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figurerivista

Dell'immediatezza

Editoriale del n. 2 di Figure

mv2immÈ passato un anno da quando abbiamo pubblicato il nostro primo numero, dove abbiamo tentato di analizzare retoriche e immaginari legati al concetto di creatività, mostrandone la presenza costante e apparentemente immotivata all’interno della contemporaneità. Chiuso quel primo numero ci siamo guardati, stremati ma felici come lo si è dopo un primo travaglio, chiedendoci: e adesso? Una domanda semplice ma che sottintendeva quanto dovessimo ancora sforzarci non solo per farci conoscere (la presenza nei canali social e nel mondo reale), ma anche per individuare un nuovo nodo sul quale costruire il numero successivo.

A un anno di distanza eccoci qui. Il metodo è sempre lo stesso, basato sulla convinzione per cui una serie di fenomeni politico-economico-sociali non debba rimanere irrelato; che anzi proprio questa frantumazione dei nessi fra una realtà e l’altra, alla quale assistiamo quotidianamente, contribuisca alla determinazione di un pulviscolo intellettuale favorevole al mantenimento dello stato di cose. Al frammento continuiamo in questo numero a privilegiare la visione d’insieme, come ad un preciso corpo celeste preferiamo la costellazione all’interno del quale esso è innestato, nel tentativo di lasciar intravedere i legami latenti che, tra diversi universi di realtà, esistono. Allo stesso modo gli articoli presenti in questo numero potranno essere letti individualmente, ma potrebbero risuonare di un significato ulteriore se letti alla luce degli altri.

È cambiata invece la figura. Abbiamo intitolato il secondo numero della rivista Figure dell’immediatezza. Immediata è la percezione della realtà per come ci si para davanti.

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paroleecose

Le mani su Machiavelli. Una critica dell’Italian Theory

di Pier Paolo Portinaro

de2df791682f079f8397226a3ff38bc7 XL[È uscito in questi giorni, per Donzelli, Le mani su Machiavelli. Una critica dell’Italian Theory di Pier Paolo Portinaro. Ne presentiamo alcune pagine. «Italian Theory», si legge nel risvolto del libro «è espressione, non priva di ambiguità, che riassumerebbe un presunto tratto comune della filosofia italiana, racchiudendo in un unico orizzonte Machiavelli e Gramsci fino all’operaismo e alla biopolitica. È proprio quest’ultima, invece, oggi, ad aver generato un terreno favorevole al diffondersi di quella postura antipolitica che è esattamente l’opposto della lezione del Segretario fiorentino. Ma alla lezione di Machiavelli può essere più sobriamente ricondotto quel filone di pensiero elitistico che ha accompagnato criticamente la via italiana alla democratizzazione – un altro Italian Style, potremmo dire, quello dei maestri del disincanto democratico: Salvemini, Bobbio, Miglio, Sartori, Pizzorno. È questo altro filo del pensiero politico italiano che Pier Paolo Portinaro ricostruisce nel volume: seguendo il quale, secondo l’autore, l’enigma dell’eterna crisi italiana può essere meglio decifrato, senza ricorrere a troppo inclusive – e impropriamente apologetiche – letture metapolitiche della storia»].

* * * *

[…]. Questo – risulterà evidente fin dalle prime battute – è uno scritto polemico e idiosincratico, di cui è bene circoscrivere fin d’ora le finalità. Non intendo infatti contestare che nei decenni passati molti ingegni italici si siano spesi con serietà e competenza all’interno della comunità transnazionale degli studiosi, quella che un tempo si chiamava «repubblica dei dotti», e per questo abbiano trovato rispettosa e partecipe accoglienza in essa. Né intendo sottostimare il fatto che la straordinaria fioritura della letteratura italiana tra Dante Alighieri e Torquato Tasso abbia creato le condizioni, e non da ieri, per una ricerca multidisciplinare sulla specificità della cultura italiana e della sua forza di proiezione nel mondo. O ancora che autori come Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi siano stati determinanti nel conferire una cifra e una tonalità di pessimismo storico alla letteratura italiana contemporanea.

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carmilla

Un laboratorio di scrittura, un libro sovversivo*

di Leonardo Casalino

Luca Rastello, Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime, a cura di Monica Bardi, pp. 320, € 16,90, Chiarelettere, Milano 2018

195008422 f8a61f94 0b8c 49f2 a750 d8106f2eff93Due temi percorrono le pagine di questo libro. Il primo è quello legato alle cose “penultime”: per Luca Rastello rappresentano “un tratto quasi terminale della corsa – quando l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata – che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte”. È la sola parte dell’universo che può essere raccontata, come ci aveva spiegato in ‘Undici buone ragioni per una pausa’, edito nel 2009 per i tipi della Bollati Boringhieri.

Il secondo è il tema del “prendere tempo”, del narrare come strumento per rimandare la morte. In una bella conferenza tenuta a Milano nell’autunno 2014 Luca Rastello, partendo dal ‘Tristam Shandy’ di Sterne, aveva offerto un esempio raffinato e intelligente di letteratura comparata mettendone in relazione le pagine con Proust, Carlo Levi, Hašek, ‘Le Mille e una notte’ e Virgilio.

Prendere tempo, dunque, per prolungare le cose penultime. Nel leggere i testi di Dopodomani non ci sarà, ritrovati in un file del computer dopo la morte e pubblicati postumi, è però difficile sottrarsi all’impressione di trovarsi di fronte alle “ultime” pagine di Rastello. Come riuscire, allora, ad attribuire loro una natura di “penultime”, in modo da poter prolungare il dialogo con la voce e le parole del loro autore? Ho provato a farlo mettendo in relazione il libro con le recensioni – ancora non raccolte in volume – che Luca Rastello pubblicò sulla rivista L’Indice dei Libri del Mese nel corso degli anni Ottanta; un decennio, quest’ultimo, su cui non disponiamo di un suo testo narrativo o giornalistico.

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azioni parallele

Perché serve la cultura?

di Stefania Tirini

cultura143Questa non è cultura, è pedanteria,
non è intelligenza, ma intelletto,
e contro di essa ben a ragione si reagisce.
La cultura è una cosa ben diversa
Antonio Gramsci

Introduzione

Nel 1935, il filosofo Edmund Husserl denuncia la crisi di senso che caratterizzava la sua epoca: era molto preoccupato per l’avanzare e il progredire dei totalitarismi. L’autore spiega in maniera semplice e chiara la crisi della cultura, una crisi che ha portato progressivamente all’emergere dei totalitarismi e affronta il problema dichiarando che la crisi di senso è la crisi della ragione. Secondo Husserl, si era affermata una difficoltà progressiva e crescente a utilizzare la ragione come facoltà critica e interrogativa (Husserl 1936).

Ispirato in parte dalla filosofia di Descartes, Husserl considera che il punto di partenza per poter fondare un sistema filosofico, ma anche la cultura, è quello di cominciare a dubitare. Con Husserl si parla di dubbio, del dubbio cartesiano che è dubbio metodologico. Si deve poter dubitare di tutto per poi cominciare a fondare criticamente il sapere, la conoscenza. Ora, secondo Husserl questa facoltà, critica, interrogativa, dubitativa, non esiste più.

Le riflessioni di Husserl sono un buon punto di partenza per affrontare la crisi della cultura contemporanea: oggi ci troviamo di fronte a scetticismo e irrazionalismo, e il ruolo della cultura dovrebbe essere quello di combattere sia l’uno che l’altro. Ma cerchiamo di capire in che senso scetticismo e irrazionalismo abitano trionfalmente il presente e come la cultura può sconfiggerli.

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operaviva

Quando gli esclusi prendono la parola

Letteratura e classe operaia, a partire da Prunetti

di Antonio Montefusco

miniere carbone sulcisMa oggi, a noi. Dove sono i compagni e gli amici che debbono ricevere quello che più abbiamo amato? Al di là degli affetti, che possono solo duplicare noi stessi, abbiamo accettato o subito la perdita di tutta la solidarietà nella superstizione che tutto ci sarebbe stato restituito ad una svolta della storia. La parola «amico» ha mutato regione – Adorno lo ha spiegato da tanti anni – e significa poco più o poco meno che contiguità di corte e di sorte; di ufficio, cattedra, centro studi, insomma affari.
FF, Le ultime parole, in QF, p. 14 (1965)

1. A leggere 108 metri di Prunetti (Laterza, 2018) si salta sulla sedia e si trattiene a stento il respiro. Discutere duramente con il proprio genitore della prosecuzione del percorso di studi come se quella prosecuzione non fosse già automatica e segnata, almeno per quello che riguarda i gradini da raggiungere; interrogare la propria identità mentre si frequentano banchi di scuola dove siedono, in maggioranza, esseri che mostrano una predisposizione naturale a interagire con saperi e discipline che ti sono ignote; affrontare la vita della precarietà dopo aver raggiunto titoli di studio (la laurea) che la generazione precedente della tua famiglia non aveva nemmeno immaginato, ma solo sperato; far riemergere il tuo DNA di classe nella capacità di mescolare ciò che è vietato fare fuori dalla tua classe: arti liberali e arti meccaniche, ciò che l’Occidente ha diviso per deliberata scelta nei secoli dei secoli (o almeno da quando esiste l’Università, più o meno da ottocento anni); sbarcare in terre ignote, masticando lingue mescolate e apprese per strada e nei bar, senza quell’eleganza che ti impongono gli istituti di insegnamento stranieri a lauto pagamento (il British Council, l’Alliance française…), con quell’accento e quella mescidanza che ti rimarranno appiccicati per sempre, e che coloro che sono capaci di scimmiottare con successo l’accento straniero ti rimprovereranno quotidianamente: questo tesoro di esperienze mi appartengono in profondità, e però le ho ricacciate nel non dicibile.

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maelstrom

Viaggio sentimentale intorno al nulla

di Damiano Palano

Rileggere "Il desiderio di essere come Tutti" di Francesco Piccolo quattro anni dopo il Premio Strega (e dopo la fine "renzismo")

PiccoloSono passati solo quattro anni da quando Francesco Piccolo, con il suo romanzo-saggio "Il desiderio di essere come tutti", vinceva il Premio Strega, eppure sembra passato un secolo. Quel libro venne infatti considerato - e fu effettivamente - una sorta di manifesto intellettuale del "renzismo". La sua violenta polemica contro la "purezza" rivendicata dalla "sinistra" era (o quantomeno fu letta) come la legittimazione di una leadership che, lasciandosi alle spalle tutte le memorie del passato, era disposta a sporcarsi le mani senza vincoli moralistici e ad abbandonare tutti gli orpelli di un immaginario obsoleto. Oggi che il "renzismo" è tramontato, è quasi commovente ascoltare l'appello ai "valori di sinistra" da parte di coloro che esaltarono la brutale satira della "purezza" proposta da Piccolo. Ma proprio perché ormai quella fase si è conclusa, si può rileggere "Il desiderio di essere come tutti" - che in modo piuttosto sconcertante si volle allora insignire del più prestigioso dei premi letterari italiani - come un documento storico.

In questa chiave, "Maelstrom" ripropone la riflessione dedicata al romanzo, pubblicata allora anche su Tysm Magazine, con il titolo "Viaggio sentimentale intorno al nulla: Francesco Piccolo".

* * * *

In un tempo ormai lontano, che nel ricordo si tinge talvolta dei colori della nostalgia, esisteva l’«intellettuale di sinistra». Non si trattava soltanto di un’etichetta volta a contrassegnare una componente del mondo culturale italiano, anche perché non esistevano gruppi speculari sul versante di destra oppure al centro dello schieramento politico (al massimo c’erano talvolta intellettuali «irregolari», che non avevano rapporti organici e stabili con formazioni partitiche). E non si trattava neppure di un’etichetta destinata a indicare studiosi votati a fornire al movimento operaio – mediante la ricerca teorica – gli strumenti dell’azione politica.

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paroleecose

Ma è vero o è bello?

di Walter Siti

[Nasce L’età del ferro, una nuova rivista (cartacea) diretta da Alfonso Berardinelli, Giorgio Manacorda e Walter Siti, pubblicata da Castelvecchi e disponibile da luglio in libreria. La presentiamo pubblicando il saggio di Siti, Ma è vero o è bello?, sugli attuali rapporti tra giornalismo e letteratura]

2017.09.26 SAYPE 1180x650L’afro-americana Janet Cooke era una giovane di belle speranze nel 1980, quando sentì parlare di un ragazzino, Jimmy, dipendente dall’eroina a otto anni; colpita, ne accennò alla redazione del «Washington Post» dove lavorava, e il capo entusiasta le ordinò di farci sopra un articolo. Un’occasione ottima per mettersi in luce e fare carriera, ma per quanto setacciasse i quartieri degradati della città non riuscì a trovare il ragazzino; quando il capo le confermò che poteva tenere segrete le sue fonti, decise di inventarsi il caso – scrisse un pezzo intitolato Jimmy’s World, così efficace che nel 1981 le fu assegnato il premio Pulitzer per il giornalismo. Senonché nacquero dubbi, ci furono una denuncia e un’inchiesta, si scoprì che la Cooke aveva anche mentito sul proprio curriculum al momento dell’assunzione, alla fine la poveretta ammise che il suo Jimmy era un bambino immaginario. Restituì il Pulitzer, perse il posto al giornale, l’episodio ebbe grande risonanza e fu definito “il Vietnam del giornalismo”; García Márquez, nel leggere la notizia, commentò scherzosamente che certo era ingiusto che Janet avesse vinto il Pultizer per il giornalismo, ma sarebbe stato giusto che le fosse attribuito il Nobel per la letteratura (letteratura non buonissima, a essere sinceri, l’articolo gronda di stereotipi dickensiani sull’infanzia offesa).

La letteratura è una fake news? Secolare problema, il rapporto della letteratura con la verità, fissato in Occidente dalla distinzione aristotelica tra storico e poeta: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta racconta ciò che potrebbe accadere. Il nostro Manzoni, nel suo bel saggio sul romanzo storico, resta su questo binario parlando di “vero positivo” e “vero poetico”. Nel Settecento, il secolo del giornalismo, alla storia si sostituisce la cronaca; Charles Gildon accusa Robinson Crusoe di essere una fake news, elencando le incongruenze che lo rendono poco attendibile come vero diario di un naufrago; e Defoe, da parte sua, lamenta che l’eccesso di romanzi avventurosi, confondendo le acque, impedisca di leggere Moll Flanders come “una storia vera”.

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il rasoio di occam

Psicanalisi e rivoluzione

di Felice Cimatti

Nell'ambito del suo meritorio progetto di pubblicazione delle opere di Enzo Melandri, la casa editrice Quodlibet ha recentemente rimesso in circolazione un aureo libriccino, L'inconscio e la dialettica, originariamente uscito per Cappelli nel 1983. La nuova edizione del testo è accompagnata da una “Postfazione” di Felice Cimatti, che qui pubblichiamo per gentile concessione della casa editrice

freud psicanalisi e rivoluzione 499Credere che il prendere coscienza, la
“consapevolizzazione” corticalmente intesa,
sia un atto spontaneo, positivo, tale
da non richiedere spiegazioni, e anzi da
approvarsi senza restrizioni – tutto questo
non è che un pregiudizio spiritualistico
[…]. In tal modo si rischia di rendere
gratuito […] il suo complemento: l’atto
del non voler prendere coscienza, che è
ben altrimenti significativo[i].

Il problema che Melandri affronta in questo saggio è in prima battuta di tipo conoscitivo, cioè ha a che fare non direttamente con un particolare problema empirico, bensì con due questioni connesse: a) il problema di come si possa venire a conoscenza di quel problema e b) come si possa, eventualmente, trattarlo. In seconda battuta Melandri solleva un problema etico, come vedremo nella parte finale di questa postfazione. Il saggio si apre con la formulazione esplicita della questione: «Un problema centrale della dialettica è la questione se l’oggetto del discorso possa essere contraddittorio o no». La dialettica, scrive Melandri nella Linea e il circolo, è il pensiero la cui «formula generale […] potrebbe essere: “né A, né B”» (LC, p. 798). Un oggetto del discorso contraddittorio è invece un oggetto che è contemporaneamente A e non-A. Un oggetto del genere non sembra pensabile in modo sensato. Se però lo si pensa dialetticamente, allora diventa «possibile scappare “tra le corna” del dilemma». In effetti il tentativo di evitare la contraddizione “paralizza” il pensiero, perché appunto lo immobilizza o sulla posizione A o su quella non-A. Sostenere invece «né A, né B» significa, in realtà, che «A e B possono ben rappresentare dei contrari. Ma i contrari […] non sono mai direttamente contraddittori» (LC, p. 802), e questo permette al pensiero di non congelarsi nella contraddizione.

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poliscritture

Noi, Negri e dintorni

di Giulio Toffoli

Un movimento del ’68-’69, studentesco ed operaio, antiautoritario, innovativo, sano; strumentalizzato prima da presunte avanguardie e poi rovinato dalla «scelta di scendere sul terreno dello scontro violento» istillata da “cattivi maestri” (in particolare dal pifferaio magico in passamontagna Tony Negri)? Questa seconda e lunghissima lettera del Tonto – ma la memoria, anche su questo evento controversa e non condivisa, forse lo richiede – polemizza direttamente con un mio scritto (qui) e si collega alla riflessione a tre sul ’68 appena iniziata con Rabissi e Romanò (qui). [E. A.]

pifferaio magico“Carissimo

mi fai sapere quasi allarmato – scrive il Tonto in un’altra delle sue lettere – che la mia ipotesi che sia praticabile una terza via fra quelle che si presentano oggi di fronte a noi, e che è certo una scelta di ripiego, ma contemporaneamente fa i conti con la «realtà effettuale», ha incontrato innumerevoli critiche.

Non preoccuparti non si tratta che di una reazione naturale in una situazione davvero caotica, come poche fra quelle che abbiamo vissuto, se ci pensi bene tutte abbastanza convulse.

Pensa che mentre ti scrivevo quelle righe avevo aperto un dialogo molto interessante con i frati che mi ospitano e anche qui, a dispetto del silenzio e della ritualità che governa i momenti della vita quotidiana, è esploso un inedito conflitto fra quelli che sono preoccupati di veder intaccato uno status quo a cui sono adusi ed altri che invece credono sia necessario, almeno per quel che riguarda le cose di questo mondo, una qualche forma di rinnovamento … Qualche giorno fa due fratelli stavano per lanciarsi in una singolar tenzone usando le candele come fioretti, quasi fossero diventati tutto d’un colpo rampolli di Dumas.

Tu mi dici che, di fronte alla mia affermazione: che un nuovo governo, non costituito dalle forze che hanno governato in questi ultimi tre decenni, «è pur qualche cosa», sono stato accusato di far mia una linea sostanzialmente socialdemocratica e di aver abbandonato nei fatti ogni ipotesi di una radicale alternativa, insomma un progetto rivoluzionario, ormai rinviato sine die.

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giornale critico

Ambivalenze della maturità

di Romano Màdera*

radionica za mlade aleksandra e1497694244884Comincerò con un aneddoto autobiografico. Quarta Ginnasio, liceo classico Cairoli di Varese, anno 1962, il professore di italiano-latino-storia-geografia che non voglio nominare qui, entra in aula e si avvia subito alla lavagna, è una delle prime lezioni. Scrive versi, ci dice che sono esametri, anche se non aggiunge gli schemi dei piedi, annuncia che dovremo imparare a leggere senza gli accenti segnati e, naturalmente, traducendo a prima vista. Un compito improbabile, almeno per noi. Fioccano votacci, all’inizio. Ma il professore, si scopre, è totalmente incapace di tenere una qualsivoglia disciplina, nonostante in quegli anni il liceo somigliasse da vicino a una caserma. Così i disastri nella traduzione all’impronta alla lavagna vengono presto pareggiati da interrogazioni e compiti in classe con ottime votazioni. Si copiava da dio e si suggeriva qualsiasi cosa. Però il succo della storiella non è questo: dopo qualche settimana si scopre l’autore del poema per autodichiarazione del professore, nuovo poeta latino del XX secolo ancora sconosciuto – in realtà il poema è ancora inedito e incompiuto e noi siamo le prime cavie. Dopo varie allusioni e poi aperti attacchi al cristianesimo a favore di una rinascita del paganesimo, il professore che usava dirci, quando non ne poteva più dell’infernale baccano che accompagnava ormai le sue lezioni, «tremenda è l’ira dei miti», cominciò a scrivere i versi più importanti del poema, il centro del suo messaggio. Quello strano, mite signore fuori dal tempo, sposato con diversi figli, era l’annunciatore di una religione la cui caratteristica fondamentale era il “paidocentrismo”: al centro del suo cielo stava un bimbo, circondato dagli altri dei, intenti a svariati giochi amorosi. Insomma, anche se lui non la chiamava così, una bella orgia.

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operaviva

Il franco tiratore

Bellocchio: intellettuali e riviste della sinistra eterodossa

di Giuseppe Muraca

Esce oggi nelle librerie, per le edizioni ombre corte, Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici. Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa, di Giuseppe Muraca. Ne anticipiamo qui un estratto. Piergiorgio Bellocchio fa parte di una generazione di intellettuali che si sono formati nel corso degli anni Cinquanta e che nei decenni successivi hanno offerto un contributo determinante al rinnovamento della sinistra italiana e della cultura contemporanea. Ha fondato e diretto le riviste «Quaderni piacentini» (1962-1984) e «Diario» (1985-1993), e ha pubblicato vari libri, tra cui Dalla parte del torto (1989), L’astuzia delle passioni (1995) e Al di sotto della mischia (2007)

imgresizeQuando alla fine degli anni ottanta Piergiorgio Bellocchio ha pubblicato Dalla parte del torto (Einaudi, Torino 1989) per molti è stata una sorpresa, una rivelazione: ad esempio, tra i giovani lettori del libro quanti conoscevano la singolare esperienza politico-culturale dei «Quaderni piacentini», la rivista che lui insieme a Grazia Cherchi aveva fondato nel 1962 e che era diventata nel giro di pochi anni il principale punto di riferimento della nuova sinistra italiana? Nel ’66 Bellocchio aveva sì pubblicato il volume di racconti I piacevoli servi, però quello era rimasto per più di vent’anni il suo unico libro, e chi lo conosceva e lo aveva frequentato si era abituato a questa lunga pausa.

Se ciò a prima vista può destare meraviglia in realtà si giustifica col fatto che lo scrittore di Piacenza ha ben poco del tipico intellettuale alla moda, delle vedettes della cultura che fanno a gomitate per farsi notare e affollano le giurie dei premi letterari, le redazioni radiotelevisive, dei giornali e delle case editrici. In fin dei conti ancora oggi lui ama considerarsi un dilettante, un «testimone secondario» (secondo una calzante definizione di Cesare Cases che ha fatto sua), e non per semplice vezzo bensì per un desiderio congenito di tenersi lontano dalle risse e dal blà blà, di lavorare ai margini o fuori dai grandi circuiti culturali.

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poliscritture

Memoria. Tre sessantottini

di Ennio Abate

Pubblico  le riflessioni  che Paolo Rabissi e Franco Romanò  hanno fatto  leggendo il racconto del mio ’68 ( qui ). [E. A.]  

1968 ennio statale miIl mio '68 era cominciato nel '66

di Paolo Rabissi

Caro Ennio

non sono uno dei vecchi cui poter passare le tue domande così cariche di problemi, non ho capito meglio di te il significato di quell’anno. Di più, io festeggio il ’68 tutti gli anni il 7 dicembre non perché a S. Ambrogio in quell’anno Capanna strigliava i compagni poliziotti davanti a La Scala ma perché più o meno nella stessa piazza (c’era un Motta) io e Adriana facevamo un piccolo rinfresco dopo il matrimonio della mattina. Non voglio essere irriverente, è che se riuscirò a parlare di quegli anni ( mi sono un po’ arenato nei miei biograffiti) come fai tu (apprezzo il tono che dai alla tua narrazione) verrà sicuramente fuori 1) che il mio ’68 era cominciato nel ’66 (perché ho cominciato a insegnare da studente e che non aveva una lira in tasca, perché ho conosciuto Adriana, perché ho conosciuto quelli di ‘Classe operaia’) e 2) che in realtà per me non è mai finito. Anche a me interesserebbe un po’ di più interloquire con un giovane, precario e disoccupato se proprio vuoi. Ma neanche tanto. Quando arrivano in casa i giovani di Amazon o di altri servizi, postali e non, mi confessano che amano il loro lavoro, durissimo ma pagato abbastanza e non si preoccupano per niente di futuri e di pensioni e di cassa malattia. Tutti a dire poveretti come sono sfruttati e c’è un po’ di miserabilismo intorno a loro e invece poi scopri che fanno lotte non da poco. Ma un amico della logistica ci sta dentro bene, lavora come nessun operaio fordista avrebbe accettato di fare. Però nella logistica fanno lotte non da poco e scoprono daccapo il mutuo soccorso, la solidarietà di un tempo.

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chartasporca

Conversazione (im)possibile con Pier Paolo Pasolini

I nuovi fascismi, l’autoimprenditorialità e gli intellettuali

di Andrea Muni

Le parti di Ppp sono “montate” attraverso un collage che ho fatto attingendo liberamente da “Saggi sulla politica e sulla società”, ultimo volume delle Opere complete edite da Mondadori

pasoliniAM: Ciao Pier Paolo, scusami per averti così indelicatamente riesumato. Immagino che vorresti parlare prima di tutto del tuo brutale omcidio, ma io non sono davvero un nergomante, sono solo un piccolo rompiscatole che vorrebbe discutere con te del rapporto tra la società dei consumi (che noi oggi chiamiamo neo-liberale), il nuovo montante fascismo degli italiani e l’intellettuale (cosiddetto) di sinistra. Ne avverto il desiderio perché mi sembra veramente che in questa triangolazione, in questo nuovo “sistema”, che vede l’85% degli italiani votare – a vario titolo – “a destra”, o non votare proprio, ci sia qualcosa del nostro presente che ci sfugge. Personalmente credo – con amarezza – che il vero propulsore del nuovo dilagante “fascismo” sia proprio un nuovo (forse giustificato) odio nei confronti degli intellettuali.

PPP: È sempre attraverso il sistema – la democrazia ateniese, la società capitalista o socialista – che noi conosciamo la vita o la realtà. Il sistema mi fornisce – e in questo non ha concorrenti se non altri sistemi – una partita completa di strumenti di conoscenza della realtà. Rifiutare l’uso di questi strumenti significa non voler conoscere la realtà, cioè voler morire. Per questo io penso che la disperazione è oggi l’unica reazione possibile all’ingiustizia e alla volgarità del mondo, ma solo se individuale e non codificata. La codificazione della disperazione in forme di contestazione puramente negativa è una delle grandi minacce dell’immediato futuro. Essa non può che far nascere degli estremismi, che rischiano di diventare nuove forme di fascismo, magari fascismo di sinistra. Tutto quello che possiamo fare è modificare il sistema, appunto rivoluzionandolo, in modo che il rapporto con la realtà, il suo conoscerla, sia, almeno nelle nostre speranze, più puro e autentico.

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megachip

Realismo capitalista

di Valerio Mattioli*

Più che un manifesto teorico, "Realismo capitalista" è un pamphlet. Uno straordinario, puntuale saggio di trasversalità, di capacità comunicativa, di partecipazione emotiva e di lettura degli immaginari dominanti

cineÈ difficile rendere il senso di smarrimento che la mattina del 14 gennaio 2017 seguì alla notizia del suicidio di Mark Fisher, avvenuto il giorno prima all’età di quarantotto anni. Non si trattava soltanto del sincero ma un po’ rituale cordoglio per la perdita di un intellettuale prematuramente scomparso, né dello sgomento nei confronti di un gesto troppo grande e troppo definitivo per poter essere elaborato persino da chi Fisher lo conosceva bene; piuttosto la sensazione fu quella di un improvviso vuoto assieme politico, culturale e soprattutto esistenziale, che di colpo parve accomunare tanti di coloro che si erano imbattuti nei suoi scritti, nelle sue analisi, finanche nelle sue provocazioni. Fuor di retorica, Mark Fisher è stato davvero una presenza importante per (credo di poter dire) chiunque ne abbia incrociato il percorso, anche solo in via periferica e occasionale: negli ultimi anni era diventato qualcosa di simile a una specie di guida morale, o se non altro di riferimento fraterno a cui guardare con un misto di affetto, complicità e implicito timore reverenziale. Anche perché, nonostante fosse un intellettuale indipendente perennemente ai margini della cultura ufficiale, Fisher aveva parlato a tanti: lo smarrimento non si abbatté soltanto sui circuiti della filosofia politica e di quel pianeta ambiguo che nel mondo anglofono va sotto il nome di cultural theory, ma investì anche una quantità attonita di musicisti, di artisti, di scrittori, di lettori di cose di cinema e di appassionati di quell’altra faccenda enigmatica che siamo soliti chiamare «cultura pop».

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ospite ingrato

La critica secondo Fortini

di Romano Luperini

Ringraziando l’autore, ripubblichiamo qui la relazione presentata da Romano Luperini al convegno Fortini ’17, che si è tenuto all’Università di Padova l’11 e il 12 dicembre 2017 in occasione del centenario della nascita, precedentemente uscita sul blog «La letteratura e noi»

lukacs e fortini 1In questa introduzione non mi occuperò di Fortini critico ma della critica secondo Fortini. Su Fortini critico sono previsti in questa sezione già cinque interventi, e inoltre su questo argomento non saprei dire molto di diverso da quanto da me scritto negli anni Novanta.1 Confesso tuttavia che non mi sarebbe dispiaciuto fare autocritica su una doppia lacuna di quel lavoro: l’aver taciuto allora sull’importanza fondamentale di un saggio fortiniano di sessanta anni fa ancor oggi attualissimo, Metrica e libertà, e sul ruolo che Fortini critico ha avuto nel delineare il canone del Novecento poetico italiano. Sulla prima questione mi limiterò a un’unica considerazione: affermare, come fa Fortini, che «L’istituzione metrica è l’inautenticità che sola può fondare l’autentico; è la forma della presenza collettiva»,2 mettendo così a frutto la lezione di Adorno (la forma è contenuto sedimentato) e di De Martino (la nenia funebre come ritualizzazione e socializzazione del sentimento), significa acquisire allo spazio della socialità e della storicità anche il territorio della metrica che per molti versi sembrava privilegio di un approccio tecnico-formalistico. Sulla seconda questione mi limito a ricordare qui una annotazione del 1954 compresa in Un giorno o l’altro in cui Fortini dichiara, in polemica con la proposta di canone avanzata dall’antologia di Anceschi e Antonelli, che sarebbe giunto il momento di «far occupare da Saba il luogo di Campana, da Montale quello di Ungaretti, da Luzi quello di Quasimodo»,3 anticipando di un ventennio la operazione con cui il suo I poeti del Novecento e Poeti italiani del Novecento di Mengaldo stabilizzeranno per un considerevole periodo di tempo (e forse sino a oggi) il canone poetico del secolo.