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La destra "fa società" con la paura. La sinistra non c'è
di Massimo Ilardi
«Saremo inflessibili nei confronti di chi non rispetta le regole»: lo hanno gridato continuamente sia Rutelli che Alemanno duranta la campagna elettorale dello scorso anno per l'elezione del nuovo sindaco di Roma. Su questo l'inciucio è stato perfetto. E seguita ad esserlo. Divieti, controlli, ossessione sulla sicurezza, demonizzazione del conflitto: oggi è solo così che si tenta di ricreare quei legami sociali spezzati da una società del consumo e da un paese diviso atavicamente in fazioni e che ha nel suo Dna l'assenza di senso dello Stato. Eppure il vecchio sistema dei partiti e la sua classe dirigente, nati dentro una guerra civile, avevano trovato gli antidoti per combattere la frantumazione sociale: producevano politica, organizzavano opposizioni reali, sapevano rappresentare il conflitto.
Il fatto è che all'avvento del primato del mercato non ha corrisposto una generazione politica all'altezza della prova: mantenere la politica al suo posto di comando. Qui e solo qui sta il declino italiano. Il "fare società" attraverso la scorciatoia del proibizionismo delle norme, che si pretende tra l'altro di erigere a comportamento morale, è l'ultimo ritrovato di una classe politica che ha drammaticamente fallito nel suo compito di governare il paese perché non possiede né autorità, né prestigio. Da qui il primato dell'economia e del diritto sulla politica che tende a scomparire: dove tutto è normalizzabile tutto è governabile. E così mentre, a livello nazionale, si cerca il modo di tornare a proibire o a ridimensionare la legalità dell'aborto, a fare ancora qualche pensierino sulla cancellazione del divorzio, a ripristinare nelle scuole il primato del voto di condotta, a prendere le impronte digitali alla popolazione Rom, a organizzare ronde militari per la città e a vietare di fumare, andare liberamente allo stadio, farsi gli spinelli, prendere la residenza senza un lavoro, praticare il nomadismo e il commercio di strada; a Roma, oltre a tutto questo, si impedisce agli immigrati di lavare i vetri delle macchina, si nega di vendere la sera alcolici da asporto, si propone di mettere telecamere nelle scuole e sui mezzi pubblici, si studia come organizzare una centrale di vigilanza e di controllo su tutta la città.
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La democrazia messa a nudo
di Carlo Donolo
1. Il populismo è la democrazia senza la costituzione. Senza diritti, regole, contrappesi e poteri divisi. Soggetti sociali, che accettano e apprezzano la propria minorità, delegano in bianco a “fare le cose” un decisore che “renda loro giustizia”. È una drastica semplificazione dei processi istituzionali e rappresentativi, una versione caricaturale della democrazia: domina il sorìte, il numero, la maggioranza. Non è la prima volta che succede, anzi nella storia della democrazia questa versione dimidiata e tendenzialmente autoritaria è ricorrente nelle fasi di crisi e di disorientamento. Ma dobbiamo accettare intanto un’implicazione di ciò che ha rivelato il risultato elettorale: la democrazia ha vinto con i numeri e tali numeri sono mossi in primo da un meccanismo di imitazione invidiosa (il rancore di cui parla A. Bonomi, senza peraltro spiegare quanto di illusorio, di autoinganno e di autoassolutorio esso contenga).
Quale popolo si esprime in questa maggioranza? Sebbene le componenti siano diverse, e non poche siano state le frustrazioni anche delle componenti moderate e progressiste indotte a scegliere la soluzione più semplicista e più drastica, l’elemento dirimente è il manifestarsi del popolo qual è. Ovvero quale risulta essere dopo essere stato plasmato da successive ondate di modernizzazione: nella dimensione del benessere materiale e acquisitivo e nell’esposizione alla cultura di massa. Nella sua cultura c’è una componente trash molto marcata, come risulta dal linguaggio che è stato sdoganato anche in politica, dalla rinuncia alle buone maniere, dalla preferenza per una volgarità ostentata, per lo stile da avanspettacolo o da convention. Il kitsch è l’elemento unificante tra rappresentati e rappresentanti. È scomparso l’elemento borghese nella classe dirigente e ciò ha legittimato il plebeismo di tutti.
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La sinistra secondo Massimo D’Alema
O è subalterna al riformismo o è inutile
di Dino Greco
In un’intervista a Piero Sansonetti del 30 luglio scorso, Massimo D’Alema, impegnato a contrastare la solipsistica (e autolesionistica) presunzione con cui Walter Veltroni aveva reciso ogni rapporto alla sinistra del PD, svolgeva il seguente ragionamento. Il PD è l’erede del più fecondo patrimonio politico e culturale del PCI: il riformismo. Il PRC, soprattutto quello uscito da Chianciano, rappresenterebbe invece la vocazione minoritaria, la fuga nell’estremismo protestatario, sterile di politica, unito all’arroccamento identitario, figlio di un’altra storia che, in ogni caso, del più grande partito comunista dell’occidente fu la parte più caduca.
Al contrario, D’Alema è propenso a concedere una chance al PRC purchè esso sia disposto ad interpretare il ruolo di una sinistra “compatibile”, enzima edulcorato, stimolo di un centrosinistra rigorosamente imperniato sul PD, utile soltanto in quanto necessario ad evitare che quest’ultimo sia ricacciato nel ruolo duraturo di una strutturale opposizione. Insomma, un PRC visto tutt’al più come contrappeso alle pulsioni più moderate che albergano nel partito di Veltroni. Ma niente di più.
La sinistra, per D’Alema, o è subalterna ad un disegno riformista o non serve a niente.
Ora, alla disinvoltura con cui D’Alema avoca a sé la migliore tradizione comunista si dovrebbe rispondere che non c’è identitarismo più sterile e malato di quello che si nasconde dietro il termine “riformismo”, artifizio letterario verso il nulla, scorciatoia verso la più indeterminata delle formule: la modernità, vero equivoco ideologico. O, per meglio dire, espressione della sudditanza ad un pensiero e ad una pratica politica essi sì ossificati, perché interamente racchiusi nella realtà data, assunta come immutabile nelle sue strutture portanti. Un pensiero di risulta, parassitario, rinunciatario, capace solo di mitigare, correggere, blandire lo stato di cose presente: è il “menopeggismo”, fatalmente nemico non solo del comunismo, nel senso marxiano del termine, bandito dalle categorie dalemiane come un’aporia, ma refrattario ad ogni ipotesi di radicale trasformazione.
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Perché Abbiamo la Testa Piena di Elefanti, Padri Severi ed altri Fantasmi
Un esercizio di logica dell’argomentazione
di Girolamo De Michele
Trascrizione della lezione aperta tenuta a Ferrara, Piazzetta Municipale, 11 novembre 2008, ore 17.00
1. George Lakoff in nuce, ovvero: perché non è possibile non pensare all’elefante fucsia (e neanche a Maurizio Gasparri).
Prima di cominciare, vorrei chiederVi di sottoporvi a un breve esperimento mentale. Qui davanti a me c’è una sedia vuota: vi chiedo di non pensare, per 15 secondi, che a questa sedia siano seduti un elefante fucsia e Maurizio Gasparri. Potete pensare a qualsiasi altra cosa, ma non all’elefante e a Gasparri.
[seguono 15 secondi di silenzio]
Fatto? Bene: vedo dalle vostre facce che non ci siete riusciti. Non per mancanza di volontà: non era possibile che ci riusciste.
La prima parte di questa lezione è la spiegazione del perché. Per brevità farò affermazioni apodittiche, di cui mi scuso: in prossime occasioni [o utilizzando la bibliografia in appendice, n.d.a.] potremmo forse approfondire questi argomenti.
Quando parliamo, i nostri linguaggi riflettono la nostra visione del mondo. Questa visione si concretizza in insiemi concettuali, o frame, che veicolano una metafora: usare un linguaggio che riflette la propria visione del mondo è ciò che George Lakoff chiama framing. Queste metafore si radicano nel profondo della nostra mente, ed hanno la caratteristica di rimanervi anche quando i contenuti che veicolano sono andati via. Lakoff sostiene che il radicamento è addirittura sinaptico: possiamo dubitarne, ma non è poi necessario arrivare a questo livello neuro-linguistico per accettare il fatto che le metafore restano anche quando i contenuti sono andati via. Come l’immagine dei due animali che vi ho messo davanti agli occhi, e che non andava via anche quando voi cercavate di non pensarci.
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La rivoluzione berlusconiana
di Alessandro Leogrande
In questi mesi il governo Pdl-Lega porterà a termine la propria riforma della giustizia, realizzando uno dei capisaldi della “rivoluzione berlusconiana”, elaborato già nella prima metà del decennio passato quando Berlusconi decise di scendere in campo non solo per sbarrare la strada ai “comunisti”, ma anche, via via, alle toghe rosse, a Mani pulite, alla “casta delle procure” che avevano sovvertito e avrebbero continuato a sovvertire la democrazia italiana. Sanare questo tumore, ricondurlo all’ordine, cioè alla posizione che occupava prima di Tangentopoli, è da sempre uno degli obiettivi del berlusconismo. Chi ha pensato negli anni, e ultimamente fino all’approvazione del lodo Alfano, che Berlusconi si occupasse di giustizia solo per regolare e anestetizzare i processi che lo riguardavano, si è mostrato miope.
C’è sicuramente del “personale” in tutto questo, e il Cavaliere ha sempre gridato alla persecuzione giudiziaria, all’accanimento di alcune toghe nei suoi confronti. Ma c’è anche qualcosa di più, molto di più: ridurre l’autonomia della magistratura, farne un ente alle dipendenze dello strapotere governativo risponde a interessi più vasti che si riconoscono nel berlusconismo e da esso si sentono protetti. Tale mossa è in piena sintonia con le pretese del partito degli avvocati, trasversale a tutto il centrodestra, che in questi anni è diventato una potente lobby parlamentare. Non è solo una mossa difensiva, risponde a un preciso impianto ideologico. E qui la parola “ideologia” è usata nel senso più strettamente filosofico: visione del mondo e delle sue cose, ed elaborazione di una teoria politica che sia sulla stessa lunghezza d’onda.
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Oltre l'ossessione del berlusconismo
Guido Viale
L'uomo di Arcore è «solo» l'italica personificazione di un degrado mondiale. La versione specifica di una caduta umana, da cui bisogna tentare d'uscire con un «movimento dal basso» che diventi «fatto politico»
A cavallo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso, in Francia, il pensiero radicale di sinistra aveva dato vita a una rivista dal titolo profetico Socialisme ou barbarie. Mai analisi storica è stata più pregnante: il socialismo non si è realizzato - e forse non avrebbe potuto realizzarsi mai - ed è sopravvenuta la barbarie. Quella in cui tuttI noi, insieme all'intero pianeta, siamo ormai immersi.
Come La lettera rubata di Poe, la barbarie è lì davanti ai nostri occhi; ma proprio per questo non la vediamo; e quando qualcosa colpisce la nostra attenzione, come i conflitti di interesse del presidente del Consiglio, la pornografia eletta a sistema di selezione della classe di governo, la truffa mondiale della Parmalat, l'invasione dell'immondizia, le tifoserie scatenate o il razzismo della Lega, tendiamo ad attribuirla a una specificità nostrana, come se il resto del pianeta fosse immune da cose simili o anche peggiori. Invece, fatte le debite proporzioni, i conflitti di interesse che hanno portato in Iraq e in Afghanistan Bush e i suoi accoliti fanno impallidire quelli di Berlusconi (con l'aggravante che negli Stati uniti non c'è nemmeno una magistratura che, nel bene o nel male, li abbia messi sotto accusa); l'improvvisa ascesa di alcune soubrette al governo del nostro paese non sono che una versione sporcacciona dell'ascesa che potrebbe portare un «pitbull con il rossetto» a rovesciare un pronostico elettorale dato ormai per scontato; le truffe perpetrate dal sistema finanziario degli Stati uniti giganteggiano di fronte a quelle di Parmalat, Cirio, Banca di Lodi o Alitalia; la spettacolarizzazione che trasforma in successi gaffe e flop interni e internazionali di Berlusconi fanno scuola nel mondo.
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La sanguinosa battaglia di Genova
Nick Davies*
Traduciamo e pubblichiamo un articolo apparso sul quotidiano britannico The Guardian il 17 luglio a proposito delle sentenze sui processi per i fatti del G8 del 2001. L'articolo è di Nick Davies. Che cerca di trarre da Genova una lezione per tutte le cosiddette democrazie.
Era poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro. Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli. Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell’oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt’intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. La speranza di Covell era che gli agenti passassero attraverso la catena che chiudeva il cancello principale senza più occuparsi di lui. Se fosse andata così, avrebbe potuto alzarsi e correre oltre la strada, per cercare riparo nel centro di Indymedia, dove aveva passato gli ultimi tre giorni a scrivere sul summit del G8 e sulla violenta gestione dell’ordine pubblico. In quel momento, un funzionario di polizia si è lanciato su di lui e gli ha dato un calcio al petto talmente forte da comprimere verso l’interno l’intera parte sinistra della sua gabbia toracica e rompendogli una mezza dozzina di costole, i cui detriti hanno perforato la pleura. Covell, un metro e sessanta, è stato letteralmente sollevato dal pavimento e sbalzato in strada dal calcio. Ha sentito il poliziotto ridere mentre un pensiero si formava nella sua testa: «Non me la caverò».
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Prove d'opposizione
Rossana Rossanda
Finalmente un segnale inequivocabile di opposizione: è venuto dalle diverse fondazioni, che hanno raccolto lunedì scorso a Roma una folla di giuristi e costituzionalisti per dieci fitte ore di lavoro. Tenessero al centro, raccomandava Giuliano Amato ai politici che conludevano la giornata, il tema bruciante della deriva presidenzialista più che la legge elettorale. E se non tutti ne hanno seguito il suggerimento, il risultato è stato chiaro: non un pezzo del Parlamento ma un pezzo del paese ha messo alle verità berlusconiane dei paletti assai fermi.
I primi, e non solo a partire dal 14 aprile. Per esempio, anche ammesso che si diano più poteri al premier, devono essere bilanciati da più poteri delle Camere, oggi quasi esautorate; fra le conseguenze, via i premi di maggioranza. Oppure, si ciancia di variare la Costituzione? Va alzata la barriera posta dall'art. 138. E poi, più che parlare contro la politica, vanno date regole interne precise e verificabili ai partiti e al loro finanziamento, art. 49. E poi ancora, bisogna riflettere su sistemi elettivi troppo diversi (da comuni a regioni a camere), dare minore manovrabilità ai referendum. Infine è uscita la proposta di una legge elettorale «alla tedesca» che, più o meno d'obbligo per le europee del 2009, implichi uno sbarramento non superiore al 3%. E non solo. Quale legittimità ha la decretazione d'urgenza oggi in voga? Quale senso ha il corpaccio della finanziaria?
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Retoriche del disumano
Marco Revelli
Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
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Le gru del delirio del cemento armato a Roma
Paolo Berdini
Qualche giorno fa, l'ex assessore all'urbanistica di Roma ha querelato Report di Milena Gabanelli per il servizio sull'urbanistica romana firmato da Paolo Mondani. Nella memoria che accompagna la querela si contesta nel metodo la trasmissione perché affermava di voler parlare del nuovo piano regolatore e ha fatto invece vedere vicende precedenti al 2006, anno di approvazione del nuovo piano. Eppure è lo stesso assessore ad affermare che il nuovo Prg «è stato già attuato al 77%». Nella stessa memoria si citano inoltre come successi cose inesistenti. Si dice che le cubature previste nelle centralità urbane sono state ridotte in modo drastico. Non c'è stato nessun regalo alla rendita fondiaria, dunque. Ma non è vero. Le due più grandi centralità ancora da attuare, Romanina e Madonnetta, nel precedente piano regolatore servivano per costruire un liceo o un ospedale. Il nuovo piano regolatore le ha trasformate da pubbliche a private. Le volumetrie sono state diminuite ma comunque sono state garantite enormi fortune private.
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Anime nere
di Piergiorgio Giacchè
...dentro l’urne,
è forse il sonno della morte men duro?
Com’era, “O Roma o morte”? Stavolta è andata male. Sarà che Veltroni non è Cavour e che Rutelli non è Garibaldi. Sarà che a sinistra non si ode da tempo nessuno squillo di tromba. Sarà che l’assalto dei nostri Prodi è andato come è andato… Ma ormai non si può più sparare sulla croce bianca e la bandiera rossa. Ci hanno fatti neri, e non è più questione di camicia ma di anima.
Dire “lo sapevamo” davvero non si può, perché in realtà lo sapevano tutti. Non c’è nel corpo elettorale nessuno, votante o astenuto, che non lo sapesse. Da noi si vota o non si vota con la stessa identica consapevolezza: vince chi ha già vinto e comanda chi già comanda. E non vuol dire che la gente sia scoraggiata, ma invece proprio su questa certezza si basa e si incoraggia perfino l’indecisione elettorale. Chi non vota non lo fa per protesta ma per carattere: si tratta soltanto di farsi gli affari propri in latitanza invece che mettendosi in evidenza.
Nessuno più si astiene per mandare un messaggio diverso, per dichiarare la sua disaffezione o la sua disillusione. Da tempo, da noi, nessun elettore si può dire affezionato e nessuno si è mai ragionevolmente illuso.
Tutti dunque sapevano come sarebbe andata a finire, perché era già finita, con tanto di risultati scontati prima della conta. E non si sta parlando dei sondaggi ma dell’assenza di miraggi (già prospettive o addirittura utopie) che caratterizza il mercato e lo spettacolo della politica.
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Un piano inclinato chiamato Italia
Marco Revelli
Solo uno sguardo esterno, si direbbe, può ormai vedere e denunciare il degrado civile e morale del nostro Paese. C'è voluta l'Onu, nella persona dell'Alto Commissario per i diritti umani Louise Arbour, per dirci che il decreto legge sulla sicurezza e il reato d'immigrazione clandestina sono un obbrobrio giuridico. Come c'era voluta una parlamentare europea, Viktòria Mohacsi, di origine rom, a capo di una commissione d'indagine, per dire che quello che si stava compiendo in Italia aveva un nome atroce e antico, pogrom.
E che la situazione nei campi nomadi italiani «è orribile», fuori da ogni standard civile. E come c'era voluta, ancora una volta, un'autorità comunitaria per qualificare le decisioni del governo Berlusconi prese a Napoli sul problema dei rifiuti per quello che sono: pericolose, demagogiche, autoritarie e inefficaci. Prima ancora erano stati gli spagnoli, a ricordarci il significato di termini come razzismo e xenofobia.
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Prima che sia troppo tardi
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
1. I conti tornano
Le elezioni politiche dell’aprile 2008 segnano un momento importante nella storia del nostro paese. Si tratta della fine della sinistra in Italia. Nel Parlamento italiano uscito da quelle elezioni non è presente nessun partito che si definisca, o possa essere definito, come “sinistra”. Non si tratta di un fatto congiunturale. Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali, culturali che si definiranno “sinistra”, e può anche darsi che tornino ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla natura essenziale della sinistra stessa.
Come abbiamo cercato di mostrare ne "La sinistra rivelata” [1], la sinistra è stata caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio “sviluppo ed emancipazione”: è stata cioè la parte politica, sociale e culturale che ha lottato per l’emancipazione dei ceti subalterni promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo” rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono.
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Dolce stil novo
Rossana Rossanda
A che servono le imprecazioni? A niente, salvo che a dare uno sfogo ai nervi di chi vi si abbandona. Ebbene stavolta lo farò io. Ho un'età venerabile e sono fuori di me per quel che succede da tre giorni in qua. Fossero infuriati tutti, o almeno un italiano su due, capirei. Ma no, quel che manda me fuori dei gangheri scivola tranquillo su tutti o quasi. Specie sull'opposizione. Il che non è l'ultima ragione di collera. Quindi non le sole note concettose e noiosette, ma uno sfogo furibondo.
Sono tre giorni che di notizie stupefacenti ne arriva una ogni mezz'ora. Cominciamo dal metodo. Prima riunione del governo nel Palazzo reale di Napoli. So bene che aveva cominciato il governo Prodi andando a Caserta. Scopo? Essere vicini alla gente del sud. Ma non mi pare che i casertani ne fossero stati coinvolti e rapiti. Stavolta poi Napoli era blindata, Berlusconi vi è entrato come un conquistatore, e guai a chi si avvicinasse. Unici a vederlo, i giornalisti accreditati alla conferenza stampa.
Arrivo, consiglio, partenza. A ogni buon conto, popolo niente. Che senso ha avuto e quanto è costata questa esibizione, compresi viaggi, pasti, trasferte, transenne e polizia, stavo per dire carri armati e mezzi di sbarco, lucidature extra del Palazzo Reale? Spero che un deputato lo chieda. Spero che un gruppo di deputati voti coralmente una mozione che impegni i ministri a riunirsi a Palazzo Chigi, recandovisi possibilmente in autobus, limitando le forze dell'ordine alle sentinelle che ci sono sempre. E che interdica ai futuri governi della Repubblica di farsi una per una tutte le regge d'Italia che, data la storia nazionale, sono troppe.
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La verità messa in scena
di Vladimiro Giacché
Giornali e televisioni ci offrono quotidianamente un'ampia fenomenologia della menzogna. La verità viene attaccata, negata e contraddetta nei modi più diversi. Può venire mutilata (come quando si parla delle foibe tacendo i precedenti crimini di guerra commessi dall'esercito italiano in Jugoslavia) o semplicemente rimossa, può venire capovolta o essere semplicemente imbellettata facendo uso di definizioni che distorcono il significato degli eventi (come quando si definisce la guerra "operazione di polizia internazionale"). Tutte queste modalità di negazione della verità sono importanti. Ma forse è la verità messa in scena quella che meglio esprime il nostro tempo.
Un tempo le verità inconfessabili del potere potevano agevolmente essere coperte dal segreto (gli arcana imperii). Oggi, nell'epoca dei mezzi di comunicazione di massa e della politica mediatizzata, il silenzio e il segreto sono armi spuntate.
Perciò, quando serve (e serve sempre più spesso), la verità deve essere occultata o neutralizzata in altro modo. In particolare sostituendo una realtà virtuale a quella reale: offrendo versioni di comodo dei fatti, dando il massimo rilievo a questioni di scarsa importanza (così da distrarre l'attenzione dai problemi reali), inventando pericoli e nemici inesistenti per eludere quelli veri.
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