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UNA CRISI ANNUNCIATA
Italia: va tutto bene .... siamo rovinati
Giancarlo Lutero
C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus.Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo.Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese.
L'angelo della storia deve avere questo aspetto.
Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.
Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che sì è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo.
Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
[Walter Benjamin, Angelus Novus, Tesi di filosofia della storia]
L'angelo della storia di Benjamin, con il suo accumulo rovinoso di macerie e morti, si presta assai bene come suggestiva metafora della condizione attuale della dinamica del processo di riproduzione capitalistica nella provincia italiana dell'impero del capitale transnazionale, così come risulta anche dai dati ufficiali rilasciati dalle istituzioni statali. Un dettagliato resoconto ci è offerto dal Rapporto Annuale - La situazione del paese nel 2009 (scaricabile da http://www.istat.it/dati/catalogo) redatto con gran spiegamento di forze ogni anno dall'Istituto Nazionale di Statistica.
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L'Inps censura le pensioni dei precari e la Rete si rivolta
Cristina Maccarrone
LE DICHIARAZIONI DELL'INPS E LA "RIBELLIONE" DELLA RETE
Magari alla pensione non ci pensate perché non avete ancora trovato uno straccio di lavoro oppure è un pensiero che mettete da paraltte perché non sapete – visto l’andazzo – neanche se ce l’avrete. Eppure l’argomento è caldo e circola sulla rete, soprattutto dopo le dichiarazioni - riportate da Agoravox e riprese dal blog Conti in tasca di Blogosfere a cura di Eleonora Bianchini - da parte di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, Istituto nazionale di previdenza, al Corriere della Sera.
Quando gli è stato chiesto come mai, a differenza degli altri, i parasubordinati – per intenderci tutti coloro che lavorano con contratto a progetto, co.co.co., ritenuta d’acconto, partita Iva, contratto a prestazione occasionale – non potessero sul sito dell’Inps simulare la loro pensione futura, ha così risposto: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Come dire: meglio che i precari non sappiano a cosa vanno incontro.
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In cauda venenum [a Roma con la Fiom]
Franco Berardi Bifo
Il declino di Berlusconi sembra inesorabile. Ma nessuno di quelli che si prepara a sostituirlo pare intenzionato a lavorare per redistribuire la ricchezza. Ecco perché l'appello della Fiom per il 16 ottobre è quanto mai necessario.
Per quanto sia difficile dire quanto a lungo possa durare l’agonia, sembra comunque probabile che il governo Berlusconi rotoli verso la fine. Cio’ non significa che sia esaurita questa storia di miseria morale, nullità intellettuale e devastazione sociale. Anzi penso il contrario. Per quanto orribile sia quel che il paese ha vissuto negli ultimi sedici anni penso che il peggio debba ancora venire. L’uomo che ha costruito il suo potere sulla corruzione sistematica è ora circondato da lupi il cui appetito è insaziabile. Lo sbraneranno. Per ora lo azzannano esitanti, poi subito si ritraggono, ma lo spettacolo si farà feroce non appena il tiranno sarà vicino a soccombere. La società assiste avvilita, ma il veleno inoculato da decenni sta facendo il suo effetto, e produrrà quel che deve produrre. Il coacervo di forze coalizzato dal regime è stato in equilibrio fin quando si è trattato di spartirsi le spoglie della rapina ai danni della società.
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Letame
di Augusto Illuminati
Il ruolo provocatorio assunto dai due organi casalinghi di Berlusconi, «Il Giornale» e «Libero» (i due carabinieri maneschi, mentre «Il Foglio» è quello buono) viene a volte ricondotto alla grande tradizione progressista statunitense dei Muckrakers di fine Ottocento e inizio Novecento. Niente di più erroneo. Quegli «spalatori di letame» denunciavano gli scandali e la corruzione delle amministrazioni locali e dei trust, nell’illusoria prospettiva di un capitalismo “puro” e magari sboccavano nel volenteroso comunismo di un Lincoln Steffens, mentre Feltri e Belpietro (a proposito, l’hanno poi trovato l’attentatore fantasma invisibile alle telecamere?) ricordano piuttosto le imprese dei fogliacci dell’estrema destra maurrassiana e collaborazionista francese degli anni ’30 e ’40, «Gringoire» e «Je suis partout». Curiosità: nella più sconcia delle campagne di calunnie, quella che nel 1937 portò al suicidio del Ministro degli Interni del Fronte Popolare, Roger Salengro, gli stereotipi diffamatori furono la passione per il ciclismo e l’accusa di omosessualità. Prodi e Boffo, rispettivamente, ne sanno qualcosa.
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Il dionisiaco low cost di Beppe Grillo
Nique la Police
A lungo ci si è interrogati, e altrettanto a lungo ci si interrogherà, sulla portata dei movimenti dionisiaci presenti nelle società contemporanee. Per dionisiaci, in una traduzione standard del concetto che ha origine in Nietzsche, si intendono i movimenti che trovano elementi significativi per il loro agire e per la loro identità nella costruzione di eventi organizzati deputati all’ ebbrezza e al distacco dal controllo delle passioni.
Il meeting di Cesena, a differenza di altri eventi organizzati dal suo movimento, ha proposto un Beppe Grillo di tipo nuovo. Quello che celebra su un palco un evento dionisiaco, di distacco dalla civilizzazione politica egemone e di liberazione di energie primarie, dopo la fase della protesta radicale. La stessa metafora del “volare”, espressa da Grillo per significare la distanza tra destra e sinistra, è caratteristica antropologica del dionisiaco (l’esser fuori dai legami della terra e del corpo) la cui lettura politica ha reso grande un autore che oggi andrebbe reinterpretato ovvero Karl Mannheim.
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Inception
di Augusto Illuminati
Wow! Abbiamo capito perché diavolo Veltroni volesse sempre recarsi in Africa. Apprendiamo infatti dal film che a Mombasa opera un misterioso chimico, capace di indurre con le sue droghe esperienze di sogni profondi in simultanea, talmente profondi che secondi sogni si annidano nei primi sogni e così via, sino a creare una realtà fittizia onirica da cui i dormienti mai vorrebbero svegliarsi. In quello stato è anche possibile realizzare una inception, l’innesto di un idea che viene fatta propria come nativa da tutti gli assopiti in collegamento. Questa idea, per Veltroni come nel film, dovrebbe essere la preferibilità di una scomposizione in settori di un impero piuttosto che la sua gestione aggregata. Una pluralità di correnti nel Pd è meglio di una qualche centralizzazione, visto che tanto il capo non è più lui. Astuto disegno, ma visto che l’intelligent design non regge come spiegazione evoluzionista, figuriamoci se funziona con walteruccio. Il quale poi, notoriamente, non va mai a vedere i film giusti e, se li vede, non li capisce, come risulta dalle sue malfamate recensioni d’antan.
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DAL VELTRUSCONI AL VELTRARCHIONNE
di Comidad
I media nei giorni scorsi hanno celebrato l'evento: Walter Veltroni ha finalmente rotto il silenzio. In realtà, già da molto prima di questa presunta rottura del silenzio, Veltroni aveva già rotto le scatole in ogni modo all'attuale segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. Sebbene oggi i media presentino il ritorno dell'ex segretario come quello di un Cincinnato, Veltroni non si è mai fatto veramente da parte ed ha continuato a comportarsi come se il capo fosse ancora lui, con gli atteggiamenti del padrone in viaggio che ogni tanto dà le istruzioni per telefono al maggiordomo; infatti ha continuamente lanciato a Bersani messaggi e avvertimenti che tendevano a screditare e boicottare ogni suo tentativo di ricucire le alleanze a sinistra. L'ottobre dello scorso anno, al super-privatizzatore Bersani era persino capitato di sentirsi ammonire da Veltroni a non ricadere in tentazioni socialiste.
L'attuale documento veltroniano, già firmato da settantacinque parlamentari del PD, ha il suo punto forte nella proposta - già di Mussolini ed Hitler, oltre che di Agnelli e Marchionne - del superamento dei conflitti sociali per giungere ad un "patto tra produttori".
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Padroni coltelli
La crisi di rappresentanza politica stavolta investe la borghesia
Contropiano
Appare evidente come la crisi politica e istituzionale in atto sia rivelatrice della crisi che si sta producendo anche dentro la borghesia italiana, ma la sinistra rischia di rimanerne subalterna
Le crescenti difficoltà del governo Berlusconi sono strettamente connesse alle conseguenze della crisi economica globale e alla divaricazione strategica che si è aperta dentro i poteri forti del capitalismo nel nostro paese.
In realtà questa divaricazione non è una novità degli ultimi mesi ma affonda le radici nella crisi della Prima Repubblica, nell’esplosione di Tangentopoli nel 1992 e nell’avvio del processo che ha portato all’Unione Europea. Occorre pertanto riconoscere due fattori accettati da sempre molto malvolentieri dal senso comune e dalla narrazione delle forze antiberlusconiane:
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Il nuovo razzismo è già vecchio
Anna Maria Rivera
Chi abitualmente analizza e denuncia le derive razziste di una società si espone, soprattutto in Italia, a un rischio consueto: quantunque il suo pubblico sia per lo più di sinistra – e, non per suo volere, selezionato e ristretto – le sue parole sono spesso archiviate come un’esagerazione isterica o come una debolezza intellettuale che lo/a indurrebbe a cogliere il «secondario». La strategia, spesso inconscia, che porta a rimuovere o minimizzare i segni, anche i più vistosi, del razzismo, mentre essi a mano a mano vanno accumulandosi, e a bollare «come oscurantista chi si ribella contro l’oscurità», per dirla con Theodor W. Adorno, è parte del problema.
Lo è soprattutto nel nostro paese, dove una sorta di negazionismo impedisce perfino di concettualizzarlo, di nominarlo e di riconoscerlo, il razzismo. Di conseguenza, neppure a sinistra l’impegno antirazzista è reputato degno di stare ai primi posti dell’agenda politica. Meno che mai si è capaci di concepire che per analizzare il tempo, la società e anche l’economia presenti – e per progettare il cambiamento – è d’obbligo affrontare il nodo del razzismo, attraverso il quale oggi si manifestano tanto le metamorfosi dello sfruttamento del lavoro – giunte a forme servili o quasi-schiavili – quanto la grave crisi democratica italiana.
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Tremonti: 8 punti per amministrare il declino
Pino Cabras
Che l’Italia debba passare anni terribili è ormai cosa certa. Vi basti l’intervista concessa dal ministro Giulio Tremonti a «la Repubblica» del 4 settembre 2010, che pure – bontà sua - si intitolava “L’emergenza è finita”. In una sorta di manifesto per la politica dei prossimi anni, uno degli esponenti più in vista delle classi dirigenti italiote riesce ad esprimere propositi che quando non sono banali e perciò inutili, sono contradditori, impossibili e perfino molto pericolosi.
Tremonti è uno che conta molto nel governo attuale, è in pole position per il dopo-Berlusconi, ed esprime propositi che sembrano essere largamente predominanti anche nel campo devastato della complice opposizione istituzionale. Perciò leggere lui significa leggere il punto di equilibrio fra le schegge della Seconda Repubblica e i tasselli della Terza in fieri.
Tralascio altre considerazioni, senza alambiccarmi in complessi ragionamenti politici, ora che Gianfranco Fini spariglia il quadro delle alleanze di governo e non siamo perciò a bocce ferme. Cerco invece di prestare la dovuta attenzione agli otto punti che Tremonti mette al centro dell’agenda politica per il Sistema Italia. Un sistema che vuole trasformare economicamente (anzi, lui dice «re-ingegnerizzare», io dico «dov’eri, nel frattempo in questi anni?», ma tant’è…).
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Materie prime, business, amazzoni e hostess. Ma lo spettacolo di Gheddafi è più italiano che libico
Nique la police
Fin dall’inizio degli anni ’90 era evidente che questa fase di globalizzazione, seguita alla caduta del muro e al riemergere del liberismo, avrebbe evaporato pratiche e strategie residui della vecchia diplomazia coloniale. Recentemente se ne sono accorti gli americani quando sono andati in Cina per il viaggio di Obama nel novembre 2009. Mai si sarebbero aspettati che il nuovo Kennedy subisse un vero e proprio interrogatorio, da parte dei cinesi, sullo stato dell’economia americana e persino sulla tenuta finanziaria della riforma sanitaria e dello stato federale della California (settori dove sono cospicui gli interessi di Pechino a causa del finanziamento del debito pubblico Usa a livello federale ma anche di singoli ).
E’ anche pacifico che il vertice di Copenhagen, come il G20, sia fallito perché i paesi Bric non riconoscono più il soft power diplomatico occidentale. Residuo dell’epoca della colonizzazione e della postcolonizzazione. Che non serve più alla Francia, che sta perdendo il ruolo internazionale del passato, e che permette, nel suo dissolversi, di liberare un ruolo alla Germania. Che si aggancia più a Pechino che a Washington e gli permette una egemomia in Europa che, per quando schizofrenica, era semplicemente impensabile nel recente passato.
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Chi muore giace, chi vive non si dà pace
di Augusto Illuminati
Clinicamente, afflitto da sindrome bipolare (oscillazione fra depressione ed euforia), con fissa per intrighi e servizi segreti. Politicamente, un fallito nei grandi progetti, con tratti criminali nella gestione repressiva degli eventi che sfuggivano al suo controllo. Questo fu Cossiga, cui togliamo le alterazioni grafiche per quella carità che il defunto non osservò nei confronti di Giorgiana Masi, quando ne attribuì l’assassinio a colpi vaganti sparati dai suoi compagni. Una delle tipiche rivelazioni menzognere, di cui (insieme alle tardive smentite) ha disseminato la scena giornalistica italiana nella sua inutilmente lunga vita. Gli elogi postumi di D’Alema, suo compagno di merende in Kossovo, e di qualche ex-terrorista in cerca di visibilità, lo definiscono meglio dell’unisono coro commemorativo bipartisan, venato peraltro di un certo sollievo. Non ci sarebbe molto da dire sul suo protagonismo minore rispetto ai veri leader della I Repubblica –De Gasperi, Fanfani, Vanoni, Mattei, Moro, Togliatti, Craxi– se intorno a lui non si fosse costruita una leggenda metropolitana, involontariamente alimentata anche dalla legittima indignazione per le sue pratiche poliziesche e di dossieraggio. Paolo Guzzanti, sì quello dell’affare Mitrokhin ma che trattiene un po’ del dna dei figli, ha scritto che Cossiga di servizi segreti non capiva un tubo.
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Il populismo mitologico di Berlusconi e quello vero di Orban
di comidad
Le crescenti difficoltà politiche in cui si dibatte Berlusconi hanno rilanciato le opinioni di quella parte della "destra antagonista" che si ostina, contro ogni evidenza, ad individuare in lui una sorta di campione dell'anticolonialismo, che non avrebbe esitato a favorire gli accordi dell'ENI con Putin e Gheddafi pur di salvaguardare l'indipendenza economica dell'Italia. L'argomentazione di questi estimatori dell'Uomo di Arcore si basa su un'osservazione iniziale di per sé fondata, e cioè che tutti i suoi avversari risultano avere evidenti legami internazional-coloniali; primo fra tutti Gianfranco Fini, santificato dalla stampa americana e con palesi frequentazioni sioniste. La falsa conseguenza che se ne ricava è che Berlusconi risulterebbe inviso ai poteri forti dell'Occidente, che vorrebbero eliminarlo appunto per il suo anticolonialismo.
In realtà, il fatto indiscutibile che Fini sia un amerikano ed un sionista, non implica affatto che non possa esserlo anche il suo attuale nemico Berlusconi. Una pratica comune del colonialismo è infatti quella di mettere in competizione i propri servi, ed è stato lo stesso Berlusconi ad aver manifestato questa gara di servilismo; ciò nel corso del suo viaggio in Israele, mentre intanto Fini era ospite a Washington, dove ha sede non solo il governo USA, ma soprattutto il Fondo Monetario Internazionale.
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La morte di Kossiga ci ricorda non solo i crimini di stato impuniti ma anche la vergogna di quanti – anche a sinistra – vollero farsi stato!
di Michele Franco *
Bene stanno facendo i vari siti di compagni e riviste di movimento a pubblicare foto e testimonianze che documentano il ruolo (infame) di anticomunista dichiarato e di assassino legalizzato incarnato da Francesco Cossiga.
Specie le nuove generazioni di militanti e di attivisti devono sapere che il Presidente Emerito della Repubblica Italiana è stato un attivo uomo di parte capitalistica il quale non si è fatto scrupolo, in alcuni tornanti della storia di questo paese, ad utilizzare tutte le armi possibili contro il movimento dei lavoratori, le sue avanguardie e contro chiunque osasse mettere in discussione lo status quo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale. Un ordine imperiale che incatenava l’Italia agli Stati Uniti, alla politica atlantica e al complesso dell’azione imperialistica a stellastrisce.
Non è un caso che, nella metà degli anni settanta, il nome di Cossiga era scritto sui muri delle città d’Italia con la K come l’Amerikano, tanto per citare un bellissimo film del regista greco Costa Gravas. E non è un caso che la denuncia contro la sua persona fu un cavallo di battaglia politico per quanti - comunisti e non solo - animarono le mobilitazioni contro le leggi liberticide di quegli anni le quali avviarono quella lunga ristrutturazione autoritaria dello stato, dei suoi apparati e dei suoi dispositivi normativi i cui ultimi esiti riverberano pesantemente ancora oggi.
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A "La Repubblica" piace il Tremonti privatizzatore
di comidad
Il segretario del Partito Democratico, Bersani, ha dichiarato che la formazione di un governo Tremonti potrebbe costituire una tappa necessaria per porre fine al berlusconismo (magari in attesa di un governo Fini). In effetti l'operazione politica in questione è stata preparata da un'intervista rilasciata dallo stesso Tremonti a "La Repubblica", in cui il ministro veniva santificato dall'intervistatore, che era uno degli esponenti più autorevoli del quotidiano, Massimo Giannini.
Il commento, ovvio, che è venuto spontaneo a molti è stato che, evidentemente, Bersani e "La Repubblica" pensano che persino uno come Berlusconi abbia il diritto di essere rimpianto. Non c'è dubbio inoltre che l'eventuale caduta di Berlusconi sarebbe presentata come una sconfitta del suo presunto "populismo", quindi ne deriverebbe un ottimo alibi per farla pagare a carissimo prezzo a quel popolo che - sempre secondo la fiaba imposta da "La Repubblica" - lo avrebbe idolatrato.
In realtà l'ultimo governo Berlusconi è stato già un governo Tremonti mascherato, dato che il ministro dell'Economia è colui che ha assunto tutti i provvedimenti significativi, lasciando al suo fantoccio/prestanome le leggi riguardanti questioni puramente ludiche e ad personam, come il legittimo impedimento, o la possibilità di continuare a dire sconcezze al telefono senza il timore di essere scoperto. Ma la vera impronta politica dell'attuale governo è consistita nell'accelerazione sfrenata delle privatizzazioni, cominciate con la Legge 133/2008 (il Decreto Tremonti, appunto), che ha regalato ai privati i patrimoni immobiliari delle Università e delle aziende idriche.
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