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Il razzismo istituzionale del governo
di Luigi Ferrajoli
Pubblichiamo la relazione del filosofo all'incontro «La frontiera dei diritti. Il diritto alla frontiera» organizzato a Lampedusa da Magistratura democratica, dal Medel e dal Movimento per la Giustizia
È con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate dall'attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa illegittimi, in violazione del diritto d'asilo, di migliaia di disperati che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle violazioni dei diritti e della dignità della persona negli attuali centri di espulsione, e più ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti vengono destinati; delle centinaia di morti, infine - fino alla tragedia dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni alla deriva - vittime della disumanità del nostro governo, immemore della lunga tradizione di emigrazione del nostro paese.
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Irresistibile attrazione
Scritto da Leonardo Mazzei
Perché alla sinistra italiana piace tanto Gianfranco Fini
Genova, festa del Pd, mercoledì 26 agosto. L’ex vicepresidente del Consiglio del governo della mattanza genovese del luglio 2001 torna sul luogo del delitto e rivendica: «So che molti di voi non apprezzeranno, ma sono stato soddisfatto per la sentenza della Corte europea: come italiano sono stato felice che il carabiniere sia stato inequivocabilmente assolto per legittima difesa».
Fischi? Contestazioni? Silenzio imbarazzato? Niente di tutto questo. Come ci informa il Corriere della Sera: «dalla platea della città di Carlo Giuliani parte un applauso. Neanche un fischio, una contestazione, un rumore di seggiola. Niente. Fini quasi non ci crede: “Mi fa piacere che applaudiate”».
Per Fini, Genova è stata un trionfo, una tappa del suo smarcamento virtuale dal Padrone di Arcore. E’ un percorso iniziato da tempo, che alla festa del Pd ha vissuto un’indubbia accelerazione. Si tratta di un fatto che suscita almeno tre domande. La prima: perché lo fa, qual è l’obiettivo politico? La seconda: perché lo fa adesso? La terza: perché alla sinistra piace così tanto?
Il percorso recente del “nero abbronzato”
Prima di provare a rispondere a queste tre domande, delle quali la terza è certamente quella più importante, conviene ripercorrere le vicende più recenti del “nero abbronzato” (la definizione, informano le cronache, circolava scherzosamente nella platea genovese) che ha sostituito il “Pavone sgonfiato” sullo scranno più alto di Montecitorio.
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Strage di Bologna: il depistaggio palestinese
Cosa dice davvero la tanto citata intervista a Ilich Ramirez Sanchez "Carlos"
Germano Monti
Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda ristrutturazione dell’assetto istituzionale del Paese, ripulire l’album di famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente la riscrittura della propria storia politica… naturalmente, se si è o si è stati fascisti.
Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati – più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche. Fra tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l’unica in cui è stata raggiunta una verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini, Fioravanti e Mambro.
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Perché non possiamo liberarci dalla mafia
Luigi Cavallaro
È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
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Crisi della politica, e della democrazia
di Alberto Burgio
In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata?
In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.
La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente.
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Lo spaventapasseri e la vera catastrofe
di Paolo Barnard
* le fonti dell’articolo in calce
Angelino Alfano e Joseph Cassano. Ovvero: lo spaventapasseri e la catastrofe, oppure, il fantasma degli idioti e la concretezza del vero male. Poi ci sono Giorgio e Laura. Parto da questi ultimi. Sono due lavoratori italiani (storie vere), licenziato il primo e cassintegrata con azienda in fallimento la seconda, padre separato lui e fidanzata lei. Laura è incinta di due settimane, lo avevano pianificato, ma ora il problema è duplice: manca il reddito sicuro e all’orizzonte sale lo spettro di una vita co.co.pro o peggio, visto che anche il compagno è precario. Questo getta su di lei l’ombra della decisione più tremenda: abortire? La depressione le sta annebbiando l’esistenza, nonostante i suoi 29 anni. Laura affronta oggi un naufragio di speranze prima ancora di averci potuto provare. Giorgio ha guai ancor più seri: un affitto e mezzo da pagare che non può più permettersi, e dunque la scelta forzata è la riunione sotto un unico tetto con l’ex moglie e la figlia. Ma ciò significa il ritorno nella stessa gabbia di due persone che si erano sbranate fino alla rottura, e già allora le conseguenze sulla piccola erano state pesantissime, fa pipì a letto e non parla più.
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Cronache di Bananaland
di Carlo Bertani
Ho da tempo affermato che non guardo più la televisione, ed è vero. Trovandomi, però, in vacanza in un luogo dove non giunge nemmeno il segnale per le comuni “chiavette” a banda (pressappoco) larga, ho dovuto “nutrirmi” delle verità delle due mamme, RAI e Mediaset.
La prima curiosità che mi ha assalito, è che stavo ricevendo notizie sul G8 organizzato da Silvio Berlusconi dalle emittenti di proprietà di Silvio Berlusconi, oppure controllate da Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio, dove si citavano giornali di proprietà della famiglia Berlusconi.
Prima domanda: è ancora l’Italia o siamo diventati il Bananaland?
La seconda, più che una domanda, è l’approfondimento di un’omissione che viene data per scontata: il presidente cinese Hu-Jin-Tao è dovuto tornare in Cina per la rivolta dei turcomanni del Xinjiang.
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Ucciderli da piccoli
di Valerio Evangelisti
Il metodo lo potremmo definire “ucciderli da piccoli”. Consiste nell’individuare gruppi di individui potenzialmente pericolosi, in quanto notoriamente ostili al sistema o a certi suoi aspetti, e incarcerarli o comunque angariarli in via preventiva, subissandoli di capi d’imputazione. Ciò in nome di lievi reati del passato prossimo o remoto, ingigantiti a livello di crimini colossali, oppure di reati non ancora commessi ma che potrebbero commettere in futuro.
E’ questa la linea adottata dal governo, con la connivenza di settori della magistratura (nessuno si illuda che tutti i magistrati siano dei Falcone / Borsellino: basti vedere certe cene sospette di loro illustri esponenti), dell’opposizione (?) e delle forze dell’ordine. Ne sono dimostrazione i 21 arresti di studenti dell’Onda di due giorni fa, e le perquisizioni in tutta Italia.
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Ragazze immagine
di Ida Dominijanni
Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo.
Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.
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Il Paese messo davanti allo specchio. Ma chi ha voglia di fare autocritica?
di Alberto Burgio
Siamo alla fine politica di Silvio Berlusconi? Molti sono pronti a scommetterci, e in effetti la fortuna sembra davvero voltargli le spalle. Come mai? Che cosa c’è di nuovo in quest’ultima storia, squallida e patetica, di donne «utilizzate» da un vecchio che non sa invecchiare (un «malato», per chi lo conosce), che l’ironia delle cose ha proiettato alla guida di questo Paese?
Non è la prima volta che Berlusconi inciampa in una grave disavventura, dopo lo “storico” avviso di garanzia recapitatogli – sublime coincidenza – mentre coordina a Napoli la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata. La sua intera vicenda è costellata di seri infortuni, solo in parte dovuti ai problemi giudiziari, alle leggi create per risolverli e all’enorme conflitto di interessi (il politico che opera a vantaggio delle proprie imprese che gli servono a consolidare il potere politico, in un circolo vizioso degno di una repubblica delle banane). L’insulto rivolto a Martin Schulz nell’aula di Strasburgo («La proporrò nel ruolo di un kapò») è rimasto emblematico, ma non basterebbe una pagina intera a ricordare tutti gli episodi incresciosi – o soltanto ridicoli – che l’hanno visto protagonista.
Nemmeno quest’ultima storia di baccanali è, a ben guardare, del tutto inedita. Si è appena consumata l’affaire Noemi.
Ed è ancora in progress la vicenda – a nostro parere ben più grave – delle amiche personali trasformate in parlamentari e ministre della Repubblica. Addirittura una semianalfabeta, presa di peso dalle retrovie di Forza Italia e spedita alla pubblica (e soprattutto privata) istruzione, a far danni all’università e alla scuola italiana, già stremate da decenni di pessime “riforme”.
Berlusconi non è solo un padrone prepotente e autoritario, mosso da un progetto politico arcaico. Non è soltanto un animale senza scrupoli, determinato ad accumulare fortune e poteri e a far fruttare relazioni con persone e ambienti al di sotto di ogni sospetto. È anche un personaggio da avanspettacolo tra il ridicolo e il feroce, un inconfondibile misto di cattivo gusto e di banalità. Ma tutto ciò è evidente e noto già da tempo. Perché questa volta la sua parabola sembra precipitare verso la disgrazia e l’ignominia?
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Il Times e Berlusconi: macché Noemi
di Paolo Barnard
Che il Times di Londra arrivi a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo “clown” e “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica, lo lascio credere ai giornalisti, ma noi persone raziocinanti dobbiamo andare oltre. Un quotidiano della portata del Times, storico bastione del conservatorismo mondiale, voce internazionale dei Consigli di Amministrazione più potenti del pianeta, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un orango alla guida di un pullman. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è un insulto all'intelligenza. Rattrista, ma non stupisce, che in Italia nessuno dei paludati opinionisti pro o anti ci stia pensando.
Il motivo è altro, non v’è dubbio, ed è assai più importante. Per farvi capire, cito la caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, nulla da invidiare a Hitler per numero di morti, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, media inclusi, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali. Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.
Torno in Italia. Io sono convinto che lo stesso meccanismo sia in opera col nostro capo di governo. Deve aver fatto qualcosa di non gradito a chi oltrefrontiera aveva scommesso su di lui. Forse non gli sta obbedendo, da troppo tempo, e la corda si è spezzata, dunque l’attacco del Times.
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Chiuso per rettifica
Guido Scorza
Roma - Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa per rettifica". È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l'idea - di cui si è già discusso sulle colonne di questa testata - di obbligare tutti "i gestori di siti informatici" a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.
Non dar corso tempestivamente all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.
Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.
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Le sberle del voto
Rossana Rossanda
Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare.
Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.
Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto.
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Il continente nero?
di Fabrizio Casari
Lo sfondamento di Berlusconi non c’è stato, è vero. Il leader del Pdl, che vaticinava un risultato intorno al 45% e la sua popolarità al 75%, si è dovuto accontentare di perdere due punti percentuali dalle precedenti politiche. Lui sostiene essere colpa di Veronica, Noemi e Kaka, dei comunisti e di Murdoch, ma questo conta poco. Il fatto è che i voti che perde sono in parte minore l’esito di una cannibalizzazione interna alla destra, che sposta sulla Lega consensi prima forzitalioti, e in parte maggiore il segnale di un elettorato che comincia ad essere stanco del personaggio. Ma il parziale ridimensionamento del Pdl appare sì come un dato importante, ma non certo l’elemento attorno a cui far ruotare l’analisi del voto, che dev’essere ben più ampia e dolorosa. Non è il momento delle pietose bugie o delle sfumature linguistiche.
Il risultato elettorale italiano - che vedremo di seguito - è frutto del contesto europeo. Nell’Europa allargata senza costruzione politica, impoverita, senza progetto economico e abbandonata nel suo orizzonte ideale, la crisi del sistema neoliberista ha prodotto milioni di disoccupati e decine di milioni di paure generalizzate. Che vanno analizzate e comprese, non ignorate. Il tentativo di scaricare la crisi sui più deboli ha prodotto un rifiuto generalizzato della politica, manifestatosi con un astensionismo storico, o ha fatto vincere ovunque una destra xenofoba spesso dai tratti neonazisti, attorno alla quale si spalmano le incertezze, le paure e l’odio sociale che la crisi economica ha inoculato come virus micidiale nel corpo europeo.
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Non di solo gossip…
varie
C’è veramente ai piani alti del potere chi vedrebbe bene una messa da parte del Berluska, e perché e con quali obiettivi? La domanda diventa legittima, a patto di porsela senza dozzinali ipotesi complottiste, visto il rovesciarsi relativamente rapido dell’operazione “veline” da arma di distrazione di massa (rispetto ai possibili effetti della crisi globale, principalmente) in un mezzo boomerang per B. via vicende “familiari” e “personali”. Le virgolette sono d’obbligo contro chi ritiene che si tratti di gossip, presunta privacy da salvaguardare, ecc. Niente di più fuori della realtà. Non solo perché si tratta dell’ennesima aggressione, tutta politica, giocata sui corpi delle donne che d’un balzo ci porta indietro per certi versi a prima del Sessantotto. Ma anche perché il passaggio che abbiamo davanti rivela, e costruisce insieme, l’intreccio strettissimo tra una certa autorappresentazione del potere -ben oltre la rappresentanza formale e sociale irreversibilmente svuotate, con tratti di quasi impazzimento- e profonde linee di disgregazione radicate nella società (solo?) italiana.
Proviamo a formulare per analogia un’ipotesi accompagnata da una serie di distinguo importanti. Qualcuno dall’alto sta pensando -che è meno che preparare- a un cambio della guardia ai vertici dell’esecutivo che potrebbe per certi versi ricordare quanto si diede tra il ’92 e il ’93 con la dissoluzione della prima repubblica. Ovviamente in un contesto del tutto mutato. Allora si trattava di rispondere ad una crisi economica e monetaria (svalutazione della lira, indebitamento pubblico alle stelle) già precipitata mentre oggi i tornanti più duri paiono plausibilmente dover ancora arrivare. Allora si trattava di far fuori un’intera classe politica e un certo tipo di patto sociale divenuti eccessivamente onerosi per il capitale, oggi si tratterebbe “solo” di liberarsi di un personaggio, o poco più, che rischia di divenire scomodo e sempre meno presentabile.
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