la citta futura

Se la sinistra lascia Gramsci al PD che tifa Marchionne

di Carmine Tomeo

Il PD riparte dal Lingotto. Qualcuno potrebbe affermare che a ripartire da lì è Matteo Renzi, ma sarebbe un errore. Matteo Renzi è un prodotto del PD, non il segno di una mutazione genetica; Matteo Renzi rappresenta lo sbocco inevitabile della ragion d’essere del PD. Segretario uscente e presidente del Consiglio dimissionario, Renzi, per lanciare la sua candidatura per riprendere per sé la leadership del PD, sceglie lo stesso ambiente che fu di Veltroni dieci anni prima (quando il partito democratico era in fase di formazione) e dove quest’ultimo si presentò per candidarsi a guidare lo stesso partito.

Nel 2007, Veltroni era la conferma del progetto per cui il PD nacque: “Il Pd nasce per unire gli italiani”, disse in quell’occasione l’allora sindaco di Roma. Quello che Veltroni aveva in mente era un “partito del nuovo millennio e della libertà” che avrebbe dovuto sfidare “i conservatorismi di destra e di sinistra”, perché il partito che si apprestava a nascere doveva “unire ciò che oggi viene contrapposto”. Il discorso di Veltroni di dieci anni fa era, in sostanza, l’interpretazione autentica della ragion d’essere del PD. Matteo Renzi, in questo senso, pure con il suo atteggiamento da imbonitore, non fa altro che portare avanti ciò che Veltroni dieci anni prima diceva essere “la ragione, la missione, il senso del Partito democratico”.

conness precarie

Morto un voucher ce n’è sempre un altro

La precarietà, la CGIL e un governo disperato

di Lavoro Insubordinato

Il 2017 non sarà un anno felice per i voucher. La minaccia di un referendum e il timore di ripercussioni politiche hanno stabilito il tempo della loro fine. Privati, aziende e pubblica amministrazione potranno esaurire i voucher già comprati entro il 31 dicembre dell’anno corrente. Dopo la notizia, si è verificato un episodio prevedibile e simpatico. Le aziende nostalgiche, timorose del cambiamento, si sono subito affrettate ad acquistare gli ultimi voucher per non farsi trovare impreparate nei momenti difficili. Padroni, mantenete la calma! Non c’è motivo di tanta agitazione. Il regime del salario non vi lascerà soli, dormite sonni tranquilli perché avrete comunque a disposizione un tempo indefinito per continuare a stabilire rapporti di lavoro informali e precari con i vostri lavoratori e lavoratrici.

Non per rovinare la festa alla CGIL che, dopo anni di tristezza e malinconia, si è lasciata andare a un improvviso entusiasmo (non sarà pericoloso?), ma dobbiamo dirlo: la fine della precarietà non coincide con l’abrogazione dei voucher. Questi sono stati solo uno tra i tanti strumenti che hanno permesso l’ascesa del lavoro informale. Hanno certamente indicato nuove modalità di sfruttamento difficili da abbandonare, ma non hanno mai operato da soli. La fine della gestione dispotica del lavoro, prerogativa dei padroni, non è alle porte, anzi.

clashcityw

Voucher e appalti, la ritirata è tattica

di Clash City Workers

A quanto pare i padroni sono preoccupati. Il colpo del 4 Dicembre ancora brucia e l'ultima fragile maschera di quel potere che governa il Paese da più di cinque anni trema all'idea di prenderne un altro. Tanto più se questo si gioca in maniera diretta ed esplicita nel campo in cui è disposto a concedere meno, quello del lavoro.

E così, dopo l'assist della corte costituzionale che ha impedito che si votasse sull'articolo 18, ecco il Governo all'opera per disinnescare l'onda di indignazione e odio popolare che poteva travolgere lo strumento simbolo della precarizzazione del lavoro degli ultimi anni: quei Voucher che barattavano decenni di conquiste di diritti collettivi con uno scontrino a un tabaccaio. Hanno preferito essere loro a travolgerli, gli stessi che finora ne cantavano le lodi e che adesso fanno la corsa per sconfessarli. Con un decreto che li abolirebbe in tronco stanno togliendo la pur tenue arma della battaglia referendaria dalle mani di chi avrebbe potuto trasformare l'insofferenza verso i buoni-lavoro in odio verso lo sfruttamento tutto, che così emblematicamente rappresentano. Hanno "ceduto alle pressioni", come Confindustria gli aveva pregato di non fare.

dinamopress

Minniti alla carica

di Augusto Illuminati

Si avvicinano le elezioni amministrative e, chissà, quelle politiche. Infuria lo scontro per le primarie Pd. Il malcontento si manifesta nelle piazze. Cosa di meglio, allora, di una bella coppia di decreti-legge su sicurezza e migranti, motivati da «straordinaria necessità e urgenza» , per grattare la pancia della gente e stornare l’attenzione dai problemi reali del Paese. Minniti per questo è il ministro giusto, un prezioso reperto dell’èra di Cossiga e D’Alema, riciclato sia nel governo Gentiloni che nella sagra del Lingotto.

Un tempo la legge borghese eguale per situazioni diverse assolveva egregiamente il compito di tenere a bada le classi pericolose. Ai ricchi e ai poveri– come è noto– si faceva eguale divieto di dormire sotto i ponti. Oggi bisogna entrare più nel merito: sbattere in galera o fuori dalla vista chi scende le scalette del Lungotevere con aria sospetta, meglio ancora se non italiano. Minority report. O in caso di perpetrazione e condanna: sanzionare subito, mica aspettare la sentenza definitiva della Cassazione (cioè almeno (10-15 anni) come per i condannati per corruzione, appropriazione indebita, violazioni dei doveri d’ufficio, ecc. Specialmente se colletti bianchi. Specialmente se parlamentari. Specialmente se ministri. Specialmente se fiorentini di città o contado.

riv.anarchica

Doppio movimento

di Cosimo Scarinzi

C'è quello politico, bloccato (alla faccia della vittoria referendaria). E quello sociale, quasi fermo. Ma con segnali di combattività. Nella scuola e a Genova, per esempio.

Può valere la pena di tornare, rapidamente, al referendum costituzionale del 4 dicembre. Dal punto di vista politico si è trattato indubbiamente di un evento di portata notevolissima. Un referendum senza quorum ha visto, infatti, un'affluenza del 65% in netta controtendenza rispetto alla consolidata crescita dell'astensione; con la vittoria del No con il 59,1% dei voti si è avuto, a maggior ragione vista l'affluenza, un risultato che non ha permesso le classiche interpretazioni secondo le quali tutti, in qualche misura e per qualche ragione, hanno vinto.

Anche la distribuzione del voto è interessante, con l'eccezione della provincia di Bolzano, il Sì ha vinto solo nelle province di Arezzo, Firenze, Forlì Cesena, Modena, Pisa, Pistoia, Ravenna, Reggio nell'Emilia e Siena e ha perso arrivando quasi al pareggio solo nelle province di Livorno e Perugia. Con ogni evidenza, se consideriamo anche le province in cui il Sì ha perso nettamente ma non in misura disastrosa, ha retto l'insediamento storico del PCI - PDS - DS - PD; il che dimostra che molti hanno un po' esagerato nel fare il funerale al sistema dei partiti e della loro capacità di orientare l'opinione pubblica, quantomeno nelle zone in cui i partiti non sono ridotti a semplici clientele.

megachip

Grillo, ci risiamo?

di Simone Santini

La decisione di Grillo sul "caso Genova" e la votazione degli iscritti nazionali che ha, di fatto, ratificato tale decisione e promosso un candidato sindaco diverso da quello scelto dagli iscritti genovesi, è un punto di svolta nella vita del MoVimento Cinque Stelle. Mai prima d'ora, infatti, una votazione locale era stata disconosciuta dal Garante Beppe Grillo chiedendo agli iscritti nazionali di sostituirsi ad un gruppo locale per la scelta di un candidato.

Non conoscevo, se non molto vagamente, i candidati sindaci contendenti di Genova, Cassimatis e Pirondini, non sapevo quali fossero le differenze programmatiche o di approccio tra le due liste e loro rappresentanti. E, in fondo, è giusto così. Un iscritto del MoVimento non è tenuto a conoscere le dinamiche che si sviluppano in ogni realtà locale, anche se di una città importante, ma non fondamentale, come Genova. È stata dunque la decisione di Grillo ad imporre agli iscritti di occuparsi della faccenda.

Mi ha colpito molto il modo con cui Grillo ha deciso di farlo. Grillo ha scritto: "Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me. Non ho nessun interesse se non il bene del MoVimento 5 Stelle".

contropiano2

Intervistare Assad è sacrosanto, alla faccia dei maestrini del giornalismo

di Fulvio Scaglione*

I media italiani sono tra gli ultimi al mondo per libertà (77° posto), e tutti i giorni si sforzano di darne nuove prove. Non si sottraggono a questa tristissima tendenza anche quelli "di sinistra". Anzi, neppure quelli così tanto "di sinistra" da chiamarsi Left, anche se ultimamente sono entrati nella galassia societaria della renzianissima l'Unità.

Questa risposta di Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di Famiglia Cristiana, attualmente all'Avvenire (giornale dei vescovi italiani, mica di Belzebù…), alle critiche rivoltegli da Left ci sembra pressoché esaustiva. Intendere il dovere di una corretta informazione come obbediente a delle metaregole "ad capocchiam" (politiche, etiche, moraleggianti o moralistiche) è fare consapevolmente della disinformazione. Un parallelo può aiutare: medici e infermieri, secondo il giuramento di Ippocrate, sono tenuti a curare tutti quelli che gli arrivano davanti. Tutti vuol dire indipendentemente da qualsiasi considerazione etnica, politica o religiosa; e naturalmente dalla quantità di denaro nelle tasche del paziente.

Naturalmente, fare vero giornalismo non implica "cancellare le proprie opinioni" (ci sembra che le nostre siano abbastanza esplicite), ma prima viene l'informazione, per quanto orrenda sia. Altrimenti si fa propaganda… Che è un altro mestiere, a volte persino nobile e necessario, ma è un altro

albertomicalizzi

Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit

di Alberto Micalizzi

Nelle stanze ovattate dei salotti bancari italiani, mentre i TG nazionali ci dilettano con scissioni e giochetti di immunità parlamentare, uno strano gruppetto sta decidendo la cessione ai privati di un primo pacchetto di 86,9 miliardi di Euro di sofferenze bancarie (fonte: IlSole24ore, dato al 31/12/2016).  Si tratta dello zoccolo duro di un problema di crediti incagliati che complessivamente a livello italiano raggiunge i 330 miliardi di Euro (fonte: Huffington Post).

Pensate chi compone il gruppetto: PADOAN (sempre lui!), il Presidente dell’unione bancaria europea Andrea Enria, i vertici di Banca d’Italia, la Commissione Europea, l’OCSE e persino l’agenzia di rating FITCH, quella sotto processo a Trani per manipolazione di mercato aggravata e continuata ai danni dello Stato italiano (vedi mio articolo “La procura di Trani graffia la City di Londra”). Manca solo dracula!

La notizia è stata accennata dal Sole24ore del 17 Febbraio 2017. L’idea è la solita: scorporare questi crediti dai bilanci bancari, inserirli in società esterne private (chiamate Bad Banks, cioè “società cattive”) e venderli a grandi fondi speculativi prevalentemente anglo-americani a prezzi di stralcio. Gli stessi fondi incaricheranno poi società di recupero crediti aggressive che mieteranno il territorio italiano, ed al tempo stesso faranno la cosiddetta “cartolarizzazione” dei crediti, cioè li rivenderanno sul mercato – ancora prima di raccoglierli – sotto forma di titoli obbligazionari.

soldiepotere

Anche l'Olanda rottama la Terza via

Carlo Clericetti

Fuori un altro. Anche in Olanda gli elettori hanno rottamato un partito socialista ormai tale solo di nome: basti pensare che è quello di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo e falco delle politiche di austerità. Il PvdA ("Partito del lavoro") ha subito il maggior crollo della sua storia, passando dal 24,8 al 6% e da 38 a 9 seggi in Parlamento. Continua così la serie di sconfitte dei partiti socialisti e socialdemocratici ( o magari comunisti, come fu il Pci) che, seguendo la cosiddetta "Terza via" lanciata da Tony Blair, sono passati armi e bagagli sotto le bandiere liberiste. Per un po' hanno retto, ma la gestione della crisi - o co-gestione insieme ai partiti conservatori, e comunque sposando le politiche da quelli sostenute - li hanno distrutti o stanno distruggendoli.

Il primo a subire un tracollo fatale fu il greco Pasok, passato dal 43% dei voti nel 2009 al 12,3 del 2012 al 4,7% del 2015. Poi è stata la volta del Psoe, il partito socialista spagnolo, che nel 2008 aveva raggiunto il 43,9% e nelle due elezioni successive del 2015 e 2016 è crollato intorno al 22. L'ala destra del partito ha impedito al segretario Pedro Sanchez (che poi si è dimesso) di formare un governo con Podemos e ha permesso la nascita di un nuovo governo conservatore guidato da Mariano Rajoy: non ci sarà da stupirsi se alla prossima prova elettorale il Psoe farà la fine degli omologhi greco e olandese.

aldogiannuli

Sarà il 2017 l’anno della crisi finale della Ue?

di Aldo Giannuli

Le elezioni olandesi hanno prodotto una ondata di euforia nei ranghi della politica dominante e dei mass media al loro seguito: “l’ondata populista si ferma. La Ue si sta salvando”. Euforia, per certi versi eccessiva, anche se l’analisi coglie un dato vero: il rallentamento della pressione antieuropeista.

Ma anche su questo punto qualche riflessione in più il dato la merita: vero è che il partito di Wilders si aggira intorno al 19% ed è lontanissimo dal partito liberal conservatore di Rutte che ha il 33%. Però va detto che nessun sondaggio aveva previsto una affermazione dei “populisti” che raggiungesse il 25%, che il partito di Rutte perde l’8% dei consensi rispetto alle politiche precedenti (il che è difficile dire che sia una vittoria), ma soprattutto che quella olandese è una delle economie più solide d’Europa e che, nonostante le misure di austerità che hanno privato i cittadini di diversi servizi e garanzie sociali, la qualità della vita è pur sempre fra le migliori del continente. Insomma: non era certo l’Olanda il test più sfavorevole alla “Festung Europa”.

Come si sa, nel 2017 ci saranno altre due elezioni politiche decisive per la sopravvivenza della Ue: Francia e Germania. Il caso più compromettente è quello della Francia, paese capitale (come la Germania) dove la lista antieuropeista ha concrete probabilità di vincere.

all assalto

La Rivoluzione d’Ottobre fu lotta per la sopravvivenza

Sta anche in questo la sua attualità

di Sergio Cararo

Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti in questo secolo, possono essere riassunte in almeno due narrazioni:

1) Per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista

2) Per la “sinistra” è stata una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Nasce da qui l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, lo è altrettanto oggi, Soprattutto se,  giustamente, si intende riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in occidente” che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917. Non possiamo nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, come un manuale per le istruzioni.

altrenotizie

Olanda: Rutte e l'illusione della vittoria

di Michele Paris

La corsa verso destra delle principali forze politiche olandesi nelle elezioni legislative di mercoledì è stata vinta dal Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) dell’attuale primo ministro, Mark Rutte. I liberali al governo avevano fatto propria buona parte dell’agenda di estrema destra del Partito per le Libertà di Geert Wilders (PVV), considerato il vero sconfitto del voto, puntando sulla promozione di sentimenti xenofobi anti-islamici per contenere i riflessi negativi delle politiche di austerity adottate negli ultimi cinque anni.

I sondaggi avevano correttamente anticipato una certa flessione del PVV dopo le previsioni di qualche mese fa che sembravano doverlo trasformare nel primo partito d’Olanda. Alla fine, Wilders e i suoi hanno aggiunto appena 5 seggi ai 15 che già occupavano nella “Tweede Kamer”, ovvero la camera bassa elettiva del parlamento de L’Aia.

Con poco più del 13% dei voti, il PVV è comunque il secondo partito olandese, dietro al VVD di Rutte. Quest’ultimo, nonostante i toni trionfalistici dei suoi leader e le reazioni sollevate di quelli europei, ha fatto segnare una netta flessione, passando dal 26,6% del 2012 al 21,3% odierno e da 41 a 33 seggi sui 150 totali.

vocidallestero

ExIT: riflessioni di un mainstreamer

di Alberto Bagnai

Traduciamo qui le riflessioni  espresse in inglese dal  prof. Bagnai sul suo blog Goofynomics a commento e precisazione dell’articolo pubblicato di recente sul Financial Times, in cui è stata riportata in sintesi una sua lunga conversazione col corrispondente da Roma dell’importante giornale economico-finanziario del Regno Unito

Alcuni giorni fa ho avuto una lunga conversazione con James Politi, il corrispondente da Roma del Financial Times. Lui ha fornito un resoconto imparziale della nostra conversazione qui  (e qui tradotto in italiano su Vocidallestero, ndt) e questo già merita un applauso, considerando sotto quale pressione stava lavorando. Ovviamente, molti aspetti della nostra conversazione sono stati omessi, ma il succo del messaggio rimane. Nella mia esperienza questo è abbastanza inusuale, specialmente nei media italiani. Non farò menzione degli aspetti omessi, ma desidero aggiungere alcune sfumature perse nella traduzione (in gran parte a causa mia).

La più importante riguarda le mie affermazioni in merito ad “aver detto queste cose per sette anni ed essere adesso diventato un mainstreamer”. Queste sono state esattamente le mie parole, ma forse vale la pena di aggiungere una precisazione: come sanno bene i lettori del mio blog, il mainstream economico è sempre stato molto scettico riguardo l’euro.

linterferenza

Chi mangia fa briciole?

Riccardo Achilli

Stamattina, mi è capitato di viaggiare in treno con un gruppo di ambulanti liguri che andavano a Roma per la manifestazione contro la direttiva Bolkestein. Il più colorito di loro teneva banco nel vagone, raccontando in un patois italo-ligure le sue disavventure fiscali e di rapporto con le licenze commerciali ed i Comuni dell’entroterra ligure. Alla fine concludeva la sua esposizione di una vita fatta di multe, cartelle esattoriali e fogli di via dati da Sindaci giustizieri con la seguente frase “era meglio quando c’era la Dc, almeno mangiavano loro e facevano mangiare anche noi, adesso noi non viviamo più, belin!”.

Ora, sarebbe ovviamente facile chiudere la questione con il classico atteggiamento moralista: “ecco qui il tipico commerciante abusivo, evasore e magari berlusconiano che si lamenta perché finalmente la legge gli viene fatta applicare”. Credo però che, a prescindere dal caso specifico, liquidare così la questione sarebbe un errore. Un errore da sinistra. Spiego perché. Intanto perché, banalmente, i commercianti ambulanti non sono dei privilegiati. Non sono i gioiellieri che denunciano poche migliaia di euro al fisco ed hanno la barca. E’ una categoria spesso marginale del mondo del commercio, che fa una vita particolarmente dura e non sempre molto redditizia. Fanno parte di quel popolo che la sinistra dovrebbe rappresentare.

aldogiannuli

Perché dico che sta crollando la Seconda Repubblica?

di Aldo Giannuli

Una serie di sintomi grandi e piccoli indicano come, ormai, il processo di sfaldamento della Seconda Repubblica sia in atto: il disfacimento del Pd, l’atonia del governo Gentiloni, il ritorno degli scandali che “puntano in alto” e che ormai coinvolgono non solo la politica ma anche il giornalismo (e si pensi al penosissimo caso del “Sole 24 ore” le cui azioni ormai valgono carta straccia), ancora una volta i magistrati vengono a far da becchini al sistema e i sondaggi segnalato la caduta rovinosa della fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni. La macchina dello stato è in panne con ogni evidenza, e la politica è un motore fuso.

Ma tutto questi, appunto, sono i sintomi, non sono le cause del crollo. Il malessere profondo, lo abbiamo detto, è iniziato anni addietro, dal 2013 che, per la Seconda Repubblica, è stato quello che il 1987 è stato per la Prima. La rovina di un sistema politico non si verifica in un solo momento, ha sempre un processo che inizia molto prima e diventa più veloce alla fine.

Il 2013 ha segnato la rottura dell’equilibrio bipolare con l’irruzione sulla scena del M5s, poi la prima sentenza della Corte Costituzionale che metteva limiti al sistema elettorale maggioritario, quindi l’ondata di processi che sconvolgeva la testa di classifica delle imprese italiane, il conseguente scioglimento del “salotto buono”, eccetera.

manifesto

Il lavoro femminile e i corpi di tutti diventati il nuovo capitale fisso

di Paolo Favilli

Il plusvalore creato dal lavoro femminile fa parte del processo di creazione di nuovo valore nella fabbrica diffusa dove tempo di vita e tempo di lavoro si mischiano

L’articolo che Piero Bevilacqua ha pubblicato recentemente su questo giornale in occasione dell’8 marzo, è un testo esemplare dei metodi e dei contenuti che dovrebbero caratterizzare la sostanza analitica e politica del «nostro campo».

Bevilacqua mette al centro della propria riflessione un aspetto essenziale del modo in cui si estrae plusvalore dal «lavoro-vivo» femminile nei nostri tempi. Si tratta di un’importante indicazione di metodo per quanto riguarda l’insieme della questione «lavoro». Il fatto che il plusvalore creato dal «lavoro-vivo» femminile non provenga soltanto dai luoghi di produzione a ciò tradizionalmente deputati (fabbriche, uffici…), infatti, non è questione solo di genere. Il genere naturalmente mantiene nell’ambito di un processo complessivo le sue specificità, ma è appunto all’interno (nel profondo) del processo che è necessario esercitare l’indagine.

Numerosi studi basati su ampia e rigorosa ricerca empirica dimostrano come la valorizzazione del capitale (la crescita della ricchezza) avvenga in misura progressivamente più rilevante, in questi nostri tempi, attraverso una sorta di fabbrica diffusa, deterritorializzata, una fabbrica fuori della fabbrica, priva di strutture materiali, ma ricca di capitale umano.

comidad

Dicono sovranismo per non dire salario

di comidad

Sabato scorso i media italiani sono riusciti a ritagliare attorno a Matteo Salvini un copione analogo a quello già messo in scena negli USA con CialTrump. Anzi, la replica è stata talmente puntuale da risultare palesemente falsa. Il ministro degli Interni Minniti all’inizio di marzo aveva fatto sapere che si sarebbe personalmente “occupato” delle questioni di ordine pubblico relative alla visita del segretario della Lega Nord a Napoli. La promessa di Minniti sembrava preannunciare l’arrivo di sfracelli.

Il ministro non deve invece aver lavorato molto bene, dato che i disordini anti-Salvini sono stati davvero poca cosa: ristretti ad un tratto stradale molto limitato e con la rottura di qualche finestrino di automobile. Su RaiNews24 cronisti con la voce rotta ed ansimante si sono dovuti sforzare di conferire ad immagini poco significative una drammaticità che esse non possedevano in proprio. Si tratta quindi di eventi di scarso rilievo se li si confronta con le manifestazioni e gli scontri verificatisi a più riprese nello scorso anno per le visite a Napoli di Matteo Renzi. L’ex Presidente del Consiglio nello scorso anno era venuto a Napoli quattro volte: ad aprile per la questione Bagnoli, a giugno per la campagna elettorale delle Amministrative, a settembre per una rappresentazione al teatro San Carlo ed a novembre per la campagna referendaria.

micromega

Le barricate, i voucher e l'ideologia: una risposta a Di Vico

di Marta Fana

È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, come l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto.

La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti - ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale. Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

piovonorane

Sparite voi e i vostri lavoretti

di Alessandro Gilioli

Le cronache della politica raccontano oggi della determinazione assoluta con cui il governo e la sua maggioranza stanno lavorando per impedire il referendum sui voucher, che in teoria si dovrebbe svolgere il 28 maggio.

Non è difficile vedere le ragioni di questa corsa per impedirci di votare.

Una è quasi ovvia: c'è il rischio che anche questo referendum, così come quello sulla Riforma Boschi, si trasformi in un giudizio sul Pd. E su Renzi, che nel Jobs Act ha alzato del 40 per cento il tetto dei voucher, aumentandone la diffusione. Un bis del 4 dicembre non sarebbe esattamente utile a confermare la narrazione del "ricominciamo", "ci rialziamo", "ora rimontiamo come il Barcellona" che l'ex premier e i suoi hanno inaugurato al Lingotto.

Ma ce ne sono altre due, di ragioni per cui vogliono evitare il referendum, anche se meno visibili.

La prima è che la sinistra di questo Paese - allo stato dispersa e derisa - potrebbe giovarsi molto di una campagna elettorale su un tema concreto come il sottolavoro mal salariato. In altri termini, rischierebbe di crearsi a sinistra di Renzi qualcosa di meno raccogliticcio dell'attuale galassia di partitini e sigle.

gliStatiGenerali 

Ritorno al Franco: la paura corre sullo Spread

di Marcello Minenna

Il 2017 non sarà un anno noioso per le sorti dell’euro. È in gioco la stessa sopravvivenza della moneta unica, sotto la pressione dei problemi di Paesi come Italia e Francia che destano preoccupazioni ben più serie rispetto a piccole economie come quelle di Grecia o Portogallo.

I mercati finanziari hanno percepito immediatamente la criticità della situazione. Ad aprile i francesi andranno a votare e la Le Pen ha dichiarato che in caso di vittoria dedicherà i primi 6 mesi del suo mandato a guidare il Paese fuori dalla moneta unica. Dal canto suo l’Italia non gode di migliore salute, praticamente pietrificata sotto il fardello del debito pubblico e privato, con modeste aspettative di crescita e una perdurante instabilità politica.

Né l’Europa aiuta a placare gli animi. Anzi. La Germania continua la sua crociata a oltranza per la virtù fiscale e suggerisce ristrutturazioni del debito pubblico dei Paesi periferici (a partire dal nostro) secondo lo schema già seguito per la Grecia quando non si spinge fino a parlare di un’Europa a più velocità. E la BCE per difendere l’irreversibilità dell’euro non esita a lanciare sgradevoli moniti. Ultimo in ordine cronologico il diktat di Draghi dello scorso 20 gennaio: se un Paese vuole uscire deve prima liquidare la sua posizione Target2 nei confronti dell’Eurosistema.