vocidallestero

Lex Monetae e Diritto Europeo

di Jacques Sapir

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s.  La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…

Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.

piovonorane 

Sinistra, guarda te stessa

di Alessandro Gilioli

Ha ragione Bersani quando dice che una parte dell'ex popolo di sinistra vota Movimento 5 Stelle: e che è inutile, anzi controproducente, l'invettiva continua verso Grillo e Casaleggio; e che questa invettiva - sia quando è fondata sia quando è strumentale - non riporta indietro un voto, perché ben altri sono i motivi di quella transumanza e non c'è cazzata del M5S che ne diminuisca i consensi.

Ha torto Bersani quando dice, o fa intendere, che l'alternativa a questa invettiva sia la riproposizione di schemi alchemici e addizionali, insomma "l'alleanza", come quella che aveva già rincorso ai tempi dello streaming: fallì all'epoca, quando il M5S era ancora un magma percorso da dibattiti e confronti, figurarsi adesso che vi impera l'ordine grillo-casaleggiano e chi ha l'ardire del dubbio è fuori in un quarto d'ora.

Ha ragioni e torti, Bersani, insomma, e tanto nelle une quanto nelle altre rappresenta bene la schizofrenia della sinistra quando si confronta con quel fenomeno così semplice e così complesso che è il Movimento 5 Stelle, con le cause del suo successo che sfuggono e continuano a sfuggire agli schemi cognitivi con cui ragiona la sinistra stessa.

economiaepolitica

Debito pubblico: le controverse teorie della Commissione europea

di Angelantonio Viscione*

La Commissione europea ha di recente imposto al governo italiano di approvare una nuova manovra correttiva per ridurre il proprio deficit di bilancio. In altre parole, ci viene chiesto ancora una volta di rispettare rigidi vincoli sui conti pubblici con l’obiettivo dichiarato di abbattere progressivamente il debito pubblico[1]. Dietro queste “raccomandazioni” si celano teorie economiche di ispirazione neoclassica che la stessa Commissione europea ha richiamato espressamente nei propri documenti ufficiali[2]. Secondo queste teorie, infatti, un’espansione del deficit finanziata a debito può influenzare negativamente la crescita principalmente attraverso due canali:

(1) L’effetto “spiazzamento” (o crowding-out), secondo cui una politica fiscale espansiva (come, ad esempio, un incremento della spesa pubblica) non fa che “spiazzare” la spesa privata, facendola ridurre talmente tanto da controbilanciare gli effetti positivi della manovra economica. La politica fiscale espansiva finirebbe, infatti, col determinare in vario modo un aumento dei tassi di interesse, con la conseguenza di scoraggiare gli investimenti (che sono diventati appunto più costosi da finanziare) e i consumi (diventati una scelta meno conveniente rispetto al risparmio, ora remunerato con tassi più alti)[3].

manifesto

Spazi sottratti a un neoliberismo vorace

Alessandro Santagata

Il nuovo libro di Piero Bevilacqua "Felicità d'Italia", per Laterza

È da tempo ormai che sulla pagine di questo giornale si parla di « beni comuni ». Il motivo risiede probabilmente nella capacità della categoria dei commons di tenere insieme il piano della riflessione intellettuale con quello più concreto delle lotte in un processo di reciproca contaminazione e su diversi ordini di scala: dalla battaglia per la Val di Susa all’impegno del comitato locale nel più piccolo dei borghi della penisola. La dimensione del comune ha aperto un orizzonte nuovo di riflessione che suggerisce l’ipotesi di un’uscita dalle strette dello statalismo novecentesco e di uno Stato moderno in progressivo deterioramento. È in questa cornice che si può leggere anche l’ultimo libro di Piero Bevilacqua (Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, pp. 214, euro 20).

Territorio, ambiente e agricoltura sono da sempre le fondamenta sui quali l’autore ha impostato la sua storiografia civilmente impegnata. I quattro assi, o se vogliamo i campi d’indagine sui quali poggia questo volume sono il prodotto di una  lunga sedimentazione di studi e di ragionamento: l’alimentazione, dipendente dall’originalità storica e geografica dell’agricoltura italiana; le città, patrimonio di bellezza e forma più alta di organizzazione sociale;  la musica e la canzone napoletana; esempi di un immaginario poetico popolare;

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Il sistema degli appalti toglie diritti a chi lavora

di Marta Fana e Clash City Workers

Ripubblichiamo questo articolo che abbiamo scritto insieme a Marta Fana per Internazionale. Attraverso le vertenze di Almaviva Roma e GSE, che abbiamo sostenuto negli ultimi mesi, proviamo a ricostruire un'analisi del meccanismo degli appalti e dei motivi per cui vogliamo l'abolizione degli appalti e la reinternalizzazione di tutti i lavoratori

Nell’attesa del decreto governativo che forse disinnescherà i due quesiti referendari promossi dalla Cgil, il mondo del lavoro va avanti. Finora il dibattito politico e giornalistico si è concentrato sui voucher, lasciando in sordina il complesso mondo degli appalti, pubblici e privati.

Un settore che negli ultimi decenni ha assunto sempre maggiore rilevanza soprattutto a causa del processo di terziarizzazione dell’economia e le conseguenti esternalizzazioni di una parte consistente della produzione.

Il risultato spesso è una zona franca in cui le esigenze dei committenti di comprimere i costi e quelle degli appaltatori di generare profitto sono state scaricate sull’organizzazione del lavoro, in particolare sulle condizioni materiali dei lavoratori coinvolti, in balia del ricatto occupazionale, dovuto ai frequenti cambi di appalto, e del tentativo di appaltatori e subappaltatori di comprimere diritti e tutele.

 

La vicenda Almaviva

Una vicenda esemplare sugli effetti drammatici a cui possono portare i meccanismi di esternalizzazione e di appalto al massimo ribasso è quella dei 1.666 licenziati del call center di Almaviva Roma.

brancaccio

L'effetto propulsivo del Job Acts è un mito

Guido Iocca intervista Emiliano Brancaccio

L’economista: “L’abolizione dei voucher e il ripristino della responsabilità in solido degli appaltanti sono interventi in cointrotendenza ma parziali, che non rimediano al grosso dei danni provocati dalle riforme del lavoro di questi anni”.

I voucher saranno cancellati e la responsabilità solidale dei committenti di appalti sarà ripristinata: sull’onda dei referendum indetti dalla Cgil il governo interviene sulla legislazione del lavoro eliminando pezzi rilevanti del Jobs Act. Di questa importante novità discutiamo con Emiliano Brancaccio, 45 anni, docente di Politica economica e di Economia internazionale presso l’Università del Sannio, promotore sul Financial Times del “monito degli economisti” contro le ricette dell’austerity e autore di vari saggi critici nei confronti delle politiche di deregolamentazione del lavoro e di deflazione salariale attuate in questi anni in Italia e nel resto d’Europa.

* * * *

Professor Brancaccio,  la notizia di questi giorni è che il governo Gentiloni farà un passo indietro rispetto al ““Jobs Act” di Renzi: cancellerà le norme sui voucher e renderà di nuovo i committenti responsabili degli appalti. Possiamo parlare di una svolta nella disciplina del lavoro?

asimmetrie

“Fate presto”: la trappola del lungo periodo

Luigi Pecchioli

Esiste un pericolo che dovrebbe spingere i sostenitori del recupero della sovranità nazionale e tutti coloro che vogliono ristabilire il sistema costituzionale, umiliato e piegato dai Trattati europei, a “fare presto”, come sollecitava un indimenticabile titolo del Sole24Ore della fine del 2011, un pericolo che definisco come “la trappola del lungo periodo”. Prendo spunto da uno dei tanti interessanti post che si trovano su Goofynomics, quello dal titolo “Anni buttati”, nel quale è presente questo grafico:

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Fonte: goofynomics.blogspot.it

Il grafico rappresenta la curva di crescita del PIL italiano pro capite in termini reali ai prezzi del 2005. Come si può vedere, per tornare al livello di PIL pro capite del 1999 Bagnai ipotizzava (nel 2013) che si sarebbe dovuto aspettare il 2017. Oggi, nel 2017, l’OCSE ci dice che siamo tornati al livello del PIL del 1997, meno quindi di quanto previsto pessimisticamente da Bagnai.

manifesto

Sicilia base d’attacco Usa/Nato

di Manlio Dinucci

Si svolge dal 12 al 24 marzo, di fronte alle coste mediterranee della Sicilia, l’esercitaziome navale Nato Dynamic Manta cui partecipano le marine militari di Stati uniti, Canada, Italia, Francia, Spagna, Grecia e Turchia. La punta di lancia delle 16 unità navali impegnate è il sottomarino nucleare statunitense da attacco rapido California SSN-781. Armato di un centinaio di siluri e di quasi 150 missili da crociera per attacco a obiettivi terrestri, esso fa parte della Task Force 69, responsabile delle operazioni Usa di guerra sottomarina in Europa e Africa.

Oltre che col sottomarino da attacco, la U.S. Navy partecipa all’esercitazione col cacciatorpediniere lanciamissili Porter e aerei da pattugliamento marittimo, con la stazione Muos di Niscemi e la base aeronavale di Sigonella. La Dynamic Manta 2017 si svolge nell’area del Comando della forza congiunta alleata (il cui quartier generale è a Lago Patria, Napoli), agli ordini dell’ammiraglia statunitense Michelle Howard, che comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa in Europa e le Forze navali Usa per l’Africa. L’Italia, oltre a partecipare all’esercitazione con proprie unità, svolge quello che il contrammiraglio De Felice, comandante di MariSicilia, definisce un «ruolo fondamentale» poiché fornisce tutto il supporto logistico. Particolarmente importante è Augusta, «punto strategico in quanto fornisce  rifornimenti di combustibile, di munizionamento e di supporto per le unità  navali che vengono addirittura da paesi al di là dell’Atlantico».

ilsimplicissimus

Ex Jugoslavia: chi rompe paga

di ilsimplicissimus

Se dovessimo definire la contemporaneità potremmo chiamarla era dell’ipocrisia: essa è talmente diffusa e consustanziale alla narrazione pubblica  da non essere più nemmeno percepita, da violare qualsiasi recinto di realtà fattuale, da sfregiare ogni idea di diritto e di giustizia e da sostituirsi anche moralmente alla verità per cui il mentitore non sa di esserlo e qualora ne abbia consapevolezza non ha sensi di colpa. Gli esempi costituiscono ormai un catalogo immenso che si arricchisce ogni giorno: per esempio – e mi riferisco a due giorni fa – su quali criteri di diritto internazionale o di semplice buona fede si basano gli Usa quando minacciano di bombardamenti la Corea del Nord per la messa a punto di missili a raggio più vasto?  Eppure non ho letto o sentito nemmeno una parola che facesse notare la totale assurdità dei diktat americani al di fuori della logica brutale della forza. Oppure come si fa a definire “moderata” l’Arabia Saudita che è uno dei principali finanziatori del terrorismo, spesso come mediatore e che peraltro è lo stato più lontano da ogni concezione democratica da avere il Corano come costituzione? Come si fanno ad ignorare totalmente le stragi di Mosul dopo aver organizzato una piccola Hollywood del massacro e del famoso “ultimo ospedale” bombardato ad Aleppo quando la città è stata riconquistata dai siriani? O come fa Israele a minacciare la Siria di ritorsioni per aver risposto alle quotidiane violazioni del suo spazio aereo?

manifesto

Geografie sradicate e archivi rotti

Iain Chambers

Qui di seguito la relazione al convegno «Dai colonialismi al diritto di avere diritti» tenutasi a Napoli il 23 e il 24 marzo

Il Mediterraneo è in fiamme. Dagli anni Novanta a oggi le sponde di questo mare sono dilaniate da guerre, dai Balcani alla Siria e alla Libia, accompagnate dal terrore di stato perpetuo praticato nei territori occupati in Palestina e nelle regioni di maggioranza curda nella Turchia orientale. Questi conflitti fanno parte di un dinamismo storico a cui dobbiamo aggiungere le rivolte e le ribellioni della «primavera araba» del 2011 e le migrazioni dai diversi sud del mondo, ormai in atto da vari decenni e destinate a continuare nonostante tutti i muri che l’Europa cerca di elevare. In questo scenario il Mediterraneo, spesso considerato marginale rispetto a una modernità che apparentemente si sta elaborando più a nord, ha acquisito una nuova e drammatica centralità sul livello sia regionale che planetario, diventando un laboratorio cruciale della modernità stessa.

Per interrogare e riassemblare le dimensioni storico-sociali, possiamo, e dobbiamo, integrare altri linguaggi come, per esempio, quelli forniti dalla poetica letteraria e visiva, capaci di promuovere a loro volta altri dispositivi critici con cui possiamo rivedere, riascoltare e rivalutare il Nord Africa e il Medio Oriente.

micromega

L'abolizione dei voucher e la paura del voto popolare

di Carlo Formenti

Ascoltando i giudizi sull’esito del referendum del 4 dicembre,  mi è capitato più volte di sentire alcuni amici – fra i quali Giorgio Cremaschi – sottolineare un fenomeno paradossale: mentre il nostro Paese vive una fase in cui tanto le lotte sindacali quanto quelle sociali e politiche appaiono a dir poco scarse, i cittadini italiani non mancano di manifestare la propria radicale insofferenza nei confronti delle élite che li governano non appena una qualsiasi scadenza elettorale ne offra loro l’occasione. Sospendendo l’analisi sulle cause di tale comportamento apparentemente schizofrenico, vorrei invece sottolineare come la classe politica abbia assunto piena consapevolezza del problema e stia facendo il possibile per correre ai ripari.

L’esempio più recente di tale consapevolezza è la decisione del governo Gentiloni di cancellare con decreto legge i voucher. <<L’Italia non aveva bisogno nei prossimi mesi di una campagna elettorale come questa>>, ha detto il Presidente del Consiglio, riferendosi all’imminenza dei due referendum abrogativi promossi dalla Cgil. Questa franca ammissione – che andrebbe “tradotta” mettendo il Pd al posto dell’Italia – rispecchia il terrore che ogni scadenza democratica – soprattutto se di tipo referendario – suscita nelle fila di un blocco di potere liberal-liberista che appare sempre più incapace di controllare l’opinione pubblica, malgrado i media non lesino energie per appoggiarlo.

piovonorane

Di liberismo, Paperino e mercati

di Alessandro Gilioli

Ogni tanto un mio amico mi chiede perché non mi iscrivo ai radicali, visto che ne condivido tutte le battaglie civili. Gli rispondo che nello statuto dei radicali c'è scritto che è anche un partito "liberista" e io sono contro il liberismo, visto la catastrofe che ha provocato. Lui mi risponde che quella cosa che ha provocato la catastrofe non è il vero liberismo, ma una sua parodia, una sua brutta caricatura in cui la libera concorrenza è subordinata a intrecci, cricche e centri di potere. Io gli replico che vabbé, se la mettiamo così allora manco il comunismo era quello di Breznev, in teoria, ma dobbiamo fare i conti con la realtà storica, non con i nostri wishful thinking.

La discussione, come giusto, prosegue fino a che il tasso alcolico lo consente.

Tuttavia, in effetti, nel confronto attuale per l'egemonia culturale si pone una questione che è allo stesso tempo nominalistica e di sostanza.

Perché dopo trent'anni in cui il dogma prevalente in Occidente era "meno Stato più mercato", "basta lacci laccioli", "il privato è meglio del pubblico", adesso l'ago della bilancia sta andando dall'altra parte e ad accusare quella cosa lì - liberismo - non sono più solo veterocomunisti che rimpiangono i piani quinquennali ma molte, moltissime persone di semplice buon senso che pur senza aver letto le tabelle di Picketty hanno capito che forse si è andati un po' troppo oltre, ultimamente.

federicodezzani

Non ci resta che la Rosneft

Come il governo Gentiloni sta affondando nel pantano libico

di Federico Dezzani

L’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump produce i suoi effetti in Libia, dove il “governo d’unità nazionale” di Faiez Al-Serraj, creato dall’amministrazione Obama riverniciando la precedente giunta islamista di Tripoli, è agli sgoccioli: la capitale, dilaniata dalle lotte tra fazioni, sta scivolando verso il caos. La crescente influenza di Mosca sulla Cirenaica si è invece tradotta in un primo accordo petrolifero, cui è seguito un disperato attacco delle milizie islamiste per strappare al generale Khalifa Haftar il controllo dei giacimenti. Il governo Gentiloni, indissolubilmente legato all’era Obama, si ostina ad appoggiare un esperimento, quello di Faeiz Al-Serraj, ormai abortito: all’Italia non rimane che affidarsi alla Rosneft, nella speranza che il colosso russo restituisca all’Eni il favore ricevuto in Egitto.

“Governo d’unità nazionale”: un bluff cui crede solo più l’Italia

“Errare humanum est, perseverare diabolicum” è una massima che si adatta perfettamente alla sciagurata posizione assunta dal governo italiano sul dossier libico: già nel nostro ultimo articolo sull’argomento ci eravamo chiesti se non fosse stato più conveniente per la tutela degli interessi nazionali sulla “Quarta sponda” se Palazzo Chigi e la Farnesina fossero rimasti senza inquilini. Il rischio, intuibile da subito e poi concretizzatosi nei primi “100 giorni” del governo Gentiloni, era infatti che Roma continuasse la disgraziata politica del governo Renzi, senza prendere in dovuta considerazione il cambiamento apportato dall’elezione di Donald Trump e le sue molteplici ricadute, compresa la Libia.

senso comune

Contro le “soluzioni”

Tommaso Nencioni

“Di fronte a un problema , i populisti cercano subito un colpevole, mentre i riformisti, testardi, cercano soluzioni” [dalla mozione di Matteo Renzi per le primarie del Partito Democratico]

Va preso sul serio Matteo Renzi quando traccia questa linea di confine tra “riformisti” e “populisti”. Va preso sul serio perché ha ragione. In questo distico, tratto dalla mozione che accompagna il rignanese nella sua nuova scalata al Partito Democratico, è infatti condensata tutta l’essenza del riformismo dell’ultimo ventennio, e allo stesso tempo la ragione dell’emergere del populismo come risposta necessaria al fallimento di quel riformismo.

Per i riformisti, tanto per cominciare, non esistono conflitti, ma “problemi”. La società non è contraddistinta, pertanto, da contrapposizioni sociali o ideologiche, da rapporti di forza squilibrati tra gruppi sociali, da disegni egemonici. Saltano fuori, ogni tanto, delle disfunzioni – i problemi, appunto – riguardanti gruppi di individui e non blocchi sociali. La politica è il luogo dove vengono elaborate “soluzioni” a questi “problemi”. Queste soluzioni avrebbero un valore oggettivo, così come oggettiva sarebbe la natura dei problemi da risolvere.

Prendiamo la grande restaurazione oligarchica messa in campo dai “riformisti” a partire dal momento in cui essere “riformisti” è diventato un obbligo del personale politico.

cina rossa

La Cina prevalentemente socialista del 2017

di Daniele Burgio

Relazione tenuta durante l’assemblea sulla Cina – 15 marzo 2017

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

coordinamenta

Il crimine

di Elisabetta Teghil

Nella loro illusione legalitaria, socialdemocratiche e socialdemocratici, riformiste e riformisti, istituzionali e paraistituzionali, credono che le regole legislative abbiano in sé una forza impositiva, ma il potere capitalista-patriarcale è sempre assoluto.

La limitazione del potere non è esercitata dalle regole, ma dalla forza capace di imporre le regole o di trasformarle.

Il legalismo attribuisce alle regole una forza che le regole non hanno perché non viene dalle regole stesse ma dai rapporti di forza e dai ruoli.

E le Istituzioni, in tutte le loro articolazioni, lo sanno.

L’autonomia femminista ha riconosciuto la brutalità del rapporto di forza tra generi, classi, etnie…. partendo da una denuncia dell’arbitrarietà delle regole esistenti. Il buonismo disonesto della “convivenza civile”, delle” bacheche rosa”, degli “appelli allo Stato”, ha portato un attacco mortifero alle lotte del movimento femminista nel loro impegno a leggere, delle regole, la  vera sostanza.

Si è, così, aperta la strada per la costituzione di una legalità liberticida e femminicida.

Un’operazione, questa sì, violenta, in cui il linguaggio esiste essenzialmente per mentire.

La menzogna, l’inganno, la simulazione, dietro i linguaggi politicamente corretti non sono che forme aberranti di comportamento sociale.

ilsimplicissimus

Europa chiama Diaz

di ilsimplicissimus

Non si può certo dire che il neoliberismo liberi la fantasia e tanto meno che l’immaginazione sia una qualità delle oligarchie europee, le quali per cancellare l’assoluta prevedibilità da cui sono intrise, si limitano a imprigionare quella altrui fra le sbarre invisibili dei media: avrei scommesso qualsiasi cosa che in vista delle celebrazioni per i trattati Roma e il vertice europeo di due giorni dopo sarebbe scattato l’allarme terrorismo. Infatti  è puntualmente accaduto perché questa volta la posta in gioco sul tavolo  della paura è particolarmente allettante: non solo riattizza le angosce per la violenza  che viene da lontano, ma serve anche ad affiancarle quella che proviene dalle opposizioni allo status quo che chiedono l’uscita dall’euro e dalla Nato, due temi apparentemente diversi, ma intimamente connessi. Così mentre a Parigi risorge la caccia l’uomo, mentre in Germania l’anti islamismo vede alla sua testa una Merkel alla caccia dei consensi perduti, in Italia il ministero dell’interno comincia a bombardare i sudditi con allarmi di ogni tipo sulla manifestazione di Roma del 25: si parla ovviamente di black bloc stranieri, di infiltrazioni violente (basta vedere da che parte, intelligenti pauca) e insomma si imbastisce un’operazione di denigrazione  e ghettizzazione preventiva del dissenso allegandola d’ufficio al capitolo violenza.

carmilla

Cercasi Cazzaro

di Alessandra Daniele

Dopo aver aver abolito i voucher solo per paura di un’altra disfatta referendaria, nella successiva partita delle nomine dei boiardi di Stato ai vertici delle società partecipate il governo Gentiloni è tornato a dimostrarsi un Renzi-Bis, che con un’altra faccia continua lo stesso gioco.

Un Biscazzaro.

Intanto, s’è aperta la corsa per le primarie del PD. Ai blocchi di partenza King, Soldatino e D’Artagnan.

 

King

Matteo Renzi è tornato dalla California gonfio come un tacchino all’ingrasso. “Vado a imparare dai più bravi” aveva detto. Evidentemente si riferiva all’obesità.

All’assemblea del Lingotto ha cercato di nuovo di spacciarsi per una novità. Poi ha cominciato a insultare i comunisti e a lamentarsi del giustizialismo. Lo hanno portato via mentre giurava d’essere il nipote di Mubarak.

In realtà, la famiglia Renzi rispetta le leggi.

tysm

La sovranità del dollaro

di Christian Marazzi

Nei prossimi mesi, in occasione delle scadenze elettorali in Francia, Germania e Olanda, il tema della sovranità monetaria sarà sicuramente al centro dei dibattiti tra le diverse forze in campo, in particolare dei partiti nazional-populisti che della critica alla globalizzazione e i suoi effetti economici e sociali hanno fatto il loro cavallo di battaglia. L’obiettivo è quello di restituire alle nazioni la propria sovranità in materia di politica monetaria, così da permettere ai singoli Stati di riappropriarsi del proprio destino attraverso il controllo delle variabili più importanti, in particolare il tasso di cambio della propria moneta. Ci fu un tempo in cui, per sostenere l’economia interna, si ricorreva alla svalutazione per stimolare le esportazioni e, con esse, l’occupazione interna. Salvo poi accorgersi che gli effetti di queste manovre valutarie erano asimmetrici, dato che i salari venivano sistematicamente penalizzati a causa dell’aumento dei prezzi dei beni importati. Ma tant’è, il passato è passato.

Oggi, la rivendicazione del ritorno alla sovranità nazionale, e di quella monetaria in particolare, ha indubbiamente un suo fascino, e questo perché negli ultimi trent’anni la globalizzazione ha contribuito non poco a acuire le disuguaglianze e la povertà all’interno dei paesi ricchi.

fattoquotidiano

Sanità, i raggiri di Renzi per far fuori la salute pubblica

di Ivan Cavicchi

Quello che Renzi intende fare per la sanità del futuro si può leggere nel suo documento per le primarie (Avanti, insieme) e precisamente al punto 6: “Prendersi cura delle persone”. Vi avverto non è una lettura semplice perché ambigua, paludata, ingannevole cioè è altra cosa da quello che si dice “parlar toscano” pane al pane e vino al vino.

Si definisce “raggiro” il ricorso a artifici retorici per raggiungere uno scopo e “raggiratore” chi imbroglia mettendo in atto raggiri. I raggiri di Renzi sulla sanità… ma di che si tratta?

A parte dichiarare che, a proposito di welfare, si tratta di continuare quello che il governo ha fatto fino ad ora quindi di “completare il suo disegno”, il che, se si pensa ai tagli lineari, al de-finanziamento, alla defiscalizzazione degli oneri per le mutue ecc fa venire i brividi. Completare il disegno significa far fuori la sanità pubblica.

A parte promettere piani decennali per la non autosufficienza e i disabili, per il personale, per la formazione dei quali non è chiaro il meccanismo di finanziamento soprattutto se in ragione della continuità dell’azione di governo dovesse sussistere il criterio del “costo zero”.

A parte queste cose, il nodo centrale, quasi la parola chiave, della mozione di Renzi, è “protezione”.