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Il Mediterraneo incendia l'Europa

di Alfonso Gianni

Non solo la via d’uscita dalla crisi non si vede, neppure da lontano, ma lo scenario sociale entro il quale essa si svolge si sta infiammando. Se negli Usa e in Europa l’espressione continua a mantenere un significato essenzialmente metaforico - anche se manifestazioni, scontri e scioperi si susseguono con sempre maggiore intensità - altrove va presa alla lettera. E’ il caso di quanto sta succedendo nella parte meridionale del bacino mediterraneo con le “rivolte del pane” che sono già costati diversi morti in Tunisia e in Algeria. Se in quest’ultimo paese le tensioni che possono sfociare in fatti di sangue purtroppo non sono una novità, la Tunisia - ove la rivolta ha avuto un immediato esito politico, provocando la caduta del governo autoritario di Ben Alì che durava da 23 anni - era considerata fin qui un porto sicuro per il turismo europeo, praticamente l’unica risorsa per quel paese. Ora le diplomazie europee scoraggiano i propri cittadini a mettersi in viaggio nel Maghreb.

In entrambi i casi, altra differenza con il passato, la dimensione religiosa se non estranea non è certamente protagonista nel conflitto. Si è tornati alla difesa disperata della nuda vita.

In altre parole si lotta per fame. L’aumento dei prezzi dei generi di prima e più elementare necessità ha scatenato l’ira popolare e i protagonisti della rivolta sono ovviamente i giovani. Non potrebbe che essere così in società ove i tre quarti della popolazione sono sotto i 30 anni e la disoccupazione giovanile gareggia con quella del nostro mezzogiorno. Ma non si tratta solo di ragazzi di strada. In Tunisia la chiamano la “ribellione dei diplomati” perché i protagonisti sono giovani che hanno alle spalle un percorso di istruzione faticosamente conquistata dai loro padri e oggi per loro del tutto inutile. Sono i nuovi “dannati della terra”, a cinquant’anni esatti da quelli descritti da Frantz Fanon.

Naturalmente vi sono ragioni anche specifiche che affondano le loro radici nella storia di speranze deluse, se non tradite, ma le responsabilità della globalizzazione e dell’attuale crisi economica nell’affamamento di quelle giovani popolazioni sono chiare. Già nel 2008, cioè nel pieno della deflagrazione della crisi mondiale, l’indice che definisce il costo dei generi alimentari raggiunse quota 213,5, la più alta dalla fine degli anni Settanta. La Fao tenne nel giugno di quell’anno una solenne quanto improduttiva riunione, del tutto impotente a fronteggiare gli effetti di un meccanismo perverso che con la crisi si era messo in moto. Infatti nello scorso dicembre quell’indice è stato superato e il suo valore si attesta a quota 214,7. La ragione non sta solo negli squilibri dell’ecosistema - che peraltro sono una delle concause della più grande crisi economica e sociale dal ’29 a oggi -, nella fattispecie nella siccità in Russia che ha ridotto la produzione di grano, contratto la quota esportata nel mondo intero e naturalmente innalzato il suo prezzo del 4% in un solo trimestre. Sta soprattutto nei giochi speculativi che la grande finanza ha condotto sui titoli che riguardano le materie prime alimentari, dopo il crollo di quelli immobiliari. L’impennata dei futures sullo zucchero lo dimostra.

Le conseguenze si sono fatte sentire anche in Europa, particolarmente in Italia, dove l’Istat ha registrato un improvviso balzo del costo della vita con l’aumento dell’inflazione dell’1,9%. Di per sé non è un granché, per chi ricorda i tempi dell’inflazione a due cifre. Eppure è già un dato che genera una certa fibrillazione. Innanzitutto nei vestali della stabilità monetaria, quelli della Bce, che di fronte a un leggero sforamento del 2% dell’inflazione nel continente, già prevedono un innalzamento dei tassi di interesse a fine anno. Il che strozzerebbe sul nascere qualunque timido segnale di ripresa. D’altro canto in paesi come il nostro, ove le retribuzioni sono già ridotte all’osso, ogni innalzamento dei prezzi, anche minimo, si fa sentire pesantemente sulle condizioni di vita delle classi lavoratrici a reddito fisso e basso.

Solo che ciò che da noi è profondo disagio sociale altrove e non molto lontano è proprio fame. Non è difficile prevedere che le rivolte non si fermeranno nel Maghreb, ma coinvolgeranno tutta l’Europa, come in parte già è avvenuto nella Grecia vessata dal programma di lacrime e sangue impostole dalla Ue per il rientro dal debito. Il Mediterraneo può incendiare l’Europa. Non è forse proprio questo splendido mare su cui si affacciano tanti popoli, lo spazio/tempo oggetto della mirabile ricostruzione storica braudeliana, ad essere diventato, in particolare dopo l’89, il centro di uno scontro sociale durissimo, che nel mainstream viene volutamente curvato a scontro di fedi e di civiltà? Pare dunque di assistere un’attualizzazione della vecchia favola dell’apprendista stregone.

 

Le decisioni del Consiglio europeo

Tutto questo però non smuove di una virgola la linea rigorista degli organi e dei governi europei. La Bce continua a raccomandare ai paesi membri di precisare nei bilanci per il 2011 “interventi di aggiustamento credibili dei conti incentrati sul lato della spesa”, in altre e più semplici parole si tratta di tagli alla spesa sociale. Infatti secondo i banchieri di Bruxelles “ogni evoluzione positiva delle finanze pubbliche, che possa verificarsi sulla scorta di fattori quale un contesto economico più favorevole delle attese, dovrebbe essere sfruttata per accelerare il processo di riequilibrio dei conti”. Come nel caso italiano, dove l’anno si è chiuso con un insperato minore indebitamento. Infatti il fabbisogno del 2010 è stato pari a 67 miliardi di euro, quindi ben 19 miliardi e 13 milioni in meno rispetto al 2009. E’ vero che questo risultato deriva anche dal fatto che alcune spese sono dilazionate nel tempo, come la fetta di aiuti alla Grecia che compete al governo italiano. Ovvero si tratta di un dato di cassa e solo più avanti avremo il dato finale di competenza, che è quello che conta. Il problema è che gli indirizzi europei, cui si subordina il nostro governo, malgrado gli aneliti di protagonismo del ministro Tremonti, pregiudicano già fin d’ora l’utilizzazione di una simile minore disavanzo – un nuovo “tesoretto” - , orientandola verso la riduzione del debito e non verso un finanziamento della crescita, come invece sarebbe possibile e necessario

In sostanza il Consiglio europeo del 16 e 17 dicembre ha assunto le decisioni che ci si aspettava e che avevamo anticipato in un precedente articolo in questa rivista. Si tratta della modificazione all’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea che prevede l’istituzione di un “meccanismo di stabilità” che può essere attivato ogni volta che si ritenga indispensabile per la salvaguardia della “stabilità della zona euro nel suo insieme”, sulla base di una “rigorosa condizionalità”. Questa decisione entrerà in vigore il 1° gennaio 2013 a condizione che i singoli stati membri abbiano fatto pervenire al segretario generale del Consiglio le notifiche che attestino l’espletamento delle procedure richieste dalle rispettive norme costituzionali in merito alla approvazione della deliberazione del Consiglio. In pratica il nuovo organismo sarà permanente e sostituirà il fondo europeo di stabilità finanziaria, istituito per fare fronte alla recente crisi greca, che peraltro resterà in funzione fino alla data di cui sopra.

Il compito del nuovo organismo destinato ad integrare il quadro della governance economica della Ue, si prefigge il compito di prevenire i rischi di nuove crisi. I suoi prestiti agli Stati membri dell’eurozona saranno naturalmente condizionati a “un programma rigoroso di aggiustamento economico e di bilancio e su una analisi scrupolosa della sostenibilità del debito” a cura della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale di concerto con la Banca centrale europea. E’ anche prevista, come voleva la Merkel, la partecipazione dei creditori del settore privato, fermo restando che il prestito del nuovo meccanismo europeo di stabilità godrà dello status di creditore privilegiato rispetto ai privati. Tuttavia la partecipazione del settore privato non diventerà effettiva prima del secondo trimestre 2013.

 

Le aporie del progetto europeo

Come si può vedere si tratta di un atto tutt’altro che trascurabile da parte della Ue nel dotarsi di strumenti di governance economica. Il passaggio da una Europa puramente commerciale a una economico-finanziaria è tutt’altro che completato – anzi, come vedremo, ne siamo ancora ben lontani - , ma certamente si tratta di un passo in quella direzione, almeno nelle intenzioni. Ma è del tutto discutibile – ed è quello che farò - che per questa strada la Ue possa ottenere i risultati che essa stessa si prefigge.

L’obiettivo dichiarato è quello di non farsi trovare impreparati di fronte ad una nuova crisi economica capace di sconvolgere gli assetti economici, sociali e politici dell’Unione. Prima di chiedersi se i mezzi scelti sono corretti, vale la pena di elevare qualche dubbio sull’obbiettivo in sé. Tempo addietro, in uno dei suoi frequenti editoriali su Il Sole 24 Ore, Innocenzo Cipolletta, con evidenti intenti laudativi, definì il capitalismo come quel sistema che passa da una crisi all’altra. La definizione per la verità non è molto originale, anche se esatta, visto che Schumpeter aveva già coniato un ossimoro assai efficace per descrivere la straordinaria vitalità del sistema capitalistico, quello di “distruzione creatrice”. Tale opera titanica si manifesta appunto attraverso le crisi ricorrenti di cui il sistema è insieme vittima e beneficiario. Gli storici dell’economia ne contano, dal 1973 fino alle soglie del 2000, ben 139, seppure di diversa intensità e dimensione. Basterebbe forse questa cifra per dirci che o siamo di fronte ad una incapacità cronica di fare tesoro dell’esperienza passata oppure dobbiamo concludere che l’elemento crisi è consustanziale al modello vigente di capitalismo ed anzi ha accentuato la sua periodicità in questa fase della globalizzazione impostasi a metà circa degli anni settanta del novecento. Credo si possa convenire sulla giustezza della seconda ipotesi, come del resto ci ha insegnato Hyman Minsky con le sue analisi sulla endemica instabilità finanziaria del sistema, e che quindi, senza una modificazione sostanziale del modello di sviluppo e di società, la eliminazione dei rischi del susseguirsi di crisi economiche è destinata a un sicuro insuccesso.

 

Il principio della governamentalità

La portata e il significato delle recenti decisioni del Consiglio europeo vanno quindi ricercate altrove. L’algido linguaggio con cui è espressa la recente decisione non aiuta, ma a guardare bene emerge uno specifico modello di governance. Questo appare come l’incrocio o come una felice sintesi fra la modellistica di governo dell’impresa (corporate governance) che si è venuta imponendo nel processo di globalizzazione e quel principio di governabilità che già Foucault e poi Agamben individuavano come caratteristico della implementazione dell’idea di governo contemporanea. Sia l’una che l’altra, pur agendo in ambiti diversi, non a caso possono essere comunemente definite come quell’insieme di “istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche” (M. Foucault, La governamentalità, in “Aut-Aut”, 1978) che nel primo caso dovrebbero assicurare il successo dell’attività d’impresa, nel secondo non meno che “il governo dei viventi”. Non si tratta in questi modelli di “determinare despoticamente gli eventi “ avverte Agamben (intervista al Manifesto del 18 marzo 2008), ma più diabolicamente di lasciare che essi si producano per poi orientarli nella direzione voluta. “E’ in questo senso che oggi tutto può essere governato, gestito e normalizzato. Di qui il primato dell’economia e del diritto sulla politica – continua Agamben – dove tutto è normalizzabile e tutto è governabile”. In questo modo viene tradito e rovesciato il fine stesso della politica e della democrazia. Quest’ultima diventa “sinonimo di gestione razionale degli uomini e delle cose, cioè di una oikonomia”.

Infatti in questa concezione del governo è espunta qualunque alternativa al sistema dato. Tutto deve trovare soluzione all’interno della macchina governativa, o al massimo porsi specularmente contro di essa in funzione giustificativa e invocativa della sua esistenza. E’ il caso del terrorismo stesso, o del conflitto sociale considerato e trattato alla sua stregua, che nella spirale che si autoalimenta tra guerra e terrorismo, viene incluso nell’ingovernabile. “Il governo del terrorismo – dice Agamben – è in questo senso la forma-limite del sistema di governamentalità”. La digressione sul terrorismo non paia fuor di luogo. Ci è invece utile per comprendere da un lato la possibile estensione dell’elasticità del modello che ci viene imposto, dall’altro per evidenziare che l’unica cosa che viene effettivamente esclusa dal modello stesso è la riformabilità del medesimo quando questa comporti la sua effettiva e completa trasformazione. La forza del potere governamentale consiste nello spostare l’attenzione dalla fonte del potere alle modalità del suo esercizio ( “il vero arcano della politica – insiste Agamben – non è la sovranità ma il governo; non il re, ma il ministro; non Dio, ma l’angelo; non la legge, ma la polizia”). La teoria della governamentalità è quindi perfettamente funzionale a un’Unione europea nella quale il potere costituito ha prevalso sul potere costituente, in cui i trattati cui si attribuisce valenza costituzionale non sono discussi e approvati dai popoli, ma definiti da commissioni e governi, e nei pochi casi nei quali i cittadini sono chiamati ad esprimersi e li respingono si procede come se nulla fosse.

 

L’inefficacia delle misure economiche adottate

Tuttavia si potrebbe obiettare che l’obiettivo del Consiglio europeo non era tanto quello di evitare le crisi quanto di proteggersi dai rischi eccessivi delle medesime, pur non potendole scansare del tutto. In effetti in questo sistema ogni cosa può essere oggetto di un intervento assicurativo, come sappiamo bene dalla vicenda dei derivati come i famigerati Cds (credit default swap) che anche Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, vorrebbe giustamente abolire. Bisogna perciò interrogarsi se, al di là del modello di governo proposto, almeno le misure presentate possono essere efficaci per attutire gli sconquassi delle crisi. Ma anche su questo terreno l’esito del Consiglio è deludente. La rigorosa condizionalità cui sarebbero sottoposti i prestiti ai paesi in difficoltà è tale da renderli addirittura pericolosi. Uno dei casi in cui vale il vecchio proverbio per il quale la toppa è peggio del buco. I casi della Grecia e dell’Irlanda sono davanti a noi in tutta la loro drammaticità. Pur continuando a pensare che un impegno seppure tardivo e distorto da parte della Ue era ed è comunque meglio che nessun intervento, appare chiaro che le condizioni iugulatorie cui sono stati sottoposti questi paesi, in particolare la Grecia, ne pregiudicano la possibilità di una ripresa e nello stesso tempo non risolvono il problema allontanando solo nel tempo l’eventualità di un fallimento. Non è un caso che il Portogallo eleva fiera resistenza a un consistente aiuto finanziario propostogli dai maggiori paesi europei, più timoroso delle conseguenze che dei vantaggi immediati.

Il guaio è che, dalle parole della risoluzione del Consiglio, appare evidente che quel tipo di intervento viene assunto come esempio paradigmatico. L’insistenza sull’abbassamento del deficit annuo e del rapporto fra debito complessivo e prodotto interno lordo non trova giustificazione alcuna nella crisi attuale. Né per la verità lo ha mai avuto, come ci ha dimostrato Luigi Pasinetti in due lucidi articoli che risalgono ormai a diversi anni fa e che la nostra rivista ha pubblicato per la prima volta in italiano (Pasinetti infatti aveva scritto in inglese per il Cambridge Journal of Economics, in Alternative per il Socialismo 4/2008). Ma è proprio lo scoppio e l’andamento di questa crisi che dimostrano la validità di quelle tesi. Infatti, come ha anche osservato più volte Paul de Grauwe, l’analisi su cui si fondano le misure decise dal Consiglio europeo è completamente rovesciata rispetto alla realtà. La crisi, infatti, è stata originata da un eccesso di debito privato non pubblico. Quest’ultimo è cresciuto in seguito ai provvedimenti resisi necessari per impedire il fallimento di settori privati. In sostanza i vari provvedimenti assunti dai governi – non quello italiano che ha fatto poco o nulla – hanno avuto l’effetto di rendere pubblico ciò che era debito privato. Esigere il contenimento drastico del primo è dunque un controsenso. D’altro canto segni di ripresa spontaneamente non se ne vedono. Anche Tremonti se ne è accorto. Quindi il ruolo di stimolo degli stati non dovrebbe venire meno. Ma non si tratta solo di questo. Quello che accade dimostra una semplice verità: una unione monetaria, quale è la Ue, non può sopravvivere senza un reciproco aiuto nei momenti di crisi che si fondi su un bilancio e su una politica fiscale comunitari. Ma di questo non vi è traccia nei documenti ufficiali della Ue e neppure nelle dichiarazioni dei vari capi di governo. Ma se ciò che è evidente a molti, che viene ripetuto tutti i giorni dai più quotati economisti e persino dai columnists dei più autorevoli quotidiani del mainstream europeo e mondiale come il citato Fianancial Times, non si traduce in un’azione concreta non può essere solo per insipienza ma per motivi più consistenti.

 

La locomotiva tedesca

E infatti questi esistono e consistono essenzialmente nel fatto che la guida dell’Europa è stata assunta con molta decisione dalla Germania della Merkel, con la Francia ormai in una posizione sostanzialmente servente. Così va interpretato anche l’appoggio di Parigi alle resistenze tedesche alla introduzione degli eurobonds. La forza della Germania è nei fatti e nel suo modello, ma è tutt’altro che inattaccabile. Come è noto anche l’economia tedesca ha subito pesantemente le conseguenze della crisi. Nel 2009 il suo Pil è decresciuto maggiormente (il 5%) che negli altri paesi europei (il 3,7%). Certamente il suo deficit di bilancio è più contenuto di altri, ma ugualmente superiore ai limiti di Maastricht (circa il 5% nel 2010). Il programma di misure economiche, chiamato “Agenda 2010”, varato sotto la direzione di Gerard Schroeder, aveva contribuito sensibilmente alla diminuzione dei consumi interni tedeschi e alla crescita degli squilibri. Questi d’altro canto erano stati valutati addirittura come un successo dai dirigenti socialdemocratici. Il cancelliere Schroeder a Davos nel 2005 si vantava infatti di avere creato “un intero settore del mercato del lavoro caratterizzato da bassi salari” e di avere ridotto il sistema delle indennità di disoccupazione. L’Ocse nel 2008 riscontrava che “le diseguaglianze salariali e la povertà si sono sviluppate più velocemente in Germania che in qualunque altro paese dell’Ocse”. Naturalmente il tutto va letto in proporzione alla migliore condizione di partenza del grande paese centroeuropeo.

Il neomercantilismo spinto della politica economica tedesca è fattore costante di instabilità monetaria nell’eurozona. Certamente qualcuno che ne beneficia c’è. Ricordate la vicenda dell’idraulico polacco che non faceva dormire sonni tranquilli ai lavoratori dell’intera Europa? Ora non ha bisogno di andare a rubare i posti di lavoro altrui all’estero. L’economia polacca è l’unica che in questa crisi ha conosciuto una ripresa e un balzo in avanti nei consumi, grazie al suo rapporto con la Germania, verso la quale vanno quasi la metà delle sue esportazioni. Ma tutto sommato si tratta di un’eccezione.

 

I pericoli per la tenuta della Ue

Alla lunga il modello tedesco appare distruttivo per l’eurozona, accentuandone gli squilibri interni. E’ la stessa sopravvivenza dell’Unione europea a entrare in sofferenza proprio nel momento in cui procede nel darsi strumenti di governance. Ancora più paradossale può apparire il fatto che mentre la Cina insiste nel comprare titoli del debito pubblico europei e a sostenere apertamente l’euro, sia nelle dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, sia soprattutto, ed è ciò che conta, nei comportamenti della sua Banca centrale, in Occidente si fanno sempre più insistenti le posizioni favorevoli ad un’uscita della Germania stessa dall’euro o alla creazione di un euro per il nord e di un altro per il sud d’Europa. Forse ancora più sorprendente è che è queste ultime posizioni sono bipartisan, vengono cioè sostenute da economisti che si collocano su versanti dottrinari e politici assai differenti, come ad esempio Joseph Stiglitz (Sunday Telegraph, 2 ottobre 2010) Luigi Zingales (Il Sole24Ore, 9 maggio 2010), Bruno Amoroso (Il Manifesto, 28 dicembre 2010). Se il primo aveva sostenuto la necessità di non considerare eretica la soluzione di un’uscita della Germania dall’euro al fine di permettere alla moneta di svalutarsi per aiutare le esportazioni dei paesi più in difficoltà pur continuando comunque a considerare migliore la strada di riforme istituzionali che possano permettere l’implementazione di un’unica politica fiscale europea, gli altri due da sponde diversissime convergono sulla ipotesi di un euro a due velocità. A parte la difficoltà di dove collocare la Francia in questa ultima ipotesi, che per Amoroso dovrebbe stare tra i paesi del sud dell’Europa, entrambe le soluzioni mi appaiono assai poco convincenti. Da un lato sembrano favorire, in una sorta di eterogenesi dei fini, le tendenze già in atto, a livello sia oggettivo che soggettivo, alla esplicitazione di una costruzione europea in cerchi concentrici tale da fossilizzarne gli squilibri e le divisioni. Dall’altro si iscrivono in una sopravvalutazione delle misure di svalutazione monetaria e di conseguente sottostima della necessità di aggredire le cause strutturali della crisi attraverso un intervento della spesa pubblica che modifichi il modello di sviluppo. Nello stesso tempo indeboliscono la possibilità, che può trovare una efficace sponda nella stessa Cina, di giungere a un nuovo ordine monetario internazionale fondato non più sul dollaro, ma su più monete, quali lo yuan e l’euro oltre che il biglietto verde. Gli stessi eurobonds e l’istituzione di un vero e proprio fondo monetario europeo, basato su criteri di intervento non invasivi o vessatori, che pure sarebbero un altro notevole passo in avanti, a ben poco potrebbero senza il quadro di una politica economica di investimenti pubblici in settori innovativi ecologicamente compatibili e di riduzione delle diseguaglianze retributive e sociali.

 

C’è bisogno di una sinistra europea

Di fronte a questa concreta Europa e al peggioramento delle condizioni di vita derivate dalla crisi e dall’assenza di simili politiche, la sinistra si trova spesso attirata verso forme di populismo “dolce”, per contrapporlo a quello ben più aggressivo – e nel suo genere più efficace – delle destre, con evidenti tentazioni di ritorno a dimensioni nazionali della politica. Eppure lo stesso scontro sociale dovrebbe spingere in altre direzioni. La vicenda Fiat sarebbe del tutto illeggibile al di fuori di una valutazione del mercato internazionale dell’auto e la partita – malgrado l’ottima capacità di resistenza dimostrata a Mirafiori e a Pomigliano - sarebbe alla fine perdente se non si cercasse di giocarla su un terreno sovrannazionale. Nello stesso tempo appare improbabile invertire la rotta delle politiche economiche europee senza un incremento dei redditi e quindi dei consumi interni alla Germania tale da modificare sensibilmente il rapporto tra esportazioni e importazioni di quel paese. Se poi questo avvenisse grazie a una sconfitta politica dell’attuale maggioranza, teoricamente possibile sulla base di sondaggi e prove elettorali in alcuni lander - che vedono la Spd, la Linke e i Verdi nettamente in maggioranza se decidessero di unirsi in coalizione - sarebbe ovviamente ancora meglio.

Hanno ragione Etienne Balibar e Ulrich Beck che non si stancano di sottolineare la necessità di assumere una dimensione internazionale dell’agire della sinistra quale condizione della sua stessa esistenza. “Ciò che manca – ha recentemente scritto Beck – è una sinistra non nostalgica del vecchio welfare state nazionale ma aperta a diventare la controparte dell’attuale capitale transnazionale”. Proprio così.

 

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