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Gli assassini della Casa Bianca
di Michele Paris
Un agghiacciante articolo apparso settimana scorsa sul New York Times ha descritto esaustivamente le modalità con cui la Casa Bianca autorizza l’assassinio mirato di presunti terroristi islamici in paesi come Pakistan, Yemen e Somalia. Il lungo resoconto del quotidiano americano fa luce su un programma palesemente illegale e condotto nella quasi totale segretezza, nel quale il presidente Obama si assume l’intera responsabilità di decidere della vita e della morte di individui che quasi mai rappresentano una reale minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Con cadenza settimanale, un centinaio di membri dell’apparato anti-terrorismo americano si riuniscono in videoconferenza per valutare le biografie di sospettati di terrorismo che vengono poi raccomandati al presidente per entrare in una apposita “kill list”. Questo processo segreto di “nomination”, scrive macabramente il Times, si risolve nella decisione finale di Obama, il quale stabilisce personalmente chi debba essere assassinato con un’incursione dei droni impiegati oltreoceano.
Secondo le parole del consigliere per la sicurezza nazionale, Thomas Donilon, il presidente “è determinato nello stabilire fin dove debbano arrivare queste operazioni”, cioè in sostanza si attribuisce il potere di uccidere chiunque sia sospettato di far parte di organizzazioni terroristiche e si trovi sul territorio di paesi sovrani non in guerra con gli USA, senza passare attraverso un procedimento legale. Nelle sue decisioni, Obama è costantemente assistito dal capo dei consiglieri per l’anti-terrorismo, John Brennan, veterano della CIA profondamente implicato nelle torture dei detenuti durante l’amministrazione Bush.
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Dopo Hollande: note per riaprire il dibattito
di Marco Assennato
La discussione sulle elezioni francesi sembra – tranne qualche rarissimo tentativo critico: né entusiasta né liquidatorio – bloccata. Per stare ai più autorevoli rappresentanti di questa opzione secca direi: da una parte chi, con Rossana Rossanda, vede nella vittoria di Hollande una svolta (segnata, dice Rossanda da tre punti, ovvero una trattativa per la revisione del Fiscal Compact, il primato all’occupazione giovanile e il voto amministrativo agli immigrati); dall’altra chi, come Joseph Halevi ritiene si debba uscire dall’effetto ipnotico esercitato dalla vittoria delle sinistre in Francia, per sottolinearne i deficit di proposta socialista, con particolare attenzione alle politiche di budget. Sul sito di Uninomade, invece, Toni Negri nelle scorse settimane proponeva, a mio avviso correttamente, un approccio critico e aperto e chiamava alla necessita di riaprire la discussione direi laicamente. Invito che mi pare oltremodo necessario, innazitutto per tiraci fuori da una lettura tutta chiusa sulla sfera della rappresentanza e del governo – perdipiù nazionali seppur d’una nazione importante – e cercare di sviluppare qualche linea di tendenza. Ragionerei dunque così: dando per acquisiti gli elementi di fondo che sono stati proposti – ovvero: l’attenzione alla composizione di classe post-fordista e cognitiva del voto, localizzata nelle metropoli; l’individuazione dei tratti salienti del programma europeo rinnovato in termini socialisti incarnato da Hollande; il ritardo clamoroso di Hollande, come e persino peggio di Melanchon, rispetto alle richieste, ai claims che vengono dai nuovi soggetti sociali; l’attenzione desta sull’exploit del Front National di Marine Le Pen. E a partire da queste prime linee provare a sviluppare collettivamente l’analisi.
La divaricazione tra capitalismo e democrazia. La stampa francese riserva molto spazio alla ritrovata sobrietà della più alta carica dello Stato, al capovolgimento del carattere da droite decomplexée della presidenza Sarkozy: temi non necessariamente secondari se è vero che nella produzione del discorso politico si muove sempre un tentativo di costruzione di immaginario che produce effetti concreti, e, nel caso specifico della campagna presidenziale gli accenti del presidente uscente si erano fatti vieppiù preoccupanti, violenti, identitari e aggressivi.
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Chi governa l’Europa?*
di Franco Russo
1.
È consolidato nei Trattati europei il principio di attribuzione delle competenze, e il Trattato sull’Unione Europea, quello di Lisbona, lo riprende all’articolo 5: «La delimitazione delle competenze dell’Unione si fonda sul principio di attribuzione […] l’Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono state attribuite dagli Stati membri nei Trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei Trattati appartiene agli Stati membri». Ho voluto ricordare questo perché è ripresa, in occasione del Patto Fiscale, una polemica sulla cessione di sovranità e sul ruolo degli Stati nazionali. Non ho intenzione di riaprire la vecchia questione sollevata da Dieter Grimm se una costituzione per essere tale debba sia disciplinare l’organizzazione dei poteri, sia attribuire la competenza delle competenze, mentre l’UE continua a non esserne dotata. I Trattati, sostiene Grimm, sono espressione della ‘volontà’ degli Stati, che decidono di autolimitarsi trasferendo proprie competenze in campi definiti a un nuovo organo sovranazionale. L’UE non sarebbe sovrana perché non potrebbe auto-attribuirsele1.
Nei fatti avviene, però, Trattato dopo Trattato, un continua cessione di sovranità, in campi sempre più decisivi, come da ultimo in quello fiscale: pur senza esercitare la competenza delle competenze, quelle dell’UE si ampliano sempre di più, senza che parallelamente si istituiscano processi decisionali democratici di livello sovranazionale.
Non voglio neppure riaprire l’altra questione, sulla legittimità democratica dell’attribuzione di ‘poteri impliciti’, secondo cui l’UE può esercitare poteri non previsti dai Trattati se essi sono necessari per il raggiungimento degli scopi dell’Unione (art. 352 del TFUE).
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Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali
di Bahar Kimyongür *
Fin dall'inizio della "primavera" siriana, il governo di Damasco ha affermato di combattere bande di terroristi. La maggior parte dei media occidentali denunciano questa tesi come propaganda di Stato, che serve per giustificare la repressione contro i movimenti di contestazione.
Mentre è evidente che questa tesi è sacrosanta per lo Stato baathista, di reputazione poco accogliente verso i movimenti di opposizione che sfuggono al suo controllo, questa supposizione non è nemmeno sbagliata. Effettivamente, molteplici elementi senza ombra di dubbio accreditano la tesi del governo siriano.
In primo luogo, esiste il fattore della laicità.
La Siria è in questo caso l'ultimo Stato arabo laico.(1) Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana.
Per certe frange religiose sunnite, campioni dell'idea della guerra contro l' « Altro», chiunque egli sia, la laicità araba e l'uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia (legge islamica), costituiscono una ingiuria contro l'Islam e rendono lo Stato siriano più detestabile di un'Europa « atea» o « cristiana».
Ora, la Siria non ha meno di dieci diverse chiese cristiane, con sunniti che sono Arabi, Curdi, Circassi o Turcomanni, con cristiani non arabi come gli Armeni, gli Assiri o i Levantini, con musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli Alawiti e i Drusi.
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Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?
di Lorenzo Battisti
1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).
Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.
2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.
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[Libia: due interventi sul Manifesto contro l'assenza di memoria]
Libia un anno fa: memoria corta
di Manlio Dinucci
Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L'intera operazione, ha chiarito l'ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l'impresa a una «rivoluzione ispiratrice» - come l'ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta - che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica - dove si trovano i due terzi del petrolio libico - si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni '50 e '60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.
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La Formula Uno ama l'emiro
Marinella Correggia
In questo mondo in emergenza climatica, ecologica e sociale, la Formula 1 appare una contraddizione permanente - un inno alla velocità folle e al gratuito consumo di carburanti fossili. Wikipedia definisce la Formula 1, in sigla F1 «la massima categoria (in termini prestazionali) di vetture monoposto a ruote scoperte da corsa su circuito definita dalla Federazione internazionale dell'Automobile (Fia)». Il calendario annuale della F1 prevede gare in giro per il mondo, assai seguite e reclamizzate. Le carrozzerie delle automobili gareggianti (e i bordi pista) sono tutto uno sponsor dalla Marlboro delle sigarette alla compagnia petrolifera Shell e altre..
L'anno scorso ci sono stati due intoppi. L'India ha chiesto agli organizzatori del locale Gran premio di Formula 1 di pagare i dazi sulle monoposto in pista e su tutto il materiale importato per la gara, in calendario il 30 ottobre. La cosa ha suscitato ovviamente scandalo e minacce da parte degli organizzatori. Prima, in marzo, una delle puntate della F1 che doveva tenersi proprio in Bahrein era stata annullata per via «dell'instabilità della situazione» - leggi carri armati sauditi nelle strade per reprimere le proteste popolari.
La protesta senz'armi nella monarchia assoluta del Bahrein va avanti da un anno esatto e iniziò il 14 febbraio 2011 a piazza della perla a Manama. Per reprimerla, l'emiro al Khalifa si è avvalso e si avvale delle forze armate fornite dagli sceicchi dell'Arabia Saudita (nel quadro del Consiglio di cooperazione del Golfo), entrate nel marzo scorso nel piccolo Bahrein a schiacciare la rivoluzione più ignorata e boicottata del mondo arabo.
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La guerra mediatica imperversa sulla Siria
di Marinella Correggia
Prima puntata
Come si usano i neonati di Homs La tempesta mediatica imperversa sulla Siria. I cosiddetti Comitati di coordinamento locale (Lcc), appartenenti all’opposizione, hanno detto alla tivù del Qatar Al Jazeera che almeno 18 neonati sarebbero morti nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico al Walid perché i colpi di artiglieria pesante dell’esercito siriano contro il centro di Homs avrebbero causato un black-out elettrico, togliendo l’alimentazione agli apparecchi.
Il governo nega e sostiene che gli ospedali funzionano correttamente; anzi insieme a molte altre denunce circa atti di violenza e sabotaggio compiuti da gruppi armati, riferisce che l’ospedale al Naimi in provincia è stato preso di mira da gruppi armati che l’hanno saccheggiato. Ma la notizia dei neonati di Homs ha avuto grande risonanza soprattutto in Italia. E’ lecito sollevare più di un dubbio. E non solo perché nemmeno i regimi più brutali avrebbero interesse a colpire neonati e ospedali.
La fonte (gli Lcc) è di parte e non dà alcuna prova. Oltretutto, tutti gli ospedali hanno generatori; se c’è un black-out elettrico funzionano quelli. Succedeva perfino nell’Iraq e nella Libia sotto le bombe, dove l’elettricità andava a singhiozzo. Poi l’accusa di tagliare la spina alle incubatrici ha più di un precedente e non solo in Siria. Sempre smentito. La scorsa estate i social network (twitter a partire dal 30 luglio) diffondono l’atroce notizia: tutti i bambini prematuri sono morti nelle incubatrici ad Hama perché gli shabiba (milizie di stato) hanno tagliato l’elettricità durante l’assalto alla città. Si parla di qaranta in un solo ospedale; senza precisare quanti sarebbero negli altri. Il 7 agosto la Cnn riferisce: l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (sempre quello) denuncia l’assassinio di otto bambini prematuri, “martiri” nell’ospedale al Hurani, sempre a causa dei black-out.
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Sguardi cinesi – ovvero, la Cina come metodo
di Sandro Mezzadra e Gigi Roggero
If these factory strikes continue, China may have to go communist
(William Pesek, Mainland Workers Flex Their Muscles ,
in «South China Morning Post», Hong Kong, June 29, 2010)
1. Molti sguardi si rivolgono oggi alla Cina. In Italia come negli Stati Uniti questi sguardi sono del resto, e ormai da anni, parte dello scontro politico interno: mentre al di là dell’Atlantico, nella corsa verso le elezioni mid term di inizio novembre, governatori e politici repubblicani e democratici hanno fatto a gara nel proporre misure protezionistiche in funzione anti-cinese, in Italia siamo da tempo abituati alle sortite di leghisti e “tremontiani” contro la minaccia che viene da Oriente. Sullo sfondo, c’è il duro scontro sul valore del renminbi e sul protagonismo globale dei fondi sovrani e di altri attori economici cinesi. Tutto ciò non ha impedito, evidentemente, la corsa di imprenditori “occidentali” ad approfittare dell’“apertura” dei mercati cinesi e soprattutto del lavoro cinese. Per limitarci a una battuta: esisterebbero l’Ipod, l’Iphone e l’Ipad senza gli stabilimenti della Foxconn nelle zone economiche speciali del Sud della Cina? C’è da dubitarne… Neppure ha impedito, del resto, la corsa di Paesi, regioni e città a occupare un posto all’Expo di Shanghai, dove la Repubblica Popolare Cinese ha messo a punto (con risultati di immagine migliori rispetto alle Olimpiadi del 2008) lo sguardo che essa stessa rivolge al mondo. Ed è uno sguardo ammiccante e suadente, impregnato di modernità e tradizione. Better city, better life era lo slogan dell’Expo. E chi non sarebbe d’accordo? Guardando i palazzi del “Bund” (vera e propria esposizione universale dell’architettura modernista europea di inizio Novecento) specchiarsi, oltre le acque del fiume Huangpu, nelle pareti degli avveniristici grattacieli di Pudong (l’area in cui si è concentrata l’espansione urbanistica della città negli ultimi vent’anni), più di un visitatore avrà anzi pensato che Shanghai abbia le carte in regola per candidarsi a divenire il paradigma della «città migliore» del futuro globale.
In questo articolo presentiamo alcune note: note di viaggio di uno di noi, che ha trascorso tre settimane in Cina nel giugno di quest’anno, note di ricerca e di riflessione politica di entrambi.
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Occupy Wall Street e la politica della moralità finanziaria
di Frances Fox Piven
Siamo in guerra ormai da decenni, non solo in Afghanistan e Iraq, ,a proprio qui, a casa nostra. In patria si è tratta di una guerra contro i poveri, ma non è sorprendente se non ci avete fatto caso. Non avreste trovato i dati sulle perdite per questo particolare conflitto nel vostro giornale locale o nei notiziari televisivi della notte. Per quanto devastante sia stata, la guerra contro i poveri è stata ampiamente ignorata, sino ad ora.
Il movimento Occupy Wall Street (OWS) [Occupiamo Wall Street] ha già fatto della concentrazione della ricchezza ai vertici di questa società un tema centrale della politica statunitense. Ora promette di fare qualcosa di simile per quel che riguarda la realtà della povertà in questo paese.
Facendo di Wall Street il suo bersaglio simbolico e definendosi come un movimento del 99%, OWS ha reindirizzato l’attenzione del pubblico verso il tema dell’estrema diseguaglianza che ha ridefinito come, essenzialmente, un problema morale. Solo sino a non tanto tempo fa, il tema della “morale” in politica era limitato alla correttezza delle preferenze sessuali, del comportamento riproduttivo, o del comportamento personale dei presidenti. La politica economica, compresi i tagli alle tasse per i ricchi, le sovvenzioni e la protezione del governo alle compagnie assicurative e farmaceutiche, e la deregolamentazione finanziaria, è stata velata da una nuvola di propaganda o semplicemente considerata troppo difficile da capire per il cittadino statunitense comune.
Ora, in quel che sembra un attimo, la nebbia si è sollevata e il tema sul tavolo dovunque sembra essere la moralità del capitalismo finanziario contemporaneo.
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Putin inseguito dal fantasma di Gheddafi
di Comidad
Un Putin politicamente in difficoltà ha scelto di rilanciare la polemica contro gli Stati Uniti a partire da un tema cruciale, cioè le dirette responsabilità americane nell'assassinio di Gheddafi. All'opinione pubblica russa, questa presa di posizione di Putin rischia però di apparire come una tardiva scoperta dell'acqua calda, che non ottiene altro che di mettere ancora più in rilievo la linea di acquiescenza seguita dal Cremlino nei confronti dell'aggressione della NATO alla Libia.[1]
La diplomazia russa, nel marzo scorso, aveva condiviso supinamente la narrazione NATO circa un Gheddafi tiranno isolato, pronto a bombardare il suo popolo: un Gheddafi politicamente morto.[2]
Nei fatti invece il regime di Gheddafi si è confermato come il vero referente dell'equilibrio tribale in Libia; tanto che ci sono voluti più di sette mesi di bombardamenti feroci per sconfiggerlo, nonostante alcune opportunistiche defezioni interne al regime. Persino per la conquista sul terreno non sono bastati i sedicenti "ribelli", ma sono risultate necessarie non solo truppe mercenarie inviate dal Qatar, ma anche truppe scelte britanniche, come le SAS.[3]
Queste cose i cittadini russi le sanno, poiché la loro informazione gliele ha raccontate giorno per giorno; e la frustrazione è stata tanta, non soltanto in riferimento all'aggressione contro un Paese ritenuto amico, ma anche per le gravi conseguenze a scapito della sicurezza russa. Appare perciò strano un Putin che rinfaccia alla NATO il suo comportamento criminale, ma che poi continua ad apparire esitante di fronte alle nuove aggressioni in programma da parte della stessa NATO, come quelle nei confronti della Siria e dell'Iran.
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Cosa sta accadendo in Siria?
Angela Zurzolo intervista Domenico Losurdo
Non c'è ombra di dubbio che in Siria ormai è in corso una guerra civile. Persino sulla stampa occidentale si scrive che c'è un esercito siriano cosiddetto ‘libero’ che spara e uccide, e questo esercito siriano libero è appoggiato dalla Turchia, dall'Occidente. Ankara si riserva persino il diritto di istituire una sorta di ‘zona franca’ nell'ambito del territorio siriano, si riserva cioè il diritto di invadere il territorio siriano. A sua volta la Francia pronuncia la minaccia di istituire un cosiddetto ‘corridoio umanitario’, sempre a danno della sovranità siriana. Quindi, qualunque sia la posizione che noi assumiamo, dobbiamo prendere atto del fatto che è in corso una guerra da una parte e dall'altra, e che la parte che si è rivoltata contro Assad è appoggiata anche sul piano militare dalla strapotenza militare dell’Occidente e della stessa Turchia.
E, invece, su «La Stampa», così come sul «Corriere della Sera» e sugli organi di stampa più diffusi, e alla televisione leggiamo e sentiamo continuamente la tesi secondo cui in Siria ci sarebbe semplicemente una repressione sanguinaria, cieca, contro una popolazione civile che manifesta in modo pacifico.
Questa è una manipolazione che risulta dagli stessi organi di stampa occidentali, se noi li leggiamo con attenzione, e questa manipolazione così ossessiva, così ripetuta, così insistita, trova un precedente soltanto nelle manipolazioni di Goebbels.
Come commenta i dati Onu sulle violazioni dei diritti umani in Siria?
Intanto, non è che queste agenzie, come Amnesty International o Human Rights Watch su cui spesso si fonda anche l'Onu, siano al di sopra di ogni sospetto. Non è per niente così.
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Asse Carolingio
di Elisabetta Teghil
L’evoluzione del capitale verso l’accentramento sfocia nel potere, sempre più dominante, delle multinazionali.
Alla radice dei rapporti economici, c’è la tendenza imperiale alla globalizzazione, ma la necessità di realizzare l’unificazione economica e politica che gli è necessaria spiega l’attuale fase di offensiva che svolgono gli Stati Uniti che hanno assunto il ruolo di” Stato del capitale” e che si propongono di assoggettare, con ogni mezzo a disposizione, tutte le potenze lette, a questo punto, come rivali, con l’alleanza dell’Inghilterra.
Infatti ,c’è un “asse carolingio” ispirato, soprattutto, da esigenze di sopravvivenza, da parte della Francia e della Germania, all’offensiva in atto delle multinazionali anglo-americane, di cui i rispettivi governi si fanno braccio esecutivo.
Da qui, l’ondivagare della Francia e della Germania che, alle volte, cercano di salvare gli anelli deboli della catena, Grecia, Irlanda, Spagna e Italia, perché temono che, se cadono i bastioni esterni dell’eurozona, cada anche il centro, altre volte, invece, sembrano attirate dall’idea di non farsi coinvolgere dalle vicende di questi paesi e, magari, di limitarsi a proteggere solo e soltanto la loro ridotta dove si sono asserragliate.
Da qui, il senso dei patti segreti tra Francia e Germania.
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Crisi capitalistica e aggressività dell’imperialismo*
Contro il proletariato interno e contro quello dei paesi periferici
Red Link
Al primo punto della nostra discussione abbiamo messo giustamente la necessità di disciplinamento dei paesi periferici da parte delle potenze imperialiste e la necessità di interrogarsi sul nesso tra tale tendenza e la crisi economica. Poiché indiscutibilmente, sul piano delle cosiddette relazioni internazionali, questo è l’aspetto decisivo in questa fase e non tanto, o non ancora, quello tra crisi e guerra interimperialistica.
Sul nesso crisi - imperialismo
Una premessa si rende necessaria a nostro avviso in relazione al tema della nostra discussione per cercare di individuare cosa rappresenta una costante nell’azione dell’imperialismo e cosa, invece, è legato al manifestarsi di contraddizioni fortissime del meccanismo complessivo di riproduzione capitalistico sfociato nella crisi attuale.
Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la politica di rapina e sfruttamento di altri paesi non è una caratteristica solo della fase più matura del capitalismo, ma è una costante che lo accompagna sin dalla sua nascita. Usando una terminologia oggi di moda potremmo dire che essa esprime un suo dato “costituente”. Detto altrimenti l’imperialismo rappresenta al tempo stesso un presupposto ed un risultato del modo di produzione capitalistico. Presupposto, in quanto senza la politica di saccheggio e di rapina non sarebbe stata possibile quell’accumulazione originaria che ha permesso l’affermazione delle relazioni capitalistiche in alcuni paesi chiave consentendone progressivamente la loro diffusione a scala mondiale.
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Volete una dittatura illuminata?
Claudio Messora
Ok. Abbiamo scherzato. Sapete tutta la storiella del popolo che governa? People have the power, insomma. Reset! Kaput! Buttate i libri di educazione civica. Anzi no... Dimenticavo che da quando l'hanno direttamente abolita non li avete più nemmeno dovuti comprare. A proposito, la storia della costituzionalità o meno del governo Monti è una questione di lana caprina. Esercitatevi voi, io mi annoio. Certo, è evidente che questa è (era) una Repubblica Parlamentare. E' evidente che i ministri non li scegliete voi. Ma è anche evidente che non avete scelto voi manco i parlamentari, così come è evidente che non esistono i governi tecnici, così come è evidente che le regole scritte non possono tenere conto di ogni possibile forma di tortuoso aggiramento, altrimenti il governo Berlusconi non avrebbe potuto tenere in scacco il paese per gli ultimi cinque anni infilando tutta una serie di leggi incostituzionali che prima o poi venivano seccate dalla Corte In-Costituzionale ma che, nel frattempo, valevano come qualsiasi altra legge, garantendo di fatto quella stessa immunità che in teoria non esisteva. Fico vero? Una legge che non può esistere, ma che viene applicata per un anno e mezzo alla volta. Cosa mi dite? Che è costituzionale? Bravi, continuate a guardare il dito, ma usereste meglio il vostro tempo su YouPorn.
E così in Europa (e la Commissione Trilaterale) decidono che devono andare verso una totale unione politica e fiscale. Decidono che Berlusconi non va bene e iniziano a ridergli in faccia.
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