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tempofertile

Quando il calabrone non vola più

Tra sogni federali, Regioni egoiste e Comuni abbandonati

di Alessandro Visalli

tuffatoreCi stiamo avvicinando alle ennesime elezioni europee, nelle quali nel solito clima da ultima spiaggia si elegge un Parlamento che istituisce di fatto una doppia sovranità, lo strano organismo istituzionale che si è stratificato in oltre cinquanta anni lascia separati tra di loro i popoli europei, che si confrontano e spesso scontrano attraverso i loro governi, ma crea un quasi-democratico luogo di espressione della volontà dei cittadini europei in quanto individui. La principale funzione di questo dispositivo di fatto è aiutare a dissolvere la sovranità popolare, dividendola, e tradendola attraverso meccanismi oscuri[1] e limitazioni inaccettabili[2].

Questa soluzione non funziona, o meglio, funziona molto bene ma è incompatibile con uno standard democratico che deve consentire ai cittadini di presumere le leggi siano generate da se medesimi tramite l’autorizzazione ad esercitare potere legittimo. Tramite i meccanismi europei gli esecutivi si sono di fatto ‘schermati’ dalle proprie stesse opinioni pubbliche e messi al sicuro dalle procedure di revoca democraticamente istituite (l’eccezione è il 4 marzo), trattando i cittadini come “bambini sotto tutela”. L’autoprogrammazione degli esecutivi, tra gli obiettivi non detti più forti, depotenziando strutturalmente gli obblighi di giustificazione e razionalizzazione depositati dalla storia delle lotte sociali nelle sfere pubbliche nazionali, li rende facili prese di forze esterne “del mercato”. Dunque la desiderata autonomia (dalla democrazia popolare) diventa facilmente etero-programmazione da parte delle forze dell’economia, in particolare finanziaria.

In questa situazione le forze politiche si allineano su una frontiera simbolica tra chi pretende di realizzare finalmente gli Stati Uniti d’Europa, trasferendo ad essi la sostanza del potere sovrano, e chi vorrebbe che questo progetto si interrompa, rientrando nei confini degli Stati Nazionali[3].

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sinistra

Sovranità nazionale e immigrazione

Un dibattito tra Fabrizio Marchi e Alessandro Visalli

15lettere populismi favilli commento 1Riportiamo di seguito uno scambio di opinioni tra Visalli e Marchi a partire dall'Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione.

* * * *

linterferenza

“Patria e Costituzione”: luci e ombre

di Fabrizio Marchi

Sono di ritorno dall’assemblea nazionale di Patria e Costituzione (quella di Stefano Fassina, per intendersi), alla quale hanno aderito altre associazioni dell’area della sinistra cosiddetta “sovranista”, come “Rinascita!” e “Senso Comune”. Alcuni di loro – e hanno ragione – trovano improprio l’uso del termine “sovranista” – ma si fa per capirci – altri invece lo rivendicano apertamente). Non so se ce ne siano anche altre ma non importa. Questo non vuole essere un report ma solo un commento all’evento. Saranno, eventualmente, loro stesse a comunicarcelo, se lo riterranno opportuno. Di seguito, il Manifesto per la Sovranità Costituzionale che hanno presentato: https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf

Sono state dette cose (che già conoscevo) condivisibili e altre meno o per nulla.

Sorvolo su quelle condivisibili perchè le potete leggere sul nostro giornale, e vado rapidamente a quelle non condivisibili che in parte ho già espresso in questo articolo e quindi non mi ripeto:

http://www.linterferenza.info/editoriali/sbaglia-la-sinistra-sovranista/

I punti di dissenso, per quanto mi riguarda (oltre a quelli già affrontati nell’articolo sopra linkato) sono l’immigrazione e il femminismo.

Il primo. Volendo sintetizzare con una battuta, potremmo dire che l’analisi che fanno è del tutto condivisibile; peccato che alla fine la risposta politica che propongono sia un topolino. Un topolino che però rischia seriamente di essere reazionario e criminale.

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ilponte

Rosso di sera

di Lanfranco Binni

rosso di seraL’elettorato del Pd, travolto e tramortito dalle disfatte renziane del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018, da più di due anni spettatore passivo di una deriva politicista dell’apparato di un ex partito di potere in crisi, nelle primarie del 3 marzo ha finalmente lanciato un segnale chiaro di discontinuità con il renzismo. È un elettorato composito in cui coesistono gruppi sociali e orientamenti diversi: dalle confuse eredità Pci-Pds-Ds a quelle cattoliche della Margherita, dalle componenti anziane del sindacalismo confederale ad alcune aree di voto al M5S rifluite sul Pd in dissenso con le politiche dell’attuale governo gialloverde. Il segnale è comunque importante e sollecita i gruppi dirigenti del Pd a “cambiare rotta”, affidando questo compito impegnativo al nuovo segretario eletto. Ora il problema è proprio questo: su quale linea politica l’apparato del Pd (parlamentari, amministratori locali, funzionari) potrà cambiare rotta rispetto alle pratiche berlusconiane, liberiste e atlantiste della stagione renziana. Il tutto in presenza di un governo nazionale in cui l’abbraccio letale tra M5S e Lega, determinato dallo stesso Pd dopo le elezioni del 4 marzo 2018, sta provocando il rafforzamento della Lega su una linea di estrema destra e l’evidente crisi del M5S su una non-linea «né di destra né di sinistra».

Ma l’elezione di Zingaretti come opzione di centro-sinistra plurale e aperto alla “società civile” testimonia anche la forza oggi determinante degli elettorati (tutti) nella crisi del sistema politico italiano e della democrazia “rappresentativa”. Siamo all’interno di una crisi profonda di sistema: politico, economico e culturale. In crisi il sistema politico e la credibilità delle istituzioni, in crisi il sistema economico (né “crescita” né “sviluppo” di un modo di produzione in crisi nell’intero Occidente), in crisi l’assetto tradizionale, a pretesa radice unica, di una società multiculturale in rapida trasformazione demografica.

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carlo formenti facebook

Manifesto per la sovranità costituzionale

di Carlo Formenti

53735576 10218779003455932 7463924244368326656 nIl riuscitissimo evento di ieri ha raccolto centinaia di persone al Teatro dei Servi di Roma per la presentazione del Manifesto per la sovranità costituzionale lanciato da Patria e Costituzione, Rinascita e Senso Comune. E' così iniziato un percorso che dovrà condurre alla formazione di un nuovo soggetto politico all'altezza delle sfide che l'attuale crisi del capitalismo globale e delle sue istituzioni impongono di affrontare. Qui di seguito pubblico il testo integrale del mio intervento introduttivo.

* * * *

Compagni e compagne, penso che chi oggi è qui, avendo letto il Manifesto sottoscritto da Patria e Costituzione, Rinascita e Senso Comune, sia consapevole dell’ambizione che ispira il percorso politico di cui l’incontro odierno costituisce un primo passo: si tratta di farsi annunciatori di un’alternativa di sistema, nella speranza di poter essere, in un futuro non troppo lontano, parte attiva nella sua realizzazione. Non ci interessa rianimare né riscattare una sinistra che si è fatta destra, abdicando al ruolo di rappresentante degli interessi delle masse popolari per sposare l’ideologia liberista. Non vogliamo “rifare” la sinistra, non solo per motivi di opportunità linguistica, visto che la maggioranza del popolo disprezza ormai questa parola, ma perché riteniamo che il binomio destra/sinistra, da quando essere di sinistra non significa più nutrire la speranza in un cambio di civiltà, rappresenti unicamente un gioco delle parti fra le caste politiche che gestiscono gli affari correnti del capitale.

Andare oltre la dicotomia destra/sinistra significa andare oltre il paradigma politico, sociale, economico e culturale di cui questi termini sono espressione. Un paradigma che ha perso ogni legittimità dopo quella crisi del 2008 che ha segnato il culmine degli sconvolgimenti epocali iniziati negli anni Settanta del secolo scorso.

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sollevazione2

Il regionalismo, il caos e l'unità nazionale

di Leonardo Mazzei

Questa del Mazzei è senza dubbio la migliore analisi critica del cosiddetto "regionalismo differenziato"

matteo salvini prima il nord 600x392«Se passasse il regionalismo differenziato l'Italia diventerebbe, come disse il Metternich nel 1847, una mera "espressione geografica"...»

Diciamo le cose come stanno: con il fallimento del Consiglio dei ministri del 14 febbraio il cosiddetto "regionalismo differenziato" è stato messo su un binario morto. Per ora è solo un rinvio, ma adesso fermarlo è possibile. Lo stop imposto dai ministri M5S alle richieste di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non è dunque roba di poco conto.

La scadenza di metà mese sembrava quella del giudizio divino: o il progetto passava, o il governo cadeva. Così tuonava Giorgetti all'inizio dell'anno, puntualmente rilanciato dai capibastone della Lega nordista. E invece, né l'una né l'altra cosa. Bene, anzi benissimo, a condizione che il dibattito che si è finalmente aperto conduca al definitivo affossamento del disegno in questione.

Quel che è incredibile è come in tanti ancora non si rendano conto della posta in gioco, che non è solo lo spostamento delle risorse dalle regioni più povere a quelle più ricche - che già di per sé griderebbe vendetta -, ma l'avvio di un processo disgregativo potenzialmente in grado di minare la stessa unità nazionale. Il tutto per la gioia dei potentati euro-tedeschi che non potrebbero chiedere di meglio.

Sulla materia la confusione è tanta. Proviamo perciò a mettere un po' di ordine, affrontando sette questioni: 1) che cos'è il "regionalismo differenziato"; 2) da dove arriva, ovvero il problema di una Costituzione "incostituzionale"; 3) cosa chiedono le tre regioni del nord; 4) il trucco dei "fabbisogni standard"; 5) la truffa dei "residui fiscali primari"; 6) il caos di un regionalismo "fai da te"; 7) un secessionismo di fatto che farebbe il gioco dell'oligarchia eurista.

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laboratorio

Il governo giallo-verde. Non sarà per sempre

di Fabio Nobile

Immagione per articolo fabio Salvini e Di maioDopo circa nove mesi di governo giallo-verde è possibile tracciare un primo bilancio del suo operato che va commisurato alle aspettative dell’articolato e contraddittorio aggregato sociale che lo ha sostenuto alle politiche dello scorso anno. Un bilancio che può essere supportato, in alcuni aspetti cruciali, dai risultati elettorali avuti in Abruzzo. La vittoria del centrodestra a trazione leghista (la Lega al 27,5% , il doppio rispetto ad un anno fa) e il pesante stop elettorale del M5s (la metà dei voti in percentuale rispetto a quelli ottenuti alle politiche un anno fa, in confronto ad un differenziale percentuale tra politiche e regionali precedenti molto più basso) sono la fotografia dei nuovi rapporti di forza nella maggioranza che già emergevano da recenti sondaggi. Va sottolineato, in questo senso, che ad oggi, oltre all’Abruzzo, sono sei le Regioni governate da una coalizione trainata dalla nuova Lega: Liguria, Lombardia, Friuli, Molise, Sicilia e Veneto. Al contempo la mobilità elettorale è da collocare in una fase fortemente instabile. Quello che è oggi, anche per la Lega, può cambiare radicalmente in poco tempo. Come lo stesso risultato del M5s non può essere letto come un dato di irreversibile arretramento. E questo è confermato ancora di più con i dati dell’astensionismo.

I bassi livelli di partecipazione al voto (ancora in calo rispetto alle regionali del 2014) segnalano una volatilità dell’elettorato ancora più grande rispetto a quello che dicono i numeri dei voti assegnati. Tale dinamicità può rappresentare, allo stesso tempo, la leva su cui impostare un lavoro per iniziare a tracciare un’alternativa.

Accennati alcuni elementi di analisi del voto in Abruzzo, prima di qualunque considerazione, il primo elemento da sottolineare riguarda l’approccio sulla natura di questo governo. Senza capirne la natura si rischia di andare fuori bersaglio o peggio stare al gioco di chi, con richiami ipocriti, dipinge fronti repubblicani funzionali solo a ristabilire quell’ordine politico che negli ultimi venti anni ha significato rigore economico e impoverimento di massa.

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mondocane

A proposito di autonomie: La Lega chiama Radetzky, i 5 Stelle si arrendono?

di Fulvio Grimaldi

E’ di nuovo molto lungo, ma riguarda tutti noi, oggi più di tutto il resto. Mi aspetto reazioni dall’indispettito al feroce. Ben vengano. Musica di sottofondo per questo testo 

cinque giornate 600x600Ragazzi dell’800 e del 900

Qui si fa l'Italia o si muore
Patria o muerte

La prima frase la disse a Nino Bixio Giuseppe Garibaldi a Calatafimi, il 15 maggio 1860, e promise alla Camicie Rosse la conquista di Roma e la fine del potere temporale del papa. La seconda fu la conclusione di Ernesto Che Guevara al più memorabile discorso mai pronunciato alle Nazioni unite, l’11 dicembre 1964. Qualcuno, oggi come oggi, giudicherà questi motti retorici, ma a me vanno bene. In questo caso, la retorica esprime il massimo di determinazione della parte più nobile di un popolo. In altri casi è demagogia nutrita di ipocrisia.

Nel caso di Garibaldi e del Che, davano voce alla volontà di masse in Europa e in altri continenti di avviare un processo che abolisse forme di dominio imposte da fuori, tiranniche e predatorie, e raggiungesse l’unità, repubblicana, laica, democratica. Volontà generata da un immaginario collettivo, nato da aspirazioni antiche, lingua, comunanza di storia, territorio, forza, progetto, sconfitte e vittorie. Tutte cose oggi, inusitatamente, stupefacentemente, dissennatamente, messe a repentaglio da una dinamica regressiva che sembra invocare gli ectoplasmi dei Gonzaga, Sforza, Medici, D’Este, Borboni, dogi.

Scrive Massimo Villone, in un’ennesima denuncia della tragedia che inconsapevoli e delinquenti stanno approntando: “Può un paese dare di matto? Si, e nessuno può imporre un trattamento sanitario obbligatorio. Il solo medico abilitato a somministrare il trattamento risolutivo è il popolo sovrano”. Quando dice “paese”, Villone chiaramente si riferisce ai suoi dirigenti e a chi, nell’ombra, li manovra perché spingano il paese verso la sega circolare. Che farà il popolo sovrano, dopo aver faticato e sofferto per comporre arti separati in organismo vivente, alla vista della sua dispersione in particelle senz’anima e senza nome? Vorrà accettare, stella o pianeta, di frantumarsi in pulviscolo cosmico?

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rinascita

Regioni, aboliamole!

Il regionalismo differenziato è secessione

di Ugo Boghetta

NX A ART 8206 14191 Munch L urlo Munch Museum OsloPuntuale come la cometa di Halley torna la discussione sul passaggio alle Regioni di soldi e competenze. Ma l’arrivo delle comete era foriero di sventure.

Con Bossi si chiamava devolution. Poi sono seguiti: sussidiarietà, federalismo fiscale, regionalismo rafforzato. Ora l’appellativo è quello di regionalismo differenziato.

Lombardia e Veneto, le due regioni a trazione leghista, per spingere in questo senso hanno anche svolto un referendum consultivo, La Regione Emilia Romagna ha invece avanzato una proposta parzialmente diversa ma a livello istituzionale.

La faccenda, è grave e pesante: ne va dell’unità del paese e di uguali diritti per gli italiani. Ma produce anche un indebolimento generale dell’Italia in un contesto internazionale complicato ed in transizione conflittuale anche nell’eurozona e nel Mediterraneo.

La questione è tecnicamente complicata per cui cercheremo di ridurla all’osso, o meglio, alla polpa. E la polpa sono i soldi e il potere.

Lombardia e Veneto pretendono risorse in una qualche proporzione di uno o più tributi versati nei loro territori, mentre la Regione Emilia-Romagna chiede le risorse in funzione del trasferimento di competenze. La zuppa è sempre la stessa. Ovviamente pretendono le risorse che lo Stato redistribuisce ma non gli interessi che paga.

I legaioli del nord chiedono 23 competenze, l’Emilia 15, ma le funzioni amministrative in ballo sono circa 200.

Le materie sono le più varie: salute, istruzione, mobilità ma anche protezione civile, cultura, infrastrutture quali ferrovie, autostrade, aeroporti, ma anche le prestazioni sanitarie, il numero dei medici nelle università, le assunzioni, la stessa ammissibilità dei farmaci!

Il passaggio del personale, che in alcuni casi copre tutta la spesa, tira in ballo anche questioni contrattuali. Mentre l’assunzione in altra regione dovrà essere consentita.

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mondocane

Per i 5 Stelle un minuto a mezzanotte

di Fulvio Grimaldi

Foibe, TAV, migranti,vaccini, scienza, Italia in frantumi, Venezuela ... Negazionisti alla colonna infame!

DavideNegazionisti brutti, affermazionisti belli

Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime. Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati o sepolti vivi da imperatori cristiani o vescovi. Oggi al negazionista, in sempre più paesi, ci si limita col carcere. Cosa si teme?

 

Giornata del ricordo…strabico

Confusione? Passiamo a un esempio, uno di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte. La quale versione potrebbe, per modo di dire, essere fondata su documenti che, grazie alla ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre.

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ilpedante

Il  silenzio dei senzienti

di Il Pedante

1540115138974Ricevo e pubblico con gratitudine un contributo sottoscritto da numerose associazioni per la libertà di scelta sanitaria. Il documento, scaricabile qui nella versione completa di allegati e approfondimenti, contiene il lavoro svolto dalle associazioni in preparazione delle loro audizioni presso la Commissione igiene e sanità del Senato della Repubblica, nell'ambito della discussione sul disegno di legge n. 770 in materia di vaccinazioni.

Quelle audizioni non hanno avuto luogo né mai lo avranno, nonostante le pubbliche rassicurazioni del presidente di Commissione. Qualcuno ha infatti stabilito che il testo dovrà tradursi in legge nel più breve tempo possibile. Chi ha dettato questa accelerazione? Chi ha deciso di escludere le associazioni? E perché? Non si sa né, come già in passato, ci si degnerà di spiegarlo. La vicenda, ostinatamente derubricata dai più intelligenti, da quelli che badano alle cose serie, all'ordinaria amministrazione di cose tecniche e grige da lasciare al grigiore dei tecnici, continua a svolgersi in un silenzio equivoco da segreto di Stato e sotto l'assedio del mainstream anglosassone, scientifico e non, mentre persino il vicepremier e ministro degli Interni deve suggerire in pubblico la propria impotenza malgrado gli impegni presi con gli elettori. Sembra che nessuno possa affrontare il tema senza fulminarsi: una dinamica tipica, ci spiegano gli intelligenti, delle cose di poca importanza.

Sul disegno di legge in parola ho già speso molte pagine su questo blog (qui e qui, inter alia). Nel testo che segue se ne affrontano le criticità in modo più sistematico, nell'ambito di una battaglia ferma ed equilibrata per affermare il diritto del popolo italiano di autodeterminarsi secondo Costituzione, attraverso il voto e le altre forme di partecipazione previste dalla Carta. La ripetuta violazione di questo diritto, con questa ennesima promessa mancata, dovrebbe aprire gli occhi di tutti su un metodo che, già da solo, lascia intuire l'abnormità del merito in gioco.

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jacobin

La secessione dei ricchi

Stefano Poggi* intervista Gianfranco Viesti

una manifestazione della lega Nel silenzio e nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica nazionale, il governo gialloverde si prepara a varare il frutto della trattativa condotta per attivare la cosiddetta “autonomia regionale differenziata” per Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto: il passaggio di massimo 23 competenze dallo stato alle regioni secondo l’articolo 116 della Costituzione. Si corona così la strategia politica della “nuova” Lega di Matteo Salvini: mantenere il tradizionale radicamento al nord con il tema delle autonomie regionali, conquistando al tempo stesso nuovo consenso al centro e al sud grazie a un inedito nazionalismo italiano.

Ne abbiamo parlato con Gianfranco Viesti, docente di economia all’Università di Bari) che nel gennaio 2019 ha pubblicato per Laterza un e-book scaricabile gratuitamente (“Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale”) in cui denuncia gli aspetti più preoccupanti di una riforma che sconvolgerebbe l’assetto istituzionale italiano, delegando nuovi poteri e risorse a tre regioni che esprimono quasi un terzo della popolazione italiana e il 40% del Pil.

* * * *

Perché ha scelto un’espressione forte come «secessione dei ricchi» per descrivere il processo di autonomia differenziata di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto?

Bisogna intanto premettere che le carte attualmente in discussione fra regioni e governo sono segrete. Io mi rifaccio quindi al contenuto della pre-intesa siglata dalle regioni e dal governo Gentiloni il 28 febbraio 2018. All’articolo 4 di quell’intesa si trova il punto che fa pensare a una «secessione dei ricchi»: un meccanismo finanziario che prevede che – dopo un anno di transizione – si abbandoni progressivamente il criterio della spesa storica e si inizi a riferirsi a fabbisogni standard parametrati sul gettito fiscale regionale.

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senso comune

La secessione dei ricchi e la questione nazionale

di Raffaele Cimmino

07 01 2019 01 1 1122x561 1Il 15 febbraio prossimo rappresenta la dead line oltre la quale, se le cose andassero come auspicano i governatori di tre regioni – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – ci sarà il voto al Senato, a favore o contro ma senza possibilità di emendamenti, sul regionalismo differenziato. Si tratta di un percorso iniziato coi i referendum consultivi sull’autonomia svoltisi in Lombardia e Veneto il 22 ottobre 2017. Le due consultazioni sull’attribuzione di condizioni particolari di autonomia con l’attribuzione delle risorse necessarie hanno avuto esito positivo. L’Assemblea regionale dell’Emilia Romagina, il 3 ottobre 2017, ha invece approvato una risoluzione per l’avvio del procedimento finalizzato alla sottoscrizione dell’intesa con il Governo richiesta dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

Il regionalismo differenziato è arrivato al traguardo con il governo Conte ma è una pratica istruita dal governo Gentiloni, che, pochi giorni prima delle elezioni del 4 marzo, tramite il sottosegretario Gianclaudio Bressa, ha sottoscritto una preintesa con ognuna delle tre regioni. Largamente simili, questi accordi prevedono all’art. 2 una durata decennale. Saranno immodificabili per dieci anni se non vi sarà il consenso a modificarli della regione interessata.

La devoluzione alle regioni riguarda le 23 materie previste dal terzo comma dell’art. 117, tra cui: politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali e con l’Unione Europea.Le preintese stabiliscono all’articolo 4 che le relative risorse andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione sulla base “di fabbisogni standard superando la spesa storica, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”. Stabiliscono anche, senza meglio specificare, che “Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, anche mediante forme di crediti d’imposta, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese”.

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campoantimp2

La resistibile ascesa del secondo Matteo

di Leonardo Mazzei

image 5Il 30 maggio 2014, cinque giorni dopo il suo grande successo alle europee, scrissi un articolo all'epoca controcorrente: «La resistibile ascesa di Matteo Renzi». Pare passata un'era geologica, ed invece non sono neppure cinque anni... Al tempo i più gli pronosticavano un ventennio al potere, oggi sappiamo tutti com'è andata.

Adesso c'è un altro Matteo. Non ha ancora i voti, ma solo sondaggi. Eppure son quasi tutti convinti che abbia anche lui un ventennio davanti. Non s'offendano costoro, ma chi scrive queste righe non lo crede neanche un po'.

Grandi le differenze tra il primo e il secondo Matteo. Il primo amato dalle èlite, il secondo no; il primo alla guida di un partito eurista, il secondo alla testa di una forza passata (pur contraddittoriamente) dal localismo al nazionalismo. Capo di un governo quasi monocolore il primo, ministro dell'Interno di un governo di coalizione il secondo. E potremmo continuare.

Assai diverso anche il contesto. Nel 2014 la riscossa delle èlite sembrava ancora possibile, ma solo con qualche invenzione simil-populista. Da qui il passaggio dal grigio pisano Letta al pirotecnico fiorentino Renzi. Oggi la partita si è spostata nel campo populista, nel quale il progressivo prevalere della sua ala destra sembra ai più inarrestabile. Ma è davvero così?

Non lo penso affatto. La crisi italiana è tutt'altro che risolta, ed il Salvini non ha proprio la stoffa del leader - dello "statista" neanche a parlarne - necessaria ad affrontare le prossime tempeste. Ha la forza ed il consenso dell'uomo odiato dalle èlite, ma non pare avere un briciolo di strategia che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.

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linterferenza

Reddito di cittadinanza

Dalle mirabolanti promesse al varo di un sussidio “bifronte”

di Norberto Fragiacomo

sondaggio prima tivvuAccingendomi alla stesura di questa nota, sfoglio con la sinistra il testo del “Decreto legge disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni[1]” nella sua versione (mi auguro!) «definitiva»[2]. Parlare di definitività a proposito di un Decreto legge, fonte provvisoria per natura, è senz’altro inappropriato, ma fra i lasciti del renzismo annoveriamo il proliferare di bozze testuali che si inseguono e si sovrappongono, complicando la vita già di per sé dura dell’interprete, alle prese con norme scritte sempre peggio e raramente intelligibili: l’istituto oggetto d’analisi dovrebbe comunque avere oramai acquisito una sua precisa fisionomia, ed eventuali future modifiche sarebbero cosmesi normativa.

Un paio di settimane fa, su La7, il giornalista Massimo Giannini ha parlato, a proposito del provvedimento, di “cambio di paradigma”, riconoscendo ai pentastellati il merito di aver mantenuto le loro promesse elettorali (cosa che in Italia non è avvenuta praticamente mai nell’ultimo trentennio!). Pur nutrendo seri dubbi sul carattere più o meno rivoluzionario della misura non posso non apprezzare l’onestà intellettuale esibita da Giannini, che pochi emuli ha trovato a «sinistra»: per PD e affiliati il reddito è da buttare (lo stesso vale ovviamente per quota 100, cui nuoce a parer mio l’infelice formula «pensionamento anticipato» contenuta in premessa, che la qualifica come eccezione alla regola, restringendone anche sul piano lessicale la portata innovativa).

Intendiamoci: un socialista o un comunista avrebbero parecchio da ridire sulla filosofia che sta alla base della manovra, poiché essa prevede un sostegno statale che è benevola ma condizionata concessione ai bisognosi anziché riconoscere un pieno diritto al lavoro a cittadini in temporanea, incolpevole difficoltà – e tutti i richiami in premessa al «lavoro» non scalfiscono l’impressione che il reddito sia in fondo un paternalistico aiuto dall’alto.

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sollevazione2

Le critiche, la nostra risposta

di Redazione

L'articolo di Piemme sul "decretone" del governo ha suscitato diversi commenti critici, proviamo a rispondere come redazione

eventuale governo pentastellato Le critiche che ci vengono rivolte sono fondamentalmente due. La prima riguarda il giudizio sulle due misure prese, "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc). La seconda, più politica, è una critica al "sostegno critico" al governo gialloverde ad 8 mesi dalla sua nascita.

Sul primo punto — "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc) — bisognerebbe innanzitutto distinguere tra la critica alle misure del governo e quella al nostro giudizio politico su di esse. I commentatori tendono a non operare questa distinzione, ma in ogni caso la sostanza delle critiche è chiara: "il Rdc così come uscito nel decreto è solo un intervento caritatevole ed assistenziale di cui pochi usufruiranno". Esso andrebbe perciò respinto sia per la sua inadeguatezza, sia per la sua natura liberista.

Si tratta di una critica fondata, che ha dalla sua diversi argomenti, fatta da persone (anche se talvolta anonime) che sappiamo non essere animate da visioni pregiudiziali, che arriva tuttavia a conclusioni politiche che consideriamo errate.

Entriamo dunque nel merito, notando però una curiosità, forse rivelatrice assai. Tutte le critiche sono rivolte al Rdc, nessuna a "quota 100". Ora, siccome non pensiamo che i commentatori siano dei leghisti, il problema sta probabilmente altrove. Dove, ci arriveremo con il ragionamento.

Ha scritto Piemme nell'articolo contestato:

«Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio».

Sembrerà strano, ma se diciamo "profondi limiti" intendiamo profondi limiti.