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Nord Africa in rivolta


Ben Ali e Mubarak si sono dimessi. Ciò che solo qualche mese fa sarebbe sembrato impossibile anche alla più fertile delle immaginazioni è avvenuto. E il terremoto non sembra essersi fermato. Una ventata di mobilitazione popolare sembra stia per realizzare quel passaggio alla democrazia cui i paesi arabo-islamici sembravano geneticamente negati.

Una soddisfazione neanche troppo celata si respira nell’entourage di Obama. Nelle cancellerie europee i toni sono più contenuti. In Cina c’è silenzio, evidentemente preoccupato. Anche negli ambienti della sinistra anti-capitalista le sollevazioni sono state accolte da un generale compiacimento.

A prescindere da quel che succederà all’immediato, queste mobilitazioni un’acquisizione positiva l’hanno già determinata facendo irrompere sul terreno dello scontro politico alcuni elementi che sembravano sepolti negli anfratti di una storia lontana: 1. la mobilitazione di massa è in grado di agire su un terreno rivoluzionario, superando il livello di semplice rivolta e non facendosi ingabbiare in processi democratico-elettorali; 2. La mobilitazione delle masse può diroccare anche un potere ferocemente armato e sostenuto dai peggiori briganti mondiali.

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Il Medio Oriente dopo Mubarak: alba democratica o crisi dei popoli?

by Redazione

In Medio Oriente stiamo assistendo soltanto alla tumultuosa sostituzione di alcuni dittatori, o al cambiamento di interi sistemi di governo corrotti e atrofizzati che hanno permesso a leader politici come Ben Ali e Mubarak di governare per decenni in Tunisia e in Egitto?

E’ questo il grande interrogativo che tutti si pongono di fronte a quanto sta avvenendo in questi due paesi, ma anche di fronte alle manifestazioni di rabbia e di protesta che stanno scuotendo l’intera regione mediorientale, dall’Algeria allo Yemen.

Le migliaia di profughi giunti in Italia dalle coste tunisine dimostrano che la transizione in quel paese non sta aprendo nuove prospettive ai suoi abitanti e, invece di condurre la Tunisia verso la democrazia, rischia di farla sprofondare nel caos, mentre i resti della vecchia élite al potere continuano a mostrarsi restii a coinvolgere le altre forze politiche nel processo decisionale.

In Egitto, l’esercito ha accentrato il potere nelle proprie mani, e le modalità della transizione dipenderanno interamente da esso. Le forze armate, che già rappresentavano la base storica del vecchio regime, sono uscite rafforzate da queste settimane di rivolta popolare, potendo contare sul monopolio della forza ed avendo intelligentemente gestito la collera della piazza, che si è rivolta soprattutto contro il presidente Mubarak e contro l’élite affaristica rappresentata dal figlio Gamal.

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La goccia del Bahrein

Nicola Sessa

[Riporto questo articolo di Peacereporter perchè mi sembra una delle poche analisi in lingua italiana che cerchi di capire anche il contesto in cui si stanno svolgendo i drammatici fatti qui in Bahrain. Il Bahrain è l'altra faccia dell'osceno regime saudita, contemporaneamente il bordello dell'ipocrita oligarchia wahabita, che, dopo aver tuonato contro la dissoluzione dei costumi, qui passa il suo week end a base di alcolici e prostitute, e la base della quinta flotta americana, con il compito di garantire il flusso ininterrotto del petrolio per l'occidente. La feroce repressione al Pearl Roundabout, l'attacco brutale ai medici del Salmaniya Hospital che cercavano di curare le centinaia di feriti, anziani, donne, bambini, le forze di sicurezza congiunte bahrenite e saudite che sparano su ragazzini inermi per le strade svelano la vera faccia di regimi basati, al di là dello scintillio dei grattacieli e della Disneyland di Dubai, su un controllo sociale brutale e ossessivo, sullo schiavismo di massa, sulla segregazione delle donne. La fragilità del regime saudita, un guscio vuoto costruito a suo tempo per garantire il petrolio all'Occidente e gestire i relativi flussi finanziari, è il vero nodo della situazione]  tg da Manama

 

La rivolta nel cuore di Manama rappresenta un ulteriore aspetto del cambiamento in atto nel Medioriente

E ora, come finirà la rivolta in Bahrein? La scia di fuoco partita dalla Tunisia che sta percorrendo tutto il Medioriente ha raggiunto il regno della dinastia al-Khalifa, sull'isolotto nascosto in un'ansa del Golfo Persico. Non che l'opposizione sciita si sia svegliata solo adesso: il confronto con il potere sunnita è in atto da anni, ma adesso che anche il "Faraone d'Egitto" Hosni Mubarak è caduto, sembra essere giunto il momento della sfida finale.

La piazza Tahrir di Manama, capitale del Bahrein, si chiama Rotonda delle Perle. Da lunedì gli sciiti - che costituiscono i due terzi dell'intera popolazione (di poco superiore a 700 mila) - hanno occupato la piazza centrale della città per chiedere maggiori diritti e opportunità, le dimissioni del re Sheik Hamid ibn Isa al-Khalifa o, almeno, che il premier venga eletto dal popolo e non imposto dalla famiglia reale. Al momento, sembra che la casa reale non sia disposta al dialogo: i cinque morti, 60 dispersi e i quasi duecento feriti sono una risposta eloquente.

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Disinnescare la sollevazione. Obama al lavoro con un occhio al “nuovo” Medio Oriente

di Raffaele Sciortino

In Egitto la partita decisiva non è a due, è a tre: la piazza, il regime e Washington. Il tentativo del regime di scatenare i suoi sgherri armati contro la piazza senza riuscire a “liberarla” ha accelerato i passaggi verso il cambio della guardia togliendogli ogni residuo credito anche internazionale. L’amministrazione Obama ha così cambiatopasso: dalla transizione ordinata alla transizione now appoggiandosi sui vertici dell’esercito che possono passare all’incasso dell’atteggiamento “neutrale” tenuto in questi giorni verso i manifestanti. Salvo colpi di coda dello stato di polizia mubarakiano – possibili vista la spropositata consistenza numerica con ricadute anche sociali – il secondo venerdì di piazza Tahir potrebbe aver sancito il nuovo equilibrio che per gli Usa deve sporgersi il meno possibile verso le richieste più radicali della piazza, in primis la dipartita immediata di Moubarak. Su queste basi Washington ha spinto per i colloqui iniziati domenica che coinvolgono l’opposizione compresi i Fratelli Musulmani (attestati su posizioni moderate).[1]

Ancora due venerdì fa a Washington non si sapeva come procedere – pur nella sensazione/timore che oramai il regime di Moubarak fosse agli sgoccioli – per evitare che la situazione sfuggisse completamente di mano.[2]

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Se cade l’Egitto

Trema il sistema dei regimi arabi

La rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata, cogliendo impreparati i principali attori del panorama politico internazionale malgrado i segnali premonitori che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino a quel momento considerato fra i più stabili del mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane, travolto da una sollevazione popolare che ha assunto forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.

Tuttavia, sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta di massa non possa mai essere previsto con certezza poiché la scintilla che la determina dipende solitamente da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i segnali premonitori di una possibile deflagrazione sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).

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Non è tempo di esitare

Rossana Rossanda

Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.

E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli - infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n'è traccia.

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Chi ha paura delle rivoluzioni?

Slavoj Žižek

Una delle cose che colpisce di più, nelle rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto, è l’evidente assenza del fondamentalismo islamico. Nella migliore tradizione della democrazia laica, le persone si sono semplicemente ribellate contro un regime oppressivo e corrotto e contro la povertà, chiedendo libertà e speranza economica.

È stata così smentita la cinica visione dei liberali occidentali, convinti che nei paesi arabi i sentimenti democratici riguardino solo una ristretta élite liberale, mentre la stragrande maggioranza della popolazione si lascia mobilitare solo attraverso il fondamentalismo religioso o il nazionalismo. Ora la domanda è: cosa succederà? Chi uscirà vincitore sul piano politico?

Quando è stato nominato un governo provvisorio in Tunisia, si è deciso di escluderne gli esponenti dei partiti islamici e della sinistra più radicale. Commento gongolante dei liberali: bene, tanto sono la stessa cosa, due estremi totalitaristici. Ma è davvero tutto così semplice? E se invece l’antagonismo principale e a lungo termine fosse proprio quello tra gli islamisti e la sinistra?

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L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano

Miguel Martinez   

Curioso leggere in giro, questi giorni.

Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.

Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.

Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.

Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.

E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.

La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.

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UN RESPIRO DEL MONDO

Rossana Rossanda

Chi si aspettava una rivolta popolare in Tunisia, in Algeria, in Egitto? Nessuno. Non la Francia, persuasa di detenere idealmente il controllo su un paese che era stato sua colonia e ha fatto una gaffe clamorosa proponendo a un Ben Ali, già in fuga, di mandargli a sostegno le sue forze più esperte in tema di repressione. Non gli Stati Uniti, che avevano nel vacillante Hosni Mubarak il più forte alleato in Medioriente, l’Egitto essendo uno dei due paesi ad aver riconosciuto formalmente lo stato di Israele e speciale nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte nel conflitto fra Israele e Palestina. Barack Obama, che segue ora per ora la situazione, ha un bel chiedere a Mubarak di non ricorrere alla repressione. Mubarak non è tipo da prendere consigli e sfida ancora un popolo in collera, niente affatto disposto a contentarsi del licenziamento del governo e di un discorso pieno di promesse da parte di un despota.

La rivolta è partita dalla Tunisia, e sta contagiando la riva meridionale del Mediterraneo. E’ stata bloccata da un esercito potente e proprietario in Algeria, sul cui regime nessuno apre il becco, sia perché è il nostro grande fornitore di gas, sia perché vi abbiamo degli interessi enormi, sia perché la si considera un freno all’allargarsi dell’islamismo.

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Gli Stati Uniti e la rivolta egiziana

by Miguel Martinez   

Hosni Mubarak è un signore di 82 anni.

Le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato, poi, quanto il popolo egiziano lo ama.

Facendo queste due semplici considerazioni, ieri sera il presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso in cui ingiunge, con fare piuttosto autoritario, a Hosni Mubarak a fare delle “riforme” e a “dialogare” con il popolo.

Questo non vuol dire, mandare via Hosni Mubarak dopo 30 anni di fedele servizio; ma è una bella bacchettata a un impiegato che non ha saputo fare il suo mestiere.

Così, quando Hosni Mubarak se ne andrà, o in Arabia Saudita o direttamente in Paradiso, la colpa non sarà data agli Stati Uniti.

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Il Mediterraneo incendia l'Europa

di Alfonso Gianni

Non solo la via d’uscita dalla crisi non si vede, neppure da lontano, ma lo scenario sociale entro il quale essa si svolge si sta infiammando. Se negli Usa e in Europa l’espressione continua a mantenere un significato essenzialmente metaforico - anche se manifestazioni, scontri e scioperi si susseguono con sempre maggiore intensità - altrove va presa alla lettera. E’ il caso di quanto sta succedendo nella parte meridionale del bacino mediterraneo con le “rivolte del pane” che sono già costati diversi morti in Tunisia e in Algeria. Se in quest’ultimo paese le tensioni che possono sfociare in fatti di sangue purtroppo non sono una novità, la Tunisia - ove la rivolta ha avuto un immediato esito politico, provocando la caduta del governo autoritario di Ben Alì che durava da 23 anni - era considerata fin qui un porto sicuro per il turismo europeo, praticamente l’unica risorsa per quel paese. Ora le diplomazie europee scoraggiano i propri cittadini a mettersi in viaggio nel Maghreb.

In entrambi i casi, altra differenza con il passato, la dimensione religiosa se non estranea non è certamente protagonista nel conflitto. Si è tornati alla difesa disperata della nuda vita.

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Le risposte di Hu Jintao al Washington Post

sul Washington Post del 19/01/2011

Questa è una completa e inedita trascrizione di una serie di domande del Washington Post e del Wall Street Journal al Presidente cinese Hu Jintao. L’intervista è stata spedita alla fine di dicembre e le risposte, in inglese, sono state pubblicate dal governo cinese il 16 gennaio

Come vede l’attuale stato dei rapporti Cina-Stati Uniti? Quali sono le aree più promettenti della collaborazione reciproca tra Cina e Stati Uniti? Quali pensa siano le sfide più importanti di lungo periodo nel continuo e stretto sviluppo delle relazioni sino-statunitensi?

Già dall’inizio del ventunesimo secolo, grazie allo sforzo concertato di entrambe le parti, le relazioni tra Cina e Stati Uniti hanno conosciuto una crescita costante. Da quando il Presidente Obama è entrato in carica, abbiamo mantenuto stretti contratti attraverso lo scambio di visite, incontri, conversazioni telefoniche e lettere. Siamo d’accordo per il ventunesimo secolo nel costruire relazioni costruttive, cooperative e globali tra Cina e Stati Uniti. Insieme abbiamo istituito il meccanismo della commissione SED (China-US Strategic and Economic Dialogues). Nel corso dei due anni precedenti, la Cina e gli Stati Uniti hannno svolto una cooperazione funzionale in un ampio raggio di aree tra cui l’economia e il commercio, l’energia, lo sviluppo, l’antiterrorismo, applicazione della legge e la cultura. I due paesi hanno mantenuto stretti contatti e coordinazione riguardo i problemi principali delle zone calde, internazionali e regionali, e hanno guidato sfide globali come il cambiamento del clima e la crisi internazionale della finanza.

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Hu Jintao-Obama, la "bolla" cinese che sostiene tutto

Joseph Halevi

È una noia dover scrivere dell'incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne. Al di là del fatto che Obama è un «lame duck President», presidente-anatra zoppa, bersaglio sicuro dei cacciatori, è «noioso» il contesto delle relazioni tra i due paesi, perché falsato dalle dichiarazioni politiche. Esempio: Hu ha detto che il regime del dollaro è finito, cose già sentite in passato, in Europa fin dagli anni Settanta! Hu Jintao non ha la minima idea di cosa proporre al posto del sistema dollaro. Vuole solo minacciare gli Usa dicendo che la Cina non accetta di subire passivamente i costi finanziari dei surplus cinesi in dollari. Ma - come lucidamente dimostrato sul China Daily del 23 dicembre dall'ex dirigente della Banca del Popolo Yu Yongding - Pechino é vincolata alle esportazioni nette sia per gli interessi della classe capitalistico-statale dominante, sia per la dinamica industriale fondata sulla forza della riproduzione espansiva piuttosto che sulle innovazioni made in China.

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L’“umanitario” diventa militare-civile

di Antonio Mazzeo

Le crisi economiche, sociali e politiche generate dalla diffusione generalizzata delle politiche neoliberiste e la contemporanea crisi ideale e d’identità delle organizzazioni di massa della sinistra (partiti, sindacali, ecc.) - fenomeni che hanno segnato l’ultimo trentennio - non potevano non segnare la mission, i percorsi e l’agire delle Organizzazioni non governative (ONG). Sviluppatesi in buona parte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 per ripensare i modelli di sviluppo, sostenere le lotte di liberazione nel Sud del mondo e svolgere opera di sensibilizzazione contro le feroci dittature al potere in Asia, Africa e America latina, sono veramente poche le ONG che oggi s’interrogano sugli scopi sempre meno “umanitari” dei donanti e cofinanziatori dei propri programmi e progetti nel Sud del mondo. Complice poi la sempre maggiore dipendenza dalle sempre più scarse risorse finanziarie dei soggetti pubblici (l’Unione Europea e, in Italia, la DGCS Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri), le ONG si sono lasciate trascinare dalle logiche e le strategie di riacquisizione dell’egemonia in alcune aree geografiche ritenute “prioritarie” dai donanti non per l’oggettiva gravità delle condizioni di vita delle popolazioni ma perché sempre più spesso caratterizzate da governi deboli o disponibili alla firma di accordi di “libero commercio” per perpetuare il saccheggio delle transnazionali. 

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Wikileaks, il WTO e la guerra psicologica

di Comidad

Il presidente dell'Iran Ahmadinejad ha immediatamente catalogato il caso Wikileaks nell'ambito della guerra psicologica, un concetto che nel dibattito politico iraniano non solo è abituale, ma viene anche richiamato in modo appropriato, con chiaro riferimento agli aspetti tecnici del problema. Per un Paese che cerchi di difendersi dal colonialismo, il concetto di "guerra psicologica" infatti costituisce una di quelle categorie-chiave essenziali per comprendere il mondo in cui si vive.

La guerra psicologica risulta tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale, e la colonia perfetta è quella inconsapevole di esserlo; quindi non c'è da stupirsi che sui notiziari italiani le parole di Ahmadinejad siano scivolate senza commenti né spiegazioni, ed anche quando l'espressione "guerra psicologica" è stata per un attimo evocata, essa è rimasta a galleggiare in un oceano di indeterminatezza, senza mai far luce con un esempio o con un riferimento storico.