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rifonda

Leggete Karl Marx!

«Il capitalismo non è eterno. E Marx è ancora necessario»

Conversazione tra Marcello Musto e Immanuel Wallerstein

fotohome2Nasceva duecento anni fa l’autore del «Manifesto del partito comunista»: sul suo pensiero abbiamo interpellato il sociologo Immanuel Wallerstein, che ne rivendica l’attualità. «Non può fare a meno di lui una sinistra globale che voglia rappresentare l’80% più povero degli abitanti della Terra».

Immanuel Wallerstein, Senior Research Scholar alla Yale University (New Haven, USA) è considerato uno dei più grandi sociologi viventi. I suoi scritti sono stati molto influenzati dalle opere di Marx ed egli è uno degli studiosi più adatti con il quale riflettere sul perché il pensiero di Marx sia ritornato, ancora una volta, di attualità.

* * * *

MM: Professor Wallerstein, 30 anni dopo la fine del cosiddetto “socialismo reale”, in quasi tutto il globo tantissimi dibattiti, pubblicazioni e conferenze hanno a tema la persistente capacità da parte di Marx di spiegare le contraddizioni del presente. Lei ritiene che le idee di Marx continueranno ad avere rilevanza per quanti ritengono necessario ripensare un’alternativa al capitalismo?

IW: Esiste una vecchia storia su Marx che dice che ogni qual volta si cerca di buttarlo fuori dalla porta, lui rientra dalla finestra. È quanto sta accadendo anche in questi anni. Marx è ancora fondamentale per quanto scrisse a proposito del capitalismo. Le sue osservazioni furono molto originali e completamente diverse da ciò che affermarono in proposito altri autori. Oggi affrontiamo problemi rispetto ai quali egli ha ancora molto da insegnarci e tanti editorialisti e studiosi – non certo solo io – trovano il pensiero di Marx particolarmente utile in questa fase di crisi economica e sociale. Ecco perché, nonostante quanto era stato predetto nel 1989, assistiamo nuovamente alla sua rinnovata popolarità.

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blackblog

Marx e la Storia Mondiale

di Michael R. Krätke*

Negli anni 1881 - 1882, Marx intraprese degli ampi studi storici che coprivano gran parte di quella che era allora nota col nome di "storia mondiale". I quattro grossi quaderni in cui erano riportati estratti dalle opere (principalmente) di due storici di punta di quel tempo, Schlosser e Botta, sono rimasti quasi del tutto inediti. Qui si cerca di contestualizzare quelli che sono gli ultimi studi di Marx relativamente al corso della storia mondiale, rispetto agli studi storici precedenti, ma incompiuti, riguardo la critica dell'economia politica

marx4«Tutta la storia dev'essere studiata nuovamente!»
(Lettera di Engels a Conrad Schmidt, 5 Agosto 1890)

Sia la portata che lo scopo di queste sue note sono sorprendentemente ampie, e vanno ben al di là della storia europea, coprendo in realtà molte altre parti del mondo. L'interpretazione che ne viene qui data si basa sull'attenzione espressa dallo stesso Marx: l'autore del "Capitale" era affascinato dal lungo processo di costruzione degli Stati moderni e del sistema statale europeo, uno dei prerequisiti fondamentali dell'ascesa del capitalismo moderno in Europa.

Marx viene considerato il (co-)fondatore della cosiddetta "concezione materialista della storia"; ma egli non ha mai usato il termine «materialismo storico». È impossibile delineare una simile "teoria della storia" - o, per essere più precisi, una teoria del "processo storico mondiale" - senza uno studio dettagliato della storia, senza una conoscenza precisa dell'immensa, caotica massa dei "fatti", dei documenti, di ogni genere di materiali perduti e poi riscoperti, delle tradizioni, dei testi (e quindi che sono già delle interpretazioni) della storia scritta.

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geopolitica

Introduzione a "In cammino, verso una nuova epoca"

di Gianni Petrosillo

LIBRO1. Questo saggio di Gianfranco La Grassa si divide in due scritti che possono essere letti uno indipendentemente dall’altro. Tuttavia, gli elaborati in questione non sono slegati tra loro, anzi, costituiscono un solo corpo che sta insieme logicamente, in quanto la parte teorica iniziale è la chiave analitica per comprendere quella storica successiva.

La teoria, nella speculazione lagrassiana, costituisce il faro che illumina gli eventi, penetrando nella profondità degli stessi, oltre le apparenze e le ricostruzioni comunemente accettate. Dunque, benché egli non sia uno storico di professione, riesce ugualmente a fornire un’interpretazione originale degli avvenimenti sociali del secolo scorso (e di quelli più recenti), con un taglio di visuale particolare, ignoto ai professionisti della storiografia, ormai meri banalizzatori del passato, ad uso dei gruppi dominanti del tempo presente.

L’opera lagrassiana percorre la strada di un doppio revisionismo, teorico e storico, contrario alle vulgate in auge (i “revisionismi” ufficiali presentati come sola versione autorizzata degli accadimenti), che gli costa, ovviamente, isolamento intellettuale ed esclusione dai canali editoriali più potenti. In primo luogo, è bene precisare, come il Nostro afferma nel libro, che «la teoria è il massimo livello della pratica giacché serve in definitiva a guidare l’agire degli esseri umani», nelle loro iniziative intellettuali e sociali. Ma la teoria serve anche a setacciare nella Storia quelle concatenazioni evenemenziali, quei rapporti conflittuali tra soggetti “assoggettati” alle dinamiche oggettive, innervanti la società, che svelano meglio l’indirizzo di un’epoca e i suoi risvolti, visibili e meno visibili.

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sinistra

Note sul rapporto base-sovrastrutture-prassi

di Eros Barone

1871 03 18 communeMolte cose sa la volpe,
Ma una sola e grande il riccio.

Archiloco1

In queste note mi propongo di individuare la radice teorica di molteplici divergenze politico-ideologiche, il cui punto cruciale è costituito da altrettante concezioni dell’insieme base-sovrastrutture-prassi. Cercherò pertanto di definire congiuntamente i tratti distintivi della base, delle sovrastrutture e della prassi, nonché il loro rapporto secondo un “verso”.

Marx ed Engels hanno distinto, nell’àmbito di ogni società concreta, la base, incardinata sul binomio forze produttive-rapporti di produzione, dalle sovrastrutture (Stato, diritto, politica, filosofia, arte, religione ecc.) e dalla prassi, a sua volta articolata in un ventaglio di pratiche sociali,2 correlative ai diversi livelli della base e delle sovrastrutture (pratica giuridica, politica, economica, religiosa ecc.); inoltre, Marx ed Engels hanno definito tra questi tre livelli della società connessioni specifiche, ossia un “verso”, tali da consentire di cogliere sul piano teorico le dinamiche di essa società.

Sostanzialmente, tali connessioni consistono nel ruolo di determinazione in ultima istanza giocato dalla base nei confronti degli altri due livelli (sovrastrutture e prassi), nella funzione di ritorno (o feed-back), svolta dalla prassi e dalle sovrastrutture sulla base, e nell’azione di rivoluzionamento sia sulla base sia sulle sovrastrutture, che è capace di esercitare una pratica, differente da tutte le altre: la pratica politica di classe.

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materialismostorico

Note sulla nozione di “dialettica” in Lenin

di Matteo Giangrande* 

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017 licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

Luca della robbia platone e aristoteleIl 12 marzo 1922 la rivista di filosofia “Pod znamenem marxizma” pubblica un articolo di Lenin, divenuto poi celebre, su Il significato del materialismo militante. È un testo volto a delineare una strategia di battaglia e di resistenza culturale alla pervasività dell’ideologia borghese e che contemplava, tra l’altro, anche la pianificazione di un lavoro collettivo di studio delle applicazioni della dialettica hegeliana interpretata dal punto di vista materialistico. È interessante rileggere per esteso le raccomandazioni del rivoluzionario bolscevico perché, a nostro avviso, rappresentano l’introduzione più stimolante ad uno scritto che tematizza specificatamente la nozione di dialettica nei testi di Lenin:

«In mancanza di una base filosofica solida non vi sono scienze naturali né materialismo che possano resistere all’invadenza delle idee borghesi e alla rinascita della concezione borghese del mondo. Per sostenere questa lotta e condurla a buon fine lo studioso di scienze naturali deve essere un materialista moderno, un sostenitore cosciente del materialismo rappresentato da Marx, vale a dire che deve essere un materialista dialettico. Per raggiungere questo obiettivo i collaboratori della rivista “Pod znamenem marxizma” debbono organizzare uno studio sistematico della dialettica di Hegel dal punto di vista materialista, vale a dire della dialettica che Marx ha applicato praticamente nel suo Capitale e nei suoi scritti storici e politici con un successo tale che oggi, ogni giorno, il risveglio di nuove classi alla vita e alla lotta in Oriente (Giappone, India, Cina), – vale a dire il risveglio di centinaia di milioni di esseri umani che formano la maggioranza della popolazione del globo e che per la loro inattività e il loro sonno storico hanno condizionato finora il ristagno e la decomposizione in molti Stati avanzati dell’Europa, – il risveglio alla vita di nuovi popoli e nuove classi conferma sempre più il marxismo.

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intrasformazione

Crollerà o non crollerà?

di Gianni Rigamonti

stati divisi america 2 3cf4608e51c3975e60f24da17f0a3cf51.

Non proprio da che mondo è mondo, però da che Il capitale è Il capitale, si è sempre discusso se in Marx ci sia o no una teoria del crollo inevitabile del capitalismo. Personalmente sono sempre stato per il no fin dai tempi della mia lettura integrale del Librone, più di quarant’anni fa; ma qui bisogna precisare, innanzitutto, a che cosa mi sento di rispondere “No”. Infatti se riflettiamo su una domanda come “In Marx c’è una teoria del crollo inevitabile del capitalismo?” vediamo subito che va divisa in due, abbastanza diverse:

A) Marx credeva nel crollo inevitabile del capitalismo?

B) Si può desumere dal testo del Capitale che il capitalismo inevitabilmente crollerà?

Sebbene io non legga nemmeno il pensiero dei vivi, figuriamoci quello dei morti, non vedo come non si possa rispondere affermativamente ad A. Tutto quello che sappiamo di Marx va univocamente in direzione del “Sì”. Ma per B le cose sono completamente diverse, e in questa noticina sosterrò che il testo invocato da buona parte degli interpreti per sostenere che Marx dimostra questa faccenda del crollo inevitabile non la dimostra affatto.

Piccola chiosa prima di andare avanti: questo è un problema di cui si discute, come ho già accennato, da quando (1895) grazie alle fatiche di Engels leggiamo tutti e tre i volumi del Capitale, ma fa un effetto un po’ strano riprenderlo oggi che in Europa (non in Asia, e io non so di autori che abbiano cercato seriamente di spiegarsi questa differenza) sono stati i regimi “socialisti” a crollare1. Sono convinto tuttavia – e qui cercherò di mostrare – che la questione conservi un notevole interesse.

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Il concetto di «capitalismo di Stato» in Lenin1

di Vladimiro Giacché*

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017,  licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

detr

Dopo sei mesi di rivoluzione socialista coloro che
ragionano solo sulla base dei libri non capiscono nulla.
LENIN, 5 luglio 19182

1. 1917-1918. Il capitalismo di Stato come «passo avanti»

Le prime occorrenze significative del concetto di capitalismo di Stato negli scritti di Lenin del periodo postrivoluzionario risalgono alla primavera del 1918, e si situano nel contesto della dura contrapposizione ai «comunisti di sinistra», l’opposizione interna al Partito comunista allora guidata da Nikolaj Bucharin. Lo scontro, inizialmente infuriato sulla firma del trattato di pace con la Germania, non era meno duro sul terreno economico. Esso riguardava ora la gestione delle imprese e il rafforzamento della disciplina del lavoro al loro interno: alla necessità di questo rafforzamento, su cui Lenin insisteva, i «comunisti di sinistra» contrapponevano la gestione collettiva delle imprese, che finiva in pratica per tradursi nella paralisi e nell’ingovernabilità delle imprese nazionalizzate. Ma il tema centrale era un altro ancora: il ritmo e la direzione della trasformazione economica. In quei mesi Oppokov proponeva di «dichiarare la proprietà privata inammissibile sia nella città che nelle campagne», mentre un altro «comunista di sinistra», Osinskij, parlava di «liquidazione totale della proprietà privata» e di «immediata transizione al socialismo»3.

Per Lenin le priorità sono diverse: «la ricostituzione delle forze produttive distrutte dalla guerra e dal malgoverno della borghesia; il risanamento delle ferite inferte dalla guerra, dalla sconfitta, dalla speculazione e dai tentativi della borghesia di restaurare il potere abbattuto degli sfruttatori; la ripresa economica del paese; la sicura tutela dell’ordine più elementare»4.

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operaviva

La critica vivente di una società in movimento

Lelio Basso legge Karl Marx

di Chiara Giorgi

marx bassoL’attualità del Capitale – Nel bicentenario della nascita di Marx è il titolo del seminario che si terrà alla Fondazione Basso di Roma nei giorni di venerdì 23 e sabato 24 marzo. Alle due giornate, organizzate in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza, parteciperanno, tra gli altri, Étienne Balibar, Giacomo Marramao, Claus Offe, Alisa Del Re, Roberto Finelli, Giso Amendola. Qui anticipiamo una parte della relazione presentata da Chiara Giorgi. Scarica il Programma completo.

* * * *

Tre sono i punti essenziali che vanno sottolineati nella lettura condotta da Basso di Marx: 1) il retaggio idealistico della formazione giovanile di Basso; 2) la ripresa di Rosa Luxemburg nello sviluppare i concetti che ruotano attorno al nesso riforme/rivoluzione, lotta quotidiana/scopo finale; 3) l’interpretazione del Capitale alla luce del concetto di alienazione, sviluppato nei termini di disumanizzazione, da cui l’approdo al socialismo/comunismo come progetti di riumanizzazione. In particolare ciò avrà una serie di implicazioni rispetto al coniugarsi di materialismo storico e materialismo dialettico; rispetto al suo collocarsi tra un marxismo della contraddizione e un marxismo vicino ad una certa versione francofortese (quella legata al Lukács di Storia e coscienza di classe).

L’interpretazione dell’opera di Marx attraversa il corso di tutta la vicenda intellettuale e politica di Basso, arricchendosi negli ultimi anni della sua biografia e giungendo a un’opera di importante sistematizzazione, pubblicata postuma, dal titolo Socialismo e rivoluzione (1980).

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materialismostorico

Note provvisorie per una Teoria della Rivoluzione

di Roberto Fineschi*

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017,  licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

gobetti marxIn questa relazione vorrei iniziare a indagare, in maniera problematica e necessariamente provvisoria, un tema radicale, che sta forse alle spalle della riflessione sugli eventi dell’Ottobre 1917, vale a dire il significato stesso del concetto di “rivoluzione”. È possibile ricostruirne una teoria tanto in termini generali quanto in termini più specifici relativamente al passaggio dal modo di produzione capitalistico a una società futura?

Quanto segue costituisce solo una riflessione di carattere preliminare; le domande sono più delle risposte. Per trovare le risposte, bisogna però partire dalla domande giuste; spero che questo contributo possa essere di qualche aiuto in questo senso.

 

1. Che cosa significa “rivoluzione”?

In termini marxiani, si tratta di una trasformazione che implica una ridefinizione dei rapporti di produzione e distribuzione sulla base di un nuovo modo di produzione e delle relative forme di rappresentazione e consapevolezza di tale processo da parte degli attori coscienti. Questo cambiamento può essere il risultato di un processo politico consapevolmente gestito dagli attori sociali, che oltre ad essere agiti dalle tendenze obiettive, le “agiscono”, se mi si consente la sgrammaticatura. Alcune possibili domande, quindi, sono:

  • Quando ci sono state effettivamente rivoluzioni strutturali?
  • Quando le rivoluzione strutturali sono state risultato di soggetti consapevoli che si erano posti quello scopo?
  • Quale evento storico “rivoluzionario”, a detta dei suoi promotori, ha effettivamente portato a una rivoluzione strutturale?
  • Viceversa, quale rivoluzione strutturale è avvenuta a prescindere dalla consapevolezza dai suoi realizzatori materiali?
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palermograd

Oriente, Occidente, giammai si incontreranno?

di David Broder

Incontri fra Oriente e Occidente articleimageIl sottotitolo del libro di Losurdo promette un’indagine su “come il marxismo occidentale nacque, come morì, come può rinascere”. Sfogliandone le pagine è tuttavia arduo trovarvi traccia di un qualche annunzio di una “rinascita” del marxismo occidentale. Losurdo preferisce assumere il ruolo del medico che, di fronte ad un paziente sofferente, dice ai parenti preoccupati che è venuto il momento di staccare la spina. Il tono combattivo del saggio non stupirà i lettori dei lavori di Losurdo finora disponibili in inglese. Questi vanno da Heidegger and the Ideology of War (2001) [l’originale italiano è La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’ideologia della guerra, Torino 1991 n.d.t.], passando per Hegel and the Freedom of the Moderns (2004) [Hegel e la libertà dei moderni, Roma 1992 e Napoli 2011 n.d.t.], fino a Liberalism: A Counter-History (2011) [Controstoria del liberalismo, Roma-Bari 2005 n.d.t.], War and Revolution: Rethinking the Twentieth Century (2014) [che mette insieme tre differenti testi di Losurdo, n.d.t.] e Non-Violence: A History Beyond the Myth (2017) [La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Roma-Bari 2010 n.d.t.], con Nietzsche: The Aristocratic Rebel [Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Torino 2002 n.d.t.] che dovrebbe uscire all’inizio del 2018. Questi titoli costituiscono soltanto una piccola parte della prodigiosa produzione di Losurdo nella sua lingua madre, che comprende qualcosa come trentacinque libri oltre che numerosi volumi in collaborazione e ne fa uno dei più prolifici pensatori italiani della sua generazione. Titolare di una cattedra di Storia della Filosofia a Urbino, ben pochi possono tenergli testa nel mettere insieme energia ed erudizione.

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la citta futura

Tempi faticosi: le relazioni contraddittorie tra tempo di lavoro e produttività

di Maurizio Donato

Le politiche che promuovono flessibilità e precarietà hanno ridotto la crescita della produttività; Marx costituisce ancora un riferimento utile per interpretare questi dati

df1f8864f01b1a4e72c4638cd5c3c180 XLDa quando – attorno alla metà degli anni ’90 la produttività del lavoro in Italia ha cominciato a stagnare, le ore di lavoro hanno preso ad aumentare. Le politiche del lavoro che, grazie all’aumentata flessibilità, hanno ridotto le garanzie dei lavoratori, non solo non hanno fatto crescere la produttività, ma hanno contribuito a frenarla.

Se si confronta il tasso di crescita del reddito pro-capite di un paese con i dati relativi a un periodo precedente e con quelli di altri paesi, si possono scoprire diversi elementi interessanti.

In primo luogo, ci si rende conto che in tutti e tre i paesi europei scelti per questo confronto, anche se a livelli diversi (la tendenza è molto più accentuata nel caso dell'Italia), la dinamica è la medesima: diminuisce il tasso di crescita del reddito pro-capite, cala il ritmo della produttività, aumentano (o rallenta il ritmo della loro diminuzione) le ore lavorate pro-capite. Tutto questo prima dell’ultima crisi.

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marxismoggi

Ripensare Marx e Engels, tra filosofia e filologia

L’ultimo libro di Giovanni Sgro’

di Giuliano Guzzone*

death of caesarNei cinque capitoli – due interamente inediti e tre ottenuti dalla rifusione di una serie di articoli precedentemente apparsi in rivista – e nell’appendice che compongono il suo ultimo libro, Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Giovanni Sgro’ ha raccolto, in forma sistematica e compiuta, i risultati della sua decennale ricerca intorno al pensiero teorico-politico dell’«ultimo Engels». Si tratta di una pubblicazione importante per svariate ragioni.

Dal punto di vista del metodo, essa testimonia l’importanza sempre crescente che il nesso tra filologia e filosofia è venuto acquisendo nella più recente storiografia filosofica, in Italia e all’estero: essa mostra, cioè, come il profilo di un autore anche “classico” possa porsi sotto una luce affatto nuova, come l’esegesi del suo pensiero possa esplicarsi lungo tracciati sensibilmente innovativi, anche rispetto ad una cospicua letteratura, come le precedenti interpretazioni possano acquisire fondamenta più salde qualora si disponga di un’edizione critica integrale, filologicamente accurata, delle sue opere e si consegua un rapporto più intimo e ravvicinato con la “materialità diveniente” del testo filosofico.

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il rasoio di occam

Materialismo e prassi emancipatrice in Alfred Schmidt

di Riccardo Bellofiore

Il concetto di natura in Marx” di Alfred Schmidt rappresenta uno dei classici della seconda generazione marxista della Scuola di Francoforte. Si tratta infatti di un libro che ha segnato profondamente lo sviluppo del dibattito degli anni '60 e '70 e che ha ottenuto un'ampia ricezione, in Italia anche grazie all'opera di Lucio Colletti. Ora ritorna in libreria per i tipi di Punto Rosso e grazie alla cura di Riccardo Bellofiore, della cui introduzione al testo di Schmidt pubblichiamo qui, per gentile concessione dell'editore e dell'autore, un ampio estratto

andrea ravo mattoni street art classicismoAlfred Schmidt è stato uno degli ultimi eredi della tradizione della Scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer, negli anni in cui si può dire che ancora si producesse ‘alta teoria’ nel solco dell’Istituto per la ricerca sociale, e che lì fosse ancora vivo ed organico un rapporto interno con la teoria di Marx, fuori da ogni sterile ortodossia e distante dagli stilemi del marxismo-leninismo. Il lettore italiano – in specie chi, come me, si è formato tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del Novecento – ha avuto la fortuna che quasi tutto di Schmidt fosse allora tradotto nella nostra lingua, per così dire in tempo reale. Schmidt, almeno il primo Schmidt, può essere dunque letto nella nostra lingua, rivolgendosi però alle biblioteche, perché la gran parte degli scritti che citerò sono fuori stampa. Per questo è benvenuta l’iniziativa delle Edizioni Punto Rosso di ripubblicare il suo libro forse più noto, Il concetto di natura in Marx, integrato da nuovi materiali.

 

Sul concetto di natura in Marx

Al cuore dell’impostazione del volume sta essenzialmente una duplice prospettiva, che dà corpo e sangue al materialismo di Schmidt: per un verso, una lettura del rapporto tra essere umano e natura come relazione tra soggetto e oggetto nel lavoro; per l’altro verso, il medesimo rapporto come definizione dell’originalità di Marx sul terreno della teoria della conoscenza.

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petiteplaisance

L’uso ideologico di Hannah Arendt in funzione adattiva

di Salvatore Bravo

L’industria culturale capitalistica utilizza solo autori che interpretino K. Marx in senso riduttivo, proprio per evitare possibilità di sviluppo teorico progettuale con una conseguente prassi rivoluzionaria

The Pied Piper of Hamelin by ChrisRawlins«E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro cominci a ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».
L’idelogia tedesca, 1846.

L’epoca ideologica per antonomasia è proprio l’epoca attuale, nella quale il dicitur mediatico – a tambur battente – ci annuncia che le ideologie sono morte. Da tale postulato si deduce che viviamo nell’epoca dell’oggettivo, la verità è stata svelata e dunque è inutile sporgersi oltre l’orizzonte attuale.

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losguardo

Di quale esperienza l’Idea di comunismo è il nome?

Roberto Bravi, Giovanni Campailla*

Introduzione

futurismoIl termine comunismo detiene, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, una certa opacità spettrale. Il «disastro oscuro»1 dei socialismi realizzati e il conseguente trionfo su scala globale del capitalismo neoliberista, hanno infatti relegato il comunismo – la sua tradizione ideologica, le sue pratiche e, non da ultimo, le categorie politiche e filosofiche del marxismo – nel novero dei cadaveri della Storia. Da più di un decennio, però, questa narrazione sembra esser messa in crisi. Marx è tornato sotto l’attenzione di molti studiosi, e non solo. La riflessione accademica fa nuovamente spazio ad argomenti riconducibili, in qualche modo, al concetto di ‘transizione’. Rivolte o movimenti politici alternativi hanno fatto la loro comparsa un po’ ovunque con una fenomenologia spesso simile: cioè cercando, tramite una riscrittura populista o contro-populista della più tradizionale pratica politica di sinistra, di contrastare l’egemonia economico-politica del capitalismo.

Risulta di estremo interesse allora che nel 2009 si sia tenuto a Londra, al Birkbeck Institute of Humanities, un convegno dedicato all’«Idea di comunismo». A questo ne sono seguiti altri, in Europa e nel mondo, i quali, in un modo o nell’altro, hanno rimesso all’ordine del giorno un dibattito sul nome ‘comunismo’. È senz’altro degno ricordare che ciò accada nella cornice di quella che molti analisti hanno definito la più devastante crisi economico-finanziaria attraversata dal capitalismo fin dai tempi della Grande Depressione.

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