trovati davanti a questa realtà, nuova, inedita”.

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effimera

Lavoro, sussunzione e progresso tecnico

Sull’attualità del pensiero di Marx

João Vitor Santos intervista Andrea Fumagalli

A 200 anni della nascita, il pensiero di Karl Marx è ancora al centro del dibattito contemporaneo. In questa intervista per la rivista brasiliana Rivista do Istituto Humanitas – Unisinos, Andrea Fumagalli cerca di sottolineare elementi di metodo e aspetti teorici che rendono Marx attuale e imprescindibile per comprendere, pur a 160 anni dall’edizione del I libro de Il Capitale, la natura dell’evoluzione del sistema capitalistico di produzione e la metamorfosi delle forme di sfruttamento del lavoro, oggi ancora più pervasive che in passato

6872c3893ac5058b505224cac9dd8089 XL1) Quali sono i limiti e le potenzialità delle idee marxiste per guidare le riflessioni sul mondo del lavoro nel nostro tempo?

La principale potenzialità e la grande attualità di Marx sta nell’approccio metodologico. In particolare riguardo a due aspetti. Il primo deriva dalla constatazione che al centro dell’analisi marxiana sta il “soggetto uomo”. L’analisi di Marx (ma non di tutto il marxismo) è un’analisi “umanista”. L’umanesimo” di Marx deriva dalla sua impostazione filosofica giovanile, che si condensa soprattutto nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, quando Marx inizia a delineare alcuni strumenti concettuali, quali alienazione e feticismo, che solo successivamente verranno declinati in chiave più economica. Anche dopo la “scoperta” dell’economia politica borghese grazie all’inchiesta di Engels sulla condizione sociale della classe operaia inglese e quindi lo sviluppo di una rigorosa analisi sul funzionamento dell’accumulazione capitalistica (i tre volumi de Il Capitale), il riferimento alla soggettività non viene comunque meno e ritorna prepotentemente nei Grundrisse. L’attualità di Marx sta nel fatto che ci ricorda che ogni economista, soprattutto oggi, dovrebbe avere una solida base filosofica e epistemologica. Purtroppo, oggi vige la regola opposta.

Il secondo elemento di potenza dell’analisi marxiana sta nel riconoscere che ogni analisi sociale ed economica è sempre un’analisi in divenire e quindi dinamica, esito di un processo dialettico in costante metamorfosi. L’approccio storicistico ci dice che la comprensione di una dinamica sociale può essere valida solo all’interno di un contesto storico e/o spaziale ben definito e delineato. Ciò che può valere oggi, non né detto che possa valere domani. Non esistono leggi immanenti nell’economia politica. L’attuale metafisica economica (imposta dal neo-liberismo) non ha senso.

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krisis

Vademecum per il disastro

La crisi della modernità dedotta dai principi della critica del valore

di Riccardo Frola

Questo testo è stato pubblicato per la prima volta come postfazione al libro “Crisi, nella discarica del capitale”, di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, pubblicato dalla casa editrice italiana Mimesis nel 2015. Il testo è integrale e non ha subito modifiche: è stata aggiornata soltanto la piccola bibliografia.

1turner e1532165552802I. Sulle spalle del gigante.

«Non c’è via maestra per la scienza, e solo hanno una possibilità di raggiungerne le vette luminose coloro che non temono di affaticarsi a salirne i ripidi sentieri»*.
Karl Marx, Il Capitale.

La crisi dilaga. Il ceto medio di buona parte dell’Eurozona è sotto un continuo cannoneggiamento di licenziamenti, diminuzione dei salari, demansionamenti, tagli. Persino i figli viziati della medio borghesia degli anni del boom si accontentano ormai di qualche contratto l’anno, vagando fra gli open space dei call center, i capannoni di amianto dei discount, le cucine e le celle frigorifere dei fast-food.

L’evoluzione informatica e dei software gestionali, presentata come fonte di emancipazione sociale ha espulso dalla produzione milioni di lavoratori, degradato le competenze di quelli rimasti, e trasformato il lavoro in una routine più ripetitiva della vecchia catena di montaggio.

Nella creazione della ricchezza sociale, la finanza -lo ricorda fra gli altri Gallino-, ha quasi sostituito la produzione reale.[1]

In Italia la disoccupazione procede ad un ritmo di 200mila posti di lavoro persi per anno. Il 46% dei giovani italiani è ufficialmente senza un’occupazione. Negli ultimi sette anni, Il 16% delle piccole e medie imprese è fallito, gettando sul mercato del lavoro, già saturo, 405mila disoccupati. Un fuoco di artiglieria.

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ilcomunista

Introduzione al Manifesto del Partito Comunista*

di Stefano Garroni

karl marx 1967 06 15Com’è ben noto il Manifesto fu scritto da Marx ed Engels su commissione della Lega dei comunisti, organizzazione londinese, che però raccoglieva anche lavoratori di altri paesi e che aveva una consistente rete di rapporti internazionali.

Lo scopo dell’opuscolo – perché di questo si trattava – era di propagandare un unitario orientamento politico, che fosse, nello stesso tempo, capace di rinserrare le file dei più decisi e combattivi rivoluzionari europei, come anche di fornire a quell’orientamento uno spessore storico e teorico. Insomma, si trattava anche – e forse fondamentalmente – di organizzare un effettivo argine contro il dilagare, nel movimento rivoluzionario, di orientamenti utopistici, spesso costruiti su ispirazioni di tipo francamente religioso e, generalmente, tanto roboanti sul piano verbale, quanto inconcludenti su quello effettivamente pratico e politico.

Ricordiamo che tutta la vicenda si ambienta nel 1848, in un’epoca, dunque, ricca di fermenti rivoluzionari, ma pure caratterizzata ancora dal fatto che il movimento proletario e persino gli ambienti rivoluzionari più solidi, mancano di una propria autonomia teorica, non sanno discriminare adeguatamente tra le critiche alla società presente che esprimono i rimpianti delle classi tramontate; e quelle, invece, che rappresentano un nuovo punto di vista, legato al moderno proletariato di fabbrica.

È' un’epoca, dunque, di incertezze teoriche, che si esprimono sia in oscillazioni politiche, sia nella proclamazioni di tesi francamente utopistiche e spesso “colorate” – lo ripeto – in senso religioso e sentimentale.

La battaglia per dare al movimento rivoluzionario un orientamento teorico diverso, che fosse fondato dal punto di vista critico-scientifico, già aveva visto nettamente impegnati sia Marx che Engels: l’incarico, dunque, ottenuto dalla Lega dei comunisti era anche una loro personale vittoria. Tuttavia, il compito assegnato era sempre – e solo – quello di scrivere un opuscolo agitatorio. Ricordare ciò può sembrare bizzarro, quasi si insistesse su un’ovvietà.

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la citta futura

Come si sviluppa una coscienza rivoluzionaria

di Renato Caputo

La centralità dei consigli e di un partito organizzato per cellule nei luoghi di lavoro come vettori per la formazione della coscienza di classe

lenin19La classe operaia in quanto tale, il proletariato in sé, sono privi di coscienza di classe. Il feticismo, la reificazione, il lavoro alienato, caratteristici del modo di produzione capitalistico, non riducono solo la forza-lavoro a una merce, ma fanno sì che lo stesso proletario si consideri una merce “che stabilisce, col gioco della concorrenza, il proprio prezzo, il proprio valore” [1]. In tal modo il salariato non è ridotto dalla reificazione del modo di produzione capitalistico unicamente a una merce in sé – almeno durante tutta la parte preminente della propria giornata e della propria esistenza in cui si aliena cedendo al capitalista l’uso della propria capacità di lavoro –, ma lo diviene anche per sé, ossia tende ad autoconcepirsi come tale. Il sindacato, tendendo a unificare i lavoratori di un determinato settore che svolgono generalmente la medesima o un’analoga professione, non solo non favorisce la presa di coscienza del lavoratore come membro della classe produttrice di tutta la ricchezza della nazione, ma al contrario “contribuisce a rinsaldare questa psicologia, contribuisce ad allontanarlo sempre più dal suo possibile concepirsi come produttore, e lo porta a considerarsi ‘merce’” (44).

Al contrario il proletariato sviluppa una coscienza di classe, superando l’alienazione prodotta da una sempre più accentuata divisione del processo produttivo, – “l’operaio può concepire se stesso come produttore”, osserva a ragione Gramsci, – “solo se concepisce se stesso come parte inscindibile di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, solo se vive l’unità del processo industriale che domanda la collaborazione del manovale, del qualificato, dell’impiegato d’amministrazione, dell’ingegnere, del direttore tecnico” (44). A tale scopo diviene essenziale il consiglio di fabbrica in cui i diversi salariati che contribuiscono alla produzione possono sentirsi come parte necessaria e indispensabile di un tutto, di una totalità, che costituisce il fondamento del processo produttivo.

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marxismoggi

Il fondamentalismo occidentale

di Domenico Losurdo (a cura di Emiliano Alessandroni)

tintinSolo in seguito a una più profonda conoscenza [...]
l'elemento logico si eleva [...] fino a valere non già
semplicemente come un universale astratto, ma
come l'universale che abbraccia in sé
la ricchezza del particolare
Hegel - Scienza della Logica

Il testo che segue unisce brani tratti dal volume di Domenico Losurdo, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana (Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 48-78). Si è qui deciso di riproporli in quanto appaiono particolarmente rilevanti per la fase storica che stiamo attraversando. L'Occidente registra infatti, da qualche tempo, l'assenza di una sinistra capace di rendersi promotrice di un Universale concreto (cfr. su ciò D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014).

La reazione all'Universale astratto promosso dal liberalismo viene pertanto condotta dall'iniziativa delle destre, siano esse sociali o postmoderne, che per propria vocazione tendono a ripiegare lo sguardo su un'astrattezza egolatrica e particolaristica. È quest'ultima a scolpire oggi, in Europa e negli Usa, le forme della critica al liberalismo. Alla prospettiva cosmopolita di un mondo senza Stati e sans frontières che l'ideologia anarcocapitalista insegue, fanno fronte gli arroccamenti identitari e i tradizionalismi localistici, all'insegna di miti genealogici spontanei che sorreggono fisionomie sociali gelose e protettive. L'ideologia dell'imperialismo statunitense, a seconda dei governi e delle circostanze storiche, tende a muoversi su questi due fronti, oscillando tra cosmopolitismo e tradizionalismo, tra Universale e particolare astratto. Pur avversi tra loro essi risultano ancora più ostili all'Universale concreto, che ha bisogno di superare entrambe le unilateralità per realizzarsi.

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sbilanciamoci

Soggettività marxiane, un libro a più voci

di Andrea Girometti

Il libro “Marx: la produzione del soggetto” (Derive Approdi, 2018), curato da Luca e Michele Basso, Fabio Raimondi e Stefano Visentin è un insieme di riletture dei testi sotto la luce della formazione dell’individuo nei suoi aspetti attivi e passivi. Con anche una critica femminista

cropped cropped 10453021805 b99a40be58 o e1453223929131 825x510L’incipit del bel testo Marx: la produzione del soggetto (Derive Approdi, 2018), curato da Luca e Michele Basso, Fabio Raimondi e Stefano Visentin – dedicato all’«amico e compagno Alessandro Pandolfi» recentemente scomparso – non può essere più chiaro negli intenti richiamando la non diffusa presenza del termine “soggetto” (inclusi i suoi derivati) nell’opera marxiana e allo stesso tempo scommettendo «sulla specificità e sull’operatività politica [di tale] parola».

Si tratta, peraltro, di un termine denso e ridondante nel dibattito filosofico-politico, e non di meno fantasmatico, come ribadiscono gli autori. È dunque sul «significato storico, teorico e politico che il concetto di soggetto svolge in alcune opere di Marx» che ruotano gli interventi dei diversi autori, sulla base del comune assunto che il marxiano «lessico della soggettività si presenta intrecciato e talvolta sovrapposto a una serie di altri termini significativi». Si pensi, come sottolineano i curatori, alla concezione del comunismo come realizzazione degli «individui come individui», degli «individui sociali», dei «liberi produttori associati». E ancora, si consideri quanto significativo fosse il fatto che Marx utilizzasse il termine Individuum (e non Subjekt) «in quanto portato del modo di produzione capitalistico» (pp. 7-8) o al tentativo, presente fin dai primi scritti, di superare la dicotomia soggetto individuale/soggetto collettivo.

In ogni caso, la scelta di utilizzare «la locuzione produzione del soggetto» rinvia all’ambivalenza intrinseca al termine in quanto indicante – insieme – un ente assoggettato e un ente autonomo, dunque la persistenza dei caratteri passivi e attivi che sempre lo connotano.

In altri termini, non si dà emancipazione che possa prescindere da limiti, presupposti e circostanze date. L’azione, individuale e collettiva, è sempre situata e sempre eccedente ogni determinismo nei suoi possibili risultati.

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il rasoio di occam

L'autonomia del socialismo

di Michele Prospero

dalla volpe 510È stato da poco ripubblicato, per opera della casa editrice Bordeaux, il terzo dei saggi che inaugura il percorso marxista di Galvano Della Volpe, La libertà comunista (1946). Per riconsiderare il significato dell'iniziativa teorico-politica di Della Volpe, pubblichiamo, per gentile concessione della casa editrice e dell'autore, il quarto paragrafo dell'introduzione al testo di Michele Prospero

Colpisce il tono anche aspro della riflessione etico-politica che è posta al centro della Libertà comunista. L’affondo portato contro i tentativi di annacquare la specificità e l’autonomia (anche filosofica) del marxismo è radicale. Il bersaglio, che viene centrato su molteplici aspetti, è l’eclettismo contemporaneo cioè la disinvoltura concettuale mostrata da teorici che cercano di gettare un ponte tra liberalismo e socialismo precipitando così in un acritico tentativo di “conciliazione”. Prendere un po’ di questo filone di pensiero e recuperare un po’ di quell’altra corrente per tentare una loro fusione estrinseca, che in Italia è il ritrovato sintetico proposto dalle correnti di Croce, Calogero, potrebbe minare l’autonomia culturale di un progetto di pensiero comunista[1]. Ciò che sfugge all’eclettismo contemporaneo è la congiunzione necessaria tra critica dell’economia (particolare) e istanza etica (universale). Solo questo intreccio degli eterogenei renderebbe possibile una soluzione coerente e su questa carenza di mediazione poggia la contestazione del sincretismo di chi si dichiara “liberale nell’etica e nella politica, socialista nell’economia” (p. 41). Una tale attitudine conciliatoria postula il divorzio tra valori e interessi, tra idee e bisogni. Nel quadro di una polemica molto accesa, anche nel testo del 1946 della Volpe non negava la rilevanza dei profili liberali dello Stato moderno, ne coglieva però la ripresa e quindi la riformulazione, entro un universo concettuale nuovo come quello di Marx che li trasvalutava mutandone l’assetto problematico-critico. Entro questo arco tematico rimodulato il rapporto tra socialismo e liberalismo appariva a della Volpe “non come uno sviluppo graduale” ma come uno sviluppo che si accompagnava a una “frattura storica” (p. 15).

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Fredrich Engels, “La situazione della classe operaia in Inghilterra”

di Alessandro Visalli

engels 2 abbrutimento operaiUn giovane di ventiquattro anni, figlio di un industriale tedesco con una importante filiale Manchester, scrive nel 1844 e pubblica quasi subito un libro che resterà come esempio di inchiesta sul campo e di vivida descrizione degli orrori lasciati dal primo capitalismo industriale nella regione in cui questo si sviluppa. Un classico della scienza sociale che evita accuratamente, pur nella crudezza delle descrizioni, ogni intonazione moralistica per cercare di individuare, con la freddezza dell’anatomopatologo, le ragioni dell’inumano spettacolo che ci sottopone. La storia del libro è di occasione: il padre, che aveva una fabbrica in renania, cerca di allontanare il figlio dalle sue cattive compagnie (il circolo degli hegeliani di sinistra a Berlino) e lo manda ad occuparsi appunto della filiale di Manchester.

Contemporaneamente Karl Marx stava scrivendo i cosiddetti “Manoscritti economico-filosofici del 1844” e lo stesso Engels aveva scritto in quell’anno “Lineamenti di una critica dell’economia politica”, quattro anni dopo insieme e su incarico della Lega dei comunisti i due scriveranno “Il Manifesto del Partito Comunista”.

C’è una fondamentale differenza tra lo sguardo che il giovane filosofo getta sulla condizione di immenso degrado dei quartieri popolari delle città industriali inglesi e quello dei contemporanei: la borghesia dell’epoca, per tutti i primi tre decenni dell’ottocento si è interrogata su questo degrado esclusivamente sotto la lente interpretativa dei “poveri”. Nel 1834 vengono quindi emanate le nuove “Poor Law” contro le quali nell’ultima parte del libro Engels si scaglia con veemenza, ma nessuno aveva inquadrato il meccanismo produttivo, e la costruzione di spazio e tempo dominati dalla logica fredda e spietata della concorrenza e del capitale che la muove. Quella di Engels è, invece, una inchiesta che legge le condizioni igienico-abitative della classe operaia, nelle sue diverse articolazioni, come effetto dei processi fisici di urbanizzazione interamente guidati dal profitto, e ne mostra il meccanismo. I protagonisti del libro sono le città, quindi le macchine entro le fabbriche, l’uomo ne è un effetto.

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Introduzione ai «Manoscritti economico-filosofici del 1844» di Karl Marx

di Costanzo Preve

expoeticamarxista 110907121829 phpapp02 thumbnail 4Scritti fra l’aprile e l’agosto del 1844 a Parigi da un Marx ventiseienne, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono un’opera non destinata alla pubblicazione, che Marx non ha mai sistematizzato ed organizzato come è d’uso quando un testo è destinato ad una pubblicazione a stampa. Essi presuppongono la lettura e lo studio del saggio dell’amico Engels Lineamenti di una critica dell’economia politica, pubblicato nel febbraio 1844. Si tratta essenzialmente di appunti di chiarimento ad uso personale, come è stato recentemente stabilito da un accurato esame filologico (cfr. Jürgen Rojahn, in “Passato e Presente”, 3, 1983). Pubblicati per la prima volta nel 1927 in URSS per opera di Rjazanov, essi non entrarono nel dibattito filosofico europeo prima del 1932, ed il primo intervento autorevole di quell’anno che ne segnala la grande importanza per la comprensione del pensiero globale di Marx è quello di Herbert Marcuse (cfr. H. Marcuse, Marxismo e rivoluzione. Studi 1929–1932, Einaudi, Torino 1975, pp. 61–116). La presa in considerazione dei Manoscritti è quindi del tutto estranea al processo di sistematizzazione e di coerentizzazione dottrinale del pensiero di Marx, che divenne appunto “marxismo” nel ventennio 1875–1895 per opera pressoché esclusiva di Engels e Kautsky. E questo non è un caso. Questo “marxismo”, costruito di fatto come una teoria del crollo della produzione capitalistica, non avrebbe saputo che farsene di una teoria dell’alienazione e neppure di una critica filosofica dell’economia. I Manoscritti hanno quindi letteralmente “dormito” per quasi un secolo. Si tratta di una sorte comune a molte altre opere filosofiche. L’Aristotele che conosciamo aveva “dormito” per tre secoli fino al primo secolo avanti Cristo, e Lucrezio, del tutto ignoto a Dante, dovette attendere il quindicesimo secolo per essere “scoperto” in Germania da un umanista italiano in “trasferta”.

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la citta futura

Per un bilancio critico dell’opera di Losurdo

di Renato Caputo

Grandezza e limiti storici della visione del mondo del più grande storico delle idee marxista contemporaneo

aristotlDomenico Losurdo è stato certamente il più importante storico delle idee marxista italiano contemporaneo. Premetto che ho iniziato a lavorare a questo articolo dieci giorni dopo la tragica notizia della sua morte, proprio in quanto, essendo stato un suo allievo e, volendo rimanere fedele alla sua lezione, non intendo limitarmi a un pur doveroso coccodrillo in cui, a ragione, si evidenziano essenzialmente gli importanti contributi dati da questo grande studioso e pensatore allo sviluppo della cultura e, in particolare, del marxismo. Cercherò, piuttosto di abbozzare un primo bilancio storico della sua poderosa opera. Evidentemente chi scrive non ha altra ambizione che di poter svolgere la necessaria, per quanto irriguardosa, esigenza del nano che prova ad arrampicarsi sulle spalle di un gigante. In altri termini, sfruttando il fatto di appartenere alla generazione successiva, mi arrischierò a guardare al di là del suo lascito, riconsiderandolo criticamente in una prospettiva storica.

Dopo diversi anni di militanza politica marxista-leninista, negli anni della sconfitta e del reflusso e passati i suoi quarant’anni, Losurdo ha iniziato a occuparsi principalmente della lotta di classe a livello delle idee per contrastare la controffensiva liberale al livello delle sovrastrutture. Quella di Losurdo è stata una sfida titanica intrapresa negli anni in cui con la Thatcher e Reagan l’ideologia dominante aveva riconquistato l’egemonia sul piano culturale, tanto da puntare a una restaurazione del pensiero liberale classico, scevro delle influenze e dei compromessi cui era stato costretto, da oltre un secolo, dall’affermarsi prima della democrazia moderna e poi del socialismo.

Losurdo ha intrapreso questa sua nuova sfida con un essenziale contributo alla lotta per l’interpretazione del Kant politico, nell’opera Autocensura e compromesso nel pensiero politico di Kant, uscita nel 1983 per la casa editrice Bibliopolis di Napoli e ristampata in una necessaria seconda edizione nel 2007.

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sebastianoisaia

Rosa Luxemburg. Coscienza, passione, azione

di Sebastiano Isaia

rosa 1Il marxismo non è una dozzina di persone che si
distribuiscono a vicenda il diritto alla “competenza”,
e di fronte alle quali la massa dei pii musulmani
debba inchinarsi in cieca fede. Il marxismo è una
dottrina rivoluzionaria, che nulla aborre di più che
le formule valide una volta per tutte, e che mantiene
viva la sua forza nel clangore delle armi incrociate
dell’autocritica e nei fulmini e tuoni della storia.
Rosa Luxemburg

Lo spirito di Rosa Luxemburg, l’ideale socialista,
era una passione travolgente che travolgeva tutto;
una passione, allo stesso tempo, del cervello e del
cuore, che la divorava e la sollecitava a creare.
L’unica ambizione grande e pura di questa donna
impareggiabile, l’opera di tutta la sua vita, non fu
 altro che preparare la rivoluzione che doveva lasciare
 il passaggio franco al socialismo. Poter vivere la
rivoluzione e partecipare alle sue battaglie, era per
lei la suprema felicità.
Clara Zetkin

1. La militanza come coscienza di classe e passione rivoluzionaria

L’articolo di Maria Turchetto (1) sul libro di Rosa Luxemburg L’accumulazione del capitale (1912) ai miei occhi ha soprattutto il merito di ricordarci la figura politica e umana della grande rivoluzionaria polacca (naturalizzata tedesca) brutalmente assassinata nel 1919 dalla canaglia al servizio della controrivoluzione. «Operai! Operaie! Cose mostruose stanno avvenendo a Berlino da qualche giorno. […] Un mostruoso assassinio è stato commesso contro Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Non è vero che Karl Liebknecht sia stato abbattuto durante un tentativo di fuga. Testimoni obiettivi hanno stabilito all’obitorio che Karl Liebknecht è stato colpito a distanza ravvicinata e di fronte. Rosa Luxemburg è stata gettata a terra in modo bestiale da una banda di borghesi e quindi smembrata e trascinata via. E le truppe governative, che avrebbero dovuto arrestare e proteggere l’inerme prigioniera, non hanno impedito quest’azione vile e cannibalesca».

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marxismoggi

La nuova edizione del “capitolo sesto inedito” del primo libro del “Capitale”

di Salvatore Tinè*

marx2015Pubblicato per la prima volta nel 1933 dall’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca, il manoscritto del cosiddetto Capitolo VI inedito del primo libro de Il capitale costituisce senz’altro non solo uno dei testi più importanti e complessi dell’opera di Marx, ma anche un documento particolarmente significativo dell’immane lavoro di redazione de Il capitale che avrebbe occupato per più di vent’anni la vita del pensatore di Treviri. Il manoscritto, redatto nel 1864 e intitolato Risultati del processo di produzione immediato, è l’unica parte pervenutaci dell’ultima redazione del primo libro del Il capitale che precedette la sua edizione a stampa del 1867, originariamente contenuta nel Manoscritto 1863-1865.

L’edizione del Capitolo VI a cura di Giovanni Sgro’ appena uscita con La Città del Sole ci consente di rileggere queste pagine di Marx in una nuova traduzione condotta sul testo stabilito dai curatori del volume 4.1 della seconda edizione della MEGA2. Solo in alcuni punti tuttavia l’attale traduzione modifica quella già condotta dallo stesso curatore e pubblicata nel tomo II del volume XXXI della edizione italiana delle Opere Complete di Marx ed Engels. Molto più aderente alla “lettera” del testo delle tre precedenti traduzioni italiane di Bruno Maffi, di Liliana La Mattina e di Mauro di Lisa, ci pare che essa possa essere utile a cogliere meglio in alcuni suoi passaggi la densità e la complessità del testo di Marx. L’ottima introduzione di Sgro’ e un indice analitico molto ragionato individuano con molta precisione filologica e rigore la trama teorica che innerva, spesso solo sottesa, le pagine del pensatore di Treviri.

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