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Giro di boa
di Enrico Tomaselli
Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto indifferente a quel che pensano gli stati vassalli e quelli nemici, tanto meno quelli non allineati. Ne è un segnale inequivocabile la sostituzione della diplomazia con l’esercizio dell’inganno e della manipolazione, non a caso appaltata a una coppia di affaristi, senza alcuna competenza né conoscenza.
La vittoria è perciò sostanzialmente la narrazione che andrà venduta al popolo americano per evitare crisi di rigetto, almeno fintanto che alcune forme di democrazia verranno mantenute.
La questione, quindi, non è più come finirà la guerra – chi la vince e chi la perde – quanto piuttosto quando, e quali saranno le condizioni implicite ed esplicite che accompagneranno la fine.
Ovviamente, se l’ipotesi su accennata è valida, ciò significa che – in effetti – non si tratterà di una fine, ma di una sospensione. Se gli americani si chiamano fuori, indipendentemente da ciò a cui si appelleranno per farlo, ne consegue che non ci sarà alcun negoziato, né quindi alcun accordo.
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“Senza pietà” Parole nuove per un mondo nuovo
di Miguel Martinez
Ieri mi sono reso conto davvero di essere nato in un altro mondo.
Dove dietro discorsi in superficie divergenti, c’era una Grande Narrazione, data per scontata: c’è un Noi, che è l’umanità (come nella frase ridicola, ma sentita tante volte, “noi siamo andati sulla Luna”).
L’umanità stava progredendo, grazie alla ricerca e all’inventiva, e ogni volta che sorgeva un problema, si sarebbe trovata la soluzione.
La guerra era finita con il suicidio di Hitler: non solo quella guerra, proprio la Guerra.
Certo, siccome rimanevano un po’ di cattivi all’antica, in Sicilia o in Afghanistan, ci volevano sempre poliziotti ed eserciti, ma proprio per garantire la pace e la coesistenza. E così ogni tanto il Segretario della Difesa degli Stati Uniti andava sorridendo in televisione ad annunciare che stava proteggendo la democrazia e la pace e i diritti delle donne da qualche parte nel mondo, per renderci tutti ancora più progrediti.
Alla testa di questo Mondo che Progrediva, c’era infatti il paese più creativo e libero e forte del pianeta, che proteggeva il nostro futuro.
Le divisioni ideologiche nascevano su queste premesse condivise. Si poteva discutere su come progredire pacificamente nella maniera più veloce: tassare di più per avere più asili nido pubblici, o tassare di meno perché gli asili privati sono ancora meglio?
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Usa e Israele fanno i conti con le difficoltà impreviste
di Dante Barontini
Nell’ascoltare i deliri bipolari di Trump a proposito dell’andamento della guerra all’Iran viene in mente la retorica adottata dal regime fascista anche quando ormai partigiani e truppe “alleate” stavano per entrare a Milano. “Vittorie clamorose”, “perdite catastrofiche” inferte al nemico, “eroismo incomparabile”, dei fascisti in fuga, ecc. Guardare le prime pagine del Corsera d’allora, sembra quello di oggi…
Scherzi a parte, le cose sembrano andare un po’ differentemente, sia in casa Usa che addirittura in Israele.
Il New York Times – non un ignoto influencer mediorientale – scrive che “molte delle basi militari nella regione usate dalle truppe americane sono completamente inabitabili, con quelle in Kuwait – la porta d’ingresso all’Iran – che hanno subito i maggiori danni”.
Poi i dettagli sconfortanti: “Secondo quanto riferito da personale militare e funzionari americani, l’Iran ha bombardato basi statunitensi in tutto il Medio Oriente in rappresaglia per la guerra tra Stati Uniti e Israele, costringendo molti soldati americani a trasferirsi in hotel e uffici nella regione.
Quindi, in sostanza, gran parte delle forze armate di terra sta combattendo la guerra lavorando da remoto, con l’eccezione dei piloti da caccia e degli equipaggi che gestiscono e manutengono gli aerei da guerra e conducono gli attacchi.”
Un esercito in albergo vive forse comodo, ma la sua “prontezza” – logisticamente garantita da basi, depositi, arsenali, officine, ecc – è un tantinello ridotta. E anche il morale potrebbe scendere sotto i tacchi.
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Il federalismo della vergogna
di Mario Sommella
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.
I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
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Iran, resta poco tempo. L'escalation è possibile
di Elena Basile
La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele.
La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non vogliono riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese e hanno, come dimostrano i sondaggi, approvato l’azione genocidaria a Gaza.
Trump è stato trascinato in guerra dalla lobby di Israele, composta da sionisti cristiani ed evangelici oltre che da personalità del mondo ebraico e in grado di disporre di fondi cospicui e di una influenza mediatica senza paragoni. Il presidente rischia la sua fine politica in una guerra contraria alla sua campagna elettorale e per la quale il popolo MAGA lo ha eletto.
Le conseguenze economiche, data la crisi energetica che colpisce l’industria come l’agricoltura, e scatena la stagflazione, sono dolorose soprattutto per l’Occidente. L’Europa e le monarchie del Golfo, che pure non hanno deciso la guerra, sono cobelligeranti in quanto le basi NATO e dei Paesi arabi sono utilizzate per attacchi all’Iran.
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Una voce II
di Giorgio Agamben
Stato e terrore
Che cos’è un stato che, ignorando ogni forma di diritto, assassina metodicamente o rapisce i capi degli stati che dichiara a suo arbitrio nemici? Eppure è questo che avviene con l’approvazione o il silenzio imbarazzato dei paesi europei. Ciò significa che noi viviamo nel tempo in cui lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore. È probabile, tuttavia, che questa situazione estrema sia letteralmente tale, che, cioè, la deposizione delle maschere coincida con quella fine della forma stato, senza la quale una nuova politica non sarà possibile.
2 marzo 2026
La vergogna dell’Europa
Un paese è stato attaccato senza alcuna vera ragione e a tradimento, mentre si fingeva di trattare, assassinando il suo capo spirituale. La comunità europea – o quella illegittima organizzazione che porta questo nome – non solo non ha condannato un’aperta violazione del diritto internazionale, operata da due paesi che sembrano aver smarrito ogni coscienza di sé e ogni responsabilità, ma ha ingiunto al popolo iraniano di cessare di difendersi.
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Sovranità satellitare
di Marco Schiaffino
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezza
La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
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Come gli Stati Uniti sono diventati un paese di serial killer a livello internazionale
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies
“Più gravi diventano i problemi dell’umanità, meno strumenti abbiamo per l’azione collettiva. E questa strada conduce solo alla barbarie”
Per decenni, gli Stati Uniti sono passati da complotti segreti per assassinare i nemici all’adozione aperta dell’assassinio o delle “uccisioni mirate” come politica ufficiale. Ora, nella guerra con l’Iran, questa evoluzione sta raggiungendo la sua fase più pericolosa.
Il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno assassinato tre alti funzionari del governo iraniano con attacchi aerei mirati: Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano; il generale di brigata Gholamreza Soleimani, comandante delle forze di sicurezza interne iraniane Basij; ed Esmaeil Khatib, ministro dell’intelligence iraniano.
Il missile che ha ucciso Ali Larijani ha anche demolito un condominio e ucciso più di cento persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le forze israeliane sono ora autorizzate ad assassinare qualsiasi alto funzionario iraniano ogniqualvolta ne abbiano la possibilità, e hanno continuato a farlo, portando il numero di funzionari iraniani assassinati nell’ultimo anno ad almeno settanta.
L’assassinio di Ali Larijani rappresenta un duro colpo per le già precarie possibilità di una pace negoziata tra Iran, Stati Uniti e Israele.
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Basta con il falso mito della Costituzione
di Alessio Mannino
Vorremmo poter scrivere del lato noir, ribelle, sfrontato pur senza esibizionismi di Gino Paoli, lo chansonnier che ancor giovane si sparò al cuore perché si era “rotto i coglioni” e voleva vedere “cosa c’è dall’altra parte” (e naturalmente il Caso, o una mira auto-conservativa, lo graziò). E invece, non avendo granché titolo a farlo ci limitiamo a segnalare una grave distorsione cognitiva tornata prepotentemente alla ribalta con il referendum sulla magistratura, vinto dal No con nostra somma soddisfazione.
Si tratta della pestifera retorica sulla Costituzione. Secondo gli idolatri con l’orologio fermo al ‘48, la bocciatura della riforma Nordio (sbagliata nel merito e nel metodo, sia chiaro) si spiegherebbe con l’insorgere in massa a difesa della Carta. Ma per cortesia. Una certa sua forza evocativa può aver giusto motivato in coloro che avrebbero votato a priori contro qualsiasi altra modifica avanzata dal centrodestra (o che andasse in direzione di rafforzare l’esecutivo, come fu con Renzi nel 2016 quando tentò di superare il bicameralismo perfetto). Le motivazioni che hanno affossato l’intemerata tardo-berlusconiana di Meloni & C sono state politiche, e si possono riassumere così: quattro anni di questo governo hanno rivitalizzato non soltanto l’ovvia ostilità di chi gli si oppone, ma anche di chi l’aveva votato nel 2022, deluso da una politica estera indifferente all’opinione pubblica (appecoronata a Usa e Israele su Ucraina e soprattutto Gaza, e oggi sull’Iran), da una politica socio-economica che ha tolto senza dare (via il reddito di cittadinanza, in cambio di un caro-vita devastante), e perfino di una politica migratoria identica a quella di sempre (500 mila ingressi ammessi nei prossimi 4 anni, che per un elettore di centrodestra sono fumo negli occhi).
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Quando metti i pezzi assieme
di Pierluigi Fagan
L’Europarlamento, con maggioranza popolari, socialdemocratici, conservatori e liberali, ha approvato l’accordo con US in base al quale loro avranno accesso privilegiato al mercato UE e zero dazi mentre i nostri prodotti saranno tassati con dazi fino al 15%.
Quindi più import da US e meno export, affarone! Quando Trump avrà finito di sollazzarsi con l’Iran (si fa per dire) e verrà a prendersi la Groenlandia, voglio proprio vedere l’insurrezione dei partigiani di Bruxelles.
Altresì, i primi conti sul 2025, dicono che la spesa militare europea è aumentata dell’11% sul 2024 arrivando alla fatidica soglia del 2%. Ma Trump aveva più volte detto di apprestarsi a portarla al 5%. Ci sta tornando su ogni giorno con dichiarazioni molto critiche sulla NATO. L’ultima è di ieri in cui ha detto che, visto che la NATO ha ignorato il suo appello a scendere in acqua per Hormuz, gli US taglieranno da subito e pesantemente i propri contributi NATO.
Gli europei debbono far digerire l’impopolare spesa militare alle proprie opinioni pubbliche, esagerando i pericoli di una quanto mai improbabile invasione russa e quindi sono impediti, anche volendolo, da assumere posizioni di relazioni internazionali più equilibrate e realistiche, viepiù oggi e nell’immediata prospettiva di grossi problemi di fornitura energetica.
L’India, ad esempio, giusto ieri ha chiuso un acquisto in armi per 25 mil UD$ dalla Russia, il che non le impedisce di avere ottimi rapporti con Israele, US ed EU, nonché aprirsi anche a investimenti cinesi e ottenere concessioni di transito dall’Iran ad Hormuz.
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Iran: l’incredibile mix di arroganza e incompetenza che ha messo all’angolo USA e Israele
di Roberto Iannuzzi
Trump non ha preso in considerazione la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e non ha tenuto conto dell’enorme fragilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo
A quasi un mese dall’inizio della guerra di aggressione lanciata da USA e Israele contro l’Iran, tutti i piani israelo-americani sono saltati.
La decapitazione della Repubblica Islamica tramite il brutale assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri leader politici e militari iraniani non ha portato al crollo del governo iraniano.
Al contrario, la compattezza con cui i vertici di Teheran hanno risposto all’attacco ha fatto svanire il miraggio di una guerra lampo vagheggiato da Washington e Tel Aviv.
La paralisi della navigazione nel Golfo Persico, e l’espandersi del conflitto a livello regionale, hanno provocato uno shock economico senza precedenti, con prezzi energetici alle stelle e l’interruzione di catene di fornitura essenziali. Uno shock destinato a propagare inflazione, recessione e instabilità a livello mondiale.
Una simile catastrofe è frutto di incredibili errori strategici commessi da Stati Uniti e Israele.
Al fondo di questi errori vi è un peccato di arroganza, oltre che di incompetenza, che ha impedito ai vertici israelo-americani di leggere la realtà iraniana.
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Russia e Iran nel mirino della guerra esistenziale della Coalizione Epstein allargata all’Ucraina
di Alex Marsaglia
“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova Venerdì 20 evidenziava proprio il pericolo di estensione territoriale di un conflitto che si stava paurosamente saldando con quello ucraino a partire dai grandi mari eurasiatici: “questa importante baia del Caspio è un fondamentale nodo commerciale e logistico, che viene attivamente utilizzato per garantire il commercio russo-iraniano, anche di prodotti alimentari. Sono stati danneggiati gli interessi economici della Russia e di altri Stati del Caspio, che sostengono i collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso questo porto. Il Mar Caspio è sempre stato percepito dai paesi della regione e dalla comunità internazionale come uno spazio sicuro di pace e cooperazione. Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori minacciano di trascinare gli Stati del Caspio in un conflitto militare”.
L’attacco americano-sionista ai porti del Caspio è stato portato avanti contemporaneamente a una serie di attacchi ucraini nel Mar Nero con droni e missili a navi commerciali, porti e petroliere.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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Un'ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità.
L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse.
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La “coalizione Epstein” all’ultimo miglio
di Andrea Zhok*
I segni di disperazione nella “”coalizione Epstein”” cominciano a farsi sempre più evidenti.
Per la seconda notte di fila i (non molti) missili arrivati su Israele sono passati quasi tutti come nel burro. Le difese aeree sembrano andate.
La strategia iraniana non è quella della distruzione massiva – che caratterizza Israele – ma quella del logoramento. I missili a grappolo, pressoché non intercettabili, non producono distruzioni imponenti, non fanno crollare caseggiati, ma disseminano granate che non consentono alcun ritorno alla normalità. Ciò avviene soprattutto di notte, impedendo il sonno in intere aree del paese.
Le basi americane in Iraq sono in fase di liquidazione. Il comando americano ne ha ordinato l’abbandono entro 20 giorni e le milizie sciite in Iraq ne hanno concessi 5. L’occupazione americana dell’Iraq sembra dunque stia volgendo rapidamente al termine.
In questo contesto in cui è palese che il tempo gioca a favore dell’Iran, che si è preparato per un confronto di lungo periodo, i segni di impazienza nel reparto neurodeliri che guida la “coalizione Epstein” si fanno sempre più preoccupanti.
Ieri pomeriggio [23 marzo, ndr] Donald Trump sembra aver minacciato in maniera piuttosto esplicita il ricorso all’atomica (c’è chi dice che il post sia un fake, forse è un ballon d’essai, in ogni caso il suo contenuto è plausibile e riecheggia discorsi già fatti).
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Evviva l’internazionalismo!
di Valerio Romitelli
Recensione al libro di Nielsen e Mezzadra, “The Rest and the West”, Meltemi, 2025
Evviva l’internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l’ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un’ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e documentatissimo trattato – recentemente tradotto in italiano da Federico Smania ed Elisa Virgili dall’edizione in inglese già uscita.
Nelle sue più di trecentocinquanta pagine suddivise in cinque capitoli, oltre all’ultima dedicata appunto a delineare un “nuovo internazionalismo” in funzione delle nuove forme di mobilità e di lotta di classe, nonché in contrasto con “la guerra e la proliferazione dei regimi di guerra”, sono affrontate alcune delle maggiori questioni che tormentano il nostro tempo. “I processi di diversificazione e moltiplicazione che hanno fatto esplodere la precedente omogeneità della classe operaia industriale su diverse scale geografiche” sono così analizzate, come lo sono “le logiche capitalistiche” risultanti dalle “costanti negoziazioni” tra “poteri, compresi gli Stati e altri attori governativi”: il tutto inquadrato alla luce di una riformulazione della nozione intesa non più solo in senso strettamente economico di “capitalismo politico” e di quella intesa non più solo in senso strettamente geografico di “polo”.
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Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
di Sergio Fontegher Bologna
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti?
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Le Nuove Crociate: chi sono i fanatici evangelici che ispirano la guerra in Iran
di Alessandro Bartoloni
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi?
Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran.
La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare così il segnale per il suo ritorno sulla Terra”.
La seconda notizia riguarda le parole dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, che dieci giorni prima dell’attacco americano ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson che se Israele colonizzasse tutto il vicino Oriente, dall’Egitto all’Iraq, “non ci sarebbe nulla di male”, perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa a loro destinata (in Genesi 15 c’è scritto che Israele si espanderà “dal Nilo all’Eufrate”).
La terza è la preghiera collettiva avvenuta il 5 marzo nello Studio Ovale. Nel video che è circolato si vede chiaramente un gruppo di leader evangelici che circondano Trump e guidano una preghiera collettiva augurando al Presidente americano protezione e buona fortuna in guerra.
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Il conflitto tra Iran e Regno di Spagna. La teoria del guscio di noce
di Carlos X. Blanco
Stiamo vivendo un'epoca di cambiamento. Ciò significa che ci troveremo ad affrontare tempi pericolosi. Un intero sistema di certezze, abitudini e sicurezze si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma bisogna avvertire: quello stesso sistema, il cui declino e crollo ci avevano dato tranquillità, ci ha anche tenuti alienati e in uno stato di narcosi. Si trattava del sistema del "nordamericanismo".
Il controllo selettivo ed efficace dello Stretto di Hormuz rappresenta, come fatto storico unico, la grande "contro-sanzione" di uno stato ribelle, come quello persiano, all'imperialismo degli Stati Uniti.
La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti. Fino a ora, i popoli del mondo che hanno resistito all'Impero occidentale potevano solo giocare le carte della guerriglia, giocare la carta del caudillismo o del partito rivoluzionario antimperialista. Fare ciò significava, niente di più e niente di meno, affrontare le sanzioni e i blocchi imposti dall'Impero occidentale, soffrire la fame e la miseria, aggirare i blocchi di approvvigionamento, diventare martiri ed eroi dell'antimperialismo. La resistenza persiana è di tutt'altro genere.
Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra in senso stretto dal 1945, se intendiamo la guerra come un conflitto militare convenzionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq parlano al mondo e sono monumenti eloquenti del fallimento militare americano. La strategia di "bombardare dal cielo, ad altissima quota, e poi darsela a gambe" assomiglia più a quella di un gruppo terroristico che a quella di un esercito imperiale.
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Lo "smart money" ucciderà Trump
di Pino Arlacchi
I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, e una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il metallo giallo offre da secoli in tempi di insicurezza.
In realtà, le cose stanno come dovrebbero stare, e l’impennata del dollaro si rivelerà presto come una beffarda conferma del trend principale. L’oro ritornerà in sella e il dollaro cadrà. Ma cadrà nei tempi e nei modi sufficienti per dare a Trump il colpo di grazia.
Cerco di spiegare il processo, che non è semplicissimo. E che non è decifrabile senza conoscere logica e modus operandi del protagonista di questa storia, che è quello che gli operatori chiamano Smart Money, il denaro dei potenti, quello che muove nel breve periodo i mercati finanziari del pianeta impinguando di soldi l’1% della popolazione. Il lettore mi perdonerà per l’excursus che segue sull’identità dello Smart Money e delle sue dinamiche, ma non voglio che l’analisi scada in una narrazione cospirativa priva di valore euristico.
Lo Smart Money non è una cabala malefica che decide in riunioni segrete le sorti del mondo.
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Tutti a casa!
Un voto contro il sistema e la guerra
di Infoaut
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2 milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega è storicamente forte.
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I risultati del referendum nel paese di Arlecchino
di Eros Barone
I risultati del recente referendum hanno visto la schiacciante prevalenza dei “no”, insieme con un aumento significativo della partecipazione al voto. Un dato che, alla luce dei precedenti, può apparire singolare, ma che si spiega tenendo conto che il baricentro di questo referendum non è stato il problema della riforma della giustizia, ma il giudizio sul governo presieduto da Giorgia Meloni. Quest’ultima pensava di vincere e invece ha perso. Sennonché qui non c’entrano per nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa della “Costituzione più bella del mondo”, che apparentemente erano al centro dei quesiti referendari. E però per comprendere correttamente il significato dell’esito di questo referendum conviene tralasciare gli aspetti più tecnici di tali quesiti (divisione delle carriere ecc.) per concentrarsi sugli aspetti politici, che sono stati in questo caso determinanti. E va detto subito che, quanto alla difesa della Costituzione (argomento principe del fronte del “no”), non vi è bisogno di ricordare che manomissioni ben più gravi – a partire dal “regionalismo differenziato” e dall’introduzione del principio di sussidiarietà (2001) per giungere nel 2012 all’introduzione del principio del pareggio di bilancio, un assurdo economico in forza del quale è stato codificato lo smantellamento dello ‘Stato sociale’ – si sono verificate senza alcuna consultazione del popolo, tra il giubilo della destra e della sinistra. E la ragione di ciò va ricercata nel fatto che il popolo viene interpellato solo sulle questioni minori, perché quelle importanti vengono decise altrove: un altrove che ormai non riguarda il Parlamento e nemmeno le segreterie dei partiti, ma che si situa nei centri di potere dell’oligarchia continentale.
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Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa
di Dante Barontini
Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto.
La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.
Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Tehran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia a una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.
La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari a un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?
E’ chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.
Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.
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La vittoria presenta il conto alle opposizioni
di Emiliano Brancaccio
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.
Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.
Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.
Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.
Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.
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Oltre la serie di mobilitazioni e rivolte, recuperare, anche teoricamente, l’idea di rivoluzione
Alberto Deambrogio intervista Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato (1955) è un sociologo e filosofo italiano, noto soprattutto per le sue ricerche sulle trasformazioni del lavoro, il debito e la relazione tra capitalismo e guerra. Residente a Parigi, è ricercatore presso il laboratorio Matisse/CNRS dell’Università Parigi I Panthéon-Sorbonne e membro del Collège International de Philosophie. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024)
* * * *
Alberto Deambrogio: Maurizio Lazzarato in ‘Guerra o rivoluzione’ tu sostieni che il capitalismo non sia solo un’economia, ma una politica di forza. Oggi assistiamo a un passaggio dalla governabilità neoliberista a un’economia di guerra esplicita, dove il conflitto non è più un’eccezione, ma il motore del riassetto geopolitico. In questo contesto come ridefinisci la figura del debitore consumatore occidentale, ora che lo stato chiede di sacrificare il welfare sull’altare del riarmo tecnologico e della sovranità industriale?
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Le radici anglosassoni del progetto europeo
di Antonio Martone
C’è una narrazione ufficiale sull’origine dell’Unione Europea che resiste tenacemente a ogni smentita: quella dei tre grandi cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – che dalle macerie della seconda guerra mondiale avrebbero tratto un progetto di riconciliazione ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa, alla sussidiarietà, alla dignità della persona radicata in comunità organiche. È una narrazione bella, edificante, e largamente falsa. O meglio: vera quanto basta per nascondere ciò che conta davvero, ovvero che l’architettura profonda dell’Unione Europea – il suo DNA istituzionale, la sua antropologia implicita, la sua filosofia del potere – non viene da Roma né da Vienna, ma da Londra e da Washington. L’Europa realmente esistente è figlia del pragmatismo anglosassone, dell’utilitarismo benthamiano e, in ultima analisi, di una visione del mondo che ha radici teologiche protestanti molto più profonde di quanto i suoi stessi artefici abbiano mai riconosciuto.
Capire questo significa capire perché l’Unione sia diventata ciò che è: non un tradimento del progetto originario, ma il suo compimento coerente.
Il vero padre dell’integrazione europea non è De Gasperi, che rimase sempre un politico nazionale con uno sguardo europeo, né Schuman, che era prima di tutto un uomo di frontiera alla ricerca di una pace possibile. Il vero architetto è Jean Monnet, e Monnet è una figura radicalmente diversa da come viene solitamente raccontata.
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Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale
di Dante Barontini
La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte” guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano a un gruppo di clown.
C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – nei limiti del possibile – gli impianti di estrazione di petrolio e gas di Tehran.
Non per bontà d’animo, ma per calcolo economico globale. Era infatti risaputo e dichiarato in tutte le salse che se fossero cominciati bombardamenti sugli impianti, l’Iran avrebbe risposto dando fuoco a tutti gli altri nel Golfo, che appartengono a diversi paesi arabi ma sono in buona parte gestiti in co-interessenza con le multinazionali occidentali dell’energia.
Una volta danneggiati seriamente, o completamente distrutti, il mondo si ritroverebbe per un lungo periodo senza il 20% di produzione petrolifera (e molto di più nel gas), rendendo sterile l’enorme quantità di giacimenti presenti nell’area. Ricostruirli, infatti, richiederebbe molto tempo anche dopo il raggiungimento di accordi di pace seri, duraturi, senza secondi fini, che al momento sembrano utopia. Anni, insomma. E quindi una crisi mondiale catastrofica, specie per chi non ha sufficienti energie alternative.
Persino Trump, nel far bombardare l’isola di Kharg – terminale petrolifero chiave del greggio iraniano – aveva prudentemente avvertito che però aveva preso di mira soltanto le postazioni militari, senza neanche sfiorare il resto.
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Re-Orient. Il ritorno di Marco Polo
di Pino Arlacchi
Siamo molto orgogliosi di proporre per sedimenti un articolo di Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale e per molti anni funzionario delle Nazioni Unite, oltre che collaboratore di lungo corso di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia. In questo articolo Arlacchi prova a delineare il possibile scenario di una ricomposizione – pacifica e progressiva – delle relazioni tra l’Europa e l’Asia, violentemente interrotte dall’insorgere delle recenti guerre (commerciali e reali) scatenate dal centro morente dell’impero americano, intenzionato con ogni mezzo – e in particolare con la violenza militare – a prolungare un dominio secolare oramai in crisi strutturale. L’auspicabile riconnessione eurasiatica può, a giudizio dell’autore, riattivare una tendenza di lunghissimo corso che, oltre la crisi del presente, potrebbe riaccendere l’antica vocazione dell’Italia e dell’Europa continentale al dialogo e allo scambio – fondato sui valori dell’amicizia, della cultura e della cooperazione pacifica – con il mondo asiatico e orientale. Nel segno di Marco Polo, questa è la strada che, secondo Arlacchi, l’Europa in crisi di identità dovrebbe percorrere per ritrovarsi e rilanciare il suo ruolo nel mondo (G.I.).
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Il degrado della scuola italiana e il “modello don Abbondio”
di Eros Barone
Negli ultimi decenni una serie di interventi legislativi e amministrativi hanno alterato in profondità i caratteri essenziali della scuola. Queste riforme, frutto delle politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione, hanno avuto come conseguenza la dequalificazione del lavoro del docente e la degradazione culturale e sociale dell’intera categoria dei docenti della scuola italiana. Orbene, i docenti hanno nella sostanza accettato tutto questo, spesso collaborando alla propria degradazione, più spesso lamentandosi, ma senza mai ribellarsi seriamente (lo definirei il modello “don Abbondio”). Perché queste riforme hanno avuto come conseguenza il degrado culturale e sociale dei docenti? Perché uno dei loro contenuti fondamentali è la svalutazione dell’insegnamento dei contenuti disciplinari, di quelle cioè che nel linguaggio comune sono le “materie” tradizionalmente insegnate a scuola. Questo aspetto non è di immediata percezione perché non viene mai enunciato esplicitamente nei testi legislativi e amministrativi che hanno dettato le riforme. La svalutazione dell’insegnamento delle “materie” nella scuola italiana contemporanea costituisce però la ‘ratio’ implicita di una serie di misure che possono essere comprese solo alla luce di tale scelta di fondo. Fra gli esempi, che potrebbero essere numerosi, ne cito uno particolarmente significativo: l’incentivazione di una miriade di attività parallele all’insegnamento disciplinare (fra cui i cosiddetti “progetti”), attività che implicano la continua interruzione dell’orario curricolare, cioè dell’orario dedicato all’insegnamento disciplinare stesso.
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

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