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"Il dissenso non può essere silenziato"
Camilla Costantini* intervista Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane
Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.
* * * *
Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?
“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu.
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L’anno che ritorna
di Eros Barone
È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.
Gianni Rodari
1. Il presente come storia
Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.
In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.
La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.
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Crisi sistemica e lotta per il nuovo ordine mondiale
di Spartaco Puttini
“Il dominio […] non tollera alcun sentimento di parità culturale. Chi esercita un dominio ha bisogno di considerare sè stesso moralmente e storicamente giustificato a essere il gruppo dominante e il principale beneficiario del surplus economico prodotto all’interno del sistema”
(Immanuel Wallerstein)
Se guardiamo alla produzione dei principali gruppi editoriali italiani nell’ultimo triennio possiamo notare che i libri di saggistica dedicati alle questioni internazionali possono essere raggruppati principalmente in 5 categorie tematiche, che da sole fanno quasi il totale della produzione libraria del settore (di per sé piuttosto ristretto): crisi dell’ordine occidentale e multipolarismo; competizione Usa-Cina e tecnologie; guerra Russia-Ucraina; Medio Oriente; Europa e autonomia strategica. Se nel 2023, comprensibilmente, risultava rilevante il numero di titoli dedicati alla guerra Russia-Ucraina, già dall’anno successivo i temi della crisi dell’ordine mondiale, la competizione Usa-Cina (su AI e non solo) e il multipolarismo prendevano la vetta delle classifiche. Fortissima risulta la correlazione tra i temi proposti e termini come “crisi”, “sfida” e soprattutto “disordine”.
Disordine e paura per il futuro
Dietro queste parole serpeggia una preoccupazione non peregrina, che nella cultura massiva trova la sua principale rappresentazione nel pittoresco Presidente statunitense e nella sua “imprevedibilità”.
Andando più in profondità possiamo ipotizzare due diverse origini per questa tendenza.
Da un lato vi è il senso di “insicurezza” e “incertezza” circa il futuro che serpeggia nel profondo della società. E’ un sentimento che sarebbe interessante indagare come prodotto di una “precarietà sistemica”, che dal lavoro si riversa sulle aspettative di vita e che può però essere generalizzata ad altri ambiti, o finisce per coprirli.
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Il diavolo in corpo
di Algamica*
Nella espressione italiana, a parte il romanzo, avere il diavolo in corpo può significare due cose: essere molto agitati, irrequieti, nervosi o pieni di energia incontenibile e vivace. Nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero i movimenti giovanili in alcuni paesi d’Europa e i suoi riflessi, sono presenti entrambi.
Perché l’inaspettato movimento degli studenti medi delle scuole di periferia francesi spaventano, e non poco, l’establishment occidentale e buona parte della pancia sociale popolare qui in Europa e oltre Atlantico?
Partito come un movimento giovanile contro il degrado della scuola pubblica nelle periferie, che richiede maggiori fondi per la pubblica istruzione e in particolare stipendi più alti per gli insegnanti e più insegnanti, la protesta studentesca è divenuta ormai da due settimane una aperta e generalizzata rivolta sociale.
Una mobilitazione che sulla carta rivendica pari opportunità nella competizione meritocratica delle carriere scolastiche, tra centro e periferia, e che sembrava un fuoco di paglia di fine estete, si è esteso a Bruxelles e poi nelle città italiane e in particolare nel suo nord “produttivo”.
Nel contempo assistiamo a un riverbero sismico, ancora delle nuove generazioni, anche su altri versanti, come ad esempio in Albania con l’assalto degli studenti al Parlamento e contro una classe politica che da un lato vuole mettere in vendita pezzi del paese alle multinazionali USA e alle lobby finanziarie ebraiche e dall’altro impone l’aumento dei costi dell’istruzione. Mentre in Spagna ci si mobilita contro gli effetti del mercato selvaggio degli affitti come risultato dell’industria del turismo di massa. O ancora a Rio de Janeiro si scende in piazza contro il programma neoliberista di Bolsonaro di tagli alla pubblica istruzione. O perfino dall’altra del mondo, in India ci si attivizza contro la corruzione nelle carriere scolastiche e così via. Certo, c’è un filo conduttore nell’unire i vari puntini di una mobilitazione su scala mondiale che a tratti in Europa assume i connotati della rivolta sociale.
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Non trasformare la crisi attuale in una profezia che si autoavvera
Alberto Deambrogio intervista Amitav Acharya
Amitav Acharya, Distinguished professor alla American University di Washington D.C., è stato in Italia nei giorni scorsi per presentare il suo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi editore). Abbiamo approfittato della sua disponibilità per intervistarlo. Per questa lo ringraziamo molto.
* * * *
Alberto Deambrogio: Professor Acharya, nel suo lavoro lei descrive la fine dell’ordine globale a guida americana non come l’inizio di una nuova egemonia (ad esempio cinese), ma come un mondo “multiplex”, simile a un cinema multisala con film diversi proiettati contemporaneamente. Guardando alle crescenti tensioni geopolitiche attuali, ritiene che questo modello sia ancora stabile o stiamo assistendo a una frammentazione più pericolosa e polarizzata rispetto al passato?
Amitav Acharya: Vorrei innanzitutto chiarire cosa intendo per Multiplex. È un ordine non egemonico: in sostanza, sostiene che nessuna singola potenza possa dominare il mondo, che si tratti degli Stati Uniti, della Cina o dell’India. Sarà un mondo più pluralistico. Allo stesso tempo, però, non si tratta semplicemente di un mondo multipolare, nel quale soltanto alcune -magari tre, quattro o cinque -grandi potenze dominano. Multiplex significa qualcosa di più diversificato e realistico, con molti più attori, comprese le grandi potenze e le superpotenze, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche potenze regionali come l’Unione Europea, l’Indonesia, il Brasile e così via. Ora, non so esattamente cosa intendiamo quando parliamo di stabile. Questo è un mondo diverso, un mondo più diversificato, e penso che sia proprio il tipo di mondo nel quale stiamo già entrando.
Lo vediamo, per esempio, con i BRICS, il gruppo che sta aumentando la propria influenza. Non è un’organizzazione dominata dalla Cina.
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L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee
di Domenico Moro
Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.
Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico
La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.
In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.
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La domanda di energia dei data center farà aumentare la bolletta di tutti
di Francesco Cappello
Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale
Il progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l’equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino.
Per capire che cosa può succedere quando decine di nuovi data center si collegano alla rete elettrica italiana bisogna prima capire una cosa apparentemente semplice, ma che spesso viene raccontata in modo troppo complicato: come si forma il prezzo dell’energia elettrica che paghiamo in bolletta.
L’elettricità non è ancora come un’automobile che può essere prodotta oggi, immagazzinata in un magazzino e venduta domani. Per la maggior parte del tempo deve essere prodotta esattamente nel momento in cui viene consumata. In ogni istante Terna deve quindi mantenere in equilibrio la quantità di energia immessa nella rete e quella prelevata da famiglie, imprese, treni, industrie e, sempre più, data center.
È questo equilibrio continuo fra domanda e offerta che sta alla base del funzionamento del mercato elettrico.
Ogni giorno, nel Mercato del Giorno Prima gestito dal Gestore dei Mercati Energetici, i produttori presentano le loro offerte per vendere elettricità nelle ore del giorno successivo. Le offerte vengono ordinate partendo, in linea generale, da quelle economicamente più convenienti. Il mercato accetta progressivamente le offerte fino a quando viene raggiunta la quantità di energia richiesta. L’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda determina il cosiddetto prezzo marginale: tutte le offerte accettate in quella zona e in quella determinata ora vengono valorizzate sulla base di quel prezzo. È il meccanismo del market clearing price descritto dal GME. (GME Mercato Elettrico)
È qui che si trova una delle chiavi per comprendere il rapporto fra data center e prezzo dell’elettricità.
Immaginiamo una determinata ora della giornata. Una parte dell’elettricità viene prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici, che hanno costi marginali molto bassi: una volta costruito l’impianto, il sole e il vento non devono essere acquistati.
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Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti
di Marco Pondrelli
Il volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].
È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.
Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.
Colonialismo, Occidente e guerra
Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.
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Il 3 novembre sarà la disfatta di Trump?
di Alessandro Scassellati
La guerra con l’Iran, l’aumento dei prezzi e il basso indice di gradimento del presidente danno un vantaggio ai Democratici alle elezioni di midterm del 3 novembre prossimo, ma i Repubblicani hanno investito ingenti somme di denaro nelle elezioni chiave. Gli analisti suggeriscono che l’esito finale dipenderà dalla fazione dei “mad-as-hell” (gli esasperati), un elettorato trasversale stufo dello status quo che vede la sfida non come una scelta tra destra e sinistra, ma tra “i ben pasciuti e gli esasperati” (the well-fed versus the fed-up). Il Paese sembra essere entrato in una fase storica in cui le elezioni sono percepite come “esistenziali” da entrambe le fazioni, un clima anomalo che carica le urne di una pressione democratica senza precedenti. In questo clima di forte polarizzazione politica e sociale, il movimento sindacale statunitense sta vivendo un anno elettorale straordinario, con oltre tre dozzine di candidati legati ai sindacati in corsa per la Camera e il Senato, nel tentativo di restituire le leve del potere ai cittadini comuni e ridare voce alla classe lavoratrice. A cavalcare questo risentimento è soprattutto l’ala sinistra del Partito Democratico insieme con i DSA (Democratic Socialists of America), che hanno eletto il tema dell'”affordability” — l’accessibilità economica dei servizi e dei beni essenziali — a proprio cavallo di battaglia elettorale per intercettare il malcontento contro il carovita e il trumpismo.
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Il logoramento della retorica presidenziale e l’effetto zavorra
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Un programma elettorale di svolta: la strada per la pace
di Giorgio Monestarolo
Da tempo abbiamo avviato, in queste pagine, un confronto sul “che fare” nell’attuale complicata situazione politica (in termini generali e anche con specifica attenzione alle elezioni del prossimo anno). Lo abbiamo detto e scritto più volte: l’elemento fondamentale che condiziona il quadro politico è la guerra, ogni giorno più pervasiva e che determina tutte le altre scelte (anche di politica interna, se non altro per la dislocazione delle risorse disponibili). Nella guerra è sempre più coinvolta – e in maniera irresponsabile – l’Europa. È una ragione in più per occuparci, nella definizione del “che fare”, anche dell’Unione Europa, del suo governo, delle sue istituzioni, delle sue contraddizioni. L’attuale Unione è certamente – su questo è facile concordare – una realtà del tutto diversa dal soggetto, che in decenni passati abbiamo sognato, capace di tutelare i diritti dei popoli e di tutti i cittadini, vecchi e nuovi. Le ragioni per cui si è arrivati a questo esito e le strade possibili per invertire la tendenza sono un ulteriore oggetto del nostro confronto in cui si susseguiranno posizioni anche fortemente divaricate: nella speranza di riuscire, alla fine, a raggiungere una sintesi condivisa. (la redazione)
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1. Un programma per un’alleanza politica e sociale progressista, capace di battere le destre, deve avere la pace come punto centrale attorno al quale costruire il resto della sua proposta. Non è il caso di girarci intorno: senza una posizione chiara e definita sul tema della guerra in Ucraina, sulla questione palestinese, sulla guerra in Iran non c’è realisticamente nessuna possibilità di vincere le elezioni.
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Noterelle sul presente
di Gianfranco Gavianu
Caro Tonino, questa volta ti propongo come oggetto di pubblicazione una lettera che ho ricevuto dall'amico e collega Gianfranco Gavianu riguardo agli articoli recentemente pubblicati sul Corriere della Sera da tre 'intellettuali' liberalfascisti e guerrafondai. Nella presente congiuntura ritengo che questa lettera costituisca una testimonianza di notevole valore politico, intellettuale e civile, e pertanto mi permetto di caldeggiarne la pubblicazione nel sito di Sinistra in Rete. Accludo sull'autore della lettera la seguente nota biografica con la quale può essere opportuno integrarne la pubblicazione [E. Barone].
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Carissimo Eros,
riprendo dopo la cesura estiva il nostro fecondo, e aggiungerei facondo, dialogo. Muovo dall’assunzione, forse ovvia per chi come noi si riconosce nel dettato e nella migliore tradizione marxiana, del concetto di ‘presente come storia’. L’asserzione nella sua schematicità appare ovvia e sembra non porre problemi. Non mi sfugge tuttavia la complessità dell’attuale stato delle cose pullulante e irto di contraddizioni, ma non riesco a concepire altro compito per chi voglia coltivare la propria integrità e dignità etico-razionale e al tempo stesso svolgere una funzione critica nell’oggi, seppur da una posizione marginale e periferica come può essere apparentemente la nostra. L’attenzione a ciò che è presente deve costituire dunque uno sforzo costante in quanto è il fondamento dell’esperienza e della conoscenza. Ma il cosiddetto ‘presente’ - e chi come noi ha il culto della mediazione lo sa bene – non può essere né definito, né spiegato, né compreso nella sua cieca immediatezza, praticando stoltamente una miope ottusa empiria avvolti nelle nebbie mistificanti di una sistematica manipolazione mediatica: a questa condizione mi sembra ridotta la maggior parte degli intellettuali, ‘cerretani alla ribalta giornalistico-televisiva’, fonografi di menzogne ideologiche funzionali ai centri del potere economico finanziario, dove per citare attualizzandolo Dante «Cristo (ossia la verità storica) tutto dì si merca» (perdonami il climax enfatico!).
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Sulla crisi economica del capitalismo
di Prabhat Patnaik
Esaminando la crisi strutturale del capitalismo dal punto di vista economico, Prabhat Patnaik mette in luce due aspetti che sono emersi con forza nell’attuale congiuntura. Il primo è la stagnazione, la disoccupazione e l'inefficacia della spesa pubblica come contromisura, a causa del potere del capitale finanziario. Il secondo è la crisi strutturale del capitalismo post-bellico, che ha perso le sue colonie e non ha più uno "spazio esterno" da sfruttare per scaricare le proprie contraddizioni. Esso assume particolare rilevanza in relazione alla strategia economica di Trump, che mira a una ricolonizzazione economica non solo attraverso il soft power, ma anche tramite l’azione militare diretta.
Ci sono almeno due aspetti economici importanti nell’attuale crisi strutturale del capitalismo. Il primo è la stagnazione generale e l’aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si trova a dover far fronte. In molti casi, come negli Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era evidente già prima della pandemia: il tasso di crescita dell’economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi decennio precedente, dopo la Seconda guerra mondiale.
Aumento della quota di plusvalore e sovrapproduzione ex ante
La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di redditi e di ricchezza all’interno di ciascun Paese. Poiché il capitale, compreso quello finanziario, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (salvo quando è espressamente consentito loro di migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud Globale, verso cui il capitale può sempre essere delocalizzato.
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Fernand Braudel: il capitalismo come strategia
di Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato, in un nuovo articolo della serie scritta per Machina, torna sulla congiuntura di guerra e crisi riprendendo il pensiero di Fernand Braudel, lo storico che ha letto il capitalismo non come semplice economia di mercato o modo di produzione, ma come una strategia di potere. A partire da quattro nuclei – il primato storico della finanza e del credito, la distanza tra capitalismo e mercato concorrenziale, la centralità della relazione centro-periferia e il nesso strutturale tra Stato e capitale – Lazzarato interroga le trasformazioni degli ultimi cinquant’anni: il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanziarizzazione, la guerra come condizione delle nuove accumulazioni. Un articolo che invita a ripensare il capitalismo come strategia, cioè come capacità politica di scegliere, organizzare e trasformare i rapporti di forza tra classi.
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Vorrei provare a utilizzare il lavoro di Fernand Braudel per vedere se può aiutarci a capire la sconfitta storica che abbiamo subito negli anni Settanta (non parlo solo dell’Italia) da cui non ci siamo mai più sollevati. Si tratterebbe di un progetto di ricerca politico, piuttosto che un articolo. Quindi di ipotesi da confermare.
Ancora adesso abbiamo delle difficoltà a mettere in chiaro la strategia della macchina Stato - Capitale messa in atto a partire dalla fine degli anni Sessanta. Se abbiamo capito molto tardi la loro politica (il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanza al posto dell’industria, i proprietari di azioni e obbligazioni al posto dei lavoratori, ecc.), abbiamo subito uno spiazzamento ancora maggiore dalla guerra, dalla guerra civile e dal genocidio, le grandi – e irresponsabili – rimozioni. Da cinquanta anni rincorriamo affannosamente l’iniziativa del nemico di classe forse perché non abbiamo i concetti adeguati per lo scontro di classe attuale.
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Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
di Roberto Iannuzzi
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.
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Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
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La figura di facciata saudita e l'ombra della CIA sull'11 settembre
di Kit Klarenberg* - The Cradle
Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, è stato ampiamente riportato che una causa civile di prossima iscrizione presso la Corte Distrettuale di New York contro Omar Bayoumi — noto operativo del governo saudita — avrebbe fornito la prova schiacciante ("smoking gun") che lega direttamente Riad agli attentati. Tuttavia, le prove secondo cui l'intelligence saudita avrebbe gestito due dei futuri dirottatori come potenziali risorse, e lo avrebbe fatto attraverso un "rapporto di collegamento" (liaison relationship) con la CIA, sono rimaste ampiamente inesplorate pur essendo sotto gli occhi di tutti. Mentre l'attenzione su Riad cresce, l'ombra dell'Agenzia rimane quasi completamente fuori dal quadro.
Bayoumi è da tempo accusato dai principali organi d'informazione e da funzionari statunitensi di aver mantenuto una relazione stretta e sospetta con i dirottatori Nawaf Hazmi e Khalid Mihdhar, fin dal loro arrivo negli Stati Uniti nel gennaio 2000. Una successiva indagine dell'FBI, denominata Operation Encore, concluse che c'era una "probabilità del 50%" che Bayoumi (e per estensione la Casa di Saud) fosse a conoscenza di dettagliati dettagli preventivi sugli attacchi dell'11 settembre. Questa clamorosa conclusione non è stata divulgata pubblicamente fino al marzo 2022.
Molta meno attenzione è stata dedicata a quanto emerso un anno dopo, quando è diventato pubblico un documento bomba depositato presso l'Ufficio delle Commissioni Militari, il sistema giudiziario militare che sovraintende ai procedimenti contro gli imputati dell'11 settembre. Il documento riassume atti desecretati messi a disposizione dal governo e interviste private condotte con anonimi alti funzionari dell'intelligence statunitense. Il suo contenuto illustra le accuse di fonti riservate secondo cui la CIA avrebbe cercato di reclutare almeno Hazmi e Mihdhar — se non altri che poi parteciparono agli attacchi dell'11 settembre — "tramite un rapporto di collegamento" con la Direzione Generale dell'Intelligence (GID) di Riad.
La dichiarazione sostiene inoltre che la Commissione sull'11 settembre sia stata deliberatamente ostacolata dal suo direttore Philip Zelikow, che si sarebbe adoperato personalmente per "smussare" le indagini "sul coinvolgimento saudita con i dirottatori".
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Cifrare una mail è diventato terrorismo? Washington colpisce Autistici/Inventati e l’Italia resta in silenzio
di Mario Sommella
Un collettivo italiano di volontari finisce nella lista nera degli Stati Uniti. Poi sparisce il dominio, saltano i servizi di posta e Banca Etica annuncia la chiusura del conto. Il problema non è soltanto ciò che Washington accusa Autistici/Inventati di aver fatto. È il potere che una decisione americana può esercitare, senza un processo italiano, sulla libertà di comunicare in Italia.
Alle 3.57 del mattino del 28 agosto qualcosa è cambiato per migliaia di persone che utilizzavano un indirizzo di posta elettronica con una sigla ormai familiare a chi frequenta da anni il mondo della comunicazione indipendente: @autistici.org.
Il server non era necessariamente spento. Era il nome a essere scomparso dalla rete.
Digitare autistici.org significava trovare un errore. Le caselle di posta collegate a quel dominio non erano più raggiungibili nel modo abituale. Anche siti e servizi che dipendevano da quell’infrastruttura hanno subito le conseguenze del blocco.
È difficile immaginare un’immagine più concreta per capire che cosa significhi oggi il potere digitale.
Non serve entrare in una redazione, sequestrare un computer, confiscare una tipografia. A volte basta cancellare un nome dalla rubrica attraverso cui Internet trova un indirizzo.
E dietro quel nome c’è una storia cominciata nel 2001.
Autistici/Inventati nasce infatti dall’incontro di persone e collettivi dell’area autonoma e anticapitalista interessati alla tecnologia e alle battaglie per i diritti digitali. Il collettivo offre strumenti di comunicazione a persone, associazioni e gruppi che ne condividono determinati principi: posta elettronica, hosting, blog, chat e altri servizi destinati alla comunicazione indipendente.
Il modello dichiarato è radicalmente diverso da quello delle grandi piattaforme commerciali. Nessuna pubblicità, nessuna vendita dei dati personali, nessun compenso per i volontari. I servizi sono finanziati attraverso donazioni. Le richieste vengono valutate manualmente e il collettivo dichiara di non voler trasformare i dati degli utenti in una merce.
Non è una ricostruzione fatta dagli avversari di A/I. È il modo in cui il collettivo descrive se stesso.
Ed è proprio questa infrastruttura che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire nella propria lista dei soggetti sottoposti alle sanzioni antiterrorismo.
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Verso la fine dell’egemonia del dollaro
Declino e frammentazione dell’ordine monetario globale
di Ascanio Bernardeschi*
L’attuale fase di transizione dell’economia globale è segnata da un crescente distacco dal dollaro come valuta di riferimento. Un fenomeno che ha radici profonde ma che oggi, complice la politica americana, sembra inesorabile.
Per oltre settant’anni il dollaro ha rappresentato il fulcro dell’economia mondiale. La sua centralità non è stata solo monetaria, ma geopolitica: ha permesso agli Stati Uniti di finanziare deficit enormi, di vivere al di sopra delle proprie capacità produttive e di esercitare un’influenza globale senza precedenti. Oggi, tuttavia, questo sistema mostra crepe profonde. Un numero crescente di paesi sta riducendo l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, nelle riserve valutarie e nei sistemi di pagamento. È il processo di dedollarizzazione, che accompagna e accelera il declino dell’egemonia statunitense e la transizione verso un ordine mondiale multipolare.
Per comprenderne la portata occorre ripercorrere la storia del dominio del dollaro, analizzare le sue basi materiali e spiegare perché oggi tali basi si stanno erodendo.
Da Bretton Woods al signoraggio del dollaro
L’ordine monetario internazionale nato dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 aveva un pilastro fondamentale: il dollaro ancorato all’oro. Gli Stati Uniti garantivano la convertibilità del biglietto verde, 35 dollari per un’oncia di oro, e tutte le valute degli altri stati, devastati dalla guerra e non in grado di assicurare la convertibilità in oro, erano a loro volta ancorate al dollaro. Era un sistema che riconosceva alla superpotenza vincitrice della guerra un ruolo di garante della stabilità monetaria globale.
Con la ricostruzione europea e giapponese, la supremazia industriale statunitense iniziò a ridursi. Il deficit della bilancia dei pagamenti USA crebbe costantemente. Paesi come la Francia di De Gaulle chiesero la conversione dei dollari in oro, riducendo le riserve auree statunitensi da circa 20.000 tonnellate nel 1950 a 8.000 nel 1971 (fonte: US Geological Survey). Quell’ordine crollò il 15 agosto 1971, quando il presidente Nixon sospese unilateralmente la convertibilità.
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Il diritto internazionale non è privo di forza, è solo colpevolmente e volutamente disapplicato
di Luca Benedini
Nelle relazioni internazionali, attualmente le problematiche cruente più grosse, tragiche e strutturali provengono dai comportamenti di tre governi: quello israeliano di Netanyahu (che maltratta da tempo in mille modi i palestinesi incurante di numerose risoluzioni dell’Onu e della “Corte internazionale di giustizia” e che oggi si mantiene in uno stato di guerra infinita anche con altri paesi come specialmente Libano, Iran e Siria), quello russo di Putin (che ha organizzato, deciso nel 2022 e poi mantenuto in atto sino ad oggi l’invasione dell’Ucraina) e quello statunitense di Trump (che oltre a proseguire a tutti i livelli la tradizione di una sfacciatissima protezione e di un continuo aiuto nei confronti del governo israeliano – praticamente qualunque cosa quest’ultimo faccia – sta organizzando, decidendo e attuando in particolar modo una guerra all’Iran in più fasi che prosegue ormai da circa cinque mesi). Sono anche guerre che in vari modi stanno danneggiando diffusamente e gravemente l’economia mondiale e l’ambiente planetario, ledendo pesantemente così gli interessi stessi di più o meno tutte le popolazioni della Terra [1].
In base ai “Princìpi di Norimberga” (riconosciuti come parte del diritto internazionale dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1950), sono considerati come crimini punibili sia l’avvio di guerre d’aggressione o di guerre che violano accordi internazionali, sia le azioni che durante una guerra provocano il maltrattamento o l’uccisione della popolazione civile e causano devastazioni generalizzate, sia degli eventuali altri atti disumani – come gli omicidi deliberati, le deportazioni, le schiavizzazioni, i casi di sterminio, e via dicendo – attuati in collegamento con quei primi due tipi di crimini. In altre parole, in base a tali Princìpi i membri di quei tre governi e i principali capi militari dei tre eserciti in questione hanno tutti commesso dei gravissimi crimini punibili, che sin dal 1950 sono internazionalmente riconosciuti e sono classificati in tre tipologie: “crimini contro la pace”, “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.
Ma, anche indipendentemente dai “Princìpi di Norimberga” e dai successivi trattati che approfondiscono ulteriormente quanto stabilito in quei Princìpi, i governanti e i capi militari in questione hanno commesso delle gravi violazioni specifiche della legislazione del loro paese.
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Come il Trumpismo cambia l’economia
di Claudio Gnesutta
Dietro la politica di Trump c’è un modello di economia, fatto su misura per la sua base elettorale, che unisce i bianchi impoveriti e la finanza speculativa. Dai dazi alle criptovalute, le misure della Casa bianca hanno una logica: un nuovo libro di Dario Togati ci aiuta a capirla
Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società.
Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.
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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
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Oltre l'Occidente, vol 1
di Alessandro Visalli
Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.
Premessa
Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.
La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.
La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.
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Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
di Francesco Cappello
L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti a un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari.
Questo sistema ovvero il cosiddetto Shadow Banking, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un’altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.
Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: il collaterale. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero “banco dei pegni” del sistema finanziario globale. Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali, come garanzia per la notte… Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l’ingranaggio gira.
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Preparare la guerra, raccontare la pace
di Giovanni Tonlorenzi
1. Due fronti, una stessa logica.
La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.
Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.
In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.
Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.
Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].
Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.
L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].
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Oltre l'Occidente (uno)
di Carlo Formenti
Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, "Oltre l'Occidente", l'opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l'Occidente. L'alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l'Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.
* * * *
Introduzione
Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.
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Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione
Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe
di Gabriele Ciabatti
Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.
— Walter Benjamin, Zentralpark
I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d'analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?
II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.
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