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Il lavoro e i piani bellicosi del Governo Draghi
di coniarerivolta
Ancora non ci sono certezze su quella che sarà la politica economica e sociale del governo Draghi. Allo stato attuale, l’esecutivo guidato dall’ex Presidente della BCE non ha ancora adottato provvedimenti tali da indicare quelle che saranno le sue mosse, sebbene alcune nomine di consiglieri economici non facciano dormire sonni tranquilli. Ben presto, però, ne sapremo di più.
Blocco dei licenziamenti e integrazioni salariali: si avvicinano le scadenze
Tra circa un mese, infatti, scadrà il blocco dei licenziamenti, da ultimo prorogato dalla Legge di bilancio fino al 31 marzo. Lo stesso giorno, inoltre, è il termine ultimo di copertura della cassa integrazione ordinaria con causale Covid-19, mentre per la cassa integrazione in deroga la scadenza è prevista, attualmente, per il 30 giugno. In entrambi i casi, però, il periodo massimo di cassa integrazione è fissato in dodici settimane.
Ricordiamo brevemente che cos’è la cassa integrazione. Si tratta di un meccanismo di integrazione salariale, pensato per garantire ai lavoratori un sostegno economico nel momento in cui, a causa delle ridotte esigenze produttive delle imprese presso le quali sono stati assunti o durante fasi di riorganizzazione e di crisi aziendale, vengono lasciati a casa per alcuni periodi, o il loro orario lavorativo si riduce. Durante questi periodi, ai lavoratori viene versato un trattamento economico che ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe loro spettata per le ore di lavoro non prestate.
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Toyotismo. Qualità totale per chi?
di Fabio Scolari*
Prima di entrare nel vivo delle questioni è utile partire da una breve premessa di ordine storico sullo sviluppo, a seguito del secondo conflitto mondiale, del capitalismo giapponese. Richiamare questo elemento è assolutamente necessario se si vogliono comprendere le caratteristiche essenziali del metodo di organizzazione del lavoro ohnista[1]. Non farlo rischierebbe, infatti, di determinare una rappresentazione mistificata ed edulcorata dei suoi tratti più oppressivi e manipolatori. Quindi, capire i motivi della sconfitta del sindacalismo di classe nipponico è il primo passo per scoprire i segreti che hanno prodotto prima l’ascesa economica internazionale della Toyota e poi dell’intero Giappone.
La sconfitta del sindacalismo di classe
Il Giappone, uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale, dovette affrontare nei decenni successivi una serie di forti ristrutturazioni, sotto l’amministrazione del generale statunitense Mac Arthur, che ebbero come conseguenza la «modernizzazione» forzata ed accelerata delle strutture socio-economiche nazionali.
A questo proposito, Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto indicano l’imposizione di una costituzione redatta nel 1946 da funzionari americani, che trasformò l’autocrazia imperiale in una monarchia costituzionale (solo grazie a questo patto l’imperatore Hirohito poté conservare il trono) ed introdusse un sistema parlamentare, ed una radicale riforma agraria.
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I dannati del clic
Lavoro digitale e nuove forme di sfruttamento
di Carlo Formenti
Il ruolo delle tecnologie digitali nella progettazione di nuove forme di sfruttamento delle classi lavoratrici, è al centro di un incontro organizzato dalla CGIL per martedì 2 febbraio https://www.centroriformastato.it/non-solo-rider-le-antiche-nuove-forme-di-sfruttamento-di-chi-lavora-per-e-con-le-piattaforme-digitali-5/. Negli ultimi anni, il tema è stato affrontato da diverse ricerche: dal libro di Riccardo Staglianò, Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri (Einaudi 2018) al più recente Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo (Feltrinelli 2020), di Antonio Casilli, il quale parteciperà all’incontro di cui sopra. Quel “tutti” che accomuna i due sottotitoli (“ci rende tutti più poveri”, “perché lavoriamo tutti”), sembra suggerire che gli autori credano di riconoscere, in queste nuove forme di sfruttamento, un tratto generalizzabile, universale dell’attuale fase di sviluppo capitalistico. Nel testo che segue mi propongo di problematizzare questa tesi. Ma prima è opportuno sintetizzare il contributo dei due libri alla comprensione di una serie di fenomeni che stanno mettendo in discussione alcuni concetti di base della sociologia del lavoro, dalla relazione fra tecnologia e occupazione all’idea stessa di lavoro.
Sulla questione della disoccupazione tecnologica Staglianò (cfr. la recensione che Alessandro Visalli gli ha dedicato http://tempofertile.blogspot.com/2018/10/riccardo-stagliano-lavoretti.html?q=gig+economy) resta nel solco della tradizione marxista: l’odierna tecnologia “ruba” il lavoro, come ha fatto fin dalla prima rivoluzione industriale, e lo fa non tanto e non solo per ragioni “oggettive” – cioè come effetto collaterale di un inevitabile quanto irreversibile “progresso” tecnico-scientifico – ma anche e soprattutto perché è lo strumento principale grazie al quale il capitale contiene il costo del lavoro quando questo accumula rapporti di forza tali da sfidare il profitto.
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Riflessioni sulla nascita del PCdI del 1921
Intervista a Gianni Marchetto
D. Parlami un po' di te…
Ho 79 anni e sono nato nell’isola di Ariano Polesine e precisamente a Cà Zen, una frazione del Comune di Taglio di Po (prov. di Rovigo). Figlio di coltivatori diretti – ho frequentato le scuole (3 anni) di Avviamento Industriale ad Adria e il biennio Tecnico Industriale a Rovigo per tutti gli anni ’50. Chi volle questa mia destinazione scolastica fu mio padre il quale diceva così che avrei trovato lavoro a differenza di me che volevo invece frequentare le scuole medie per poi diventare maestro attraverso le scuole magistrali.
Al paese (negli anni ’50) specie in estate frequentavo l’Oratorio per via del fatto che potevo giocare al calcio in quanto c’era il campetto che lo permetteva - in autunno e inverno invece frequentavo la LEGA (era la sede della locale Camera del Lavoro CGIL), dove all’interno c’erano pure gli uffici del PSI e del PCI, e una sala da ballo per le domeniche. Avevo notato quanto segue: i Socialisti erano un gruppo di persone molto simpatiche, intraprendenti, “mangiapreti” e stalinisti, sempre al Bar a litigare con i Democristiani, quasi mai in ufficio. I Comunisti erano invece persone molto serie, responsabili della CdL e del PCI locale, ovviamente anche loro stalinisti, ma con un’ansia di riscatto formidabile che si notava nella loro sete di sapere, delle letture e dei libri che avevano in casa (avevo letto i libriccini che portavano scritti gli interventi dei dirigenti Comunisti alla Camera e al Senato, quando non invece dei veri e propri interventi di Togliatti, Pajetta, Longo, Ingrao, Amendola, ecc.) – nella sede della CdL una volta la settimana avevo notato delle riunioni di una decina di persone (quasi tutti braccianti analfabeti) che ascoltavano con un quadernetto in mano la lezione che un maestro gli faceva = imparare a leggere, scrivere e far di conto.
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Dalla IBM alla Gig Economy
Tutti i modi per dividere i lavoratori
di Carlo Formenti
Nei primi anni Settanta, dopo un’esperienza di lotta sindacale nella multinazionale americana di cui ero dipendente (la 3M Minnesota), mi fu offerta la possibilità di divenire funzionario dei metalmeccanici, con l’incarico di seguire i settori a prevalente composizione tecnico impiegatizia. Per un giovane (23 anni), era una incredibile opportunità, sia di fare nuove esperienze, sia di valutare il potenziale conflittuale degli strati medio alti della classe lavoratrice che, in quegli anni (sull’onda delle lotte studentesche e operaie del 68/69), sembrava in crescita. Quindi, dopo qualche esitazione dettata da scrupoli ideologici (militavo nel Gruppo Gramsci, una delle formazioni della sinistra extraparlamentare duramente critiche nei confronti delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio) decisi di accettare. I compagni di organizzazione condivisero la mia scelta, anche perché la proposta veniva dalla FIM di Milano che, a quei tempi, rappresentava – malgrado l’affiliazione confederale alla CISL - la punta più avanzata del movimento sindacale “ufficiale”, tanto sul piano rivendicativo (aumenti uguali per tutti) quanto sul piano organizzativo (appoggio all’organizzazione operaia di base fondata sui delegati di reparto - Quam mutatus ab illo !).
Seguirono tre anni di preziose esperienze di lotta (sia pure soggette ai limiti di uno di strato di classe restio, per mentalità e cultura, a condividere le velleità antagoniste dell’operaio comune) che mi consentirono di allungare lo sguardo verso quell’imminente futuro di ristrutturazioni tecnico-organizzative che – assieme ai processi di finanziarizzazione e delocalizzazione produttiva – avrebbero consentito al capitale di sbaragliare il nemico di classe.
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Dal lavoro a cottimo allo smart working
di Ascanio Bernardeschi
Lo smart working è una forma di lavoro a cottimo che agevola lo sfruttamento. Occorre impedire che anche dopo l’epidemia venga esteso indiscriminatamente e senza il controllo dei lavoratori organizzati
Karl Marx, nella sezione VI del libro primo del Capitale [1], dedicata al salario, inserisce il capitolo 19 sul salario a cottimo. È interessante seguire alcuni passaggi perché certi contenuti sono riferibili non solo a questa specifica forma di retribuzione ma anche più in generale a una specifica forma del rapporto di lavoro e a una modalità lavorativa di grande attualità.
Una prima considerazione sul cottimo è che “la qualità del lavoro è qui controllata dall’opera stessa, la quale deve possedere bontà media […] Esso offre al capitalista una misura ben definita dell’intensità del lavoro” (p. 605).
Viene meno quindi la necessità di assoldare dei controllori: “siccome qui la qualità e l’intensità del lavoro sono controllate dalla forma dello stesso salario, si rende superflua buona parte della sorveglianza del lavoro. Questa forma costituisce quindi la base […] di un sistema di sfruttamento e di oppressione […] Questo sistema si chiama in Inghilterra in modo caratteristico «sweating system» (sistema del sudore)”.
Ciò nonostante il lavoratore può essere indotto suo malgrado a condividere gli obiettivi di produttività: “Dato il salario a cottimo, è naturalmente interesse personale dell’operaio impegnare la propria forza-lavoro con maggiore intensità possibile, il che facilita al capitalista un aumento del grado normale dell'intensità. Ed è allo stesso modo nell’interesse personale dell’operaio prolungare la giornata lavorativa” (pp.606-7).
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Intelligenza artificiale e "fine del lavoro": alcune chiavi di lettura
di Lorenzo Lodi
Lo sviluppo tecnologico e dell’intelligenza artificiale ci portano verso la “fine del lavoro”? Quali conseguenze politiche ha il dibattito teorico odierno su questi temi? Proponiamo alcune chiavi di lettura a partire dalla lettura “Rivoluzione Globotica” di Richard Baldwin e “Schiavi del Clic” di Roberto Casilli
Negli ultimi anni, il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI – artificial intelligence) e della digital economy ha imposto al dibattito pubblico il tema della “fine del lavoro”; una preoccupazione che torna ciclicamente fin degli albori del capitalismo industriale, ma che nel contesto della “seconda età della macchina” – o della “quarta rivoluzione industriale” [1] – promette di trasformarsi in una realtà concreta. L’argomento appare particolarmente attuale, oggi, in un momento in cui la pandemia di Sars-Covid 19 ha dato ulteriore slancio ai processi di centralizzazione del capitale nelle mani delle “Big Tech”, anche se, a ben guardare, i vari lockdown messi in campo nei mesi scorsi hanno mostrato quanto la società contemporanea si regga ancora sul lavoro di centinaia di milioni di individui. Mai come nel marzo scorso è sembrato vero il seguente monito di Marx in una lettera a Kugelman:
sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa” [2].
Detto questo, basterebbe la grancassa mediatica ed accademica sulle implicazioni delle nuove tecnologie per rendersi conto di quanto valga la pena affrontare seriamente il problema. A tale scopo, cercheremo alcune chiavi di lettura nelle pagine di due libri usciti negli ultimi mesi: “Rivoluzione Globotica” di Richard Baldwin (ed. Il Mulino, Bologna, 2020) e “Schiavi del Clic” di Roberto Casilli (Feltrinelli, Milano, 2020), del quale sarebbe stato in realtà più suggestivo tradurre letteralmente il titolo in francese: “Aspettando i Robot” (En Attendant les Robots, Seuil, Paris, 2019).
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Tra reazione e avanguardie. Composizione del rider in Italia
di Andrea Rinaldi
A seguito delle mobilitazioni dei rider in alcune città italiane, Andrea Rinaldi ci offre un'analisi delle componenti che attraversano questo settore lavorativo
Durante una nota trasmissione radio (La Zanzara) che è un po’ un coacervo di rancore via telefono, chiama un uomo che si qualifica come rider, il presentatore se la ride con un po’ di disprezzo classista, il lavoratore (bolognese) si fa subito benvolere con qualche battuta da ‘uomo di strada’ che piace tanto alla produzione, poco dopo cattura sdegno e attenzione ammettendo candidamente che quando non gli viene lasciata la mancia dai clienti dei quartieri alti si riserva il diritto di sputare sui campanelli. Sulla radio di Confindustria non si parla di condizioni lavorative e sfruttamento, dei veri motivi per cui un lavoratore finisce a sfogarsi (anche legittimamente) sui clienti, e il rider in questione è probabilmente estraneo alle mobilitazioni in corso a Torino, Milano, Bologna. Però dal suo gesto, assolutamente non isolato, che ispira benevolenza dallo speaker di destra e orrore allo speaker di sinistra, vengono fuori alcune questioni, che bene o male muovono questo articolo.
Sarebbe inutile rimarcare ulteriormente l’utilità strategica per il sistema economico che hanno i rider in questa pandemia, i rischi che corrono o la paga da fame con cui vengono retribuiti. Difatti si accumulano sui giornali innumerevoli inchieste e articoli sulla subalternità della loro condizione, molti meno ovviamente sulle punte di radicalità e utilità raggiunte dalle loro mobilitazioni.
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Tech Worker, lavoro tecnologico e identità. Nuovi orizzonti e nuove forme di conflitto
di Simone Robutti
Questo articolo presenterà un’analisi utile a comprendere la nuova ondata di organizzazioni, scioperi e proteste che attraversa il settore dell’Information Technology(IT), in particolare in USA e Nord Europa, scritta dal punto di vista di un Tech Worker. La speranza è quella di dare trasparenza a questi fenomeni e permettere di comprenderne più a fondo le peculiarità, le similarità con strutture e processi passati e presenti ma anche le profonde differenze sia sul piano della prassi che sul piano dell’identità
Nota: in questo articolo si utilizzerà il termine “Tech Worker” per identificare esclusivamente figure tecniche o creative impegnate nello sviluppo di software, hardware e artefatti tecnologici in genere. Questo uso del termine differisce da quello, ad esempio, di Tech Workers Coalition che definisce Tech Worker chiunque sia coinvolto nel processo di produzione di una tecnologia. Questa scelta è fatta per meglio mapparsi sulla nascente identità del Tech Worker, che sebbene venga forzosamente allargata a figure molto diverse tra loro per scopi strategici, ad oggi ha trazione principalmente tra figure tecniche. Questa non è una critica all’obiettivo di creare solidarietà tra diverse categorie di lavoratori ma esclusivamente una semplificazione fatta per dare chiarezza alle idee qui esposte. Alcune mansioni associabili a questa definizione di Tech Worker sono: grafici, programmatrici, designer, sistemisti, architetti del software, tester, quality assurance, copywriter.
Il Capitale Digitale è un colosso dai piedi d’argilla. La testa d’oro, la parte più visibile, è quella di Mark Zuckerberg, Sundar Pichai o di Jeff Bezos che iniziano a trattare con gli Stati-Nazione da pari. Ormai insidiati nelle strutture produttive, logistiche e burocratiche di ogni paese, hanno reso dipendenti non solo i consumatori ormai inseparabili dai loro schermi (incluso il sottoscritto) ma anche tutti i tessuti sociali di cui fanno parte. Una rimozione repentina di Google Search, Google Cloud Platform o Amazon Web Services avrebbe un impatto traumatico su tanti settori industriali, al punto che l’Unione Europea insegue il sogno di un Cloud indipendente e di servizi web liberi dalla giurisdizione americana non solo come stimolo al settore digitale del vecchio continente ma anche e sopratutto come strumento di indipendenza tecnologica.
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Epidemia del lavoro stagnante
di Carla Filosa
Scrive Marx nel suo Discorso sulla questione del libero scambio (Bruxelles, gennaio 1848):
“Bowring[1] presenta gli operai come mezzi di produzione che è necessario sostituire con altri mezzi di produzione meno costosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro del tutto eccezionale, e nella macchina che ha schiacciato i tessitori una macchina altrettanto eccezionale. Dimentica che non vi è lavoro manuale che non sia suscettibile di subire da un momento all’altro la sorte dell’industria tessile…
Il dottor Ure… parla di alcuni mali individuali e dice, nel medesimo tempo, che questi mali individuali mandano in rovina intere classi; il quale parla di sofferenze passeggere del periodo di transizione e in pari tempo non dissimula il fatto che queste sofferenze passeggere hanno significato per i più il passaggio dalla vita alla morte e per i restanti il passaggio da una condizione migliore a una peggiore.
Quando dice, in seguito, che le sventure di questi operai sono inseparabili dal progresso dell’industria e necessarie al benessere nazionale, egli afferma semplicemente che il benessere della classe borghese ha per condizione necessaria la miseria della classe lavoratrice…
Voi, migliaia di operai che morite, non doletevene. Voi potete morire in tutta tranquillità. La vostra classe non perirà. Essa sarà sempre tanto numerosa che il capitale la potrà decimare senza temere di annientarla. D’altronde, come volete che il capitale trovi un impiego utile se non avesse cura di tenersi costantemente in serbo la materia da sfruttare, gli operai, per sfruttarli di nuovo?”
Se queste parole fossero state scritte in questi ultimi tempi – non tradite da nomi noti di due secoli fa – avremmo dato un significato esclusivamente virale alle “sofferenze” e al “passaggio dalla vita alla morte”, come pure un’interpretazione di un inconscio o di un pensiero inespresso di molti capitalisti da quel “Voi, migliaia di operai…” fino al “di nuovo”.
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Lavoro fluidificabile
di Carla Filosa
Il prolungamento produttivo della giornata lavorativa, realizzato sia allungando sia diminuendo l’orario di lavoro, si attua mediante l’accorciamento del tempo che i lavoratori hanno da vivere, nell’usura incondizionata delle energie vitali pur di rendere liquida al massimo possibile la forza-lavoro
Sollecitati dalla “Mozione conclusiva dell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattive” tenutasi il 27 settembre 2020 a Bologna, cerchiamo di mettere a fuoco il 3° paragrafo della mozione, quello in cui si inizia “All’attacco a salari e diritti dobbiamo allora contrapporre una piattaforma generale di lotta…” con “parole d’ordine storiche del movimento operaio”.
Nell’ottica di sostanziare la potenzialità delle rivendicazioni proposte si cercherà di approfondire le modalità con cui il padronato ha fin qui condotto la sua lotta di classe nei confronti di un proletariato ormai mondiale, generato appunto dall’estensione planetaria del sistema di capitale impropriamente chiamata globalizzazione. Sapere o capire come viene fatto variare il salario, in base alle sole esigenze produttive dei capitali, significa poter poi lottare nella certezza di incidere significativamente sul sistema di sfruttamento non solo inarrestabile, ma programmato in continuo aumento dalla crisi strutturale raddoppiata da quella sanitaria sopraggiunta. Cominciamo a considerare che una qualsiasi giornata lavorativa può essere variata a discrezione, sulla base della quantità di plusvalore prodotto (cioè ricchezza prodotta e non remunerata, di cui non si ha mai consapevolezza) dal lavoro superfluo. Questa quota di ricchezza va distinta da quella remunerata prodotta nella trasformazione lavorativa per la necessaria ricostituzione della forza-lavoro, e che si presenta nell’operare concreto del cosiddetto lavoro necessario. Questa distinzione, specifica del modo capitalistico di produzione, può diventare visibile solo se si ha accesso alla conoscenza teorica di questo modo di produzione, mentre invece rimane oscura nell’unificazione apparente della giornata lavorativa determinata dall’orario di lavoro in base a cui si percepisce un salario.
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Il lavoro nelle tradizioni politiche moderne: bilancio e prospettive*
di Carlo Galli
Non si può parlare di lavoro, in chiave storica e teorica, senza confrontarsi con le principali categorie del discorso filosofico-politico: soggetto, proprietà, Stato, società, pubblico/privato, libertà/alienazione, disciplinamento; insomma con la nozione di politica moderna in generale. Infatti, il lavoro interseca le quattro grandi invenzioni della modernità: lo Stato, il mercato, il partito e la tecnoscienza.
Il mondo antico conosce il lavoro, naturalmente, ma nella teorizzazione classica il lavoro ha scarso rilievo. Certamente, in Platone (Repubblica 369b-374d) e in Aristotele (Politica 1252b) c’è l’idea che la città è prima di tutto cooperazione, un operare comune, e che questo cooperare grava sulla città, la fonda e la determina; ma c’è, altrettanto chiaramente, l’idea che ciò che è importante – l’attività di governo, o l’attività della filosofia, variamente intrecciate o addirittura coincidenti –, non è il lavoro. La politica ha a che fare con la libertà, la filosofia, la scienza, la guerra e la gloria, mentre il lavoro appartiene al regno della necessità. Del resto, mai i Greci hanno sentito il bisogno di pensare una divinità del lavoro: i Titani lavorano perché sconfitti; Afrodite è la dea della universale fecondità, della riproduzione ma non della produzione, e il suo infelice marito, Efesto, benché lavori è il dio del fuoco; Demetra è la dea delle messi, non la dea dei contadini; Ermes è il dio della comunicazione, del commercio e anche del furto; ma il dio del lavoro si cercherebbe invano: il lavoro non è cosa da dei.
Una delle poche voci importanti del mondo greco in cui il lavoro diventa una realtà politica è l’Epitaphios Logos, il discorso di Pericle che commemora i caduti ateniesi del primo anno (431/430 a.C.) della guerra del Peloponneso, riportato, probabilmente con fedeltà, da Tucidide nel II libro della Guerra del Peloponneso.
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Le tecnologie dell'industria 4.0 e l'assorbimento del lavoro improduttivo
di Barbara Ambrogio*
Industria 4.0, Smart factory, Advanced manufacturing, Internet industriale, sono tutti sinonimi per descrivere il modello produttivo che poggia sull’integrazione di strumenti digitali e di intelligenza artificiale nei sistemi di automazione dei processi produttivi di merci e servizi. Può essere definita come parte del processo di approfondimento dell’automazione industriale attraverso le tecnologie digitali.
Nel dibattito politico e accademico viene per lo più presentata come uno sviluppo autopoietico delle trasformazioni tecnologiche, progresso ineluttabile e sostanzialmente positivo, rispetto al quale i sistemi politici possono intervenire a posteriori per raccogliere il massimo dei vantaggi possibili. In questo modo si tralascia di affrontare i conflitti sottesi a questa ondata di innovazione tecnologica, e le tensioni che l’hanno stimolata.Dall’analisi preliminare di una mole di informazioni sulle modalità di funzionamento delle tecnologie dell’industria 4.0, emerge l’ipotesi che i costi del lavoro improduttivo sono quelli su cui si prova a intervenire in modo sostanziale verso una loro riduzione e sostituzione. Si tratta di una problematica assente nella letteratura politica e scientifica.
L’impatto di tali tecnologie sul lavoro improduttivo può essere colto ai tre livelli in cui nel capitalismo si sono storicamente configurate le relazioni tra attività produttive e non produttive di valore: l’organizzazione del processo produttivo industriale, il settore terziario e le supply chains.
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Il lavoro. Quale, fatto da chi, per chi e per che cosa
di Dino Greco
Editoriale del n. 2 2020 della rivista Su la testa
Il capitalismo sta morendo”, recitava l’ottimistico refrain di una scolastica marxista conquistata alla credenza di un prossimo, necessario tramonto del sistema imperniato su rapporti capitalistici di produzione. La stupefacente capacità del vecchio mondo di risorgere dopo ogni crisi si è incaricata di dimostrare l’infondatezza di meccanicistiche profezie “crolliste” e il capitalismo, nella sua vocazione polimorfa, ha saputo di volta in volta mettere in atto misure antagonistiche che lo hanno reso capace di sopravvivere alle crisi più acute da cui è stato attraversato. Del resto, mai Marx aveva autorizzato l’illusione di un epilogo evoluzionistico verso il socialismo dei rapporti sociali, avendo non a caso dedicato l’intera sua vita all’organizzazione del partito comunista. E da Rosa Luxemburg ad Antonio Gramsci fu subito chiaro che il capitalismo non se ne sarebbe andato da solo.
Colonialismo, imperialismo, inaudita concentrazione del potere, globalizzazione, iperfinanziarizzazione dell’economia, misure non convenzionali di politica monetaria, innovazione tecnologica, organizzazione del lavoro, sino al ricorso allo sfruttamento umano spinto a limiti estremi e – non ultima ratio – il ricorso alla guerra, sono lì a dimostrare che la piovra ha saputo trovare e trova in se stessa mille risorse ed artifizi per riprodursi.
La crisi sistemica del capitale
Cionondimeno, il sistema retto sul rapporto di capitale è entrato in una crisi sistemica, andando progressivamente a sbattere contro quello che Marx definì un suo limite “interno”, un limite che rende via via decrescente la remunerazione del capitale in rapporto all’investimento fisso. Comunque la si pensi a questo riguardo, è un fatto difficilmente contestabile che la crescita rallenta da decenni in tutto l’Occidente sviluppato e che lo stesso vale per il saggio di profitto, ovunque in tendenziale diminuzione.
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Il lavoro c'è, se non lo trovi è solo colpa tua
di Eugenio Donnici
Una delle prediche che i giovani si devono sorbire, quando conseguono un diploma o una laurea, è quella che non sono preparati per entrare nel mondo del lavoro - detta brutalmente «Non sanno fare niente!». Si tratta di una critica disarmante, e per certi aspetti pericolosa, poiché butta fango sul sistema educativo in generale e denigra il bagaglio culturale di chi segue i percorsi formativi delle scuole secondarie e quelli universitari.
A nulla valgono tutti in tentativi di stare al passo coi tempi, cioè di praticare e sperimentare forme didattiche laboratoriali. Anzi, più ci si affanna ad adeguarsi al mondo del lavoro e più si percepisce che quel mondo tende a chiudere le porte, rinfacciando a chi bussa di non essere all’altezza del compito che dovrebbe svolgere. Alcune critiche nei confronti dei neolaureati e neodiplomati sono così aspre che sfiorano il ridicolo: questi soggetti non sarebbero in grado di scrivere un curriculum vitae, di sostenere un colloquio di lavoro.
Neolaureati e neodiplomati sono completamente smarriti e disorientati. A nulla valgono le conoscenze e le competenze che hanno sviluppato: per lo più finiscono per essere considerate solo carta straccia.
La frattura che si è aperta tra i sistemi formativi e i relativi mondi del lavoro si è trasformata in una falla o, meglio, è proprio il movimento sottostante al terreno su cui continuiamo a poggiare i piedi che alimenta costantemente quella rottura che noi vediamo in superficie.
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