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eurostop

Sul referendum contro i Trattati europei non dobbiamo mollare la presa

di Sergio Cararo*

E’ vero che molto spesso abbiamo la sensazione che tra la realtà dei fatti e la percezione distorta della realtà prevalga la seconda. Il sociologo Filippo Viola ha dedicato a questo un libro/ricerca straordinario dedicato proprio alla “Società astratta” in cui evidenziava, anche con una inchiesta empirica, come la gente si orientasse, posizionasse o dividesse sui parametri di una società astratta, appunto, invece che su quelli della società reale in cui avvengono concretamente le cose che ne cambiano la condizione e l’esistenza.

Una verifica di questa divaricazione tra percezione e realtà l’abbiamo fatta anche noi. A cavallo tra la fine e l’inizio del secolo, abbiamo realizzato quella che viene definita “inchiesta di classe” tra le lavoratrici e i lavoratori italiani sulla loro soggettività, cioè su come valutassero le loro condizioni materiali e quello che gli stava accadendo intorno (dalla flessibilità alle privatizzazioni all’unificazione europea etc.).

Nei risultati di quella inchiesta condotta con più di 1400 questionari raccolti in decine di luoghi di lavoro e pubblicata da Cestes (“La coscienza di Cipputi”), c’erano anche due domande/risposte che ci aiutano nella discussione che stiamo facendo oggi. Alla domanda su cosa lavoratrici e lavoratori pensassero dell’unificazione europea, la risposta è stata positiva quasi in modo plebiscitario.

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sollevazione2

Il fardello del liberalismo di sinistra

di Bazaar

Il 9 marzo scorso si è svolta a Roma la presentazione del Manifesto per la sovranità costituzionale, sottoscritto da Patria e Costituzione, Senso comune e Rinascita! Nonostante alcuni importanti limiti — da noi segnalati — abbiamo salutato positivamente questo tentativo di raggruppare le forze disperse di quella che chiamiamo “sinistra patriottica”

Bazaar era presente all'incontro del 9 marzo a Roma. D'appresso le sue severe considerazioni.

Una breve riflessione sul Manifesto presentato da Patria e Costituzione occorre farla.

Ciò che si ritiene ci sia di più o meno buono in questa esperienza è grosso modo tratteggiato da Ugo Boghetta.

Diciamo che il 9 marzo, dopo l’eccellente introduzione di Carlo Formenti, le contraddizioni che appaiano già nel Manifesto, e che si ritiene debbano essere assolutamente risolte affinché ci si possa effettivamente trovare di fronte agli albori di una nuova forza socialista, sono esplose in tutta la loro irrazionalità con gli interventi di alcuni relatori.

I maggiori punti dolenti sono tre, fondamentali, e rivelativi di una mancata abiura del liberalismo di sinistra: se l’ambizioso obiettivo, che onorerebbe il nome dell’associazione, è la formazione di un partito socialista, allora questi punti negano ab origine l’emancipazione dall’ideologia – liberal e politicamente corretta — che ha fatto del neoliberalismo un totalitarismo in gran parte del globo.

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limes

L’Italia sul ring tra Usa e Cina

di Lucio Caracciolo

Non è da tutti offrirsi contemporaneamente all’ira della superpotenza – che di fatto è il nostro padrone di casa – e della sua unica sfidante

L’Italia è finita senza accorgersene nel mezzo del ring dove Stati Uniti e Cina si sfidano per il titolo mondiale dei supermassimi. Esposta ai colpi degli uni e degli altri, sopra e sotto la cintura.

Non è da tutti offrirsi contemporaneamente all’ira del campione in carica nostro nominale alleato, di fatto padrone di casa e del suo sfidante unico, che vorrebbe servirsi dello Stivale per avvicinarsi al centro del quadrato, occupato dal detentore. Il match minaccia di prolungarsi oltre i tempi regolamentari. Resta da stabilire come sia stato possibile ficcarci in tanto guaio. E, se possibile, come uscirne. Per questo occorre capire che cosa vogliono e possono, nell’ordine, Cina, Stati Uniti e Italia.

La Cina usa il brillante marchio delle nuove vie della seta per costruire una controglobalizzazione a 360 gradi. Pechino si è convinta da un decennio che il sistema geopolitico ed economico centrato sugli Stati Uniti sia in decomposizione. Quindi non intende entrarvi come junior partner ma stabilire le regole del nuovo gioco sinocentrico, cui altri potranno aggregarsi. La Belt and Road Initiative (Bri), nome ufficiale della strategia, consta di almeno tre volani.

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la citta futura

Autonomia differenziata, le ragioni del NO

Una misura utile solo ai padroni che non a caso è la nuova “priorità” del governo

Col dibattito sulla autonomia regionale differenziata, i due alleati di governo da un lato si dimostrano fedeli cani da guardia degli interessi del capitale e dall’altro fanno emergere tutte le contraddizioni esistenti nel gioco della politica nel momento in cui, al di là di slogan e consensi elettorali, c’è bisogno di attuare misure antipopolari dettate dalle necessità dell’accumulazione di profitto in crisi.

Su questo giornale ci siamo già occupati in passato di tale tematica (leggi qui,qui,qui equi), essendoci schierati apertamente per il NO all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, denunciando come l’intero arco politico fosse compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a tutti i partiti di destra ma anche a PD e 5stelle) e al contempo come la larga parte della “sinistra d’alternativa” si fosse mantenuta su posizioni inerti, optando per una campagna di astensione attiva anziché per il NO e ponendosi, in tal modo, innocuamente e mansuetamente alla coda dei partiti padronali.

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rinascita

Per il nove di marzo

di Mimmo Porcaro

Mimmo Porcaro non ha potuto raggiungerci a Roma ma ha voluto essere comunque con noi.  Qui di seguito il testo integrale del suo intervento video alla Presentazione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale

Il prossimo 9 marzo si terrà a Roma, al Teatro de’ Servi, l’assemblea di lancio del Manifesto per la sovranità costituzionale, recentemente elaborato da Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita!.

Se l’iniziativa, come mi auguro, riuscirà e se avrà un seguito, saremo di fronte ad un fatto nuovo: ai primi passi di quel soggetto politico che da troppo tempo manca in Italia, un soggetto che sappia coniugare la grave questione sociale che tormenta il paese (uso volutamente il termine che era in auge prima della costituzione dei lavoratori in forza politica indipendente…) e la questione nazionale, mostrando il nesso tra la necessaria ricostruzione dello Stato (ripresa dell’intervento pubblico, welfare, piena occupazione), la ridefinizione della posizione geopolitica dell’Italia, la ripresa di un discorso socialista adeguato ai tempi ed alle specificità italiane.

Problemi del tutto indipendenti dalla mia volontà mi impediranno di partecipare, ma data l’importanza della cosa propongo egualmente un mio contributo alla discussione, elencando tre delle (molteplici) condizioni che devono realizzarsi perché le promesse contenute nel Manifesto possano iniziare a realizzarsi.

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alessandrorobecchi

Crolla il tetto del liceo? E’ tutta colpa di chi non vuole l’Alta velocità

di Alessandro Robecchi

Come sempre accade nelle grandi battaglie, è interessante quel che succede nelle retrovie, e le retrovie del caso Tav sono le parole, il linguaggio, l’apparato narrativo del grande dibattito nazionale: farla? Non farla? Rimandare finché si sarà finalmente inventato il teletrasporto? La questione è ormai quasi secondaria rispetto all’intrecciarsi delle narrazioni efficientiste. Ringrazio Tomaso Montanari per aver coniato, su questo giornale, il termine “sipuotismo” per dire di quella corrente di pensiero che considera possibile tutto, purché frutti qualche soldo. Lui parlava di spostare un Caravaggio di qualche chilometro – cosa considerata più remunerativa che far spostare di qualche chilometro chi vuole ammirarlo -ma il concetto è applicabile un po’ a tutto, e in primis alle famigerate grandi opere.

Se si riesce a mettere da parte le scempiaggini di chi si improvvisa ingegnere in tre minuti, magari in camerino prima di entrare in un talk show, o le menzogne dure e pure (tipo far passare il tunnel geognostico per la galleria del treno, un falso abbastanza diffuso), si vedrà che c’è una speciale curvatura negli argomenti dei “sipuotisti” che potremmo sintetizzare così: moderni contro antichi, futuro contro passato, sviluppo contro arretramento. E’ una retorica abbastanza efficace, variamente coniugata a seconda dell’abilità di chi la sostiene, ma insomma, la sintesi è questa.

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mondocane

Venezuela-Siria, Tav- Eastmed, secessione dei ricchi-reddito di cittadinanza… o si muore

Al crocevia del destino

di Fulvio Grimaldi

Potevano essere indotti ad accettare le più flagranti violazioni della realtà, poiché non hanno mai pienamente compreso l’enormità di quanto da loro si pretendeva e non erano abbastanza interessati ai fatti pubblici per accorgersi di cosa stava succedendo”. (George Orwell)

Di questioni che ci impongono a scegliere fra due o più strade in direzioni divergenti, perché sono in grado di determinare il nostro presente e futuro, dopo che è stato alterato e travisato il nostro passato, ce ne sono molte. Mi sono limitato a considerarne, a volo d’uccello, alcune, quelle che mi paiono al momento le più pressanti.

 

Siria e Venezuela: non è fatta!

Vedo buontemponi che si fregano le mani convinti che in Siria, se non alla vittoria completa di quel popolo, dei suoi alleati e della sua dirigenza, con relativo riequilibrio geopolitico, si sia quanto meno alla sconfitta di assalitori e loro mercenari. Quando gli assalitori covano progetti elaborati nei decenni, in buona parte realizzati, dotati di forza militare (nucleare) e mediatica senza pari, decisivi per il loro ruolo e i loro obiettivi nel mondo, e dunque irrinunciabili, nessuna partita si può dire vinta, anche se nemmeno persa. E di mercenariato, tra masse alienate e alla canna del gas, ce n’è una fonte inesauribile. Colonialismo e neoliberismo ne sono prodighi.

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manifesto

Sale alle stelle il prezzo della «protezione» Usa

di Manlio Dinucci

La Casa Bianca sta per presentare il piano «Cost Plus 50» che stabilisce il seguente criterio: i paesi alleati che ospitano forze Usa sul proprio territorio ne dovranno coprire interamente il costo e pagare agli Usa un ulteriore 50% in cambio del «privilegio» di ospitarle ed essere così da loro «protetti»

A pretendere il pizzo in cambio di «protezione» non è solo la mafia. «I paesi ricchi che stiamo proteggendo – ha avvertito minacciosamente Trump in un discorso al Pentagono – sono tutti avvisati: dovranno pagare la nostra protezione».

Il presidente Trump – rivela Bloomberg – sta per presentare il piano «Cost Plus 50» che stabilisce il seguente criterio: i paesi alleati che ospitano forze Usa sul proprio territorio ne dovranno coprire interamente il costo e pagare agli Usa un ulteriore 50% in cambio del «privilegio» di ospitarle ed essere così da loro «protetti».

Il piano prevede che i paesi ospitanti paghino anche gli stipendi dei militari Usa e i costi di gestione degli aerei e delle navi da guerra che gli Stati uniti tengono in questi paesi. L’Italia dovrebbe quindi pagare non solo gli stipendi di circa 12.000 militari Usa qui di stanza, ma anche i costi di gestione dei caccia F-16 e degli altri aerei schierati dagli Usa ad Aviano e Sigonella e i costi della Sesta Flotta basata a Gaeta.

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marx xxi

Accordo Italia-Cina: un'occasione storica per la difesa degli interessi del nostro popolo

di Mauro Gemma

Con la firma dell'accordo con la Cina in merito al progetto sulla Via della Seta, l'Italia per la prima volta nella storia del dopoguerra avrebbe la possibilità di affermare in modo sostanzioso la propria autonomia dalle scelte imposte dall'imperialismo statunitense ed europeo. Sarebbe il primo paese del G7 a farlo e la sovranità del nostro popolo ne uscirebbe rafforzata, con l'adesione a un programma che avrebbe immense ricadute economiche e occupazionali benefiche, senza che la Cina, come ha affermato lo stesso Conte, ci chieda alcuna forma di sudditanza politico-militare.

Occorre anche aver presente che il progetto di accordo fu avviato dal governo Gentiloni e che se ne parlò nel corso di una visita del Presidente della Repubblica a Pechino. C'è da augurarsi che il PD non se ne sia dimenticato in corso d'opera e che da domani non lo si veda schierato in appoggio alle recriminazioni statunitensi e UE.

Non è un caso che contro la firma, in occasione della visita di Xi Jinping sia stata avviata una forsennata campagna mediatica, ispirata dall'esterno, per fermare il progetto.

Ci troviamo di fronte a una gigantesca operazione propagandistica al servizio degli interessi imperialisti – che certamente si intensificherà di qui all'arrivo del presidente cinese – che dovrebbe seriamente preoccupare tutti i comunisti, i sinceri antimperialisti, gli amanti della pace e la vera sinistra che ha a cuore l'indipendenza e la sovranità del nostro paese.

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federicodezzani

Via della Seta, un nuovo South Stream

di Federico Dezzani

L’annuncio della firma di un memorandum italo-cinese lo sviluppo della Nuova Via della Seta ha innescato una tempesta: gli USA, anche tramite il canale indiretto di Bruxelles, hanno espresso la loro contrarietà all’iniziativa, scompaginando il quadro politico e alzando un immediato coro di allarmi. La geografia della penisola italiana, collocata nel cuore del Mediterraneo e allo stesso tempo connessa col Continente, ci rende la naturale destinazione di qualsiasi infrastruttura Est-Ovest: le stesse ragioni che hanno affossato il South Stream potrebbero però condannare anche la Via della Seta. Solo la Germania dimostra di essere sufficientemente forte da sviluppare i progetti euroasiatici

Opportunità e realtà

Correva il maggio 2017 quando, unico premier tra i Paesi del G7, Paolo Gentiloni partecipava al Forum sulla Nuova Via della Seta nei pressi del suggestivo lago Yanqi, a Nord di Pechino. Il viaggio di Gentiloni era giustificato dalla prospettive dischiuse dall’ambizioso piano infrastrutturale cinese, che, nella sua variante marittima, unirà Sud-Est Asiatico, Corno d’Africa e Europa: “L’Italia può essere protagonista in questa grande operazione a cui la Cina tiene molto: per noi è una grande occasione e la mia presenza qui significa quanto la riteniamo importante1. A distanza di quasi due anni, il percorso avviato da Gentiloni dovrebbe fare un ulteriore passo in avanti con la firma di un memorandum d’intesa, durante la prossima visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping: si tratta di uno storico viaggio che, secondo quanto trapelato, toccherebbero anche la Sicilia, cuore nevralgico del Mediterraneo.

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manifesto

La non continuità del dominio

di Sandro Mezzadra

A partire da «Il potere temporaneo» di Maurizio Ricciardi per Meltemi. Lo sguardo marxiano non si appunta più sulla sua fondazione e legittimazione. Ne segue piuttosto la «costanza dell’esercizio»

Il potere temporaneo si intitola il libro di Maurizio Ricciardi su «Karl Marx e la politica come critica della società» (Meltemi, pp. 230, euro 18). Tema onnipresente nella sconfinata opera di Marx, il potere è stato in effetti raramente fatto oggetto di un’analisi sistematica nella altrettanto sconfinata letteratura a lui dedicata.

Una delle interpreti più brillanti e raffinate che si sono soffermate sulla questione negli ultimi anni, Wendy Brown, ha preso le mosse (in La politica fuori dalla storia, a cura di Paola Rudan, Laterza) dalla focalizzazione di Marx sulla logica del potere, ponendo criticamente in rilievo lo scacco del suo tentativo di coglierla in modo «trasparente» e «oggettivo». Non è questa la via seguita da Ricciardi: la questione del potere gli offre piuttosto un filo conduttore attraverso cui seguire l’intero sviluppo dell’opera marxiana a partire dallo scarto che la scoperta del rapporto di capitale e dell’antagonismo che lo costituisce determina nei confronti della riflessione politica precedente.

Radicalmente distante da ogni pensiero che (anche solo analiticamente) riconosca il primato dell’ordine, l’autore del Capitale non si pone in alcun modo l’obiettivo di formulare una «teoria generale del potere»: in questione per lui è l’emergenza storica, in precise condizioni sistemiche, di rapporti di potere che si distendono nello spazio e lavorano su diversi ordini temporali, incidendo corpi e costituendo soggettività.

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contropiano2

L’eterno ritorno della sindrome del Faust

di Giuseppe Masala

Davvero sbalorditiva l’intervista di H. W. Sinn – uno dei decani degli economisti tedeschi – rilasciata l’altro giorno al quotidiano economico Handelsblatt. L’oggetto dell’intervista era il noto studio de CEP di Friburgo che sostiene che i due paesi che hanno subito le più grandi perdite dall’introduzione dell’Euro sono l’Italia e la Francia mentre i paesi che hanno tratto maggiori benefici sono la Germania e l’Olanda.

La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendole corrette e non soggette a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):

Il problema è che le esportazioni, nel calcolo del PIL, sono considerate come un indice di prosperità, anche se in realtà lo diventano solo nel momento in cui sarà certo che immediatamente o successivamente potranno essere convertite in importazioni per una somma di pari valore. In effetti le eccedenze commerciali tedesche non sono sempre state investite in maniera ragionevole, e spesso sono state utilizzate per acquistare titoli di debito esteri alquanto problematici. Una parte di questi titoli consisteva in obbligazioni di dubbia utilità, in gran parte di provenienza americana, il cui mancato rimborso ha contribuito al fatto che la Germania abbia dovuto cancellare centinaia di miliardi di euro di crediti esteri dal suo bilancio delle attività nette sull’estero.”

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carotenuto2

Venezuela: dagli aiuti umanitari USA al cyberattacco-blackout, è già guerra di nuova generazione e antica ipocrisia

di Gennaro Carotenuto

Le denunce del New York Times e di Forbes sui casi degli aiuti umanitari bruciati e sul blackout, che analizzo qui, attestano che in Venezuela la guerra sia già cominciata e le false notizie dominino incontrastate la costruzione dell’opinione pubblica.

Le guerre di nuova generazione fanno morti come e più di quelle che si combatterono con la clava, la balestra o il fucile Chassepot. Rispetto alla gravità del blackout in Venezuela ai media italiani è piaciuto a scatola chiusa sposare la tesi dell’inettitudine chavista. I chavisti sono per definizione tutti incapaci, sanguinari e corrotti. Sta diventando un tratto tipico della cultura politica italiana quella di non rispettare l’avversario, pensando che irridere e delegittimare corrisponda a cancellare. Tale attitudine impedisce di conoscere e capire, e tradisce la ragion stessa di essere dei media. Al contrario vari media statunitensi hanno preso molto sul serio e considerano credibile che il blackout in Venezuela sia stato causato da un cyberattacco informatico USA. Se così fosse sarebbe affare serio, perché saremmo con ogni evidenza di fronte a un atto di guerra di quelle della cosiddetta quarta generazione.

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militant

La voce del padrone

di Militant

A forza di concentrare tutta la critica politica su Renzi e il presunto “renzismo”, in perfetta continuità con Berlusconi e il “berlusconismo”, Craxi e il “craxismo” e via scivolando, eccoci servita la riesumazione del centrosinistra. Messa in naftalina la parentesi democristiana, la voce del padrone torna a farsi rappresentare dalla più gestibile genia socialdemocratica. Zingaretti dunque, attorno a cui ricostruire le ragioni elettorali del nuovo fronte antipopulista. Fa specie, come sempre, la reazione della “sinistra”. Sembrava, il Pd, messo definitivamente al suo posto: il partito del grande capitale, soggetto neocentrista attorno al quale coagulare la classe dirigente dello Stato, veniva indicato come avversario naturale delle ragioni delle lotte di classe. E invece, scopriamo con la solita ingenuità, era solo Renzi il problema. Estromesso il giglio magico, riecco le alleanze territoriali, i cantieri politici, i fronti unitari. Ecco di nuovo le speranze future e gli appelli alla convergenza. Ingenui, ripetiamo, e come diciamo spesso l’ingenuità in politica è una delle colpe più gravi. Ancora una volta ci siamo cascati. Davamo per scontata la naturale avversità al Pd esattamente come naturale appare l’avversità a Forza Italia, alla Lega o a chissà quale altro soggetto politico della piccola e grande borghesia. Illusi.

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contropiano2

Via della Seta, gli interessi al posto delle chiacchiere

di Dante Barontini

I media italiani – e la “stampa democratica” in particolare – soffrono da decenni di un particolare disturbo bipolare: quello che porta a a semplificare ogni notizia in termini di bene/male o di puro schieramento. Con effetti paradossali che dovrebbero essere evidenti, ma che tutti fanno finta di non notare. Per esempio, Trump è un “mostro” quando si parla di diritti civili negli Usa, ma resta sempre “la nostra guida” quando si parla di geopolitica e relazioni internazionali. Amici o nemici, analisi zero, credibilità idem.

Il disturbo bipolare diventa evidente quando bisogna affrontare il progetto di Via della Seta e dunque i rapporti con la Cina. Qui vengono allo scoperto gli interessi economici reali (la Cina porta investimenti che la borghesia italiana non ha mai voluto fare mai o che lo Stato non può più fare, “grazie” ai trattati europei che impongono tagli di spesa) e le paure alimentate dagli interessi geopolitici di Washington o Berlino.

Leggiamo per esempio questo titolo dell’edizione italiana dell’Huffington Post: “L’ombra della Cina sui porti di Genova e Trieste”. Una copia conforme delle cazzate leghiste sull’”invasione dall’Africa”. Va bene, è una testata statunitense, ma in Italia fa coppia col gruppo Repubblica-L’Espresso. E quindi avvelena anche la testa di molta gente che si ritiene “di sinistra”…

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nazioneindiana

Tempi bui per la storia

di Giorgio Mascitelli

Tra i frutti che la sua luminosa vita ci offre il deciso impegno di Liliana Segre per evitare il ridimensionamento dello studio della storia nella scuola non mi sembra certo il meno importante. Non deve ingannare l’apparente minuzia dell’oggetto del suo intervento, ossia l’eliminazione del tema storico dalle prove per l’esame di maturità, perché Segre ha colto perfettamente che esso non è che la spia di un progressivo ridimensionamento dell’insegnamento della storia nell’ambito di una riduzione di tutte le materie ‘inutili’ alla formazione del perfetto lavoratore e del perfetto consumatore.

Sarebbe bello poter affermare che questo provvedimento è opera esclusiva del ministro dell’istruzione Bussetti e dell’attuale governo, ma la verità è che questo disegno viene da lontano ed è connesso all’idea di una scuola retta dalla pseudo razionalità economica promossa dall’Unione europea, dall’OCSE e dalle politiche bipartisan di tutti i governi precedenti, in particolare dalla riforma della Buona scuola. In questa prospettiva la scuola deve fornire solo competenze utili al mercato del lavoro e, in questo contesto, lo studio della storia è fatica sprecata. Coloro che ora denunciano da Bruxelles la diffusione dell’antisemitismo e di altre forme di odio razziale sono spesso quelli che hanno lavorato per creare una scuola totalmente incapace di difendere la memoria storica, magari pensando e perfino affermando esplicitamente che oggi per informarsi su questo genere di cose basta andare su internet.

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contropiano2

I finti competenti

di Giuseppe Masala

Non c’è davvero limite al peggio. L’Onorevole Marattin del PD, nonché ex responsabile economico di Palazzo Chigi all’epoca della Presidenza Renzi dichiara su Finmeccanica: “Con il mercato unico bisogna accettare il rischio che qualche azienda se ne vada”.

Questi sono degli sciagurati, per di più con la convinzione di avere la verità in tasca. Ma si rende conto di cosa significa la perdita di Finmeccanica per l’Italia? E’ una delle ultime aziende tecnologicamente avanzate presenti in Italia e oltre a questo ha un enorme impatto occupazionale.

Non solo, la perdita di Finmeccanica significa anche la sostanziale perdita della nostra autonomia militare e la perdita totale della nostra sovranità (almeno di quella che è rimasta dopo la perdita della moneta).

Questi sono i risultati dell’economicismo spacciato come verità assoluta: la miserabile convinzione in molti economisti (o economari) che l’unica cosa che conti è l’efficienza paretiana e la leggenda (perché di una leggenda si tratta) della Mano Invisibile del mercato che garantisce la perfetta allocazione delle risorse.

Flessibilità da parte di queste persone pari a zero: nessuna capacità di interpolare piani diversi e nello specifico quello economico con quello delle discipline internazionali, della geopolitica, delle scienze strategiche e militari e quelle della politica.

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sollevazione2

Un passo avanti e uno indietro

di Redazione

Ieri si è svolta a Roma, presso il Teatro de’ Servi, introdotta da Carlo Formenti, l'assemblea nazionale [vedi foto] con cui Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita! hanno presentato il Manifesto per la Sovranità Costituzionale. Chi si aspettava l’annuncio della fondazione di un nuovo soggetto politico è forse rimasto deluso. Più modestamente dall’assemblea è uscita la proposta di tre campagne politiche — vedi la dichiarazione di Fassina più sotto. Malgrado i limiti del Manifesto, come Programma 101 abbiamo salutato positivamente questo tentativo di raggruppare le forze disperse di quella che chiamiamo “sinistra patriottica”. Quali sono questi limiti è presto detto...

* * * *

Qui la dichiarazione di Fassina

* * * *

«Abbiamo preso visione del Manifesto per la sovranità costituzionale, frutto dell’intesa tra tre gruppi: Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita!.

Manifesto per larga parte condivisibile (vi ritroviamo analisi e proposte che per primi abbiamo avanzato) la qual cosa conferma che dalle nostre parti c’è vita, che inizia a delinearsi, pur tra tante difficoltà, l’area che chiamiamo della “sinistra patriottica”.

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lindice

La nuova disparità di redditi e ricchezze: crescente, polarizzata e multipla

Quanta e quale disuguaglianza siamo disposti ad accettare?

di Arnaldo Bagnasco

Il testo è una sintesi della lezione tenuta all’Accademia delle Scienze di Torino il 23 gennaio 2019, per il programma I mercoledì dell’Accademia

Per i sociologi, la disuguaglianza si riferisce a una diversità nell’accesso alle ricompense della partecipazione alla società, come il reddito, la ricchezza, le possibilità d’istruzione, la sicurezza, la salute, la considerazione sociale, la libertà di espressione. Tutti i sistemi sociali conoscono disuguaglianze, più e meno marcate, e più e meno legittimate, vale a dire accettate culturalmente e politicamente. Disuguaglianze che erano accettate o sopportate perché senza forza per esprimersi, al cambiare di circostanze si fanno avanti sulla scena pubblica e politica. Nelle nostre società che cambiano, la disuguaglianza si presenta dunque in nuovi modi. L’uguaglianza come valore deve misurarsi con il valore libertà, e una disuguaglianza può anche essere favorevole a vantaggi generalizzati, ma il punto che ora rilevo è che ha sempre bisogno di una giustificazione, con argomenti che siano accettati. Il discorso sulla disuguaglianza si apre a ventaglio, può prendere molte direzioni. Proverò a indicare tre possibili prospettive di osservazione sulla sua novità; sono tracce del cambiamento, punti di partenza da approfondire e per guardare poi anche in altre direzioni.

 

Prima prospettiva: il ritorno della disuguaglianza.

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mauro poggi

Andarono per isolare e tornarono isolati

di Alan McLeod

Propongo il riassunto di un articolo sul Venezuela scritto da Alan McLeod, professore alla Glasgow University, collaboratore del sito Fairness & Accuracy in Reporting e autore del libro Bad News from Venezuela: Twenty years of fake news and misreporting.

Enfasi e note fra parentesi quadre sono mie.

* * * *

Non è un segreto per nessuno che gli USA tramano un cambio di regime in Venezuela da ormai molti anni. Il Presidente Trump non nasconde la tentazione di usare l’opzione militare. Recentemente ha dichiarato che “i giorni del socialismo e del comunismo in Venezuela sono contati“, aggiungendo minacciosamente che “molto presto vedremo cosa farà la gente a Caracas“.

Il Vicepresidente Mike Pence ha definito Nicolas Maduro un “dittatore” e ripetuto che l’auto-proclamato presidente Guaidò gode “dell’incrollabile appoggio” del popolo americano [ma Bernie Sanders ha dichiarato di non riconoscerlo e sostenuto la legittimità di Maduro “che non è un dittatore“]

Le arbitrarie sanzioni americane vengono sempre più inasprite, nel tentativo di distruggere l’economia venezuelana e forzare Maduro alle dimissioni.

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resistenze1

La guerra con altri mezzi

di Monthly Review

Pubblichiamo l'editoriale della Monthly Review, Volume 70, Number 10, 1 marzo 2019

Mentre scriviamo queste note nella prima settimana di febbraio 2019, gli Stati Uniti stanno dirigendo apertamente un golpe politico-economico in Venezuela. Allo stesso tempo, hanno annunciato il ritiro unilaterale dal Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie (INF). L'insieme di questi eventi, che hanno avuto luogo tra fine gennaio e inizio febbraio, segnano una nuova escalation dell'imperialismo statunitense, che minaccia il mondo intero.

Il 23 gennaio, solo poche settimane dopo l'insediamento di Nicolás Maduro per un nuovo mandato come presidente del Venezuela, Juan Guaidó, un politico di destra che non è mai stato candidato alla presidenza e il cui nome è sconosciuto a oltre l'80% della popolazione venezuelana, si è proclamato presidente del Venezuela. Ha denunciato il presidente eletto Maduro - per il quale oltre due terzi degli elettori e il 31 per cento dell'elettorato hanno votato nelle elezioni venezuelane del 2018 (in contrapposizione a una sparuta minoranza di elettori e solo il 26 per cento dell'elettorato statunitense a favore di Donald Trump nelle elezioni americane del 2016) - come un "usurpatore".

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sinistra

Un libro sulla scuola da rileggere

di Eros Barone

A volte può essere utile, per favorire la loro scoperta da parte delle nuove generazioni o la loro riscoperta da parte di quelle meno giovani, segnalare testi e riflessioni che meritano di essere sottratti alla edacità del tempo, di un futuro sempre meno rispettoso del passato e di un consumo culturale dal ritmo frenetico. È questo il caso di un libro Sulla scuola scritto quando cominciavano ad essere attuate, tra la fine del secolo precedente e l’inizio di questo secolo, le politiche di ispirazione neoliberista che hanno destrutturato il sistema educativo del nostro paese. 1 Il volume in parola è una raccolta degli interventi dedicati, per l’appunto, alla scuola da uno dei maggiori studiosi della cultura e della civiltà del mondo antico, il latinista Antonio La Penna.

Va subito detto che La Penna (classe 1925, tuttora vivente) è un esponente dell’alta cultura del nostro Paese, che, a differenza di altri esponenti che sogliono emettere, senza conoscerlo e senza averne studiato seriamente i problemi, superciliosi (e superficiali) giudizi sul mondo della scuola, può far valere un ‘curriculum’ pluridecennale di indagini e riflessioni serie, non meno argomentate che documentate, sui problemi della scuola italiana. Fatta questa opportuna premessa, occorre aggiungere che il libro non si rivolgeva solo agli ‘addetti ai lavori’, cioè agli insegnanti, ma anche agli ‘interessati ai lavori’, cioè «a studenti e famiglie che ancora sentano il bisogno di una scuola utile e formativa».

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marx xxi

Genocidio yemenita per il controllo del petrolio

di F. William Engdahl*

Un interessante articolo di William Engdahl, pubblicato sulla rivista online 'New Eastern Outlook' e ripreso da Global Research, fa luce su una guerra, quella dello Yemen, censurata dagli organi d'informazione. Guerra che, va ricordato, l'Arabia Saudita sta combattendo anche con le armi italiane

Il genocidio in corso nella Repubblica dello Yemen, in una guerra la cui fase più intensa è iniziata nel 2015, è stato fino a poco tempo fa ignorato dai media occidentali. Quello che è stato ignorato è anche il casus belli fondamentale della guerra saudita sostenuta dagli Stati Uniti, apparentemente contro lo Shi'ite Houthi da parte dei sunniti wahhabiti sauditi. Come per quasi ogni guerra ed ogni destabilizzazione da quando gli inglesi hanno scoperto per la prima volta il petrolio nel Golfo Persico oltre un secolo fa, la guerra dello Yemen riguarda il petrolio, più precisamente il controllo del petrolio, un sacco di petrolio.

Lo Yemen è un'area geopolitica di importanza strategica, nel punto di collegamento critico del Mar Rosso che si collega al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e all'Oceano Indiano. È il luogo di uno dei punti più strategici per lo smistamento delle spedizioni nel mondo, il Bab el Mandab, uno stretto passaggio a sole 18 miglia di distanza da Gibuti nel Corno d'Africa, che lo rende uno dei punti di transito del petrolio del Dipartimento degli Stati Uniti dell'energia.

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contropiano2

La carne macinata non serve a fare bistecche

di Dante Barontini

Vi ricordate del 4 marzo 2018? Lo sfondamento dei “populisti”, l’emarginazione di quel che restava dei partiti “classici”, la maledizione popolare sul centrosinistra, e soprattutto l’emergere prepotente di un’anomalia politica che prometteva di rigirare tutto come una “scatoletta di tonno”?

Sembrano passati dieci anni, da allora.

L’abbraccio governativo tra Cinque Stelle e Lega (l’altra presunta versione di quell’anomalia) sta rapidamente portando all’erosione drastica della credibilità della “nuova classe politica”. E soprattutto dei suoi discorsi, pomposamente travestiti da princìpi. Quel “né di destra, né di sinistra”, “uno vale uno”, “tagliare i costi della politica”, “portare al governo la gente comune”, il voto in piattaforma su quesiti scelti non si sa da chi (ogni sociologo, anche di infimo livello, sa che ogni domanda circoscrive le possibili risposte e in buona parte le determina), ecc.

Un’epoca è finita, ma girandoci all’indietro vediamo che si è trattato di una sbornia di breve durata.

La crescita esponenziale della Lega parafascista e il “ritorno del centrosinistra” sotto la neovernice zingarettiana, puntano apertamente al ripristino della dialettica politica bloccata, a quel “bipolarismo” che ha desertificato il panorama politico italiano degli ultimi venti anni.

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sollevazione2

Manca un leader o mancano le idee?

di Leonardo Mazzei

Europee: la "sinistra sinistrata" in cocci. Vogliamo discutere del perché?

Stavolta evitiamo ogni ironia, che lo spettacolo offerto in queste settimane basta e avanza. Sicuramente la maggioranza dei nostri lettori già conosce gli ultimi passaggi di questa tragicommedia. Per chi invece non li conoscesse, proveremo a sintetizzarli di seguito. Ma lo scopo di questo articolo non è quello di entrare nei meandri di queste sconcertanti vicende, quanto piuttosto quello di trarne qualche elemento di riflessione.

A due mesi e mezzo dal voto europeo del 26 maggio, quella che noi chiamiamo sinistra sinistrata (e il perché lo avranno capito anche i sassi) è allo sbando. Il "progetto De Magistris" si è ufficialmente arenato, lasciando le varie componenti che dovevano sostenerlo a litigare fra loro. Come sempre, Giggino ha fatto i suoi conti, e quando la calcolatrice gli ha fornito il responso non ha perso un attimo a dare forfait. Si era presentato come una specie di Salvatore della patria, si è rivelato quel gran cuor di leone che già sapevamo... E che già si era visto nel 2012, quando scansò la battaglia mettendo in pista il sonnolento Ingroia. E fu il successo che ricorderete...

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comuneinfo

I dinosauri del nostro tempo

di Guido Viale

Di fronte al cambiamento del clima e alle devastazioni ambientali governanti, giornalisti, economisti vogliono grandi opere, nuove autostrade, altri aeroporti, trivellare terra e mare ma anche produrre e vendere altre armi. Milioni di anni fa i dinosauri furono vittime inconsapevoli di un’estinzione di massa, loro oggi sono i responsabili di una distruzione senza precedenti. “Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro, e ci sono dinosauri piccoli e insignificanti, come Chiamparino o Fassino – scrive Guido Viale -, che non sanno nemmeno se riconoscere o negare i cambiamenti climatici in corso. Pensano, sragionando, come se tutto fosse destinato a continuare come oggi: un tunnel, o anche due, per portare in Francia merci e passeggeri che oggi non ci sono, ma domani, chissà?…”. Affrettiamoci dunque tutti e tutte a dare una mano: dallo straordinario 8 marzo al Friday for Future del 15 marzo fino alla mobilitazione contro le grandi opere del 23: “tre eventi apparentemente diversi, ma mai così legati tra loro…”

* * * *

I dinosauri di sessanta milioni di anni fa sono stati vittime inconsapevoli di una estinzione di massa. I dinosauri di oggi sono invece responsabili consapevoli, se non dell’estinzione dei loro simili e di molti dei viventi che abitano la Terra, sicuramente della fine della convivenza così come l’homo sapiens l’ha conosciuta e praticata da almeno diecimila anni.

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“Rompere l’euro, e al più presto”

intervista a Wolfgang Streeck

“Il” crash “di Lehman Brothers si può ripetere in qualsiasi momento”, predice il sociologo tedesco del Max Planck Institute (1).

Completo grigio, camicia scura e un discorso sereno: a prima vista non c’è assolutamente niente che faccia pensare all’intellettuale tedesco Wolfgang Streeck come uno dei più grandi pessimisti del Nord Atlantico. Tranne forse dei baffi discreti alla Pessoa, lasciano anticipare l’inquietudine che lascerà la conversazione di un’ora con lui: un filo rosso lega fatti e congetture per arrivare a concludere che il capitalismo si sta dirigendo verso il più completo disastro. Il titolo del suo ultimo libro è la sua migliore lettera di presentazione: in “Come finirà il capitalismo?” conclude, in un tono da Antico Testamento, che la credibilità delle istituzioni democratiche è crollata e che la socialdemocrazia – nella quale lui ha militato – ha fallito miseramente. Strano mix di acuto analista, moralista e profeta, il sociologo capo del prestigioso Max Planck Institute sostiene che dobbiamo rompere l’euro e che la fusoliera del sistema finanziario porta alle macerie. “Il crollo di Lehman Brothers si può ripetere in qualsiasi momento”, prevede con un fatalismo senza fine.

Streeck è stato giovedì scorso a Madrid per tenere un discorso in una serie di conferenze organizzate dalla Fondazione Ramón Areces. Gli assistenti (e l’intervistatore) sono impalliditi: la Grande Crisi è “un fallimento del sistema e delle idee che l’hanno sostenuta”, “un fraintendimento generale per il quale forse non c’è soluzione”.

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rinascita

Manifesto Sovranità Costituzionale: Istruzioni per l’uso - 2a parte

Dopo il 9 marzo (e oltre)

di Ugo Boghetta

Nell’articolo precedente (su Rinascita!) ho cercato di dar conto, dal mio punto di vista, di come abbiamo lavorato all’elaborazione del Manifesto impostando diversamente la questione dell’Unione, ad esempio. Siamo partiti dalla centralità della Costituzione come leva per disvelare l’incompatibilità dei Trattati. Non solo, abbiamo proposto un modello strategico alternativo: la confederazione di stati sovrani, e affermato che la sovranità monetaria deve servire ad attuare la Costituzione.

Una sovranità, dunque, non come fine (nazionalista) ma come mezzo per politiche sociali. Su questo punto alcuni non hanno capito perchè non c’era scritto noeuro, altri non hanno voluto capire. Costoro pensano che l’uscita dall’Unione si ottenga ripentendo come un mantra: noeuro, noeuro, noeuro. Mi viene in mente la pubblicità: “Facile.it, facile.it, facile.it“.

In questo testo invece vorrei ragionare sul come andare oltre il 9 marzo, e sul come il Manifesto possa diventare articolazione programmatica e calarsi in campagne che lo trasformino in:”pane e salame“.

Il contesto in cui ci troveremo ad operare sarà caratterizzato, a larghi tratti, da nuove tensioni all’interno dell’Unione a seguito degli equilibri post elettorali, dal macinare della garrota invisibile dell’euro, e dall’accordo di Aquisgrana che realizza l’Unione a più velocità, ovvero la progressiva disunione. A livello nazionale avremo una crisi progressiva del M5S anche se non necessariamente al livello delle regionali recenti.

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carmilla

Tre secoli di guerra civile

di Sandro Moiso

Pierre Miquel, Le guerre di religione, Res Gestae, Milano, 2019, pp. 636, € 24,00

L’autore di questo libro uscito in Francia nel 1980, al tempo docente presso la Sorbona, e per la prima volta in Italia nel 1981, certamente non si sarebbe trovato d’accordo con il titolo di questa recensione. Avrebbe, cioè, tenuto fermo il punto sullo scontro di carattere religioso avvenuto in Francia tra il 1523 e il 1771, il periodo di cui appunto l’ampia ricerca si occupa. Eppure, eppure…

Oggi, ancor più di ieri, è evidente agli occhi di chi scrive che spesso è più il presente o ancor meglio il futuro a determinare le coordinate della ricerca storica, più che il passato in sé. Si potrebbe forse addirittura affermare che il passato in sé non esiste, essendo rideterminato da ogni stagione di nuove riletture dello stesso, messe in opera sulla base delle esperienze e delle esigenze del presente oppure sulle ipotesi derivate da nuove prospettive future.
In questo senso, sia come ricercatori che come antagonisti del presente, occupandoci di Storia e di studi sociali, così come di qualsiasi altra scienza, possiamo essere tanto agenti del quanto agiti dal futuro.

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Cacciari come Weber

di Michele Ambrogio

La rigenerazione del Leviatano e l’Autonomia del Politico

«Scienza e politica formano insieme la "geistige Arbeit" – devono funzionare insieme. Non vi è Stato moderno senza lavoro scientifico, senza rapporto con la Tecnica. E non vi è Tecnica se non sia intrinseca allo Stato. Eppure anche qui si tratta di Due e non di Uno! Ecco il politico di nuovo: che conosce l'essenzialità del lavoro scientifico e in uno conserva l’autonomia delle proprie decisioni. La "politica al comando" è altrettanto utopistica di una "scienza autonoma". Il capitalismo è essenzialmente il sistema che le unifica nel loro stesso contraddirsi»*

... Ma, allora, v’è ancora la possibilità di un’alternativa al sistema capitalistico?

Ho sempre letto con interesse i saggi di Cacciari, restando fermo però all’insuperato Krisis, saggio sul pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein. A distanza di quasi 40 anni, ritrovo e comprendo meglio la mia distanza dalla sua (quella di Cacciari) longeva attualità. Non mi riferisco alla sua biografia (che pure la evoca, con il ritorno al PCI, il centauro e gli arcipelaghi dell’esperienza di governo del territorio come sindaco di Venezia...) ma ai suoi punti di riferimento. Costante in tutto il suo percorso dopo Krisis (che mi rassegnò ad una scelta opposta alla sua) la formula di un’autonomia del politico.