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Riprendiamoci i saperi, riprendiamoci la vita
Emiliana Armano dialoga con Antonella Corsani
In occasione della recente pubblicazione del suo libro, Chemins de la liberté. Le travail entre hétéronomie et autonomie abbiamo invitato Antonella Corsani ad approfondire presupposti e implicazioni della sua ricerca.
Questo libro si iscrive in una prospettiva critica delle tesi sul capitalismo cognitivo – concetto che Antonella Corsani ha contribuito in modo importante ad introdurre nel dibattito teorico-politico – ed è scritto a partire dalla sua esperienza di inchiesta di più di quindici anni, prima nel movimento degli intermittenti dello spettacolo, poi nel movimento delle cooperative di attività e di impiego. È contemporaneamente uno studio di ampio respiro, insieme militante e teorico, che investe trent’anni di elaborazione critica e pratica del pensiero post-operaista, e ricostruisce in maniera chiara e puntuale la nascita negli anni ‘90 e la successiva articolazione delle tesi sul capitalismo cognitivo. Uno studio che ha il coraggio e il merito di fare un bilancio sulle coordinate teoriche fondamentali di un concetto, che è stato centrale nella teoria dei movimenti radicali. Riuscendo a tenere coesa, in una visione militante e rigorosa, sistematica e severa, la teoria e l’esperienza politica in un tentativo di situare questi diversi piani in maniera relata. In corso d’opera, durante il periodo di elaborazione ho avuto il piacere di dialogare con Antonella Corsani e ora quello di poterle rivolgere alcune domande sugli intenti e sulle tesi contenute nel suo libro per poterlo far conoscere e discutere. Qui di seguito riporto questo dialogo.
* * *
D. Vuoi fornire, ai lettori, qualche elemento sul percorso teorico e politico che ti ha condotta a scrivere Chemins de la liberté. Il progetto come è nato? Come si è inserito tra la contingenza del tuo attuale lavoro di ricerca in Università e i tuoi precedenti studi e ricerche militanti? Come hai pensato che fosse l’occasione di fare il punto di un percorso collettivo…?
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“Una figura colossale”: Dante Alighieri
di Eros Barone
Una lettura più attenta rivela l’impossibilità di distinguere, sia pure idealmente, quelle che sono le componenti fondamentali del genio di Dante: la serietà e grandiosità, incorporata in un fermo disegno strutturale, del proposito etico e, dall’altra parte, una straordinaria plasticità di invenzioni figurative e una prodigiosa fertilità di risoluzioni stilistiche e verbali.
N. Sapegno, Storia della Letteratura Italiana, vol. I, Garzanti, Milano 1965-1969, p. 76.
Ma se potessimo intravedere anche solo di spalle Dante Alighieri che s’inerpica sull’Appennino, non capiremmo della Divina Commedia qualcosa di più di quel che oggi ne sappiamo? 1
C. Garboli, Pianura proibita, Adelphi, Milano 2002, p. 133.
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“L’ultimo poeta del medioevo e il primo poeta moderno”
Non esiste gesto o atteggiamento umano che Dante, nella Divina Commedia (per tacere delle altre opere), non abbia descritto, scolpito, evocato, e ciò è stato riconosciuto dagli autori più diversi, i quali non hanno mancato di rendere il loro omaggio all’autore del “poema” cui “ha posto mano e cielo e terra” 2 e all’artefice primo della lingua italiana. In tal senso, come ha scritto uno di essi, Dante è davvero “l’inevitabile”. 3 E come non ricordare che non vi è esercizio più sano per la mente e per il cuore, nonché per i sensi, della ‘lectura Dantis’? Sì, anche e soprattutto per i sensi, giacché questi organi traggono uno speciale godimento dalla lettura, ancor meglio se ad alta voce, delle terzine incatenate dell’Alighieri. Il che è comprovato, fra l’altro, dal costante successo che hanno riscosso tali letture nel corso del tempo: da Carmelo Bene, passando attraverso Roberto Benigni, sino a Vittorio Sermonti.
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Trincia, Umanesimo europeo. Sigmund Freud e Thomas Mann
di Stefano Virgilio
Francesco Saverio Trincia: Umanesimo europeo. Sigmund Freud e Thomas Mann, Scholè, 2019
Umanesimo europeo. Sigmund Freud e Thomas Mann, ultimo lavoro di Francesco Saverio Trincia, uscito nei tipi di Morcelliana/Scholè (2019), è un denso e interessante tentativo di riscoprire alcuni tratti della portata filosofica (termine particolarmente significativo, considerando la diffidenza di Freud nei confronti della filosofia) della psicoanalisi freudiana alla luce del filtro interpretativo di Thomas Mann. Parallelo a tale riscoperta è il proposito di fare chiarezza e di reinterpretare alcuni aspetti del pensiero freudiano in modo tale che, senza facili sensazionalismi o avventurismi ermeneutici, vi si possano accostare categorie apparentemente lontane, attraverso un metodo che procede senza contrapporre elementi opposti (ad esempio “razionalità e irrazionalità”, “progresso e regresso”), bensì mostrando “hegelianamente” una loro reciproca implicazione ossimorica.
Sotto questo punto di vista, degno di interesse è già il titolo, che associa il concetto di “umanesimo” al padre della psicoanalisi. Tale nesso, infatti, non appare affatto immediato, e non è un caso che l’autore dedichi al «senso del problema» l’intero primo capitolo, nel quale illustra gli scopi del lavoro e il percorso attraverso il quale si propone di raggiungerli. Trincia cerca di mettere a fuoco il modo in cui si può parlare di “umanesimo” all’interno del pensiero freudiano e, va detto, si tratta di un’impresa non facile, non foss’altro per il fatto che «Freud non definisce se stesso mai “umanista”. Nessuna dottrina e tanto più nessuna retorica o ideologia dell’uomo è presente nel suo universo concettuale e clinico» (p. 12).
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Recalcati lettore di Fachinelli. L’oceano al di là dell’Edipo
di Rocco Ronchi
Elvio Fachinelli ha avuto il grande merito di portare la psicoanalisi dentro il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni ’60 – ‘80, quando il vento del rinnovamento soffiava forte sulla società italiana. Psicoanalista eterodosso, ma non dissidente, sospettoso delle dinamiche autoritarie dei gruppi, anche quando questi erano fondati su buone cause, si era sottratto all’invito formulatogli da Jacques Lacan di rappresentarlo in Italia, preferendo mantenere una posizione da libero battitore. A trent’anni dalla prematura scomparsa, uno dei maggiori “eredi” italiani di Jacques Lacan, Massimo Recalcati, gli ha dedicato un piccolo densissimo volume, articolato in tre saggi e in una Appendice, dal titolo significativo e assai impegnativo: Critica della ragione psicoanalitica.
Di Fachinelli, il suo esegeta condivide non solo una matrice intellettuale lacaniana, che è certamente più sfumata nel caso di Fachinelli, ma anche quella che si potrebbe definire una comune vocazione all’“impegno”. Per entrambi, infatti, la psicoanalisi è una prassi interamente calata nell’attualità, che non teme di sporcarsi le mani con il conflitto. Certamente diversissimi sono gli sfondi nei quali prende rilievo la loro riflessione. La temperie sociale, politica e culturale che caratterizzava gli anni di Fachinelli non ha quasi più rapporto con quella attuale. Le urgenze sono altre, anche se non meno drammatiche. Comune a entrambi è tuttavia la persuasione che la psicoanalisi, che nella sua pratica resta sostanzialmente una faccenda privata, sia, quanto al suo senso, parte integrante del discorso pubblico. Essa deve fungere da criterio di orientamento nel reale e da principio della sua trasformazione.
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Che importa chi parla? Manifesto per l'anonimato intellettuale
di Anonimo
[Questo è un manifesto-proposta per l’anonimato intellettuale. L’idea è semplice: almeno in questo ecosistema – nei blog, nelle riviste online, nei social –, ma forse anche fuori di qui, l’autore non è affatto in declino, né morente, pace Roland Barthes. Forse il lettore è autore, qui più che altrove. Forse questa è la fabula dove regna incontrastato il lector, sotto forma di like. Eppure, se è così, il lettore è inevitabilmente irretito nelle maglie dell’autore – della sua celebrità, del ruolo che ha, del pulpito da cui parla. E anche chi autore non può essere nel senso classico, cioè l’individuo qualunque, qui – in questo ecosistema – spesso come autore si atteggia sin da subito. La funzione-autore foucaultiana si esercita a tutto spiano in certi ambiti della Rete, fagocitando tutto il resto. Fagocitando soprattutto le idee e il merito delle argomentazioni. Allora, la proposta è mettere l’autore fra parentesi, dare uno spazio a chi accetterà di prenderselo – a certe condizioni, naturalmente – senza volerlo occupare con la propria identità, ma solo con la propria voce. Potrebbe non accettare nessuno; potrebbero essere troppi i favorevoli alla proposta. Lo vedremo. La rubrica inaugurata da questo intervento, e curata dal suo autore anomimo, sarà lo speaker’s corner per chi, parte del General Intellect, vorrà sfuggire dalla logica che rende la produzione intellettuale un altro ambito della produzione di ricchezza, che fa della comunicazione umana una fra le altre merci. Testi collettivi, testi irregolari, testi provocatori, testi marginali: voci della moltitudine potranno apparire qui, sotto le mentite spoglie dell’anonimato e grazie allo scudo che esso garantisce.]
* * * *
Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio.
M. Foucault, Che cos’è un autore?
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"Quel sole e quel cielo"
Raccolta di poesie di Geraldina Colotti
di Fosco Giannini
Dall’ultima raccolta di Geraldina Colotti, Casa Editrice “La Città del Sole”, dal perfetto amalgama tra forma e contenuto, tra postazione rivoluzionaria e raffinatezza del linguaggio traiamo un dono: la poesia
Libera nos a malo: con la stessa espressione evangelica con la quale, nella versione latina, si pregava il padre nostro di liberarci dal male, potremmo chiedere al dio della della poiesis di liberarci da Benedetto Croce e da tutto il vasto, secolare, crocianesimo servile, che mai non muore e che come una fabbrica di merci di massa ha invaso il mercato della critica letteraria con i criteri standardizzati per la lettura della poesia e della letteratura. È attraverso il crocianesimo che per decenni abbiamo creduto che vi fosse una letteratura di serie “a” e una di serie “b”, una alta e una negletta; che il grande romanzo inglese o francese fosse letteratura classica e il “giallo” fosse letteratura per ceti operai e proletari, quelli senza capacità critica e, in fondo, senz’anima. Finché dalle viscere della società americana uscirono le pagine, altrettanto classiche di un Flaubert, di Dashiell Hammett o di un Raymond Chandler, che scrivevano gialli, che usavano la forma del giallo per raccontare la miseria, la violenza, la vita oscura delle metropoli americane, con la stessa luce veggente di quel Balzac che scriveva della piccola borghesia in formazione. Libera nos a malo, liberaci dal crocianesimo che come un feroce ingegnere israeliano ha tirato su un Muro tra il contenuto e la forma, condannando reggimenti di critici letterari ed eserciti di lettori a parlare dell’una e dell’altra, salvandone una e condannandone l’altra, mai viste convivere in un unico corpo.
Occorre innanzitutto prendere le distanze da “Poesia e non poesia” (1923) dove Croce stabilisce per i posteri che l’arte è pura forma e che il mondo fisico è irreale quanto reale è la poesia, per leggere il lavoro di Geraldina Colotti. È vero che sono le scelte di vita, politiche, filosofiche, esistenziali di Geraldina a prendere, da sole e senza aiuto esterno, le distanze dal vate dell’idealismo conservatore italiano.
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La rivoluzione di Eleanor Marx
di Claudio Cinus
Il primo riferimento storico di Miss Marx è l’anno della morte di Karl Marx, 1883; non ci sono altri cartelli o sovrimpressioni a illustrare il contesto. Susanna Nicchiarelli non vuole indirizzare il suo film verso la classica ricostruzione storica e preferisce concentrarsi subito su un poco noto rapporto padre/figlia. L’orazione funebre rappresentata sullo schermo è da parte di Eleanor Marx, detta Tussy, figlia più giovane del grande pensatore tedesco. Romola Garai, che dà il volto alla protagonista, guarda in camera come per presentare il suo personaggio a una platea che probabilmente non lo conosce e nel rivolgersi, per la prima ma non ultima volta, direttamente agli spettatori del film (oltreché alla piccola platea di astanti nella finzione cinematografica) accetta il ruolo subalterno di “figlia di”. Le sue parole sono dedicate quasi esclusivamente al rapporto di Karl con la moglie Jenny, celebrazione di un matrimonio felice nei sentimenti quanto travagliato economicamente; nelle frasi di Eleanor la politica quasi scompare innanzi all’aspetto più intimo e quotidiano di un uomo noto invece per il suo impegno sociale. Eleanor è erede di nome e di fatto del padre: il partito la stima, le sue qualità oratorie e di scrittura sono riconosciute, nessuno mette in dubbio che sia capace di portare avanti con autonomia le idee ereditate dal padre. Ma lei preferisce filtrare tutta l’esperienza della figura paterna attraverso il racconto della loro vita familiare. Ricorda l’uomo che ha amato una donna nella maniera in cui ogni donna vorrebbe essere amata, il padre che le ha dato una degna educazione; questo è stato per lei Karl Marx.
Scoprirà solo qualche anno dopo che la vita sentimentale del padre non era stata lineare e monogama come lei credeva fermamente, ma ormai il danno è fatto: l’ammirazione profonda per il genitore la porta a volerne continuare la lotta politica cercando al contempo di replicare quell’ideale romantico che credeva di avere osservato e compreso coi suoi occhi di bambina.
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Rossana
di Alisa del Re
Era una comunista. Ha attraversato il secolo scorso ma non si è persa nulla dei primi venti anni del ventesimo. L’anno passato, in aprile, scrisse su sessualità e filiazione, partendo da sé per affrontare temi difficili e complicati di dibattito nel femminismo. “Partendo da sé” come aveva appreso dal femminismo degli anni ’70.
“Dunque sono sicuramente una donna, e un po’ qualunque, come milioni di altre donne da quando esistono le civiltà greca, romana e giudaica, che sono le principali dalle quali una donna qualunque europea soprattutto deriva.
Di particolare c’è che ho sempre avuto una vera passione politica; in suo nome ho dato vita al “manifesto”, gruppo politico italiano, poi anche quotidiano autofinanziato assieme – fra altri – a Lucio Magri, a Luigi Pintor e Luciana Castellina, che esce ancora oggi. Posso aggiungere che sono una marxista ortodossa, adepta a suo tempo anche di quel marxismo-leninismo, che giustamente si accusa di essere “volgare”, ma che mi ha aiutato anch’esso a capire com’era fatto il mondo e a diventare comunista: lo sono rimasta, non sono dunque di formazione condivisa dai più né in onda con il tempo.” […]
“Quanto al marxismo è una scelta personale e non pretende di essere condivisa: serve a spiegare perché ho esitato un attimo a definirmi “femminista” anche se credo di esserlo: non c’è battaglia delle donne che io non condivida, talvolta con qualche riserva; non ne ho, penso, nei confronti del testo fatto circolare ora da “Non una di meno”, che forse avrei scritto in modo a momenti diverso, come mi permetto di dire oggi.”[1]
Così si presentava Rossana l’anno scorso, battagliera, parlando di sé come se pochi e poche la conoscessero, con quella civetteria altera che la caratterizzava. Piangendo sulla sua morte, oggi, capisco perché la consideravo indistruttibile, perché non ho mai messo in conto che lei non ci fosse più.
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Della dolce vita, l’incerta sorte
di Gianfranco Marelli
Raffaele Alberto Ventura, Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, Torino 2020, pp. 236, euro 14,00
Ricordate dove eravate e cosa vi apprestavate a compiere venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Qual è il vostro alibi che potrebbe scagionarvi dall’aver partecipato al flash mob tutto italiano lanciato e diffuso attraverso l’hashtag “#cantachetipassa”, in cui si invitava a esporre dai balconi e dalle finestre il tricolore, nonché a esibirvi in un afflato canoro/musicale con strumenti, sirene, tamburelli e stoviglie prese a colpi per far rumore, ma anche con telefonini, tablet e casse audio accesi ad alto volume e rivolti verso la strada, ascoltando e facendo ascoltare la vostra hit parade anti-pandemia? E se anche obtorto collo vi siete sentiti costretti a partecipare alla kermesse nazional popolare, ma senza per questo intonare l’inno di Mameli, preferendo l’allegria, la nostalgia, la spensieratezza di “Azzurro”, “Abbracciame”, “Ma il cielo è sempre più blu”, perché non scegliere la canzone “Un senso” di Vasco Rossi, di certo più opportuna per rimarcare la progressiva e ineluttabile ricerca di un senso a quanto era accaduto, stava accadendo e sarebbe accaduto1?
Forse perché il Senso, la Causa, il Fondamento, l’Ordine, l’Origine in grado di comprendere e spiegare il diffondersi della pandemia da Covid-19 ci si aspettava fossero gli ‘esperti’ a comunicarlo; gli stessi esperti utilizzati come paravento dai politici per giustificare provvedimenti eccezionali tali da imbrigliare le normative procedurali di una democrazia, da intravvedervi il compiersi di una dittatura invisibile che sorregge un’apparente libertà di scelta: la democratura. Tant’è che il rimedio contro il terrore provocato dall’imprevedibilità del virus a non pochi è sembrato peggiore del male da curare, soprattutto perché chi avrebbe dovuto capirci qualcosa stentava a farlo, dimostrando di non saper utilizzare al meglio la propria competenza così da generare maggiore insicurezza, al punto da suscitare più dubbi che certezze sul come comportarsi, su cosa e a chi credere.
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David non ci vorrebbe Graeberiani
di Lorenzo Velotti
All’inizio di quest’anno, Goffredo Fofi mi chiese di intervistare David Graeber con l’idea di farne un libro-intervista. Estremamente onorato e al contempo nervoso, in cerca di qualche direzione, cominciai a chiedere a Goffredo che temi avremmo dovuto affrontare, e a David che disponibilità avesse e di cosa gli sarebbe piaciuto parlare. Il primo mi rispose che ero libero di fare quello che volevo, il secondo che certamente avremmo potuto fare l’intervista e parlare di qualsiasi cosa! Che potevo aspettarmi, incastrato tra due anarchici? Ricordo una meravigliosa conversazione con David nel suo studio, dove parlammo a lungo del libro e dei titoli che avremmo potuto dargli, finché David non cominciò a espormi la sua teoria delle libertà perdute, che aveva appena formulato per il suo prossimo libro (The Dawn of Everything: A New History of Humanity, 2021), un po’ come se io avessi dovuto offrire un commento critico (cosa che chiaramente non feci). Non perché io fossi speciale in alcun modo, ma perché, da anarchico e da antropologo, pensava e scriveva con gli altri. Infine parlammo d’attivismo, su cui mi diede alcuni consigli. Da allora cercammo di fissare delle date per l’intervista, ma la pandemia stava scoppiando, l’università stava chiudendo e David mi disse: “l’intervista la facciamo non appena finisce questo casino”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Non avrei mai pensato che il casino gli sarebbe sopravvissuto.
Ho conosciuto David Graeber nel 2018, seguendo il suo corso di “Antropologia e Storia Globale” alla London School of Economics, all’inizio di un percorso che mi ha cambiato la vita. L’ho conosciuto per poco e tuttavia non poco, come tanti suoi studenti e compagni, per via della sua irriverente trasparenza e di una curiosità volutamente infantile verso l’altro.
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Sul concetto di “nazionale-popolare” nelle attuali forme della cultura di massa
di Alessandro Barile
«Sommamente ridicola la fiducia riposta in noi [poeti] dal volgo, temeraria e indifendibile l’impresa di educare il popolo e la gioventù per mezzo dell’arte. Come potrebbe infatti fungere da educatore colui che irrimediabilmente e per sua propria natura è spinto verso l’abisso? È vero che vorremmo rinnegarlo, che vorremmo acquistare dignità; ma ovunque dirigiamo i nostri passi, l’abisso ci attrae. Così avviene che noi rinunciamo alla conoscenza che disgrega: poiché, mio Fedro, la conoscenza non possiede dignità né rigore; è consapevole, comprensiva, indulgente, priva di tenuta e di forma; ha simpatia per l’abisso, è l’abisso medesimo»
Thomas Mann, La morte a Venezia
Arte e politica non sono mai andate d’accordo, ma i consumi (e i costumi) culturali dei tempi che corrono invitano ad aggiornare una riflessione necessaria anche se non sentita come tale. Ci invita e anzi ci costringe un duplice movimento che stritola – di fatto è così – ogni discorso critico: da un lato, cent’anni dopo la riproducibilità benjaminiana, ci troviamo immersi in un bombardamento culturale continuo e inarrestabile, che ci invita, tramite i suoi supporti, i suoi dispositivi, la sua velocità e disintermediazione, a consumare costantemente e irriflessivamente “cultura”, sia essa visuale (cinema e serie tv, web series e televisione), che musicale (dai talent a Spotify) che “museale” (la mostra d’arte come “evento”, e come evento “furbo”, subito apprezzato dal grande pubblico in quanto scorciatoia educativa); dall’altro, il consumo così recepito viene sempre meno pensato, sottomesso a critica e valutato nelle sue potenzialità (che pure potrebbero esserci) e nei suoi problemi (evidenti e, proprio perché tali, subito accantonati).
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Grottesco fachinelliano
di Dario Borso
I. Appena laureatosi in Medicina a Pavia, Elvio Fachinelli si trasferì nel 1953 a Milano, dove lavorò per qualche anno come microbiologo in una grossa industria farmaceutica. Di sera, frequentava una compagnia così descritta quasi mezzo secolo dopo dal poeta Elio Pagliarani, allora giornalista del quotidiano socialista “L’Avanti!”:
Il ritrovo dove ci si vedeva più spesso era la trattoria di Poldo, in via Borgospesso, dove costituivamo un gruppetto abbastanza fisso e piuttosto affiatato: c’era e c’è il mio Virgilio, Luciano Amodio, guida assatanata e indistruttibile, non solo di me medesimo (per lui conobbi i Solmi, Vittorini, Fortini, Basso, Chiara Robertazzi, le tre sorelle Bortolotti, Giancarlo Majorino, Michele Ranchetti, Ettore Capriolo, Sergio Caprioglio che se n’è andato appena un mese fa, Antonino Tullier fra Dada e surrealismo, scomparso già da molto tempo) ma di tutta la giovanissima intellighenzia milanese in quegli anni, almeno così a me pareva allora e ne sono convinto ancora, e c’era Elvio Fachinelli, che non c’è più da troppo tempo1.
In un dibattito riportato su “Il Tempo” del 19 dicembre 1976, Fachinelli aveva ironicamente specificato le dinamiche del gruppetto, dichiarando che nel 1955
era sorta l’idea di fare una rivista, che si chiamasse “Borgospesso”, perché mangiavamo tutti in via Borgospesso. C’erano Elio Pagliarani, Gianni Bosio, Amodio, Giuseppe Bartolucci e tanti altri2. E c’era, telefonato, Fortini. Verso l’ora del profiterol infatti arrivava un cameriere, chiamando Amodio al telefono. Grande irritazione di tutti, sia verso Amodio, che era il prescelto, che con Fortini, che telefonava per “dare la linea”, per farci sapere cosa andava, e cosa no.
E un appunto sparso datato 20 dicembre 1954 (il primo in assoluto conservatoci) fotografa la posizione di Fachinelli stesso, ironica e disincantata:
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Il razzismo nell’uomo capitalistico occidentale
di Michele Castaldo
All’indomani delle mobilitazioni per la morte di George Floyd negli Stai Uniti, del funerale in pompa magna, degli inni di rito, delle migliaia di arresti e di centinaia di feriti, tentiamo un minimo bilancio e una breve riflessione sulla questione del razzismo.
Che ancora ai giorni nostri si possa uccidere un uomo, per un presunto biglietto di venti dollari falso, mentre grida al poliziotto bianco, che gli comprime il ginocchio sulla carotide di non riuscire a respirare, appare ai più qualcosa fuori dal mondo, del mondo civile s’intende, il mondo occidentale, civile per eccellenza, come i popoli d’Europa, i primi “civili” e civilizzatori della storia moderna. Dunque negli Usa accadono tuttora fatti esecrabili, di chiaro stampo razzista, un marchio di fabbrica moderno che rimuove le delicatezze dei rapporti degli europei del passato, oltre che del presente, nei confronti del resto del mondo. Se poi accadono sotto la presidenza di un fenomeno da baraccone come il rozzo Trump, beh tutto si spiega. Come dire? Questi americani non riescono proprio a superare un certo stadio di primitivismo nei confronti degli uomini di colore.
Per non appesantire la lettura di queste poche note raccontiamo un piccolo episodio capitato in una scuola elementare di Roma, dove una bidella che lavorava in un liceo, viene invitata a recarsi presso l’istituto dove la figlia di 9 anni frequentava la quarta classe e aveva dato della «sporca negra» a una bambina di colore sua coetanea nella stessa classe, che invece di piangere l’aveva strattonata e tirandola per i capelli l’aveva sbattuta a terra. La bidella si precipita all’istituto e cerca di spiegare alla propria figliola che non bisogna essere razzisti e indicando la bambina di colore dice: «vedi lei ha due mani, due piedi, due braccia, due gambe e una testa, proprio come te. E’ colpa sua se è nera?».
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Il ritorno della Tragedia
di Jacopo Simonetta
L’idea di un ritorno della Tragedia nelle nostre vite è dell’amico Nicolò Bellanca. Un testo molto simile a questo è stato pubblicato su “Effetto Cassandra” il 13/03/2020 col titolo: Il ritorno del Fato. Cosa fare quando nessuna scelta è soddisfacente?
Si chiana “triage”. E’ ciò che viene fatto nei reparti di emergenza quando l’afflusso dei malati o dei feriti supera le capacità ricettive della struttura. I medici decidono allora chi soccorrere prima e chi dopo, se sarà ancora vivo. Ho sempre pensato che sia la cosa più brutta che possa capitare di fare ad un dottore, ma accade e i medici, come gli altri professionisti dell’emergenza (pompieri, militari, poliziotti, ecc.), sono almeno in parte preparati ad affrontare queste situazioni.
Noi gente normale no, ma non per questo possiamo esimerci dal fare delle scelte quando anche non-scegliere avrà comunque delle conseguenze.
Sta infatti svanendo la straordinaria bolla di pace e benessere che ha avvolto l’occidente per 70 anni, rendendoci completamente impreparati ad affrontare il concetto stesso di “tragedia”.
Non mi riferisco qui alle crisi di isterismo collettivo che ci travolgono ad ogni minima difficoltà, bensì all’incapacità di sostenere il peso della responsabilità di scelte che, qualunque cosa si decida di fare o di non fare, provocheranno gravi danni e sofferenze. Al di fuori della nostra fatiscente bolla, questo tipo di situazioni è invece frequente ed è stato magistralmente illustrato in molti capolavori della filosofia e della letteratura antica.
E’ la dinamica del Fato: gli uomini non sono semplicemente trascinati da un “destino beffardo”; al contrario sono chiamati a fare delle scelte le cui conseguenze saranno però ineluttabili, tanto che neppure Zeus le potrà modificare.
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Perchè non ho paura del revenge porn
di Valeria Finocchiaro
Sul finire del giorno, una giovane donna è distesa sull’erba, immobile, e dietro di lei campi e colline deserti incontrano il lago all’orizzonte. Il sole è al tramonto, e i colori della campagna si accendono e vibrano nell’attimo prima che la luce sparisca lasciando il posto alle tenebre. In primo piano il corpo della donna è bianchissimo e nudo, e sui di lei veglia in modo minaccioso una volpe. La donna tiene in mano un fiore reciso e su tutto regna il silenzio. Si sente soltanto, in lontananza, un brusìo sommesso e forse un suono di campana: separato e distante un corteo si incammina nel sentiero sbilenco. È il modo in cui, alle soglie della modernità, Paul Gauguin dipinge la perdita della verginità.
Si tratta di un dipinto cupo e carico di rimandi simbolici, secondo il canone pittorico di Pont-Aven. La verginità perduta è il passaggio dall’innocenza infantile alla corruzione dell’età adulta, e inaugura il tramonto della vita individuale. La ragazza distesa, la cui espressione malinconica è ben lontana dalla serenità delle modelle tahitiane del pittore, ha le gambe leggermente incrociate, in un gesto di pudore che contrasta la nudità esposta conferendo all’immagine la forza dell’ossimoro.
La volpe che domina la sua figura è il simbolo della lussuria, come Gauguin stesso scrisse in una delle sue lettere, e il fiore che tiene in mano il simbolo della sua purezza ormai corrotta. Il gruppo di persone molto lontano dietro di lei ricorda una processione che celebra un rito: è il rito del passaggio all’età adulta variamente celebrato in ogni società conosciuta.
Il corpo non più vergine della donna è congiunto alla terra, secondo un topos della letteratura occidentale che associa il femminile alla forza cieca e selvaggia della natura. A questa immagine fa da contraltare quella, tipica delle rappresentazioni religiose, dell’”eterno Femminino che ci trae verso l’alto”, secondo una formula di Goethe.
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Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto







































