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la citta futura

Redistribuire il lavoro

Ascanio Bernardeschi intervista Giovanni Mazzetti

Il sistema capitalistico non è più capace di riprodurre il lavoro e le politiche keynesiane tradizionali non sono in grado di mediare una nuova fase di sviluppo. Serve una rifondazione che non è mai iniziata

giovanni mazzettiNonostante la quotidiana narrazione secondo cui l'uscita dalla crisi sarebbe dietro l'angolo, anzi sarebbe già iniziata, temiamo che essa perdurerà ancora per qualche anno e che forse non abbia ancora espresso il peggio di sé stessa.

Da militanti comunisti riteniamo che ci sia bisogno di un ulteriore sforzo di analisi sulle sue caratteristiche e che uscirne in positivo – e non con i massacri sociali fin qui perpetrati, che poi, è dimostrato dai fatti, aprono la strada alla destra peggiore – non sia possibile senza profonde trasformazioni sociali.

Fra gli strumenti di contrasto all'involuzione sociale assume grande rilevanza la riduzione dell'orario di lavoro. Questo giornale si propone di focalizzare il tema con una serie di approfondimenti [1].

Abbiamo deciso di parlarne con Giovanni Mazzetti, già professore all'Università della Calabria.

Confrontarci con lui ci è sembrata una via obbligata perché ha dedicato gran parte della sua vita a questo tema, pubblicando numerosi saggi in proposito, e perché è il responsabile del Centro Studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro a parità di salario e per la redistribuzione del lavoro complessivo sociale, sul cui sito [2] è possibile trovare materiali preziosi, anche di carattere formativo per i militanti.

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la citta futura

Il lavoro è fatica

Una prima riflessione sul nesso fra scuola, lavoro, Carta Costituzionale

di Renata Puleo

lavoro precario 16L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 1 comma 1).

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3 comma 2).

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art.4 comma 1).

[…] I non intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo cerebrale e muscolare-nervoso non sempre è uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. […] non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens.

A. Gramsci, Quaderni 4 (XIII);12(XXIX).

[…] Con fatica ne trarrai nutrimento tutti giorni della tua vita […] con il sudore del tuo volto mangerai il pane […].

Genesi, 3-17/19.

Questo è un contributo sul nesso fra la Carta Costituzionale e i problemi attuali del sistema scolastico italiano, un commento sul concetto di lavoro che emerge dal testo di riforma della scuola, con l’applicazione del comma 33/passim della legge 13/07/15 n 107 cd. La Buona Scuola, e il relativo costituirsi dell’istituto Alternanza-Scuola-Lavoro (ASL).

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contropiano2

Europa. Competizione globale e lavoratori poveri

di Lucia Pradella*

"Generazione Erasmus o Working Poor Generation? Ce lo chiedevamo a fine giugno qui, in seguito al risultato della Brexit e del dato del voto giovanile (ben diverso da quanto emergeva dai mega titoloni di certa stampa). Ce lo chiediamo di nuovo oggi dopo la vittoria di Trump, continuando a cercare di capire la nostra pancia per conoscere le risposte di cui abbiamo realmente bisogno." [Noi Restiamo]

working poor 1La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il “modello sociale europeo”, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: “Il punto non sono alcuni miliardi di euro – la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.” C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo.

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eticaeconomia

Dal successo al declino

Le piccole imprese e il paradosso dell’economia della conoscenza

di Ugo Pagano

Ugo Pagano, partendo da un’affermazione di Marcello De Cecco del 2013, riconduce il successo e il successivo declino del modello italiano di piccole imprese al mutamento intervenuto nel contesto in cui viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza e sostiene che il declino è iniziato quando, in seguito a iniziative del governo americano, la conoscenza da bene pubblico è divenuta, a livello globale, bene privato. Pagano indica anche le implicazioni di policy della sua analisi

Mondo sapiens PerezIn un’intervista a La Repubblica del 2013 Marcello De Cecco così rispondeva al giornalista che gli domandava cosa mancasse all’Italia per essere la Germania:

Intanto una politica industriale. E quindi, a monte, una classe politica in grado di concepirla. Noi siamo stati a lungo, e incomprensibilmente continuiamo ad essere, orgogliosi di un tessuto industriale parcellizzato, quello delle Pmi. Siamo stati così bravi a venderlo – il “capitalismo dal volto umano” e altre scemenze – che anche Clinton veniva a Modena per studiarlo. Salvo poi continuare, loro, a puntare sulla grande industria. Come si può competere nella globalizzazione con unità produttive da una dozzina di persone? Finché potevamo svalutare la lira ha funzionato…

 Per De Cecco svalutazioni della lira e deterioramento della qualità dell’industria italiana erano parte di un circolo vizioso per il quale egli non aveva alcuna nostalgia. Anche per questo, nonostante le sue pungenti critiche alle politiche tedesche, De Cecco rimase sempre dell’idea che l’Italia non dovesse uscire dall’euro e dovesse invece dotarsi di una struttura produttiva adeguata alle sfide globali superando i problemi posti dal nanismo delle sue imprese.

Ma cosa c’è alla radice del declino del  modello italiano  basato sulle piccole imprese? La tesi che sosterrò è che vi è  soprattutto il mutato contesto nel quale viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza.

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effimera

Riflessioni sul caso Foodora*

di Gianni Giovannelli

fodora bici soloI think you will find
When your death takes its toll
All the money you made
Will never buy back your soul

Bob Dylan

Nei giorni scorsi (7-8 ottobre) quasi tutti i quotidiani italiani (cartacei e on line) hanno riportato la notizia di uno sciopero attuato dai fattorini torinesi per rivendicare, contro Foodora, un miglioramento delle loro condizioni lavorative. Evidentemente si trattava proprio di una notizia; e in effetti lo è, non solo per l’accaduto in sé stesso, ma soprattutto per le possibili conseguenze future di una protesta che presenta indubbi elementi di grande suggestione simbolica. Non sarà forse stato davvero il primo scontro di classe nell’ambito della sharing economy, e magari la partecipazione  attiva non avrà raggiunto percentuali altissime; ma questo non toglie che si tratti dell’esordio inatteso, nella scena della comunicazione, di una schiera del tutto nuova. Questa è la società dello spettacolo, e si è così rappresentata ad uso del pubblico una rivolta; questo allestimento virtuale è un fatto ulteriore che si affianca allo sciopero reale. La cronaca di un fatto ha per fine la costruzione di altri accadimenti.

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sebastianoisaia

Capitalismo 4.0 tra "ascesa dei robot" e maledizione salariale

di Sebastiano Isaia

kuka blog 1«Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?», si chiedeva giusto un anno fa Marco Morello su Panorama. La sua risposta aveva quantomeno il merito della chiarezza (ma solo quello per la verità): «Il cinema ci ha cresciuti suggerendoci che sì, dobbiamo avere paura. E tanta. Era diabolica la rete di Skynet che a ritmo esponenziale apprendeva e, presa coscienza di sé, faceva sfaceli in Terminator. Erano spietati assassini gli androidi di Io, robot, indifferenti e immuni alle sacre (per loro) leggi di Asimov. Persino nel recente Lei di Spike Jonze, favola tragica sull’amore che sboccia tra un uomo solitario e un sistema operativo, un’intelligenza artificiale genera dolore. Ferisce il cuore, la mente, oltre che il corpo. Tradisce l’ubriaco disordine dei sentimenti in nome delle logiche rigide, infinite e imperscrutabili dei bit. L’elenco di esempi, in verità, è sterminato. Tanto quanto i nessi tra grande schermo, letteratura e mondo reale sono semplicistici. Ma stavolta il dibattito non è ozioso, non si riduce a un banale esercizio di stile sulle probabili derive del futuro. D’altronde, sulle trappole dello strapotere di computer burattinai, algidi e crudeli si sono espressi negli ultimi mesi i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà». Tuttavia, è anche possibile che «i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà» leggano la realtà in modo distorto, o addirittura «a testa in giù», così da restituirci un mondo invertito, tale che lo strapotere del Capitale ci viene presentato, a noi che abbiamo una conoscenza appena superficiale della materia che essi invece maneggiano con tanta maestria (la cosiddetta Intelligenza Artificiale), come «strapotere di computer burattinai».

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facciamosinistra

Non solo App. Dietro le start up c’è la forza lavoro

di Roberto Ciccarelli

startupLe piattaforme dei servizi on-demand – la cosiddetta gig economy, l’economia dei «lavoretti» – stanno scoprendo l’esistenza dei lavoratori. Questa estate gli autisti di Uber in Inghilterra hanno portato l’azienda davanti al tribunale del lavoro, come i loro colleghi americani. I bikers di Deliveroo hanno protestato a Londra e Parigi contro il piano dell’azienda di spostarli da un pagamento a ora a un altro a consegna. Nella filiale italiana della tedesca Foodora a Torino, i fattorini in bicicletta hanno chiesto un contratto a part-time verticale, il riconoscimento di un salario minimo orario più il costo della consegna.

Come per gli autisti di Uber, anche sulle spalle dei riders grava il costo dell’attrezzatura con cui lavorano: nel primo caso le spese per la macchina e l’assicurazione sono a carico degli autisti, nel secondo i fattorini acquistano la bicicletta e pagano le spese dello smartphone. Se cadono, fanno un incidente o si ammalano, non sono coperti. Se non lavorano, non hanno un sussidio di disoccupazione. Se non rispondono a una chiamata, hanno una valutazione negativa dall’algoritmo e possono essere allontanati dalle zone dove c’è richiesta dei clienti, guadagnando ancora meno. 

QUESTO MODELLO È LA FRONTIERA del cottimo digitale, un taylorismo 2.0, l’estremizzazione della prestazione job-on call: non si paga per il tempo che dai, ma per i lavori che fai.

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conness precarie

Noi possiamo osare

Il tempo dello sciopero sociale transnazionale è ora

Possiamo osareDal 21 al 23 ottobre si svolgerà a Parigi il secondo meeting della Transnational Social Strike Platform. L’incontro avrà luogo a tre settimane di distanza dallo sciopero delle donne polacche contro la proposta di riforma della legge sull’aborto e a pochi mesi dalla grande sollevazione francese contro la loi travail e il suo mondo. In entrambi i casi lo sciopero è andato ben oltre la pratica istituzionalizzata nell’iniziativa sindacale. Esso è stato politicamente più significativo della momentanea rottura di un rapporto di forza nei luoghi di lavoro. I primi grandi scioperi francesi contro la riforma si sono riversati nelle strade e nelle piazze coinvolgendo milioni di persone, rifiutando il brutale dominio sul presente e sul futuro di intere generazioni. Lo sciopero in Francia è stato sociale perché ha connesso segmenti altrimenti separati del lavoro vivo investiti dalla loi travail e dall’austerità europea. Le donne polacche hanno mostrato che la parola d’ordine dello sciopero mantiene il suo potentissimo richiamo anche al di fuori dei luoghi di lavoro. La rivendicazione della libertà di aborto non ha soltanto prodotto grandi manifestazioni di piazza e la forzatura dei limiti imposti dalla legislazione sullo sciopero. Essa ha ridefinito le posizioni individuali e messo in discussione le gerarchie sessuali e sociali, stabilendo le connessioni che hanno portato così tante donne e molti uomini a esprimersi contro un modo complessivo di governare che non riguarda solo la società polacca. Lo sciopero in Polonia non è stato sociale perché ha difeso un diritto più o meno universale, ma perché la rivolta di una parte della società ha fatto valere una differenza contro un ordine complessivo dei rapporti sociali e sessuali.

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sbilanciamoci

L’algoritmo della precarietà, il caso Foodora

Arianna Tassinari, Vincenzo Maccarrone

Lo sciopero dei fattorini di Foodora ricorda quanto avvenuto questa estate a Londra, dove a scioperare sono stati i lavoratori di Deliveroo e UberEats. La gig economy, tra riproposizione del “vecchio” e elementi di novità

algoritmos 3Sabato 8 ottobre una cinquantina di lavoratori di Foodora, impresa attiva nel settore della consegna cibo tramite fattorini in bicicletta, sono scesi in piazza a Torino per protestare contro le condizioni di lavoro imposte dall’azienda. La vicenda ha avuto molto risalto mediatico e diversi quotidiani hanno parlato dell’azione dei lavoratori di Foodora come del primo sciopero in Italia della cosiddetta sharing economy.

Questa terminologia è però scorretta. Si parla solitamente di sharing economy in riferimento all’attività di aziende come Blablacar o Aibnb, che operano tramite piattaforme online che hanno essenzialmente la funzione di mettere in rete compratori di servizi e venditori che ‘condividono’ un loro bene, come la propria auto o la casa. Diverso è invece il caso di imprese come Foodora o Deliveroo: queste compagnie offrono un servizio di consegna cibo dai ristoranti agli utenti, utilizzando lavoratori che danno la propria disponibilità in precise fasce orarie tramite una applicazione per smartphone. L’unico elemento in comune tra i due tipi di attivitá é il fatto che basano le proprie operazioni su piattaforme digitali, ma la somiglianza finisce qui. L’uso di una app per intermediare la domanda e l’offerta di servizi e consumi e per gestire l’allocazione delle prestazioni lavorative accomuna dunque Foodora e Deliveroo ad altre piattaforme digitali di ‘micro-lavoro’, come Uber, MechanicalTurk o Task Rabbit, che ben poco hanno a che fare con l’idea di ‘condivisione’. In questo caso si tende perciò a parlare di gig economy, o “economia dei lavoretti” (gig).

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gramsci oggi

Il lavoro tra operai digitali e cottimisti del voucher

di Bruno Casati

lavoratori cottimoSolo negli ultimi 5 anni l’Italia ha perso un milione di occupati, di cui 300mila nel settore metalmeccanico. La piccola risalita fatta registrare l’anno scorso, pur così enfatizzata (l’Italia della retorica Renziana che riparte), è stata del tutto assorbita in quanto drogata dagli sgravi che il Governo regalava agli imprenditori che assumevano. Finita la droga si è tornati a licenziare in scioltezza e si sono gettati al vento chi dice 10 chi dice 20 miliardi di Euro. Va così in tutta Europa? Solo in Spagna si sono verificate perdite di occupati pari a quelle intervenute in Italia. In Germania invece si è tornati al livello degli anni precedenti la crisi e, quindi, mentre l’Italia ha perso, come si è detto, 1 milione di occupati, la Germania ha aumentato i suoi di 1 milione e mezzo. Pare proprio si sia configurata un’Europa del Lavoro e dell’Economia a due velocità. Ed allora la Gran Bretagna ha pensato bene di salutare questa Europa con il referendum di giugno. E la Gran Bretagna non è la Grecia, che è stata calpestata un anno fa, e va ascoltata. Perché la Brexit ci costringe per davvero a ragionare sull’esistenza o meno di un’alternativa “allo stato di cose presenti” che l’assetto economico assunto dall’UE ci impone, a partire dal lontano trattato di Maastrich. E quel trattato, impedendo la compressione della disoccupazione, da allora considerata “elemento funzionale al mantenimento degli equilibri interni al sistema economico capitalistico”, negava anche l’intervento pubblico in Economia (bloccati gli aiuti di Stato, eccezion fatta per le Banche ben s’intende) e imponeva le privatizzazioni. E un furia privatizzatrice spazzò l’Italia che, con Bersani in testa, enfatizzava privatizzazioni a “lenzuolate”.

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blackblog

La crisi del lavoro oggi

Sviluppo tecnologico, instabilità dell'occupazione e crisi del capitalismo

di Maurilio Lima Botelho

Quest'articolo di Maurilio Lima Botelho cerca di affrontare il tema della crisi del lavoro, discutendone le sue tre dimensioni: il ruolo dello sviluppo tecnologico nell'eliminazione di posti di lavoro; la costante trasformazione nei processi produttivi, che crea instabilità nell'occupazione; e l'improduttività progressiva della forza lavoro globale. Queste riflessioni sono la base per una più ampia discussione sulla crisi della società del lavoro, vale a dire, la contraddizione strutturale, con cui oggi ci confrontiamo, di una società in cui il lavoro è il meccanismo alla base della socializzazione, ma che allo stesso tempo mobilità tutti i mezzi per eliminarlo

brasile5È da più di un decennio che, in Brasile, la discussione a proposito della "crisi della società del lavoro" è stata relegata nello sgabuzzino della teoria sociale. La profonda critica rivolta al ruolo centrale occupato dal lavoro, sia nella filosofia e nella scienza borghese (liberalismo, protestantesimo ed economia politica) che nella teoria socialista (marxismo), è stata scartata come errore di interpretazione. L'idea della crisi del lavoro sarebbe un'impossibilità oggettiva, dal momento che il lavoro sarebbe la relazione eterna dell'uomo con la natura. L'ontologia è servita da base inconfutabile per la rinuncia ad una critica radicale della società borghese. Ma tale rifiuto non si limita al piano teorico, poiché le difficoltà di un mercato del lavoro sempre più ristretto e selettivo vengono tacciate di essere solamente una falsa percezione: l'instabilità del mercato del lavoro sarebbe una costante nella storia capitalista. In questo modo, le singolarità stesse della nostra epoca hanno cominciato ad essere ignorate.

Si arriva adesso alla base storica di questo rifiuto: gli anni dello "spettacolo della crescita" sono serviti da illusione per coloro che ancora confidano nel "paese del futuro" e nello "sviluppo nazionale" - perfino intellettuali critici dell'economia di mercato si sono arresi alle fantasie del breve ciclo di ascesa fittizia, credendo che gli indici manipolati del mercato del lavoro abbiano liquidato questo dibattito.

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conness precarie

Il regime europeo del salario 3

Germania: sostenere la precarizzazione, esigere lo sfruttamento

di Lavoro Insubordinato

Vedi anche Il regime europeo del salario #1, Regno Unito e #2, Francia

Regime del salario EU G 768x432Guardando agli ultimi teatrali battibecchi tra i leader europei, sembrerebbe che vi sia nell’UE una divergenza di vedute sulle politiche migratorie. Le lunghe e vivaci discussioni al vertice di Bratislava parrebbero tradire la fine della coesione tra Italia, Germania e Francia, mentre a Est si forma un blocco a 4 che minaccia di dare un volto ancora più destro all’Unione, specie in fatto di migranti. A ben vedere, al di là delle tensioni, una tale sintonia tra i governi in tema di comando del lavoro e di governo della mobilità non si era mai vista. Il tanto osannato modello tedesco, avviatosi con l’agenda Schröder 2010 e le leggi Hartz – non a caso fondate sullo stesso principio del «sostenere ed esigere» («Fordern und Fördern») che ora Merkel sbandiera come principio cardine del governo delle migrazioni – è realmente esemplare in termini di impoverimento del lavoro e tagli al welfare. Un modello esaltato perché avrebbe portato la Germania al tasso di occupazione maggiore degli ultimi anni. Eppure, ciò che non si dice è che questo calo della disoccupazione ha significato un abbattimento dei salari e un incremento esponenziale di lavoro precario. In Germania, come in ogni Stato europeo, la lotta alla disoccupazione nasconde la logica secondo cui il lavoro è un privilegio da accettare a qualsiasi condizione. Imponendosi come espressione di politiche di respiro quanto meno europeo, questo modello detta la linea, fornendo la ricetta perfetta per un regime del salario fatto di compressione e precarizzazione dei resti di welfare, sfruttamento dei migranti extraeuropei e degradazione dello status dei migranti interni.

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euronomade

Introduzione a Sindacalismo sociale. Lotte e invenzioni istituzionali nella crisi europea (DeriveApprodi, 2016)

di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi

Sciopero Fast FoodIl libro che avete tra le mani è una raccolta di interventi con a tema la nuova natura delle lotte sociali che si sono presentate sulla scena della più grande e devastante crisi economica e istituzionale degli ultimi decenni. Nonostante comincino ad essere numerose le iniziative editoriali sui movimenti contro le politiche di austerity, ciò che qui ci apprestiamo a presentareha una caratteristica piuttosto singolare: si tratta del tentativo di leggere come espressioni di una tendenza comune la variegata costellazione di pratiche sociali che in Europa e non solo hanno tentato di resistere allo smantellamento del Welfare State, alla compressione dei salari, all’aumento della precarizzazione del lavoro e dell’impoverimentosociale. Più precisamente, abbiamo provato ad intendere le pratiche di riappropriazione del reddito e di autogestione dei servizi, gli esperimenti di mutualismo così come le nuove forme di conflitti sul lavoro e per il salario, come indicatori di un nuovo fenomeno sindacale. Con l’utilizzo della definizione di“sindacalismo sociale” si è dunque puntata l’attenzione su quanto questi conflitti, apparentemente scollegati, stessero riproponendo ed al contempo radicalmente riconfigurando, gli assi fondamentali che hanno caratterizzato l’esperienza storica del sindacalismo: le forme organizzative della forza lavoro, la pratiche negoziali e i conflitti sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.

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centrostudieiniz

E se il lavoro fosse senza futuro? (Appendice)

Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato

Giovanni Mazzetti

Quaderno Nr. 8/2016 - Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

immagineq3

Presentazione Ottavo quaderno di formazione on line

Pubblichiamo l'appendice delle cinque pubblicazioni di "E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato".

Qui, qui, qui, qui, qui le parti precedenti.

 

Appendice

Perché la metafora della “fine del lavoro” è sbagliata

E’ ovvio che, dopo aver concluso il nostro cammino, non possiamo sottrarci ad un confronto più puntuale con le argomentazioni di coloro che hanno proposto una teoria della “fine del lavoro”. Come il lettore si sarà reso conto, pur distinguendoci da  loro abbiamo sin qui difeso la posizione di quanti si sono addensati attorno a quell’ipotesi.1  Se ci ha letto con l’indispensabile approccio critico, oltre che con la necessaria dose di pazienza, a questo punto dovrebbe sorgergli spontanea una domanda: ma se la teoria della “fine del lavoro” non è una “emerita bufala”, se non corrisponde alla mera “proiezione utopistica di fantasie” da parte di visionari, per quale ragione, dopo esser comparsa sulla scena, si è consumata come una meteora, fino a dissolversi nel nulla?2

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effimera

La sussunzione del sapere vivo, ovvero la governance del lavoro cognitivo

di Andrea Fumagalli

METROPOLIS 1927 UFA film 006I recenti fatti di repressione diretta della libertà di ricerca non ci devono far dimenticare che nella realtà quotidiana  l’attività di ricerca è sempre più sottoposta a forme di condizionamento e di indirizzo tanto più potenti quanto maggiore è la sua importanza nel processo di accumulazione e valorizzazione capitalistica e quindi nella gestione del comando sociale.

Nell’attuale capitalismo bio-cognitivo, la conoscenza svolge un ruolo nevralgico, sia nel momento della sua generazione (economie di apprendimento) che nella fase di trasmissione e diffusione (economie di rete). La conoscenza è, da questo punto di vista, sia un input che un output. E strumento di produzione (espressione del comune – al singolare –  come metodo, appunto, di produzione) e nello stesso tempo bene comune. Da questo punto di vista  il controllo della generazione della conoscenza così come il controllo della sua trasmissione/diffusione rappresentano dei cardini imprescindibili per la governance del processo produttivo e del mercato del lavoro.

Tale governance si sviluppa a più livelli, che, in questa sede, ci limitiamo semplicemente a elencare, scusandoci per la schematicità.