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Armagheddon?
di Carlo Bertani
Recentemente, Maurizio Blondet ha pubblicato un articolo (per i soli abbonati[1]) dal titolo eloquente: L’Europa a Sion: bomb Iran, nel quale affermava che un attacco all’Iran da parte di Israele è in agenda, da oggi alla fine del corrente anno
Ripercorrerò molto brevemente le tesi esposte per chi non l’abbia letto:
- Durante il recente G8, l’Europa avrebbe dato il “via libera” per il bombardamento dell’Iran;
- Quattro navi da guerra israeliane (2 sommergibili e 2 caccia, con armamento nucleare) hanno attraversato il canale di Suez e sono in navigazione nel Mar Rosso;
- Alcun squadriglie di cacciabombardieri israeliani sono stato spostate nel Kurdistan iracheno;
- Il “ritorno” economico dell’impresa sarebbe da identificare nel nuovo oleodotto Nabucco – che non passa per la Russia, ma “raccoglie” il greggio delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche – il quale, però, senza l’apporto del petrolio iraniano, non raggiungerebbe volumi di transito sufficienti per renderlo economicamente vantaggioso.
Fin qui i dati salienti, considerando anche una dichiarazione del vicepresidente USA Biden il quale, senza mezzi termini, affermava: “Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana”.
Blondet presenta il quadro come un evidente approccio al bombardamento dell’Iran e, ad osservare soltanto i dati esposti, non fa una grinza. Ci sono, però, argomenti che Blondet non approfondisce e che sarebbe, invece, meglio presentare.
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Honduras: atterraggio fallito, la pista è occupata dai golpisti
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:33
L’esercito golpista ha messo camionette sulla pista dove stava per atterrare l’aereo del presidente legittimo Manuel Zelaya e il pilota ha dovuto rinunciare. Mel Zelaya: “Ci hanno minacciato di abbattere l’aereo. Continuerò a tentare di entrare nel paese finché ci riuscirò. Questo conferma che esiste una minoranza ostinata senza alcun progetto politico che non impedire l’esercizio della democrazia. A questo punto denuncio che il governo degli Stati Uniti non ha fatto tutto quello che era in loro potere per fermare il golpe”.
Honduras: repressione e morte ma il popolo resiste ai gorilla e vuole fare la storia
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:06
Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!
Come nell’800, come nel ‘900, vescovoni, padroni ed esercito uniti contro il popolo. Selvaggio, bigotto, reazionario, violento è adesso il golpe in Honduras, dopo una settimana di drôle de guerre, chiaro come il sole, antico come il mondo in pieno XXI secolo.
Almeno due morti confermati, uno dei quali è un ragazzo di sedici anni, ma il lago del suo sangue non sarà mostrato dalle televisioni del pensiero unico.
Adesso ovviamente gli ipocriti daranno la colpa al presidente legittimo Mel Zelaya. L’avevamo avvisato di non tornare dirà il Cardinal Maradiaga. Come se la forza, l’uso della forza, la disposizione all’uso della forza implichi automaticamente la ragione.
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Coprifuoco in Honduras e sui media, Alba politica in America latina
Nuove testimonianze dal cuore del golpe
di Gennaro Carotenuto
Coprifuoco, repressione, caccia all’uomo in Honduras, alla chiusura di questa nota ogni minuto la situazione appare più grave. Abbiamo raccolto nuove testimonianze da Tegucigalpa mentre Il lavoro encomiabile di “Telesur” continua a mostrare dal vivo (al mondo, ma non agli honduregni ai quali è stata oscurata) immagini dalla capitale a chiunque abbia onestà intellettuale e occhi per vedere.
Quelle che abbiamo raccolto sono le voci di dirigenti e militanti in clandestinità e come tali possono essere meno informate di chi ha una visione d’insieme, ma ci raccontano del successo dello sciopero generale, della resistenza pacifica e attiva al golpe, delle cariche dell’esercito, delle bombe lacrimogene. Lo sciopero generale a tempo indeterminato sarebbe sostenuto soprattutto dai dipendenti pubblici che stanno impedendo il funzionamento degli uffici.
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Honduras: colpo di stato. E Washington?
Fabrizio Casari
Sono le sei del mattino a Tegucigalpa, quando duecento soldati golpisti circondano la casa del Presidente della Repubblica in carica, Manuel Zelaya. I golpisti entrano sparando, afferrano il presidente, lo colpiscono ripetutamente e lo trascinano a bordo di un camion militare. Lo portano in una base dell’aereonautica militare alla periferia della città e quindi a bordo di un aereo di Stato che decolla; destinazione San José de Costa Rica. Chiusa con la forza anche l’emittente vicina al governo, Canale 8. Sequestrati gli ambasciatori di Cuba, Venezuela e Nicaragua e la Ministra degli esteri honduregna Patricia Rodas. Dal Costa Rica Zelaya ha rilasciato un’intervista a Tele Sur dove si é detto “vittima di un sequestro, un colpo di Stato, un complotto di un settore dell’esercito”. Ha poi chiesto a Obama “di chiarire se ci sono gli Usa dietro il golpe. Se gli Usa negano l’appoggio ai golpisti, questo insulto al nostro popolo e alla democrazia può essere evitato”. Concetti ripetuti poche ore dopo in una conferenza stampa da San Josè. Da parte sua, Obama si è detto “profondamente preoccupato per l’arresto del Presidente” ed ha chiesto “a tutte le parti di rispettare le norme democratiche”. Parole blande e rituali. Non certo una condanna, almeno nei termini che sarebbe stato lecito attendersi.
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Lettera aperta al quotidiano comunista “Il manifesto”
di Piotr
Amici del Manifesto, vi leggo e conosco fin dalla nascita del vostro esperimento e ancora molto recentemente ho collaborato con voi su questioni internazionali. Vorrei quindi esprimere con tutta franchezza il mio dissenso rispetto alla linea che state tenendo su temi importanti.
Il manifesto del 24 giugno 2009.
1. Apertura sull’Iran. Titolo: “Scelta di sangue”; fondo: “Sfida al potere” ripreso poi a pagina 8.
Cosa succede in Iran?
Qual’è l’ampiezza della supposta rivolta? Qual’è la sua composizione sociale?
E’ vero o non è vero, come si è insinuato, che dietro a Mousavi ci sia Brzezinski, cioè uno dei migliori geostrateghi statunitensi - quello che ha incastrato l’URSS in Afghanistan trasformando quel Paese e soprattutto i suoi abitanti in esca per topi?
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Iran: una rivoluzione popolare?
di Michelguglielmo Torri
C’è una pressoché totale unanimità nel modo in cui, in Occidente e in Italia, viene descritta la crisi iraniana nata dall’esito delle ultime elezioni presidenziali in Iran. La vittoria a valanga di Mahmoud Ahmadinejad non sarebbe che il risultato di un grossolano broglio elettorale, che ha tolto la vittoria a chi spettava legittimamente: Mir Hossein Mousavi. Il popolo iraniano, giustamente sdegnato, è quindi sceso in piazza. La risposta è stata una repressione brutale, che ha causato decine di morti e portato a centinaia d’arresti. In questa situazione, la «guida suprema» della rivoluzione, Ali Khamenei (di fatto e di diritto il potere ultimo nel sistema politico iraniano), invece di svolgere il ruolo di arbitro al di sopra delle parti che, a norma della costituzione iraniana, gli compete, ha usato la propria autorità per coprire la grossolana manipolazione del risultato elettorale.
Il fatto che la tesi in questione sia sostanzialmente egemonica sui media internazionali non vuole però necessariamente dire che essa sia accurata. In proposito basti pensare a come i media internazionali rappresentino e abbiano per decenni rappresentato la questione palestinese. Cioè distorcendo completamente la realtà effettuale, quale è ed è stata documentata dalla maggior parte delle ricostruzioni storiche più serie.
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Il diversivo del Darfur
“Salvatori e sopravvissuti: il Darfur, la politica e la guerra al terrorismo"
di Muhammad Idrees Ahmad
The Electronic Intifada
Nel film del 2004 di Errol Morris, The Fog and the War [La nebbia e la guerra], l’ex Ministro della Difesa americano Robert McNamara ricorda l’affermazione del generale Curtis LeMay, la mente dei bombardamenti incendiari contro il Giappone nella seconda guerra mondiale, secondo cui "se avessimo perso la guerra saremmo stati tutti perseguiti come criminali di guerra". LeMay stava semplicemente esplicitando una delle verità inconfessate delle relazioni internazionali: il fatto che il potere conferisce, tra l’altro, il diritto di dare un nome alle cose.
In tal modo gli stermini perpetrati dalle grandi potenze, dal Vietnam all’Iraq e all’Afghanistan, vengono normalizzati da definizioni quali "antiguerriglia", "pacificazione" e "guerra al terrorismo", mentre comportamenti analoghi messi in atto dagli stati nemici provocano le accuse più severe. E’ questa politica di dare un nome alle cose ad essere l’argomento del nuovo, esplosivo, libro di Mahmood Mamdani, Saviors and Survivors: Darfur, Politics, and the War on Terror.
Come in Medio Oriente, vi sono delle zone dell’Africa che sono state devastate dai conflitti per la maggior parte dell’era post-coloniale. Se la copertura dei media in entrambi i casi è superficiale, nel caso dell’Africa è anche sporadica. Ogni volta che c’è una copertura, vengono messi in rilievo solo gli aspetti sensazionalistici o grotteschi. Se l’argomento non è la guerra, di solito è la fame, le malattie o la povertà – o qualche volta tutte e tre – e immancabilmente la copertura non parla del contesto. Le guerre accadono tra "tribù" guidate da "signori della guerra" che avvengono in "stati in rovina" dominati da "dittatori corrotti". Provocate da motivazioni arcaiche, raramente riguardano questioni comprensibili.
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Siete pronti per la guerra contro il tanto demonizzato Iran?
di Paul Craig Roberts
Quanta attenzione ricevono dai media americani le elezioni in paesi come Giappone, India e Argentina? Quanti cittadini e giornalisti americani conoscono i capi di governo di paesi che non siano Inghilterra, Francia o Germania? Quanti sanno per esempio i nomi dei presidenti di Svizzera, Olanda, Brasile, Giappone o Cina?
Al contrario, tutti sanno chi è il presidente dell’ Iran, essendo questi demonizzato quotidianamente dai mezzi d’ informazione USA.
Questo fatto dimostra quanto l’ America sia ignorante. In Iran non é il presidente che detta le regole, tanto meno è egli il capo supremo delle forze armate. La sua politica non puó sconfinare oltre le regole dettate dagli ayatollah, i quali non sono disposti a rinunciare alla Rivoluzione iraniana in cambio dell’ assoggettamento agli Stati Uniti.
Gli iraniani hanno avuto un’ esperienza dolorosa col governo USA. la prima elezione democratica negli anni 50, dopo un periodo di occupazione e colonizzazione, venne boicottata dagli Stati Uniti, i quali misero al potere, al posto del candidato legittimamente eletto, un dittatore sanguinario che torturó e condannó a morte i dissidenti che pensavano che l’ Iran dovesse essere uno stato indipendente dal potere degli USA.
La superpotenza americana non ha mai perdonato agli ayatollah la rivoluzione alla fine degli anni ‘70 che prese le distanze dal potere USA e durante la quale vennero tenuti in ostaggio dei funzionari dell’ ambasciata americana ritenuti delle spie, mentre gli studenti ricomposero i documenti strappati che provavano la complicitá del governo statunitense nella distruzione della democrazia in Iran.
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Le elezioni in Iran: cerchiamo di capire
di Franco Cardini
Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice. L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perchè si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perchè le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.
Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.
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Perù-Venezuela. Stranezze della libertà d’espressione
di Gennaro Carotenuto
Un giorno sì e l’altro pure i nostri media si dicono preoccupati per la libertà di espressione in Venezuela. Per mesi hanno seguito con trepidazione la vicenda di una televisione, RCTV, che, nonostante abbia attivamente partecipato ad un colpo di Stato, quello dell’11 aprile 2002, ha trasmesso liberamente fino alla naturale scadenza della licenza.
Da settimane riportano compitando le parole dello scrittore ultraliberale peruviano Mario Vargas Llosa che va a Caracas a stracciarsi le vesti per dire (va da sé liberamente) che a Caracas non c’è libertà di espressione. Eppure chissà cosa farebbe Silvio Berlusconi se fosse nelle scarpe di Hugo Chávez e avesse a che fare con i media dell’opposizione venezuelana che dal 1998 in avanti disegnano il Presidente come un novello Hitler con tanto di baffetti senza che questo (o dimostrate il contrario) abbia mai mosso un dito.
Meritorio lavoro quello di preoccuparsi della libertà di espressione, anche se a volte vengono dubbi sulla genuinità e il disinteresse dell’impegno. Dubbi che crescono di fronte al silenzio assordante per casi per i quali il NED o la Freedom House non sono disposti a staccare assegni né a pagare voli in prima classe e soggiorni a cinque stelle. E’ il caso di “Radio La Voz” che dall’Amazzonia testimoniava delle voci degli indigeni in lotta contro il Trattato di Libero Commercio che distrugge la loro terra e massacrati dall’esercito. Il governo peruviano di Alan García non ci ha pensato due volte a ritirare la licenza e farla chiudere da un giorno all’altro senza che nessuno dei grandi paladini della libertà di espressione muovesse un’unghia.
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India, vince la politica. Di sinistra (ma in Italia non si dice)
Alessandro Cisilin
Frizzi, lazzi e paparazzi. Storie dinastiche, a cominciare dai Nehru-Gandhi. La saga di Sonia, volo di sola andata dal Piemonte a Delhi. L'avanzata politica e mediatica del figlio Rahul, specialista di gaffes ma carisma da donnaiolo. E poi la sua mite sorella Pryanka, l'inflessibile nonna Indira, per non parlare del bisnonno Jawaharlal, padre dell'Indipendenza. La stampa italiana racconta le elezioni indiane come fossero italiane. I contenuti seppelliti da elucubrazioni su immagini da telenovela.
Un approccio comprensibile nel paese del monopolio delle tv. Ma, parola di antropologo, a dispetto delle etichette esotiche di matrice coloniale in India non si vota sui simboli. Si sceglie su altre categorie, dichiarate fuori moda dai nostri tuttologi. Si chiamano destra e sinistra.
Per farla breve, i fondamentalisti indù del “Partito del Popolo Indiano” (il Bjp, Bharatiya Janata Party) hanno completamente fallito nella campagna antimusulmana e anticristiana della paura, mentre il centrosinistra guidato dal Congresso ha allargato i consensi grazie a una sia pur timida politica in favore dei poveri.
Bastavano tre righe, dunque. Ma quelle tre righe non sono state scritte da alcun giornale mainstream. Solo qualche cenno alla sconfitta della destra, senza peraltro sottolinearne il significato dirompente: quello del no alla “strategia della tensione” di marca induista, costruita in almeno vent’anni di campagne d’odio e fisiche aggressioni nei confronti delle persone e dei simboli delle altre comunità religiose.
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«Darfur a bassa intensità»
Irene Panozzo*
L'inviato speciale dell'Onu ridimensiona la portata del conflitto. Soddisfazione cinese. Ma anche gli Usa stanno cambiando politica
Un conflitto a bassa intensità. Un brivido deve aver percorso le schiene degli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu quando lunedì, in un incontro a porte chiuse, hanno sentito definire il conflitto in Darfur, in corso dal 2003, con queste parole. Ad avere l'ardire di rompere la retorica che, con una certa dose di veridicità, in questi anni ha permeato i discorsi sul Sudan e in particolare la sua regione più occidentale non è stato un analista qualunque. A prendere la parola davanti ai Quindici è stato Rodolphe Adada, ex ministro degli esteri del Congo e rappresentante speciale congiunto dell'Onu e dell'Unione Africana per il Darfur. Ovvero, il responsabile politico e diplomatico dell'operazione di peacekeeping congiunta Onu-Ua, l'Unamid, dispiegata in Darfur a inizio 2008.
A bassa intensità, e non da oggi. Perché, ha spiegato Adada illustrando ai Quindici l'ultimo rapporto del Segretario generale Ban ki-Moon su Unamid, dal gennaio 2008 a oggi le morti causate da atti violenti in Darfur sono state circa 2000. Come a dire, tra le 130 e le 150 al mese negli ultimi quindici mesi.
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Sui pirati vi stanno ingannando
di Johann Hari
4 febbraio 2009
Chi immaginava che nel 2009, i governi del mondo avrebbero dichiarato una nuova Guerra ai Pirati? Mentre leggete queste righe, la Marina Reale Britannica - appoggiata dalle navi di più di due dozzine di paesi, dagli USA alla Cina - sta navigando nelle acque somale per combattere degli uomini che ancora raffiguriamo come furfanti dalla pantomima del pappagallo sulla spalla. Presto combatteranno le navi somale ed anche inseguiranno i pirati sulla terraferma, in uno dei più disastrati paesi sulla terra.
Ma dietro le stranezze da linguaggio dei pirati di questa storia, vi è uno scandalo non rivelato. La gente che i nostri governi etichettano come "una delle grandi minacce dei nostri tempi" hanno una storia straordinaria da raccontare - e qualche buon diritto dalla loro parte.
I pirati non sono mai stati affatto quel che pensiamo siano. Durante l'"età d'oro della pirateria" - dal 1650 al 1730 - l'idea del pirata come rapinatore insensato e selvaggio, che tuttora persiste, è stata creata dal governo britannico in un grande sforzo di propaganda. Molte persone comuni la ritenevano falsa: i pirati erano spesso liberati con la forza dalla forca da folle di sostenitori. Perché?
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Le due piraterie in Somalia
Paolo Barnard
Mohamed Abshir Waldo è un analista somalo che lavora in Kenia. E’ autore di una pubblicazione dal titolo “Le due piraterie in Somalia: Perché il mondo ignora l’altra?”. Ecco la sua testimonianza:
“Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato i nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.
Le nazioni maggiormente coinvolte in questa prima pirateria sono la Francia, la Norvegia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, le Gran Bretagna, ma anche la Russia e i Paesi asiatici come la Korea, Taiwan, le Filippine, la Cina. Tutto è cominciato, per quanto riguarda la pesca illegale, nel 1991. Le comunità dei pescatori somali ha per anni protestato presso l’ONU e la UE, ma sono stati del tutto ignorati.
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Crisi in Darfur: il sangue, la fame e il petrolio
Parla Mohamed Hassan
Intervista di Gregory Lalieu e Michel Collon
Il primo genocidio del 21° secolo si sta svolgendo nel Darfur? Questa regione del Sudan è teatro di un conflitto che sensibilizza l'opinione pubblica internazionale. Da qui ci raggiungono le stesse immagini di miseria tipiche di ogni conflitto consumato sul suolo africano: gli uomini laceri, i bambini piangono e il sangue scorre. L'Africa è tuttavia il continente più ricco del mondo. In questo nuovo capitolo del viaggio che abbiamo intrapreso per "comprendere il mondo musulmano", Mohamed Hassan ci rivela le origini del paradosso africano e ci ricorda che il Sudan oltre a ospitare diverse etnie e religioni, abbonda sopratutto di petrolio.
Quali sono le origini della crisi in Darfur? L'attore americano George Clooney in qualità di testimonial per "Save Darfur" ha denunciato l'assassinio degli africani per mano delle milizie arabe. Per contro il filosofo Bernard-Henry Levy, che ugualmente cerca di mobilitare l'opinione pubblica internazionale, sostiene che si tratta di un conflitto tra l'islam radicale e l'islam moderato. La crisi nel Darfur è etnica o religiosa?
La vasta regione africana ricca di risorse poteva essere unita e sviluppata…
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