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palermograd

Un'Europa da conquistare

di Angelo Foscari

In mezzo a tanto parlare – a vanvera, il più delle volte – di Sovranismo e Populismo, è senz’altro il caso di rimettere a fuoco, come fa Domenico Moro nel suo ultimo libro, i concetti di ‘Popolo’ e di ‘Nazione’, anziché lasciarli pigramente in mano alle demagogie di Destra e di Centro. Seguitiamo infatti a dire “Lavoratori di tutti i paesi unitevi”, sapendo al tempo stesso che, per esempio, se la Grecia avesse avuto la possibilità effettiva di abbandonare l’euro onde sfuggire ai ricatti della Troika, tale uscita - pur trattandosi necessariamente di una svolta prima facie “nazionale” – sarebbe stata una vittoria per le classi subalterne di tutta l’Europa.

Moro osserva subito che l’idea “moderna di nazione non ha certo un carattere e un’origine di destra o reazionaria (…) Né la Rivoluzione francese, e tanto meno il governo giacobino, possono essere identificati con un governo nazionalista o reazionario o di destra” (pp.39-40). Nell’Ottocento tuttavia “si verifica una divaricazione dell’idea di nazione in due concezioni diverse e per molti versi opposte. Una è quella naturalistica, l’altra è quella volontaristica. La concezione naturalistica pone alla base della nazionalità caratteristiche specifiche dovute a fattori fisici, climatici e naturali, che formerebbero il carattere delle nazioni.

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blackblog

Dimenticare l’impostore

di Alfonso Berardinelli

Michel Foucault è considerato il più grande filosofo francese del suo tempo, un autore di culto che a decenni dalla morte viene ancora indicato come uno degli intellettuali più influenti della nostra epoca. Non sono mancate critiche al suo lavoro ma il pamphlet di Jean-Marc Mandosio, oltre a riesaminare l'eredità lasciata dall'autore di Le parole e le cose e Sorvegliare e punire, mette alla prova la coerenza tra la condotta e il pensiero di Foucault, mostrando come le sue teorie siano state orientate spesso da semplice convenienza. Opportunista, privo di rigore, incoerente e preoccupato per prima cosa della sua carriera universitaria, ha assecondato molte mode culturali: anticomunista, marxista, vicino ai maoisti, goscista, esponente dello strutturalismo per rinnegare sempre tutto al momento giusto.In queste pagine ironiche e dotte, Mandosio coglie doppiezze di un uomo che ha sempre criticato i sistemi di potere senza mai disdegnare i ruoli istituzionali che quel potere gli offriva. Il suo tragitto filosofico si mostra lastricato di ipocrisie, trucchi usati per presentarsi come un pensatore eccezionale - grazie a un linguaggio oscuro, vago, usato per abbagliare i lettori. (dal risvolto di copertina di: Jean-Marc Mandosio, "Longevità di un'impostura: Michel Foucault" - ED-Enrico Damiani Editore - pagg. 157, € 13,30)

Ogni epoca ha i suoi idoli, i suoi padroni del pensiero, i suoi autori intoccabili. Se poi questi autori sono filosofi che fra metodo e sistema, concetti e lessico, riescono a confezionare un’antropologia filosofica che spiega cosa sono le arti, cosa fanno le scienze, come funziona il potere e le sue istituzioni, allora chi ripeterà quello che loro hanno detto sarà ascoltato.

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coniarerivolta

La borghesia e la coazione a ripetere: l’amore ai tempi dell’austerità

di coniarerivolta

L’economia italiana è nei guai da molto tempo. La soluzione, però, è a portata di mano e ce la suggerisce Ferruccio De Bortoli, con un ampio risalto sulle pagine del Corriere della Sera: portare l’avanzo primario (la differenza fra entrate e uscite del settore pubblico, senza considerare la spesa per interessi) al 4% del PIL. In questo modo, sostiene De Bortoli, si potrebbe in qualche anno portare al 90% il rapporto debito/PIL, e finalmente liberare le risorse necessarie per gli investimenti di cui così tanto l’Italia abbisogna. Notiamo anche che questa proposta segue la scia delle dichiarazioni di Cottarelli, da anni ormai fermo sostenitore della necessità di conseguire forti avanzi primari.

Insomma, ancora una volta la classe dirigente trascura dolosamente l’esperienza disastrosa del Governo Monti in tema di gestione del rapporto debito/PIL e ripropone le politiche che hanno trascinato la Grecia nel baratro.

Sia chiaro, l’Italia ha sicuramente bisogno di politiche espansive degli investimenti pubblici. Peccato, però, che la ricetta di De Bortoli sia quella meno compatibile in assoluto con un qualsiasi aumento degli investimenti pubblici.

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carmilla

Comunismo per bimbi di tutte le età

di Luca Cangianti

Bini Adamczak, Il comunismo raccontato a un bambino (e non solo), Sonda, 2018, pp. 126, € 15,00.

Riappropriarsi della soggettività, farla finita con il dominio delle cose sugli umani, cambiare il mondo senza rinunciare a fare i conti con l’eredità stalinista che pesa sulla promessa di liberazione comunista. Sono questi gli obiettivi dell’agile volume della saggista e attivista politica berlinese Bini Adamczak, che utilizza l’espediente retorico di un linguaggio infantile, colloquiale e ironicamente fiabesco, per far risaltare nella loro chiarezza spiazzante idee complesse e raffinate.

Nella prima parte del libro, corredato da disegni della stessa autrice, si definiscono i concetti principali, cioè il comunismo (“la società capace di cancellare tutti i mali che affliggono le persone nella società di oggi”), il capitalismo (concepito come reificazione), il plusvalore (assoluto) e la crisi (da sottoconsumo).

La seconda parte del libro affronta il problema del “che fare?” attraverso una fenomenologia di tentativi ed errori che tipicizza la storia delle teorie anticapitaliste: lo statalismo egualitario, il ritorno alla produzione artigianale, la pianificazione burocratica, il pauperismo e l’automazione generalizzata nella quale la gente “Basta che apra la bocca che le arriva subito succo d’uva nel gargarozzo, e dal cielo vede cadere piccioni di tofu arrosto."

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orizzonte48

Se in una notte d'inverno (della repubblica) il viaggiatore "Italia"... è atteso al varco(EBA + BCE)

di Quarantotto

1. La sorte dell'autonomia politica italiana è segnata: le elezioni, qualunque esito possano avere - anche (in apparenza) divergente dalla predeterminazione idraulica cui tende il controllo mediatico-culturale orientato dall'oligarchia cosmopolita -, non possono ormai più segnare un indirizzo politico diverso dal proseguire la desovranizzazione fissata dal vincolo €uropeo.

Un governo potrà formarsi solo se avrà il consueto e ormai consolidato ruolo di consiglio di amministrazione della "controllata" Italia.

Punto.

Risulta perciò molto più utile, ai fini pratici e cognitivi - cioè per decifrare lo sviluppo della traiettoria, o più esattamente il "piano inclinato", a cui siamo vincolati-, parlare d'altro.

In particolare, mettendo da parte le tortuose e tutto sommato irrilevanti vicende della formazione del governo, cerchiamo di sbirciare sui principali appuntamenti con impoverimento, materiale e culturale, deindustrializzazione e minor crescita economica unita a deflazione salariale, che ci riservano l'appartenenza all'eurozona e gli obblighi derivanti dall'adesione all'Ue (così come si esprime, in modo permanentemente acritico e inerziale, la stessa Corte costituzionale; e come peraltro ci tiene a ribadire il prof.Cassese; p.4).

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marx xxi

Mercato mondiale contro capitale finanziario. La sfida futura

di Pasquale Cicalese

Nella contesa Stati Uniti Cina e Stati Uniti Russia spesso gli analisti considerano i fattori solo dal lato occidentale. Errore. Il cambio di paradigma intercorso nell’ultimo decennio post crisi mette all’ordine del giorno altre questioni. Innanzitutto l’Occidente ha risposto alla crisi del 2007 continuando e perpetuando la pratica del capitale produttivo di interesse, carta su carta garantita dalle banche centrali che, secondo il FMI, ha portato ormai a dei livelli di indebitamento insostenibili. Carta che divora sempre più economia reale a cui si risponde con la guerra e con il seguito di indebitamento.

Nel frattempo gli USA hanno perso in questo decennio la sfida asiatica non entrando se non minimamente nella crescita del continente asiatico e non beneficiando del boom di queste economie. Il perché è dovuto al fatto che nell’ultimo quarantennio ha distrutto capacità industriale e non ha al momento possibilità di ricrearla, avendo un sistema scolastico ed universitario iperliberista che impedisce la formazione adeguata di decine, se non centinaia di milioni di lavoratori qualificati.

Nel mentre la Cina contribuisce alla crescita mondiale per il 30% e l’Asia per un altro 30%. Il 60% della crescita viene dall’Asia e la Cina si pone come capofila e calamita di questo impetuoso progresso.

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famigliacristiana

Economia, diritti, Europa

La politica secondo il nuovo Napoleone

di Fulvio Scaglione

Uno dei misteri più buffi di questi ultimi anni è come abbia fatto parte della sinistra europea a innamorarsi di un presidente profondamente di destra come il francese Emmanuel “Napoleon” Macron. È vero, stiamo parlando di una sinistra che ormai bacia i piedi alla Nato, emette gridolini entusiasti se gli Usa dicono bombardiamo e crede che la globalizzazione spinta dalla finanza sia l’equivalente moderno dell’internazionalismo proletario. Non di meno l’abbaglio è colossale, anche perché Macron in Francia è ormai più sopportato che amato (da tempo il suo indice di gradimento è sotto il 50%) e, da buon ex private banker presso Rothschild, vara, per decreto e senza dibattito parlamentare, riforme che hanno un’unica filosofia di fondo: indebolire i diritti (i privilegi, dice lui) di chi lavora e spianare la strada a chi ha capitali da investire.

È vero che se nessuno investe nessuno lavora. Ma se nessuno lavora o guadagna abbastanza, chi è che consuma merci e servizi? La riforma del lavoro di Macron era invece basata su alcuni punti chiave: contrattazioni sindacali anche a livello aziendale; licenziamenti possibili anche se l’azienda è in attivo; compensazioni per l’eventuale licenziamento stabilite per legge e non attraverso arbitrato; via tutta una serie di garanzie per i lavoratori impiegati in aziende con meno di 50 dipendenti; contratti a tempo determinato liberalizzati e contrattati a livello di settore. Tutti questi punti, senza eccezione, vanno a svantaggio di chi lavora.

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contropiano2

Il Fmi presenta il programma del prossimo governo

di Claudio Conti

Le pubblicazioni del Fondo Monetario Internazionale vanno sempre seguite con attenzione, perché descrivono nei dettagli quel che ci si aspetta dai vari governi nazionali. Non “ordini”, formalmente, ma preavvisi. Se poi uno Stato devierà da binario prescritto scatteranno le contromisure dello stesso Fmi e soprattutto quelle dei mitici “mercati finanziari”, pronti ad avventarsi sulle prede più facili.

La pubblicazione del Fiscal Monitor, due giorni fa, dedica come sempre un capitoletto all’Italia e getta un’ombra piuttosto densa sulle possibilità che il prossimo governo – da chiunque sia formato – possa effettivamente mettere in cantiere una qualsiasi delle promesse elettorali.

Per il Fondo, la priorità assoluta per l’Italia è come sempre il risanamento dei conti pubblici. A partire da “l’avvio di un consolidamento fiscale credibile e ambizioso per porre il debito su un solido percorso discendente”. In pratica è l’entrata a regime del Fiscal Compact, come previsto dai trattati europei, che prescrivono una riduzione del debito pubblico al 60% del Pil nell’arco di 20 anni.

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iltascabile

Perché non sono femminista, di Jessa Crispin

di Elisa Cuter*

Il manifesto femminista (come da sottotitolo) di Jessa Crispin si chiama Perché non sono femminista. Per comprendere il paradosso occorre anzitutto intendersi su quale sia il femminismo da cui l’autrice, fondatrice del blog letterario Bookslut e per anni attiva presso Planned Parenthood, intende prendere le distanze. Obiettivo polemico di Crispin sono quelle “femministe che dispensano pompini con zelo missionario”. Quello che propone è cioè una critica radicale (e già lo stile colorito lo dimostra) dell’ultima incarnazione, perversa e sbiadita, di un femminismo ormai vuotamente conciliante e politicamente corretto. Quello che lei chiama “femminismo universale” e a cui in Italia ci si riferisce come femminsimo mainstream, femminismo pop o femminismo della terza (o addirittura quarta) ondata.

Anche in Italia è infatti evidente come il femminismo, da ideologia radicale, si sia trasformato rapidamente in argomento prêt-à-porter capace di mettere tutti d’accordo (almeno sulla carta, specie quella stampata) e, soprattutto, di favorire ingenti profitti. Ne è esempio lampante lo sfuggente progetto editoriale Freeda, lanciato, tra gli altri, dall’ex dirigente della sezione “branded entertainment” di Publitalia.

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militant

L’inverno atlantista della «opposizione siriana»

di Militant

Le guerre hanno questo di positivo: costringono a una scelta di parte. Difficile continuare a sguazzare nell’ingegneria dei né né, nell’indolenza di chi si arrampica sui «sebbene» e gli «anche se» pur di non dichiarare il proprio appoggio esplicito al regime change atlantista. Certo in Europa, più che altro in Italia, continueranno le cantilene dirittoumaniste, ma in Siria i bombardamenti hanno ricondotto torti e ragioni ai propri referenti. Naser al Hariri, ad esempio. Che proprio ieri dichiarava sul Corsera i propri intenti bellicosi: «ben vengano i raid degli Stati Uniti assieme a Francia e Gran Bretagna in Siria». Nientemeno. Il tipo in questione non è uno qualsiasi. Al contrario, è il rappresentante della «opposizione siriana» alla «conferenza di pace» di Ginevra. E’ il rappresentante del National Coalition for Syrian Revolution and Opposition Forces, la coalizione dei gruppi anti-governativi di cui fa parte anche il Free Syrian Army. E’ insomma il vertice della proxy war organizzata in Siria da sette anni a questa parte.

Nell’intervista, rilasciata a Lorenzo Cremonesi, scopre tutti gli obiettivi dei gruppi atlantisti operanti in Siria.

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comuneinfo

Reddito universale o servizi universali?

di Francesco Gesualdi

La discussione sulla redistribuzione del reddito e sulla possibilità che lo Stato intervenga per garantire a tutti, magari in modo incondizionato e universale, una quota minima di denaro sufficiente a vivere con dignità si accende periodicamente da molti anni. Negli ultimi tempi, in Italia, si tinge di forti connotazioni legate alla governabilità, che necessariamente si espongono a semplificazioni e speculazioni di profilo miserevole. Resta però una questione di grande spessore politico e, a maggior ragione, pur esigendo provvedimenti la cui urgenza è sotto gli occhi di tutti, non andrebbe semplificata inseguendo slogan impraticabili né, men che meno, tattiche elettorali. Francesco Gesualdi ci pare intervenga con questo spirito con un ragionamento critico serio che prelude a una proposta che certo presuppone l’esistenza di una volontà politica molto determinata a contrastare le disuguaglianze e un qualche ottimismo sulle capacità di rigenerazione culturale di chi opera nei servizi. Un’ottima occasione per allargare e approfondire il discorso

Un dibattito si aggira per l’Europa: UBI o UBS? E nonostante il richiamo vagamente informatico delle due sigle, questa volta non discutiamo di tecnologia ma di politica. Parliamo del ruolo dello stato, di ciò che deve fare per difendere i cittadini dalla precarietà e l’insicurezza: distribuire o produrre? Deve limitarsi a fare da collettore e distributore della ricchezza che si produce nel mercato per assicurare a tutti una quantità minima di soldi, il famoso reddito universale di base, o deve produrre servizi per garantire a tutti il soddisfacimento dei  bisogni fondamentali?

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contropiano2

Abrogare la Fornero. “In Parlamento avete i numeri per farlo!”

di Potere al Popolo

A un mese e mezzo dalle elezioni, “esplorare” non basta più! Non basta a fronte delle promesse che sono state fatte in campagna elettorale, e che sono state decisive per raccogliere il consenso degli elettori. Non basta neppure di fronte ad atti di enorme impatto sulla vita delle persone, quale sarà la predisposizione della prossima legge di bilancio, preceduta dalla approvazione del Def.

C’è oggi in Parlamento una maggioranza di elette e eletti che hanno fatto dell’abolizione della controriforma Fornero uno degli impegni principali.

Si dia coerente attuazione a questo impegno, abrogando una delle leggi peggiori della storia della Repubblica, che ha conseguenze disastrose sulla vita delle persone.

Una legge che ha portato l’età pensionabile ai livelli più alti d’Europa, che tiene incatenati al lavoro in età avanzata quando si avrebbe diritto al riposo, che si accanisce in particolar modo contro le donne ed impedisce ai giovani di accedere al mondo del lavoro bloccandone il turn-over.

Esi predisponga un Def che disinneschi le cosiddette “clausole di salvaguardia”: gli aumenti dell’Iva che scatteranno a partire dal 2019, con un aggravio medio di 320 euro a famiglia, ma che soprattutto colpiranno i cittadini in maniera indifferenziata e quindi massimamente iniqua.

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manifesto

Virtuosi contrasti dentro un laboratorio sempre aperto

di Benedetto Vecchi

«Marx e la follia del capitale», il nuovo libro di David Harvey per Feltrinelli. Limiti e incompletezza dell’opera marxiana come presupposto per una sua esplorazione attuale. La capacità innovativa che serve per ripensare la tensione tra produzione, distribuzione, consumo

Due secoli separano il presente dalla nascita di Karl Marx. E come ogni bicentenario che si rispetti, sono in preparazione convegni, seminari, pubblicazioni di saggi e monografie. Finora sono annunci di iniziative organizzate da comunità intellettuali non accademiche o di titoli o ristampe da parte di piccole e indipendenti case editrici, ma c’è da augurarsi che abbiano la capacità di porre le basi per una apertura non episodica o rituale di un laboratorio marxiano.

L’autore del Capitale non ha infatti goduto negli ultimi lustri di buona fama presso i grandi gruppi editoriali o presso le istituzioni culturali e c’è da augurarsi una qualche renaissance non effimera. D’altronde, non c’è proprio bisogno di una rilettura dell’opera marxiana privata di quella tensione alla trasformazione sociale interna che l’anima, come già proponeva Jacques Derrida negli Spettri di Marx, o come un teorico ante litteram della globalizzazione, secondo quanto va sostenendo da alcuni anni quell’agit-prop settimanale del liberismo che è l’Economist.

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eticaeconomia

L’Intelligenza Artificiale: dal “grande furto” a una più giusta distribuzione dei profitti

di Fabio Massimo Zanzotto

A poco a poco i giornali stanno rivelando il fantastico futuro che l’Intelligenza Artificiale (IA) ci riserva: macchine intelligenti sono, praticamente ovunque, pronte ad aiutarci, sostituendoci nei lavori ripetitivi sia fisici che cognitivi e donandoci tempo che potremo dedicare alle nostre attività preferite.

Purtroppo, il luminoso futuro prospettato dall’IA ha un possibile e tremendo lato oscuro: una drammatica contrazione dell’occupazione che potrebbe non essere un fenomeno di breve durata. Le persone, i governi e i “think tanks” sono spaventati. Il McKinsey Global Institute (MGI) prevede che l’IA possa rimpiazzare al livello mondiale l’equivalente di 1,1 miliardi di lavoratori assorbendo un reddito di $15,8 trillioni di dollari (James Manyika et al., Harnessing automation for a future that works, McKinsey Global Institute, 2017). Quindi, liberando gli individui dai lavori ripetitivi, queste future macchine dotate di IA potrebbero lasciare una grandissima parte di cittadini con il valore del loro lavoro insufficiente a garantire uno standard di vita socialmente accettabile (Peter Stone et al., Artificial intelligence and life in 2030. Technical report, One Hundred Year Study on Artificial Intelligence: Report of the 2015-2016 Study Panel, Stanford University, Stanford, CA, September 2016).

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blogmicromega

Le guerre della NATO vanno ripudiate come il terrorismo

di Giorgio Cremaschi

L'orrore e l'angoscia che suscitano i missili e le bombe, il ribrezzo che sale quando quegli strumenti di morte vengono definiti intelligenti, non deve far passare in secondo piano l'aspetto più grave dei bombardamenti in Siria di Trump, May e Macron. Essi sono una sfacciata, totale e violenta rottura della legalità internazionale. Naturalmente sono solo l'ultimo atto di una storia iniziata 26 anni fa con la prima guerra contro l'Iraq. Da allora un gruppo di paesi guidati dagli Stati Uniti e impegnati reciprocamente dai vincoli della NATO si sono autonominati polizia militare mondiale. Con lo spirito dei giustizieri e dei linciaggi del Far West, hanno deciso di ignorare il principio guida della legalità internazionale: uno stato non può fare guerra ad un altro stato sovrano se non per difendersi da esso. Il principio sulla base del quale era stata fondata l'ONU dopo la sconfitta del nazifascismo. Stati Uniti e compagnia hanno così scatenato una lunga trafila di guerre, rivendicate nel nome della democrazia e dei diritti umani, in Europa, Africa, Medio Oriente, Asia. Con queste guerre hanno aggredito e devastato stati sovrani accusati di essere guidati da dittatori. Guarda caso però tanti altri dittatori venivano nello stesso tempo sostenuti ed armati. Lo stato in assoluto oggi più colpevole nella violazione del diritto dei popoli e e di quello internazionale, Israele, veniva protetto e fornito di una impunità assoluta per ogni suo crimine.

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la citta futura

Una generazione sputa il rospo

di Diego Chiaraluce

La fatica di esistere dell’alternanza scuola lavoro

A volte si incazzano. Nonostante la letteratura e la sociologia, anche i nativi digitali, a volte, perdono la consueta mansuetudine. Così la cronaca di questi giorni ci consegna alcuni casi di un dissenso diffuso da parte dei diretti interessati: gli studenti.

I ragazzi del Vittorio Emanuele di Napoli hanno prestato la loro opera di alternanza presso le strutture del Fai, il fondo per l’ambiente italiano, indossando un cartellino che li indicava non come volontari, ma come studenti obbligati a prestare servizio. Come Paperon de’ Paperoni, il capoccia del Fai – insomma, qualcuno, adulto, deciso a farla pagare ai ragazzacci - si è arrabbiato con gli studenti Qui, Quo e Qua del liceo di Napoli pretendendo dalla scuola una lezione esemplare: l’abbassamento del voto di condotta.

Negli stessi giorni, a Carpi, uno studente dell’Itis “Da Vinci” non si piega al sei in condotta rifilatogli come un patriarcale schiaffone – o come una reazione fascistoide – dal consiglio di classe per aver espresso su facebook un giudizio critico sull’alternanza. La questione ha mosso polemiche e solidarietà allo studente da tutta Italia. Così, nei giorni successivi, il ragazzo ribadisce la propria idea: l’alternanza è sfruttamento del lavoro (in gran parte minorile).

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Il paradosso fiscale che strangola le città

di Militant

La perfida combinazione tra taglio dei trasferimenti statali e federalismo fiscale è alla radice del declino delle città, anzi, della città intesa come organismo sociale. Lo spiegano bene alcuni dati pubblicati ieri sul Sole 24 Ore: «La Capitale ha messo in programma per quest’anno una spesa da 467,5 milioni di euro, che significano 163 euro ad abitante e una flessione del 15% rispetto al preventivo dello scorso anno. A Milano la stessa casella registra 2,41 miliardi (-3,1% rispetto alle previsioni 2017), cioè 1.786 euro ad abitante: 11 volte tanto il dato capitolino». Una sfida impari, che si ripercuote direttamente sulla qualità della vita della metropoli. Ad esempio l’annoso problema della manutenzione del manto stradale: «le conseguenze pratiche si incontrano per esempio per strada, cioè alla voce “trasporti e mobilità”, a cui Roma dedica 293 milioni in conto capitale contro gli 1,34 miliardi di Milano». Leggendo questi dati il problema non sono più le voragini che quotidianamente attentano alla vita della popolazione romana. A risaltare è il miracolo di una città non ancora sprofondata definitivamente in una qualche catacomba precristiana.

Come sopravvivere con tale penuria di fondi?

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carmilla

The show must go deeper inside

di Fabio Ciabatti

Il dibattito sulle trasformazioni del modello produttivo si è spesso polarizzato su due posizioni: da una parte si sostiene che il lavoro ha acquisito un nuovo statuto creativo, cognitivo, spontaneamente cooperativo; dall’altra si afferma che siamo di fronte a una sorta di neotaylorismo digitale. In questa sede vorrei sostenere che Guy Debord ci aiuta a raggiungere una concettualizzazione più articolata del mondo presente andando al di là di questa astratta contrapposizione. E per fare ciò utilizzerò la sua opera principale, La società dello spettacolo, pubblicata nel 1967, ben inteso andando al di là dell’opera stessa. Vorrei sintetizzare le due posizioni in modo esemplare. Da una parte abbiamo il famoso motto di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish”. Detto altrimenti: non perdete la voglia di imparare, la curiosità, l’ambizione, non smettete di fare scelte azzardate, non convenzionali, di essere ribelli. Dall’altra abbiamo gli oramai famigerati braccialetti di Amazon e cioè i lavoratori telecomandati, ridotti a robot umani.

A scanso di equivoci preciso subito che il fondamento dell’incessante ricerca di profitto da parte del capitale rimane il tempo di lavoro non pagato, il plusvalore. Ciò premesso, venendo a Debord, potremmo dire che i braccialetti di Amazon rappresentano il processo reale, mentre il discorso di Jobs è l’immagine spettacolare di quello stesso processo.

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sinistra

Gabriele Rapagnetta, novello Gorgia del ventesimo secolo

di Eros Barone

Il terzo grande ‘fabbro’ della lingua italiana è, dopo Dante e Manzoni, D’Annunzio. Questa verità, a ottant’anni dalla morte, va riconosciuta senza esitazione, giacché difficilmente si può sopravvalutare la vasta, anche se non profonda, influenza che ha esercitato sulla letteratura e, ancor di più, sulla lingua e sul costume italiani del Novecento, Gabriele Rapagnetta (tale era la vera identità anagrafica del vate, cui un cognome così ordinario non poteva di certo essere gradito). D’altra parte, come negare che in questa ‘fortuna’ vi sia qualcosa di paradossale ? Basti considerare che, in buona sostanza, la posizione di D’Annunzio nella letteratura italiana è quella di un tardo umanista che, ispirandosi ai classici, ha forgiato una lingua non troppo lontana dal parlare comune, ma pure abbastanza lontana da risultare senz’altro artificiale, se non artificiosa, in un’epoca caratterizzata da tendenze diametralmente opposte. Né sarà da passare sotto silenzio il fatto, ampiamente documentato, che D’Annunzio ha spesso plagiato i classici, anche se occorre tenere presente che il plagio dannunziano presuppone uno scrutinio incessante e una delibazione quanto mai raffinata dei testi che l’autore prende in carico e di cui inserisce ampi stralci nelle proprie opere.

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L’impotenza e i rischi dell’Effective Altruism

di Matteo Iammarrone

Mi sono imbattuto nella lettura di un saggio divulgativo, prestatomi da alcuni studenti del Dipartimento di Filosofia qui a Stoccolma, chiamato Effective Altruism and a radical new way to make a difference. Mi approccio con interesse al libro, converso con alcuni di questi studenti e cerco informazioni su internet in italiano e in inglese, scoprendo che l’Effective Altruism (orrendamente tradotto in italiano con “Altruismo efficace”) è un vero e proprio movimento filosofico con fini sociali. In parole semplici, gli altruisti effettivi (tra i più noti il filosofo Peter Singer), riflettono su come fare donazioni a scopo benefico affidandosi a valutazioni razionali nella valutazione dei destinatari dei fondi e nella scelta delle priorità delle aree di intervento (foreste amazzoniche, sofferenza animale, vaccinazioni in Africa, etc…). Esistono vere e proprie classifiche stilate dagli altruisti efficaci che valutano l’efficienza di organizzazioni caritatevoli operanti in uno stesso settore, sulla base di ricerche ed evidenza empirica (mettendo in relazione costi delle campagne, impatto sulla vita delle persone o sull’ambiente dei programmi, etc…). Inoltrandomi nell’argomento tuttavia, e devo confessare sin dal primo capitolo, sento puzza di cose che non mi piacciono, magistralmente impacchettate col brand “millennial” e piccolo borghese di sentirsi generosi e bravi cittadini, standosene comodamente seduti davanti al proprio pc (“Guadagnare per donare” è, non a caso, uno dei motti dell’effective altruism).

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Il bombardiere Hamon affossa Diem25

di Dante Barontini

Nulla come la guerra seleziona chiaramente progresso e reazione. Quando vengono fatti decollare i bombardieri, ogni chiacchiera roboante sulle “magnifiche sorti e progressive” viene tacitata. Perché la faglia tra chi recita una parte e chi fa sul serio passa dai fatti, non più dalle parole consegnate agli ampollosi documenti. Chiunque, insomma, può buttar giù un “programma progressista”, pieno di buone intenzioni su lavoro-pensioni-reddito-scuola-diritti; la prova del budino non sta nella lista della spesa e nella parola più azzeccata, ma in quel che fai quando il gioco si fa tetro. E mai come in questo periodo, le questioni internazionali (Nato e scelte dell’Unione Europea) determinano le vicende economiche e politiche dentro i diversi paesi. Chi sei si vede da come ti schieri su quest’ordine di problemi.

In questo senso, dovremmo addirittura ringraziare Benoit Hamon, divenuto leader dei socialisti francesi – 8% alle presidenziali, poco più del 2% alle recenti elezioni per sostituire due deputati – dopo la tragicomica stagione di François Hollande, per aver rotto il velo dell’ambiguità su questo punto essenziale. Sul sito di Generation-S è apparsa infatti questa dichiarazione decisamente bellicosa sulla Siria, in cui l’unica critica rivolta a Emmanuel Macron è di… aver fatto troppo poco per coinvolgere tutta l’Unione Europea!

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orizzonte48

Trump normalizzato, i subprime "nonprime" e lovuoleleuropa

Il trilemma inconsapevole della politica italiana

di Quarantotto

1. Avevamo da subito avvertito le elites mondialiste che Trump costituiva un accettabile compromesso: tutto sommato, era evidente fin dalla sua ascesa che per le elites Trump fosse, piuttosto che una minaccia, una sorta di "uomo della Provvidenza"-

Certo, la presidenza Trump appariva senza dubbio un tassello essenziale da normalizzare, rispetto allo scopo di mantenere sostanzialmente intatte le strategie oligarchico-mondialiste; ma in potenza permetteva, e sta in parte permettendo, una linea di conservazione a fronte di una verticale perdita di consenso dei partiti "unici", ma bipolarmente divisi nelle apparenze, cui è stata finora affidata la funzione di vendere la "sfida della globalizzazione" come un benefico TINA orwelliano, intriso di tecnicismo pop.

E abbiamo avuto ragione: oggi, riaffermati atlantismo di guerra non difensiva e l'unilateralità delle regole e dei famigerati valori etici che legittimano gli interventi militari (dissimulando l'imperialismo mercatista), i vertici delle elites, e soprattutto i loro mazzieri dei big-media, hanno (per ora?) accantonato la cronaca continua e inesorabile delle mostruose pecche di Trump.

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eurostop

Il documento di Lisbona

Jean-Luc Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e Catarina Martins (Bloco de Esquerda) hanno firmato giovedi una dichiarazione di intenti a Lisbona, da cui chiedono di mettersi ovunque all’opera per costruire un nuovo “ordine” per l’Europa. Potere al Popolo ha aderito a questo documento (vedi più sotto):

Dichiarazione di Lisbona per una rivoluzione democratica in Europa

L’Europa non è mai stata ricca come ora. Eppure non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.

L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, è stata intrapresa un’opera di smantellamento dei sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare cruenza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.

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vocidallestero

Abbiamo finito con la crisi siriana provocata dagli USA e dal Regno Unito?

di Paul Craig Roberts

Paul Craig Roberts commenta a caldo sul suo blog l’attacco missilistico contro la Siria: poco più di un aggressione dimostrativa, accuratamente calibrata per scongiurare una reazione da parte dei Russi. Ma non per questo c’è da pensare che abbia prevalso il buon senso. Piuttosto, la paura di subire come ritorsione un colpo pesante contro la flottiglia statunitense. “Sarebbe un errore concludere che la diplomazia ha avuto la meglio e che è tornato il buon senso a Washington. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Il problema non è risolto. La guerra rimane sul nostro orizzonte”. E il motivo, per Paul Craig Roberts, non è certo la presunta volontà di difendere le vittime dei dittatori. Tutt’altro: è che gli Usa non tollerano che nessun Paese abbia una politica estera o economica indipendente.

Basandosi sull’attacco missilistico molto limitato da parte degli Stati Uniti, gran parte del quale è stato intercettato e distrutto dalle difese aeree siriane, sembra che i militari americani abbiano avuto la meglio sul folle John Bolton e abbiano saggiamente evitato un attacco che avrebbe prodotto una risposta russa. Sembra che non sia stato preso di mira nessun sito significativo siriano, e nessun russo è stato messo in pericolo.

L’ambasciatore americano in Russia ha detto che l’attacco statunitense è stato coordinato con la Russia per evitare un confronto tra grandi potenze. Russia Insider conclude che sia stato un esercizio per salvare la faccia a Trump.

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poliscritture

Le guerre di sinistra

di Giulio Toffoli

Mi è arrivato via internet questo scritto del mio amico. Il Tonto appare chiaramente alterato. Possiamo aiutarlo a uscire dal suo tormento?

“Carissimo amico

ti invio queste brevi righe dettate da un profondo senso di scoramento e di amarezza nei confronti di quel che sta succedendo in queste ore.

Come ci è ben noto l’Italia, sconfitta nella seconda guerra mondiale, non ha nei fatti mai avuto una sua autonoma politica estera. L’Italia è stata nei fatti un paese a sovranità limitata.

Ciò nonostante, lungo i decenni dell’egemonia democristiana non sono mancati i distinguo; infatti la classe dirigente di quegli anni ha cercato di muoversi su una faglia particolarmente calda, come quella che divideva l’Occidente Usamericano dall’Oriente Sovietico, con prudente moderazione. Come dimenticare il fatto che l’Italia non ha partecipato con propri uomini alla guerra nel Vietnam, riducendo l’appoggio all’imperialismo USA a una, molto democristiana, «comprensione». Similmente non sono mancati momenti di divaricazione di opinioni come nel caso del Cile o se si vuole in modo molto più significativo col tentativo di stabilire rapporti particolari alcuni stati nord africani, usciti dalla tutele coloniale, per creare spazi di approvvigionamento energetico autonomi dal dominio delle sette sorelle. Come dimenticare il lavoro dell’ENI e il caso Mattei.

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aldogiannuli

Governo: cosa farà Mattarella?

di Aldo Giannuli 

Un paio di settimane fa mi capitò di osservare, nel corso di un paio di occasioni Tv, che l’ipotesi di un governo del Presidente (o simili) non aveva probabilità alcuna di successo, a meno che non si producesse un evento imprevedibile e drammatico che rendesse impraticabili elezioni anticipare a breve termine. E feci l’esempio dell’esplodere di una grave crisi bancaria, di un attentato jhiadista in Italia o di un terremoto, eventi per i quali sarebbe apparso folle andare a votare e tenere il paese senza governo ancora per molti mesi durante una simile emergenza. Ora l’evento imprevedibile e drammatico si è verificato: la crisi siriana con il brusco peggioramento della situazione internazionale. I missili volano e noi non abbiamo un governo nella pienezza dei suoi poteri.

L’azione degli occidentali è stata circoscritta e molto calibrata, la reazione della Russia è misurata e, almeno per ora, tutta sul piano diplomatico, senza reazioni militari, per cui è possibile che la crisi, pur se gradualmente, stia già rientrando, ma, ai nostri fini questo non ha particolare importanza, perché si è spezzato un incanto, rotto un clima.

In primo luogo nessuno può dire veramente se la crisi stia rientrando o possa esserci a breve una nuova fiammata, e in mesi di tempo la situazione può precipitare di nuovo.

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manifesto

L’irriducibilità dell’oggetto

di Stefano Petrucciani

Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.

Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato.

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micromega

Un sovranismo democratico?

Wolfgang Streeck e il futuro che ci aspetta

di Nicolò Bellanca

La congiuntura politica ed economica attuale, con i suoi problemi e le sue opportunità, tende ad attirare la nostra attenzione, relegando sullo sfondo l’indagine dell’andamento strutturale del sistema sociale in cui siamo collocati. Tuttavia, per elaborare un’efficace strategia politica di Sinistra, accanto a una valida analisi del presente, occorre provare a prevedere quello che accadrà. In precedenti articoli, mi sono soffermato sulle prognosi di due tra i migliori scienziati sociali[1]. Completo la discussione presentando brevemente l’analisi di Wolfgang Streeck[2].

Secondo il sociologo tedesco, possiamo individuare tre tendenze a lungo termine nei paesi a economia matura: un declino persistente del tasso di crescita, un aumento costante del debito (pubblico, privato e totale) e un’esplosiva disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Queste tendenze sono tra loro legate: la bassa crescita, intensificando il conflitto distributivo, accentua la disuguaglianza tra i gruppi, mentre, a sua volta, la disuguaglianza, abbassando la domanda effettiva, riduce la crescita; il settore finanziario si espande, per allargare il credito dei gruppi che più subiscono la disuguaglianza, mentre, a sua volta, un settore finanziario gonfiato, restringendo l’economia reale e le sue possibilità occupazionali, approfondisce la disuguaglianza; gli alti livelli di debito innalzano il rischio di crisi finanziarie, mentre, a sua volta, le crisi finanziarie, moltiplicando le posizioni debitorie più vulnerabili, accentuano la disuguaglianza e rallentano la crescita, e così via.

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ilsimplicissimus

Gli sguatteri alla guerra

di ilsimplicissimus

Come tutti sappiamo la Costituzione italiana ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e nonostante questo un ceto politico, senza distinzione fra destra e sinistra, ha trascinato il Paese in almeno 7 guerre di aggressione negli ultimi 20 anni, tutte ingiustificate e preparate con pretesti, alcune lontanissime dagli interessi italiani e almeno due (Jugoslavia e Libia) del tutto contrarie agli stessi. I responsabili di questo stato di cose, compresi quelli che dopo la dissoluzione  dell’Unione sovietica, avrebbero dovuto lavorare per una uscita morbida da un’alleanza come la Nato che non aveva più senso, si sono invece strenuamente dati da fare per precipitare l’Italia in una condizione coloniale senza uscita. Sprechiamo soldi vitali per la tutela dei cittadini e per l’economia del Paese in avventure ambigue e del tutto inutili, al seguito non solo dei padroni americani, ma persino dei valvassini francesi, inviamo uomini e mezzi laddove non servono affatto, giusto per ribadire lo stato di servitù.

Agli americani non gliene può fregare di meno se mandiamo una delle nostre pochissime e malconce cisterne volanti, peraltro comprate a caro prezzo da loro, nei cieli mediorientali per rifornire i caccia che fanno la guerra alla Siria a suon di bugie sui gas e in appoggio ai tagliagole ingaggiati da Washington, che poi nei momenti liberi fanno qualche ammazzatina in Europa.

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megachip

Tra Roma e Damasco, nulla è come appare

di Pino Cabras

Una lettura del modo in cui si vorrebbe usare l'intervento di alcune potenze nella crisi siriana per giustificare in Italia un governo che annacqui i risultati del 4 marzo

Nulla è come appare nel grande groviglio siriano, l’ombelico di un intrico ancora più grande che si propaga sul mondo. La narrazione dei mass media dominanti è la risultante di infinite manipolazioni. Per chi la accetta passivamente è impossibile capire la realtà. Quella narrazione da noi si intreccia con le eterne pressioni che si scaricano da sempre sulla politica italiana.

Seguo da molti anni in dettaglio la crisi siriana e la vedo come parte di una crisi più vasta, in cui certi equilibri cambiano ogni giorno, mentre certi cliché non cambiano mai.

1) Il bombardamento della notte del 14 aprile tecnicamente non ha avuto nessun impatto strategico-militare reale. Del centinaio di missili lanciati il 70% è stato abbattuto dall’antiaerea siriana che usa vecchi sistemi sovietici. Il rimanente 30% ha colpito perlopiù edifici abbandonati privi di qualsiasi interesse strategico e un laboratorio dove si producevano farmaci.

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