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lantidiplomatico

La "transizione" in Venezuela: più chavismo, non meno

di Juan Carlos Monedero - La Iguana

kmgpdipeuioHo sempre pensato che la Rivoluzione Bolivariana abbia avuto più successo nel combattere il neoliberismo, che all'epoca era al suo apice, che nel superare i problemi strutturali storici del Venezuela. Non c'è da stupirsi.

Perché superare i problemi storici di un Paese richiede almeno una generazione e, cosa importante, richiede che gli Stati Uniti non frappongano ostacoli sul loro cammino. In Spagna, Franco è morto 50 anni fa, e ancora si sente l'odore del franchismo. La magistratura è piena di franchisti, i partiti di destra sono franchisti e le principali reti televisive sono favorevoli al franchismo. Chávez ha sempre avuto un programma sia immediato che a lungo termine.

Il Venezuela chavista, quello che ha sradicato l'analfabetismo, restituito dignità ai quartieri popolari, redatto una delle costituzioni più avanzate al mondo, iniziato a prendersi cura degli anziani, aperto ospedali, scuole e università, costruito case per la gente, unito il continente con UNASUR e CELAC e restituito dignità ai quartieri popolari, ovviamente deve continuare ad andare avanti. La complessa situazione successiva al 3 gennaio serve proprio a continuare ad avanzare. Andare avanti non significa, come intende l'opposizione, rappresentata da una donna che si definisce terrorista e che ha vinto a malapena qualche elezione nel Paese, smantellare i risultati già ottenuti. Tutt'altro.

Gli analisti politici, gli stessi che per decenni sono rimasti invischiati nella menzogna secondo cui la democrazia statunitense fosse il modello mondiale di democrazia, stanno cercando di paragonare la situazione attuale del Venezuela a quella della Spagna dopo la morte di Franco. Il Venezuela, assediato dall'esercito più potente del mondo, che possiede anche armi nucleari che potrebbe utilizzare, con la Spagna, in fase di transizione, cercando giustificazioni per nascondere il fatto incontrovertibile e più rilevante: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores sono stati rapiti da un altro Paese in una vera e propria dichiarazione di guerra.

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lantidiplomatico

Bombe cognitive sul Venezuela: le 3 principali fake news dal rapimento del presidente Maduro

di Geraldina Colotti

Le bombe cognitive, che precedono, preparano e accompagnano le bombe vere hanno questo come obiettivo: rompere l'identità collettiva, balcanizzare i territori e i cervelli e distorcere le emozioni, facendole deviare dalla solidarietà al dubbio e al rifiuto

G9vYAhcXEAAo 4P 1767445065616.jpg venezuela ecco com e stato catturato maduro i dettagli del blitz usa.jpg“Se uno dice che piove e l'altro che c'è il sole, un buon giornalista si alza e va fuori a vedere”. La storiella, usata a volte dal docente per introdurre ai corsi di giornalismo, vale in fondo anche ora che l'Intelligenza Artificiale e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa per quel che riguarda il Venezuela. Come distinguere le notizie vere da quelle false? Intanto, guardandosi dalle sistematiche distorsioni informative applicate dai media egemonici riguardo la rivoluzione bolivariana, e aumentate di tono dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Qui ne esaminiamo alcune, relative al piano sociale, politico e, soprattutto, economico, essendo il petrolio la principale causa scatenante dell'aggressione armata del 3 gennaio.

Quando la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, (definita di proposito “a interim” dalla stampa internazionale, per indicare un vuoto di potere, e una gestione sotto tutela) chiede elezioni libere dalle sanzioni, i media tagliano la frase e titolano soltanto "Delcy si impegna a elezioni libere", decontestualizzando e costruendo una realtà distorta per far credere che le elezioni precedenti fossero tutte truccate.

Quando un progetto sociale termina con profitto e se ne sta cominciando un altro, si dice che Delcy sta per smantellare il sistema delle misiones, i piani sociali messi in campo da Chávez e diretti a diversi settori. Fra queste, la Misión Robert Serra, dedicata al giovane deputato chavista, ucciso dai fascisti il 1° ottobre del 2014 insieme alla sua compagna Maria Herrera. Prima, si chiamava Misión Jovenes de la Patria.

Un progetto rivolto ai ragazzini con disagio sociale, per accompagnarli nel percorso di formazione e poi di inserimento al lavoro. A Robert Serra è stata anche dedicata una fondazione, che dipende dalla presidenza della Repubblica e ha sede nella casa in cui egli viveva con la compagna, nel quartiere La Pastora.

Lì trovano rifugio e accoglienza giovani in difficoltà. Secondo i media egemonici, sia la Misión che la fondazione sarebbero state cancellate, prefigurando il completo ritorno al capitalismo a cui si dedicherebbe il governo incaricato.

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contropiano2

Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

di Kit Klarenberg*

human rights watch.jpgIl 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

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mondocane

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa

Guerre di classe

di Fulvio Grimaldi

fneiurtbtk.jpgSaluto all’Iran

Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.

Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.

Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.

Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) - attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.

Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.

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laboratorio

Le materie prime, la forza economica e le guerre mondiali di ieri e di oggi

di Domenico Moro

Materie prime immagine.jpegRecentemente, gli Stati Uniti hanno promosso la costituzione di una enorme riserva strategica di materie prime, il Project Vault[i], il cui modello sarebbe, secondo Trump, quello della riserva strategica di petrolio, che venne costituita all’epoca della crisi petrolifera negli anni ‘70. L’obiettivo, oggi, è rendersi autonomi dalla Cina e da altri paesi non alleati non solo sul piano commerciale ma anche su quello militare. La presidenza Trump, del resto, sta basando la sua strategia sulla esplicita minaccia dell’uso della potenza militare. Nella 2026 National Defense Strategy (NDS) del Ministero della guerra statunitense (così è stato non a caso ribattezzato il ministero della difesa), si dichiara di voler realizzare “la pace attraverso la forza”. In pratica, gli Usa desiderano raggiungere una forza militare così schiacciante da poter combattere su più fronti contemporaneamente, raggiungendo la deterrenza nei confronti della Cina e dunque il controllo dell’Indo-pacifico e dell’Eurasia. Anche se l’obiettivo dichiarato sarebbe la pace, quello che in effetti ne risulta è la preparazione delle condizioni per cui gli Usa possano vincere una guerra mondiale del XXI secolo, così come hanno vinto le due guerre mondiali del XX secolo.

Le condizioni che, secondo la NDS, permetterebbero di realizzare gli obiettivi di superiorità strategica sono essenzialmente due: lo sviluppo delle capacità belliche degli alleati, che, secondo Trump, si sono fino a ora troppo basati sull’aiuto statunitense, e la ricostruzione di una forte base industriale negli Usa. Tale base non dovrebbe essere limitata all’industria strettamente militare, ma dovrebbe essere estesa a tutte le branche industriali strategiche, che si sono indebolite negli ultimi decenni a causa delle delocalizzazioni e della deindustrializzazione. Avere una base industriale adeguata a esercitare l’egemonia mondiale significa anche e soprattutto avere il controllo sulle materie prime necessarie alla produzione manifatturiera, a partire dai metalli e dall’energia.

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sinistra

Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense

di Carmelo Buscema* e Gennaro Imbriano**

607458602 871595875592705 8651537302703108899 n.jpgNella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 l’amministrazione statunitense guidata da Donald J. Trump si è resa protagonista di un gravissimo atto di aggressione militare e politica contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, rapendone piratescamente il legittimo Presidente Nicolas Maduro Moros, e sua moglie Cilia Flores, avvocata, attivista e deputata dell’Assemblea nazionale. Al culmine dell’operazione - caratterizzata da un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, che ha coinvolto numerosi Stati della Repubblica e causato un centinaio di vittime tra militari e civili (fra cui 32 cubane) -, Maduro e Flores sono stati deportati a New York e sottoposti alle prime fasi di un processo penale intentato sulla base di pretestuose e risibili accuse, avanzate fuori o al margine di ogni quadro di legittimità giuridica, interna o internazionale, minimamente riconosciuta.

L’aggressione del Venezuela rappresenta un eccezionale salto di scala all’interno del processo di brutale ristrutturazione del sistema mondiale intrapreso dagli Stati Uniti d’America nel corso degli ultimi lustri, e che ha vocazione evidentemente suprematista, iper-classista e neocoloniale. Dentro questo quadro, mancheremmo colpevolmente il bersaglio se identificassimo soltanto in Trump e nella sua amministrazione “il” nostro problema, giacché le redini di questo processo sono saldamente in mano alle potenti élites statunitensi, che hanno corpo finanziario, tecnologico, militare e politico, e due principali gambe, che sono quelle democratiche e repubblicane. Seppure il Paese a stelle e strisce sia attraversato da linee di faglia che a tratti si configurano come veri e propri fronti e trincee di una feroce guerra civile che lo consuma, orizzontale e verso il basso, le sue due principali fazioni politiche dimostrano di condividere un senso del mondo e della storia invariabilmente marcato da una medesima escatologia da destino manifesto e da popolo eletto. (Che, non a caso, è la stessa escatologia che contraddistingue anche le attuazioni del regime sionista di Israele in Medio Oriente - partner ed esecutore fondamentale di questo progetto).

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Sanzioni: sentenze fuorilegge - L’altro genocidio

di Fulvio Grimaldi

kVTqFiD6fWdITMSFBwGuerre dentro, guerre fuori 

Marciano in sinergico parallelo le due guerre: quella ai nove decimi della propria popolazione che prova a scrollarsi di dosso il morso alla carotide del decimo supremo, e quella di regimi che si sanno decrepiti e senza futuro e danno colpi all’impazzata a chi sanno che gli sopravviverà.

Partiamo dalla prima di queste guerre, sempre d’aggressione (le altre si chiamano resistenza e, se va bene, rivoluzione). A forza di tre anni e mezzo di ruberie al basso per arricchire i danti causa in alto, scelleratezze morali, incompetenze sesquipedali, bugie e volgarità che neanche Berlusconi, siamo finalmente al piattino a lungo preparato e testè coronato a Torino. Lo chiamano pacchetto sicurezza (a furia di stringere le regole e aumentare i reati, se ne è perso il conto). Meglio chiamarlo pacco, il classico pacco rifilato al colto e all’inclita.

Lì abbiamo un poliziotto, ottusamente picchiato, dimesso dopo 24 ore, dopo un collarone messo a sghimbescio per la foto-opportunity e una visita strappacore della premier che lo dice scampato a un “tentativo di omicidio” Quanto occorreva per fargli assumere dimensioni mediatiche tali da far sparire, come attori alla chiusura del sipario, qualche centinaio di teste inermi rotte, indifesi picchiati o torturati a morte (Cucchi, Aldovrandi, ecc.), detenuti massacrati, mezza dozzina e passa ammazzati col Taser, che infiorettano anni di meticolosa e sistematica restaurazione.

Restaurazione di che? Ce lo dice il primattore della sequenza, aggiungendo all’affresco dell’orrore che, a sua detta, da Torino minaccia di fare inorridire tutto il paese, quando annuncia alla società, illusa di vivere avvolta nella calda coperta della Costituzione antifascista, che, per salvarci dall’orda dei barbari terroristi, è compulsivo tornare al “fermo di polizia in attesa di ipotetico, possibile reato”. Basta il sospetto e la buona volontà di chi il sospetto lo coltiva nel suo pensiero.

 

Non hai fatto niente. Ma avresti potuto fare

Arresto preventivo di 18, no 24, magari 48 ore e poi chissà. Per ora 12.

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sinistra

Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo

 di Nicola Casale

Ecocidio imperialismo e liberazione della Palestina 01.jpgInizio con un commento sul funerale della resistenza palestinese celebrato dal Pungolo Rosso non per la specifica (a dir poco, relativa) importanza del gruppo nel panorama della sinistra rivoluzionaria, ma perché rappresenta in modo evidente la deriva che una buona parte di tale sinistra ha baldanzosamente impresso alla sua evoluzione (in stretta analogia, peraltro, con parti della sinistra antagonista). Al di là della constatazione dell'abisso senza fine di certe formazioni, propongo alla discussione alcune considerazioni su Palestina e Iran e, più in generale, sull'imperialismo e il capitalismo.

L'articolo del Pungolo rivela la voglia smisurata di dichiarare morta la resistenza reale che i palestinesi e l'Asse della Resistenza sono in grado di mettere in campo per promuovere, in alternativa, la propria soluzione ideale (e idealista), che consiste nelle solite formulette general-generiche (rivoluzione di area che sia al contempo anti-imperialista e anti-capitalista) che si sostanziano nel chiedere ai palestinesi e alle masse arabe di accettare la direzione di chi le elabora, cioè di loro stessi, i pungolanti, appunto.

Tipico atteggiamento euro-centrico, che, nel caso del Pungolo, rivela la base materiale dell'euro-centrismo comunista, l'assoggettamento a tutti i comandi dell'imperialismo, appena velato da contorti e contraddittori discorsi anti-capitalisti e anti-imperialisti. Nel caso del Pungolo si tratta di un'abitudine consolidata, con il trionfalistico can can che ostenta per ogni rivoluzione colorata messa in scena dall'imperialismo, anche quando è di evidentissima fattura come l'ultima tentata in Iran, in cui Mossad, Cia, Israele, Usa hanno persino sbandierato il loro ruolo manipolatorio sul campo e nella sfera informativa per trasformare proteste pubbliche dal contenuto economico in disordini messi in atto da loro agenti sul terreno. Per di più con sanzioni strangolatorie che da 47 anni impediscono all'Iran la stabilità economica e con il ricorso alle manovre per provocare un'improvvisa svalutazione della moneta alla fine di dicembre, esplicitamente rivendicate da Bessent (ministro del Tesoro Usa) a Davos. Dio ceca chi non vuol vedere!

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seminaredomande

Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza

di Francesco Cappello

palestna istaele map storica 1.jpgLa spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.

La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.

 

Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo

Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.

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contropiano2

“Il destino di Israele è segnato”

Andrea Lanzetta* intervista Ilan Pappè

Israele abbiamo un problema.jpgIlan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.

Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.

L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.

Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.

 

Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?

«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».

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lantidiplomatico

La Cina determinata a vincere la guerra alla corruzione nell'esercito: il caso del generale Zhang Youxia

di Marinella Mondaini*

720x410c0.jpgIn Cina, ancora nello scorso novembre, è stato dato inizio a una massiccia campagna contro la corruzione. La Commissione Centrale per l'Ispezione Disciplinare del PCC a novembre annunciò sul suo sito web di aver avviato un'indagine su Liu Xiwen, vicesegretario del Comitato Municipale di Pechino del Partito Comunista Cinese, a capo del Dipartimento del Lavoro Organizzativo. Secondo i media cinesi, la funzionaria era sospettata di "gravi violazioni disciplinari", una formulazione che implica solitamente accuse di corruzione. Dopo di che, fu avviata un'indagine disciplinare interna al partito nei confronti del vicesindaco di Shanghai, Ai Baojun, che è anche membro del comitato municipale del PCC di Shanghai. Entrambi i funzionari, rimossi dai loro incarichi e processati, sono stati soprannominati "le grandi tigri cadute da cavallo". La campagna anticorruzione all'interno del Partito Comunista Cinese si è intensificata dopo l'ascesa al potere della "quinta generazione" di leader, guidata dal Presidente cinese e Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC Xi Jinping, nel 2012-2013. Un lavoro di “pulizia” che è proseguito incessantemente. Ieri si è saputo che un generale cinese è stato accusato di corruzione e di aver divulgato informazioni sulle armi nucleari agli Stati Uniti. Si tratta nientemeno che il braccio destro di Xi Jinping: il generale Zhang Youxia, accusato di “crimini su larga scala contro il Paese”.

Il Wall Street Journal l’ha definito “un fidato consigliere militare di Xi Jinping”. L'ex CEO della China National Nuclear Corporation ha testimoniato contro di lui. Il generale deve rispondere di una serie di accuse: accettazione di tangenti per promozioni, creazione di cricche politiche, tentativo di costruire reti di influenza che minano l'unità del partito e abuso di potere nel massimo organo militare del Partito Comunista. Alcuni analisti sostengono che l'ultima repressione della corruzione e della slealtà nell'esercito da parte di Xi Jinping rappresenta il più radicale rimpasto nella leadership militare cinese dai tempi di Mao Zedong.

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Sul modello economico e sociale cinese

di Ernesto Screpanti

Riprendiamo dall’ultimo numero di Alternative per il socialismo l’articolo di Ernesto Screpanti –

lotte 3.jpgLa sinistra è giustamente schierata con la Cina e i Brics+ nel valutare gli attuali conflitti geopolitici e geoeconomici. Il multipolarismo portato avanti dalle economie emergenti lo vediamo come una valida alternativa all’unipolarismo o bipolarismo cui sembra puntare l’imperialismo americano al suo tramonto. Questa preferenza però innesca un meccanismo psicologico – la tendenza a considerare nostro amico il nemico del nostro nemico – che c’induce a dare credito alle ideologie di autorappresentazione del soggetto per cui proviamo simpatia. Così una presa di posizione geopolitica rischia di diventare un’ingiustificata discriminante di classe: I cinesi tendiamo ad arruolarli tra le schiere del proletariato internazionale, nella speranza che alla fine stiano per arrivare i nostri1.

Ecco perché recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, compresa quella secondo cui si tratterebbe di un socialismo e una democrazia con caratteristiche cinesi. Sono favole fuorvianti che è necessario sfatare, anche se sono pochi quelli che ci credono. Lo farò come si può fare in un articolo di una dozzina di pagine. Ma penso che le cose essenziali si possano dire in modo semplice e sintetico. E, per limitarmi all’essenziale, lo farò concentrando l’attenzione sugli aspetti strutturali, industriali e sociali dell’economia cinese. Ignorerò le dinamiche congiunturali, gli aspetti finanziari, le bolle immobiliari, il fallimento di Evergrande eccetera. Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, è necessaria una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definirò come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definirò come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.

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lantidiplomatico

Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale

Rong Jianxin per Wenhua Zongheng intervista Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya*

aeongtuygIl 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".

Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?

In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.

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Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

di Suleyman Karan*

logorio dolllaro.jpegL’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie… Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione“.

Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando ai bordi. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema dalle politiche di un singolo Stato e la sua affidamento alle conversioni intermedie hanno generato strati di rischio e attrito. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo trono monetario.

 

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati.

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lantidiplomatico

Virtù e Vizi tra Hannoun, Trump, Piantedosi e Askatasuna. É la sicurezza, bellezza!

di Fulvio Grimaldi

mraepdnmgiaàdlpTra Piantedosi e Askatasuna

Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.

Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.

E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.

Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.