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Il mini-bot grillin-leghista, ennesimo sintomo della necessità di “rompere la gabbia Ue”

di Claudio Conti

MiniBot UNO retroVerrebbe voglia di dedicare queste righe a quei “sinistri” che usano argomenti dell’establishment (Repubblica, Pd, Cottarelli, Giavazzi e via elencando) per criticare l’immonda unione grillin-leghista. Non perché quest’ultima possa essere in qualche modo “difesa”, ma per il buon motivo che ogni tipo di argomento presuppone o allude a una soluzione. Insomma: se usi pensieri di un nemico per criticarne un altro diventi servo del primo, non certo “alternativo” ad entrambi.

Cosa che invece è indispensabile, se si vuol mantenere aperta almeno una finestra di possibilità al cambiamento rivoluzionario e popolare dell’esistente.

Negli scorsi giorni, le bozze del famoso “contratto” tra Di Maio e Salvini hanno visto apparire e scomparire alcune indicazioni “sovversive” (individuazione di procedure tecniche per l’uscita dall’euro, cancellazione del debito rappresentato dai titoli di stato italiani in mano alla Bce: 250 miliardi, ecc). Oscillazioni dei mercati e balzo dello spread hanno rapidamente convinto i promessi sposi a ripensarci, come ampiamente previsto persino da noi.

Ma le questioni sottostanti quei “punti programmatici” andati smarriti non scompaiono altrettanto facilmente. Un qualsiasi governo che voglia provare a fare qualcosa di quel che ha in testa (piddino, leghista, grillino, berlusconiano o comunista rivoluzionario che sia) deve affrontare il problema dell’enorme debito pubblico senza disporre della leva monetaria (l’euro è stampato dalla Banca d’Italia su indicazioni quantitative della Bce). Dunque, secondo le ricette neoliberiste, può soltanto innalzare la tassazione, ridurre la spesa pubblica, svalutare i salari o un mix non troppo a scelta di queste tre cose.

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coniarerivolta

Chi difende l’austerità

Una storia di pagliacci e cani da guardia

di coniarerivolta

caniDopo giorni di andirivieni, contatti, riunioni, dichiarazioni e mezze dichiarazioni, sembra che le possibilità di un governo 5 Stelle – Lega siano concrete. Nulla ancora è certo e c’è ancora una possibilità che il tentativo fallisca. Tuttavia i due partiti hanno raggiunto un accordo, trascritto in un “contratto” dove sono stati riportati i punti salienti di un programma di governo comune.

Immediatamente si sono scatenate le voci scomposte e preoccupate dei guardiani più ligi all’austerità, ben rappresentate dai principali quotidiani (Repubblica e Corriere in primis). Ciò che si sottolinea è l’irrealizzabilità del programma Di Maio – Salvini e l’irresponsabilità di alcune proposte, che metterebbero a repentaglio la stabilità ed i conti del Paese e allontanerebbero gli investitori stranieri.

Il tenore di queste critiche è in realtà antitetico ai veri motivi per cui il duo Di Maio – Salvini merita di essere stigmatizzato e smascherato. 5 Stelle e Lega sono infatti partiti di sistema, essenzialmente liberisti e inclini ad eseguire, al netto di poche e incoerenti turbolenze, le direttive fondamentali del programma di austerità europea. Questo è il motivo principale per cui vanno radicalmente criticati. I centri di potere dominanti, invece, li attaccano ogni giorno per non aver dimostrato fino in fondo di voler eseguire perfettamente e senza sbavature la linea dell’austerità fanatica.

Del resto, basta aver chiare alcune coordinate fondamentali di analisi per capire che, se 5 Stelle e Lega sono false e pericolose alternative, chi ne rimprovera il presunto e inesistente populismo irresponsabile è forse peggio di loro e rappresenta e rappresenterà nei prossimi anni il cuore del problema e la sponda più efficace e devastante di applicazione del paradigma dell’austerità che sta annichilendo le nostre economie e le nostre società, scatenando povertà e disoccupazione di massa.

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marx xxi

Su che basi valutare un governo M5S-Lega?*

di Alessandro Pascale**

Riceviamo dal compagno Alessandro Pascale una sua riflessione sui più recenti sviluppi politici in Italia, e lo pubblichiamo come contributo al dibattito avviato nella rubrica “i comunisti e la questione nazionale”

dimaio salvini portaaportaLa nascita di un Governo Lega-M5S è un evento augurabile di cui tutti i genuini progressisti dovrebbero essere lieti. Per quale ragione? Forse perché si ritenga che una tale alleanza possa contribuire a risolvere i problemi dell'Italia? Obiezione! La questione è quanto meno male impostata: dire “l'Italia” non vuol dire nulla nel momento in cui non si chiarisca se gli interessi del “Paese” coincidano con quelli della “Nazione” nella sua totalità o con una particolare e ristretta classe sociale. È vero che si può ragionare anche in termini di territorialità, infatti diversi opinionisti fanno così, identificando la Lega come difensore del “Nord” e il M5S come rappresentativo del “Sud”. Questa distinzione, fondata in parte su ragioni storico-politiche (ma soprattutto sui consensi elettorali ricevuti) non ha più in effetti molto senso, anzi rischia di essere fuorviante per comprendere i reali blocchi sociali, i programmi e le ideologie di riferimento dei due Partiti in questione.

Sgombriamo subito il terreno da un altro equivoco: la salvezza dell'Italia, intesa come struttura socio-economica capitalistica, può interessare oggi solo al Presidente della Repubblica Mattarella e ai rappresentanti del Grande Capitale internazionale ed italiano; si parla in particolar modo di quei settori della borghesia finanziaria ormai indistinguibili dalla ristretta élite della borghesia industriale più ricca, dedita non solo al settore produttivo ma anche a quello speculativo. Per spiegare questa affermazione basterà ricordare come l'Italia, grazie alle politiche messe in atto negli ultimi anni dal Partito Democratico e da una serie di Governi “tecnici”, sia riuscita a far ripartire l'obiettivo della crescita del PIL. Il problema è che di questa crescita non beneficia praticamente nessuno, come potrà spiegare meglio di qualsiasi parola il grafico che segue.

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micromega

Se Lenin incontrasse Casaleggio

Il partito digitale oltre i limiti dei 5 Stelle

di Paolo Gerbaudo

partito digitaleSe si vuole fare i conti con il presente bisogna andare oltre quel rifiuto totale del partito digitale che finora ha dominato il dibattito ed entrare nel merito delle nuove strutture organizzative e delle loro effettive potenzialità. Il partito piattaforma prefigurato dal Movimento 5 Stelle, pur con tutti i suoi evidenti difetti, è il prototipo di una nuova forma di partecipazione e di gestione del consenso, adeguata all’esperienza sociale contemporanea. La sfida è questa.

Il successo registrato dal Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni politiche, in cui è divenuto il primo partito italiano e a seguito delle quali potrebbe infine andare al governo in alleanza con la Lega Nord, ha scatenato un intenso dibattito sul destino della forma-partito nell’era digitale. Secondo gli attivisti dei 5 Stelle – che continuano a insistere che non si tratta di un partito ma di un “movimento” – la loro struttura organizzativa, che si incentra sull’utilizzo della piattaforma partecipativa Rousseau, il cui nome di battesimo fa riferimento al famoso filosofo ginevrino, costituisce un cambiamento di portata rivoluzionaria destinato a imporsi sulla scena politica in Italia e altri paesi. Secondo i critici siamo invece di fronte a uno specchietto per le allodole o a una pseudo-democrazia ben peggiore della democrazia tradizionale. Dove sta la verità?

Come sostengo nell’ebook “Il Partito Piattaforma”, recentemente pubblicato dalla Fondazione Feltrinelli, se vogliamo veramente capire il significato del Movimento 5 Stelle e il modo in cui manifesta la trasformazione della società e della politica nell’era delle piattaforme digitali come Facebook, Instagram e AirBnB, bisogna sfuggire alla classica tentazione di fare di tutta l’erba un fascio; ovvero di considerare i problemi pratici manifestati nell’applicazione di un certo modello organizzativo come prova definitiva della sua insufficienza.

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coniarerivolta

Il ricatto dell’IVA

di coniarerivolta

ok ricatto1Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito, in materia fiscale, ad una tendenza univoca molto chiara: lo spostamento del carico fiscale dai più ricchi ai più poveri e dai redditi di capitale ai redditi da lavoro. Questa tendenza è stata accompagnata da una sempre più sofisticata capacità di evasione ed elusione fiscale da parte dei redditi da capitale, in particolare i grandi capitali che possono essere esportati, legalmente o illegalmente, all’estero. In estrema sintesi: i lavoratori e i soggetti meno abbienti pagano sempre più imposte, i capitali e i soggetti più ricchi ne pagano sempre meno. Un dibattito politico ed economico fortemente impoverito, tuttavia, colpevolmente ignora questi aspetti: ad essere oppressi dal carico fiscale sarebbero esclusivamente solerti imprenditori, scoraggiati dal “fare impresa” e generare ricchezza per tutti da uno Stato oppressore e sanguisuga.

Proviamo a fare chiarezza ed un po’ di pulizia. Tra i temi più evocati nel dibattito politico e giornalistico di questi giorni un posto d’onore spetta senza dubbio all’IVA, l’imposta sul valore aggiunto. Se ne paventa un aumento a decorrere dal 2019 e i partiti politici si affannano a capire come poter scongiurare questo evento, previsto dalla clausola di salvaguardia presente nella legge di bilancio dall’ormai lontano luglio 2011. Secondo tale clausola, l’aumento dell’IVA scatta automaticamente nel momento in cui non si sono raggiunti gli obiettivi di contenimento del deficit previsti dalla Commissione europea. Ma procediamo per gradi.

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orizzonte48

Sapelli: "La visione economica dell'Europa è a matrice tedesca"

di Quarantotto

image21...Mattarella ha poi difeso l’Euro e il suo ruolo: “Abbiamo una moneta capace di costituire un punto di riferimento concreto sul piano internazionale, un ruolo che nessuna moneta nazionale potrebbe svolgere”.

1. Inutile ripetere le osservazioni e le analisi di ordine costituzionale che, nel post precedente, e nei relativi commenti, hanno già puntualizzato come ci si trovi di fronte ad una situazione istituzionale "inedita", cioè, nonostante il richiamo a pallidi precedenti storici einaudiani, mai verificatasi prima nella storia della Repubblica.

Il messaggio ampiamente concertato dai media - che registri o meno con esattezza le indicazioni comunque più volte esplicitate dal Quirinale- sarebbe quello che il primato del vincolo esterno, cioè dell'adeguamento ordinamentale italiano all'indirizzo politico derivante dai trattati Ue e dell'adesione alla moneta unica, sarebbe tale da prevalere incondizionatamente sulle indicazioni date dai risultati elettorali; ciò da un lato, renderebbe legittima un'intensa ingerenza del Capo dello Stato sulla scelta dello stesso premier (limitando ulteriormente le già di per se stesse difficili possibilità di accordo tra i partiti interessati) e, addirittura, dei singoli ministri, dall'altro, farebbe emergere un ruolo presidenziale di filtro "a tutto campo" sulla legittimità costituzionale dei futuri provvedimenti legislativi di un governo, evocandosi, come parametro principale, se non sostanzialmente unico, quello del nuovo art.81 Cost.

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sollevazione2

E ora vediamo chi inciucia...

di Leonardo Mazzei

Elezioni o governo destra-Pd: le responsabilità di Di Maio e quelle di Salvini

berlu4 U43120103862739Non abbiamo risparmiato critiche a Di Maio, né prima né dopo le elezioni. La svolta, europeista e sistemica, di M5S l'andiamo denunciando da un anno ormai. Il tentativo di un accordo con il Pd si commenta da solo. E, tuttavia, giocate tutte le carte a disposizione, il leader pentastellato ha almeno detto di no al cosiddetto "governo del presidente", chiedendo nuove elezioni a giugno. Sul punto, invece, Salvini per ora nicchia. Domandiamoci il perché.

Che da questi due mezzi populismi - mezzi perché per l'altra metà abbondante compromessi con le forze sistemiche e la loro ideologia liberista - non ce ne venga fuori neppure uno minimamente decente, è un dubbio più che legittimo. Nondimeno, più del 50% degli elettori è lì che si è rivolto per colpire l'oligarchia, per uscire dall'austerità, per mandare a quel paese l'Europa. Un dato imprescindibile, che ci ha portato a pronunciarci per un governo M5S-Lega.

Le stucchevoli sceneggiate degli ultimi quaranta giorni sono comunque agli sgoccioli. Siamo ad un passo dal momento della verità. Quel momento riguarda soprattutto Matteo Salvini. Perché ormai i casi sono due e solo due: o elezioni subito (al massimo nella prima metà di luglio) o nascerà un governo tra la destra ed il Pd.

Vediamo il perché chiarendo tre punti sui quali la confusione regna sovrana. E regna perché mentre i media del regime fanno il loro sporco lavoro, sul web scarseggia la capacità di sfuggire ai luoghi comuni ed ai trucchi semantici diffusi dagli strilloni di lorsignori.

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ist onoratodamen

Delle elezioni o del trionfo dell’ideologia dominante

di Giorgio Paolucci

Il vero capolavoro della classe dominante è l’essere riuscita a imporre la falsa idea secondo la quale il modo di produzione capitalistico è l’unico possibile

elezioni 2018Renzi, l’uomo immediato e d’azione che al suo esordio sulla scena politica nazionale era stato salutato dai commentatori e dagli analisti di regime come il nuovo che avanza, l’uomo della provvidenza che avrebbe finalmente impresso alla vita politica nazionale, e perfino europea, la svolta decisiva per portare il Bel Paese certamente fuori dalla crisi, contrariamente a tutte le aspettative dell’esordio, il quattro marzo scorso è finito nella polvere. E’ affondato lui e con lui anche Il Pd che chissà per quale arcana ragione è stato considerato, e per molti continua ancora a essere, un partito di sinistra nonostante, sin dalla sua nascita, sia stato fra gli interpreti più coerenti dei desiderata di sua maestà il capitale. Riformista sì, ma non nel senso della socialdemocrazia storica – quella, per intendersi, dei Bernstein, dei Kautskj o di Turati - ma del liberismo più ortodosso secondo cui il capitalismo è l’unico modo di produzione possibile della ricchezza e il libero mercato il miglior regolatore della vita economica e sociale.

L’uomo immediato d’azione non è spuntato dal nulla e intanto ha potuto conquistare il Pd in quanto a sua volta imbevuto della stessa ideologia della classe dominante che ha ispirato la politica di questo partito sin dalla sua fondazione. Nel condurlo alla disfatta vi ha messo certamente del suo obbedendo ciecamente al gruppo di potere che ne ha sostenuto l’ascesa; ma fare di lui l’unico artefice della miserabile fine della sinistra, come capita di leggere in questi giorni, è confondere una comparsa con l’interprete principale.

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La radice quadrata della transizione

Riflessioni sull’Italia del 4 marzo

di Luca Cangemi

Il contributo del compagno Luca Cangemi alla discussione aperta in Marx21.it sul risultato delle elezioni del 4 marzo

cartelloni elettorali vuotiProblemi di stile e di metodo.

C’è una sola cosa peggiore dei risultati elettorali delle forze comuniste ed anticapitalistiche di quest’ultimo decennio: il dibattito sui risultati stessi. Credo che ci sia una questione preliminare di stile e di metodo. È necessario uno stile caratterizzato dall’umiltà e dalla problematicità. La sconfitta politica, sociale, organizzativa si accompagna in tutta evidenza e naturalmente ad una inadeguatezza teorica. Una inadeguatezza teorica che non attiene tanto alle categorie che ci consegna la tradizione comunista (che anzi restano, su molti versanti, di straordinaria utilità) quanto all’uso che di esse viene fatto.

Questa inadeguatezza va superata ma avendo piena coscienza del fatto che sarà compito né breve né facile. In questa condizione giudizi troppo assertivi o peggio liquidatori non fanno fare alcun passo avanti. Dobbiamo lavorare per approssimazioni, valorizzando il nucleo di verità interna che vi è in ogni punto di vista, anche il più lontano. E dircelo.

Sul piano del metodo dobbiamo recuperare le essenziali coordinate spazio-temporali. C’è un problema con il passato, anche quello più recente. La presentificazione della realtà e il culto dell’evento sono tenaci quanto disastrose eredità della globalizzazione capitalistica e del pensiero postmoderno, caratteristiche non solo del senso comune ma anche di tanti interventi nel dibattito della sinistra comunista.

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ilpungolorosso

Dopo il 4 marzo: in cammino verso l’ignoto. Purché a destra

di Il cuneo rosso

elezioni“Noi non siamo anti-sistema. È il sistema che
è venuto giù da solo. Noi gli abbiamo dato
soltanto una piccola spinta.”  (Beppe Grillo)

In molti hanno definito il 4 marzo un passaggio d’epoca. È un’esagerazione. Le epoche storiche non cominciano né finiscono a mezzo schede elettorali. Ma un fatto è certo: le recenti elezioni segnano la meritatissima fine della seconda repubblica. Meno ovvie sono le cause di questo terremoto politico-elettorale, e soprattutto le sue conseguenze.

 

Le cause interne

La causa principale dei risultati del voto, e del non voto, del 4 marzo sta nel vasto e acuto malessere sociale che si è espresso omogeneamente da nord a sud contro Pd e FI, le forze politiche prime responsabili dei duri sacrifici imposti negli ultimi 25 anni sia ai proletari che a parte dei ceti medi.

Partiamo dal non voto, che è stato in genere oscurato. Va invece rimarcato che l’astensione è, nel complesso, cresciuta di altre centinaia di migliaia di unità, raggiungendo il 27% (poco meno di 14 milioni). La Lega e il M5S hanno riportato ai seggi, con la loro propaganda, milioni di astenuti. La Lega deve quasi il 30% del suo voto a questo richiamo, il M5S il 19,5% – a conferma del carattere mobile di parte almeno delle astensioni. Tuttavia il totale degli astenuti è ulteriormente aumentato, soprattutto per il passaggio al non voto degli elettori del Pd, anzitutto operai.

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nuvole

Prospettive di un (possibile) soggetto politico delle classi subalterne

di Federico Repetto

c501ad83a9b9e12552b5684ed140ccc3 XL1. Quando la democrazia parlamentare non sa recuperare al suo interno i movimenti, la democrazia stessa entra in crisi

Il risultato elettorale delle politiche del marzo 2018 è solo l’ultimo strascico del disastro che ha seguito la mancata risposta della sinistra istituzionale e delle élite dirigenti del paese ai movimenti, pragmatici e niente affatto millenaristici, dei millennials, per il rinnovamento dell’università, per l’acqua bene comune, contro il precariato, contro il nucleare, contro la devastazione ambientale, ecc. Lo stesso statuto del Pd, mettendo nelle mani la carica di segretario ai cittadini non iscritti al partito (e potenzialmente condizionabili dai media mainstream), metteva fuori gioco ciò che restava della base dei militanti, e insieme i contatti coi territori e coi movimenti che questa poteva fornire.

Si è ripetuto almeno per certi versi lo schema degli anni ’70, quando una parte della classe dirigente, sinistra in testa, aveva capito che la risposta al millenarismo rivoluzionario di allora doveva essere una serrata stagione di riforme sociali, ma la resistenza conservatrice dell’establishment alle riforme, la criminalizzazione dell’idealismo rivoluzionario e oscure trame interne e internazionali condussero alla stagione del terrorismo e della fuga nel privato. Questa volta però una diretta e pesantissima responsabilità tocca anche alla sinistra istituzionale, e cioè essenzialmente al Pd: non ha saputo/voluto mettersi in relazione coi movimenti e ha fatto da scendiletto del governo Monti, paracadutato dalla Ue. I risultati sono stati, più ancora che la fuga nel privato, l’emigrazione all’estero, o dal sud al nord, dei nostri laureati, l’indebolimento cronico dei movimenti o la loro normalizzazione dentro il M5S, e, infine, il successo elettorale di quel partito e l’astensione di molti giovani.

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sinistra

Idee per una sinistra nazionale e popolare

Ugo Boghetta, Carlo Formenti, Mimmo Porcaro

Quella che segue è la traccia per la discussione dell’assemblea autoconvocata “Per una sinistra nazionale e popolare”che, su iniziativa degli autori, si terrà a Bologna il 15 aprile 2018, presso l’Hotel Allegroitalia, viale Masini 3 / 4, alle ore 10

CGR1

Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato un quadro politico davvero nuovo. Il disagio, il rancore, la rabbia prodotta dalle politiche liberiste hanno rotto i vecchi equilibri e premiato M5s e Lega, ovvero quei populismi dati frettolosamente già per già spacciati. Tuttavia, la scomposizione e ricomposizione delle forze è solo agli inizi. Qualunque soluzione venga data al rebus della formazione del governo, essa non potrà che acuire i problemi. Un’ improbabile riedizione del patto del Nazareno approfondirebbe il solco tra l’elettorato ed il vecchio sistema politico. Un governo Lega-M5S farebbe esplodere le contraddizioni con Bruxelles, oppure le sposterebbe all’interno del governo e di ciascuno dei due partner. Un qualche governicchio di transizione, premessa di turbolenze future, sarebbe comunque schiacciato tra le urgenze dell’Unione europea e le impazienze popolari. Non c’è soluzione alla “questione italiana” perché nessuna delle forze in campo ha la volontà o la capacità di metter mano all’ormai ineludibile programma di ripubblicizzazione dell’economia e di piena occupazione, e di scontrarsi su questi punti definitivamente con Bruxelles, fino alla rottura. Non il PD né Forza Italia, ovviamente. Ma nemmeno il M5S a guida Di Maio, che ha già rassicurato gli investitori internazionali; e neppure la Lega, che vuol sostituire il liberismo bavarese con quello lombardo. Non si può uscire fruttuosamente dall’Unione europea (posto che lo si voglia) se si riduce il ruolo della politica alla lotta agli sprechi, se si vuole la spesa pubblica per appropriarsene privatamente, se si continua a volere la flat tax, le privatizzazioni, lo stato minimo.

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nuvole

Considerazioni sulle ultime elezioni

di Guido Ortona

sposaventoUna premessa. Mi pare che i problemi su cui deve riflettere chi aspira alla rifondazione della sinistra (perché di questo si tratta, dopo le ultime elezioni) siano quattro, e cioè

1) le ragioni storiche della crisi della sinistra tradizionale;

2) le ragioni della sconfitta della sinistra “qui ed ora”;

3) le ragioni del perché molti vedono nei 5s, e anche nella Lega, i soggetti che possono meglio interpretare le proposte tipiche della sinistra (a partire dal welfare);

4) che fare.

C’è chiaramente di che fare tremare le vene ai polsi; ma molti di noi “vecchi di sinistra” (cosa diversa dalla “vecchia sinistra”) hanno pensato a questi problemi, e quindi ha senso riferire su ciò che si è pensato. Prima però una premessa: ciò che dirò -e, credo, ciò che diranno gli altri colleghi e amici di Nuvole – sarà necessariamente generico e provvisorio. Generico perché ciascuno dei punti citati dovrebbe essere (e in effetti è) oggetto di studi molto approfonditi da parte degli scienziati sociali competenti; provvisorio perché non va dimenticato che stiamo vivendo in un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive, per usare la terminologia marxiana, ovvero della tecnologia, per usare quella corrente, procede a ritmi frenetici; e lo stesso vale per i cambiamenti ambientali e per i metodi (e le probabilità) di nuove guerre. Per fare un esempio, tutte le analisi previsionali fatte fino a quarant’anni fa sono inevitabilmente errate, dato che non consideravano l’esistenza di internet.

Cominciamo.

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Il prossimo governo? Solo promesse da rimangiare…

di Dante Barontini

salvini dimaioNon vi illudete, non ci sarà nulla da redistribuire.

Pausa di riflessione pasquale, in attesa delle consultazioni di Sergio Mattarella per formare il nuovo governo. Pivot di qualsiasi combinazione possibile sono ovviamente la Lega e i Cinque Stelle, i “vincitori” della disfida elettorale. Impensabile un governo senza loro due, molto difficile trovare la quadra per un governo con dentro entrambi.

Il nodo vero non sono le intenzioni e i “magheggi” di Salvini e Di Maio, ma quel che saranno costretti a fare, in totale contrapposizione con le promesse elettorali che li hanno portati in cima alla piramide. In estrema sintesi, Salvini ha giurato che “straccerà la Fornero” (la legge, ovviamente) e interverrà sul sistema fiscale applicando un flat tax, ovvero una tassa sostanzialmente uguale per tutte le fonti di reddito (salari, profitti, rendite finanziarie, ecc). Di Maio ha a sua volta garantito che abbatterà i “costi della politica” e introdurrà il reddito di cittadinanza.

Tralasciamo qui l’analisi puntuale alcune di di queste misure, che abbiamo già espresso in molte occasioni (una tassa uguale per tutti è un premio favoloso soltanto per i più ricchi, il reddito di cittadinanza grillino è in realtà un obbligo ad accettare qualsiasi lavoro, eliminare quasi del tutto i “costi della politica” significa consegnare i parlamentari completamente nudi alle “offerte” delle lobby, ecc) e concentriamoci invece sulla realizzabilità di queste misure all’interno del quadro istituzionale ed economico esistente.

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contropiano2

GTT Torino, dietro la rivoluzione Appendino solo tagli

Ecco i motivi che ci costringono al conflitto

di RSU USB Lavoro Privato GTT Torino

PULLMAN GTT 72 BARRATOLa crisi finanziaria dell’azienda che garantisce il trasporto pubblico urbano ed extraurbano nel torinese, GTT, quasi 5mila dipendenti, è una delle maggiori patate bollenti che Chiara Appendino ha trovato sulla sua scrivania di sindaca eletta ormai quasi due anni fa. Problema aggravato da un’inchiesta della magistratura che l’anno scorso ha colpito i vertici societari, accusati di un falso in bilancio da circa 20 milioni di euro. Ma da gennaio, con l’approvazione del piano industriale 2018-2021, per la sindaca Appendino è iniziata la ‘Rivoluzione GTT’. “Ecco come rilanciamo il trasporto pubblico” è il sottotitolo dell’articolo pubblicato dalla sindaca sul suo blog, con tanto di video esplicativo di un minuto, hasthtag (#Torinoriparte) e citazione finale a effetto: “Le persone che dicono ‘non si può fare’ sono parte del problema. Anzi sono esse stesse il problema” (Mikael Colville-Andersen).

Centinaia di nuovi mezzi, una riorganizzazione delle linee al servizio del cittadino, un miglioramento della qualità dell’aria grazie ai nuovi tram e ai bus ecologici sono i punti su cui l’amministrazione 5 Stelle centra la presentazione del piano. PuntoCritico ha analizzato il piano per capire se sia effettivamente tutto rose e fiori.

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