Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

lantidiplomatico

Il Venezuela, l'Italia, l'11 settembre

di Geraldina Colotti

allende maduroMolte volte si è richiamata l'analogia tra gli attacchi che hanno portato al colpo di Stato in Cile, l'11 settembre 1973, e quelli rivolti contro il Venezuela oggi. E' utile ricordarlo ancora in un momento in cui il portato del Novecento torna, prepotentemente, a interrogare il modello capitalista con le sue grandi questioni aperte, sul piano concreto e simbolico.

In America latina – continente che dall'inizio di questo secolo ha dettato il passo all'Europa, culla del movimento operaio - nel mirino vi sono tre punti fondamentali per le speranze di futuro del socialismo: la rivoluzione cubana, vittoriosa e indomita dal 1959; la rivoluzione sandinista, riemersa faticosamente dalle catacombe in cui era sprofondata dopo il ritorno del neoliberismo in Nicaragua, e ora di nuovo a rischio di essere ricacciata nel baratro; e la rivoluzione bolivariana, trincea di quel “socialismo del XXI secolo” che ha voluto rinnovare quello del secolo precedente cambiandone la definizione ma non il progetto e la finalità.

In Europa, e specialmente in Italia - tornata spaventosamente indietro dal lungo ciclo di lotta rivoluzionaria, anche di guerriglia, degli anni 1970 -, sembra non ci sia fine al peggio. Sembra, addirittura, che a cantarle chiare siano componenti xenofobe o falsi sovranismi corporativi, che turlupinano le masse con la peggiore demagogia, proprio mentre affermano di essere “liberi da tutte le ideologie”.

Vale, invece, ancora, quanto scriveva Marx nel 1859: “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.

0
0
0
s2sdefault

la citta futura

Usa, la mistificazione dei fondamentali economici

di Zosimo

Negli USA il clima di euforia sull’andamento economico nasconde la ripida crescita della diseguaglianza e della povertà

16d983dc229d1c86ae548cba58f45a7e XLL’attuale stato dell’economia statunitense evidenzia bene lo stridente contrasto tra indicatori positivi (PIL, disoccupazione, consumi, profitti) presi in considerazione dal pensiero economico dominante e altri indicatori trascurati che testimoniano la crescita di povertà e disuguaglianza, la stagnazione dei salari e il deterioramento delle condizioni di lavoro.

Negli ultimi tempi sulla stampa mainstream americana è un continuo succedersi di dati, informazioni e analisi che celebrano l’andamento positivo di tutti i principali indicatori macroeconomici, i quali dimostrerebbero quindi di uno stato di grazia dell’economia statunitense.

Il 2008 e la fase della crisi sembrano quindi ormai un lontano ricordo e neanche le incertezze e l’apparente instabilità politica determinata dalle tensioni attorno all’amministrazione Trump riescono tuttavia a scalfire quella che, leggendo i bollettini quotidiani, appare una vera e propria cavalcata trionfale.

Come siamo abituati ormai da decenni, gli indicatori economici che stanno sempre al centro dell’attenzione degli economisti e degli analisti sono soprattutto il PIL, il tasso di disoccupazione, i tassi di interesse e il tasso di inflazione.

Il PIL del primo semestre 2018 è cresciuto del +4,1% ad un tasso annualizzato, un valore che non si raggiungeva dal 2014 e che porta la Casa Bianca a toni trionfalistici, attribuendolo soprattutto alle politiche adottate con l’avvento della Presidenza Trump, in primo luogo la riforma fiscale, che ha tagliato le aliquote individuali soprattutto in favore delle fasce di reddito più elevate e che ha dimezzato l’imposta sul profitto d’impresa (19% invece del 35% precedente).

0
0
0
s2sdefault

mondocane

Libia-Siria: per chi tifano, per chi tifare

di Fulvio Grimaldi

Amici, anche stavolta siamo lunghi. Perdono. Comunque per 15 giorni sono fuori e, dunque, c’è tempo per piano piano farcela. Se credete

bambini isis ape10Diciamocelo: che bravi governanti sono quelli di Al Qaida e Isis!

Per chi tifano in Siria quelli là (non fatemeli nominare sennò Facebook mi banna e cancella il post) non è difficile saperlo: basta leggere il “New York Times”, standard aureo del giornalismo perennemente degno dei riconoscimenti, se non di Pulitzer, di Reporters Sans Frontières (il corrispettivo mediatico di Medicins Sans Frontières e altrettanto cari a quelli là). Se pensavamo che nella provincia nord-occidentale di Idlib si fossero concentrati, accolti, nutriti e armati dai vecchi padrini turchi, tutti i tagliagole Isis e Al Qaida generosamente fatti evacuare dai territori e dalle città da loro abbellite con croci appesantite da infedeli, o con pelli di corpi scuoiati di dissidenti, la lettura del “New York Times” ci libera dall’intossicazione di simili fake news.

L’autorevole giornale che, se non fosse stato per l’assist della CNN, dei media di obbedienza atlantista con, nel nostro piccolo, il “manifesto”, ci avrebbe con le sue sole penne liberato da Milosevic, Saddam, Gheddafi, Assad e dai Taliban, rettifica quella che finora e per troppo tempo, quasi otto anni, è stata un’informazione falsa, bugiarda, truffaldina. Assad, con quegli hackers e troll delle ingerenze urbi et orbi russe, con quegli spiritati di flagellanti sciti, iraniani e hezbollah, voleva farci credere, col supporto di chilometri di audiovisivi fabbricati, raffiguranti giustizieri cha spellavano vivi innocenti, li incendiavano, o li annegavano in gabbie o li crocifiggevano, o ne sposavano a ore le donne, che il suo paese era stato invaaso, non da oppositori democratici assistiti dalla “comunità internazionale”, bensì da un branco di ossessi islamisti attivati da una “comunità internazionale” in preda a psicopatia stragista. Come pretendeva fosse successo in Libia e, poi di nuovo, in Iraq.

0
0
0
s2sdefault

ist onoratodamen

Criticità e paradossi di un contesto imperialistico in crescente fibrillazione

di Gianfranco Greco

flumen elena di troia cavallo 300x195La particolarità della fase che stiamo vivendo riguarda, in particolar modo, il “campo minato” dell’approvvigionamento energetico laddove la Germania sta portando avanti insieme alla Russia il progetto del gasdotto “North Stream 2” che dovrebbe garantire, a partire dal 2019, circa 2.020 miliardi di metri cubi di gas russo alla Germania e da questa all’ Europa.

Svolgere una panoramica ad ampio spettro sulle criticità che insistono sull’attuale situazione a livello internazionale, traendone – per evidenziarle – quelle maggiormente significative, può rappresentare operazione un tantino complessa tenuto conto dell’elevato livello di fibrillazione che pervade quasi ogni angolo del mondo nonché il grado di interconnessione che lega tra di loro in un’unica rete i singoli contesti.

Tuttavia l’esigenza di sintetizzare al massimo ci porta a dover privilegiare alcuni temi che – quanto meno per la loro pregnanza nonché per la rapidità con cui si accompagnano – simboleggiano al meglio il “nuovo disordine” mondiale.

 

Crisi economica

Fantasiosi annunci di ripresa economica si accavallano a ritmo quotidiano giocando disinvoltamente su dati che vengono volutamente enfatizzati nel mentre si sottace sulle linee di tendenza dell’attuale fase economica, il che dovrebbe, al contrario, indurre ad una maggiore avvedutezza sul contesto globale.

0
0
0
s2sdefault

ilpungolorosso

Che fine ha fatto la “questione catalana”?

di Pungolo Rosso

F2052280942FAGF EDITORIAL 1932979 prOltre la Brexit, e il crescente caos che sta producendo nel Regno Unito, senza ovviamente che i lavoratori ne traggano il minimissimo beneficio, un altro tema è pressoché scomparso dai siti “sovranisti” di sinistra, ed è la questione catalana. E anche in questo caso, ci sono ottime ragioni perché coloro che vollero caricare l’opzione indipendentista di significati progressisti, antifascisti, anticapitalisti o addirittura socialisti, per non dire rivoluzionari, stiano in rigoroso silenzio. Infatti a quasi un anno dal referendum, alla confusione dominante a Madrid dove è nato un governo di minoranza in sostituzione del defunto governo Rajoy, fa da corrispettivo altrettanta confusione dentro il Junts per Cat, il partito di Puigdemont, dove si fronteggiano gli indipendentisti a tutti i costi e coloro che pensano invece a soluzioni di compromesso (per lo stesso Puigdemont l’indipendenza “non è l’unica soluzione”) con Madrid e il nuovo, fragilissimo premier Sanchez, già sconfitto sulla legge di bilancio (redatta in sostanziale continuità con la politica anti-operaia di Rajoy). In tanta impressionante confusione, la sola cosa certa è che alla guida delle istituzioni catalane si è insediato Joachim Torra, esponente della componente più conservatrice e razzista dell’indipendentismo, colui che è arrivato a definire i castellanohablantes – quelli che parlano spagnolo – “bestie in forma umana”; sulla scia, del resto, del suo ben più famoso predecessore Jordi Pujol che gratificò gli andalusi, che spesso sono proletari immigrati in Catalogna, come “individui anarchici che vivono in uno stato di ignoranza e miseria culturale”. Insomma: sciovinismo catalano a tutto campo!

0
0
0
s2sdefault

pensieriprov

La crisi turca e la sovranità nazionale

Una lettura

di Sandro Arcais

fassinoturchiaIn merito alla crisi turca, se ne sono dette tante, a partire dalle spiegazioni semplici per le menti semplici, gli autorazzisti, i tremebondi innamorati della superpotenza europea, i disprezzatori dell’italiano (soprattutto se povero, poco istruito, disoccupato, di provincia e meridionale), i convinti sino al fondo dell’ultimo neurone che gli Italiani non sono governabili, gli adoratori impotenti della potenza dell’euro.

Io vi propongo una lettura di ciò che sta avvenendo basata su alcune idee e concetti di un libro che dovreste assolutamente leggere da cima a fondo, per poi riprenderlo e rileggerlo nuovamente da cima a fondo facendo sedimentare bene concetti, processi, sistemi e costellazioni causali. Sto parlando di L’imperialismo globale e la Grande Crisi, di Ernesto Screpanti (qui un'intervista all'autore sul suo libro).

Nella parte finale del paragrafo dedicato alla disciplina finanziaria (pagg. 92-100) con cui il grande capitale delle multinazionali governa il mondo, apre le economie al libero mercato e le asserve alla produzione del valore (il loro delle multinazionali) e alla accumulazione (sempre la loro delle multinazionali), Screpanti prende in esame il ruolo della speculazione:

Gli speculatori, senza saperlo, svolgono un ruolo essenziale nell’attivazione della disciplina finanziaria su scala globale. Quando un paese in via di sviluppo ha un deficit “strutturale” nella bilancia dei pagamenti o quando assiste a un deflusso prolungato di capitali, la speculazione può aspettarsi una svalutazione della moneta nazionale. (Ernesto Screpanti, L’imperialismo globale e la Grande Crisi)

Che poi è la situazione in cui si trova da tempo la Turchia, che da una parte macina tassi di aumento del PIL alla cinese …

0
0
0
s2sdefault

la citta futura

La lotta di classe nella Russia di Putin e il nuovo movimento comunista russo

di Commissione Solidarietà Internazionalista di Fronte Popolare

Intervista al compagno Kirill Vasilev, membro del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito (OKP) russo

19b78fed6b8f594b1d412750b4efe365 XLIn occidente, la propaganda atlantista restituisce l'immagine di una Russia ancora una volta “impero del male, monoliticamente raccolta intorno al suo presidente autoritario e intenta a ordire complotti ai danni del mondo libero. Ciò serve da alibi per moltiplicare le iniziative aggressive contro il colosso eurasiatico: la russofobia, antica nell'Europa centrale e fortemente radicata anche negli Stati Uniti dai tempi della Guerra Fredda, serve dunque a mascherare la preoccupazione dei gruppi dirigenti atlantici per un cambiamento accelerato della scena internazionale che rischia di mettere in discussione la compattezza dello stesso blocco imperialista, all'interno del quale maturano spinte centrifughe ormai evidenti.

Nel frattempo, negli ultimi mesi la società russa ha visto diffondersi la protesta contro la riforma del sistema pensionistico fortemente voluta da Putin: una misura di stampo neoliberista che minaccia di aggravare seriamente le condizioni di sussistenza di un'ampia fascia della popolazione, in un paese in cui l'aspettativa di vita rimane sensibilmente bassa e le sacche di disagio sociale, dopo il decennio di crescita e relativa stabilità degli anni 2000, hanno ripreso ad aumentare, acuendo il malessere mai sopito provocato dall'ingiustizia sociale e dalla miseria che hanno accompagnato la restaurazione del capitalismo dopo la fine dell'Unione Sovietica.

La propaganda occidentale fornisce della situazione politica interna russa una visione al tempo stesso reticente e caricaturale, tutta tesa a diffondere la convinzione che l'unica alternativa al potere putiniano sia rappresentata dall'impopolarissima destra liberale e filo-americana. Il movimento comunista russo viene sistematicamente occultato. A dispetto di ciò, molti tra i militanti e simpatizzanti della sinistra italiana conoscono il principale partito d'opposizione parlamentare, il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) guidato da Gennady Zjuganov sin dal 1993: un partito dalla forza elettorale ancora significativa, seppure altalenante e in costante declino, che si caratterizza per una marcata vicinanza al governo sui temi della politica internazionale e per un crescente conservatorismo in politica interna.

0
0
0
s2sdefault

la citta futura

Venezuela, le cavallette dell'imperialismo

di Geraldina Colotti

Nessuna Weltanschauung è innocente, nessuna visione del mondo è neutrale, nessuna informazione è “imparziale”. I media di guerra sono la fanteria leggera del capitalismo. Nel sud globale, dove la lotta di classe è più difficile da occultare, funzionano da cavallette dell'imperialismo

cd57e341984c5ea5152726b8f2e89570 XLA proposito del Venezuela e del fallito attentato contro Maduro, torna la riflessione di Lukacs nel volume La distruzione della ragione. Il filosofo ungherese accusa Schopenhauer di aver offerto agli ufficiali prussiani il proprio binocolo da teatro per meglio sparare sugli insorti del 1848. Fatte le debite proporzioni storiche, filosofiche e culturali, si potrebbe usare la stessa frase nei confronti di quel giornalismo che, nell'avanzare della “modernità liquida” a scapito di un pensiero forte sul mondo e nell'assenza di un “intellettuale collettivo”, ha assunto sempre più peso nella formazione della “opinione pubblica” e di una determinata egemonia culturale.

La concentrazione monopolistica dei grandi gruppi editoriali ha reso anche l'informazione una merce al servizio del capitale e moltiplicato l'influenza dei grandi media nel sistema-mondo: uno scenario in cui si evidenzia la crescente spinta alla guerra imperialista come unica uscita dalla crisi strutturale in cui si dibatte il capitalismo.

Come abbiamo visto in questi anni, il ruolo dei media è stato quello di preparare, accompagnare e consolidare le aggressioni a paesi ricchi di risorse, fondamentali per ridefinire a favore del capitale lo sfruttamento del lavoro a livello globale. Ci hanno “raccontato” di guerre “umanitarie”, di “democrazia” da esportare con le bombe, sostituendo alla lotta di classe il paradigma della “vittima meritevole”: sia nella forma del carnefice eternamente impune (Israele), sia in quella del “caso umano” che deve mendicare ascolto in diretta anziché lottare con forza per i propri diritti (operai, migranti eccetera). Quella della “fine delle ideologie” risulta così la peggiore delle ideologie, nel senso proprio della falsa coscienza, assunta da una mandria acefala convinta della propria “unicità”.

0
0
0
s2sdefault

gramsci oggi

Il ruolo dell'imperialismo italiano

di Giuliano Cappellini 

Premessa

argeliaL’imperialismo è un sistema di conservazione sociale sia nei paesi che controlla, sfrutta e ai quali impedisce lo sviluppo, sia in casa propria perché lo sfruttamento di quei paesi serve a conservare quegli equilibri sociali interni che consentono alle classi dominanti di rafforzare le proprie posizioni. Limita perciò lo sviluppo economico e sociale anche nelle metropoli imperialiste.

Non è difficile verificare nella storia d’Italia la relazione complementare tra lo sviluppo socio-economico e l’influenza dell’imperialismo nazionale sulla politica del paese: dove aumenta l’uno diminuisce l’altro e viceversa. Il libro “In ricchezza ed in povertà”1 di Giuseppe Vecchi, professore di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è un importante lavoro di ricostruzione scientifica e di divulgazione che ci consente ora di disporre delle serie storiche italiane, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, che mostrano i tanti aspetti in cui si esprime lo sviluppo di una società. Specialmente (ma non solo) le serie del reddito e della sua distribuzione suggeriscono una divisione della storia italiana in pochi grandi periodi in cui si rilevano dinamiche più o meno uniformi e diverse da quelle degli altri periodi. Tale periodizzazione ci consente perciò di comprendere le caratteristiche di fondo della politica italiana diverse anch’esse tra periodo e periodo, e l’influenza che su questa ha avuto l’imperialismo “made in Italy”.

Nel grafico seguente2 , della serie del Pil per abitante,

0
0
0
s2sdefault

sinistra

Aporie della ‘dipendenza’ e ‘sviluppo ineguale’ tra Inghilterra, Irlanda e Russia

La ricerca/azione di Marx ed Engels

di Eros Barone

flint castle.jpgLargeDopo lunghi anni trascorsi a studiare la questione irlandese, sono giunto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dirigenti inglesi (e sarà decisivo per il mondo intero) non può essere sferrato in Inghilterra ma soltanto in Irlanda.[Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870]

La rivoluzione comincia in Oriente, là dove finora si trovava l’intatto baluardo e l’armata di riserva della controrivoluzione.[Lettera di Marx ad Albert Sorge, 27 settembre 1877]

  1. 1. La questione irlandese

Per situare correttamente la ricerca/azione sulla possibilità della rivoluzione socialista in Inghilterra, ricerca/azione che vide fortemente impegnati Marx ed Engels nel periodo intercorrente fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del XIX secolo, è necessario delineare una periodizzazione della storia politico-sociale dell’Irlanda, in quanto proprio in questa isola, come prima Engels e poi Marx arriveranno a concludere, si trovava la chiave di quella possibilità.1

In tal senso, si possono individuare tre fasi principali della lotta di classe in Irlanda, fermo restando che il comun denominatore di questa lotta è il legame inscindibile tra l’istanza della liberazione nazionale e la questione agraria. Che questo sia il comun denominatore risulta infatti con estrema evidenza dal fatto che oppressore nazionale e oppressore di classe si identificano in una stessa figura, quella del grande proprietario terriero inglese, talché la chiave della “questione irlandese” va ricercata proprio nella questione agraria.

Orbene, la prima fase, caratterizzata dalla rivendicazione dell’autonomia, va dal 1825 al 1843 ed è dominata dalla personalità dell’avvocato Daniel O’Connell, leader di un’alleanza che comprendeva la borghesia cattolica irlandese e il partito ‘whig’ inglese.

0
0
0
s2sdefault

contropiano2

La fine dell'”eccezionalismo” americano

di Redazione

trump putin vertice helsinki lapresse 2018 thumb660x453I vertici a due sono sempre un po’ problematici da leggere. I protagonisti – in questo caso Trump e Putin – raccontano quel che a loro conviene far sapere, tacciono su tutto il resto. La stampa internazionale si muove assecondando gli interessi delle rispettive proprietà, e quindi gioca a rilasciare interpretazioni sulla falsariga del “a chi giova” oppure “chi vince, ci perde”.

I media mainstream – a cominciare dall’orrenda Repubblica – si sono concentrati sullo scontro Trump-Fbi, sugli strascichi del Russiagate e le presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali Usa. Hanno insomma proseguito una sorta di campagna elettorale post-elettorale per conto dell’establishment Usa (democratici e repubblicani uniti, entrambi spiazzati dal “pazzo”).

Impossibile sapere o ricostruire, da quelle fonti, la mappa degli interessi economici e geopolitici in gioco, le implicazioni dirette e indirette, i cambiamenti nei rapporti di forza che in questi vertici vengono registrati e formalizzati.

Siamo perciò andati a cercare le analisi di due dei migliori interpreti delle dinamiche globali per consentire anche ai nostri lettori di orizzontarsi fuori dal blob della propaganda. Due punti di vista specialistici molto diversi e proprio per questo utili. Sul piano geopolitico riportiamo di seguito l’analisi di Alberto Negri, storico inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero di grande indipendenza e chiarezza espositiva. E quello di Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, che privilegia naturalmente i dati dell’economia globale.

Dall’incrocio di queste analisi molto informate emergono alcuni “trend” che cerchiamo di tenere d’occhio da molto tempo:

0
0
0
s2sdefault

la citta futura

Lenin: l’imperialismo rende necessaria la rivoluzione

di Renato Caputo

Dalla distinzione fra guerra imperialista e guerra rivoluzionaria, alla critica agli Stati uniti d’Europa

02d8012e1db1554c5c16460f67368f3a XLIl nodo centrale su cui, secondo Lenin, è necessario fare chiarezza, per smascherare davanti alle masse popolari i social-sciovinisti – ovvero coloro che si definiscono socialisti per meglio occultare la propria adesione allo sciovinismo – è imparare a distinguere nettamente la sacrosanta lotta dei popoli per l’autodeterminazione nazionale, dal sedicente diritto dei socialisti di sostenere una guerra imperialista con la scusa della necessità della difesa della patria: “per spacciare la presente guerra – la Prima guerra mondiale – come una guerra nazionale i socialsciovinisti si richiamano all’autodeterminazione delle nazioni. Contro di loro vi è un’unica lotta giusta: bisogna dimostrare che la guerra in corso non si combatte per emancipare le nazioni, ma per stabilire quale dei grandi briganti debba opprimere più nazioni” [1].

D’altra parte Lenin è altrettanto duro con i social-pacifisti, ovvero coloro che si dicono rivoluzionari a parole, ma sono riformisti nei fatti, in quanto sono contrari a trasformare la guerra imperialista, in una guerra sociale rivoluzionaria, mediante cui abbattere l’imperialismo, quale causa principale delle guerre nel mondo contemporaneo. Perciò, a parere di Lenin, “giungere a negare la guerra, condotta realmente per liberare le nazioni, significa fornire la peggiore caricatura del marxismo” [2]. L’appello al disarmo e alla non violenza rischia di non essere altro che il tratto distintivo dell’impotenza propria del cavaliere della virtù o dell’anima bella inevitabilmente travolti dall’implacabile destino, ovvero dal necessario sviluppo del corso del mondo. In effetti, come mette in guardia Lenin: “solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi, ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima” [3].

0
0
0
s2sdefault

mondocane

Putin, Trump, Deep State, Coppa del Mondo, Mattarella

di Fulvio Grimaldi

Trump Putin summit set for July 16 in Helsinki FinlandBrevemente, sugli splendidi (più per organizzazione, atmosfera, che per gioco) Mondiali 18 di Russia, riflessioni di uno spaparanzato al sole, irradiato da un incontro Putin-Trump che, riprendendo i toni positivamente alternativi del ciuffone di polenta nei suoi trascorsi elettorali e anche prima (rapporti con la Russia, Nato, messa in discussione della False Flag 11 settembre), incontrando quelli, da sempre saggi e corretti, di Putin, non ha potuto che trasformarsi in puntura di speranza per i giusti e onesti del mondo. Ma come i vaccini con i residui di metalli pesanti e altro, dal cui morso coatto ora pare voglia almeno parzialmente liberarci la ministra 5 Stelle, anche questa fialetta, al promesso bene, aggiunge un fondo rancido.

E qui le riflessioni escono dall’area di luce per disperdersi nel buio di un’ombra affollata dai ectoplasmi neri della mediacrazia uccidentale, dall’Huffington Post al manifesto, attraverso le sette montagne di Mordor popolate dai giornaloni e televisionone. Frustrata oltre ogni limite da un rapporto cazzate-cose buone del governo, che l’ha fatta sbroccare già solo per museruola ai biscazzieri, sindacato dei militari, riposo domenicale degli esercizi, possibile veto alle sanzioni alla Russia, freno al precariato, tagli alle borse gonfie d’oro sottratto, approccio culturale anziché mercantile alla Cultura, il Comandante della Forestale all’Ambiente, sabbia negli ingranaggi dello spostamento indotto di popoli, mazzate ai delocalizzatori (d’accordo, lo so, non ci basta, vorremmo tutto subito, ma la marcia delle donne su Versailles non è ancora partita, per ora le fanno fare la guerra ai maschi), l’élite, subiti questi graffi, ha scatenato i suoi media.

0
0
0
s2sdefault

effimera

Il mondo altro in movimento

di Marco Calabria

La prefazione di Marco Calabria all’edizione italiana dell’ultimo libro di Raúl Zibechi, giornalista e studioso uruguaiano: Il “mondo altro” in movimento. Movimenti sociali in America latina  (traduzione di Francesca Caprini ed Enzo Vitalesta, Nova Delphi Libri, Roma 2018)

UruguayA tener fermo lo sguardo sul mondo, si rischia di perdere la velocità dei sogni. Bisogna saperlo muovere, lo sguardo, per comprendere quel che esprime chi rifiuta l’ordine delle cose esistente e per coltivare la speranza di poter cambiare. La speranza, forse oggi più che mai, è la vita che si difende, ma deve potersi alimentare di una confidenziale relazione con la realtà. Solo così riesce ad accendere il motore molecolare dei movimenti nelle società, a far sì che l’energia chimica delle idee si converta in forza sociale meccanica. Dobbiamo muoverci di continuo anche noi, naturalmente, dobbiamo affermare la libertà del movimento, per noi e per tutti, imparare o re-imparare a spostarci liberamente dal luogo fisico e simbolico che c’è stato assegnato. Se c’è un tratto che forse spicca più d’ogni altro, nel tenace lavoro di scavo che Raúl Zibechi fa da decenni nei percorsi più profondi di emancipazione dei movimenti popolari, è proprio la capacità di guardare le prospettive dinamiche, di mettere in discussione, giorno dopo giorno, quel che sembrava accertato a una prima lettura dei fatti, la capacità di re-imparare dalla realtà. Ne abbiamo avuto una testimonianza diretta, quanto illuminante, in occasione del suo secondo viaggio alla Realidad, compiuto a vent’anni di distanza dal primo: «Pensavo d’aver capito abbastanza cose sullo zapatismo e invece non avevo capito la parte essenziale».

Qualcosa di non molto diverso accade nella sezione più rilevante di questo nuovo lavoro sui movimenti dell’América Latina. Vale a dire nella meticolosa rilettura critica di un saggio breve che lo stesso Zibechi aveva scritto quindici anni prima sul ciclo di lotte emerso negli anni a cavallo del cambio di secolo.

0
0
0
s2sdefault

eticaeconomia

L’imperialismo colpisce ancora

di Paolo Paesani

gillray plumpuddingHa ancora senso parlare di imperialismo? E se la risposta è sì, che forma assume l’imperialismo, inteso come forma organizzata di sfruttamento, nel mondo post-coloniale, post-moderno e globale di oggi? Queste domande hanno animato due incontri che hanno avuto luogo, pochi giorni fa, presso le Facoltà di Economia dell’Università Roma3 e di Scienze Politiche della Sapienza.

A fornire l’occasione per questi incontri è stata la recente pubblicazione, per i tipi della casa editrice Routledge, di un volume dal titolo “The changing face of Imperialism”. Il volume, curato da Sunanda Sen (Jawaharlal Nehru University) e Maria Cristina Marcuzzo (Sapienza Università di Roma), raccoglie quattordici saggi che analizzano la teoria e la prassi dell’imperialismo e i suoi legami con l’idea di potere, adottando una prospettiva multidisciplinare, indubbiamente “di sinistra”, ma fondata sull’analisi rigorosa dei fatti e sulla costruzione di modelli interpretativi , non su semplici slogan.

Dal confronto fra le curatrici del volume e alcuni colleghi, tra i quali chi scrive, è emerso tutto il disagio della teoria economica contemporanea nei confronti del tema del potere e la tendenza a relegarlo tra il fallimenti del mercato (potere di monopolio, Big business, potere dei manager nelle grandi tecnostrutture) o a nasconderlo dietro la cortina di fumo della teoria dei giochi.

Il libro, adotta un approccio diverso e tratta l’imperialismo, il potere e i conflitti che ne accompagnano l’esercizio come aspetti essenziali del capitalismo e dei rapporti economici fra le nazioni e al loro interno, partendo dalla premessa che il capitalismo industriale e post-industriale è ormai diffuso dovunque e che la globalizzazione lancia una sfida all’idea tradizionale di un mondo in cui i paesi sviluppati sfruttano sistematicamente quelli intrappolati nel sottosviluppo.

0
0
0
s2sdefault