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Non se ne sentiva proprio il bisogno: una “sinistra con Macron”

di Dante Barontini

Aveva suscitato poche reazioni la sortita di Massimo Cacciari, alcuni giorni fa, in cui auspicava per le elezioni europee del prossimo maggio (un progetto transnazionale che vada da Macron a Tsipras e possa sfidare i sovranisti). Come se “il filosofo prestato alla politica del Pd” fosse solito parlare senza sapere cosa matura nei retrobottega del potere italiano ed europeo.

Quella prospettiva, invece, nel più completo silenzio – fin qui – delle “sinistre” italiche (tanto quella ultra-liberista come Pd-Leu, quanto il cespugliame scomposto che sta solo un po’ più in qua), è una linea concretissima, che va prendendo forma sotto la spinta della paura che le destre nazionaliste e reazionarie possano prevalere.

Timore niente affatto irrealistico, ma affrontato come sempre nel modo più idiota: una “grande alleanza europeista”, senza distinzioni, che – dopo un decennio di neoliberismo e politiche di austerità che hanno impoverito le classi popolari di tutto il continente (Germania compresa) – viene ovunque vista “dalle masse” come il fumo negli occhi.

Facciamo a capirci: se dallo schieramento neoliberista (Macron, Merkel, Juncker, popolari spagnoli, Pd, Spd tedesca, ecc) fosse venuta un’autocritica seria per quanto combinato finora, e dunque – immediatamente, ossia qualche anno fa – una corsa a metter riparo ai disastri sociali creati, un’alleanza del genere (per quanto odiosa a occhi un po’ meno ingenui) avrebbe magari qualche margine per riuscire nell’intento.

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Perché sono lugubri i silenzi europei sulle proposte di Paolo Savona

di Guido Salerno Aletta

L'analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su reazioni e silenzi al documento che il ministro Savona ha inviato a Bruxelles

È sempre così: non se ne parla nemmeno. Gelo e silenzio, silenzio e gelo: quando vengono presentate proposte strutturate per l’abbattimento del debito pubblico italiano con procedure straordinarie, si erige un muro. Sembra che accada anche stavolta, nonostante si tratti di una iniziativa ufficiale del Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, che l’ha formalizzata nell’ambito di un documento assai più complesso, intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Diplomaticamente parlando, è il consueto fin de non-recevoir: non si entra neppure nel merito della questione.

Ripercorriamo gli eventi. Mercoledì è stata annunciata la trasmissione a Bruxelles del documento in questione, sottolineando che il Governo italiano assumerà tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Il Gruppo di lavoro ha lo scopo di sottoporre al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri.

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In morte di un reazionario

di Ennio Abate

Punctus contra punctum: Ceronetti/Samizdat

La morte di Guido Ceronetti ha dato la stura ai panegirici sulla stampa: “grande scrittore”, “grande traduttore” di testi biblici, ecc. Mi ha stupito (solo perché sono vecchio) che su Facebook molti “amici” si accodassero agli osanna e condividessero la sua ultima intervista al “Fatto quotidiano” (qui) di Silvia Truzzi, sovranisticamente intitolata “Sono un patriota orfano di patria. Italia, regno della menzogna”, un vero “grido di dolore” reazionario. E allora ho ripescato nel mio salvadanaio culturale alcuni spiccioli di cultura critica del solito Fortini, che Ceronetti l’aveva conosciuto da vicino (qui). I commenti seguiti mi hanno indotto a  contestare punto per punto  le “sparate” di Ceronetti in quella intervista. [E. A.]

* * * *

1. Ceronetti si dice « patriota vissuto in una ininterrotta perdizione di patria».

Samizdat si sente un senza patria.

2. Ceronetti sostiene che « sinistra e destra sono vecchi fantasmi arcidefunti».

Samizdat sostiene che continuità e discontinuità nella storia (politica) vanno attentamente verificate; e che, fossero anche sinistra e destra soltanto fantasmi (ma non pare del tutto), bisogna farci i conti, perché i fantasmi agiscono nel nostro immaginario.

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manifesto

Il casinò della finanza a tutto gas

di Andrea Baranes*

Dieci anni di crisi. In Europa non si vede nemmeno l’ombra di una separazione tra banche commerciali e di investimento o di una tassa sulle transazioni finanziarie. Non va meglio negli USA, dove quel poco che era stato fatto dall’amministrazione Obama è già stato in buona parte smantellato. Se il sistema finanziario nel suo insieme è sempre più votato alla speculazione e a orizzonti di brevissimo termine, rispetto al 2008 ci sono almeno due differenze, tutt’altro che positive

Rischiamo di tornare al 2008. Esattamente 10 anni indietro, alla casella di partenza. Al fallimento della Lehman Brothers, momento più emblematico della peggiore crisi della storia recente. A dirlo non sono poche voci fuori dal coro, ma alcune delle principali istituzioni internazionali. Prima dell’estate era stato il Fmi a segnalare i crescenti rischi per il sistema finanziario globale. Nei giorni scorsi gli ha fatto eco l’Ocse, lanciando l’allarme per una possibile nuova crisi.

I motivi sono diversi. Il primo e principale è che la finanza non è cambiata. Rispetto alle promesse fatte 10 anni fa di chiudere una volta per tutte il casinò finanziario, la montagna non ha partorito nemmeno il proverbiale topolino. Non solo nessuno dei responsabili è stato condannato, ma le grandi banche sono oggi ancora più «too big to fail». Ugualmente i derivati e altri strumenti speculativi sono ai massimi, così come le retribuzioni dei top manager.

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Destra e sinistra categorie politiche ancora attuali

di Lello Saracino

La lectio magistralis del professor Carlo Galli, storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna. “Basta parlare di populismo e sovranismo, la sinistra deve dare risposte alle richieste di protezione che si formano nella società capitalistica”

“C’è una tesi corrente, secondo me pericolosa, che individua nella distinzione tra alto e basso, tra alto e basso, la frattura che spiegherebbe oggi la politica. Impossibile negare che non vi sia in una società oggi fortemente diseguale, ma sono tra quanti continuano a pensare che questa si aggiunge e non cancella la tradizione distinzione tra destra e sinistra, categorie non certo superate”. Carlo Galli, storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, è stato il protagonista della lectio magistralis ospitata all’interno delle Giornate del Lavoro della Cgil. Il titolo scelto per la sua riflessione è stato “Destra e sinistra nell’epoca dei populismi e sovranismi”, due termini gli ultimi due “che non amo molto e spesso sono utilizzati impropriamente”.

Per Galli “vi è stata una potente narrazione mainstream per cui il tema delle diseguaglianze era noioso, un po’ come il lavoro sicuro, tutto quello che serviva era assecondare la società capitalistica che avrebbe prodotto così tanta ricchezza da poterne beneficiare anche gli ultimi.

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"Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista"

Nicola Mirenzi intervista il prof. Carlo Galli

Lo storico di dottrine politiche: "Il diavolo nega che il diavolo esista. Così tra destra e sinistra: la prima nega differenze, la seconda cade nel tranello" e "Condanna a Orban è controproducente"

Il cortocircuito si innesca guardando al passato: "Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista". Storico delle dottrine politiche all'Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l'adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia "impiccati" a un modello che si è "sfasciato", facendogli perdere il senso dell'orientamento: "La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato una fascista. Storicamente, però, la sinistra ha sempre avversato il trasferimento del potere fuori dai confini dello Stato, basti pensare alla critica che i comunisti italiani opposero alla Nato e, per molti anni, al Mercato comune europeo".

Secondo Galli, la notizia della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra è fortemente esagerata, e sabato 15 settembre, a Lecce, in occasione delle Giornate del Lavoro 2018 organizzate dalla Cgil, terrà una lectio magistralis – che anticipa ad HuffPost – per dimostrarlo: "Il diavolo per prima cosa nega che il diavolo esista. Così accade per la differenza tra destra e sinistra: la destra nega che esistano differenze. E la sinistra cade in questo tranello.

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Autostrade e il fallimento del liberalismo italiano

di Luca Michelini

Il crollo del ponte Morandi di Genova sul piano economico è di facile lettura, anche grazie ai testi di uno specialista della tematica come Giorgio Ragazzi, autore del libro I signori delle autostrade. Il processo di privatizzazioni ha dato ai privati la concessione delle autostrade, con un triplice danno: per gli utenti, che hanno tariffe altissime e una rete inefficiente, per lo Stato, che ha rinunciato a degli introiti da destinare almeno alla stessa rete, all’economia privata, perché ha trasformato degli imprenditori (tessili!) che dovevano vivere sul mercato, in rentier che staccano cedole senza alcuna solida competenza industriale nel settore.

Il processo di privatizzazione che ha coinvolto autostrade è stato bipartisan, anche se è stato iniziato dal centro-sinistra di Prodi e di D’Alema, auspice l’aristocrazia intellettuale della borghesia liberale. In barba alla sbandierata ideologia delle liberalizzazioni (ma l’unica mira reale era quella del mercato del lavoro), di “una nuova politica industriale”, della parificazione dei punti di partenza, cioè di quel solo egualitarismo che a parole il centro sinistra diceva di voler favorire come propria precipua caratteristica appunto di “sinistra, in barba a tutto ciò si è venuto di fatto a creare un monopolio privato che, per vocazione originaria, ricerca nella politica una leva indispensabile della propria posizione di vantaggio.

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Ecco cosa si nasconde dietro la Legge sul Copyright

di Massimo Bordin

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ad ampia maggioranza ha approvato la legge sul copyright. In Italia il Movimento 5 Stelle tuona il suo parere contrario per voce del leader Di Maio, mentre sui più blasonati giornali online si festeggia. Ufficialmente gli articoli 11 e 13, vero cuore della riforma, sembrano indirizzati a presevare i diritto d’autore, ma, come dice il poeta, “fatta la legge trovato l’inganno”.

Lascerei perdere l’idea che il pericolo stia dietro il divieto di pubblicare immagini o spezzoni di contenuti altrui sotto forma di link (chiamati snippet). Se fosse davvero tutto qua ci sarebbe solo da festeggiare: basterebbe infatti evitare di richiamare le puttanate che puntulamente scrivono le testate giornalistiche mainstream e saremo a cavallo. Anzi, messa giù così l’agonia del giornalismo prezzolato subirebbe una forte accelerazione perchè le piattaforme più importanti del web come Google e Facebook si troverebbero nella condizione di impedire la divulgazione tramite modalità ipertestuale dei vari Espresso, Repubblica, Corriere, Sole24ore, Huffingtonpost, ecc. Per i blog, i canali privati di youtube e le testate giornalistiche medio-piccole sarebbe una manna caduta dal cielo di Strasburgo.

Siccome le lobby degli editori, invece, hanno fatto pressione proprio nel senso opposto a quello sopra descritto, occorre allora chiedersi che diamine nasconda questa legge.

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Venezuela. Almagro arringa media e migranti alle frontiere

Papa Francesco non si lascia utilizzare

di Geraldina Colotti

Se il diritto internazionale non fosse stato ridotto a un involucro vuoto dai tanti arbitrii contro i più deboli, permessi o facilitati, il signor Luis Almagro, Segretario generale dell’Osa, verrebbe ritenuto indegno di dirigere un organismo portandolo verso finalità che non gli competono. A che titolo va dichiarando che “contro la dittatura bolivariana non si esclude l’invasione militare”? Con quale mandato occulto – altro da quello di istituire un gruppo tecnico di “aiuto umanitario”, com’è stato deciso nell’ultima riunione dell’Osa – si è recato alla frontiera colombo-venezuelano? Lì si è fatto fotografare con i profughi a cui vorrebbe destinare la riedizione della legge dei “pies secos pies mojados” dedicata agli anticastristi di Miami. Gruppi di cittadini, a ben vedere, tutt’altro che denutriti, hanno ascoltato i suoi proclami destabilizzanti. Molti di loro stanno però già tornando indietro attraverso il corridoio istituito dal governo bolivariano, dopo aver sperimentato la realtà tutt’altro che rosea che si vive nei paesi neoliberisti di confine.

Ma le finalità di Almagro sono tutt’altro che umanitarie. Altrimenti perché avrebbe nominato a capo del “gruppo tecnico” uno dei membri più estremisti delle destre venezuelane, quel David Smolansky, dirigente di Voluntad Popular, ex sindaco in prima fila nelle violenze di piazza contro il governo?

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Continuiamo così. Facciamoci del male!

di Vincenzo Morvillo

Nei giorni scorsi, dopo l’intervento tenuto dal Primo Ministro, Giuseppe Conte, all’inaugurazione della ottantaduesima Fiera del Levante di Bari – in cui l’8 settembre ’43 veniva preso a pretesto per tracciare un’analogia con il difficile momento attuale che si trova a vivere il nostro paese – e dopo la presunta gaffe commessa dal Vicepremier Di Maio, su Matera (nel corso di una visita nello stesso capoluogo pugliese) sui social, nei programmi di approfondimento e nei Tg, non si è parlato d’altro che dell’incompetenza del governo gialloverde e della profonda ignoranza dei suoi principali esponenti.

Un ritornello di sottofondo che, in fondo, va avanti dal giorno dell’insediamento del dicastero Conte. Com’è spesso accaduto, in questo come in altri casi, le piazze virtuali sono diventate luoghi prediletti di impallinamento dell’avversario politico, fatto oggetto di ironie, a volte bonarie, più spesso cattive, ai limiti dell’insulto, quando non palesemente volgari.

La sinistra non è certo estranea ad un simile comportamento e, anzi, sovente si distingue per infantilismo e arroganza, in questo inutile sport a la page. Arroganza dettata da una presunta superiorità morale e intellettuale, il più delle volte non supportata neanche da una attenta comprensione e valutazione dei fatti. Come, d’altronde, in questo specifico frangente.

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La strategia di Salvini e Di Maio

di Piemme

Non avranno lo stesso peso della famigerata lettera della Bce al governo italiano del 4 agosto 2011 (quella che annunciava la defenestrazione di Berlusconi e aprì la via a Monti), tuttavia ci siamo vicini.

Ieri Mario Draghi ha sferrato un fendente al governo giallo-verde, schierando apertamente la Bce sul fronte dei nemici del governo giallo-verde. Lo ha fatto pronunciando parole felpate ma minacciose, chirurgiche ed inequivocabili:

«Le parole del governo hanno creato danni agli italiani. Ora aspettiamo i fatti e i fatti sono non solo la Legge di bilancio ma anche la successiva discussione parlamentare».

Ci voleva una conferma più lampante di quanto P101 va dicendo sin dall'insediamento del governo, che la Legge di bilancio sarebbe stata la sua prova del fuoco?
Draghi ha quindi svelato, non senza una pelosa chiamata in correo del Presidente del consiglio, di fare affidamento su quella che abbiamo chiamato Quinta colonna a palazzo Chigi:

"Dobbiamo essere consapevoli di ciò che hanno detto il Primo ministro italiano, il ministro dell'Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l'Italia rispetterà le regole".

In perfetto sincronismo, mentre Draghi parlava a Francoforte, a Roma, il Commissario europeo al bilancio Gunther Oettinger, nella sua audizione al Parlamento andava giù duro sul fatto che il governo non ha altra scelta se non quella di rispettare i vincoli di bilancio inscritti nei trattati.

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La voce minacciosa dei poteri forti europei sull’Italia del governo “a tre”

di Sergio Cararo

E’ stato un giovedi di fuoco, con bordate in sincronia di tutte le massime autorità politiche ed economiche dell’Unione Europea verso l’Italia del governo “a tre”, un dettaglio questo sottolineato soprattutto dal governatore della Bce Mario Draghi.

Il primo a sparare a palle incatenate non poteva che essere il Commissario responsabile degli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, il quale ha definito l’Italia come “un problema” nella zona euro, principalmente a causa del suo elevato debito pubblico che richiede una manovra “credibile”. “E’ proprio sull’Italia che voglio innanzitutto concentrarmi. L’Italia ha bisogno di riforme dell’economia. Non sarà fermando le riforme e facendo ripartire la stampa di banconote che si salverà. La crescita è nella parte bassa della forchetta della zona euro e il problema più pesante è quello del deficit di produttività”.

Direttamente a Roma, davanti al Parlamento, è intervenuto poi un altro commissario europeo, il tedesco Gunter Oettinger, titolare del Bilancio Ue e protagonista alcuni mesi fa di accese polemiche (poi rientrate dopo una parziale rettifica delle frasi che gli erano state attribuite da un quotidiano) sulle presunte “lezioni” che i mercati stavano dando agli elettori italiani. Forse memore della vicenda ha usato toni felpati: ha riconosciuto che le decisioni su come delineare il Bilancio spettano a governo e Parlamento italiani, ma durante una audizione alla Camera ha anche ricordato che “l’Italia, ma così la Francia e la Germania, ha bisogno della fiducia di imprese, banche e cittadini che acquistano il debito del paese”.

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Putin subisce il fascino del Fondo Monetario Internazionale

di comidad

Per la sua famosa intervista-fiume a Vladimir Putin, il regista Oliver Stone è stato molto criticato dagli occidentalisti puri e duri, che magari avrebbero voluto che gli saltasse alla gola gridando “sporco dittatore”, invece di offrirne un ritratto “umano”. Ma Putin non ha avuto la formazione tipica dell’uomo politico occidentale che, sin dall’adolescenza, viene fabbricato e confezionato per diventare un distributore automatico di slogan. Gli Obama, i Renzi, i Macron hanno trovato i loro estimatori per pregiudizio ideologico, non perché suscitassero empatia. Putin, al contrario, ha ricevuto una formazione da picchiatore e pistolero e ciò gli ha consentito di emergere come leader in Russia in un momento in cui il coraggio fisico faceva la differenza. In Putin si coglie perciò lo stesso percorso sofferto dal pensiero alla parola che è tipico delle persone comuni e ciò suscita la loro empatia.

Se gli occidentalisti, invece di indignarsi a comando, avessero ascoltato (cosa che non gli capita mai), avrebbero notato delle “perle” interessanti che dimostrano che Putin è molto più “occidentale”, o molto più vittima dei falsi miti occidentali, di quanto si voglia farci credere. In particolare, ad un certo punto dell’intervista Putin si scioglie in una celebrazione sperticata degli ottimi rapporti della Russia con il Fondo Monetario Internazionale.

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Il Parlamento europeo minaccia Internet con una catastrofica legge sul copyright

di Rhett Jones

Come sempre accade, la UE applica il ben noto metodo-Juncker. Anche la legge sul copyright – la direttiva liberticida presentata a luglio e bocciata causa le numerose e forti proteste dal mondo del web – viene riproposta con pochi cambiamenti cosmetici, finché non verrà approvata,  in barba alla logica e alla volontà popolare. La narrazione mainstream vuole che si tratti di regole per limitare lo strapotere delle major come Google e Facebook, nella realtà si tratta di burocrazia e di costi fissi che limiteranno la libera circolazione delle informazioni sulla rete facendo scomparire gli attori piccoli e medi – come anche noi di Voci dall’Estero

I membri del Parlamento Europeo oggi hanno votato a favore di una profonda revisione delle leggi sul copyright dell’Unione europea, compresi due articoli controversi che minacciano di mettere ancora più potere nelle mani delle aziende tecnologiche più ricche e, in generale, di compromettere internet.

Complessivamente, i Parlamentari hanno votato a favore della Direttiva UE sui diritti d’autore con una forte maggioranza, di 438 a 226. Ma il processo non è finito. Ci sono diverse altre procedure parlamentari da superare, e i singoli paesi dovranno poi decidere come intenderanno applicare le regole. Questo è in parte il motivo per cui è così difficile suscitare il pubblico interesse sulla questione.

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Genova, special situation

La fantaintervista – il Tredicesimo piano

di I Diavoli

Alzare un profitto da una crisi è il tocco magico di Bruno Livraghi. Dove tanti vedrebbero rovina e macerie, lui vede un’occasione per aumentare gli utili. Livraghi sembra aver trasferito sulla street, come in gergo vengono chiamati i mercati, la massima del presidente Mao, che recitava: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.» In questo caso il cielo è quello di Genova, le macerie sono quelle del ponte Morandi e la crisi del momento investe Atlantia, il player che controlla la rete autostradale italiana. Nell’aria, quindi, il raider fiuta una “special situation”

Alzare un profitto da una crisi è il tocco magico di Bruno Livraghi. Così fece ai tempi della guerra ai debiti sovrani della periferia europea e così ha fatto con gli NPL, quando montò il trade-monstre sui non performing loans, i crediti deteriorati che avvelenavano i bilanci delle banche italiane. E mentre si levavano, preoccupate, le voci di quanti denunciavano il pericolo della montante marea nazional-populista, lui rilevava le potenzialità di guadagno celate dall’instabilità politica. Dove tanti vedrebbero rovina e macerie, Livraghi, il finanziere di origini italiane a capo della sede londinese di M*** L***, prestigioso hedge fund a stelle e strisce, vede un’occasione per aumentare gli utili.

Perfino le crisi finanziarie, per il raider ex enfant prodige della City, sono «special situations», opportunità eccezionali se ci sa muovere. Livraghi sembra aver trasferito sulla street, come in gergo vengono chiamati i mercati, la massima del presidente Mao, che recitava: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.»
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In Toscana la più grande polveriera Usa

di Manlio Dinucci

L’8 agosto ha fatto scalo nel porto di Livorno la Liberty Passion (Passione per la Libertà) e il 2 settembre la Liberty Promise (Promessa di Libertà), che saranno seguite il 9 ottobre dalla Liberty Pride (Orgoglio di Libertà).

Le tre navi ritorneranno quindi a Livorno, in successione, il 10 novembre, il 15 dicembre e il 12 gennaio.

Sono enormi navi Ro/Ro, lunghe 200 metri e con 12 ponti, capaci ciascuna di trasportare 6.500 automobili. Non trasportano però automobili, ma carrarmati.

Fanno parte di una flotta statunitense di 63 navi appartenenti a compagnie private che, per conto del Pentagono, trasportano in continuazione armi in un circuito mondiale tra i porti statunitensi, mediterranei, mediorientali e asiatici.

Il principale scalo mediterraneo è Livorno, perché il suo porto è collegato alla limitrofa base statunitense di Camp Darby.

Quale sia l’importanza della base lo ha ricordato il colonnello Erik Berdy, comandante della guarnigione in Italia dello Us Army, in una recente visita al quotidiano «La Nazione» di Firenze.

La base logistica, situata tra Pisa e Livorno, costituisce il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria. Il colonnello non ha specificato quale sia il contenuto dei 125 bunker di Camp Darby.

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Potere al Popolo, che fare? Uno Statuto per definirne l’essenza

di Redazione

Potere al Popolo ha iniziato una discussione interna sul proprio Statuto che si concluderà con il voto di tutti gli aderenti indicativamente il 6/7 ottobre.

È opportuno ricordare che finora Potere al Popolo si è mosso con le regole provvisorie che si era dato come lista elettorale per il voto del 4 marzo. A differenza di altre coalizioni della sinistra radicale e smentendo le previsioni di malaugurio, PaP dopo il voto ha però continuato la sua attività, si é radicato in molti territori, ha registrato persino una salita nei sondaggi che, per quel che vale, lo danno al doppio del suo consenso il 4 marzo. Siccome Potere al Popolo ha continuato a organizzarsi e a lottare, era necessario che si desse una struttura stabile e legittimata da regole democratiche chiare.

Attualmente Potere al Popolo è composto da organizzazioni politiche laiche, socialiste, comuniste di cui la più grande è Rifondazione Comunista, da movimenti politico sociali come Eurostop, da militanti dei movimenti sociali, sindacali, ambientalisti, pacifisti. È bene rammentare come sia stato l’ Ex Opg di Napoli a dare via al percorso del movimento, e il successo della proposta è stato determinato dal fatto che in molte realtà, ai componenti delle forze fondatrici, si siano aggiunte tante persone, soprattutto giovani estranei ed esterni alle organizzazioni.

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Siria, guerra di bugie e gas al cloro, sporca storia sulla pelle di chi?

di Remocontro

Strana sporca storia che si prepara. Troppa insistenza attorno all’uso di gas al cloro nella battaglia siriana di Idlib. Arma chimica nelle mani degli anti governativi contro la popolazione per poi incolparne Damasco, denuncia Mosca. Avvertimento occidentale Usa, britannici e francesi al Cremlino, con le promessa a Damasco di nuove severe punizioni missilistiche. Chi prepara cosa, chi colpisce chi

Guerra di bugie e bugie di guerra

Guerra di bugie e gas al cloro e sporca storia che si prepara. Troppa insistenza attorno all’uso di gas al cloro nella battaglia siriana di Idlib. Tutti ad accusare tutti, come se qualcuno avesse già deciso un nuovo macello e cercasse soltanto di definire il colpevole di sua convenienza. Una montatura messa nelle mani dei gruppi ribelli per incolpare Damasco, suscitare indignazione e giustificare missili occidentali contro l’alleato di Mosca, l’accusa del Cremlino.

Altrettanto insistita, ad aumentare preoccupazioni e sospetti, l’accusa da parte occidentale con una gara al rilancio delle minacce da parte di troppi protagonisti. Uno per tutti, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, John Bolton che quasi preannunciava, «se Assad userà armi chimiche, gli Stati Uniti risponderanno attaccando la Siria». Sfugge ai più perché Assad dovrebbe usare armi crudeli ma anche poco efficaci per attirarsi le bombe degli Stati Uniti.

 

Bastardata in arrivo (di chi?)

Troppe insistenze e legittimo, anzi, dovuto sospetto. Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, «Come membri permanenti del Consiglio di sicurezza, riaffermiamo la nostra comune volontà di prevenire l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano e di ritenerle responsabili di tali usi». Lo scorso aprile, per un presunto attacco con armi chimiche, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, senza aspettare indagini, lanciarono 100 missili.

Lo scorso 6 luglio, l’OPCW, l’organizzazione sulle armi chimiche, riferì che nessuna traccia di agenti nervini era sta trovata nella città siriana di Douma, Ghouta orientale. Tuttavia, nella nota fu detto che nella zona dell’attacco erano state trovate tracce di cloro, l’arma chimica dei poveri. Depositi di questa sostanza più volte ritrovate dalle forze russe e siriane quando hanno liberato le città in mano a ribelli e gruppi jihadisti.

 

Chi inganna e per fare cosa?

Fonte di parte russa sull’inganno che si prepara. Per condurre le riprese dell’attacco con armi chimiche a Jisr al-Shughur sarebbero arrivate intere squadre di ripresa di alcuni canali Tv mediorientali e un canale televisivo Usa. Lo scenario dell’attacco con armi chimiche in Siria prevederebbe il successivo intervento dei Caschi Bianchi, i quali presumibilmente dovrebbero aiutare i civili dopo un attacco dell’aviazione siriana.

Secondo il rappresentante permanente della Russia nell’Onu, Vasily Nebenzya, la Russia avrebbe le prove inconfutabili sulle provocazioni in preparazione in Siria. «L’uso di armi chimiche da parte di Damasco dal punto di vista militare non è giustificato, -sottolinea il diplomatico- mentre da un punto di vista politico sarebbe dannoso e autolesionistico. Oltre ad essere un assist alla ‘troika’ occidentale per bombardare la Siria».

 

La TV già mobilitata

https://youtu.be/DauKrLEwSJk

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Pigs. E’ l’ora della “vendetta dei maiali”

di Sergio Cararo

“Noi siamo roba del Sud…. non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo un’anima”, lo Zoppo della lotteria, personaggio di uno dei libri che Tabucchi ha materializzato in Portogallo, sintetizza così un senso comune oggi crescente in quei paesi della periferia europea (i Pigs), in cui la sbornia europeista degli scorsi decenni si è ormai frantumata davanti ai pesantissimi costi sociali imposti da una UE che risponde solo agli interessi di banche, multinazionali e classi dominanti.

Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e ad una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.

Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli ecomomisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea.

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gliocchidellaguerra

Ora l’Italia tratta con Haftar

Ecco cosa ha offerto a Roma

di Lorenzo Vita

Le violenze in Libia hanno obbligato l’Italia a cambiare piani. L’asse fra Roma e Tripoli, rappresentata dal supporto italiano a Fayez al Sarraj, si sta sgretolando insieme alla già fragile leadership del premier libico. E adesso, con Khalifa Haftar a controllare una parte delle milizie che hanno colpito Tripoli e che minaccia di marciare sulla capitale, il rischio per Roma di ritrovarsi senza alcun appoggio in Libia è molto elevato.

Un pericolo che l’Italia non può e non deve correre: la Libia, per il nostro Paese, è di fondamentale importanza. E proprio per questo motivo, il governo italiano, che ha puntato per anni su Sarraj insieme alle Nazioni Unite, si trova costretto a dialogare anche con chi ha minato le basi della strategia italiana in Libia: il maresciallo Haftar.

La conferma del canale aperto con il generale libico arriva direttamente dal governo italiano. Il ministero degli Esteri ha comunicato attraverso il profilo Twitter che il ministro Enzo Moavero Milanesi è stato a Bengasi per incontrare il leader della Cirenaica. Come affermato nel tweet della Farnesina, l’obiettivo è il “rilancio dialogo politico inclusivo promosso da Srsg Onu con tutti gli interlocutori, per Libia unita e stabile“.

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espresso

"La sinistra dica addio al liberismo una volta per tutte"

di Emiliano Brancaccio

"Solo un cambio di rotta radicale può dar vita all’unità tra i deboli". La lettera di un economista su un possibile programma di una forza progressista unita

Caro Damilano,

seguo con interesse le iniziative di mobilitazione promosse dall’Espresso contro l’onda di xenofobia che qui e altrove si fa ogni giorno più minacciosa. In particolare ho apprezzato l a copertina intitolata “Uomini e no” , che questa estate ha fatto molto discutere. In quella scelta editoriale mi è parso di aver colto un tentativo di tracciare, come avrebbe detto Althusser, una “linea di demarcazione”.

Da un lato della linea potremmo collocare i professionisti della mistificazione, costruita ad arte per dividere e imperare: oggi imboniscono i lavoratori nativi con la favola nera secondo cui i loro guai deriverebbero dall’invasione degli immigrati, esattamente come ieri imbrogliavano i giovani precari sostenendo che la causa di ogni male provenisse dai cosiddetti “privilegi” dei vecchi lavoratori “protetti”. Dall’altro lato della linea, invece, dovremmo trovare coloro che non si lasciano sedurre da simili falsificazioni della realtà e che pertanto, almeno in linea di principio, potrebbero aderire all’appello di quella vostra bella copertina: “all’unità dei più deboli”.

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labottegadelbarbieri

I sogni e i grandi profitti

Recensione di Andrea Venturi a «La forza dell’illusione. Industria culturale, finanza e grande politica» (Ombre Corte) di Alfio Neri

Viviamo in un’epoca particolare. Cose che prima sembravano chiarissime cessano di esserlo, oscurate da altre che sembrano occupare l’intero spazio della percezione e del pensiero. Il doppio registro di distruzione/creazione è tipico della modernità ma ora il processo è diventato parossistico. Questo meccanismo della società dello spettacolo ha una genesi eterogenea. Trame di film, intrecci esotici di reali fake news, biografie di veri personaggi virtuali concorrono a creare un mondo di illusioni dai devastanti effetti di realtà.

La tesi del libro è che questa colonizzazione del pensiero è alla base dell’egemonia statunitense. L’uso del dollaro come moneta di scambio internazionale non sarebbe comprensibile senza la colonizzazione dell’immaginario operata per decenni da Hollywood. L’uso del dollaro non è legato a un’economia fiorente ma al maistream dell’industria culturale, un mondo patinato variegato e iperreale la cui regia è Usa.

Il meccanismo di costruzione delle illusioni collettive presiede la formazione delle aspettative economiche. Le considerazioni su titoli sicuri, le decisioni su investimenti certi, la formazione delle aspettative che formano i tassi di interesse si formano sulla base di cluster emotivo/informativi che percolano dal mainstream mondiale.

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idiavoli

Un disumano “decoro”

L'ossessione del degrado e la lotta ai poveri

di I Diavoli

Spuntoni di metallo a terra per rendere impossibile ai clochard di sedersi di fronte ai palazzi, panchine di una piazza tagliate con la sega elettrica perché non ci dormissero i migranti. Negli ultimi tempi succede in tutto il mondo e succede sempre più spesso. La “lotta ai poveri” per allontanarli fuori dal contesto urbano è di grande attualità perché si inserisce nel quadro della riqualificazione, della cosiddetta retorica del “decoro” e del “degrado”, di logiche politiche che rientrano in una precisa strategia volta a marginalizzare i più deboli. E sono deterrenti per chiunque pensi di poter sovrapporre spazio pubblico e spazio privato. Esiste, tuttavia, una parte dell’opinione pubblica che si rifiuta di voltare le spalle ai vagabondi e di cedere il passo a un “decoro” che ritengono disumano

La forma di una panchina non ha niente di neutrale. Ci sono quelle che rendono possibile sdraiarsi e dormire, se non si ha qualcosa di meglio. E ci sono quelle che lo rendono impossibile: le panchine “a prova di vagabondo”.

Di quest’ultimo tipo ce ne sono sempre di più in Italia, dove dal luglio 2008 le amministrazioni locali hanno visto aumentare i propri poteri in materia di sicurezza. Ma ce ne sono sempre di più ovunque, nel mondo: da Washington D.C. a Budapest, da Oslo a Madrid, da Tokyo a Parigi.

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contropiano2

La France Insoumise verso le elezioni europee

di Giacomo Marchetti – Potere Al Popolo Genova

In un articolo di Le Monde del 21 agosto, Européennes: les partis cherchent toujours leur tête de liste, Olivier Faye e Astrit de Villaines, fanno il quadro dei principali raggruppamenti politici francesi di fronte all’elezioni europee che si svolgeranno il maggio prossimo:

Tranne la France Insoumise (LFI), che ha designato il binomio Charlotte Girard-Manuel Bompard come teste di lista per questo scrutinio, le principali formazioni della scena politica francese, dal partie Les Republicain (LR) alla République en Marche (LRM), passando per il Partie Socialiste (PS) o il Rassemblement National (ex-FN), non hanno ancora trovato dei capilista per le elezioni del 26 maggio 2019.”

Questo dato già da sé rappresenta la profonda differenza tra l’empasse delle forze politiche in campo e la dinamicità dell’organizzazione di Jean-Luc Mèlenchon.

La France Insoumise sta da tempo preparando l’appuntamento elettorale.

Sul “fronte interno” ha selezionato da tempo i suoi candidati, riservando 13 posti a delle “personalità esterne” con il fine di allargare il movimento, tra cui l’eurodeputato della sinistra socialista Emmanuel Maurel, la cui corrente – che ha ottenuto 18,8% dei suffragi all’ultimo congresso socialista – ha infittito i rapporti con LFI.

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piccolenote

Morire per Idlib?

di Piccole Note

Il summit tra Iran, Turchia e Russia di venerdì scorso non ha prodotto alcun risultato. Era stato convocato per trovare un minimo comun denominatore sulla questione Idlib, ma i tre capi di Stato sono rimasti sulle loro posizioni.

Putin e Rouhani si sono scontrati nuovamente contro il veto turco sull’offensiva che Assad vuol portare a Idlib, forte anche della rinnovata assertività dell’Occidente pronta a scendere in campo a fianco dei cosiddetti ribelli siriani che la controllano.

 

Idlib e le solite armi chimiche di Assad…

Intervento che l’Occidente lega a un eventuale uso di armi chimiche da parte di Assad, che i russi dicono sia proprio quello che stanno allestendo i cosiddetti ribelli  per innescare la reazione occidentale (una false flag, in gergo).

Accusa, quest’ultima, più che credibile, dal momento che Assad non ha alcun motivo di far uso di tali sostanze, anzi. Ma ormai è palese che l’Occidente cerca solo una scusa per evitare la caduta di Idlib. Nulla importa se a seguito di false flag.

Significativo, su tale questione, quanto scrive il sito israeliano Debkafile, non certo vicino a Putin.

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blogmicromega

Sinistra e sovranismo, le fake news del 'Manifesto'

di Carlo Formenti

Non leggo più il “Manifesto” da quando si è trasformato in organo ufficiale della sinistra “pariolina” (cioè da più di dieci anni) mi capita però di incocciare ancora in qualche articolo pubblicato dal quotidiano (ex)comunista perché lo trovo linkato su Facebook, o citato da altri siti (cioè raramente, non avendo molti amici nell’area clintoniana). In tali occasioni mi capita quasi sempre, non di incazzarmi (l’incazzatura scatta se le stupidaggini arrivano da persone che stimiamo), ma di stupirmi per ogni nuovo “salto di qualità” sulla via del liberismo.

L’ultima volta mi è successo cliccando su un link che rinviava a un articolo di Rachele Gonnelli, “Fassina celebra Patria e Costituzione e Badoglio” uscito il 9 settembre. Trattasi d’una parodia di cronaca del convegno fondativo dell’Associazione “Patria e Costituzione”, tenutosi l’8 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. Partiamo da alcune bugie e imprecisioni che, in altri tempi e in un quotidiano serio, avrebbero squalificato il collaboratore chiamato a rendere conto di un evento pubblico:

1) la sala conterrebbe “al massimo un centinaio di persone” (erano il doppio a voler essere prudenti);

2) si insiste sulla mancata proiezione dell’annunciato videomessaggio della presidente dei “rossobruni” tedeschi Sarah Wagenknecht, come se i contenuti del testo di saluto di cui si è data lettura (derubricato dall’ineffabile Gonnelli a “letterina di generici auguri ai compagni italiani”) fossero sviliti dalla mancanza di immagini;

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pensieriprov

Il mercato ha fallito. Abbiamo bisogno dello Stato

di Sandro Arcais

La strage di Genova ha dimostrato, per chi ha l’abitudine ad andare alle cause delle cose, che il sistema del mercato neoliberista ha ambiamente fallito (almeno dal punto di vista dell’80-90% dei popoli dell’Occidente, perché dal punto di vista del restante 10-20%, ma soprattutto dell’1% che concentra sempre più ricchezze, il mercato neoliberista funziona alla grande). Dobbiamo abbandonare idee, concetti, categorie che ci fanno male e che faranno ancor più male ai nostri figli. Il post che segue parla di questo, e lo fa presentando un documento che verosimilmente entrerà a far parte (speriamo) del prossimo Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile Globale delle Nazioni Unite.

BIOS è una unità di ricerca multidisciplinare indipendente finlandese «che studia gli effetti delle questioni ambientali e legate alle risorse sulla società finlandese … e sviluppa le abilità dei cittadini e dei politici atte ad anticipare l’impatto di tali questioni.»

L’unità di ricerca è stata invitata a produrre  un documento scientifico di base sulla trasformazione dell’economia, a supporto del lavoro di stesura del Rapporto del 2019 sullo Sviluppo Sostenibile Globale redatto dalle Nazioni Unite.

Il documento è una condanna pacata, ma senza appello, del modello di sviluppo capitalistico attuale, di uno sviluppo basato sui meccanismi “anonimi” (si fa per dire) del mercato, e della teoria economica neoclassica che gli dà legittimità “scientifica” (si fa per dire).

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manifesto

Quelle fabbriche del mare

di Ernesto Milanesi, Devi Sacchetto

Logistica degli oceani. Il lato in ombra dello «shipping»: i diritti. A bordo di navi lunghe fino a 400 metri sono imbarcati più di 1 milione e mezzo di marittimi, soprattutto cinesi, indiani, filippini e indonesiani

Shipping: la «logistica del mare». Ma anche la nicchia opaca della Grande Crisi, il commercio tutt’altro che virtuale, il lato oscuro del lavoro globale, la «spia» dei nuovi equilibri mondiali, l’impatto dei mega-cargo sull’ambiente e perfino il ruolo nel soccorso dei migranti.

È davvero un universo sconosciuto, anche se basta la bussola delle statistiche a inquadrarlo. Proprio adesso ci sono 20 milioni di container che solcano mari e oceani, mentre almeno 10 mila all’anno vanno a fondo. Nel 2016, secondo il rapport «Safety & shipping review» presentato da Allianz, la flotta mondiale sopra la stazza lorda di 100 tonnellate ha perso – fra affondamenti, incagli, esplosioni, incendi e altri incidenti – ben 85 navi soprattutto nelle acque della Cina meridionale e del Sud est asiatico.

SHIPPING È SINONIMO di un’altra «bolla» parallela a quella che ha travolto con Lehman Bros l’economia planetaria. Deutsche Bank ha recentemente ceduto i «crediti incagliati» (un miliardo di dollari) di un settore esposto con le banche per oltre 4 miliardi. Due anni fa è fallita la coreana Hanjin Shipping, abbandonando nei porti merci per 14 miliardi di dollari. Cantieri navali, compagnie di trasporto, broker, equipaggi sopravvivono di fatto sull’orlo della possibile bancarotta.

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aldogiannuli

I soldi e la Lega: golpe giudiziario o indagine corretta?

di Aldo Giannuli

Cerchiamo di raccapezzarci nella storia dei soldi della Lega: i giudici hanno agito bene o stanno facendo un golpe giudiziario per colpire “il cambiamento”?

Non sono accusabile di eccessive indulgenze verso la magistratura che critico spesso e non ho mai fatto parte del “partito dei giudici”, però, devo dire che questi genovesi mi sembrano gente tosta e molto seria (e la vicenda del ponte Morandi lo sta dimostrando). Ma questo non conta, non è sul giudizio delle persone che hanno parte nelle vicende giudiziarie (per di più solo una impressione) che si può parlare di processi e, per di più, di processi così delicati. Occorre entrare nel merito.

L’accusa sostiene che la Lega ha percepito una certa somma per poi farne, in parte, uso scorretto (le spese per la famiglia Bossi). Però, per la famiglia bossi non sono certamente stati spesi 49 milioni (circa 96 miliardi delle vecchie lire), per cui le domande che dobbiamo porci sono due:

a- perché i giudici sostengono che quei soldi non spettavano alla Lega?

b- Che fine hanno fatto i soldi, detratti quelli spesi per Bossi e i suoi cari?

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la citta futura

La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo

di Marco Beccari

L’incremento della robotica conduce al deperimento della legge del valore, entrando, così, in contraddizione con il fine capitalistico di estrarre plusvalore dalla produzione di merci

L’articolo trae spunto dal materiale didattico (lucidi) preparato e presentato da Domenico Laise, docente dell’Università La Sapienza di Roma, ad un seminario, su: “La Teoria del valore-lavoro nell’epoca della robotica”, tenuto presso l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2017-2018. Il riferimento bibliografico essenziale dei materiali presentati in tali seminari è: D. Laise, La Natura dell'impresa capitalistica, Egea, Milano, 2015.

In una serie di precedenti articoli si è osservato come l’introduzione dei robot nella produzione di fabbrica determina una sempre maggiore automazione del processo lavorativo, anche se le macchine non sostituiscono mai del tutto il lavoro umano, che rimane sempre l’unico elemento attivo. I capitalisti introducono l’automazione con il fine di ridurre i costi di produzione. Essi, in concorrenza tra loro, per vendere le proprie merci e conquistare i mercati, introducono le innovazioni tecnologiche e le nuove macchine nella produzione per ridurne i costi. In un sistema dominato dall’anarchia della produzione, il capitalista che riesce a produrre le merci a costi minori vince la sfida competitiva. Questa concorrenza è una vera e propria guerra tra “fratelli nemici”, dove alcuni soccombono, mentre altri riescono a sopravvivere.

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