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revue k

Le ombre di Kafka

Editoriale del numero 1: Kafka, la scrittura della destituzione?

franz kafka kwOG U109096755339uAI 1024x576LaStampa.itCon una straordinaria intuizione, Giorgio Agamben ha identificato la “colpa” di Josef K., protagonista del Processo, nell’autocalunnia, nell’accusa che egli fa a sé stesso calunniandosi e che mette in moto il romanzo (G. Agamben, “K.”, in Id., Nudità, Roma, nottetempo, 2009). Un reato paradossale, in cui l’accusato sa di essere innocente, ma in cui, nel momento in cui si autoaccusa, diventa colpevole (di calunnia, appunto). Ma perché K. calunnia sé stesso? Secondo Agamben, nel Processo l’accusa è la chiamata in causa dell’essere del diritto, che è appunto accusa nella sua stessa essenza, dal momento che l’essere, una volta “accusato”, perde la sua innocenza, divenendo “cosa”, causa, oggetto di lite. È contro questa origine del diritto che si scaglia Kafka. Dall’autocalunnia discende infatti nel romanzo un processo in cui non solo in causa non è nulla di preciso, ma in cui ad essere chiamata in causa è la stessa chiamata in causa, l’essenza stessa del processo. Ma, a cosa punta l’autocalunnia di Josef K.? Qual è il movimento che Josef K. (e Kafka) punta a mettere in opera? La sottigliezza dell’autocalunnia consiste nel fatto che è essa è una strategia che mette in questione la stessa implicazione fondamentale dell’uomo nel diritto, tentando di disattivare e rendere inoperosa l’accusa, la chiamata in causa che il diritto rivolge all’essere. La calunnia che Josef K. fa nei confronti di sé stesso è in altri termini un modo di affermare la propria innocenza di fronte alla legge, un mezzo di difesa contro le autorità che minacciano continuamente l’esistenza, irretendola nella logica della colpa, nella dimensione di una legge che appare sempre come una lancinante e grottesca caricatura di una Legge originaria a cui non è possibile avere accesso. Ma, come Kafka sperimenta proprio attraverso la stesura del romanzo, si tratta di una strategia insufficiente, perché il diritto risponde a questo tentativo di destituzione trasformando in delitto la stessa chiamata in causa e facendo dell’autocalunnia, che doveva renderlo inoperoso, il proprio nuovo fondamento.

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anticitera

Perché nel XVII secolo vi fu un crollo della ricerca scientifica italiana?

di Lucio Russo

Questo articolo riprende, in forma molto sintetica, una tesi esposta in L. Russo ed E. Santoni, Ingegni minuti, Una storia della scienza in Italia, Feltrinelli, 2010

320px Bertini fresco of Galileo Galilei and Doge of VeniceCredo che si possa tranquillamente affermare che la moderna scienza europea nacque nel Rinascimento italiano (anche se gli storiografi anglosassoni tendono a spostare il lieto evento di qualche secolo, facendolo coincidere con il salto di qualità, sul quale torneremo, che si realizzò alla fine del Seicento).

Senza ricordare i tanti successi scientifici italiani del Quattrocento e del Cinquecento, notiamo solo che una chiara prova del ruolo centrale svolto dal nostro paese nella scienza dell’epoca è fornita dalla sua capacità di attrarre studiosi stranieri. È universalmente riconosciuto il ruolo chiave svolto dal fiammingo Andrea Vesalio (Andreas van Wesel) nella nascita dell’anatomia moderna; è perciò significativo che Vesalio, dopo aver studiato a Lovanio e Parigi, abbia voluto coronare la sua carriera laureandosi a Padova, divenendovi professore e svolgendovi le sue principali ricerche. In astronomia è universalmente noto il ruolo svolto da Niccolò Copernico (Mikołaj Kopernik), che aveva studiato a Bologna, Ferrara e Padova. Ancora nel Seicento il padre riconosciuto della geologia e della stratigrafia, il danese Niccolò Stenone (Niels Stensen), svolse quasi tutta la sua attività di ricerca in Toscana.

Nel Seicento ai successi italiani nelle scienze fisico-matematiche (soprattutto, ma non solo, ad opera della scuola galileiana) si accompagnò, nelle scienze della vita, il ruolo decisivo svolto da scienziati come Francesco Redi e Marcello Malpighi.

Nel Settecento, e già alla fine del Seicento, l’Italia era tuttavia divenuta un paese scientificamente sottosviluppato (con qualche eccezione nelle scienze della vita). Quali furono le cause di un crollo verticale così rapido?

La vulgata, ripetuta infinite volte, dà una risposta netta e chiara: la colpa fu della chiesa cattolica, che bloccò le ricerche scientifiche con i processi e le condanne di Bruno (1600) e di Galileo (1633).

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marx xxi

La guerra culturale in corso in Italia

di Alessandro Pascale

st foibeLa guerra di cui si parla avviene nel campo della riscrittura ufficiale della Storia. Quello che Orwell aveva teorizzato in 1984 sta avvenendo in questo periodo storico in Italia.

 

Mattarella non è il nostro presidente

Poco più di un mese fa Mattarella era osannato da tutti per il suo discorso democristiano di Capodanno. Nel giro di pochi giorni ha ricordato a tutti la sua vera natura, quella di un furbo squalo, servo della borghesia e dell'imperialismo.

“Bisogna difendere e preservare l'amicizia con la Francia”, dice Sergio Mattarella. Ed esprime tutta la sua inquietudine sulle tensioni diplomatiche in corso con Parigi, parlando di “grande preoccupazione per la situazione” e chiedendo di “ristabilire subito il clima di fiducia”. [1] Mattarella non ha alcun interesse a sostenere la polemica sul franco CFA, né si esprime sulle rivolte popolari dei gilets jaunes che mettono a ferro e fuoco il Paese da oltre due mesi. Per lui l'UE e i suoi equilibri vengono prima degli interessi dell'Italia. Lo ha mostrato peraltro in maniera molto chiara nel piccolo “golpe” del 27 maggio 2018, quando disse che gli interessi dei “risparmiatori” e degli “investitori internazionali” venivano prima dell'intero popolo italiano. [2]

Cosa ha detto invece sul Venezuela e su quel Guaidò autoproclamatosi presidente con l'appoggio di Washington e di Bruxelles? Sempre in polemica con la giusta linea “neutralista” del Governo (cosa di cui bisogna rendere merito al M5S), ha chiesto che l'Italia assumesse, con “senso di responsabilità e chiarezza”, una “linea condivisa con tutti gli alleati e i partner europei”. D'altronde ci tiene a ribadire che “non ci può essere incertezza né esitazione nella scelta tra la volontà popolare e la richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall'altro la violenza della forza”. [3]

Certo: Caracas non è mica Parigi...

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petiteplaisance

Ripensare la scuola

di Fernanda Mazzoli

Oggi, la questione prioritaria da affrontare, se ci si vuole efficacemente opporre alla deriva economicistica e mantenere aperta, all’interno dell’istituzione scolastica, quella dimensione “utopica” così intimamente legata all’idea stessa di educazione, idea che comporta una tensione intrinseca verso “un altrove” che nulla ha a che vedere con l’adattamento al presente

Metamorfosi o2Da anni l’istruzione è al centro di un’ambiziosa campagna ideologica di segno neoliberista che ha investito significativamente organizzazione, contenuti disciplinari, modalità didattiche e finalità educative del sistema scolastico, fino alla messa in discussione dell’idea stessa di scuola, come è venuta storicamente configurandosi. L’opinione comune secondo la quale la scuola, nel nostro Paese, sarebbe la Cenerentola dell’agenda politica e delle priorità sociali è infondata: perlomeno da un ventennio essa è oggetto di pesanti attenzioni da parte dei diversi governi succedutisi, dei burocrati del MIUR, degli specialisti in Scienze dell’educazione dei Dipartimenti accademici, dei centri studi di fondazioni imprenditoriali e bancarie, delle Commissioni per la cultura europee. Tutti questi attori – politici, economici, culturali – hanno ben chiaro il carattere strategico dell’istituzione e hanno agito di conseguenza, secondo una linea di sostanziale continuità e complementarità. Azienda tra le aziende del territorio nella società di mercato, specializzata nell’erogazione di un bene formativo, alla scuola spetterebbe ormai il compito di promuovere, sin dal primo ciclo, l’educazione all’auto-imprenditorialità di uno studente dotato di quei requisiti di adattabilità, flessibilità, competitività ed efficienza operativa richiesti dalle imprese e di quelle competenze tecnologiche indispensabili alla riproduzione del sistema. La scuola è chiamata a divenire laboratorio pedagogico di un modello distopico di società ruotante intorno alla “cultura d’impresa”, fondata sul primato dell’economia e sulla sua pretesa di colonizzare ogni ambito della vita, rimodellando le condotte individuali e le politiche sociali secondo i principi dell’interesse individuale e della competizione.

Ben venga, dunque, una ricerca come quella promossa dall’IRRE Lombardia (Istituto Regionale di Ricerca Educativa) che ha visto un gruppo di docenti universitari e della Secondaria interrogarsi sui fondamenti teorici e i fini sociali di una cultura autenticamente riformatrice nella scuola, nella comune convinzione che scuola ed educazione, invece di assecondare l’attuale stato delle cose, abbiano un carattere fortemente utopico.

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pandora

La lezione dimenticata di Federico Caffè

di Michelangelo Morelli

Federico CaffèDefinire Federico Caffè un semplice economista significa banalizzare molti aspetti che contribuiscono a renderlo uno dei personaggi più interessanti del Novecento repubblicano del nostro Paese. Alfiere del pensiero keynesiano e del welfare state, antifascista e attento osservatore della società italiana, Caffè è stato un intellettuale poliedrico ed enciclopedico, capace di ragionar d’economia cogliendo le implicazioni umane, sociali e culturali essenziali per la costruzione di una società fondata sul benessere degli individui.

Federico Caffè nacque il 6 gennaio 1914 a Castellammare Adriatico (Pescara), secondogenito di una famiglia economicamente modesta: il padre Vincenzo era un ferroviere, mentre la madre Erminia integrava il magro bilancio famigliare dirigendo un piccolo laboratorio di ricamo. Caffè rimase sempre molto legato alla madre, ereditando da essa la passione per la cultura letteraria, musicale ed estetica che caratterizzò l’eclettica personalità dell’economista per tutta la vita.

Diplomatosi a pieni voti presso l’Istituto Tecnico Tito Acerbo a Castellammare (riunificata con Pescara nel 1926), Caffè si trasferì a Roma da una cugina per frequentare gli studi universitari presso la facoltà di Economia e Commercio della Sapienza. La frequentazione dell’ateneo romano fu possibile grazie alla madre Erminia, che per raccogliere il denaro necessario vendette un piccolo podere di cui era proprietaria, riacquistato in seguito dallo stesso Caffè.

Caffè si laureò cum laude nell’ateneo romano il 17 novembre 1936 con una tesi intitolata L’azione dello Stato considerata nei suoi strumenti finanziari nell’ordinamento autarchico dell’economia italiana, discussa col Professor Guglielmo Masci, suo maestro assieme a Gustavo Del Vecchio. Il tema della tesi è emblematico di quell’attenzione per il ruolo dell’amministrazione centrale nella vita economica che caratterizzò il percorso intellettuale e professionale dell’economista pescarese.

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ubure

1977. Il conflitto, la musica

di Ubu Re

maxresdefault 20865Quando lo straordinario è vissuto come ordinario allora vuol dire che la rivoluzione è in atto.

Massima del "Che" che bene si addice allo "stato d'animo" dei protagonisti del movimento del ‘77, l'anno della grande rivolta. Ma il '77 è anche l'anno più occultato, più rimosso. Sul versante del potere istituzionale la rimozione ormai decennale esprime il timore di riaffrontare i contenuti di un movimento con caratteristiche irriducibilmente rivoluzionarie.

Il ‘77 non fu come il '68. Il '68 fu contestativo, il '77 fu radicalmente alternativo. Per questo motivo la versione ufficiale definisce il ‘68 come buono e il ‘77 come cattivo, infatti il '68è stato recuperato, mentre il ‘77 è stato annientato. Per questo motivo il '77, a differenza del '68 non potrà mai essere un anno di facile celebrazione.

Eppure la rimozione del movimento del '77 è stata operata anche dai suoi stessi protagonisti. Migliaia di persone hanno interiorizzato gli effetti catastrofici del terrorismo repressivo dello stato, annullando insieme alla memoria di quel vissuto anche la loro identità antagonista.

Al di sopra di queste due rimozioni "volontarie", l’effetto azzeratore della memoria sociale prodotto dal gigantesco mutamento delle tecnologie comunicative. Ma nonostante tutto questo, le domande poste dall'ultimo movimento di massa antistituzionale in Italia restano attuali perchè irrisolte. “Quale sviluppo per quale futuro?”fu la domanda principale, semplice e terribile nel sintetizzare “l’intuizione” del vivere quel momento come il crinale di un passaggio di trasformazione epocale, reso esplicito dalla crisi e dall'esaurirsi delle regole di relazione e organizzazione e sociale basate sul sistema industriale.

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paroleecose

Ritorno alla «filologia»? 

Su Said, Agamben e altra critica universitaria

di Claudio Giunta

IMG 15391.

A un certo punto del romanzo Passa la bellezza di Antonio Pascale il protagonista racconta di come una sua vocazione giovanile sia stata repressa e spenta da un insegnante in nome di Valori più elevati.[1] In seconda media, scrive Pascale,

non facevo altro che disegnare i templi greci. Quell’ordine perfetto, il susseguirsi dei colonnati, simmetria, prospettiva. Avevo una professoressa che appendeva i miei disegni al muro. Poi un giorno, in classe arrivò don Tobia. Professore di religione. Uno strano, diverso. La giacca poggiata sulla spalla, il colletto bianco slacciato. Entrò, si guardò intorno, fissò i miei disegni e disse:

«Che ve ne fate?».

Rimanemmo tutti zitti.

«Che ve ne fate, dico, di questi templi greci? Questa perfezione, a chi la portate? Lo sapete che la perfezione si può solo guardare? È fredda, una cosa morta. Se andate in Africa, ai poveri cosa gli date? I templi greci? Che se ne fanno? Provate con l’immagine di Cristo sulla croce, ecco, provate con quell’immagine di sofferenza, vedrete come reagiscono: si identificano, capiscono che Cristo li aiuterà a portare la loro croce».

A me quel discorso un po’ mi convinse, anzi smisi anche di leggere miti e leggende greci.

Poi un giorno don Tobia prende da parte il narratore e gli fa una proposta:

Era convinto che avessi la vocazione e aspettassi solo l’occasione di farmi prete. Lui, l’occasione, me la stava dando.

Ricordo bene cosa successe quando gli dissi che non ci pensavo proprio: mi guardò e sorrise, va bene. Ma era un sorriso molto tirato. L’avevo deluso. Mai più visto don Tobia.

Questa storia di punizione e di redenzione ricorda un po’ quello che è successo nel campo degli studi letterari a metà del secolo scorso.

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quadernidaltritempi

Comunismi paralleli e altri viaggi nell’utopia

di Giovanni De Matteo

Proletkult coverSiamo nel 1927 e in tutta l’Unione Sovietica fervono i preparativi per i festeggiamenti del decennale della Rivoluzione d’Ottobre. Denni è una ragazza dal passato misterioso che arriva a Mosca dalle sperdute regioni del sud. Sta seguendo le tracce di un padre scomparso e, quando si presenta alla porta dell’Istituto Trasfusionale, per il direttore Aleksandr Bogdanov (figura storica realmente esistita), che già si sta misurando con gli esiti frustranti della rivoluzione, comincia la sfida più incredibile della sua carriera che lo porterà a fare i conti sia con il suo ruolo personale nella Storia che con un caso medico che da subito rivela caratteri straordinari.

Il personaggio immaginario di Leonid Voloch, il padre che Denni non ha mai conosciuto, è stato delegato al soviet di San Pietroburgo, militante irriducibile e compagno di lotta di Bogdanov: scomparso nel 1907 dopo una rapina a Tbilisi a cui prendeva parte lo stesso Stalin, sarebbe riapparso solo a distanza di diversi mesi, sottoposto a giudizio dai compagni in esilio a Capri per sospetto tradimento e graziato da Bogdanov, che aveva riconosciuto nel suo comportamento i segni di un disturbo post-traumatico riconducibile alla conclusione violenta proprio di quella rapina. La ragazza versa in condizioni di salute precarie e, dagli accertamenti condotti all’istituto, risulta portatrice di un batterio apparentemente legato a una forma sconosciuta di tubercolosi. Trovare Voloch diventa così una corsa contro il tempo, non solo per permetterle di ricongiungersi con quello che resta della sua famiglia, ma anche per salvarle la vita.

“Bogdanov resta in silenzio. Quella sfida lo affascina. Un elemento sconosciuto è giunto a turbare le loro certezze. Ora li attende un periodo eccitante, fatto di disordini e divergenze, di contraddizioni e aggiustamenti, finché il sistema non troverà una nuova stabilità. Crisi, differenziazione, equilibrio. La dialettica in versione tectologica, che muove ogni progresso”

(Wu Ming, 2018).

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marx xxi

Valori occidentali, valori cinesi e valori universali

di Maria Morigi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

drago cineseNel gennaio del 2015 il Ministero dell’Istruzione cinese annunciava l’intenzione di bandire dalle aule universitarie i materiali d’insegnamento che “diffondevano i valori occidentali”.

Le autorità cinesi erano dunque ostili nei confronti dell’occidentalizzazione? Ci si chiede anche se in Cina è riconosciuta una sorta di equivalenza tra valori occidentali = valori liberali, ovvero princìpi di governo e ideali politico-sociali, quali libertà, uguaglianza, autonomia individuale e autogoverno repubblicano, con cui l’Occidente definisce la propria identità liberale e democratica. O forse i valori occidentali erano incompatibili con la “grande rinascita della nazione cinese” con cui erano stati promossi i “valori cinesi”?.

La stampa ufficiale intervenuta tempestivamente (Vedi Guangming online:

Cosa c’è di sbagliato a non far circolare i valori occidentali nelle università socialiste”, 31-01-2015) chiariva: “I valori occidentali principalmente si riferiscono, nella Cina di oggi, alle idee errate provenienti dal mondo capitalista occidentale e in particolare a quelle idee e valori politici propagandati dai paesi capitalisti occidentali rappresentati in primis dall’America, come la democrazia costituzionale, i valori universali, la società civile, il neoliberalismo, il nichilismo storico…”.

Per capire le dimensioni del problema dobbiamo fare molti passi indietro, perché in Cina la storia contemporanea –a partire dalle Riforme dei 100 giorni (1898) dell'imperatore Guangxu- è segnata da un lato dalla promozione dell’occidentalizzazione, che chiedeva una costituzione e un parlamento per garantire ai cinesi uguali diritti e doveri e per partecipare alla costruzione della nazione; dall’altro lato è segnata dalla difesa dei valori autoctoni. Tale contesa culturale e ideologica era motivata dall’aspirazione a creare un moderno sistema democratico, pur assecondando l’esigenza di conservare un sistema autocratico che fosse espressione della tradizione cinese di Stato-civiltà.

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figurerivista

Dell'immediatezza

Editoriale del n. 2 di Figure

mv2immÈ passato un anno da quando abbiamo pubblicato il nostro primo numero, dove abbiamo tentato di analizzare retoriche e immaginari legati al concetto di creatività, mostrandone la presenza costante e apparentemente immotivata all’interno della contemporaneità. Chiuso quel primo numero ci siamo guardati, stremati ma felici come lo si è dopo un primo travaglio, chiedendoci: e adesso? Una domanda semplice ma che sottintendeva quanto dovessimo ancora sforzarci non solo per farci conoscere (la presenza nei canali social e nel mondo reale), ma anche per individuare un nuovo nodo sul quale costruire il numero successivo.

A un anno di distanza eccoci qui. Il metodo è sempre lo stesso, basato sulla convinzione per cui una serie di fenomeni politico-economico-sociali non debba rimanere irrelato; che anzi proprio questa frantumazione dei nessi fra una realtà e l’altra, alla quale assistiamo quotidianamente, contribuisca alla determinazione di un pulviscolo intellettuale favorevole al mantenimento dello stato di cose. Al frammento continuiamo in questo numero a privilegiare la visione d’insieme, come ad un preciso corpo celeste preferiamo la costellazione all’interno del quale esso è innestato, nel tentativo di lasciar intravedere i legami latenti che, tra diversi universi di realtà, esistono. Allo stesso modo gli articoli presenti in questo numero potranno essere letti individualmente, ma potrebbero risuonare di un significato ulteriore se letti alla luce degli altri.

È cambiata invece la figura. Abbiamo intitolato il secondo numero della rivista Figure dell’immediatezza. Immediata è la percezione della realtà per come ci si para davanti.

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paroleecose

Le mani su Machiavelli. Una critica dell’Italian Theory

di Pier Paolo Portinaro

de2df791682f079f8397226a3ff38bc7 XL[È uscito in questi giorni, per Donzelli, Le mani su Machiavelli. Una critica dell’Italian Theory di Pier Paolo Portinaro. Ne presentiamo alcune pagine. «Italian Theory», si legge nel risvolto del libro «è espressione, non priva di ambiguità, che riassumerebbe un presunto tratto comune della filosofia italiana, racchiudendo in un unico orizzonte Machiavelli e Gramsci fino all’operaismo e alla biopolitica. È proprio quest’ultima, invece, oggi, ad aver generato un terreno favorevole al diffondersi di quella postura antipolitica che è esattamente l’opposto della lezione del Segretario fiorentino. Ma alla lezione di Machiavelli può essere più sobriamente ricondotto quel filone di pensiero elitistico che ha accompagnato criticamente la via italiana alla democratizzazione – un altro Italian Style, potremmo dire, quello dei maestri del disincanto democratico: Salvemini, Bobbio, Miglio, Sartori, Pizzorno. È questo altro filo del pensiero politico italiano che Pier Paolo Portinaro ricostruisce nel volume: seguendo il quale, secondo l’autore, l’enigma dell’eterna crisi italiana può essere meglio decifrato, senza ricorrere a troppo inclusive – e impropriamente apologetiche – letture metapolitiche della storia»].

* * * *

[…]. Questo – risulterà evidente fin dalle prime battute – è uno scritto polemico e idiosincratico, di cui è bene circoscrivere fin d’ora le finalità. Non intendo infatti contestare che nei decenni passati molti ingegni italici si siano spesi con serietà e competenza all’interno della comunità transnazionale degli studiosi, quella che un tempo si chiamava «repubblica dei dotti», e per questo abbiano trovato rispettosa e partecipe accoglienza in essa. Né intendo sottostimare il fatto che la straordinaria fioritura della letteratura italiana tra Dante Alighieri e Torquato Tasso abbia creato le condizioni, e non da ieri, per una ricerca multidisciplinare sulla specificità della cultura italiana e della sua forza di proiezione nel mondo. O ancora che autori come Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi siano stati determinanti nel conferire una cifra e una tonalità di pessimismo storico alla letteratura italiana contemporanea.

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carmilla

Un laboratorio di scrittura, un libro sovversivo*

di Leonardo Casalino

Luca Rastello, Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime, a cura di Monica Bardi, pp. 320, € 16,90, Chiarelettere, Milano 2018

195008422 f8a61f94 0b8c 49f2 a750 d8106f2eff93Due temi percorrono le pagine di questo libro. Il primo è quello legato alle cose “penultime”: per Luca Rastello rappresentano “un tratto quasi terminale della corsa – quando l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata – che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte”. È la sola parte dell’universo che può essere raccontata, come ci aveva spiegato in ‘Undici buone ragioni per una pausa’, edito nel 2009 per i tipi della Bollati Boringhieri.

Il secondo è il tema del “prendere tempo”, del narrare come strumento per rimandare la morte. In una bella conferenza tenuta a Milano nell’autunno 2014 Luca Rastello, partendo dal ‘Tristam Shandy’ di Sterne, aveva offerto un esempio raffinato e intelligente di letteratura comparata mettendone in relazione le pagine con Proust, Carlo Levi, Hašek, ‘Le Mille e una notte’ e Virgilio.

Prendere tempo, dunque, per prolungare le cose penultime. Nel leggere i testi di Dopodomani non ci sarà, ritrovati in un file del computer dopo la morte e pubblicati postumi, è però difficile sottrarsi all’impressione di trovarsi di fronte alle “ultime” pagine di Rastello. Come riuscire, allora, ad attribuire loro una natura di “penultime”, in modo da poter prolungare il dialogo con la voce e le parole del loro autore? Ho provato a farlo mettendo in relazione il libro con le recensioni – ancora non raccolte in volume – che Luca Rastello pubblicò sulla rivista L’Indice dei Libri del Mese nel corso degli anni Ottanta; un decennio, quest’ultimo, su cui non disponiamo di un suo testo narrativo o giornalistico.

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azioni parallele

Perché serve la cultura?

di Stefania Tirini

cultura143Questa non è cultura, è pedanteria,
non è intelligenza, ma intelletto,
e contro di essa ben a ragione si reagisce.
La cultura è una cosa ben diversa
Antonio Gramsci

Introduzione

Nel 1935, il filosofo Edmund Husserl denuncia la crisi di senso che caratterizzava la sua epoca: era molto preoccupato per l’avanzare e il progredire dei totalitarismi. L’autore spiega in maniera semplice e chiara la crisi della cultura, una crisi che ha portato progressivamente all’emergere dei totalitarismi e affronta il problema dichiarando che la crisi di senso è la crisi della ragione. Secondo Husserl, si era affermata una difficoltà progressiva e crescente a utilizzare la ragione come facoltà critica e interrogativa (Husserl 1936).

Ispirato in parte dalla filosofia di Descartes, Husserl considera che il punto di partenza per poter fondare un sistema filosofico, ma anche la cultura, è quello di cominciare a dubitare. Con Husserl si parla di dubbio, del dubbio cartesiano che è dubbio metodologico. Si deve poter dubitare di tutto per poi cominciare a fondare criticamente il sapere, la conoscenza. Ora, secondo Husserl questa facoltà, critica, interrogativa, dubitativa, non esiste più.

Le riflessioni di Husserl sono un buon punto di partenza per affrontare la crisi della cultura contemporanea: oggi ci troviamo di fronte a scetticismo e irrazionalismo, e il ruolo della cultura dovrebbe essere quello di combattere sia l’uno che l’altro. Ma cerchiamo di capire in che senso scetticismo e irrazionalismo abitano trionfalmente il presente e come la cultura può sconfiggerli.

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operaviva

Quando gli esclusi prendono la parola

Letteratura e classe operaia, a partire da Prunetti

di Antonio Montefusco

miniere carbone sulcisMa oggi, a noi. Dove sono i compagni e gli amici che debbono ricevere quello che più abbiamo amato? Al di là degli affetti, che possono solo duplicare noi stessi, abbiamo accettato o subito la perdita di tutta la solidarietà nella superstizione che tutto ci sarebbe stato restituito ad una svolta della storia. La parola «amico» ha mutato regione – Adorno lo ha spiegato da tanti anni – e significa poco più o poco meno che contiguità di corte e di sorte; di ufficio, cattedra, centro studi, insomma affari.
FF, Le ultime parole, in QF, p. 14 (1965)

1. A leggere 108 metri di Prunetti (Laterza, 2018) si salta sulla sedia e si trattiene a stento il respiro. Discutere duramente con il proprio genitore della prosecuzione del percorso di studi come se quella prosecuzione non fosse già automatica e segnata, almeno per quello che riguarda i gradini da raggiungere; interrogare la propria identità mentre si frequentano banchi di scuola dove siedono, in maggioranza, esseri che mostrano una predisposizione naturale a interagire con saperi e discipline che ti sono ignote; affrontare la vita della precarietà dopo aver raggiunto titoli di studio (la laurea) che la generazione precedente della tua famiglia non aveva nemmeno immaginato, ma solo sperato; far riemergere il tuo DNA di classe nella capacità di mescolare ciò che è vietato fare fuori dalla tua classe: arti liberali e arti meccaniche, ciò che l’Occidente ha diviso per deliberata scelta nei secoli dei secoli (o almeno da quando esiste l’Università, più o meno da ottocento anni); sbarcare in terre ignote, masticando lingue mescolate e apprese per strada e nei bar, senza quell’eleganza che ti impongono gli istituti di insegnamento stranieri a lauto pagamento (il British Council, l’Alliance française…), con quell’accento e quella mescidanza che ti rimarranno appiccicati per sempre, e che coloro che sono capaci di scimmiottare con successo l’accento straniero ti rimprovereranno quotidianamente: questo tesoro di esperienze mi appartengono in profondità, e però le ho ricacciate nel non dicibile.

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maelstrom

Viaggio sentimentale intorno al nulla

di Damiano Palano

Rileggere "Il desiderio di essere come Tutti" di Francesco Piccolo quattro anni dopo il Premio Strega (e dopo la fine "renzismo")

PiccoloSono passati solo quattro anni da quando Francesco Piccolo, con il suo romanzo-saggio "Il desiderio di essere come tutti", vinceva il Premio Strega, eppure sembra passato un secolo. Quel libro venne infatti considerato - e fu effettivamente - una sorta di manifesto intellettuale del "renzismo". La sua violenta polemica contro la "purezza" rivendicata dalla "sinistra" era (o quantomeno fu letta) come la legittimazione di una leadership che, lasciandosi alle spalle tutte le memorie del passato, era disposta a sporcarsi le mani senza vincoli moralistici e ad abbandonare tutti gli orpelli di un immaginario obsoleto. Oggi che il "renzismo" è tramontato, è quasi commovente ascoltare l'appello ai "valori di sinistra" da parte di coloro che esaltarono la brutale satira della "purezza" proposta da Piccolo. Ma proprio perché ormai quella fase si è conclusa, si può rileggere "Il desiderio di essere come tutti" - che in modo piuttosto sconcertante si volle allora insignire del più prestigioso dei premi letterari italiani - come un documento storico.

In questa chiave, "Maelstrom" ripropone la riflessione dedicata al romanzo, pubblicata allora anche su Tysm Magazine, con il titolo "Viaggio sentimentale intorno al nulla: Francesco Piccolo".

* * * *

In un tempo ormai lontano, che nel ricordo si tinge talvolta dei colori della nostalgia, esisteva l’«intellettuale di sinistra». Non si trattava soltanto di un’etichetta volta a contrassegnare una componente del mondo culturale italiano, anche perché non esistevano gruppi speculari sul versante di destra oppure al centro dello schieramento politico (al massimo c’erano talvolta intellettuali «irregolari», che non avevano rapporti organici e stabili con formazioni partitiche). E non si trattava neppure di un’etichetta destinata a indicare studiosi votati a fornire al movimento operaio – mediante la ricerca teorica – gli strumenti dell’azione politica.