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contropiano2

La Cina è vicina

di Luciano Vasapollo

Usa Cina.jpegQuello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.

Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.

L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.

 

Colpire il concorrente più temuto: la Cina

Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.

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collettivomillepiani

Le nuove geometrie dell’imperialismo

Riflessioni su alcune idee di Emilio Quadrelli

di Jacques Bonhomme

great britain imperialismInglés, ricordi? Dicevi che la civiltà è dei bianchi.

Ma quale civiltà? E fino a quando?

F. Solinas, G. Pontecorvo, Queimada.

1. Un’autocritica

La parabola recente delle vicende palestinesi ha scoperchiato la pentola dei nuovi disciplinamenti capitalistici dell’Occidente, cresciuti nel segno della riorganizzazione post-fordista del ciclo produttivo e distribuiti capillarmente nella società attraverso le bio-politiche neoliberali, con la loro modulazione antropologica di premi e castighi. L’economia di guerra che ci sta stringendo nella sua morsa, è stata da decenni la “legge bronzea” della riorganizzazione neoliberale della “formazione economico-sociale” capitalistica, una riorganizzazione che sottomettendo legislativamente i bisogni al successo e la socialità alla punizione, faceva della condizione emergenziale lo strumento amministrativo per affrontare le instabilità e i ristagni catastrofici dell’accumulazione del capitale. Quest’ultima, come sappiamo, da circa un secolo e mezzo, ha assunto le forme economiche, politiche e militari dell’imperialismo, studiate a fondo da una vasta letteratura scientifica, non soltanto marxista. Il nesso storico è indubbiamente oggettivo e irrefutabile, ma nelle lotte sociali in Occidente, e in particolare in Italia, questo nesso è emerso pienamente soltanto dopo che la sollevazione rivoluzionaria del popolo palestinese contro la lunga occupazione coloniale sionista della Palestina ha contrapposto platealmente la dimensione tutta occidentale del genocidio eseguito dalla mano israeliana, alla tenacia, al radicamento e alla combattività della Resistenza armata dei palestinesi, tra le macerie e nelle carceri di Israele.

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lantidiplomatico

Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie!

di Alberto Bradanini

b40eafc7 b33a 470c 87fb db2ee045550b.jpegFanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.

Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.

La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.

La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.

Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.

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comedonchisciotte.org

L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”

di Fabrizio Bertolami

Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org

Des tirs de missiles de l Iran au dessus de Jerusalem le 14 juin 2025 2097229.jpgE alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.

Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.

La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.

La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.

Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.

Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.

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Perché l'Iran

di Nicola Casale

musawi1.jpgLo scritto che presentiamo è la relazione svolta da Nicola Casale (uno dei pochissimi militanti di orientamento marxista degni di questo nome in circolazione in Italia. Le dita di una mano bastano e avanzano per contarli. Parere personale) in un dibattito che si è tenuto a Mestre sabato 21 febbraio sull’“amletico” tema: “Iran: sollevazione popolare spontanea o tentativo occidentale di instaurare un governo amico?”.

La semplice, chiara e tagliente relazione di Nicola scioglie ogni amletico dubbio. Non si tratta, a nostro parere, di “libero confronto di diverse opinioni” ma di schieramento di forze lungo opposte linee di tensione fisiche/materiali e ideali/spirituali. Il carattere della lotta è esistenziale, per la vita o per la morte, non solo per la Repubblica Islamica iraniana. Questa Lotta Suprema drammaticamente in atto in Iran, in Palestina, in tutta l’Asia occidentale è infatti parte di una lotta generale che coinvolge il mondo intero ed il suo tema di fondo è stato molto ben centrato in un intervento che abbiamo recentemente presentato al “pubblico” italiano: “E’ necessario comprendere che la scelta che abbiamo davanti non è tra diversi tipi di capitalismo, ma tra il capitalismo e la sopravvivenza umana. I bambini che piangono nelle prigioni di Epstein e i bambini che muoiono a Gaza gridano la stessa voce, chiedendoci di scegliere tra preservare un sistema che premia i mostri e costruire un mondo in cui la dignità umana diventi il fondamento dell’organizzazione economica e politica…” (1)

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carmilla

Palestina, pace e giustizia non significano disarmo

di Fabio Ciabatti

La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.

Gaza Strip Americans Evacuation.jpgHamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?

Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:

non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1

Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare

la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2

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lantidiplomatico

Venezuela, il sequestro della sovranità e l'etica del possibile

di Geraldina Colotti

720x410c5z0.jpgCaracas. La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un'epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: "Non scambierò un soldato con un generale", egli sigillò l'etica del comunismo del Novecento. Era l'etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della "dittatura del proletariato", dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte.

Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell'”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l'ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l'azione per smascherare i meccanismi dell'oppressione, fosse essa di classe o coloniale.

Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori.

Quell'atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: "Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione". Kurtz rimane folgorato dalla "purezza" di quell'odio e dalla volontà d'acciaio di un popolo che preferiva l'automutilazione piuttosto che accettare il "dono" dell'invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”.

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Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

di Mario Sommella

22faio armiCerv.jpgPer anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.

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lantidiplomatico

La "transizione" in Venezuela: più chavismo, non meno

di Juan Carlos Monedero - La Iguana

kmgpdipeuioHo sempre pensato che la Rivoluzione Bolivariana abbia avuto più successo nel combattere il neoliberismo, che all'epoca era al suo apice, che nel superare i problemi strutturali storici del Venezuela. Non c'è da stupirsi.

Perché superare i problemi storici di un Paese richiede almeno una generazione e, cosa importante, richiede che gli Stati Uniti non frappongano ostacoli sul loro cammino. In Spagna, Franco è morto 50 anni fa, e ancora si sente l'odore del franchismo. La magistratura è piena di franchisti, i partiti di destra sono franchisti e le principali reti televisive sono favorevoli al franchismo. Chávez ha sempre avuto un programma sia immediato che a lungo termine.

Il Venezuela chavista, quello che ha sradicato l'analfabetismo, restituito dignità ai quartieri popolari, redatto una delle costituzioni più avanzate al mondo, iniziato a prendersi cura degli anziani, aperto ospedali, scuole e università, costruito case per la gente, unito il continente con UNASUR e CELAC e restituito dignità ai quartieri popolari, ovviamente deve continuare ad andare avanti. La complessa situazione successiva al 3 gennaio serve proprio a continuare ad avanzare. Andare avanti non significa, come intende l'opposizione, rappresentata da una donna che si definisce terrorista e che ha vinto a malapena qualche elezione nel Paese, smantellare i risultati già ottenuti. Tutt'altro.

Gli analisti politici, gli stessi che per decenni sono rimasti invischiati nella menzogna secondo cui la democrazia statunitense fosse il modello mondiale di democrazia, stanno cercando di paragonare la situazione attuale del Venezuela a quella della Spagna dopo la morte di Franco. Il Venezuela, assediato dall'esercito più potente del mondo, che possiede anche armi nucleari che potrebbe utilizzare, con la Spagna, in fase di transizione, cercando giustificazioni per nascondere il fatto incontrovertibile e più rilevante: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores sono stati rapiti da un altro Paese in una vera e propria dichiarazione di guerra.

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lantidiplomatico

Bombe cognitive sul Venezuela: le 3 principali fake news dal rapimento del presidente Maduro

di Geraldina Colotti

Le bombe cognitive, che precedono, preparano e accompagnano le bombe vere hanno questo come obiettivo: rompere l'identità collettiva, balcanizzare i territori e i cervelli e distorcere le emozioni, facendole deviare dalla solidarietà al dubbio e al rifiuto

G9vYAhcXEAAo 4P 1767445065616.jpg venezuela ecco com e stato catturato maduro i dettagli del blitz usa.jpg“Se uno dice che piove e l'altro che c'è il sole, un buon giornalista si alza e va fuori a vedere”. La storiella, usata a volte dal docente per introdurre ai corsi di giornalismo, vale in fondo anche ora che l'Intelligenza Artificiale e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa per quel che riguarda il Venezuela. Come distinguere le notizie vere da quelle false? Intanto, guardandosi dalle sistematiche distorsioni informative applicate dai media egemonici riguardo la rivoluzione bolivariana, e aumentate di tono dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Qui ne esaminiamo alcune, relative al piano sociale, politico e, soprattutto, economico, essendo il petrolio la principale causa scatenante dell'aggressione armata del 3 gennaio.

Quando la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, (definita di proposito “a interim” dalla stampa internazionale, per indicare un vuoto di potere, e una gestione sotto tutela) chiede elezioni libere dalle sanzioni, i media tagliano la frase e titolano soltanto "Delcy si impegna a elezioni libere", decontestualizzando e costruendo una realtà distorta per far credere che le elezioni precedenti fossero tutte truccate.

Quando un progetto sociale termina con profitto e se ne sta cominciando un altro, si dice che Delcy sta per smantellare il sistema delle misiones, i piani sociali messi in campo da Chávez e diretti a diversi settori. Fra queste, la Misión Robert Serra, dedicata al giovane deputato chavista, ucciso dai fascisti il 1° ottobre del 2014 insieme alla sua compagna Maria Herrera. Prima, si chiamava Misión Jovenes de la Patria.

Un progetto rivolto ai ragazzini con disagio sociale, per accompagnarli nel percorso di formazione e poi di inserimento al lavoro. A Robert Serra è stata anche dedicata una fondazione, che dipende dalla presidenza della Repubblica e ha sede nella casa in cui egli viveva con la compagna, nel quartiere La Pastora.

Lì trovano rifugio e accoglienza giovani in difficoltà. Secondo i media egemonici, sia la Misión che la fondazione sarebbero state cancellate, prefigurando il completo ritorno al capitalismo a cui si dedicherebbe il governo incaricato.

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Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

di Kit Klarenberg*

human rights watch.jpgIl 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

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mondocane

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa

Guerre di classe

di Fulvio Grimaldi

fneiurtbtk.jpgSaluto all’Iran

Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.

Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.

Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.

Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) - attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.

Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.

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laboratorio

Le materie prime, la forza economica e le guerre mondiali di ieri e di oggi

di Domenico Moro

Materie prime immagine.jpegRecentemente, gli Stati Uniti hanno promosso la costituzione di una enorme riserva strategica di materie prime, il Project Vault[i], il cui modello sarebbe, secondo Trump, quello della riserva strategica di petrolio, che venne costituita all’epoca della crisi petrolifera negli anni ‘70. L’obiettivo, oggi, è rendersi autonomi dalla Cina e da altri paesi non alleati non solo sul piano commerciale ma anche su quello militare. La presidenza Trump, del resto, sta basando la sua strategia sulla esplicita minaccia dell’uso della potenza militare. Nella 2026 National Defense Strategy (NDS) del Ministero della guerra statunitense (così è stato non a caso ribattezzato il ministero della difesa), si dichiara di voler realizzare “la pace attraverso la forza”. In pratica, gli Usa desiderano raggiungere una forza militare così schiacciante da poter combattere su più fronti contemporaneamente, raggiungendo la deterrenza nei confronti della Cina e dunque il controllo dell’Indo-pacifico e dell’Eurasia. Anche se l’obiettivo dichiarato sarebbe la pace, quello che in effetti ne risulta è la preparazione delle condizioni per cui gli Usa possano vincere una guerra mondiale del XXI secolo, così come hanno vinto le due guerre mondiali del XX secolo.

Le condizioni che, secondo la NDS, permetterebbero di realizzare gli obiettivi di superiorità strategica sono essenzialmente due: lo sviluppo delle capacità belliche degli alleati, che, secondo Trump, si sono fino a ora troppo basati sull’aiuto statunitense, e la ricostruzione di una forte base industriale negli Usa. Tale base non dovrebbe essere limitata all’industria strettamente militare, ma dovrebbe essere estesa a tutte le branche industriali strategiche, che si sono indebolite negli ultimi decenni a causa delle delocalizzazioni e della deindustrializzazione. Avere una base industriale adeguata a esercitare l’egemonia mondiale significa anche e soprattutto avere il controllo sulle materie prime necessarie alla produzione manifatturiera, a partire dai metalli e dall’energia.

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sinistra

Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense

di Carmelo Buscema* e Gennaro Imbriano**

607458602 871595875592705 8651537302703108899 n.jpgNella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 l’amministrazione statunitense guidata da Donald J. Trump si è resa protagonista di un gravissimo atto di aggressione militare e politica contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, rapendone piratescamente il legittimo Presidente Nicolas Maduro Moros, e sua moglie Cilia Flores, avvocata, attivista e deputata dell’Assemblea nazionale. Al culmine dell’operazione - caratterizzata da un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, che ha coinvolto numerosi Stati della Repubblica e causato un centinaio di vittime tra militari e civili (fra cui 32 cubane) -, Maduro e Flores sono stati deportati a New York e sottoposti alle prime fasi di un processo penale intentato sulla base di pretestuose e risibili accuse, avanzate fuori o al margine di ogni quadro di legittimità giuridica, interna o internazionale, minimamente riconosciuta.

L’aggressione del Venezuela rappresenta un eccezionale salto di scala all’interno del processo di brutale ristrutturazione del sistema mondiale intrapreso dagli Stati Uniti d’America nel corso degli ultimi lustri, e che ha vocazione evidentemente suprematista, iper-classista e neocoloniale. Dentro questo quadro, mancheremmo colpevolmente il bersaglio se identificassimo soltanto in Trump e nella sua amministrazione “il” nostro problema, giacché le redini di questo processo sono saldamente in mano alle potenti élites statunitensi, che hanno corpo finanziario, tecnologico, militare e politico, e due principali gambe, che sono quelle democratiche e repubblicane. Seppure il Paese a stelle e strisce sia attraversato da linee di faglia che a tratti si configurano come veri e propri fronti e trincee di una feroce guerra civile che lo consuma, orizzontale e verso il basso, le sue due principali fazioni politiche dimostrano di condividere un senso del mondo e della storia invariabilmente marcato da una medesima escatologia da destino manifesto e da popolo eletto. (Che, non a caso, è la stessa escatologia che contraddistingue anche le attuazioni del regime sionista di Israele in Medio Oriente - partner ed esecutore fondamentale di questo progetto).

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Sanzioni: sentenze fuorilegge - L’altro genocidio

di Fulvio Grimaldi

kVTqFiD6fWdITMSFBwGuerre dentro, guerre fuori 

Marciano in sinergico parallelo le due guerre: quella ai nove decimi della propria popolazione che prova a scrollarsi di dosso il morso alla carotide del decimo supremo, e quella di regimi che si sanno decrepiti e senza futuro e danno colpi all’impazzata a chi sanno che gli sopravviverà.

Partiamo dalla prima di queste guerre, sempre d’aggressione (le altre si chiamano resistenza e, se va bene, rivoluzione). A forza di tre anni e mezzo di ruberie al basso per arricchire i danti causa in alto, scelleratezze morali, incompetenze sesquipedali, bugie e volgarità che neanche Berlusconi, siamo finalmente al piattino a lungo preparato e testè coronato a Torino. Lo chiamano pacchetto sicurezza (a furia di stringere le regole e aumentare i reati, se ne è perso il conto). Meglio chiamarlo pacco, il classico pacco rifilato al colto e all’inclita.

Lì abbiamo un poliziotto, ottusamente picchiato, dimesso dopo 24 ore, dopo un collarone messo a sghimbescio per la foto-opportunity e una visita strappacore della premier che lo dice scampato a un “tentativo di omicidio” Quanto occorreva per fargli assumere dimensioni mediatiche tali da far sparire, come attori alla chiusura del sipario, qualche centinaio di teste inermi rotte, indifesi picchiati o torturati a morte (Cucchi, Aldovrandi, ecc.), detenuti massacrati, mezza dozzina e passa ammazzati col Taser, che infiorettano anni di meticolosa e sistematica restaurazione.

Restaurazione di che? Ce lo dice il primattore della sequenza, aggiungendo all’affresco dell’orrore che, a sua detta, da Torino minaccia di fare inorridire tutto il paese, quando annuncia alla società, illusa di vivere avvolta nella calda coperta della Costituzione antifascista, che, per salvarci dall’orda dei barbari terroristi, è compulsivo tornare al “fermo di polizia in attesa di ipotetico, possibile reato”. Basta il sospetto e la buona volontà di chi il sospetto lo coltiva nel suo pensiero.

 

Non hai fatto niente. Ma avresti potuto fare

Arresto preventivo di 18, no 24, magari 48 ore e poi chissà. Per ora 12.