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doppiozero

Non è lavoro, è sfruttamento

Cristina Morini

banksy poundlandMarta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola Non è lavoro, è sfruttamento con involontario ossimoro, poiché, evidentemente, il lavoro è sempre sfruttamento. Benché infatti abbia fondato la possibilità per gli individui di uscire da relazioni di servitù e la possibilità di “esistere per sé stessi”, tuttavia, a partire dall’avvento del sistema di produzione capitalistico, esso è attività comandata (“lavoro comandato,” nell’espressione di Adam Smith), cioè, anche e soprattutto, fonte di ricchezza per altri. Certo, Marx non era arrivato a immaginare un mondo nel quale l’accumulazione sarebbe stata capace di crescere pur evitando di pagare del tutto (o quasi) la “merce” per eccellenza, “la madre di tutte le merci” come l’ha definita Sergio Bologna, cioè esattamente il lavoro. Processo che si sta traducendo in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli esseri viventi e sulle risorse naturali, con creazione di profitti smisurati che non generano alcuno sviluppo per il pianeta e i suoi abitanti ma solo il dilagare della diseguaglianza e della sofferenza. 

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sbilanciamoci

Il lavoro, quello sconosciuto

di Claudio Gnesutta

Sbilanciamo le elezioni/Al di là dei periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione il progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro in atto nel paese non sembra scuotere la nostra classe politica

Bansky murales coperto06Sembrerebbe una questione importante per la politica italiana se si considerano i periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione in cui i pochi decimi percentuali di variazione del tasso di disoccupazione o la crescita di qualche migliaio di occupati a tempo determinato sollevano entusiasmi o scoramenti per l’avvicinarsi o l’allontanarsi del mitico milione di nuovi posti di lavoro dell’era berlusconiana. Eppure, molto più contenute e generiche sono le riflessioni della nostra classe dirigente alle altre numerose indicazioni (anche statistiche) che denunciano il persistente deterioramento che, da lunga data, subisce il “lavoro” – inteso sia come condizione per la sopravvivenza economica, ma anche come strumento di inclusione civile –, processo strettamente legato all’estendersi delle disuguaglianze sociali e all’ampliarsi delle povertà.

Eppure le informazioni al riguardo sono molte, le situazioni deplorate, le implicazioni temute; ma al di là del loro formale riconoscimento, non sembrano scuotere la nostra classe politica. Anzi, il fatto che il tasso di occupazione e quello di disoccupazione stiano recuperando i livelli di dieci anni fa è cantato come il superamento della lunga recessione e qualcuno si azzarda anche a menarne vanto. Ma se un’occupazione retribuita ha senso solo se offre una prospettiva di reddito in grado di garantire nel tempo condizioni di esistenza dignitose, non sono certamente questi dati a confortarci.

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conness precarie

Rifugiati, migranti e mercato del lavoro nell’Unione Europea. Alcune note

di Devi Sacchetto

Sacchetto Migranti e rifugiati e1516694919186Queste note analizzano alcuni aspetti della relazione tra il mercato del lavoro, i migranti e i rifugiati nell’Unione Europea, tenendo conto dei recenti flussi migratori provenienti non solo dall’Asia e dall’Africa, ma anche dall’Ucraina, dove continua un conflitto a bassa intensità. La gestione dei recenti flussi di rifugiati e migranti ha esacerbato la segmentazione del mercato del lavoro dell’UE, rafforzando il processo di degradazione. La politica migratoria e del lavoro dell’UE si basa sulla segmentazione del mercato del lavoro, che genera forti differenze salariali e processi di stigmatizzazione e razzismo. Tuttavia, i migranti e i rifugiati, sostenuti anche da una parte dell’associazionismo di base e da alcuni sindacati, si muovono per contrastare questa tendenza.

Negli ultimi anni i flussi di migranti e rifugiati provenienti dall’Asia e dall’Africa attraverso il Mediterraneo hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica europea. Le immagini degli sbarchi, dei campi e delle persone che camminano attraversando i confini sono diventate familiari, così come la presenza dei rifugiati.

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manifesto bologna

Amazon, le sette sorelle del silicio e gli algoritmi

Il lavoro nel nuovo Millennio

di Luigi Agostini

tecnologiaPiù che tanti tomi di Aristotele,
tre modeste invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo:
la bussola, la stampa, la polvere da sparo.
Francesco Bacone, 1620

Premessa

La lotta dei lavoratori di Amazon di Piacenza rompe un incantesimo e apre una nuova epoca.

Amazon è una delle sette sorelle del silicio, i signori della Rete; così sono chiamate le nuove multinazionali dell’informatica.

I signori del silicio stanno sostituendo le antiche sette sorelle del petrolio nel dominio del mondo.

La determinazione dei ritmi e delle modalità di lavoro in Amazon, come in tante altre imprese, è affidata ad un algoritmo: l’algoritmo ha assunto anche il ruolo del vecchio Capo cottimo.

Ma l’algoritmo si configura - a differenza del Capo cottimo - come una presenza oggettiva, univoca, neutra. Una potenza astratta, immateriale, cioè il massimo della potenza: una potenza apparentemente assoluta, la potenza del razionale.

Lo sciopero dei lavoratori di Amazon non è quindi uno sciopero tra i tanti, ma assurge al livello di un atto di ribellione, di un segno che, anche nel nuovo Eden del capitalismo informazionale – mito costruito e sostenuto da una formidabile campagna ideologica, senza badare a spese, il rapporto tra Capitale e Lavoro non ha niente di oggettivo, resta un rapporto di forza, la cui dialettica conflittuale non può essere spenta.

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effimera

Rifiuto del lavoro, corporeità, ironia

Anna Stiede intervista Franco Berardi Bifo

Questa intervista si è svolta a Bologna nell’ottobre 2017. La trascrizione è di Shendi Veli, l’editing di Franco Palazzi

74d493f2c6de7956a54d7ca5fa62ac3b XLA: La cosa che mi ha stupito leggendo questo libretto con il tuo commento [Malgrado voi (1977)] è che tu avevi anche parlato di un bisogno di capire bene la nuova connessione tra il sapere, la tecnologia ed il lavoro. Dato che sono molto interessata alle trasformazioni dello sviluppo economico, connesso anche alla cosiddetta digitalizzazione, al virtuale, etc, sono stata stupita che tu già alla fine degli anni settanta sostenevi che per capire bene la nuova composizione della classe e ricostruire lAutonomi bisognava rivolgere lattenzione verso questa connessione; purtroppo credo che i movimenti non fossero in grado di sviluppare un comportamento collettivo per affrontare tale cambiamento. Dal punto di vista tuo e delle lotte degli anni settanta, come descriveresti questo sviluppo nella composizione di classe ma anche nello sviluppo economico?

B: Il movimento del settantasette italiano, e non solo quello italiano – però adesso parliamo di quello italiano o vorrei dire bolognese – ha un carattere complesso. Ci sono vari elementi, perché c’è un elemento diciamo anarchico, autonomo, ribellista che è simile a quello dei movimenti che dalla California degli anni sessanta va fino agli Sponti tedeschi, fino al punk. È un movimento giovanile ribelle, con caratteristiche particolarmente creative.

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lavoro culturale

Non è sfruttamento, è assuefazione

Leggendo il libro di Marta Fana

di Marco Ambra

Una recensione analitica a “Non è lavoro, è sfruttamento”, edito da Laterza (Roma-Bari 2017), che sarà presentato giovedì 11 alle 17.30 alla Biblioteca Comunale di Siena. Qui i dettagli della presentazione

sfruttamento 2Leggendo la cronaca quotidiana del declino industriale italiano, non ultimo il dibattito fra Calenda ed Emiliano sul futuro/passato dell’Ilva a Taranto, viene in mente una formidabile sentenza di Max Weber sull’etica spuria di chi dibattendo su tali questioni parte da una pregiudiziale pretesa di ragione, un’etica che «invece di preoccuparsi di ciò che riguarda il politico, vale a dire il futuro e la responsabilità davanti a esso, si occupa di questioni politicamente sterili – in quanto inestricabili – come quello della colpa commessa nel passato» (Scritti politici, Donzelli, Roma 1999, p. 219). Non che le colpe e le responsabilità, specie in sede penale, non abbiano la loro importanza, ma farle pesare all’interno di un dibattito politico significa falsificare del tutto il politico, offuscare la presa di responsabilità di fronte al futuro che dovrebbe esserne il compito.

Di fronte al declino industriale italiano il dibattito politico si polarizza così, tristemente, dietro la catena delle colpe e delle responsabilità trasformando concetti e argomentazioni in slogan lanciati fra contrapposte tifoserie: chi ha fatto le riforme contro chi non le ha fatte, chi ha accresciuto il debito pubblico contro chi ha praticato l’ortodossia ipercoerentista dell’austerità, mancando completamente l’obiettivo politico delle questioni

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la citta futura

Il “lavoro mentale” non è immateriale ed è sfruttato

di Ascanio Bernardeschi

Intervista a Guglielmo Carchedi sulle caratteristiche del lavoro mentale, della produzione di conoscenza in Internet e sulla validità della teoria del valore anche per la produzione di conoscenza

f832966028c60c879a5be606590bd8a2 XLGuglielmo Carchedi, economista marxista di fama internazionale, è stato fra coloro che più radicalmente hanno combattuto le interpretazioni di tipo neoricardiano del Capitale di Marx, contestando la determinazione simultanea – à la Sraffa – del saggio del profitto, dei prezzi di produzione dei fattori produttivi e dei prodotti. Introducendo nella sua analisi il fattore tempo e interpretando la teoria del valore di Marx come un sistema di non equilibrio, ha mostrato che tale interpretazione consente di superare tutte le obiezioni fatte al procedimento marxiano di trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Insieme a Alan Freeman ha curato e pubblicato un volume che è una pietra miliare di questa critica [1].

Ha letto anche, sempre con lenti marxiane, le caratteristiche di questa crisi economica, producendo tra l'altro un'analisi di classe delle contraddizioni insite nel processo di integrazione economica europea [2]. Recentemente ha dato un contributo teorico importante [3] per controbattere molte teorie di moda, sul lavoro cognitivo e su Internet in particolare, tendenti oggettivamente a disarmare la classe lavoratrice espungendone la componente dei lavoratori mentali e sostenendo l'inapplicabilità della teoria del valore al lavoro mentale. Insomma il suo contributo a confutare i “confutatori” ci consente di parlare ancora di pluslavoro e plusvalore e di individuare ancora nella classe lavoratrice il soggetto principale di un possibile superamento del modo di produzione capitalistico.

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pandora

Da Veblen a Keynes: tempo di lavoro e modello di sviluppo

di Enrico Cerrini e Giulio Di Donato

C’è un tema trascurato nel dibattito pubblico, ma che nel contesto attuale può assumere una centralità difficilmente eludibile. Si tratta della riduzione dell’orario di lavoro. Nel quadro attuale segnato dai cambiamenti nel mercato del lavoro conseguenti all’avanzamento tecnologico e alla globalizzazione (descritti anche in un articolo precedente), gli autori propongono in questo articolo una diversa lettura della tematica che riflette un punto di vista teorico che prende spunto dalle riflessioni dell’economista Thorstein Veblen, il cui pensiero è stato già affrontato nell’articolo L’economica tra istituzione ed evoluzionismo

Da Veblen a Keynes. Tempo di lavoro e modello di sviluppo ott. 650x315 640x315L’economia neoclassica insegnata nei primi anni universitari presenta il tempo libero come uno dei due beni che determinano l’utilità individuale, sulla cui base calcolare l’offerta di lavoro operaia. Gli individui raggiungono maggiori livelli di utilità quanto più è alta la loro disponibilità di consumo e di tempo libero.

Tenendo conto della domanda di beni e della tecnologia utilizzata, ovvero il numero di operai necessari a ottenere la produzione richiesta dal mercato, il datore di lavoro richiede agli operai una quantità di lavoro che aumenta con il diminuire del livello salariale offerto dall’impresa. I lavoratori scelgono se accettare o meno la proposta dell’imprenditore sulla base della loro curva di offerta di lavoro, la quale aumenta con il crescere del salario offerto dall’impresa.

L’impostazione neoclassica prevede che un mercato del lavoro completamente libero stabilisca un salario in grado di equilibrare domanda e offerta di lavoro eliminando la disoccupazione involontaria. Quest’ultima può essere quindi generata solo dalla presenza di fattori che creano barriere al libero mercato. Tale teoria ha ricevuto numerose critiche perché non tiene conto né delle caratteristiche comportamentali analizzate, tra gli altri, dagli economisti keynesiani, né della contrattazione considerata dagli economisti classici come David Ricardo.

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ist onoratodamen

La rivoluzione la faranno i robot

di Maria Rosaria Nappa e Antonio Noviello

Dalla rivista D-M-D' n°11

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“In altri termini: ciò deriva dal fatto che le forze produttive generate dal modo di produzione capitalista moderno, al pari del sistema di ripartizione di beni che esso ha creato, sono entrati in contraddizione flagrante con questo stesso modo di produzione, e ciò a un grado tale che diviene necessario un rovesciamento del modo di produzione e di ripartizione eliminando tutte le differenze di classe, se non si vuole vedere perire tutta la società.” [Engels, Anti-Duhring]

Nel 2099, i centri di produzione mondiali contavano solo poche unità umane, le quali dietro a spessi vetri e davanti a grandi monitor controllavano sterminate distese di robot superintelligenti. Questi non erano i robot impacciati del 2016, quando occorrevano algoritmi da milioni di linee di codice per simulare un piccolo movimento del braccio; ora i robot erano in grado di auto-apprendere e di trasformare in azione, all’istante, un comando che arrivava dal loro centro di controllo, ed erano in grado di impartire lo stesso ordine anche ai colleghi di lavoro.

All’interno di queste “cittadelle produttive” erano pochi gli uomini che avevano ancora un lavoro.

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La società artificiale

Controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico

di Renato Curcio

Incontro-dibattito sul libro La società artificiale. Miti e derive dell'impero virtuale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017

Schermata del 2017 12 17 17 52 02Il lavoro di ricerca è sempre un lavoro teso su una corda, nel senso che stiamo cercando di affrontare dei processi sociali nuovi, che ci sorprendo perché, come abbiamo tentato di dire soprattutto nel primo lavoro, L'impero virtuale (1), sono processi ad altissima velocità storica e sorpassano la nostra capacità di adattamento. Il tempo, la storia, dell'Ottocento e del Novecento, per rimanere negli ultimi due secoli, aveva un passo molto più lento: il lavoratore del sud Italia che veniva a lavorare alla Pirelli a Milano o alla Fiat di Torino, poteva arrivare anche digiuno di quella che era una cultura del mondo del lavoro, sindacale, di classe ecc., e aveva poi il tempo per entrare progressivamente nei problemi che stava vivendo insieme ai diversi contesti che attraversava e che erano abbastanza omogenei: i contesti urbani dei quartieri, quelli di fabbrica, i contesti sociali più organizzati. Oggi questo non c'è più. Oggi i tempi sono talmente violenti e veloci che ci mettono di fronte a delle dinamiche che sono mondiali, e che solo dieci anni fa non esistevano. Facebook, per esempio, che nel 2007 entra come processo sociale non più riferito a un piccolo gruppo di università, e dieci anni dopo raggiunge i due miliardi di utenti. È quindi comprensibile che le persone che vi si sono riversate lo vivano più esperenzialmente e intuitivamente che avendone contezza e gli strumenti per leggere che cos'è, come funziona, come funzionano loro stessi mentre utilizzano questo tipo di strumenti.

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blackblog

Il meraviglioso mondo del lavoro deregolamentato

di Jean-Luc Debry

deregola4Al momento in cui la «gestione sociale della crescita» non viene più ritenuta necessaria per il buon andamento degli «affari», il lavoro creatore di valore finanziario - parzialmente ridistribuito nel quadro delle politiche socialdemocratiche di ispirazione keynesiana - diventa un modello che, sotto la pressione di una devastante mutazione capitalista, i poteri pubblici si sforzano  di sopprimere nel nome dell'indispensabile adattamento alle necessità della «globalizzazione felice»[*1]. Allo stesso tempo, l'obiettivo enunciato e perseguito, con tutti i mezzi possibili, consiste nel ripristinare il processo di creazione del valore comprimendo, da un lato, la massa salariale attraverso l'intensificazione delle politiche di austerità, e dall'altro per mezzo del prelievo fiscale sulle imprese, fino a ridurlo ad un modesto contributo necessario al mantenimento dell'ordine (polizia, magistratura, esercito). Tutto questo si basa, politicamente, sulle aspirazioni ideologiche degli strati medi, superiori ed intermedi della società.

Attraverso la formazione ed il "coaching", le riunioni ed i rituali di iniziazione, l'ideologia manageriale moltiplica gli incantesimi relativi al pragmatismo [*2]. Fa appello al buon senso dei lavoratori salariati affinché questi rinuncino ai loro «privilegi» (sic) e si diano anima e corpo alla «cultura aziendale 4.0» per guadagnare in performance seguendo i precetti dello «Human Inside» [*3].

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econopoly

Perché la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

di Marta Fana e Davide Villani

Gli autori di questo post sono Marta Fana, dottore di ricerca in Economia e autrice di “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza 2017) e Davide Villani, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito)

mfile 55 1120051 1All’interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. Secondo la teoria dominante, ripresa qui su Econopoly in un recente articolo firmato da Luca Foresti, i cambiamenti tecnologici (e la globalizzazione) hanno contribuito alla polarizzazione del mercato del lavoro in cui gli strati più bassi della piramide hanno sempre più difficoltà a inserirsi o, una volta inseriti, sono condannati a salari e condizioni di lavoro meno edificanti. Allo stesso tempo, lavoratori capaci di integrarsi o essere integrati in settori più produttivi (quelli maggiormente innovativi e tecnologici) sarebbero maggiormente ricompensati, in quanto più produttivi. Si consumerebbe così la polarizzazione (e di conseguenza aumento delle diseguaglianze interne), spinta(e) principalmente dalla tecnologia.

Come in ogni visione a tradizione marginalista, inoltre, spetta ai lavoratori, schiacciati dalla concorrenza di altri lavoratori nella fascia bassa delle retribuzioni, “prepararsi a fare lavori più complessi e meglio pagati” e a quelli più produttivi reclamare la propria fetta, “meritata”, di valore aggiunto prodotto. All’interno di questo ragionamento, nessuno spazio è accordato, come ricorda Bogliacino (2014), al potere, o in termini classici ai rapporti di forza tra aziende e lavoratori.

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noirestiamo

Alternanza scuola-lavoro

La nuova schiavitù del lavoro minorile voluta da padroni e Unione Europea

di Noi Restiamo

In vista dell’assemblea nazionale della campagna “BastaAlternaza” che si terrà Sabato 2 Dicembre a Roma al Csoa “Intifada” in Via Casalbruciato 15, proponiamo il documento che come Noi Restiamo abbiamo elaborato sull’ASL e la buona scuola

alternanza 675Il Contesto Europeo

Per una riflessione sul senso della legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) e in particolare sull’universalizzazione dell’alternanza scuola-lavoro non si può prescindere da una valutazione, seppur breve, del contesto nazionale e internazionale in cui si colloca, e in generale sulla fase storica che il modo di produzione capitalista sta vivendo oggi.

La crisi sistemica in cui viviamo si è manifestata ormai da più di dieci anni e non accenna a risolversi. L’incapacità del sistema di ritrovare un adeguata valorizzazione del capitale, unita alla tendenziale ritirata degli USA come unico stato egemone a livello mondiale, ha portato ad un forte incremento delle pressioni competitive inter-imperialistiche, e alla conseguente destabilizzazione di numerose regioni del mondo. Questa velocizzazione della competizione internazionale ha dato un forte impulso alla necessità di centralizzazione e rafforzamento dell’Unione Europea. Tale processo ovviamente non può che essere fortemente contraddittorio, e ha dato luogo a significative spinte contrarie, sia derivanti dall’opposizione popolare che alle contrapposizioni interne alle varie borghesie nazionali. La forma con cui il polo imperialista in costruzione sta rispondendo a tali contraddizioni passa attraverso la costituzione di un’Europa a due velocità, a cerchi concentrici, in cui il piano decisionale viene definitivamente trasferito nelle mani di una serie di paesi centrali, stretti intorno all’asse franco-tedesco.

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lavoro culturale

Una recensione narrativa del libro di Marta Fana

di Alberto Prunetti

Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza, 2017) è il libro di Marta Fana uscito il 5 ottobre e già diventato un caso editoriale

marta fana«Che bello che riesci a scrivere libri, io infatti devo smetterla di scrivere sui giornali… ci sono troppe cose più serie da dire».

Ricevevo questo messaggio nell’aprile del 2016 e sembra quasi uno scherzo rileggerlo adesso. Me lo mandava dal suo profilo twitter una giovane ricercatrice di economia di cui leggevo di tanto in tanto gli articoli che firmava per «il manifesto». Non sapevo ancora che aveva già messo in difficoltà il ministro Poletti sui numeri del jobs act e che in tv – che non guardo mai – le stavano cucendo addosso il vestito della “ragazza dei numeri” per il suo debunking statistico dei dati del governo. Mi disse che era una dottoranda italiana che faceva ricerca a Parigi e io colsi l’occasione per chiederle un suo parere su alcune osservazioni relative al rapporto tra classe media e classe lavoratrice. Si trattava, spiegavo, di cose che mi servivano da tradurre in narrativa per un manoscritto a cui stavo lavorando con fatica. Quando riassunsi i punti del mio ragionamento, commentò: «Ma questa è proprio la mia tesi di dottorato!» Mi sorprese questa sintonia, la ringraziai e continuai a leggerla con interesse sui quotidiani, soprattutto quando un suo pezzo epistolare indirizzato a Poletti mi fece fare un balzo sulla seggiola.

Non ebbi più contatti con lei fino a quando non la incontrai a una presentazione del mio libro Amianto a Modena, un anno fa. Complici i tempi stretti e un treno da prendere al volo per tornare a casa in serata, feci un passaggio un po’ troppo rapido sulla coscienza di classe del nuovo precariato, dando per scontato il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé.

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sinistra

Robotizzazione e alienazione dall’essere collettivo

di Karlo Raveli 

storia robotica13 mAlcuni di noi si chiedono - e siamo ancora troppo pochi - se l’oggettività dell’attuale robotizzazione delle persone (a) non sia da annoverare tra i processi sociali più significanti, cumulativi (b) e logicamente negativi di questa ‘civiltà’ secolo XXI. Generata in modo sempre più intrinseco e profondo dallo sviluppo capitalistico (c) come un lineamento ben concreto e sostanziale (e forse conclusivo...) della crescente alienazione umana del Sistema.

Soprattutto per il fatto che incide in misura crescente e devastante sulla natura originariamente empatica ed essenzialmente collettiva (d) della nostra specie. Derivando pertanto in un individualismo (e) sempre meno invisibile e sostenibile. Cioè con apparenze, comportamenti e modi di vivere progressivamente condizionati e dissociati dall’intrinseca essenza ed esistenza comunitaria della persona (f). Quindi, tra l’altro, nell’inevitabile direzione di fenomeni via via più drammatici di solitudine, isolamento e abbandono in crescenti settori della società. Soprattutto metropolitana o cosiddetta “sviluppata”.

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