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Il ritorno di Giovanni Arrighi
di Pierfranco Pellizzetti
Torna in libreria "Il lungo XX secolo" di Giovanni Arrighi, riedito dal Saggiatore con l'aggiunta di un poscritto dell'autore. Un piccolo grande classico di uno dei più apprezzati intellettuali italiani a livello internazionale, scomparso nel 2009. Una lettura essenziale per una profonda ritaratura delle analisi sulla crisi economica globale, a fronte dell'incapacità del pensiero dominante di interpretarne le cause.
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«Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio». (Fernand Braudel)
Un "grande libro" merita di essere considerato tale non sulla base delle ipotetiche verità che racchiude tra le sue pagine, quanto per i processi mentali a catena che innesca. Titolo, quello di grande libro, che - per l'anno 1994 - spetta senza dubbio a Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi storico dell'economia milanese, emigrato negli Stati Uniti quindici anni prima, nel 1979. Un periodo, durato fino alla sua morte, avvenuta nel 2009, in cui Arrighi ha insegnato alla State University di New York e cooperato al Fernand Braudel Center, diretto da Immanuel Wallerstein sempre nella Grande Mela.
Un milieu dove si coltivava - nel ricordo del maestro francese della longue durée e della civiltà materiale - una visione sistemica dei processi economici in totale contrasto con il paradigma dominante dell'epoca: il mainstream microeconomico al servizio di operazioni ideologiche, cornice concettuale della thatcher-reaganomic; strumenti di guerra accumulati negli arsenali della controrivoluzione neoliberista - appunto - nell'ultimo quarto del XX secolo.
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Berlino batte un colpo? Spigolature geopolitiche
di rk
Un tabù si rompe. Questo il tono generale dei commenti a un articolo apparso sull’edizione online del settimanale tedesco forse più importante: Die Zeit. Di cosa si tratta?
Il titolo suona: l’Europa deve ricalibrare i suoi rapporti con gli Usa. Sottotitolo: la Ue non può più sottomettersi a strategie made in Washington ma portare avanti i propri interessi e porre chiari limiti anche agli amici. L’autore, tedesco, non è un politico ma il direttore del programma di strategia del Global Policy Institute, un importante think tank di base a Londra. Come giustamente sottolinea il sito German-Foreign-Policy, il merito principale dell’articolo è di aver portato alla luce del sole l’acceso dibattito interno all’establishment tedesco sulla vicenda ucraina. Un dibattito che non solo rispecchia forti divergenze, del tutto trasversali ai vari partiti, sulle prospettive del legame tra Germania (e Europa) e Russia-Cina, ma anche gli umori di un’opinione pubblica niente affatto irretita nel corso anti-russo fin qui seguito, con più di un contorcimento, dal governo Merkel e nella narrazione delle vicende ucraine propinate dai media nazionali. (Ovviamente nulla di ciò trapela nell’informazione nostrana).
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Gas, nazi e media: la verità sulla guerra
Franco Fracassi
Un'azienda del gas, un oligarca e un'agenzia di pubbliche relazioni senza scrupoli, un gasdotto che non s'ha da fare e impronte che portano molto vicino alla Casa Bianca
«È mia profonda convinzione che un piccolo numero di parole, ma con grande impatto emotivo, possa modificare le convinzioni dell'opinione pubblica». «In Bulgaria è andato tutto bene. Adesso bisogna spingere per Odessa». Un inglese e uno statunitense. Per adesso non importa come si chiamino, né che ruolo abbiano in questa vicenda. Odessa, Sofia, Londra, Washington e Dniepropetrovsk. Questa è la storia di due incontri segreti. È la storia del controllo dell'approviggionamento di gas all'Europa. È la storia di un'agenzia di pubbliche relazioni in grado di manipolare l'informazione internazionale. È la storia del cuore del potere mondiale, e di come esso abbia anche a che fare con profitti personali. È la storia di un massacro nazista. È la storia di una guerra. In mezzo più di quaranta milioni di cittadini inermi. In altre parole, questa è la storia (a quanto pare) del perché in Ucraina c'è stato un colpo di Stato e del perché si sta combattendo una guerra civile.
Iniziamo con lo scenario. Le più grandi riserve di gas del mondo si trovano in Russia o in Kazakistan, Paese alleato di Mosca. Ma nuovi e ricchi giacimenti sono stati recentemente rinvenuti anche in Ucraina. La Russia è il più importante fornitore di gas all'Europa. Fino a pochi anni fa la maggior parte dei gasdotti (e degli oleodotti) transitavano per il territorio ucraino.
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Il neocolonialismo francese in Costa d'Avorio
di Enzo Brandi
La defenestrazione e l’arresto del Presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo nel settembre del 2011 ad opera dell’esercito francese si configura – secondo il giudizio di tutte le fonti indipendenti riportate più sotto in appendice – come un vero colpo di stato – ammantato di false motivazioni “umanitarie” – attuato per difendere gli interessi neo-coloniali della Francia.
Questa vicenda si iscrive in un quadro di innumerevoli interventi simili (anch’essi riportati sinteticamente in appendice) con cui la Francia, massima potenza coloniale dell’Africa settentrionale ed occidentale, dopo essere stata costretta a concedere l’indipendenza ad una serie di sue ex-colonie, ha cercato di mantenerne l’effettivo controllo economico e politico. Anche l’attacco ad un paese indipendente come la Libia attuata dal Presidente Sarkozy, che pure non era stata una colonia francese, si iscrive in questo quadro.
Sarà utile quindi ricordare per sommi capi la storia della Costa d’Avorio (il vero gioiello dell’ex-impero coloniale francese in quanto paese più ricco dell’Africa occidentale) a partire dal conseguimento dell’indipendenza ottenuta nel 1960.
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Dialoghi con Georges Corm
Intervista di Lorenzo Carrieri*
Riportiamo qui di seguito un'intervista a Beirut con Georges Corm, economista, storico ed intellettuale libanese, professore presso la Saint Joseph University. Profondo conoscitore della realtà mediorientale e delle sue dinamiche, lo intervistiamo spaziando dalle primavere arabe al balance-of-power in medio-oriente, analizzando quella che è la questione sociale ed economica del mondo arabo, e per una critica delle categorie epistemologiche occidentali sul medio oriente.
D: Tempo fa abbiamo visto l'esplodere delle primavere arabe: di quelle esperienze cosa sopravvive oggi? Ha ancora senso, oggi, parlare di primavere arabe dopo il colpo di stato militare in Egitto (e in questi giorni la vittoria di Al-Sisi alle elezioni, segnate da un fortissimo astensionismo), la vittoria degli islamisti di Ennhada in Tunisia e il sempre crescente potere delle milizie islamiste in Libia?
Uno, nel breve termine, è tentato di essere pessimista guardando a cosa è successo. Ma non dobbiamo dimenticare che le primavere del 2011 sono un evento storico che può ancora produrre molte ondate di riflusso, una serie di tentativi rivoluzionari da parte delle classi sociali arabe: le rivolte del 2011 rappresentano un'impronta, un' inizio, all'interno del mondo arabo. Se guardiamo ad ogni rivoluzione, la russa, la francese, anche la cinese, ognuna di queste ha avuto le sue tappe, lo stesso sta accadendo nel mondo arabo: la rivoluzione non può darsi in 3 giorni, è un processo di lunga durata!
Credo comunque che gli eventi del 2011 siano importantissimi: essi hanno contribuito a ricostituire ciò che io chiamo “la coscienza collettiva araba”, che è qualcosa di totalmente differente e antagonista rispetto al modo in cui i paesi arabi sono stati governati.
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Abbasso la democrazia occidentale! (Altro che urne elettorali!)
di Andre Vltchek
Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo occidentale: questa volta è lo spettro del fascismo. E’ arrivato silenziosamente, senza grandi fanfare e parate, senza braccia levate e urla tonanti. Ma è arrivato, o è tornato, essendo sempre stato presente in questa cultura, una cultura che per secoli è andata schiavizzando il nostro intero pianeta.
Come successe nella Germania nazista, alla resistenza all’impero fascista è nuovamente attribuito in nome disgustoso: terrorismo. Partigiani e patrioti, combattenti della resistenza, tutti loro furono e sono sempre stati definiti terroristi da fanatici fascisti.
Secondo la logica dell’Impero, assassinare milioni di uomini, donne e bambini in ogni angolo del mondo all’estero è considerato legittimo e patriottico, ma difendere la propria madrepatria è stato ed è un segno di estremismo.
Tutto è fatto nel nome della democrazia, nel nome della libertà.
Un mostro non eletto, così come ha fatto per secoli, sta giocando con il mondo, torturando alcuni, saccheggiando altri, o facendo entrambe le cose.
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Una storia che viene da lontano
di Elisabetta Teghil
L’avvio della rivoluzione arancione in Ucraina si può datare 17 febbraio 2002. L’amministrazione Bush entra a piedi tesi nella campagna elettorale con cospicui finanziamenti così come la Fondazione di Gorge Soros che dichiara di aver speso, sempre in Ucraina, cinquanta milioni di dollari tra il 1990 e il 1999.
Ed ancora, la segretaria di Stato Madeleine Albright invita i rappresentanti delle duecentottanta Ong presenti nel paese a contestare il governo. Si mette così in moto un meccanismo già oliato con la così detta “rivoluzione delle rose” in Georgia.
La strategia è dettata da uno dei fondatori della Trilaterale e tra i più autorevoli consiglieri dei presidenti americani, Zbigniew Brzezinski “...l’allargamento dell’orbita euro-atlantica rende fondamentale l’inserimento dei nuovi stati indipendenti ex sovietici e in particolare dell’Ucraina”.
E, nel 2004, per l’esattezza il 10 dicembre, Peter Zeihan arricchisce e completa la strategia statunitense “..la sconfitta della Russia non è completa”.
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Imperialismo e geopolitica: la lotta di classe nelle elezioni brasiliane
Marcos Aurélio da Silva
Gran parte del dibattito pubblico che si tenne all’interno alla sinistra alle presidenziali brasiliane del 2010 fu dominato dalla preoccupazione che la campagna elettorale fosse poco politicizzata, segnata dalla completa assenza di argomenti relativi a ciò che Gramsci (2002a) chiamava la "grande politica". E che questo difetto avrebbe colpito soprattutto il partito a capo della coalizione di governo. Vittorioso dal 2002, il Partito dei Lavoratori (PT), dalle lotte gloriose nel campo della sinistra fin da quando fu fondato, si presentava ora ─ ma già dalle sue prime mosse al governo, come sostiene un suo importante interprete (Coutinho, 2010) ─ con un discorso eminentemente tecnico, finalizzato solo alla gestione del capitalismo.
È probabile che la stessa tesi sarà nuovamente sostenuta per qualificare le elezioni presidenziali che si terranno quest'anno, in cui, ancora una volta, una coalizione guidata dal Partito dei Lavoratori (PT), nonostante i vantaggi di cui dispone, si prepara ad affrontare una prova difficile. Basta vedere le lamentele di molti intellettuali di sinistra quando si analizzano le proteste dello scorso anno. Questi accusano l’accordo con “la borghesia nella cupola” dello Stato, che promovendo una "inversione della coscienza di classe" ed "una inflessione conservatrice nel senso comune," riduce il "desiderio” della strada al “reale e possibile" (Iasi 2013: 46).
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La vera posta in gioco nella crisi ucraina*
di Manlio Dinucci
La vera posta in gioco, nell’escalation della crisi ucraina da novembre ad oggi, non è l’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma l’annessione dell’Ucraina alla Nato.
L’Ucraina è una pedina fondamentale nel piano Usa di espansione a est, cominciato con l’inglobamento nella Nato di paesi dell’ex patto di Varsavia, dell’ex URSS e dell’ex Jugoslavia e corredato più di recente dall’installazione di basi e forze militari a ridosso della Russia.
Armi di distrazione di massa
La guerra per il controllo dell’Ucraina è iniziata con una possente psyop, operazione di guerra psicologica, in cui vengono usate le sperimentate armi di distrazione di massa. Le immagini con cui la televisione bombarda le nostre menti ci mostrano militari russi che occupano la Crimea. Nessun dubbio, quindi, su chi sia l’aggressore.
Ci vengono però nascoste altre immagini, come quella del segretario del partito comunista ucraino di Leopoli, Rotislav Vasilko, torturato da neonazisti che brandivano una croce di legno. Gli stessi che assaltano le sinagoghe al grido di “Heil Hitler”, risuscitando il pogrom del 1941.
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Il problema è la Nato
di Tommaso Di Francesco
Crisi Ucraina. A bordo dei tank di Majdan si sono posti anche Obama e l'Unione europea
L’offensiva sanguinosa dell’esercito di Kiev non si ferma. Corre sul bordo sottile non solo della guerra civile, perché la portata dell’azione militare rischia l’intervento militare russo. Siamo sul baratro d’una guerra europea. Vanno in fretta i carri armati del governo di Majdan.
Devono sventare il referendum convocato per l’11 maggio nelle città della regione orientale del Donbass sull’indipendenza dall’Ucraina, per riaffermare l’autorità di Kiev con la forza dei tank e confermare a ogni costo, contro i «terroristi», la data delle elezioni centrali ucraine del 25 maggio. Fatto singolare, la seconda data richiama quella delle elezioni europee nelle quali, ahimé, l’argomento della pace non ha il benché minimo ascolto. Così la repressione non s’arresta. È più organizzata e perfino peggiore di quella del corrotto Yanukovitch contro i rivoltosi di Majdan, ma è sostenuta da tutto l’Occidente e continua ad essere praticata con il concorso dell’estrema destra che, a Odessa, ha assaltato il presidio dei filorussi, bruciando poi l’edificio dei Sindacati dov’erano riparati in fuga e dove hanno trovato la morte almeno 40 persone.
Un massacro che non ferma la repressione. Anche se a praticarla sono gli stessi che si sono legittimati per quattro mesi denunciando, in un coro greco di media, la repressione di piazza Majdan.
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Effetto Stranamore
Come ci stanno convincendo ad accettare un'altra guerra mondiale
di John Pilger
L’altro giorno mi sono rivisto il Dr. Stranamore. L'avrò visto forse una dozzina di volte, rende bene il concetto delle notizie senza senso. Quando il maggiore Major T.J. “King” Kong va “in punta di piedi con i Rooskies” e vola con il suo bombardiere nucleare B-52 verso un obiettivo in Russia, lascia al Gen. "Buck" Turgidson il compito di rassicurare il Presidente.
- “Dovremo essere i primi a sparare” - dice il generale - " e ne potremo ammazzare massimo 10- 20 milioni, non di più".
- Il Presidente Merkin Muffley : "Non mi farete passare alla storia come il più grande genocida dopo Adolf Hitler ."
- Generale Turgidson : "Forse potrebbe essere meglio, signor Presidente , se Lei fosse più interessato al bene del popolo americano che a come Lei sarà ricordato nei libri di storia "
Il genio del film di Stanley Kubrick è che ha rappresentato con precisione la follia e i pericoli della guerra fredda. La maggior parte dei personaggi sono basati su persone reali e maniaci veri. Oggi non c’è niente che equivalga a Stranamore, perché la cultura popolare ormai guarda quasi esclusivamente dentro la propria vita interiore, come se l'identità personale fosse lo spirito della morale dominante e la satira, quella vera, supera la realtà; ma i pericoli restano gli stessi. L'orologio nucleare è rimasto fermo a cinque minuti a mezzanotte e sventolano ancora le stesse "false flag" con gli stessi obiettivi dettati dallo stesso "governo invisibile", come spiegò Edward Bernays, l'inventore delle pubbliche relazioni, quando descriveva cos'è la propaganda moderna.
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I cecchini della libertà
di Lanfranco Binni
Arriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.
Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.
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Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade
Samir Amin
1. L'attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell'imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti "la Triade") di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:
- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;
- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.
In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove "repubbliche democratiche" di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta "comunità internazionale", a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar.
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Siria, i segreti della guerra chimica
di Seymour M. Hersh
Dopo l’attacco chimico a Damasco, l’agosto scorso, Obama stava per lanciare un raid aereo alleato contro la Siria, come punizione per avere infranto la “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche. Poi, di colpo, il raid fu sottoposto all’approvazione del Congresso, infine annullato dopo la rinuncia di Assad all’arsenale chimico, concordata dalla Russia. Perché Obama s’è tirato indietro? I militari Usa erano convinti che la guerra fosse ingiustificata e potenzialmente disastrosa.
Il ripensamento di Obama si fonda sulle analisi condotte nel laboratorio della Difesa britannica su un campione di sarin usato nell’attacco del 21 agosto. Il campione non corrispondeva ai lotti dell’arsenale chimico siriano noto. L’accusa contro la Siria non reggeva, fu informato lo Stato maggiore Usa. Da mesi i militari e l’Intelligence osservavano con preoccupazione l’ingerenza dei Paesi confinanti, in particolare della Turchia, nella guerra siriana. Che il premier Erdogan sostenesse il Fronte al-Nusra, una fazione jihadista dell’opposizione, e altri gruppi islamisti, era noto. «Sapevamo che alcuni nel governo turco credevano di prendere Assad per le palle, inscenando un attacco col sarin in Siria», dice un ex alto funzionario della Intelligence Usa, aggiornato sui dati attuali. «Così avrebbero costretto Obama a intervenire, memore della “linea rossa”».
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La guerra senza sacrifici
di Marco Bascetta
In uno studio di qualche anno fa Grégoire Chamayou aveva ricostruito una storia e una fenomenologia del potere a partire dalla sua natura «cinegetica», ossia prendendo le mosse dal ruolo decisivo che la caccia riveste nella conquista e nella conservazione del dominio sugli uomini. Una caccia, però, del tutto particolare: la caccia all’uomo (Le cacce all’uomo, manifestolibri). Non sorprende dunque che questa sua linea di ricerca lo abbia condotto a prendere in esame il congegno che, sostituendosi progressivamente ai più tradizionali strumenti tecnologici e organizzativi, rappresenta la frontiera più avanzata della caccia all’uomo: il drone, nel gergo militare Unmanned combat air vehicle (Ucav), ossia aeroveicolo da combattimento senza equipaggio (Teoria del drone, Deriveapprodi, pp 215, euro 17.00). Un occhio che indaga e uccide, senza limiti di spazio e di tempo. Insonne, attento, dotato di una memoria prodigiosa, raccoglie paziente gli indizi che fanno di un essere umano un nemico e dunque una preda. La insegue dal cielo in ogni luogo e in ogni suo gesto, ne traccia il profilo biografico e, infine, la abbatte. Ma a differenza del cacciatore, esposto al confronto con la preda, e sempre a rischio di vedere invertirsi le parti, di passare dall’inseguimento alla fuga, il pilota del drone siede al riparo da ogni minaccia in una cabina di comando, a migliaia di miglia dal suo bersaglio e dall’ambiente ostile che lo circonda, in un Olimpo dal quale partono i fulmini scagliati in un’unica direzione. Sorveglia e distrugge il mondo di ombre che popola il suo schermo e, all’altro capo della terra, una vita reale che piuttosto approssimativamente vi si riflette. Alla vittima non è dato combattere, nessun nemico è alla sua portata, né odio, né compassione, né paura filtrano attraverso il corpo metallico della macchina che esploderà il colpo fatale.
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