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lavoro culturale

Una recensione narrativa del libro di Vanessa Roghi “La lettera sovversiva”

di Alberto Prunetti

Pubblichiamo la recensione a “La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole” di Vanessa Roghi (Laterza, 2017) in occasione dell’evento del 17 novembre a Siena: Don Milani. La lettera sovversiva.

Una precedente recensione, a cura di Marco Ambra, era uscita sul nostro blog a ottobre

Certi libri, letti nell’adolescenza, ti cambiano la vita.

Ognuno ha il libro che gli è stato più caro a quindici anni.

Tre libri mi hanno strappato alle botte e al calcio di strada, preparatori ai tornelli delle acciaierie: Lo straniero e Il mito di Sisifo di Albert Camus e Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana. Quest’ultimo forse pesa più degli altri due.

Leggendolo, pensavo che fosse rivolto a me. Ovviamente non ero la professoressa, io ero il mittente. Non mi sentivo infatti tanto diverso da quei ragazzi di Barbiana. Venivo da una famiglia operaia, ero timido di fronte ai potenti e ai ricchi. Nessuno nella mia famiglia si era mai laureato e mi avevano iscritto al liceo non senza esitazioni. Lavoro sicuro alle acciaierie di Piombino o eventuale figlio dottore? Il “pezzo di carta” era lontano, la fabbrica era vicina.

I miei coetanei a quindici anni erano già nella fase in cui i genitori li formavano nella tecnica della metalmeccanica di base. E a me ormai dicevano: te studia.

interessenaz

Insetti e ogm: il cibo del futuro secondo i padroni del mondo

di Enrica Perucchietti

«La frutta era l’unico elemento della loro dieta. Quegli esseri del futuro erano vegetariani rigorosi, e per tutto il tempo che rimasi con loro, pur desiderando un pezzo di carne, fui frugivoro anch’io».

È l’anno 802.701. Il Viaggiatore del Tempo ha appena incontrato una delle due razze che popolano il futuro della Terra: si tratta degli Eloi, creature bellissime, fragili, pacifiche, piccole di statura come bambini, dalla pelle color porcellana e simili tra loro anche nel sesso. Conducono una vita di puro divertimento e sono dotati di scarsa immaginazione e intelletto.

Si tratta di una citazione de La macchina del tempo, uno dei racconti più celebri di H.G. Wells, pubblicato per la prima volta nel 1895. Nell’Inghilterra di fine Ottocento, uno scienziato racconta ai suoi più stretti amici di aver trovato il modo di viaggiare nel tempo, ma non viene creduto. Otto giorni dopo, durante una cena a casa sua, il protagonista ricompare in uno stato alterato, i vestiti in disordine e il volto spettrale: racconterà davanti a una platea sbigottita, di aver viaggiato avanti e indietro nel tempo fino a raggiungere l’anno 802.701, periodo in cui l’umanità è divisa in due tronconi differenti: gli Eloi, appunto, e i Morlock, esseri mostruosi che vivono nelle viscere della terra. Costoro escono la notte per cibarsi delle carni degli Eloi, da loro accuditi e allevati come bestie da macello. Se gli Eloi sono fruttariani, i Morlock non solo sono carnivori ma si cibano addirittura della carne dei fragili Eloi.

sbilanciamoci

Legge di bilancio, la manovra del ‘vorrei ma non posso’

di Andrea Baranes

La legge di Bilancio 2018 è una manovra con poche luci e moltissime ombre, dove i vincoli europei non possono rappresentare un alibi. Anche perchè sarà lo stesso Parlamento a decidere se ratificare o meno, entro l’anno, il Fiscal Compact

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai Governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa.

comidad

Il legame indissolubile tra finanziarizzazione e pauperismo

di comidad

Era davvero difficile prevedere che, dopo dieci anni di feroce austerità - con annesso aumento della disoccupazione - e di tagli alla spesa sanitaria ed alle pensioni, l’aspettativa di vita degli Italiani aumentasse. E infatti quell’aumento non c’è stato. I dati pubblicati dal Rapporto Osserva Salute nel 2016 hanno indicato che, per la prima volta, la vita media in Italia è diminuita, ovviamente con un calo più pronunciato dove maggiori sono stati i tagli, cioè al Sud.

Era invece facilissimo prevedere che l’ISTAT avrebbe imbrogliato sui calcoli per spacciare un presunto aumento dell’aspettativa di vita in modo da giustificare un aumento dell’età pensionabile. Prevedibile anche che i sindacati non avrebbero contestato la falsità dei dati dell’ISTAT, visto che, in base alla vigente parodia del politicamente corretto, diffidenza ed incredulità sono colpe imperdonabili. Ancora più prevedibile il fatto che i sindacati avrebbero preferito dividere i lavoratori, invischiandosi in una trattativa col governo sulla questione dell’esenzioni per i lavori “usuranti”, come se esistessero lavori non usuranti. L’unico lavoro non usurante è quello di comandare, dato che ogni errore può essere scaricato sui dipendenti.

Altrettanto scontato era che l’invecchiamento medio della popolazione lavorativa e la precarizzazione del lavoro giovanile determinassero un calo della produttività in Italia.

iltascabile

Le origini dell’Intelligenza Artificiale

di Andrea Daniele Signorelli*

Negli anni Cinquanta nasceva Mark I Perceptron: la prima macchina in grado di simulare il funzionamento dei neuroni

Nel 1958, un articolo del New York Times presentava una nuova meraviglia tecnologica: “Il cervello elettronico che insegna a se stesso: nel giro di un anno sarà in grado di percepire, riconoscere e identificare ciò che lo circonda, senza bisogno di controllo o addestramento da parte dell’uomo”. Vi ricorda qualcosa? Considerando il gran parlare che si fa dell’intelligenza artificiale, molto probabilmente sì. Le promesse potenzialità di quel cervello elettronico erano ancora più vaste: avrebbe dovuto imparare a pensare come gli umani, diventare cosciente di sé e, un giorno, sarebbe potuto partire per visitare “altri pianeti come una sorta di esploratore spaziale meccanico”.

Insomma, le aspettative erano decisamente elevate; perché allora ci sono voluti quasi sessant’anni per trasformare parzialmente in realtà quelle promesse? Per capirci qualcosa, dobbiamo prima fare un altro passo indietro. Negli anni Quaranta, i biologi stavano sviluppando le prime teorie per spiegare come l’intelligenza e l’apprendimento fossero il risultato dei segnali trasmessi tra i neuroni nel cervello umano. La tesi fondamentale – che poi è quella valida ancora oggi – era che i collegamenti tra alcuni neuroni si rafforzassero attraverso la frequenza delle comunicazioni.

linterferenza

Lo Zimbabwe di Robert Mugabe

Riccardo Achilli

Si chiude la lunghissima parentesi di potere, iniziata nel 1980, di Robert Mugabe. Nelle migliori tradizioni africane, si sta verificando un pochino quello che è successo con il “golpe geriatrico” con cui, in Tunisia, Ben Alì sostituì in modo incruento un Bourguiba oramai troppo anziano per comandare, preservando i gruppi di potere legati al regime.

Mugabe, oramai a 93 anni, stava evidentemente preparando la successione a favore della moglie Grace, di 41 anni più giovane, con il cervello di una “sguattera”, che lo ha spinto a destituire il delfino naturale, il “coccodrillo” Emerson Mnangagwa. Solo che il coccodrillo, compagno di armi di Mugabe sin dai tempi della Bush War con la quale il regime bianco di apartheid della ex Rhodesia venne abbattuto, è l’uomo di riferimento degli apparati di intelligence e dell’Esercito: ex Ministro della Sicurezza dello Stato, della Giustizia e della Difesa, ha solide relazioni con i militari che hanno deposto Mugabe.

Finisce malinconicamente una dittatura feroce e cleptocrate, ma attenzione: dittatura, ferocia e cleptocrazia sono termini occidentali. Non appartengono a categorie africane della politica, dove la democrazia liberale non fa parte del retaggio collettivo, perché non c’è mai stata una borghesia nazionale vera e propria, se non la piccola consorteria di affaristi cresciuti all’ombra dei padroni coloniali, di cui parlava Fanon.

lantidiplomatico

"Che fine hanno fatto i 4mila jihadisti di Raqqa?"

di Alberto Negri*

Il dopo-guerra della lotta al terrorismo è ancora più complicato della guerra. È un conflitto dove in Siria coabitano, tra le tensioni, ambiziosi attori regionali e superpotenze, è un altro capitolo del confronto tra sunniti e sciiti e dello scontro all’interno dello stesso campo sunnita dove gli interessi dei turchi, per esempio, non coincidono più con quelli degli arabi. Erdogan, leader di un Paese Nato, è ormai passato armi e bagagli nel campo di Putin e ha deciso di mantenere in sella Bashar Assad.

Ma ora che sono cadute le roccaforti di Al Baghdadi, quella all’Isis è diventata una guerra ancora più sporca, intorbidata dalla spartizione delle aree di influenza.

Come la caduta dei talebani in Afghanistan nel 2001 non fu la fine di Al Qaeda, il sospetto che la sconfitta territoriale del Califfato non sarà la fine dell'Isis è sempre più forte. E diventa più consistente, dopo il reportage della Bbc che documenta l’accordo dei curdi siriani per l’uscita indenne da Raqqa di 4mila jihadisti armati, foreign fighters compresi, con l’avallo americano e britannico. Un’intesa “segreta” ma già denunciata dai russi ai quali la coalizione a guida Usa avrebbe impedito di bombardare le colonne jihadiste.

La lotta al terrorismo è una realtà a geometria variabile. Viene condotta dagli alleati degli americani e da Washington a seconda degli interessi tattici e geopolitici che guidato i rapporti tra le potenze occidentali e i loro partner arabi.

militant

Schizofrenie borghesi tra Roberto Spada e Jenny Savastano

di Militant

La vicenda di Ostia si iscrive in un quadro di relazioni sociali deteriorate, in cui il rapporto tra criminalità e fascismo si rafforza col procedere della crisi. Allargando la visuale, riusciremmo però a individuare la cornice culturale entro cui si manifesta la schizofrenia borghese che manipola le mitologie della periferia. Ci viene in soccorso un’intervista a Roberto Saviano, ingegnere delle nuove mitopoiesi ribelli. Immediatamente dopo l’aggressione di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi, Saviano si contraddistinse per la posizione più dura: «Ostia capitale di Mafia. […] Per quanto mi riguarda, alla luce di tutto questo, combattere CasaPound significa fare antimafia». Nel congeniale ruolo di sostituto procuratore nazional-popolare, il Nostro invocava la repressione più severa: nessuna pietà per Spada e soci, anzi: indagare anche gli eventuali referenti politici. Molto bene, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, abbiamo pensato anche noi. Questo il Saviano di lotta, il Pm mediatico che a ideologie unificate proclama il suo j’accuse legalista. C’è però anche il Saviano di governo, artefice di una nuova e perversa educazione criminale. A Repubblica spiega il suo détournament espressivo: «Nel libro Gomorra parlo delle vittime, negli articoli racconto la resistenza dei magistrati. Nelle serie volevo che il punto di vista fosse quello dei boss». Dietro questo pensiero, persino eccessivamente sincero, c’è una visione del mondo che produce mostri sociali.

vocidallestero

L’assalto alle “fake news” è un attacco ai media alternativi

di Dave Lindorff

Da Salon, la denuncia del giornalista americano Dave Lindorff, collaboratore di una grande varietà di testate: la lotta alle fake news è un attacco a chi riporta punti di vista differenti rispetto alla linea mainstream; i media alternativi (e con loro blogger e siti di opinione, aggiungiamo noi) devono difendersi dalle campagne maccartiste che iniziano ad essere lanciate dai media mainstream, in una strategia che cerca di cooptare anche i giornalisti e i giganti del web, attraverso la minaccia, e che non esclude il ricorso alla fine della neutralità di internet. L’ennesima prova che in tutto il mondo occidentale cosiddetto libero le condizioni dell’informazione sono in drammatico declino e che sono sempre più forti le pulsioni verso una svolta decisamente autoritaria, di cui la “polizia del pensiero” sarà solo il primo passo.

* * * *

Sono giorni difficili in cui essere un giornalista serio. Fai il resoconto di una storia oggi, con i tuoi fatti graziosamente messi in fila, e probabilmente te la ritroverai etichettata come “notizia falsa” da qualunque persona alla quale tu abbia incornato le proprie bufale – e anche dagli amici che non condividono la tua prospettiva politica. Per buona misura, diranno che ti sei basato su “fatti alternativi”

Gli storici dicono che il termine “fake news” risale all’epoca della “stampa scandalistica” del tardo 19° secolo, ma il termine è decollato nel 2016, poco più di un anno fa, durante la corsa presidenziale di Donald Trump.

la citta futura

Intelligenza artificiale, parliamone

di Guido Capizzi

L’interesse per l’evoluzione scientifica ed economica con nuovi strumenti coinvolge il futuro del lavoro e deve essere all’ordine del giorno delle scelte politiche

Giornali, periodici e programmi tv non specialistici si sono interessati nelle ultime settimane dell’evoluzione scientifica dell’informatica e della robotica, della fisica e della matematica che si occupano di intelligenza artificiale. Tematica che è legata alle prospettive del lavoro e che, obbligatoriamente, chiama in causa anche la politica e le sue scelte economiche. Parlarne e scriverne diventa necessario.

Incontrando scienziati che dalle aule universitarie ai laboratori di ricerca studiano la materia si soddisfa la curiosità e si comprende quanta strada c’è da percorrere per colmare almeno un po’ la profonda ignoranza sulla tematica.

Quando parliamo di intelligenza artificiale descriviamo, innanzitutto, quell’insieme di studi e di tecniche che sono pertinenti, da un lato, all’informatica e, dall’altro, alla ricerca di logica matematica senza dimenticare le implicazioni di natura filosofica e sociale, dunque coinvolgenti la politica economica. Questo perché parliamo della realizzazione di attrezzature, macchine, programmi per la soluzione di problemi con la riproduzione di attività specifiche dell’intelligenza umana simulandone il comportamento.

contropiano2

L’Unione Europea avverte: “a maggio vi facciamo neri”

di Claudio Conti

La legge di stabilità corre verso l’approvazione del Parlamento, con la disapprovazione della Commissione Europea. O meglio: con la benevola sordina alle critiche, perché l’Unione di tutto ha bisogno tranne che di un’Italia a forte composizione “euroscettica”, in vista di elezioni politiche in primavera quanto mai incerte.

Qualche giorno fa avevamo anticipato questo atteggiamento (State tranquilli, se potete… I conti veri si faranno dopo le elezioni). Ora arriva la conferma da Bruxelles, con la solita accoppiata del “poliziotto buono” (i commissari Moscovici e Dombrovskis) e quello “cattivo” (il vicepresidente Jyrki Katainen, nella foto d’apertura).

La brutale sortita di quest’ultimo ha rotto il clima rassicurante che accompagana il percorso della ex legge finanziaria: “Tutti possono vedere dai numeri come la situazione in Italia non migliori”. Una doccia freddissima sul governo Gentiloni, che intanto si beava delle stime sulla crescita fornite dall’Istat (un +0,5% trimestrale che porterebbe a +1,8% il tendenziale annuale).

Alla base della legnata del commissario finlandese – un “falco” di obbiedienza tedesca, poco incline a tollerare “scostamenti” per ragioni politiche – c’è la differenza tra la riduzione del deficit annunciata dal governo italiano (-0,3%) e quella stabilita dagli stessi commissari (-0,6).

operaviva

Comune è il modo di produzione

Augusto Illuminati

Nella letteratura ormai cospicua sui beni comuni questo libro di Vercellone, Brancaccio, Giuliano, Vattimo, Il Comune come modo di produzione (ombre corte, 2017), si distingue per porre al centro con chiarezza un elemento: «Il Comune come modo di produzione è più importante di una classificazione tipologica dei beni comuni (naturali, artificiali, materiali, immateriali, antichi e nuovissimi). «Parlare di Comune come modo di produzione significa anche affermare che lungi dal rappresentare una semplice enclave, esso è suscettibile di porre le basi di un nuovo ordine economico e sociale articolato su una gerarchia completamente differente tra Comune, pubblico e privato» (p. 17). Si tratta cioè di un intervento strategico nell’economia della conoscenza e nel capitalismo cognitivo, che colora (avrebbe detto Marx) anche le altre forme di uso dei beni materiali e immateriali su cui di recente è ripreso il dibattito, a partire da Hardin e Ostrom (cap. I).

La prospettiva del modo di produzione, che segna una rottura con l’economia politica dei commons, non è però univoca e, per esempio, viene condotta una critica serrata dell’approccio meramente politicistico di Dardot e Laval, un’utopie sans sujet che non si fa carico della soggettività del lavoro capace di incarnarla (cap. II).

jesopazzo

18 NOV | Assemblea: costruiamo una lista popolare alle prossime elezioni!

di Je so'Pazzo

Sabato 18 novembre - ore 11 - Roma, teatro Italia (via Bari, 18) Assemblea per costruire una lista popolare alle prossime elezioni

Di seguito l'appello:

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica?

lantidiplomatico

50 giorni senza governo: c'è del marcio in Germania!

di Federico Nero

C’è del marcio in Germania. Sono passati più di 50 giorni dalle elezioni che hanno consegnato (così ci hanno raccontato) la vittoria all’invincibile Angela Merkel. La verità come sempre è diversa dalla narrazione di regime, e tra le pieghe delle cose non dette e quelle travisate si nasconde sempre qualcosa in più.

Dopo quasi due mesi, i partiti che stanno negoziando le condizioni per la Jamaika Koalition si sono finalmente dati il termine per un accordo preliminare fissandolo a questo giovedì. Il pre-accordo riguarderà le priorità politiche su cui focalizzarsi e compromessi da accettare per portarle avanti. Se le parti troveranno una convergenza, la probabilità di un accordo finale diventerà molto elevata, Tuttavia, l’esito positivo non è scontato. L’aspettativa degli analisti è che la coalizione alla fine ci sarà, ma allo stato attuale non si ha idea di come sarà composta e quale sarà la postura del nuovo governo tedesco. Dalla vittoria di Emmanuel Macron in Francia gli europeisti sperano in un rinnovato asse franco-tedesco a guida Macron-Merkel che si metta a riformare l’Eurozona per ridare slancio al progetto europeo, ma la realtà è quella di un Macron debole in Francia e di una Merkel appesa a un governo che come minimo sarà molto tiepido nei confronti delle tanto auspicate riforme euro-solidali.

palermograd

La rivoluzione russa in Italia

di Tommaso Baris

In occasione del centenario della rivoluzione d’Ottobre sono apparsi nelle librerie diversi volumi: da saggi di riflessione storica appositamente scritti ad importanti classici riproposti ad anni di distanza dalla loro prima uscita, per arrivare a testi finalmente tradotti per il pubblico italiano.

In questo quadro assai ampio ed articolato spicca il volume curato da Marco Di Maggio, Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, apparso per la Biblioteca di “Historia Magistra” presso la casa editrice Accademia University Press di Torino (il testo sarà presentato domani a Palermo, qui maggiori informazioni). Come si intuisce dal sottotitolo, il testo, che raccoglie undici saggi di giovani studiosi, più una postfazione di Angelo D’Orsi e una esplicativa introduzione del curatore, non è dedicato tanto alle vicende della Rivoluzione bolscevica in sé, quanto punta invece ad analizzare le ripercussioni di quell’evento nel quadro politico italiano, da intendersi qui come la posizione rispetto a quell’evento delle differenti culture politiche che si svilupparono nel corso del Novecento nel nostro paese.

Non un libro dunque sull’Ottobre ma su cosa ha significato, tra seguaci, critici e oppositori in Italia.

contropiano2

Dall’austerità europea alla guerra europea

di Giorgio Cremaschi

In politica progetti disastrosi e criminali a volte nascono come idee di finto buonsenso. La firma del trattato di difesa europea da parte di 23 paesi della Unione Europea – non tutti i 27 stati, quindi –  è uno di questi progetti.

Oggi il regime mediatico, quello che fa campagna elettorale per Casapound per capirci, presenta questo trattato come un passo scontato e necessario da tempo. Siamo europei, perché non difenderci assieme, visto che gli USA di Trump non ci vogliono più proteggere come prima? E poi mettendo assieme le risorse magari si risparmierà qualcosa. I giornali pubblicano al riguardo pure l’elenco dei carri armati differenti tra loro, che l’accordo europeo potrebbe uniformare.

Sempre così la UE, grandi valori e poi miserabili affari, la Nona di Beethoven e la Bolkestein.

Con questo finto buon senso cominciò anche la storia della moneta unica. Che bello, tutti gli stati con le stesse banconote, tutti gli europei con gli stessi soldi in tasca! Cominciò così quarant’anni fa la storia dell’Euro. Che oggi vuol dire austerità obbligata da trattati, da Maastricht al Fiscal Compact, che impongono la distruzione dello stato sociale e il taglio dei salari. Noi li abbiamo persino messi in Costituzione.

La difesa europea è ancora più pericolosa, perché riguarda spese militari e guerra. Contro chi è la difesa comune, infatti, se non contro la Russia?

fattoquotidiano

Elogio gramsciano del padre e della patria

Risposta a Michela Murgia

di Diego Fusaro

Ho avuto la ventura di leggere uno scritto di Michela Murgia ove si parlava di “matria” (sic!), deridendo la vecchia patria e proclamando quest’ultima non solo moneta fuori corso, ma addirittura questione pericolosissima. Il testo mi pare interessante e non privo di spunti critici, perché nella sua pur sintetica struttura si cristallizzanno alcuni dei tratti salienti dell’odierno spirito del tempo, contraddistinto dall’ubiquitaria demonizzazione della nazione e della patria come concetti perigliosi e foriere di sciagure (dall’imperialismo al nazionalismo, ecc.).

Sarò dunque felice di replicare a Michela Murgia, preferendo la via socratica del dialogo a quella della stroncatura che invece, salvo errore, è via che Ella non disdegna nelle sue recensioni librarie televisive. Sarò altresì lieto di confrontarmi con Lei, nella speranza che Ella si converta dalla via del processo in assenza del processato, alla più nobilitante via del dialogo socratico secondo l’aureo principio del “logon didonai”.

Sono pienamente d’accordo con Murgia, allorché sostiene che la patria può essere foriera (e storicamente è stata anche tale) di sciagure. Non condivido, tuttavia, la conclusione che Ella ne inferisce: occorre buttare a mare l’idea di patria, ciò che equivale, come si dice, a buttare via il bambino con l’acqua sporca.

gliocchidellaguerra

Lo sporco segreto di Raqqa

I jihadisti dell’Isis lasciati scappare

di Matteo Carnieletto

Negli ultimi momenti di Raqqa, le notizie che arrivavano dall’ultima roccaforte delle bandiere nere erano frenetiche e contraddittorie. Inizialmente si diceva che i foreign fighter sarebbero dovuti rimanere in città e che i jihadisti locali sarebbero potuti scappare – grazie a un accordo stipulato con i curdi – a Deir Ezzor. Ma poi un’altra agenzia affermava che tutti i terroristi potevano allontanarsi da Raqqa. Come mai?

Ora, un’inchiesta della Bbc cerca di far luce su quei momenti, rivelando “lo sporco segreto” di Raqqa. In pratica, ai terroristi dello Stato islamico (circa 250 persone più le loro famiglie) sarebbe stata concessa una fuga sicura verso la provincia di Deir Ezzor e, da qui, alcuni avrebbero intrapreso un viaggio verso la Turchia o altre città della Siria.

L’accordo sarebbe dovuto rimanere segreto, ma nei giorni successivi alla liberazione della città, hanno cominciato a circolare su internet alcune fotografie di autobus verdi – quelli usati per evacuare i ribelli ad Aleppo, per capirci – parcheggiati nella periferia di Raqqa. In molti, già all’epoca, avevano ipotizzato che quei mezzi servivano a trasportare i terroristi. Ma erano solamente ipotesi. Oggi, l’inchiesta della Bbc racconta un’altra verità. Ben più inquietante, anche perché tra i jihadisti scappati ad inizio novembre c’erano anche alcuni francesi pronti a compiere attentati in Europa in quello che viene definito “il giorno del regolamento dei conti”.

manifesto

Il mito della Nato denuclearizzata

di Manlio Dinucci

«La Nato è stata tradizionalmente flessibile di fronte ai desideri dei suoi membri, e aperta a dissociazioni da specifiche aree politiche, come la pianificazione nucleare»: lo afferma un articolo apparso sul sito dell’Ican, coalizione internazionale di organizzazioni non-governative insignita meritoriamente del Premio Nobel per la Pace 2017.

L’Italia avrebbe dunque il permesso Nato di aderire al Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari.

«Sono oltre 200 – spiega l’articolo – i parlamentari italiani che hanno firmato l’impegno a lavorare per la firma e la ratifica del Trattato da parte del governo» e, tra questi, «il maggiore gruppo proviene dal principale partito di governo, il Partito democratico».

Ci sarebbe quindi un’Italia che – dopo aver violato il Trattato di non-proliferazione, ospitando e preparandosi a usare armi nucleari statunitensi – adesso, grazie a una iniziativa capeggiata da parlamentari Pd, è pronta a firmare e ratificare il Trattato Onu. Questo, all’Articolo 4 (par. 4), stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

popoff

Padova, teoremi e fughe in avanti negli anni settanta

di Enrico Baldin

Le strade parallele di Pci e Autonomia. Leggendo Padova di piombo di Giulia Princivalli

Strade che corrono parallele, strade mai destinate a incrociarsi. Quella tra PCI e Autonomia è la storia di un incontro mai avvenuto, di distanze perennemente rimarcate, di strade che non si sono mai incrociate.

E’ questo l’argomento di un saggio recentemente pubblicato da Alba Edizioni, dal titolo Padova di piombo. Il libro ha come focus Padova negli anni ‘70, una città bianca che rincorre le evoluzioni industriali, subendo le contraddizioni marcate tra lavoro e capitale. Padova inondata dagli studenti universitari, Padova delle lotte, della partecipazione. Padova degli incidenti, degli scontri, delle provocazioni. E dei morti. Padova come città in cui si accentuano e trovano riscontro fenomeni sociali e politici di quel decennio.

Un incontro mai avvenuto dunque. E non poteva essere altrimenti. Da un lato il Partito Comunista Italiano di Berlinguer che col nascere della stagione del terrorismo necessitava di distanziarsi, di ostentare condanna a qualunque formazione non fosse chiaramente contraria alla violenza, di convergere nella stagione del compromesso storico. Dall’altro lato gli Autonomi, una fucina di ideali e di elaborazioni teoriche che vedevano nel PCI parte del sistema, e nella violenza un mezzo possibile, pur nel mantenimento di un profilo pubblico, con luoghi in cui pensare ed elaborare alla luce del sole.