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Benvenuti nel mondo violento del signor Belle Speranze

John Pilger

Quando la Gran Bretagna perse il controllo dell'Egitto nel 1956, il primo ministro Anthony Eden disse che voleva il presidente nazionalista Gamal Abdel Nasser "distrutto [...] ammazzato [...] non m’importa niente se c'è anarchia e caos in Egitto". Quegli arabi insolenti dovevano essere ricacciati "nei bassifondi da cui non sarebbero mai dovuti uscire", aveva invece già sostenuto Winston Churchill nel 1951.

Il linguaggio del colonialismo avrà subito modifiche, ma lo spirito e l’ipocrisia sono identici. Come risposta mirata alle sommosse arabe iniziate a gennaio che hanno sbigottito Washington e l’Europa - causando un panico come se fossero stati cacciati dall'Eden -, sta emergendo una nuova fase imperialista. Perdere il tiranno egiziano Mubarak è stato doloroso, ma non fatale. Una contro-rivoluzione, sostenuta dagli americani, è tuttora in corso, dato che il regime militare del Cairo è sedotto da una nuova corruzione e dallo spostamento di potere dal basso ai gruppi politici che non hanno partecipato alla rivoluzione. L’obiettivo dell’Occidente, come sempre, è quello di bloccare la democrazia autentica e di riprendere il controllo.

La Libia è arrivata al momento propizio. L’attacco della Nato alla Libia con il pretestuoso mandato della “no-fly zone” assegnato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per “proteggere i civili” è singolarmente simile alla definitiva distruzione della Jugoslavia nel 1999. Non c’era un avallo vero e proprio delle Nazioni Unite per bombardare la Serbia e per “salvare” il Kossovo, eppure quella propaganda echeggia ancora. Al pari di Slobodan Milosevic, Muammar Gheddafi è dipinto come “un nuovo Hitler” che ordisce il “genocidio” della sua stessa gente. Di questo non c’è alcuna prova, come non c’era alcuna prova del genocidio in Kossovo. In Libia c’è una guerra tribale civile, e la rivolta armata contro Gheddafi è stata da tempo pianificata da americani, francesi e inglesi con i loro aerei che attaccano la zona residenziale di Tripoli usando missili all’uranio e col sommergibile HMS Triumph che spara missili Tomahawk, ripetendo la tattica “shock and awe”, “sconvolgi e terrorizza”, usata in Iraq, che ha causato migliaia di morti e mutilati tra la popolazione civile.

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Noi – come sempre – ricordiamo tutto

Militant

«Noi siamo l’impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi state studiando questa realtà, giudiziosamente, noi agiremo ancora, creando altre nuove realtà, che voi potrete soltanto studiare, e nient’altro».
Karl Rove, consigliere di G.W.Bush (2004)

L’arresto del generale serbo Ratko Mladic ha rigenerato, sui media italiani, quello stucchevole e scontato clima di concordia e visione unica del mondo e della storia che intossica la nostra percezione della realtà. Sono ormai decenni che la sinistra europea ha abbandonato l’idea che la storia e le vicende umane possano leggersi sotto un’altra lente, con altri occhi, interpretando diversamente ciò che l’informazione unificata ci propina ogni giorno come unica verità possibile.

Il giochetto andato di moda in questi anni è stato quello del male assoluto, del nemico dell’umanità: Saddam Hussein, Gheddafi, Ahmadinejad, Milosevic, e via dicendo. Oggi, Ratko Mladic. E, ogni volta, una sinistra succube culturalmente e politicamente segue il carrozzone mediatico senza proporre alternative interpretative, cedendo di continuo sul piano culturale e sociale in nome di qualche vago insieme di valori condivisi. Male assoluto contro cui tutti dovremmo unirci abbattendo le divisioni politiche che dividono la società.

Oggi è il caso di Ratko Mladic, che in pochi giorni ha oscurato Hitler&co come persona più orrida sulla terra, l’antiuomo contro il quale non esistono differenze politiche ma un’unica battaglia da combattere in nome dei diritti umani. Questo è il gioco portato avanti da sempre dalla storia “ufficiale”: de-contestualizzare e de-storicizzare ogni avvenimento storico, ogni fatto accaduto, per reinterpretare gli avvenimenti secondo i fini politici del momento.

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Strauss-Kahn: ecco la verità

di Giancarlo Marcotti

Sulla vicenda che ha portato in carcere l’ex DG del Fmi, Dominique Strauss-Kahn, ho già pubblicato due articoli.

Nel primo mi limitavo a mettere in dubbio la veridicità della ricostruzione degli avvenimenti, così come riportata da tutti i media mondiali (ma proprio tutti!!!), in altre parole mi chiedevo se Strauss-Kahn da “carnefice” non risultasse esso stesso la vittima predestinata di un perfido complotto.

Nel secondo
toglievo ogni punto interrogativo in quanto l’evidenza degli eventi era tale che qualunque persona dotata di un cervello, anche minimamente funzionante,  era in grado di giungere alla conclusione che Strauss-Kahn fosse stato fatto oggetto di una delle più barbare azioni persecutorie per motivi che, scrivevamo, “a noi risultano sconosciuti”.

Ora ritorniamo sull’argomento per dissipare anche questi ultimi dubbi: il movente c’è, eccome!

E’ sufficiente leggere l’articolo pubblicato sul giornale inglese Guardian lo scorso 10 febbraio, ecco il link che si riferiva ad un intervento dell’ex DG del Fmi ad un convegno tenutosi a Washington il giorno precedente.

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Riepilogando sulla Libia

Dopo il Forum del 17 maggio 2011 a Cologno Monzese.

di Ennio Abate

 Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς.
 [E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce]

(Giovanni, III, 19)

Mi auguro che una coscienza sempre più precisa
di quel che succede al mondo e al nostro paese
costringa un numero sempre più grande di uomini e di donne
 a unirsi per distruggere il potere degli assassini,
degli sfruttatori, dei pubblici mentitori
e per spezzare le armi dei loro complici.
Non voglio dire nemmeno una parola
per confermarvi in quello che già sapete.
È agli altri, a quelli che non sanno, che bisogna parlare.
Bisogna parlare a quelli che fingono di non sapere.
E parlare sapendo bene che gli uomini non si muovono
né con le parole né con l'esempio,
 ma che solo di parole e di esempi possiamo disporre.
Quindi bisogna sapere bene che cosa dire e che cosa fare.
Saperlo assai meglio di quanto non lo si sia saputo in questi tre anni[1].
La rabbia non basta. La ragione non basta. La verità non basta.
Se bastassero, non ci sarebbe bisogno di politica.
E invece ce n'è sempre più bisogno.
Chi vuol salvarsi l'anima la perderà.
E invece è necessario prepararsi a non perdere più nulla;
che è il primo modo di vincere.

(F. Fortini, Per un comizio, in Un giorno o l’altro, p.434, Quodlibet, Macerata 2006)

1.

È dal 1991 (prima guerra del Golfo) che l’Italia - servile e ipocrita, di destra e di sinistra – ripudiando  nei fatti la sua Costituzione, esteriormente omaggiata da tutti i leader politici, partecipa attivamente, con mezzi e uomini, alle guerre “postmoderne” (Kossovo, Afghanistan, Irak, e ora Libia). Eppure, adeguandosi al linguaggio dei padroni statunitensi, quasi tutti lo negano o chiamano tali guerre (con  quante migliaia di vittime mai lo sapremo) “umanitarie”. L’ipocrisia sulla guerra è – chiariamolo –  “senso comune democratico” diffuso in alto  e in basso, sia nel ceto politico che nella “società civile”.

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Obama dopo Osama

di Raffaele Sciortino

Il discorso di Obama del 19 maggio sul Medio Oriente (1) - a due anni da quello programmatico del Cairo - è utile per fare il punto della politica estera statunitense all’indomani dell’eliminazione di Osama bin Laden e nel mezzo dell’aggressione alla Libia. Non solo ne esce consolidato il nuovo approccio dell’amministrazione rispetto alla primavera araba (2). Il discorso, letto alla luce dell’attuale passaggio della crisi e del riassetto geopolitico globale, fa luce sul tentativo degli States di riequilibrare l’intera visione strategica a medio-lungo termine e di concretizzare sul piano internazionale una exit strategy dal bushismo.

American revolution al Medio Oriente?

Il Wall Street Journal - non proprio la voce dei “progressisti” - ha ben sintetizzato il punto nodale scrivendo che di qui in avanti l’obiettivo americano è quello di “premiare” i fautori del cambiamento e non i difensori della stabilità (3). “Voglio parlare del change in corso - ha detto il presidente - delle forze che lo stanno guidando e di come possiamo formulare una risposta... la questione per noi è: quale ruolo può giocare l’America”. L’analisi non è banale nè scontata al di là della ovvia timidezza o reticenza su singoli punti (l’Arabia Saudita non è citata una volta se non indirettamente a proposito del Bahrein). Per una potenza che, come Obama ricorda ai critici interni ed esterni, nella regione mediorientale si è finora limitata ad una politica che sostanzialmente ha preservato lo status quo a scapito delle riforme incorrendo per questo nella sfiducia delle popolazioni arabe e nella perdita di credibilità, il rischio è di perdere un’opportunità storica.

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resetitalia

Donne rivolta poesia stupri e morte ammazzate. Ayat al-Ghermezi

di Doriana Goracci

Non è un bel titolo quello che ho messo ma non è neanche una bella storia quella che mi è arrivata con un messaggio da Fernando Rossi su Facebook: ”Bahrain-MANAMA – Una poetessa del Bahrain nota per aver composto poemi contro il regime di Manama è stata uccisa dopo essere stata arrestata e violentata dai militari di Manama. La vittima si chiamava Ayat al-Ghermezi, 20 anni, che ha recitato le sue poesie contro il regime e il primo ministro del Bahrain Khalifah Ibn Salman al-Khalifah durante le proteste nella piazza della Perla nella capitale. Dopo la sua performance, la Ghermezi ha ricevuto una serie di lettere e di e-mail che la minacciavano di morte.”

C’è anche una seconda parte che non riporto, molto polemica e politica e non è che non la condivida ma vorrei concentrarmi su altro e su quest’ altro è difficile reperire qualcosa.

Il 20 aprile in rete trovo  un video, solo questo e basta: Bahraini activists get death threats “However, Press TV has received a call from the Bahraini local sources that the news about the death of the poet Ayat al-Ghermezi is a sheer rumor and that it is an attempt by the Bahraini government to discredit media”.

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nazione indiana

Extra legem nulla salus

di Antonio Sparzani


Leggo poco i giornali e non guardo la televisione, tranne qualche telegiornale opportunamente scelto, però mi sforzo ogni tanto di ascoltare attentamente i discorsi che ritengo importanti, e che spesso ritrovo registrati su youtube. È così accaduto che ieri mi sia accuratamente ascoltato il discorso del presidente degli Stati Uniti, discorso nel quale con neppure tanto celato trionfalismo Barak Obama annunciava la cattura e l’uccisione, da parte delle truppe del suo paese, dotate di “unparalleled courage”, di Osama Bin Laden. Mi sono ascoltato accuratamente le parole con le quali raccontava la cattura, e le motivazioni che ne offriva al suo pubblico, che in quel momento poteva ben dirsi mondiale.

Cercavo di capire se avrebbe tentato di giustificare un’operazione così palesemente priva di qualsiasi legalità internazionale, con una qualche internazionale motivazione; e naturalmente mi sono ascoltato il ricordo dell’11 settembre di quasi dieci anni fa, il ricordo delle numerose vittime innocenti, e l’elenco delle nefandezze che sono state in più occasioni variamente attribuite al personaggio Bin Laden, una volta così amico e connivente della presidenza statunitense, ma poi caduto in disgrazia, col seguito che sappiamo. O forse che non sappiamo e che mai bene sapremo, dato il mistero che circonda inesorabilmente le storie di questi personaggi, che ai miei piccoli occhi appaiono talvolta alieni, ma che sono inspiegabilmente invece appartenenti alla stessa specie Homo Sapiens alla quale ‒ così pur ci garantisce la biologia ‒ tutti apparteniamo. Non mi occupo quindi minimamente della probabilità che l’annuncio presidenziale sia in tutto o in parte veritiero o contenga l’ennesima bufala che ci viene fornita perché serve in questo particolare momento storico.

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La Guerra di Libia, il Potere Americano e il Sistema dei Petrodollari*

Peter Dale Scott

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale - anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.

Il mio parere su questa guerra, d'altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa - una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c'è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell'Occidente dell'attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino...

La confusione a Washington, di pari passo con l'assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

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fatto quotidiano

Altro che Bin Laden, ora Obama pensa al debito

Vladimiro Giacchè

Non appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, i prezzi dei titoli di Stato Usa a 10 anni sono crollati, spingendo molto in alto i rendimenti (cioè gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga a chi compra i suoi titoli di Stato). Venuta meno la minaccia terroristica (ma sarà vero?), anche la domanda di prodotti finanziari “sicuri” diminuisce. Ma quello che è avvenuto è in realtà la spia di problemi strutturali. Il recente giudizio negativo emesso da Standard & Poor’s sulle prospettive del debito Usa ha reso evidente l’insostenibilità delle politiche di bilancio statunitensi. Con un deficit al 10% del Pil non si va da nessuna parte. Soprattutto in presenza di un debito pubblico molto superiore al 62 per cento della cifra ufficiale del debito federale. In quella cifra, infatti, non si tiene conto né delle potenziali perdite sulle società immobiliari garantite dallo Stato, Fannie Mae e Freddie Mac (tra 160 e 600 miliardi), né dei diritti acquisiti su prestazioni sociali future: considerando questi fattori, il debito già oggi sarebbe al 94 per cento del Pil. Se poi si aggiungesse il debito dei governi locali (come si fa in Europa), la percentuale aumenterebbe di un altro 21%. In termini percentuali siamo poco al di sotto del debito italiano (120%).

Ma quali sono i principali capitoli di spesa del bilancio Usa? Nell’anno fiscale 2010, dei 3.500 miliardi di dollari di uscite, il 20% è andato alle spese militari (694 miliardi di dollari): un record mondiale. In termini assoluti si tratta della spesa più elevata dalla fine della seconda guerra mondiale: superiore anche ai tempi delle guerre di Corea e del Vietnam. In termini percentuali, si attesta al 5% del Pil, in crescita anche rispetto alla presidenza Bush.

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In morte di un ologramma

di Marco Cedolin

Gli “eroici” Navy Seals americani hanno ucciso Osama Bin Ladin, l’inafferrabile icona del terrorismo olografico internazionale, l’ectoplasma più ricercato del pianeta, fin dai tempi dell’autoattentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, riguardo al quale lui stesso, quando ancora possedeva una dimensione corporea, aveva più volte ribadito la più completa estraneità.

La “sconvolgente” notizia campeggia in formato maxi lusso sulle prime pagine di tutti i media, con una tale ridda di foto, articoli, retrospettive, precognizioni, indiscrezioni e valutazioni dotte, da tenere impegnato il lettore almeno per qualche settimana, sempre che si legga di buona lena e senza troppe distrazioni.

Ci sono i racconti concernenti i risvolti dell’operazione militare di grande prestigio ed estrema difficoltà, perché ammazzare un ectoplasma non è una passeggiata che s’improvvisa così su due piedi.....

C’è la narrazione della sepoltura del “corpo” in mare, secondo le modalità del rito islamico, dal momento che quando si ammazza un ologramma non occorre attendere qualche giorno prima di fargli il funerale, anzi si può procedere perfino in anticipo rispetto all’assassinio.

Ci sono  le dichiarazioni dell’onorevole del PDL Michaela Biancofiore che vede nell’uccisione di Osama un miracolo del nuovo santo Wojtyla, dando della vicenda una visione mistica ricca di suggestioni.

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civium libertas

Quello che ho visto in Libia

Scritto da Paolo Sensini

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

bombe 2Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.

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Che succede in Siria?

di Domenico Losurdo

Da giorni, gruppi misteriosi sparano sui manifestanti e, soprattutto, sui partecipanti ai funerali che fanno seguito allo spargimento di sangue. Da chi sono costituiti questi gruppi? Le autorità siriane sostengono che si tratta di provocatori, per lo più legati a servizi segreti stranieri. In Occidente, invece, anche a sinistra non ci sono dubbi nell’avallare la tesi proclamata in primo luogo dalla Casa Bianca: a sparare sono sempre e soltanto agenti siriani in civile Obama è la bocca della verità? L’agenzia siriana «Sana» riferisce del sequestro di «bottiglie di plastica piene di sangue», usato per «produrre video amatoriali contraffatti» di morti e feriti tra i manifestanti. Come leggere questa notizia, che io riprendo dall’articolo di L. Trombetta in «La Stampa» del 24 aprile? Forse su di essa possono contribuire a gettar luce queste pagine tratte da un mio saggio di prossima pubblicazione. Se qualcuno rimarrà stupito e persino incredulo nel leggere il contenuto di questo mio testo, tenga presente che le fonti da me utilizzate sono quasi esclusivamente «borghesi» (occidentali e filo-occidentali).


«Amore e verità»


Negli ultimi tempi, per bocca soprattutto del segretrario di Stato Hillary Clinton, l’amministrazione Obama non perde occasione per celebrare Internet, Facebook, Twitter come strumenti di diffusione della verità e di promozione e, indirettamente, della pace.

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utopiarossa2

La crisi dell'Irlanda, un esempio delle contraddizioni dell'Unione Europea

di Michele Nobile

1. Le «storiche» elezioni irlandesi del febbraio 2011

Mentre imponenti rivolte popolari facevano tremare la costa meridionale del Mediterraneo e cacciavano a viva forza i despoti, al di là della massa continentale e del canale della Manica, nell’isola detta di smeraldo, si verificava una piccola scossa d’assestamento. Si trattava delle elezioni politiche tenutesi in Irlanda il 25 febbraio, poco appariscenti sulle pagine dei giornali (italiani in particolare), ma pressoché unanimamente qualificate come «storiche».

È importante capire se e per quali ragioni le recenti elezioni abbiano un reale valore «storico» per l’Irlanda; ma, poiché negli anni tra il 1994 e il 2007 quella irlandese fu la storia di maggior successo economico sia tra i paesi europei ma sia nell’intero gruppo dell’Ocse, e un esempio internazionale dei benefici del «neoliberismo» e dell’appartenenza all’area dell’euro, ad essere in causa nella crisi irlandese sono anche il significato e, potenzialmente, l’esistenza, dell’attuale costruzione europea.

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“La guerra che verrà…” L’Unione Europea, la Libia e la continuazione della politica con altri mezzi

Collettivo Politico Fanon - Cau

La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
Bertolt Brecht

L’aggressione alla Libia, ufficialmente cominciata il 19 marzo 2011 con i bombardamenti umanitari della “Coalizione di Volenterosi”, obbliga oggi l’intero movimento contro la guerra ad uno sforzo di analisi e di comprensione. Nella quinta impresa bellica in cui si è imbarcata l’Italia dal 1991, ci sembrano infatti essere diversi gli elementi di novità, e soltanto individuando questi elementi e la loro collocazione in uno scenario ampiamente mutato possiamo provare ad essere efficaci nella nostra lotta. È quello che proveremo a fare nelle pagine seguenti, che segnano un piccolo tentativo di interpretazione degli avvenimenti, a partire dai dati di fatto più che da posizioni ideologiche prestabilite.

Per cominciare, possiamo dire che la “vecchia” equazione imperialismo=Usa, già logora da moltissimi anni, si è fatta ormai praticamente insostenibile. Ci sembra infatti che, per meglio comprendere la cornice nella quale è stato progettato e realizzato questo attacco, sia necessario guardare in “casa nostra” ed interrogarci su quale ruolo abbia giocato il polo europeo nel decidere il conflitto. Forse è proprio perché la guerra contro la Libia è la “nostra” guerra che è così difficile parlarne: non solo i media hanno effettuato una vera e propria operazione di rimozione (tanto che già a due giorni dal primo attacco aereo ha perso il primato sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei tg, scivolando verso il fondo), ma stiamo anche assistendo - forse come mai prima d’ora - ad un’operazione di criminalizzazione di chiunque si opponga a questo conflitto ed alla violenta mistificazione delle ragioni di questa opposizione.

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Colpo di Stato Silenzioso: la UE si Impadronisce dell'Europa?

The Daily Bell

L'UE inaugura una 'rivoluzione silenziosa' assumendo il controllo delle politiche economiche nazionali ... Il nuovo quadro configura un intervento senza precedenti sui bilanci nazionali e sulle decisioni economiche ... Dopo mesi di trattative spesso dure, i Ministri delle Finanze europei hanno finalmente dato il via libera ad una radicale svolta verso un monitoraggio centralizzato dei processi di bilancio nazionali e, ancora di più , di tutte le politiche economiche - sia dei paesi che utilizzano la moneta unica che di quelli che non la usano. - EU Observer

L'altro giorno la UE si è impadronita dell'Europa. Avete letto qualcosa in proposito? Forse sapete che l'ex presentatore tv Charlie Sheen trasmette ora da Radio City Music Hall e che Lady Gaga ha fatto un nuovo single sulla tolleranza di genere. Oh, sì, tra l'altro, l'UE ha appena realizzato la più grande presa di potere legislativo nella storia dell'umanità.

Era una notizia da prima pagina, no? Non è vero? Niente affatto. Tale massiccia presa di potere non è stata quasi registrata dai media mainstream. Finora ne hanno parlato solo i blogs su Internet. Ma una copertura della notizia, per fortuna, è stata fornita dal EU Observer (vedi estratto sopra), che la definisce come una "rivoluzione silenziosa". Una descrizione appropriata.

In realtà, il basso profilo di questo straordinario colpo legislativo è tipico del modo in cui la congiura UE ha operato fin dall'inizio. I dirigenti di questa enorme impresa non sono mai stati onesti né sulla sua portata o ambizione ultima, che apparentemente è di ricostruire il Sacro Romano Impero pan-europeo di Carlo Magno, dalla Gran Bretagna verso l'Europa orientale e oltre, senza spargimento di sangue - ma comunque non in maniera schietta.