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La Grecia e il signoraggio al cubo
di Giulietto Chiesa
L'hanno chiamata “operazione salvataggio” della Grecia. In realta' il cosiddetto “aiuto” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea e' un'ulteriore bastonata collettiva inferta ai cittadini greci. Ulteriore, perche' la Grecia non si troverebbe in questa situazione se non avesse gia' perduto la sua sovranita'.
L'hanno gia' perduta, sotto i colpi del mercato finanziario mondiale, tutti gli altri Stati Europei. E la perdita della sovranita' e' racchiusa nella consegna, alla speculazione finanziaria internazionale, del suo debito. Basti dire che, se l'operazione “funzionera'”, il debito della Grecia passera' nei prossimi tre anni, dall'attuale 115% del prodotto interno lordo al 150. Cioe' si puo' gia' prevedere, matematicamente, che nel 2013 la situazione in Grecia sara' peggiore di quella di oggi, con un paese in recessione, disoccupazione crescente, consumi a terra.
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Turchia nel mirino di Israele: colpire uno per educarne cento
Alfatau
La storia dello Stato ebraico dimostra che l'impiego della forza militare è stato sempre deciso in piena corrispondenza con gli assunti strategici della Realpolitik israeliana e prestando grande attenzione agli effetti psicologici sugli avversari.
La gravità di quanto accaduto nelle acque internazionali al largo di Gaza, quindi, non consiste tanto nell'evidente violazione delle regole del diritto internazionale umanitario (cosa questa per nulla nuova alla prassi israeliana), quanto nel rappresentare una diretta conferma di un disegno strategico di potenza che osservatori attenti, negli ultimi anni, hanno già analizzato e descritto in dettaglio (1).
Tanto più vera è questa affermazione in relazione alla situazione di Gaza: già dopo l'attacco del dicembre 2008 abbiamo tentato di spiegare su queste colonne (2), che quell'offensiva era stata costruita, sul piano politico, diplomatico e militare, secondo un'impostazione strategica autonoma che aveva cioè ben poco a che fare con la semplice reazione punitiva agli attacchi, del tutto inconsistenti sul piano politico-militare, dei razzi di Hamas - come Israele sosteneva.
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Il decennio perduto dell’ Unione europea
Antonio Lettieri
Si mette in discussione la stessa esistenza della moneta unica, che pure era nata al culmine di un momento di magnificenza per l’Europa. Bisognerebbe invece riconoscere che la crescita anemica e l’attuale crisi sono il frutto di politiche radicalmente sbagliate
La crisi greca ha rilanciato il dibattito sulla natura dell'Unione economica monetaria, la sua origine e i rischi di disintegrazione. Per alcuni commentatori si tratta di una crisi annunciata e inevitabile. L'unione monetaria – è la tesi - non può funzionare senza istituzioni politiche. Oppure, traducendo la questione in termini economici: un'area valutaria è destinata al fallimento senza il verificarsi d quelle che il premio Nobel Robert Mundell descrisse, nel secolo scorso, come condizioni "ottimali", tra le quali la piena mobilità del lavoro e la flessibilità di prezzi e salari. Coloro che condividono il primo o il secondo di questi punti di vista (o entrambi) traggono dalla crisi greca – e dall’insieme degli squilibri che agitano l’Unione - una prognosi sfavorevole per il destino della moneta unica. In breve, l'Unione monetaria sarebbe destinata alla disintegrazione.
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L’Europa del mercato
di Franco Russo
1.
L’aggressione dei centri finanziari contro i debiti sovrani degli Stati dell’Unione Europea dimostra la loro forza devastante, a sanzione che le politiche pubbliche anche delle economie a scala continentale come quella europea devono sottostare alle leggi del mercato e del profitto (in questo caso alla speculazione sui titoli pubblici). La Grecia è l’anello debole della catena, tirata per coinvolgere l’intero sistema dell’euro, BCE in testa. Il patto di stabilità, quello che sancisce i livelli massimi del debito e del deficit pubblici al 60% e al 3% del PIL, è già saltato per i massicci aiuti che gli Stati hanno concesso nel 2008-10 per salvare le banche dal tracollo. Saltati i parametri di Maastricht, ora la BCE vede modificarsi i suoi obiettivi che finora erano solo quelli del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi. Come ha rilevato Paolo Leon la BCE ha ampliato, sotto l’urgenza della crisi, le sue funzioni perché l’euro non è emesso più solo in relazione ai fabbisogni commerciali, bensì anche per quelli finanziari potendo comprare ‘debito pubblico’ – sostituendo in pratica obbligazioni nazionali con quelle emesse dalla BCE. È in atto un altro salvataggio delle banche, dato che il debito pubblico greco è in gran parte nei portafogli delle banche soprattutto francesi e tedesche.
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Futuro Grecia
di Raffaele Sciortino
La Grecia è oggi l'oggetto immaginario di una proiezione. Capro espiatorio dei malanni dell'euro, bersaglio di esorcismi di massa nei confronti della crisi globale - non era in via di superamento? -, punto di precipitazione della costruzione europea. Insomma il "colpevole" finalmente rinvenuto della situazione delittuosa. Ma come ogni falsa proiezione che configura anche ciò che è più familiare come nemico (Adorno), essa si basa sulla inconfessabile sensazione che il male - la presa ferrea della ricchezza astratta finanziaria sulle nostre vite - è già qui e non necessita del contagio per diffondersi.
Crisis is not over
Finito il primo round della crisi globale, la finanziarizzazione ha oggi cambiato veste producendo la bolla speculativa dei debiti sovrani. La logica, neanche tanto recondita, l'aveva ben sintetizzata Stiglitz qualche mese fa: "I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato».
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Guadalajara
di Carlo Bertani
Mai ci saremmo attesi una notizia di questo genere: tre operatori umanitari italiani, arrestati dalle forze armate afgane con la collaborazione della forza ISAF, della quale fanno parte anche militari italiani!
La notizia, in sé, si smonta come un gelato sull’asfalto d’Agosto: come molti avranno notato, all’ingresso degli ospedali di Emergency c’è sempre la scritta: “No weapons”.
Significa, semplicemente, che chiunque chieda aiuto per essere curato negli ospedali di Emergency deve depositare le armi prima d’entrare. Non è difficile immaginare che, una stanza vicina all’ingresso della struttura ospedaliera, sia adibita proprio a “deposito” per chi porta con sé delle armi: dunque, l’accusa d’aver trovato armi, è un segreto di Pulcinella.
Chi conosce l’Afghanistan sa benissimo che – anche prima delle varie guerre che hanno insanguinato il Paese negli ultimi decenni – era abitudine degli afgani girare armati.
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La guerra si avvicina ogni giorno di più al Venezuela
di Eva Golinger
L’attacco permanente degli Stati Uniti
L’impero non smetterà di cercare meccanismi e tecniche per ottenere il suo obiettivo finale, e non potremo scartare la possibilità in un futuro prossimo di un conflitto bellico in questa regione… Se quest’anno il Venezuela fosse inserito nella famosa lista degli “Stati terroristi”, ci troveremmo alla vigilia di un conflitto militare.
L’America Latina continua, da più di duecento anni, ad essere sottoposta ad un’aggressione costante diretta da Washington. Tutte le tattiche e le strategie della guerra sporca sono state applicate ai diversi paesi della regione: colpi di Stato, assassini, uccisioni di presidenti, sparizioni, torture, dittature brutali, atrocità, persecuzione politica, sabotaggi economici, guerra mediatica, sovversione, infiltrazione di paramilitari, terrorismo diplomatico, intervento elettorale, blocchi e persino invasioni militari. Non ha mai importato chi governi alla Casa Bianca – democratici o repubblicani -. Le politiche imperiali sono state sempre conservate.
Nel secolo XXI, il Venezuela è stato uno dei principali bersagli di queste permanenti aggressioni. Dal golpe di aprile 2002 fino ad oggi, abbiamo assistito ad una pericolosa scalata di attacchi e attentati contro la Rivoluzione Bolivariana. Sebbene molti siano stati sedotti dal sorriso e dalle parole poetiche di Barack Obama, basta guardare cosa è accaduto negli ultimi tempi per verificare come l’aggressione al Venezuela si sia intensificata
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Il modello americano
di Michele Paris
Due giorni dopo la pubblicazione del consueto rapporto annuale sulla condizione dei diritti umani nel mondo, da parte del Dipartimento di Stato americano, alla metà di marzo il governo cinese ha risposto con un proprio studio sullo stesso argomento, relativo però agli Stati Uniti. Il “Human Rights Record of the United States in 2009” dell’Ufficio Informazioni presso il Consiglio di Stato cinese, fornisce uno sguardo decisamente alternativo, e scrupolosamente documentato, sulla situazione domestica della prima potenza planetaria e sugli effetti della sua politica estera. Quello che ne emerge è un quadro a tratti agghiacciante di un paese ed una società in profonda crisi, la cui propaganda ufficiale vorrebbe rappresentare invece come un modello di democrazia per l’intero pianeta.
Il dipartimento cinese responsabile della stesura del rapporto fa giustamente notare come Washington utilizzi, “anno dopo anno, il proprio studio per lanciare accuse ad altri paesi, trattando la questione dei diritti umani come uno strumento politico per interferire negli affari interni di governi sovrani, screditandone l’immagine e promuovendo così i propri interessi strategici”. Un atteggiamento strumentale, insomma, che rivela il “doppio standard” adottato dagli USA sul delicatissimo tema dei diritti umani.
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A che serve spezzare le reni alla Grecia
Marcello De Cecco
Uno dei problemi dell’Unione Europea è che in qualsiasi momento ci sono elezioni imminenti da qualche parte nei ventisette paesi membri o nei sedici paesi dell’Unione Monetaria. Una parte della classe politica europea è dunque sempre impegnata a organizzarle e disputarle. Gli atteggiamenti che assume nei confronti dei più scottanti problemi europei del momento sono quindi funzionali alla politica elettorale, moltiplicata per ventisette o sedici rispetto a quel che avviene in uno stato nazionale. Lo stesso accade in un grande stato federale come gli Stati Uniti, e le conseguenze le conosciamo da tempo e le vediamo anche oggi. Ora si avvicinano per l’appunto le elezioni nel land della Renania, dove si affrontano non solo governo e opposizione, ma dove i liberali del disinvolto Westerwelle cercano di mantenere le posizioni guadagnate nelle elezioni generali.
Ecco dunque il capo liberale affermare che se non fosse per le malefatte della Grecia i tedeschi potrebbero vedersi ridurre il carico fiscale, come lui promise nelle elezioni generali. Ed ecco il ministro Schauble, dal canto suo, proporre un fondo monetario europeo che è in realtà un letto di contenzione per paesi dell’Unione Monetaria che non rispettano le regole di austerità fiscale. La signora Merkel afferma in Parlamento che i trattati europei (forse intende Maastricht) devono essere cambiati, introducendo la esplicita possibilità di espellere un membro fiscalmente reprobo.
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Ahmadinejad e Obama: due attori per un finale già scritto?
di Simone Santini
Mentre le immagini di esercitazioni missilistiche in Iran, anche quando si tratta di test dell'industria aero-spaziale nazionale, riempiono gli schermi dei notiziari occidentali, ingenerando l'impressione di una incombente e oscura minaccia, ben poca eco ha invece avuto il dispiegamento voluto da Obama delle batterie di missili patriots nei paesi arabi del Golfo persico.
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi. Ognuno di questi paesi, secondo il generale Petraeus, riceverà due batterie di sistemi di missili anti-missile difensivi denominati patriots, mentre negoziati sono in corso con l'Oman. Il termine "difensivo" non deve trarre in inganno. Il sistema è concepito per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane in seguito ad un attacco che coinvolga la penisola arabica come corridoio aereo. In questo modo Washington intende ottenere una serie di risultati: accrescere la pressione su Teheran; rassicurare i paesi arabi vicini senza l'intervento sul posto di truppe che potrebbero contrariare le opinioni pubbliche di quei paesi; calmare e dissuadere Israele da un attacco preventivo.
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Perché gli Usa provocano la Cina?
di Enrico Piovesana
Cosa c'è dietro all'escalation della tensione alimentata da Washington nei confronti di Pechino?
Perché gli Stati Uniti continuano a provocare la Cina? Se lo chiedono in molti, anche negli Usa.
L'escalation. Prima l'aggressivo pressing sulle emissioni inquinanti, accompagnato dalla minaccia di Obama di spiare la Cina con i satelliti militari a scopo ambientale.
Poi il durissimo attacco della Clinton alle politiche informatiche cinesi in seguito al caso Google (azienda legata alla più potente agenzia d'intelligence Usa, la National Securty Agency) che con insolito clamore ha denunciato un attacco informatico non diverso dai tanti già subiti in passato.
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Internet: Nuova boccata d'ossigeno per l'egemonia degli Stati Uniti
[La posizione cinese sulla rete internet da Chinadaily.com.cn. Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare]
Internet è nato negli Stati Uniti. Nel 1969, l'Advanced Research Projects Agency (Agenzia per Progetti di Ricerca Avanzati - ARPA) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha sperimentato il primo PSN (rete di commutazione a pacchetto) al mondo per collegare quattro università degli Stati Uniti. Il mondo ha visto una notevole espansione delle dimensioni e del numero di utenti di Internet tra la fine degli anni 1970 e i primi anni del 1980. Nel settembre del 1989, l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) è stata fondata, con una sovvenzione da parte del Dipartimento del Commercio statunitense, per amministrare i root server Internet. Negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti, con il vantaggio di essere il luogo di nascita della tecnologia, hanno dominato Internet in tutto il mondo.
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Il fatale premio geoogico chiamato Haiti
F. William Engdahl

- Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.
- Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.
- Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.
Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, probabilmente di grandezza maggiore del vicino Venezuela.
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PRIORITA’ USA AD HAITI: BLOCCO AERONAVALE E OCCUPAZIONE MILITARE PER IMPEDIRE L’ESODO VERSO LA FLORIDA
di Lucio Manisco
Incapacità degli Stati Uniti d’America di gestire l’assistenza umanitaria ad Haiti? A questo interrogativo si rifanno le critiche mosse dai mass media al governo di Washington per il caos del dopo terremoto che in due settimane ha aggiunto qualche decina di migliaia di morti ai 200.000 del sisma.
I fatti, non le opinioni, dimostrano che le priorità degli Stati Uniti sono ben diverse, sacrificano anche se non azzerano gli intenti umanitari e si articolano su una mobilitazione di mezzi bellici senza precedenti in tempi di pace.
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La Grecia sul baratro, ostaggio tedesco
di Joseph Halevi
A Berlino e Francoforte (sede della Banca centrale europea, Bce), via Bruxelles, si sta preparando per la Grecia una tragedia economica da preoccupare perfino il Financial Times al punto da chiedere una discussione pubblica su come affrontare la situazione.
Molto giustamente Martin Wolf - sulle pagine del 20 gennaio - osservava che la Grecia è il canarino nella gabbietta portata dal minatore in galleria. A mio avviso la crisi greca mostra l'insostenibilità di tutta l'architettura comunitaria elaborata a Maastricht, formalizzata nel patto di stabilità firmato a Dublino nel dicembre del 1996 e istituzionalizzata nella formazione della «zona dell'euro». In realtà il sistema non ha mai funzionato. Si è trasformato in un meccanismo vincolante per alcuni - la maggioranza dei paesi - e non per altri.
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