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soldiepotere

La Patria è di destra o di sinistra?

di Carlo Clericetti

569732La sinistra dispersa e litigiosa ha trovato un nuovo motivo di divisione e di insulti. L’occasione è stata la costituzione di una nuova associazione culturale, promossa da Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre e un nutrito gruppo di intellettuali, che ha lo scopo di incidere sul dibattito politico costruendo una cultura per la sinistra dell’attuale momento storico. Ma a scatenale le polemiche è stato soprattutto il nome, che Fassina ha scelto nonostante i dubbi avanzati da alcuni partecipanti alla discussione: “Patria e Costituzione”. Tanto è bastato per attirare l’insulto di moda, peggiore anche di “populismo” e “sovranismo”, ossia quello di “rossobrunismo”, cioè un ibrido tra posizioni di estrema sinistra ed estrema destra.

Se usare il termine “Patria” basta per essere accusati addirittura di filo-nazismo (le “camicie brune”, come si ricorderà, erano appunto i nazisti), bisogna dire che il dibattito politico è scaduto a livelli inferiori a quelli di un Bar Sport. Noti rossobruni, in questo caso, sarebbero per esempio Che Guevara (con il suo “Patria o muerte”), Palmiro Togliatti, Lelio Basso e tantissimi altri che trovano posto nel pantheon della sinistra storica. E persino la rivista dell’associazione dei partigiani (l’Anpi), come ha ricordato Fassina, si chiama “Patria indipendente”.

Sgombrato il campo dagli insulti lanciati non si sa se per ignoranza o malafede, ci si può chiedere perché rispolverare un termine che da molti anni non fa più parte del vocabolario della sinistra. L’intenzione di Fassina e compagni è che i due termini vadano strettamente legati: la “Patria” è quella disegnata dalla nostra Costituzione, i cui principi dovrebbero essere prevalenti rispetto a tutto, anche a quello che viene deciso in sede di Unione europea. Il che ha una logica.

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Tomaso Montanari, “L’identità inventata degli italiani”

di Alessandro Visalli

guttuso la spiaggiaTomaso Montanari ha scritto e pubblicato sul Fatto Quotidiano un lungo e denso articolo che attacca con grande vigore e notevole tensione morale la temuta involuzione identitaria che la destra italiana starebbe suscitando e sfruttando a fini di raggiungere il potere e conservarlo. Il suo punto è fondato, sono anche io convinto che sia in corso un cinico utilizzo, a fini di distrazione dai più pressanti problemi economici, di una problematica molto sentita da parte dell’elettorato della Lega, ma, come si vede dai risultati, anche da parte maggioritaria della popolazione italiana.

Credo, più precisamente, che la Lega stia facendo un gioco molto pericoloso in qualche modo strettamente connesso con le dinamiche politiche interne. Il 4 marzo il paese, come scrivevo in “Fase politica, Aquarius e diversioni” si è spaccato infatti su una linea che attraversa le sue borghesie, portandosi a traino i ceti popolari, e, insieme, che la attraversa geograficamente. In estrema sintesi si è manifestata la defezione della borghesia nazionale rispetto la borghesia coinvolta con il modello economico mercantilista, e rivolto alla competizione per acquisire quote di mercato estero, che è contemporaneamente sotto attacco da parte del vecchio acquirente di ultima istanza americano. Si è formata una maggioranza politica conforme alla maggioranza sociale che ha clamorosamente sconfitto la vecchia coalizione da anni al potere, elitaria quanto a rappresentanza sociale, cosmopolita quanto a cultura e esteroflessa politicamente ed economicamente (con la sua cultura del “vincolo esterno”).

Del resto, la parte della ‘strana’ coalizione che sviluppa questa retorica ha come constituency, detto in modo sintetico quanto brutale, il mondo delle Piccole e Medie Imprese impegnate soprattutto nel mercato interno e poco interconnesse sui mercati globali, i professionisti che con tale mondo e con quello delle famiglie borghesi intermedie sono legati, operai ed impiegati di questi settori.

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coniarerivolta

Guida al dibattito sulla finanziaria

Un ridicolo balletto tra Europa e pagliacci al governo

di coniarerivolta

maxresdefault12“Non sparate sul tetto del 3%” implora l’economista De Romanis dalle colonne del Corriere della Sera di lunedì 10 settembre. Nelle prossime settimane se ne parlerà spesso: il governo giallo-verde sta scrivendo la manovra finanziaria e tutti si chiedono se la spesa pubblica resterà all’interno del perimetro imposto dall’Europa, il famigerato limite del 3% del disavanzo pubblico, oppure se sforerà i confini pattuiti per finanziare un ambizioso (nei numeri) programma di governo, che prometteva un reddito di cittadinanza, la flat tax e l’abolizione della riforma Fornero. Il dilemma è chiaro: tranquillizzare i mercati, l’Europa e la De Romanis, varando la solita finanziaria di tagli e sacrifici, oppure accontentare i propri cittadini, che si aspettano quantomeno un assaggio delle promesse elettorali, ovvero un allentamento della pressione inflitta da dieci anni di crisi? È il dilemma che caratterizza la politica europea da oltre trent’anni, un lasso di tempo tanto lungo quanto privo di colpi di scena: puntualmente, i nostri governi di qualsiasi colore politico hanno eseguito scrupolosamente quello che ci chiede l’Europa, la disciplina di bilancio. Tutto lascia intendere che la parabola del governo “più populista d’Europa” sarà – ingloriosamente – la medesima. Da ultimo, le parole del vicepremier Salvini, quello che sulla carta dovrebbe recitare la parte del duro con l’Europa ma che sembra capace di fare il cattivo solo con i più deboli, gli immigrati imprigionati sui barconi, mentre sfodera un’inaspettata sensibilità quando si confronta con le istituzioni europee: “non sforeremo ma sfioreremo il 3%”. Poesia, che in prosa significa: come tutti i governi che ci hanno preceduto, rispetteremo i vincoli europei ma faremo talmente tanto chiasso da far sembrare che il tavolo stia per saltare. Manco a dirlo, il dibattito pubblico si sta concentrando sul chiasso – come si ci fosse davvero un briciolo di possibilità che il governo giallo-verde vari una finanziaria in controtendenza rispetto all’austerità che sta massacrando il Paese.

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sollevazione2

Lettera ad un amico straniero

di Moreno Pasquinelli

desertoCaro amico,

Mi dici che nel tuo paese c'è una campagna massiccia tesa a far credere che qui avanza il fascismo, che Salvini sarebbe addirittura il nuovo Mussolini. Mi scrivi che la maggior parte degli intellettuali di sinistra, e di estrema sinistra, nel loro rigetto di ogni forma di nazionalismo, giungono addirittura a difendere questa Unione europea, considerata un freno o kathéchon alla barbarie sovranista e "rossobruna". Mi chiedi dunque come stanno davvero le cose in Italia.

Provo a risponderti, nella speranza che quanto scrivo ti sia d'aiuto.

Voglio essere franco, anzitutto sugli intellettuali di sinistra. Qui da noi, nella loro gran parte, essi già oggi occupano la prima linea del fronte nemico. Non sparano solo contro il nazionalismo di marca fascistoide, ma anzitutto contro la sinistra patriottica, costituzionale e sovranista. C’è una sintonia programmatica perfetta tra la potente élite ordoliberista e questi intellettuali.

Il teorema, anzi la prima equazione dell’élite (che questi intellettuali accolgono) è alquanto semplice: populismo=fascismo⁄sinistra patriottica=rossobunismo. Il risultato dell’equazione — siccome il populismo in Italia, nelle sue due versioni, è di massa, anzi ha un’egemonia crescente — è dunque che l’Italia si andrebbe fascistizzando, che le masse popolari si stanno fascistizzando.

Quanto disprezzo borghese in questo giudizio! Quanta distanza dalla realtà e dalle istanze delle masse popolari! Quanto pressapochismo teorico! Quanta disonestà intellettuale! Quanti pregiudizi anti-italiani!

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Spread: come uscire dalla trappola

di Leonardo Mazzei

Mazzei ci spiega, con parole chiare, chi c'è dietro la trappola spread, come nacque; come e con quali misure è necessario e possibile uscirne

o.171709Il tema non è nuovo. E' lì da sette anni, da quando servì ad intronizzare Monti, portando l'Italia sulla china di un declino di cui ancora non si vede la fine. No, il tema non è nuovo, ma è di nuovo attualissimo. Il signor spread torna a presentarsi non solo come il supremo regolatore delle scelte economiche, ma come l'autentico dittatore dell'eterno "stato d'eccezione" in cui l'Italia si è cacciata entrando nell'euro.

Torneremo a breve sulle alterne vicende che ci stanno portando al decisivo snodo della Legge di Bilancio. Vicende che vedono un triplo e complicato confronto: tra il governo e l'Unione Europea sui numeri del bilancio 2019; tra M5s e Lega sulle priorità dei provvedimenti da adottare; tra questi due partiti e la Quinta Colonna dei poteri sistemici all'interno dell'esecutivo (Tria, Moavero, ecc.) sul grado di compatibilità (politica, oltreché economica) dell'intera manovra. Di certo a nessuno sfuggirà come, in questa triplice partita, la vera arma delle forze euriste sia fondamentalmente lo spread.

Meno di un mese fa segnalammo come i veri eroi dell'attuale opposizione fossero nientemeno che gli speculatori, cioè appunto i "signori dello spread". La novità è che mentre allora sembrava che quest'arma dovesse servire a disarcionare Conte, oggi - avendo valutato l'assenza di alternative politiche - essa viene sapientemente usata dal blocco dominante per condizionare le mosse della maggioranza governativa, imbrigliandola così di fatto in estenuanti mediazioni al ribasso. Vedremo nelle prossime settimane fino a che punto questa operazione avrà successo, ma di certo questo è il problema: la dittatura dello spread, il suo potere condizionante quando non apertamente eversivo.

A due anni dalla storica sconfitta del disegno anticostituzionale di Renzi, la democrazia italiana è di fronte ad una minaccia più subdola, ma più grave.

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aldogiannuli

Ma come funziona il M5s e perché vince?

di Aldo Giannuli

movimento 940A molti il M5s sembra un evento inspiegabile come la “ venuta degli Ixos” e se ne chiedono il perché del successo. Proviamo a spiegarlo ragionando per punti.

1. Il M5s non viene dal nulla: è il figlio (o il nipote) dell’ondata populista nata nei primi anni novanta ad opera di Pannella, Occhetto e Segni portatori di uno schema politico plebiscitario, simil-presidenzialista basato su soggetti fluidi raccolti intorno ad un leader. La Seconda Repubblica è nata ed ha vissuto all’insegna del populismo, ha poi avuto una ulteriore svolta, con l’attuale iper populismo, per il mix fra la comparsa del media ultra-populista, il web e la crisi finanziaria del 2007-2008.

2. Il M5s non è un fenomeno solo italiano: si pensi al Fn francese, ad Afd in Germania, all’Ukip in Inghilterra ecc. Considerato che l’Italia è il paese occidentale che ha più sofferto della crisi e che più stenta a riprendersi, non stupisce che sia il paese nel quale le formazioni iper populiste (Lega e M5s) siano quelle con i risultati elettorali più alti. In comune con le altre formazioni iper populiste il M5s ha la critica della politica in quanto attività separata dalla società civile, il mito dell’autosufficienza del popolo, che non ha bisogno di èlite, il carattere post ideologico, l’organizzazione poco strutturata.

3. Ma il M5s ha proprie peculiarità. Al suo sorgere, esso ha avuto caratteristiche anti-sistema e si è autoproclamato “né di destra né di sinistra” in nome della critica alla democrazia rappresentativa e a favore della democrazia diretta (che, a voler essere pignoli, è una ideologia di sinistra). In verità, esso ospitava confusamente idee tanto di destra quanto di sinistra con una prevalenza di questi ultimi, che ne hanno fatto una cosa ben diversa dal Fn francese o da Afd tedesca. Ma la diversità fondamentale è data dalla Casaleggio Associati, che è un pezzo a sé del progetto del suo fondatore Gianroberto Casaleggio, come strumento per realizzare la democrazia diretta.

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ragionipolitiche

Sogni e realtà

di Carlo Galli

Proponiamo questo intervento di Carlo Galli non solo per la sua spietata critica della cosiddetta "sinistra liberal" di cui il PD è il principale rappresentante nel panorama politico italiano, ma anche perchè molte delle sue argomentazioni possono essere pertinenti anche a buona parte della cosiddetta sinistra "radicale"

ph 194Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

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ilpedante

Immunità di legge

di Il Pedante

image654Il 25 settembre uscirà nelle librerie per i tipi di Imprimatur Immunità di legge. I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza (ISBN 8868307510), un lavoro che ho firmato con Pier Paolo Dal Monte a commento dei dibattiti sollevati dal Decreto Lorenzin sull'estensione e l'inasprimento dell'obbligo vaccinale in Italia.

Chi segue questo blog sa che il tema, affrontato già in altri articoli (qui e qui in modo specifico), mi è caro non solo per l'urgenza dei pericoli che rappresenta una «cessione di sovranità» sui propri corpi a un complesso politico ed economico sempre più disperatamente dedito alla concentrazione dei poteri e alla compressione di libertà e diritti per alimentare un modello di sviluppo ormai inequivocabilmente distruttivo, ma anche perché in esso si incarna con una limpidezza senza precedenti, direi in modo quasi finale, il nodo politico di una democrazia incompresa, mal tollerata e declinante.

Nella prima parte del libro, di cui sono autore, si ripercorrono e si contestualizzano le tappe di una reciproca invasione di campo orchestrata da politici, mezzi di informazione e commentatori, tra scienza e governo, dove la prima è stata imbracciata come testa d'ariete per creare spazi interdetti al metodo democratico (ad es. «il tema dei vaccini dovrebbe stare fuori dalla campagna elettorale») in deroga al primo articolo della nostra Carta, mentre il secondo, nominalmente subordinato al principio «superiore» di un preteso consenso scientifico elevato a totem, umiliava a sua volta il metodo della scienza negandone la complessità e lo statuto necessariamente aperto a ipotesi diverse e divenienti.

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paneerose

Il governo Salvini-Di Maio: chiude i porti agli emigranti, li spalanca alla NATO

Intervista a "Il cuneo rosso"

presidio catania sabatoCon questa intervista alla redazione de il cuneo rosso, iniziamo un ciclo di conversazioni con le realtà politiche e sociali che intendono contrastare l'attuale esecutivo muovendosi sul terreno dell'anticapitalismo. La scelta del primo interlocutore ci è sembrata in qualche modo obbligata: il cuneo rosso ha posto con tempestività l'istanza di un'opposizione complessiva, senza se e senza ma, al cosiddetto "governo del cambiamento". Mettendo il evidenza il segno di classe, padronale delle politiche vessatorie nei confronti degli immigrati e rifiutando quelle derive nazionaliste che vedono coinvolti diversi intellettuali che pur continuano a dichiararsi "marxisti".

* * * *

Inevitabilmente, il primo aspetto da analizzare nel confrontarsi con l'attuale governo è l'estrema ferocia del suo attacco verso gli immigrati, in termini propagandistici e fattuali. Qual è il senso ultimo di questa politica?

C'è un enorme scarto tra la volgare demagogia di Salvini e la reale funzione della politica migratoria del governo Lega-Cinquestelle. Costui si atteggia a salvatore dell'Italia dall'invasione di spaventose maree di immigrati. Ma di quale invasione parla? Il movimento migratorio verso l'Italia è il più ridotto degli ultimi vent'anni, e questo è avvenuto anzitutto per effetto dei decreti e della politica di Minniti, sulla cui scia l'attuale ministro di polizia si muove, inasprendone i termini. Lo stesso vale per il movimento migratorio verso l'Europa.

Ciò premesso, per cogliere il senso ultimo di questa politica, è utile chiedersi chi sono gli emigranti su cui si sta accanendo in questi mesi il governo Lega-Cinquestelle. Potenziali azionisti di Unicredit, potenziali dirigenti di Fincantieri, potenziali direttori di Tg, potenziali grand commis (grandi affaristi) di stato? Difficile. Al netto dei casi più tragici, sono candidati/e al 99,99% alla raccolta dei pomodori, delle arance, delle mele o del radicchio a 2-3 euro l'ora, alle pulizie di case e uffici, ai lavori più pesanti in edilizia, nell'industria alimentare o tessile, e - dovesse andargli alla grande - alle fabbriche di lavorazione delle pelli nella Valle del Chiampo, dove hanno trovato impiego molti operai africani che scambiano un discreto salario con la rovina precoce della propria salute, a beneficio di avide sanguisughe leghiste.

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Pericolo fascista e unità. Ma con chi e per cosa?

di Collettivo Comunista Genova City Strike

img 4797 1024x768Nell'immigrazione italiana in Francia tra la fine degli anni '30 e e l'inizio degli anni '40, i comunisti, per un lungo periodo, si trovarono isolati. Almeno fino all'invasione dell'URSS da parte dei nazisti, i rari documenti dell'Internazionale Comunista indicavano con nettezza che occorreva rifiutare ogni alleanza con le forze della borghesia (e con i socialisti) limitandosi a condurre una lotta contro il fascismo interno al proprio paese in maniera totalmente autonoma e indipendente.

Pesava ovviamente il recente fallimento dei fronti popolari in Spagna e Francia, il patto di Monaco tra il governo francese e il governo tedesco votato dai socialisti e la stipula del patto Molotov Ribbentrop attraverso il quale l'URSS prendeva tempo e riorganizzava le file convinta dell'imminente attacco tedesco.(1)

Molti anni dopo Giorgio Amendola in “Lettere a Milano”(2), ragiona su quel periodo e ricorda la fedeltà del gruppo dirigente (almeno di quel che ne restava in condizione di dispersione e isolamento) alle direttive internazionali non nascondendo un certo scetticismo personale.

Non a caso, l'invasione dell'URSS viene ricordata dal dirigente del Partito Comunista come una tragedia, che però metteva fine a un periodo di incertezza e schierava nettamente i comunisti dalla parte dell'unità contro il pericolo fascista.

Le svolte dell'Internazionale Comunista negli anni a cavallo tra le due guerre mondiali sono oggetto di studio del movimento comunista da anni. Su di esse si concentrano molte critiche e le analisi divergono. Ma non è questo il punto. Ciò che qui si vuol sottolineare è come, ad un certo punto, la politica dei comunisti cambia radicalmente in virtù di una situazione in cui, occorreva mettere da parte la specificità comunista (nessuna alleanza né con la borghesia né con i traditori socialisti) e lavorare per riunire l'antifascismo.

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Walter Veltroni, “Non chiamiamoli populisti, contro questa destra estrema è l’ora di una nuova sinistra

di Alessandro Visalli

veltroni12Su La Repubblica di oggi il vero padre dell’attuale governo, il progettista della disfatta del centrosinistra italiano e coerente acceleratore della resa al liberismo della cultura ex socialista italiana, ha scritto un lungo articolo che spiega bene le ragioni razionali del successo giallo-verde (ragioni che ho cercato attraverso le parole chiave “onestà”, “integrità”, “sicurezza”). Partiamo da cosa è la “sinistra per come la intendo”, veltroniana: un movimento che ha lottato contro lo schiavismo (nell’ottocento, suppongo, anche se Lincoln era Repubblicano e i Democratici all’epoca erano dall’altra parte, ma fa niente), per la “liberazione delle donne”, e “contro l’alienazione e lo sfruttamento, per i diritti civili e umani, contro le discriminazioni”. Del resto lui stesso si definisce come un uomo che “ha dedicato tutta la sua vita a ideali di democrazia e progresso”.

Cosa c’è e cosa manca in queste rispettabili definizioni? Ci sono tanti bei valori e condivisibili, manca il sociale, l’emancipazione collettiva, e l’ispirazione socialista. L’intero orizzonte valoriale è ristretto all’individuale. Mark Lilla, che insegna storia alla Columbia, in “L’identità non è di sinistra” individua la “politica identitaria”, nella quale la sinistra americana (ed europea), cara a Walter, si è rifugiata negli ultimi decenni come un necessario sostituto del marxismo caratterizzato da due movimenti simmetrici: la riduzione dello sguardo sul mondo e abbandono della visione complessiva e il rifugio in una posizione di “autorispecchiamento morale”. Si tratta di una posizione coerentemente individualista, che parte dall’accettazione della struttura del mondo e, sin dagli anni sessanta, cerca di sostituire la critica di questa con un sostituto funzionale in grado di sostituirne l’effetto mobilitante: le battaglie sui diritti civili (le donne, le minoranze, i neri, gli omosessuali).

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Discutendo di privatizzazioni

di Italo Nobile

svendesiNelle esagitate discussioni sulle privatizzazioni che sono avvenute dopo il crollo del ponte di Genova è forse necessario introdurre dei fattori di razionalizzazione e di storicizzazione.

Uno di questi può essere l’indagine conoscitiva della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione la quale nella seduta del 7 Dicembre 2000 si servì della consulenza di rappresentanti delle maggiori sigle sindacali e poi del Professor Marcello De Cecco.

Dopo interventi sindacali brevi e scarsamente significativi (data l’incoerenza tra le osservazioni fatte e il sostanziale appoggio alle privatizzazioni), interessante appare invece l’intervento di De Cecco che esordisce dicendo non a caso:

“Vorrei preliminarmente rilevare che le mie opinioni sul tema delle privatizzazioni non sono molto di moda. Considero gran parte di quello che è stato scritto sulle privatizzazioni animato più da ideologia che da principi economici. D’altronde tutti gli economisti hanno dietro un’ideologia. E’ importante – però – non scambiare l’una con l’altra: i ragionamenti economici vanno limitati al campo dell’economia; se poi alcune opinioni derivano da ideologie basta dirlo. Ho voluto premettere queste parole per sottolineare che dal punto di vista della teoria economica non c’è nessun motivo per cui lo Stato non dovrebbe essere proprietario di imprese, anche manifatturiere: si può essere contro o a favore, ma le posizioni favorevoli o contrarie – del tutto legittime – sono necessariamente da ricondursi ad una ideologia di base. A mio avviso l’economista in quanto tale non deve prendere posizione: infatti, dal punto di vista dei rendimenti economici di un sistema capitalistico privato, un’impresa privata può essere gestita male e un’impresa pubblica può essere gestita molto bene (così come è possibile anche il contrario)”.

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lacausadellecose

La caduta del ponte e le mosche cocchiere

di Michele Castaldo

1534262244599 1534262255jpgLa domanda che l’uomo della strada si pone è: come mai cadono i ponti costruiti 50, 60 o 70 anni fa e restano in piedi quelli costruiti ben oltre 2000 anni fa? Eppure – si chiede ancora – le moderne tecnologie sono ben superiori a quelle dei millenni precedenti.

Provino, lor signori scienziati ed economisti di grido, senza cincischiare troppo, a rispondere con serietà. Non possono rispondere, perché

la domanda nasconde il vero dramma dell’umanità e cioè l’incapacità dell’uomo, come specie, di saper impostare un corretto rapporto con i mezzi di produzione e la natura, perché è totalmente preso dallo spirito di concorrenza delle merci.

Un ponte di collegamento est-ovest della città, una sorta di discesa al porto da est e ripartenza per ovest e viceversa. Un ponte costruito in cemento armato, nel cui dna è scritta la obsolescenza programmata. Cerchiamo di ragionare su due aspetti fondamentali: a) il ponte – che attraversava il torrente Polceverafu costruito in pieno boom economico, cioè in una fase di totale ubriacatura di “benessere” di cui – seppure a cascata - usufruivano tutte le classi sociali. Sicché tutti i rischi per un’opera del genere passavano in secondo piano, tanto è vero che quel ponteera chiamato (con una certa approssimazione) di Brooklyn. Si trattava di un’orrenda traversata aerea di pilastri di cemento armato su abitazioni che soltanto la foga del profitto poteva giustificare. Provino a immaginare un solo carico di materiale edile – sabbia, pozzolana, calce, cemento, ferro o altro – di un peso di 160tonnellate circa, a un’altezza di cento metri per più volte al giorno tutti i giorni, tutto il mese, tutti i mesi, tutto l’anno per oltre 50 anni. E’ da irresponsabile solo l’averlo pensato.

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lantidiplomatico

Dittatura e stragi  o nazionalizzazioni e democrazia economica socialista?

Il Venezuela e l'ALBA

Fabrizio Verde intervista Luciano Vasapollo

«Siamo di fronte a due modelli di sviluppo che si scontrano»

f408f6fa87034ca5de76076e981a5d67Prima che l’intera attenzione mediatica e dell’opinione pubblica fosse fagocitata dal caso della nave della Guardia Costiera italiana ‘Diciotti’ ferma nel porto di Catania con 117 migranti a bordo, nel paese si era acceso un sano dibattito sull’opportunità delle nazionalizzazioni. Tema emerso perché settori dell’autodefinito governo del cambiamento avevano avanzato l’ipotesi di revocare la concessione delle autostrade alla società controllata dalla famiglia Benetton in seguito al crollo del ponte Morandi a Genova. I settori liberal liberisti sono immediatamente insorti. Agitando anche, a sproposito, lo spauracchio Venezuela. Insomma, nulla di nuovo per un paese dove il circuito mainstream utilizza quotidianamente fake news per deformare la realtà e cercare di conformarla ai propri interessi. Un classico esempio di post-verità.

Per questo abbiamo deciso di sentire un parere autorevole. Quello del professor Luciano Vasapollo, professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba)

* * * *

Professore, dopo l’immane tragedia di Genova, potrebbe tornare una stagione di nazionalizzazioni?

Siamo ancora una volta di fronte a due modelli di sviluppo che si scontrano. Uno è lo sviluppo quantitativo basato sullo sviluppismo, quindi solo sul profitto. Questo crea danni all’uomo e all’ambiente. I danni si misurano nella maniera in cui vediamo. Facciamo l’esempio del ponte di Genova: si tratta di una strage di Stato.

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Genova: la posta in gioco non solo per la città

di Giacomo Marchetti – Potere Al Popolo Genova

toti bucciA circa dieci giorni dal crollo di Ponte Morandi lo scenario che si sta definendo è in continuità con ciò che avevamo abbozzato in un intervento precedente.

Il fuoco di fila contro l’ipotesi di un ritorno in mano pubblica della gestione delle autostrade ha trovato nel “fronte del nord”, come è stato giornalisticamente ribattezzato, la sua punta di lancia.

Si tratta di tre governatori di regione: Lombardia e Veneto, oltre la Liguria che hanno lanciato la loro crociata, di fatto dettando la linea al governo che non ha avuto e non ha tuttora un orientamento comune, a cominciare dallo stop and go sulla revoca che rischia di trasformarsi un nulla di fatto nelle settimane a venire.

La rendita economica che alimenta quella politica non vuole certo farsi scippare le proprie possibilità di introiti e di distribuire prebende che gli assicurano questi nel do ut des che contraddistingue l’attuale democrazia oligarchica.

Il “suicidio” di cui ha parlato Zaia riferendosi alla possibilità di ri-pubblicizzare la gestione della rete autostradale è da intendersi in questo modo: cedere su questo punto vorrebbe dire decretare la fine di un sistema, affossando la trama di poteri di cui è espressione, un “bagno di sangue” per lui e soci.

Nell’anniversario del ’68 solo il fronte padronale sembra avere compreso in profondità il significato dello slogan del Maggio: cedere un poco è capitolare molto.

Atlantia, la società della famiglia Benetton che controlla Autostrade per l’Italia, naturalmente ha iniziato la sua opera di terrorismo psicologico paventando il rischio per i 50.000 risparmiatori che hanno investito nel gruppo, in caso di “revoca”.

L’allarme è stato celermente ripreso dagli uffici stampa esterni dell’azienda travestiti da redazioni di molti quotidiani e dai media in genere…

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