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Se cade l’Egitto

Trema il sistema dei regimi arabi

La rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata, cogliendo impreparati i principali attori del panorama politico internazionale malgrado i segnali premonitori che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino a quel momento considerato fra i più stabili del mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane, travolto da una sollevazione popolare che ha assunto forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.

Tuttavia, sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta di massa non possa mai essere previsto con certezza poiché la scintilla che la determina dipende solitamente da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i segnali premonitori di una possibile deflagrazione sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).

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Non è tempo di esitare

Rossana Rossanda

Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.

E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli - infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n'è traccia.

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Chi ha paura delle rivoluzioni?

Slavoj Žižek

Una delle cose che colpisce di più, nelle rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto, è l’evidente assenza del fondamentalismo islamico. Nella migliore tradizione della democrazia laica, le persone si sono semplicemente ribellate contro un regime oppressivo e corrotto e contro la povertà, chiedendo libertà e speranza economica.

È stata così smentita la cinica visione dei liberali occidentali, convinti che nei paesi arabi i sentimenti democratici riguardino solo una ristretta élite liberale, mentre la stragrande maggioranza della popolazione si lascia mobilitare solo attraverso il fondamentalismo religioso o il nazionalismo. Ora la domanda è: cosa succederà? Chi uscirà vincitore sul piano politico?

Quando è stato nominato un governo provvisorio in Tunisia, si è deciso di escluderne gli esponenti dei partiti islamici e della sinistra più radicale. Commento gongolante dei liberali: bene, tanto sono la stessa cosa, due estremi totalitaristici. Ma è davvero tutto così semplice? E se invece l’antagonismo principale e a lungo termine fosse proprio quello tra gli islamisti e la sinistra?

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L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano

Miguel Martinez   

Curioso leggere in giro, questi giorni.

Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.

Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.

Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.

Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.

E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.

La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.

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UN RESPIRO DEL MONDO

Rossana Rossanda

Chi si aspettava una rivolta popolare in Tunisia, in Algeria, in Egitto? Nessuno. Non la Francia, persuasa di detenere idealmente il controllo su un paese che era stato sua colonia e ha fatto una gaffe clamorosa proponendo a un Ben Ali, già in fuga, di mandargli a sostegno le sue forze più esperte in tema di repressione. Non gli Stati Uniti, che avevano nel vacillante Hosni Mubarak il più forte alleato in Medioriente, l’Egitto essendo uno dei due paesi ad aver riconosciuto formalmente lo stato di Israele e speciale nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte nel conflitto fra Israele e Palestina. Barack Obama, che segue ora per ora la situazione, ha un bel chiedere a Mubarak di non ricorrere alla repressione. Mubarak non è tipo da prendere consigli e sfida ancora un popolo in collera, niente affatto disposto a contentarsi del licenziamento del governo e di un discorso pieno di promesse da parte di un despota.

La rivolta è partita dalla Tunisia, e sta contagiando la riva meridionale del Mediterraneo. E’ stata bloccata da un esercito potente e proprietario in Algeria, sul cui regime nessuno apre il becco, sia perché è il nostro grande fornitore di gas, sia perché vi abbiamo degli interessi enormi, sia perché la si considera un freno all’allargarsi dell’islamismo.

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Gli Stati Uniti e la rivolta egiziana

by Miguel Martinez   

Hosni Mubarak è un signore di 82 anni.

Le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato, poi, quanto il popolo egiziano lo ama.

Facendo queste due semplici considerazioni, ieri sera il presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso in cui ingiunge, con fare piuttosto autoritario, a Hosni Mubarak a fare delle “riforme” e a “dialogare” con il popolo.

Questo non vuol dire, mandare via Hosni Mubarak dopo 30 anni di fedele servizio; ma è una bella bacchettata a un impiegato che non ha saputo fare il suo mestiere.

Così, quando Hosni Mubarak se ne andrà, o in Arabia Saudita o direttamente in Paradiso, la colpa non sarà data agli Stati Uniti.

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Il Mediterraneo incendia l'Europa

di Alfonso Gianni

Non solo la via d’uscita dalla crisi non si vede, neppure da lontano, ma lo scenario sociale entro il quale essa si svolge si sta infiammando. Se negli Usa e in Europa l’espressione continua a mantenere un significato essenzialmente metaforico - anche se manifestazioni, scontri e scioperi si susseguono con sempre maggiore intensità - altrove va presa alla lettera. E’ il caso di quanto sta succedendo nella parte meridionale del bacino mediterraneo con le “rivolte del pane” che sono già costati diversi morti in Tunisia e in Algeria. Se in quest’ultimo paese le tensioni che possono sfociare in fatti di sangue purtroppo non sono una novità, la Tunisia - ove la rivolta ha avuto un immediato esito politico, provocando la caduta del governo autoritario di Ben Alì che durava da 23 anni - era considerata fin qui un porto sicuro per il turismo europeo, praticamente l’unica risorsa per quel paese. Ora le diplomazie europee scoraggiano i propri cittadini a mettersi in viaggio nel Maghreb.

In entrambi i casi, altra differenza con il passato, la dimensione religiosa se non estranea non è certamente protagonista nel conflitto. Si è tornati alla difesa disperata della nuda vita.

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Le risposte di Hu Jintao al Washington Post

sul Washington Post del 19/01/2011

Questa è una completa e inedita trascrizione di una serie di domande del Washington Post e del Wall Street Journal al Presidente cinese Hu Jintao. L’intervista è stata spedita alla fine di dicembre e le risposte, in inglese, sono state pubblicate dal governo cinese il 16 gennaio

Come vede l’attuale stato dei rapporti Cina-Stati Uniti? Quali sono le aree più promettenti della collaborazione reciproca tra Cina e Stati Uniti? Quali pensa siano le sfide più importanti di lungo periodo nel continuo e stretto sviluppo delle relazioni sino-statunitensi?

Già dall’inizio del ventunesimo secolo, grazie allo sforzo concertato di entrambe le parti, le relazioni tra Cina e Stati Uniti hanno conosciuto una crescita costante. Da quando il Presidente Obama è entrato in carica, abbiamo mantenuto stretti contratti attraverso lo scambio di visite, incontri, conversazioni telefoniche e lettere. Siamo d’accordo per il ventunesimo secolo nel costruire relazioni costruttive, cooperative e globali tra Cina e Stati Uniti. Insieme abbiamo istituito il meccanismo della commissione SED (China-US Strategic and Economic Dialogues). Nel corso dei due anni precedenti, la Cina e gli Stati Uniti hannno svolto una cooperazione funzionale in un ampio raggio di aree tra cui l’economia e il commercio, l’energia, lo sviluppo, l’antiterrorismo, applicazione della legge e la cultura. I due paesi hanno mantenuto stretti contatti e coordinazione riguardo i problemi principali delle zone calde, internazionali e regionali, e hanno guidato sfide globali come il cambiamento del clima e la crisi internazionale della finanza.

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Hu Jintao-Obama, la "bolla" cinese che sostiene tutto

Joseph Halevi

È una noia dover scrivere dell'incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne. Al di là del fatto che Obama è un «lame duck President», presidente-anatra zoppa, bersaglio sicuro dei cacciatori, è «noioso» il contesto delle relazioni tra i due paesi, perché falsato dalle dichiarazioni politiche. Esempio: Hu ha detto che il regime del dollaro è finito, cose già sentite in passato, in Europa fin dagli anni Settanta! Hu Jintao non ha la minima idea di cosa proporre al posto del sistema dollaro. Vuole solo minacciare gli Usa dicendo che la Cina non accetta di subire passivamente i costi finanziari dei surplus cinesi in dollari. Ma - come lucidamente dimostrato sul China Daily del 23 dicembre dall'ex dirigente della Banca del Popolo Yu Yongding - Pechino é vincolata alle esportazioni nette sia per gli interessi della classe capitalistico-statale dominante, sia per la dinamica industriale fondata sulla forza della riproduzione espansiva piuttosto che sulle innovazioni made in China.

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L’“umanitario” diventa militare-civile

di Antonio Mazzeo

Le crisi economiche, sociali e politiche generate dalla diffusione generalizzata delle politiche neoliberiste e la contemporanea crisi ideale e d’identità delle organizzazioni di massa della sinistra (partiti, sindacali, ecc.) - fenomeni che hanno segnato l’ultimo trentennio - non potevano non segnare la mission, i percorsi e l’agire delle Organizzazioni non governative (ONG). Sviluppatesi in buona parte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 per ripensare i modelli di sviluppo, sostenere le lotte di liberazione nel Sud del mondo e svolgere opera di sensibilizzazione contro le feroci dittature al potere in Asia, Africa e America latina, sono veramente poche le ONG che oggi s’interrogano sugli scopi sempre meno “umanitari” dei donanti e cofinanziatori dei propri programmi e progetti nel Sud del mondo. Complice poi la sempre maggiore dipendenza dalle sempre più scarse risorse finanziarie dei soggetti pubblici (l’Unione Europea e, in Italia, la DGCS Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri), le ONG si sono lasciate trascinare dalle logiche e le strategie di riacquisizione dell’egemonia in alcune aree geografiche ritenute “prioritarie” dai donanti non per l’oggettiva gravità delle condizioni di vita delle popolazioni ma perché sempre più spesso caratterizzate da governi deboli o disponibili alla firma di accordi di “libero commercio” per perpetuare il saccheggio delle transnazionali. 

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Wikileaks, il WTO e la guerra psicologica

di Comidad

Il presidente dell'Iran Ahmadinejad ha immediatamente catalogato il caso Wikileaks nell'ambito della guerra psicologica, un concetto che nel dibattito politico iraniano non solo è abituale, ma viene anche richiamato in modo appropriato, con chiaro riferimento agli aspetti tecnici del problema. Per un Paese che cerchi di difendersi dal colonialismo, il concetto di "guerra psicologica" infatti costituisce una di quelle categorie-chiave essenziali per comprendere il mondo in cui si vive.

La guerra psicologica risulta tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale, e la colonia perfetta è quella inconsapevole di esserlo; quindi non c'è da stupirsi che sui notiziari italiani le parole di Ahmadinejad siano scivolate senza commenti né spiegazioni, ed anche quando l'espressione "guerra psicologica" è stata per un attimo evocata, essa è rimasta a galleggiare in un oceano di indeterminatezza, senza mai far luce con un esempio o con un riferimento storico.

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Obama al capolinea e il governo della Fed: linee di faglia negli States

di Raffaele Sciortino

Uno degli spostamenti elettorali maggiori degli ultimi cinquant'anni e un referendum negativo sull'operato di Obama: è il doppio, secco risultato delle elezioni di midterm negli States. Il dato non è soltanto numerico e geografico - sono tornati ai repubblicani il Sud, il Midwest rurale, il West montano con in più buona parte della cintura della ruggine dei Grandi Laghi - quanto indicativo di un trend (il Senato è stato rinnovato solo di un terzo) e soprattutto degli umori profondi della popolazione statunitense. La composita coalizione elettorale che spinse Obama alla vittoria si è sfrangiata, la middle class lavoratrice bianca, gli anziani, i residenti dei suburbi e in parte le donne e gli indipendenti si sono riversati sul voto repubblicano. Gli under trenta, pur restando un bacino di voti democratico, hanno drasticamente ridotto la loro partecipazione elettorale così come le minoranze.


"Yes we can, but..."


È la fine del change obamiano dopo soli due anni e per ragioni niente affatto nascoste.

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Elezioni Usa: popolazione frustrata nella superpotenza in declino

di Davide Grasso

La mappa del risultato elettorale statunitense è impietosa per i democratici, soprattutto se si guarda alle elezioni per la camera (House) e per i governatori dei singoli stati (http://elections.nytimes.com/2010/results/house). La maggior parte dei candidati repubblicani vince in tutto il Midwest (Kansas, Nebraska, Nord e Sud Dakota, Illinois, Missouri), in molti distretti di stati dell'ovest come Colorado, Wyoming, Utah, Nevada, della west coast come la California e l'Oregon, nel sud (Texas, New Mexico, Arizona, Oklahoma, Georgia, Florida, Tennessee, Kentucky, Nord e Sud Carolina) e anche in molti distretti degli stati del nord-est, che di solito premiano i democratici (circa la metà dei rappresentanti dello stato di New York, la Pennsylvania, parte del New Hampshire e del New Jersey). Nelle elezioni per i governatori dei singoli stati i democratici si assicurano soltanto uno stato dell'ovest, il Colorado, confermano New York e il Vermont, e conquistano la California. Perdono però in vari stati dove erano al governo nello stesso Midwest (Kansas, Iowa, Wisconsin, Michigan, Ohio), nell'ovest (Wyoming) nell'est (Pennsylvania, Maine) e nel sud (New Mexico, Oklahoma, Tennessee, Florida). I repubblicani confermano i propri governatori anche in Arizona, Utah, Nevada, Idaho, Alaska, Texas, Nebraska, Sud Dakota, Alabama, Georgia e in vari altri stati.

Nella conferenza stampa di mercoledì, Barack Obama ha definito il risultato "umiliante".

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Patacca Cia-Mossad-Wikileaks

di Fulvio Grimaldi

Ti pareva che questa sinistra disastrata, catarrosa e tartagliante nel coro delle volpi e delle pecore al seguito del pastore zufolante, non si tuffasse a corpo morto (NON si fa per dire) nelle sabbie mobili, astutamente occultate da mirti e ginestre, dell’ennesima megatruffa USraeliana? Wikileaks e il suo ambiguo portavoce Assange, inquisito per molestie sessuali e buttato fuori dalla tollerantissima Svezia (ovviamente da “toghe rosse”), se fossero quello di cui si vantano e che gli viene accreditato dalla Grande Armada di canaglie e utili idioti, i centomila squadroni della morte Cia-Mossad in giro per il mondo gli avrebbero già fatto la festa. Invece il ministro dell’offesa Usa, Robert Gates, criminale di guerre Bush, rimesso sugli altari dei sacrifici umani da Obama, ha tranquillamente dichiarato:”Quella roba non ci disturba per niente”. E ti credo! Perché, anzi, puntella con trucchi per gonzi proprio gli obiettivi strategici centrali della criminalità organizzata imperialista. Non ci credete?

Il primo compattatore Wikileaks, tra alcune nefandezze Usa in Iraq, scontate dai tempi di Abu Ghraib, Guantanamo e Bagram, ha sversato nella discarica imperiale un ordigno tossico: sono i pachistani del servizio segreto SIS a guidare, rifornire e incoraggiare i “terroristi Taliban”.

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Nicolas...c'est la grève!

Precariato sociale

Blocchi, presidi, occupazioni, manif sauvage: le proteste contro la riforma delle pensioni in Francia non si fermano. In tutto il paese, con diverse modalità, le iniziative di opposizione non fanno che aumentare e radicalizzarsi. La Francia è sull'orlo della paralisi. La protesta ha ormai una valenza politica che potrebbe far tremare non solo Sarkò e il suo governo, ma anche la fortezza Europa. Ed oggi (19.10) i francesi scendono di nuovo, tutti insieme, in piazza (previsti 266 cortei), per il sesto sciopero generale in pochi mesi

La mappa delle proteste

Difficile, anzi impossibile, dare un quadro completo della situazione. Le iniziative si moltiplicano non solo a Parigi e nelle altre metropoli (e nelle periferie di queste), ma in tantissime città di media e piccola grandezza. Ospedali, scuole, fabbriche (bloccato dagli operai anche lo stabilimento Peugeut di Sochaux, il più grande in Francia), trasporti: tutti i settori si stanno mobilitando contro questa riforma delle pensioni tanto voluta dal governo Sarkozy.

Il traffico ferroviario risulta ancora in difficoltà in tutto il paese (circola all'incirca un treno su due), le metropolitane funzionano a singhiozzo da ormai due settimane, gli aeroporti hanno cancellato anche oggi circa la metà dei voli. A creare disagi si sono aggiunti da ieri anche i camionisti, lanciando la cosiddetta operation esgargot e provocando code kilometriche sia nella tangenziale di Parigi che in altri punti strategici dell'Exagone.