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utopiarossa2

La Cina, gli Stati Uniti e gli altri - III

Verso la guerra fredda nel Mar Cinese meridionale?

di Michele Nobile

011018 mar cinese01. 2008-2011: cresce la tensione nel Mar cinese meridionale

A partire dall’inizio della Grande recessione nel 2008 e dai primi mesi del 2009 la politica marittima della Rpc nella regione del Mar cinese meridionale è stata caratterizzata da un atteggiamento fortemente nazionalista, dall’intensificazione dei controlli e della repressione di attività che considera illegali nelle acque di cui rivendica la sovranità, da misure amministrative e dichiarazioni politiche considerate provocatorie dalla maggior parte dei governi della regione, da azioni coercitive e confronti fisici a rischio di degenerare in scontri armati con le Filippine e il Vietnam. Obiettivamente un insieme di fatti in contrasto con l’idea di costruire un «mondo armonioso» e con la proposta di una nuova «via della seta» marittima, che dovrebbe concretizzarsi in iniziative di «sviluppo congiunto»; insieme allo sviluppo delle capacità di interdizione d’area ciò ha generato l’idea che la Rpc punti a controllare stock e flussi del Mar cinese. La preoccupazione si è estesa a tutta l’area del Pacifico, dall’Indonesia fino all’India. I primi effetti politici si manifestarono nel 2009 e, poco dopo, nella «svolta» verso l’Asia e il Pacifico di Obama.

Ricostruendo la successione degli eventi si possono distinguere due periodi: il primo coincide con gli ultimi anni della presidenza di Hu Jintao (Segretario generale del Pcc dal 2002 al 2012 e Presidente della Rpc dal 2003 al 2013), e del primo ministro Wen Jiabao; il secondo corrisponde ai primi anni della presidenza di Xi Jinping (Segretario generale del Pcc dal novembre 2012 e Presidente della Rpc dal marzo 2013; ma già vice Presidente dal 2008) e del primo ministro Li Keqiang. Volendo essere ottimisti è possibile che nell’estate del 2018 sia iniziato un terzo periodo di conciliazione tra Rpc e Asean, dagli esiti assai incerti.

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mondocane

Dal Niger al Sudan, l’Africa nella morsa dell’ipocrisia clericosinistra

di Fulvio Grimaldi

darfurDue settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo

Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.

Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?

Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.

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mondocane

Siria: élite mondialista e pacifisti sinistri contro Trump. Vaticano-Quirinale: Benedictio urbi et orbi atque PD

di Fulvio Grimaldi

(E’ lungo, forse prolisso, ma tratta due temi grossi, si può digerire in due puntate e, giuro, per un po’ non mi farò vedere. Per combinare il testo con le immagini andate su www.fulviogrimaldicontroblog.info. Almeno da lì nessuno può rimuovere)

stato profondo 2Palloncino bucato

Una cosa si è confermata chiara e ha bucato il pallone gonfiato delle fake news dei grandi media e la loro forsennata passione per la globalizzazione di guerre, neoliberismo, totalitarismo. Una cosa ha definitivamente sancito la scomparsa, da noi, ma anche da molte altre parti, di quel settore della società politica che si definiva di sinistra e coltivava il paradosso di chiamare destra l’altro settore. Per la sedicente sinistra vale ormai al massimo il corrispettivo linguistico al maschile.

Questa cosa ha l’aspetto di Giano Bifronte: da un lato fulmina con occhiate di sdegno e riprovazione il trucidone della Casa Bianca che, sfidando una tradizione di guerre d’aggressione che risale alla fondazione del suo paese e ne costituisce l’essenza ontologica e, ahinoi, anche escatologica, annuncia il ritiro di truppe da Siria e Afghanistan (vedremo poi i perché e percome); dall’altro inneggia con passione smodata ai Supremi di casa nostra che, in occasione delle festività, ci hanno fatto volare sul capo aerostati gonfi di pace. Nella fattispecie aria calda.

Siamo il paese dei fessi che fanno i furbi, che tuffano il diavolo nell’acqua santa e se la cavano scegliendo la sudditanza a discapito della cittadinanza. Arlecchino servitore di due padroni. Don Abbondio, se di fronte c’è don Rodrigo, don Rodrigo, se si ha a che fare con don Abbondio. Dunque, don Abbondio prima con i tedeschi, poi con gli americani. Con tutti quelli che ci menano. E dunque con l’UE. Don Rodrigo con quelli che possiamo menare. Di solito noi stessi. E da questa caratteristica nazionale che nasce il prodigio di un paese, escluso il 32,7 % degli elettori che restano in stato d’attesa, che si diverte come un bambino sull’altalena nel parco giochi costruitogli dai potenti.

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comuneinfo

Sovranisti e no. Tutti d’accordo

di Monica Di Sisto*

giappone distributore cibo bevande 725x481Qualcuno, tra i più creduloni, se ne potrà stupire, ma quando si tratta di spianare la strada alla “libera” circolazione delle merci, la difesa dei “nostri” interessi, dei prodotti del “suolo patrio”, della salute degli italiani e dei diritti di chi lavora, si piegano ancora come canne al vento. A metà dicembre, il Parlamento europeo – con i voti di M5S, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e di gran parte del Pd – ha dato il via libera allo Jefta, l’accordo di libero scambio tra Ue e Giappone che ha la stessa struttura e gli stessi problemi di CETA e TTIP e che entrerà subito in vigore senza il vaglio dei parlamenti nazionali. Per puro amore di cronaca, c’è da ricordare che prima delle ultime elezioni il M5S, addirittura nella piattaforma on line, e la Lega si erano impegnati a non votare accordi non sottoposti al voto dei parlamenti nazionali e a favorire un’attenta valutazione di costi e benefici. A proposito dei quali, la strenua opposizione di associazioni, movimenti e sindacati si spiega con il rischio elevato di gravi problemi per la protezione dei servizi pubblici, del principio di precauzione, la custodia dei dati personali, i diritti sindacali e del lavoro, la contraffazione dei prodotti italiani e zero tutele contro i cambiamenti climatici. Senza contare che il Giappone è il paese con la maggior parte delle colture Ogm approvate, sia per alimenti che per mangimi animali, e che la soglia per la presenza accidentale di materiale OGM negli alimenti è del 5% contro lo 0,9 europeo. Il Giappone non ha ratificato, inoltre, nessuna delle Convenzioni internazionali sul Lavoro ILO, nemmeno quelle per l’abolizione del lavoro schiavo e della non discriminazione sul lavoro.

* * * *

L’Italia sovranista e in difesa del popolo, e quella strenuamente antisovranista e antipopulista, in pieno accordo cuore a cuore, hanno dato insieme l’ok a Strasburgo all’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Giappone JEFTA che, nelle previsioni migliori, pur valendo il 30% dell’intero mercato globale, porterà a un aumento del Pil europeo di un misero 0,14% entro il 2035, a nessun sensibile effetto sull’occupazione, con gravi problemi per i diritti di tutti noi, ma anche per le nostre taschei.

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marxismoggi

Critica dell’imperialismo e lotta per la pace

Un mondo senza guerre

di Marco Paciotti*

ea4c6351b3301b599e89c94e74e7718bLo sbocco imperialista del modo di produzione capitalistico in crisi, cui è connaturato un latente stato di tensione nei rapporti internazionali tra Stati in competizione tra loro per la conquista di sempre più vaste fette di mercato, è parte integrante del patrimonio teorico del comunismo sin dal celebre scritto di Lenin Imperialismo fase suprema del capitalismo, pubblicato nel 1917. Ebbene l’analisi e la critica dell’imperialismo e la lotta per la pace risultano di scottante attualità per chi intenda osservare con sguardo attento la politica internazionale.

Fondamentale allo sviluppo e all’aggiornamento di questi concetti risulta l’analisi dei vari progetti di pace perpetua, che Domenico Losurdo ha delineato in Un mondo senza guerre. Dalle promesse del passato alle tragedie del presente, pubblicato da Carocci nel 2016, testo che ci restituisce un saggio del metodo di Losurdo, sempre volto a calare le elaborazioni teorico-concettuali nel contesto storico-politico che in ultima istanza le determina.

Nel tracciare la storia del tema l’autore non ravvisa una logica binaria e manichea che vede contrapporsi ideali di guerra contro ideali di pace; il conflitto è bensì tra diversi ideali di pace che si confrontano in una dialettica complessa. Essi non vanno posti tutti sullo stesso piano: il principale discrimine riguarda il rapporto con il concetto di universalità, dobbiamo chiederci: essi puntano a una sua estensione oppure a un rimpicciolimento e in definitiva una negazione dell’universalismo?

Punto iniziale della trattazione è il Kant che invoca la “ewiger Friede”, la pace perpetua; ma non è tanto questo il merito del pensatore tedesco quanto quello di essere stato appunto il primo a intendere l’instaurazione della pace definitiva in senso universalistico.

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contropiano2

Il discorso di Macron, la risposta di Mélenchon, il futuro del movimento

di Giacomo Marchetti

mxbvbakaisnfvcAlle otto di lunedì sera, Emmanuel Macron ha pronunciato il suo atteso discorso alla nazione; dopo poco Jean-Luc Mélenchon, deputato e leader della France Insoumise, ha “risposto” per punti alle affermazioni del messaggio del Presidente.

Dopo avere considerato il “botta e risposta” tra il Macron e Mélenchon, dobbiamo approfondire l’analisi su questo movimento per comprendere come i pochi palliativi macroniani non avranno probabilmente gli esiti sperati.

L’aumento del salario minimo intercategoriale di 100 euro (in realtà 64 in più rispetto all’aumento automatico previsto in conseguenza all’indicizzazione), la defiscalizzazione per il lavoratore e per l’impresa delle ore straordinarie, un premio delle imprese ai lavoratori per la fine dell’anno – comunque facoltativo e comunque defiscalizzato – e per ultimo l’innalzamento della CSG per le pensioni inferiori a 2.000 euro, sono le uniche misure concrete di cui ha parlato Macron nel suo discorso, e si inseriscono nel solco della sua filosofia di governo, tesa a sposare la tesi dello “sgocciolamento” e a legittimare il rapporto plebiscitario che esacerba i tratti più autoritari della Quinta Repubblica in un rapporto Presidente – o meglio monarca repubblicano – e cittadini, riportati a sudditi, al di là di un generico ascolto di facciata dei corpi democratici.

La risposta a Macron del leader della France Insoumise, in un intervento di poco più di cinque minuti, si articola in 5 punti.

Come premessa viene fatto rilevare che nel discorso del presidente non compare alcuna scusa per le violenze delle forze dell’ordine, mentre è netta la condanna delle violenze dei manifestanti.

Macron si illude che “la distribuzione di soldi possa calmare l’insurrezione dei cittadini che è scoppiata”, afferma Mélenchon, che comunque lascia che sulle parole del Presidente si esprimano direttamente i GJ.

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mondocane

Gas per Tafazzi!

di Fulvio Grimaldi

Quando un paese si martella le gonadi per compiacere chi gli ha venduto il martello

tafazzi 61e12dc6 410f 4707 979e 81d13adfb67 resize 750C’è chi martella chi se lo merita

Francia, specchio dei tempi e dello scontro di classe le cui nuove forme le cosiddette sinistre radicali non vogliono capire: quelle della guerra sociale, culturale e geopolitica dei popoli, pressochè tutti proletarizzati dal globalismo neoliberista, contro le élites. Lotta insurrezionale che presenta affinità stretta con quella del 1789, per la sovranità del popolo (lavoratore, operaio, contadino, intellettuale) contro la sovranità del sovrano e dei ceti alle sue fortune legati e dai suoi poteri beneficiati e che, ammaestrata dalla rivolte soprattutto contadine e dalle insubordinazioni dei barbari nel fine-impero, si accoppia al monopolio della forza. Sovranità e monopolio di cui i gruppi dell’accumulazione e della predazione, della menzogna e della cospirazione, sono tornati padroni, dopo che rivoluzioni e rafforzamento in varie forme della volontà, coscienza, conoscenza, forza, dei dominati se l’erano conquistata, o, quanto meno, l’avevano condivisa. Vedi, da noi, le costituzioni, dallo Statuto Albertino a quella antifascista del 1948. Vedi la cubana, quella di Thomas Sankara nel Burkina Faso e la venezuelana, la migliore in assoluto.

Lo strumento di corruzione psicologica impiegato dai gruppi di potere, oggi contestati in varie forme, è la criminalizzazione del termine sovranità, spesso deformato e, nelle intenzioni, vilipeso, in “sovranismo”. Poi si arriva alla separazione tra manifestanti buoni e cattivi, a volte sfruttando l’inserimento di provocatori di regime. Nel caso francese, tra i fermati non si sono trovati i famigerati Black Block, ma solo infermiere, camionisti, contadini e altra gente ridotta allo stremo dagli assiomi della globalizzazione. Di fronte hanno l’uomo di Goldman Sachs, cioè della cima della Piramide.

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jacobin

Argentina: torna il liberismo. Se ne era mai andato?

di Roberto Lampa

Per capire il ritorno prepotente della crisi economica in Argentina vanno analizzate le scelte scellerate del governo di centro-destra di Macri ma anche i limiti del cosiddetto ciclo progressista (o populista) dei governi Kirchner

pesos 2 990x554“Argentina di nuovo a rischio: possibile default in stile 2002” (Il Sole 24 Ore, 4 settembre)

“L’Argentina sprofonda nella crisi” (Financial Times, 26 settembre)

“Gli investitori farebbero bene a stare alla larga dall’Argentina” (Wall Street Journal, 4 ottobre)

Tra titoloni apocalittici e resoconti di stampa sempre di più simili a necrologi, l’Argentina è tornata prepotentemente a far parlare di sé. Nell’ultimo anno il valore del peso argentino è precipitato più di ogni altra valuta al mondo (il tasso di cambio con il dollaro è aumentato del 122%), la produzione industriale è in caduta libera (-5,6% in agosto), la disoccupazione è ormai prossima al 10% (nonostante le controverse statistiche argentine considerino occupati anche i titolari di partite Iva e coloro i quali percepiscono un sussidio di lavoro), e ben il 30% della popolazione è tornata a vivere sotto la soglia della povertà.  Se da un lato ciò non può certo sorprendere i lettori più attenti delle tormentate vicende latino americane (negli ultimi 200 anni, ben sette sono stati i default argentini), dall’altro rimane molto difficile spiegare come sia stato possibile che un paese con un debito estero prossimo allo zero passasse a mendicare un accordo di oltre 50mila milioni di dollari – per di più firmato in condizioni emergenziali e a dir poco sfavorevoli – con il Fondo Monetario Internazionale, in meno di tre anni.

Tra le conseguenze del default del 2001, il più grande della storia del capitalismo (causato dall’impossibilità del paese di far fronte ad un’enorme mole di debito emesso in dollari statunitensi e che aveva ridotto oltre il 50% dei suoi abitanti a vivere sotto la soglia di povertà),  ve ne era stata infatti almeno una (parzialmente) positiva: il sostanziale divieto per l’Argentina di emettere bond nei mercati finanziari internazionali fino a che non fosse stato raggiunto un accordo con tutti i creditori vittime dei c.d. tango bond.

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marx xxi

Samir Amin, un teorico militante

di Remy Herrera*

samir amin microfonoSamir Amin si è sempre definito marxista. Il suo lavoro è stato informato, non senza riflessione critica, dalle teorie dell'imperialismo (in particolare quelle proposte da Paul Baran, Paul Sweezy e Harry Magdoff) come opere pionieristiche sullo sviluppo (come quelle di Raúl Prebisch o, in una certa misura, di François Perroux). Ma si differenzia molto chiaramente dal corpus marxista "ortodosso". Come gli altri grandi teorici del sistema mondiale capitalista, tra cui Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi e André Gunder Frank, Samir Amin ha prodotto una serie di analisi globali che articolano relazioni di dominio tra nazioni e relazioni di sfruttamento tra classi, e che prendono come oggetto e concetto il mondo moderno come un'entità storico-sociale concreta che forma un sistema, formando un assemblaggio - strutturato da complesse relazioni di interdipendenza - di diversi elementi di una realtà in un insieme coerente e autonomo, posizionandoli dando loro un senso.

Uno dei principali contributi scientifici di Samir Amin è che egli mostra che il capitalismo come sistema mondiale realmente esistente è molto diverso dal modo di produzione capitalista su scala globale. La questione centrale che guida il suo lavoro è capire perché la storia dell'espansione capitalistica si identifica con la storia della polarizzazione globale tra le formazioni sociali centrali e periferiche. La sua risposta mira a cogliere la realtà di questa polarizzazione nella sua interezza, a integrare lo studio delle sue leggi in termini di materialismo storico, cercando di combinare teoria e storia e di tenere insieme i campi economico, politico e ideologico. L'unità di analisi per comprendere i principali problemi delle società è quindi il sistema globale - possibile oggetto di una coerente indagine scientifica olistica a questo livello -, meglio delle formazioni sociali che lo compongono.

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investigat

“Senza la lotta anti-imperialista, la lotta per l’accoglienza dei rifugiati è incompleta”

di Said Bouamama

640px 20151030 Syrians and Iraq refugeesGli europei devono stringere la cinghia e sentono parlare la crisi dei rifugiati ogni giorno. Di conseguenza, il Vecchio Continente si sta lacerando. Da un lato, abbiamo coloro che vogliono una politica di migrazione più decisa. Dall’altro, quelli che denunciano una mancanza di umanità. Tutto sul fondo dell’ascesa dell’estrema destra. Per Said Bouamama, autore del “Manuel stratégique de l’Afrique” (Manuale Strategico dell’Africa, ulitmo libro delle edizioni Investig’Action) stiamo vivendo un punto di svolta storico. Un processo di fascistizzazione è in corso e non dovrebbe essere preso alla leggera. Ma il sociologo spiega anche come fermarlo.

* * * *

Grégoire Lalieu : In tutta Europa e negli Stati Uniti stiamo assistendo a un’espansione dei movimenti di estrema destra. Quali sono le cause di questa emergenza?

Saïd Bouamama : Le cause sono molteplici. Primo, siamo in una nuova fase storica che può essere descritta come la più grande regressione sociale dal 1945. Non è una semplice piccola crisi che avrebbe portato alcune misure di austerità. Siamo davvero di fronte a un’offensiva ultra liberale partita dagli Stati Uniti che ha raggiunto l’Europa da trent’anni.

 

I famosi anni Reagan-Thatcher …

Assolutamente. Ma insisto, viviamo una nuova fase storica, perché il progetto non è più lo stesso. Non si tratta più di tagliare un certo numero di conquiste sociali con l’austerità. Ciò che è al lavoro oggi è la messa in discussione dell’equilibrio derivante dai rapporti di forza dopo la seconda guerra mondiale.

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sinistra

Le sinistre ai tempi del colera1

(promemoria per populisti smemorati)

di Daniele Benzi

f12ea0b9 29b6 4546 bfa3 6c35f38bf22d large…però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni (Fabrizio De André, Storia di un impiegato)

Sono arrivato in America Latina dieci anni fa cercando di sottrarmi alla penosa situazione di disoccupazione e precariato che è toccata alla maggior parte della mia generazione. Ma anche per sfuggire alla sgradevole sensazione di frustrazione ed impotenza che, soprattutto dopo le legnate prese al G8 di Genova nel 2001, mi provocava l’insignificanza politica e l’enorme frammentazione delle sinistre radicali in Europa e in particolare nel mio paese. Molti europei, in effetti, precari e frustrati come me, non certo grandi scienziati o strateghi della rivoluzione come a volte si sono presentati in Venezuela, Bolivia o Ecuador, sono arrivati in America Latina richiamati, o più spesso incantati, dalle sirene della “svolta a sinistra”.

Per formazione e interessi di ricerca, nel bene e nel male ho sempre guardato alla “marea rosa” da un punto di vista regionale e globale, non come una somma di processi e casi nazionali. Ciò mi ha permesso di osservare quotidianamente, specialmente vivendo abbastanza a lungo in un paese periferico nell’economia mondiale come l’Ecuador, certi condizionamenti strutturali e le complessità geopolitiche in cui si sono trovati i governi “progressisti” che spesso sfuggono ai movimenti dal “basso”. Non per questo, tuttavia, la mia posizione e il mio giudizio sono stati più indulgenti o meno critici sui loro limiti, incoerenze e contraddizioni che li hanno condotti alla situazione penosa in cui ci troviamo oggi.

In questo senso, secondo me il dibattito sulla “fine del ciclo” progressista che l’anno scorso e quest’anno ha infiammato inutilmente, credo, molti intellettuali e militanti, intrecciandosi purtroppo con i fatti tragici in Venezuela, è un dibattito chiuso.

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blogmicromega

America Latina: chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

di Carlo Formenti

from to r nicaragua 890b diaporamaIl giro a l’izquierda in America Latina, la svolta a sinistra che ha visto l’andata al potere di governi progressisti in Argentina e Brasile e la nascita di regimi variamente definiti postneoliberisti, populisti di sinistra o socialismi del secolo XXI in Bolivia, Ecuador e Venezuela non ha mai suscitato l’entusiasmo delle sinistre radicali (autonomi e trotskisti in particolare). Negri, ad esempio, ha definito Chavez e Correa come due ducetti fascisti e dichiarato che il liberismo è preferibile al loro neosviluppismo statalista; quanto ai trotskisti, è noto che qualsiasi regime che non segua la loro linea politica (cioè tutti, visto che non hanno mai svolto un ruolo egemone in qualsiasi processo rivoluzionario – ad eccezione di Trotsky, che non era trotskista) è per loro un nemico.

Questa postura ideologica riflette sentimenti e interessi di quell’ampio e variegato corpaccione di ceti medi latino americani (professori, studenti, funzionari pubblici, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti, nuove professioni “creative”, tutti coloro che si è ormai soliti chiamare “ceto medio riflessivo”) che, ancor più di quello di casa nostra, oscilla fra reazione e sovversivismo piccolo borghese. Quando i movimenti di massa avanzano, come è avvenuto fra fine anni Novanta e inizio del Duemila, costoro si accodano, lucrando vantaggi economici, ideali e di status sociale (le costituzioni bolivariane registrano non a caso i desiderata dei “nuovi movimenti” che hanno appoggiato i processi rivoluzionari in cambio del riconoscimento di certi diritti individuali).

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sinistra

Chiuso per fallimento (e lutto)

Il “laboratorio” politico latinoamericano quindici anni dopo

di Daniele Benzi 1

10502410 659101007511710 2302139020584301410 nDefeat is a hard experience to master: the temptation is always to sublimate it.
Perry Anderson, Spectrum

La vittoria elettorale di un fascista nel più grande e popoloso paese dell’America latina, un ex capitano omofobo, sessista e razzista, appoggiato dall’esercito, dalle chiese evangeliche, dai proprietari terrieri e adesso anche dal capitale finanziario, che ha già ricevuto quasi 50 milioni di voti al primo turno, sarebbe un ulteriore passo verso l’abisso in Brasile.

La trasfigurazione di un mai ben chiarito “socialismo del XXI secolo” in una cleptocrazia pretoriana in Venezuela, paese ormai sull’orlo del collasso e che rischia seriamente un’invasione e/o una guerra civile qualora certe trame geopolitiche, sociali o finanziarie fuori controllo del governo la rendessero conveniente (o necessaria), è una tragedia per chi ha accompagnato, criticamente, l’evoluzione del processo bolivariano.

Comunque vadano le cose, però, in questi e in altri paesi (Nicaragua in primis), il peggio per le sinistre purtroppo è già accaduto. Il “laboratorio” politico latinoamericano che le aveva ridato fiato, fiducia e speranze non è temporaneamente chiuso per ferie, ma per fallimento. E lutto. Rivelando, fra le altre cose, che almeno per ora un altro mondo non è possibile. Forse solo alcune esperienze locali lo sono, importantissime, ma pur sempre locali, come il neo-zapatismo messicano, difficilmente riproducibili, difficilmente esportabili, difficilmente comprensibili al di fuori del loro contesto, e che si inceppano non appena oltrepassano la soglia di casa.

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sinistra

La grave crisi dei governi bolivariani

di Silvano Ceccoli

Questo ampio articolo di Silvano Ceccoli focalizza la situazione politica dell'America Latina, rivolgendo una speciale attenzione a due paesi, l'Ecuador e il Perù, e analizzando in particolare le cause della crisi del movimento bolivariano. L'autore ha fondato una ventina di anni fa il Circolo Culturale Proletario di Genova, del quale Eros Barone è l'attuale presidente. Egli è stato più volte nei paesi di cui tratta in questo articolo, come dimostrano le fonti giornalistiche citate nel corpo dell'articolo; è inoltre autore di un libro su "Sendero Luminoso" e conosce molto bene il Perù e l'Ecuador. Ci è parso che le informazioni e le valutazioni che caratterizzano l'elaborato, angolate secondo un preciso punto di vista marxista e comunista, siano di un certo interesse per l'inquadramento della situazione politica che si è venuta a determinare nell'area presa in considerazione dall'autore

a522af5ed314bb7f15edacbf474dbf8cEcuador, il tradimento di Lenin Moreno

In Ecuador, ormai, è assodato il voltafaccia del partito di governo Alianza Pais e del Presidente Lenin Moreno. Giovedì 23 Agosto scorso, il Primo Ministro ecuadoriano José Valencia annuncia la decisione presa dal Presidente Lenin Moreno, di uscire dall’Alba1 (=Associazione Bolivariana per l’America Latina), l’Alleanza voluta da Chavez, che riunisce tutti i paesi latinoamericani guidati da partiti affini, che aderiscono al movimento bolivariano, sorto in Venezuela. Questa grave decisione del governo ecuadoriano, guidato da Lenin Moreno, è stata presa in concomitanza con l’altra altrettanto grave decisione di far partecipare truppe della marina militare ecuadoriana alle esercitazioni militari navali organizzate dagli USA, che si tengono dal 31 Agosto al l’11 Settembre 2018, al largo di Cartagena, in Colombia. Oltre all’Ecuador, partecipano all’esercitazione militare navale, denominata LIX Esercitazione Multinazionale di Manovre Militari Unitarie, altri 11 stati: Argentina, Brasile, Canada, Colombia, Costa Rica, Honduras, Gran Bretagna, Messico, Panamá, Perú e Repubblica Dominicana, tutti sotto la guida degli USA.

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mateblog

Sulla Belt and Road Initiative

Nicola Tanno intervista Diego Angelo Bertozzi

51GIjsoDA4LLa Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.

* * * *

1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?

Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.