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Lo Stato islamico si presenta
di Pierluigi Fagan
Lo Stato islamico si presenta. Qui il depliant italiano che riassume alcune notizie sullo Stato islamico, date dallo stesso Stato islamico. E’ evidente lo sforzo di presentarsi come uno stato, non una organizzazione, IS è un progetto politico legato ad un territorio. Nonostante il diluvio informativo occidentale che alza la paranoia su gli attentati al papa o a gli sgozzamenti nelle nostre metropolitane, IS ha come fine e missione, conquistare un territorio ed amministrarlo secondo le leggi islamiche. Poi, tutto il mondo. Il suo nemico principale è quello interno all’islam: sciiti, mistici, élite corrotte ed occidentalizzate, revisionisti modernizzanti, lassismo nelle pratiche religiose, etiche, politiche.
La prima notizia ci viene data sullo sforzo di formazione ed educazione alla corretta interpretazione islamica, la formazione dei formatori (imam), il modo di diffondere l’ideologia portante la nuova entità. Apprendiamo così dalla loro viva voce che il testo cardine di riferimento è di un certo ‘Ali al-Khudair, teologo di stretta osservanza della scuola wahhabita, un arabo saudita. Il depliant infatti, cita direttamente il trattato “Essenza e i fondamenti dell’islam” di Muhammad ib Abdul Wahhab. Questa non è una citazione tra le altre è il riferimento unico, il cardine ideologico. Lo Stato islamico è ufficialmente di ispirazione wahhabita.
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Il caso Nemtsov
di Aldo Giannuli
Chi ha mandato i killer che hanno ucciso Boris Nemtsov? Un omidicio da professionisti: un killer che esce da una macchina e che spara sei colpi centrandone quattro alle spalle ed alla testa della vittima, poi va via, senza curarsi di chi gli stava vicino, Anna Durizkaja, una ballerina ucraina che da qualche anno era la sua compagna ed ora è una testimone di primissimo piano. Il tutto a duecento metri dal Cremlino, in uno dei posto più sorvegliati del pianeta con una marea di telecamere nascoste e decine di agenti travestiti che passano con aria indifferente. D’altra parte, se sono sorvegliatissimi l’Eliseo e la Casa Bianca e persino Palazzo Chigi, perché mai non dovrebbe esserlo il Cremlino?
Subito, l’indice dei media internazionali si è levato contro Putin additandolo come il (quasi) certo mandante e, pur se con toni diplomaticamente attenuati, la stessa cosa hanno fatto le cancellerie occidentali.
Al contrario, le autorità inquirenti parlano di un possibile pista islamica (Nemtsov aveva condannato la strage di Chiarlie Hebdo) corroborata dal ritrovamento dell’auto servita ai killer, con una targa dell’Inguscezia (repubblica caucasica a forte componente musulmana) e non escludendo neppure una pista amorosa per via della ballerina ucraina. Putin ha parlato di provocazione lasciando intendere che si tratti di un attentato di americani o di agenti di Kiev, accuse riprese da molti blog filo moscoviti.
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L'alternativa in Grecia
di Statis Kovelathis*
La strategia negoziale della leadership di Syriza ha fallito. Ma non è ancora troppo tardi per evitare una sconfitta totale.
Cominciamo con un fatto che dovrebbe essere indiscutibile: venerdì il governo greco è stato trascinato in un accordo con l’Eurogruppo che equivale ad una precipitosa ritirata.
Il regime del memorandum sarà prorogato, l’accordo sul prestito e la totalità del debito sono riconosciuti, la “supervisione”, altra parola per indicare il governo della troika, sarà continuata sotto altro nome, e vi sono ora ben poche possibilità che il programma di Syriza possa essere attuato.
Un fallimento così totale non è, e non può essere, una questione di fortuna, o il risultato di una tattica mal concepita. Esso rappresenta la sconfitta di una linea politica ben precisa che ha ispirato la strategia del governo.
L’Accordo di Venerdì
Nello spirito di un mandato popolare per il rovesciamento del regime del memorandum e la liberazione dal debito, la parte greca è entrata nel negoziato respingendo la proroga dell’attuale “programma”, concordato con il governo Samaras, e rifiutando la tranche del prestito di 7 miliardi di €, ad eccezione del profitto di 1,9 miliardi di € sui titoli greci, a cui aveva diritto.
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Il New York Times invia giornalisti in Ucraina e “ritratta” la versione ufficiale
di Robert Parry
Il New York Times ha mandato dei giornalisti tra gli insorti dell’Ucraina dell’est e ha dovuto scoprire che la propaganda mandata viralmente da tutti i media secondo il “pensiero unico” ufficiale di Washington non risulta confermata: niente russi a sostenere o dirigere le operazioni, solo ucraini preoccupati del loro futuro. (Purtroppo l’effetto sull’opinione pubblica non ne risente, perché le notizie dissonanti rispetto ad un frame ripetuto in maniera martellante tendono ad essere automaticamente cancellate. Ma noi insistiamo.). Via Smirkingchimp.com
Il New York Times, che ha affermato per settimane che dietro i disordini nell’Ucraina dell’est c’era il governo russo, alla fine, ha inviato alcuni giornalisti nella regione per trovare le prove, ma tutto quel che hanno trovato sono stati degli ucraini orientali sconvolti dal regime golpista di Kiev che ha destituito il presidente Viktor Yanukovich.
The Times, che è stato un promotore impenitente della rivolta “pro-democrazia” che ha spodestato il presidente democraticamente eletto attraverso violenti mezzi extra-costituzionali, aveva recentemente promosso l’ “argomento” che gli ucraini sarebbero soddisfatti del loro nuovo governo non eletto se solo i russi non “continuassero a destabilizzare l’Ucraina orientale.”
Due settimane fa i redattori del Times pensavano di avere trovato uno scoop da prima pagina, delle fotografie che sembrava dimostrassero la presenza di truppe delle forze speciali russe. Secondo il Times, le foto mostravano “chiaramente” le forze speciali russe in Russia, e poi gli stessi soldati nell’Ucraina orientale.
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La tendenza alla guerra dell'Occidente e il radicalismo islamico
Domenico Moro
1. Le conseguenze disastrose della distruzione degli Stati laici arabi
Il nemico è alle porte, anzi è già al di qua delle nostre porte. Questo ci dicono governi e mass media europei. Il concetto indiscusso, dopo l’attacco a Charlie Hebdo, è che l’Occidente, con i suoi valori di libertà, di opinione e di espressione, è stato gravemente colpito dal bestiale estremismo islamico. Di conseguenza, bisogna prepararsi alla guerra interna ed esterna. La netta sensazione è che si stia aprendo una altra fase della guerra al terrore iniziata da Bush dopo l’11 settembre 2001 e di fatto mai terminata. Non a caso, in riferimento agli eventi di Parigi, si parla di 11 settembre europeo e Matteo Renzi ha colto l’occasione per dichiarare la disponibilità dell’Italia ad un intervento militare in Libia, sia pure sotto il “cappello” Onu, a poco più di cento anni dalla invasione coloniale del 1911. Anche in questo caso però, come in ogni guerra, di qualunque tipo essa sia, la prima vittima è la verità. Per questo, è fondamentale sollevare il velo dell’ipocrisia che impera sovrana e andare alla realtà dei fatti. Un obiettivo che, però, è complicato dal mutamento del quadro storico, caratterizzato da fenomeni che un tempo avevano un ruolo meno importante e soprattutto regionale, a partire dal radicalismo musulmano.
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Ucraina e Grecia: la violazione "internazionalista" del principio di non ingerenza e la religione guerrafondaia del Free-Trade
di Quarantotto
Oggi tutto il mondo è (o dice di essere) col "fiato sospeso", di fronte alle preoccupazioni per la guerra civile in Ucraina, date le sue potenziali implicazioni di coinvolgimento, diretto e militare, della Russia da un lato e degli USA, (più o meno uniti alla UE), in un non ben chiaro quadro NATO.
1. La questione ucraina va ripercorsa dal suo inizio.
E lo faremo riassumendo i passaggi fondamentali del noto post di Riccardo Seremedi "Ucraina Dies Irae" (che in effetti è un quasi-trattato sulla materia, data l'enorme ed esauriente mole di notizie, links e connessioni che vi sono contenute).
E dunque:
a) La crisi ucraina – come si ricorderà - è iniziata con il rifiuto del presidente Yanukovich di aderire all'Accordo di Libero Scambio (DCFTA) di fine novembre 2013 a Vilnius; sono seguite giornate convulse nelle quali la cosidetta “Euromaidan” si è popolata magicamente di persone, spesso reclutate per pochi dollari l'ora, con migliaia di vessilli UE nuovi di zecca spuntati da chissà dove...
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In Ucraina la guerra globale è alle porte
Si mobiliti finalmente tutta la sinistra!
di Mauro Gemma
Quando uno dei “potenti della terra”,il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l'Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.
L'ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all'imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell'intero spazio post-sovietico.
Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l'intenzione ormai dichiarata dell'amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell'esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall'inizio alle operazioni “antiterroriste” nell'Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell'Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l'opinione pubblica dell'intero nostro continente.
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Riflessioni sul programma di Syriza e il futuro della Grecia
di Lorenzo Battisti
Le elezioni greche hanno generato molte aspettative a sinistra, nella speranza che la vittoria di Tsipras e di Syriza possa cambiare gli equilibri europei e quindi aprire la strada alla fine dei programmi economici di austerità che hanno colpito i paesi europei negli ultimi anni. Al contempo, l'alleanza con il Partito dei Greci Indipendenti ha colto di sorpresa molti.
Partirò da un'analisi del programma di Syriza e di come è mutato rispetto al 2012. Cercherò poi di indicare l'importanza delle scelte post elettorali.
Le differenze con il programma del 2012
Il programma di Syriza è stato presentato a Settembre a Salonnico durante un discorso tenuto da Tsipras e poi ampiamente diffuso in rete. Il discorso può essere trovato qui in inglese(1) mentre la traduzione italiana è disponibile qui (2).
Innanzitutto non si possono non notare importanti differenze con il programma che Syriza presentò solo due anni e mezzo fa, quando per la prima volta arrivò a pochi passi dal governo della Grecia(3). Il programma attuale tratta esclusivamente il tema economico, non lasciando alcuna indicazione su altri importanti temi. In particolare due punti risaltano per la loro assenza.
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Il nuovo governo greco
Noi Restiamo intervista Joseph Halevi
In questi giorni sono usciti molti articoli sul nuovo governo greco e in particolare su alcuni suoi componenti. La maggior parte di questi articoli si è concentrata su aspetti di costume e non sulla sostanza, ossia su quali politiche economiche potrà mettere in atto la nuova compagine governativa.
Abbiamo quindi intervistato Joseph Halevi, professore di economia presso l'Università di Sydney, che ben conosce Yanis Varoufakis, neo ministro delle finanze in Grecia, di cui è amico e con cui ha anche scritto un libro (insieme a Nicholas Theocarakis): “Modern Political Economy: making sense of the post-2008 world” (Routledge).
Noi Restiamo: ci dai un giudizio sul risultato delle recenti elezioni in Grecia?
Joseph Halevi: il mio giudizio è essenzialmente positivo. C'è ovviamente un problema dovuto al fatto che Syriza ha delle posizioni molto eterogenee. Però voglio dire che l'esigenza che nasceva dalla crisi del Pasok ovviamente ha trovato sbocco in Syriza.
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#Tsipras, il gran botto nel Laboratorio Greco
di Pino Cabras
Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti, spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa provoca ritorni di fiamma imprevisti.
Se gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.
La Grecia è stata già altre volte un'officina per gli sperimentatori delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei partiti politici, l'istituzione di tribunali militari speciali, il ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori.
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I risultati delle elezioni greche
Grande incertezza, situazione eccellente
di Akis Gavriilidis
Dopo il suo commento pre-elettorale, pubblichiamo un contributo di Akis Graviilidis sulla situazione greca dopo le elezioni e il giuramento del primo governo di SYRIZA. Quasi ironizzando sulle preoccupazioni di chi teme per i propri principi o per le proprie aspettative, Akis pone politicamente il problema delle possibilità aperte dal fatto della vittoria di Syriza. A noi questa annotazione politica pare decisamente importante. Prendere le mosse dal movimento che dal quel fatto può scaturire aiuta a evitare di ragionare sempre – in Grecia come altrove – come se nulla mai possa veramente cambiare, come se i soggetti politici siano sempre gli stessi.
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1. La mia seconda nota sulle elezioni greche, questa volta dopo che hanno avuto luogo, sarà necessariamente più frammentaria e impressionistica, oltre che più sentimentale. Il che (almeno spero) non significa che sarà superficiale.
Il primo sentimento che viene alla mente è il sollievo. La gente che non vive in Grecia, o che non ha neppure avuto modo di visitarla occasionalmente negli anni scorsi, non ha neanche idea di quanto insostenibile fosse diventata l’amministrazione di Samaras, da un punto di vista politico, etico e persino estetico. È difficile spiegare il senso di soffocamento prodotto da questo dominio basato sulla paura, sull’odio, sull’autoavvilimento, su praticamente tutte le possibili passioni negative che sono state compensate, a livello immaginario, da un’overdose di vanità e autoglorificazione nazionalistica.
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Cosa sapete della Grecia? (fact checking)
di Alberto Bagnai
Nei prossimi giorni si parlerà molto di Grecia. Ma voi, della Grecia, cosa sapete? Se siete qui per la prima volta, è probabile che sappiate solo quello che avete potuto apprendere dai mezzi di comunicazione italiani.
L'associazione a/simmetrie segue da quando si è costituita (due anni or sono) la vicenda greca, e ha raccolto autorevoli testimonianze di prima mano, che trovate sul suo sito.
Ve ne parlerò dopo, ma qui voglio occuparmi di quello che a noi è arrivato attraverso i mezzi di comunicazione. Cosa vi hanno detto, questi mezzi di comunicazione, e voi cosa avete, quindi, potuto capire?
Vi hanno detto che la Grecia era il più gran successo dell'euro.
Forse ve ne siete dimenticati, ma prima che la Grecia venisse ridotta a un cumulo di macerie dalle politiche della troika, qualcuno disse che essa era stata il più gran successo dell'euro proprio perché l'euro l'aveva spinta ad adottare queste politiche. Quel qualcuno era Mario Monti:
Quando quella persona disse quelle parole, la Grecia si trovava nella posizione evidenziata dal puntino rosso:
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Francia – l’appello alla “santa alleanza”*
di Alain Bihr
Al di là dell’inevitabile emozione e della legittima condanna, come (re)agire all’assassinio di una dozzina di persone nei locali di Charlie Hebdo e fuori, di cui buona parte della redazione, seguito da quello di altre quattro persone in un supermercato kasher di Porte de Vincennes? E soprattutto come non re/agire?
Non si tratta, infatti, di urlare con i lupi dell’estrema destra e della destra estrema, indistintamente, che additano già l’insieme dei musulmani che vivono in Francia, e magari in tutto il mondo, come responsabili collettivi e i colpevoli provati di quest’azione, in nome della presunta natura intrinsecamente criminale dell’islam o del presunto “scontro di civiltà”, che lo renderebbe incompatibile con la modernità occidentale. Ciò facendo, queste correnti non fanno che continuare e aggravare la loro normale propaganda razzista, di cui l’islamofobia costituisce una dimensione essenziale, additando tutti/e quelli/e quelle che mettono insieme sotto il nome di “immigrati” come capri espiatori gravati di tutti i mali, reali o immaginari, che ci assillano e come bersagli predestinati, che alcuni non hanno tardato a perseguire nelle ultime ore prendendosela con alcune moschee, negozi o ristoranti frequentati da musulmani.
Di fronte a queste imprese di strumentalizzazione politica dell’odio razziale occorre continuare a ricordare che, come tutte le religioni, l’islam cambia nello spazio e nel tempo e che non lo si può ridurre alle sue tendenze fondamentaliste o integraliste e, meno ancora, ai movimenti, gruppi o individui che possono richiamarsi al jihadismo.
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Grexodus
Elezioni, debiti, e il fantasma del post-auto-colonialismo
di Akis Gavriilidis
Pubblichiamo un primo contributo in vista delle elezioni greche del prossimo 25 gennaio. Si tratta di un testo di notevole interesse, perché può aiutare a prendere le distanze dalle contrapposizioni domestiche, sia dalla fedeltà dichiarata ai principi sia dallo schieramento occasionale. Akis Gavriilidis affronta in maniera originale due nodi fondamentali: il ruolo e la posizione dei movimenti e lo specifico significato politico del momento rappresentativo nell’attuale situazione greca. Per Akis il rapporto tra movimenti sociali e SYRIZA non è riducibile all’alternativa tra la presa di parola diretta e il silenzio mentre parla il partito. Allo stesso tempo il momento rappresentativo è preso contraddittoriamente e ineludibilmente dentro la crisi della rappresentanza. Il sostegno elettorale a SYRIZA non si configura perciò come una cessione della possibilità di azione, ma come un modo per uscire dalla minorità in cui i greci sono stati obbligati negli ultimi anni, in quanto non adeguati agli standard del regime neoliberale. La possibilità di rendere contagiosa per l’Europa quella che è stata indicata come l’eccezione greca è una delle poste in gioco. Mai come in questo caso, delle elezioni nazionali sono un problema che va ben oltre il confine nazionale. Mai come in questo caso l’eventuale riaffermazione della sovranità porterà il segno della sua crisi.
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Se in una repubblica parlamentare le elezioni sono viste come una specie di rappresentazione o sostituto istituzionale dello stato di eccezione al livello del potere costituito, cioè come il momento che sospende temporaneamente la normalità per ristabilirla, allora la Grecia negli ultimi anni ha vissuto uno stato di «eccezione permanente» anche da questo punto di vista.
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Quante balle sulla Grecia e il suo debito!
Redazione di "il cuneo rosso"
La Grecia torna a fare notizia. Si è interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità” (=impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione negli ultimi anni, e ora suona l'allarme sulla possibilità che l'"estrema sinistra" di Syriza vinca le prossime elezioni del 25 gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più parti, infatti, che "noi tutti" ("ciascun cittadino" dell'Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia dovesse non ripagare il suo debito a seguito dell'avvento al governo di Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto "a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati", e quindi "noi cittadini" (così Stefano Lepri, "La Stampa", 31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo "noi", gente che vive del proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva - il sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.
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