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ilariabifarini

Finanzcapitalismo: schiavi del debito

di Ilaria Bifarini

“Di tutti i modi per organizzare l’attività bancaria,
il peggiore è quello che abbiamo oggi”

(Sir Mervyn King, ex governatore Banca d’Inghilterra)

Una delle trasformazioni più inumane del sistema capitalistico industriale, fondato originariamente sull’industria manifatturiera e più in generale di produzione, è quella in capitalismo finanziario, in cui il potere è concentrato in pochi grandi istituti di credito. Le banche hanno cessato il loro ruolo di supporto e di credito allo sviluppo, preferendo investire in prodotti finanziari dai quali viene generato altro capitale, in un sistema autoreferenziale in cui i profitti nascono dalla speculazione, senza passare attraverso il lavoro e la produzione.

In modo graduale, ma anche repentino, il sistema capitalistico ha spostato l’asse dall’economia reale a quella finanziaria e, ancora peggio, alla speculazione che ne deriva, tanto da essere stato ribattezzato “finanzcapitalismo” o “capitalismo ultrafinanziario”.

Orientato alla massimizzazione del profitto ricavato dal denaro stesso, in esso la ricchezza non passa attraverso la produzione di beni o servizi, né è previsto un piano di redistribuzione tra lavoratori e consumatori, ma solo l’accentramento nelle mani di pochi, pochissimi.

gliocchidellaguerra

Gli interessi della Cina in Afghanistan che tagliano fuori gli Stati Uniti

di Lorenzo Vita

Quando si parla di Afghanistan, di solito si tralascia uno degli attori fondamentali dell’Asia: la Cina. Abituati a leggere le notizie sulle truppe occidentali nel Paese, sui rischi del terrorismo islamico, i talebani e gli attori esterni nel grande gioco afghano, Pechino viene sempre tralasciata, come se fosse estranea a tutto ciò che avviene all’interno del Paese. In realtà, è bene ricordarlo, la Cina non solo ha enormi interessi nell’Afghanistan, ma ci confina anche. Un piccolo lembo dell’Afghanistan, corrispondente al corridoio del Vacan, confina con il colosso cinese. E questo confine terrestre, di poche decine di chilometri in totale, rende, di fatto, i due Paesi molto più connessi di quanto si possa credere o di quanto si possa leggere quotidianamente. Questa connessione, soprattutto negli ultimi mesi (forse anni) si sta facendo estremamente rilevante. E può avere un peso specifico molto importante non soltanto sullo stesso conflitto che insanguina l’Afghanistan da ormai 16 anni, ma anche su tutta la struttura geopolitica dell’Asia centrale.

Le ultime mosse cinesi, in particolare dal 2015, dimostrano un costante interesse per l’Afghanistan. Un dato su tutti basta a fugare ogni dubbio su come e quanto Pechino abbia a cuore il problema: l’80% dei diritti estrattivi delle risorse minerarie afghane è in mano alla Cina.

contropiano2

Chi decide? L’esproprio che genera i “populismi”

di Dante Barontini

C’è qualcosa di apparentemente incomprensibile, anche per gli analisti più seri, nell’emergere dei cosiddetti “populismi” in quasi tutte le regioni d’Europa. Se escludiamo lo strombazzare di Renzi sul “Pd come argine ai populismi”, alcuni analisti, presi come sono dall’applicazione degli strumenti di interpretazione forniti dal pensiero unico neoliberista, al massimo arrivano ad identificare un “antagonismo tra centro e periferia” (Carlo Bastasin su IlSole24Ore di oggi, per esempio), sbrigativamente identificati come regioni più dinamiche e quelle più arretrate sul piano economico. Nelle prime si svilupperebbe un “populismo da ricchi” – derivante da una percezione delle istituzioni pubbliche come “troppo lente” rispetto ai cambiamenti nell’economia digitalizzata – mentre nelle seconde prevarrebbe un “sentimento” di abbandono, isolamento, declino, che porterebbe a rivalutare visioni o identità nazional-regionali perse da un paio di secoli o alcuni decenni.

Secondo questa chiave di lettura Catalogna e lombardo-veneto (ma anche Londra, Baviera, Olanda, ecc) si assomiglierebbero molto, e così – sul fronte opposto – Italia meridionale, Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.

E’ una chiave narrativa che nasconde e mistifica quel che vorrebbe “chiarire”. Catalogna e lombardo-veneto, per esempio, hanno generato due “populismi” praticamente opposti.

mateblog

Slittamenti a destra del quadro politico, sinistra compresa

La difesa della democrazia moderna in Italia sarebbe affidata a questi qua

di Stefano G. Azzarà

Fu-Rifondazione: non potendosi alleare con il PD di oggi, si alleano con il PD di ieri.

Dopo le elezioni siciliane, la stitica manifestazione del Pantheon sancisce una grandiosa novità politica: il centrosinistra dei poveri trombati. Ovvero la costruenda alleanza tra decaduti: i rifondaroli, Vendola e il partito di Bersani e D'Alema.

Ai primi, cioè le truppe brioscine (in generale assai contente per una legge di coalizione che materializza il sogno d'amore con Siderurgia & Aperitivo), toccherà il ruolo di scopa dietro la porta e forse due o tre seggi per gli amici. Se le grida indignate di questi giorni - è solo questo ciò che in realtà vogliono - riusciranno a tenere abbastanza basso lo sbarramento (diciamo attorno al 3%).

Tutti noi perderemo invece altri 5 anni di tempo e di politica, dopo il nulla che è accaduto dal 2008 a oggi. 

Perché tutto questo?

Il quadro politico nazionale è slittato così a destra dall'inizio degli anni Novanta che D'Alema e Bersani - chi la fa la aspetti - occupano oggi sul piano formale proprio la posizione sistemica che all'epoca aveva Rifondazione Comunista (nel frattempo sostanzialmente defunta sul piano della significatività politica proprio perché non ha più ragion d'essere, essendo questo suo spazio, per quanto marginale, ormai da tempo occupato).

ilcomunista

Goodbye Lenin?*

di Susanna Bhome-Kuby

"Economia della rivoluzione" di Vladimiro Giacché raccoglie gli scritti economici dal 1917 al 1923 del leader della Rivoluzione d'Ottobre. Una lettura che apre interessanti visuali sul nostro mondo di oggi

Quasi niente è sembrato essere meno attuale in questa infuocata estate italiana dei testi di Lenin sulla rivoluzione, ormai centenari. Eppure, credo, dal saggio di ben 520 pagine che Vladimiro Giacché ha recentemente pubblicato (“Economia della rivoluzione”, Il Saggiatore), raccogliendo gli scritti economici di Lenin dal 1917 al 1923, si aprono interessanti visuali sul nostro mondo di oggi. Ciò potrebbe sorprendere alcuni, poiché, con la fine dell`Unione Sovietica, il suo fondatore e i suoi pensieri sono in gran parte scomparsi nell’oblio. L’implosione dell’ex-economia sovietica e la selvaggia degenerazione far west che la seguì immediatamente sono considerati dai più come fase già prevista nel contesto della vittoria globale del capitalismo – una semplificazione che manca di qualsiasi complessità storica.

Dopo quasi tre decenni la demonizzazione anti-sovietica continua e anche nelle prossime settimane potremo leggere qualcosa di simile al riguardo in più di un commento, a meno ché non si preferisca sottacere del tutto l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. E perché mai, quando di “cambio di sistema” non si parla più da tempo? O la storia non è ancora giunta alla sua “fine”?

militant

Da Mentana a Formigli: la normalizzazione politico-culturale del fascismo

di Militant

Proprio ieri, Leonardo Bianchi pubblicava su Vice un opportuno, centrato e illuminante articolo sulla legittimazione del neofascismo attraverso lo sdoganamento culturale mainstream di Casapound, presentata massmediaticamente come faccia pulita di una nuova destra, finalmente compresa nel gioco democratico. Facciamo nostro questo articolo in ogni sua virgola: non si poteva esprimere meglio il significato politico alla base del plateale sdoganamento neofascista (qui il pezzo). Le tragiche comparsate di Mentana e Formigli demoliscono, forse definitivamente, gli ultimi riferimenti all’antifascismo quale collante costituzionale, un recinto politico fuori dal quale quella legittimità è negata esattamente per conto della democrazia. La storiella mandata a memoria e ripetuta dai due mattatori della prima serata (“è la democrazia, attraverso la competizione elettorale, che legittima le forze politiche”) è talmente pretestuosa da confondere i due stessi giornalisti a-fascisti. Ambedue infatti hanno chiarito che non avrebbero partecipato a dibattiti con forze di estrema destra “a destra”(?) di Casapound (riferendosi evidentemente a Forza nuova del cocainomane Castellino). Eppure, tutte le forze neofasciste come Casapound, da Forza nuova al Fronte nazionale, partecipano alle elezioni. Anche Alba dorata in Grecia, anche i neonazisti in Germania. Le elezioni non rappresentano una forma di legittimazione democratica in regime liberale.

comidad

Legge di stabilità o legge di destabilizzazione?

di comidad

Da molti mesi il ministro dell’Economia Padoan ha avviato un suggestivo “story telling” per presentare l’ultima Legge di Stabilità. La metafora al centro della narrazione governativa è stata quella del “sentiero stretto” imposto dalle scarse disponibilità finanziarie. Ormai da decenni i ministri dell’Economia interpretano la parte del Menenio Agrippa di turno, che ci edifica e ci educa con apologhi morali sulla oculata distribuzione delle risorse al corpo sociale. In questo campo però Padoan può avvalersi della sua esperienza al Fondo Monetario Internazionale, che di queste narrazioni morali sulla necessità di “non vivere al di sopra dei propri mezzi” è maestro incontrastato.

Anche l’avarizia è un vizio capitale e, come ogni vizio, ha la sua pornografia. Non c’è dubbio quindi che vi sia una parte consistente dell’opinione pubblica che si lascia solleticare da queste narrazioni morbose di tagli di spesa e di erogazioni finanziarie col contagocce. L’opinione pubblica non viene soltanto affabulata e suggestionata, ma anche “testata” con micro-esperimenti sul campo di pauperismo artificioso e di “spending review”. Come sempre il principale laboratorio è la Scuola, dove, in particolare al Sud, alcuni dirigenti scolastici appositamente imbeccati simulano emergenze finanziarie per poter estorcere con collette agli insegnanti i fondi per pagare le fotocopie per i compiti e per acquistare i registri di classe.

ist onoratodamen

La crisi è (in) finita. E dietro l’angolo è buio pesto

di Giorgio Paolucci

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, è la condotta delle stesse banche centrali che racconta un’altra verità: la crisi non è finita, è in-finita ed è incistata nel modus operandi del capitalismo contemporaneo.  Un cancro metastatico che prima sarà estirpato e meglio sarà per tutti. Per il proletariato, per la società e il pianeta che ci ospita

Da un po’ di tempo non c’è giorno che passi senza che qualche agenzia a ciò preposta non diffonda dati secondo i quali la crisi è ormai alle spalle. In Italia, è bastato che prima l’Istat e poi l’Ocse rivedessero le loro precedenti previsioni sul pil atteso per il 2017 da 1,2 a 1,5 e per il 2018 da 1 a 1,2 per far dire al Presidente del Consiglio che ormai il peggio è passato e al suo predecessore che questo straordinario risultato è da ascrivere interamente all’azione riformatrice del suo governo e in particolar modo al Jobs Act.[1] Renzi non mente; solo che dovrebbe precisare che si tratta soprattutto di contratti di lavoro e non di posti di lavoro.

Infatti, come ha da poco reso noto l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, delle 835 mila assunzioni in più registrate lo scorso luglio rispetto al 2016, poco meno del 60% sono contratti a tempo determinato e di apprendistato mentre quelli a chiamata sono passati dai 112 mila del 2016 ai 251 mila del 2017 (+ 124 per cento). Invece quelli a tempo determinato “a tutele crescenti” - il vanto del Jobs act - sono diminuiti del 4 per cento.

pensieriprov

La Lega lavora per lo straniero

di Sandro Arcais

A me l’Italia, sin dal modo in cui si è formata 150 anni fa, non è mai piaciuta. Sin dall’inizio la sua classe dirigente si è distinta per l’ottusa difesa dei suoi privilegi, per l’esclusione, controllo e repressione delle masse popolari e lavoratrici, per il rifiuto costante di un vero riformismo (mica quello delle “riforme” strutturali con cui i ladri di parole da anni ci asfaltano i marroni), e infine per la sua naturale tendenza a vendersi/ci allo straniero pur di mantenere intatti quei suoi privilegi.

Detto questo, so che lo smembramento dell’Italia è l’ultima carta che sempre quella solita classe dirigente è disposta a giocare per continuare a conservare quei suoi privilegi. Non sembra ancora del tutto decisa a giocarla ora. Sta ancora calcolando costi e benefici. Per ora si mantiene ancora solidamente ancorata al “vincolo esterno” della Unione europea che continuerebbe a chiederci e a chiederci e a chiederci … (l’ultima cosa che ci starebbe chiedendo con urgenza sarebbe quella di spiare, controllare e impedire le comunicazioni elettroniche sul web dei cittadini italiani).

Ma c’è chi, evidentemente, la scelta di smembrare l’Italia l’ha già fatta. Non il grande capitale nazionale, bensì il piccolo e medio capitale lombardo-veneto.

Se osserviamo il referendum leghista “a livello terra”, questo non è paragonabile a quello catalano.

la citta futura

Sarebbe questa la vostra ripresa?

di Carmine Tomeo

A dieci anni dall’inizio della crisi il divario italiano rispetto alle maggiori economie europee si allarga, in termini di Pil e di salari. Crescono le diseguaglianze, ma si portano avanti le stesse ricette economiche antipopolari. Occorre ribaltare il tavolo

Pochi giorni fa il governo ha passato la prova sul voto del Def (il Documento di economia e finanza), in sostanza il principale strumento della programmazione economico-finanziaria; il documento, attraverso il quale il governo indica la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine e la sottopone al voto parlamentare. Il Parlamento ha dato così il via libera alla Nota di aggiornamento del Def ed allo scostamento di Bilancio. Una votazione nella quale, tra l’altro, si è consumata l’ennesima pantomima di Mdp, che ha espresso voto contrario alla relazione del ministro Padoan - per l’approvazione della quale i voti del partito dei (quasi) fuoriusciti dal PD sono ininfluenti - ed ha votato a favore della risoluzione sullo scostamento di bilancio - dove i voti di Mdp sono necessari a non mettere in crisi il governo. A nulla valgono le giustificazioni secondo le quali il voto contrario avrebbe determinato l’applicazione automatica delle norme di salvaguardia, con aumenti dell’Iva. C’è da ricordare, infatti, che il pareggio di bilancio in Costituzione e le clausole di salvaguardia non sono cadute dal cielo: il primo è stato votato in Parlamento nel 2011; l'aumento automatico dell'IVA è stato introdotto tra le norme di salvaguardia dal governo Renzi, che ci ha impacchettato questo bel regalino nel 2015.

contropiano2

Tra forza e ragione, la lotta in Catalogna

di Dante Barontini

Vista da fuori, e senza alcuna intenzione di “dare consigli”, la vicenda catalana assume l’importanza strategica di un esperimento dal vivo che illumina e risolve problemi piuttosto complicati, al limite dell’incomprensibile se si usano le categorie concettuali in modo libresco e ripetitivo.

Non stiamo guardando un film già visto. Nonostante tutte le somiglianze possibili, infatti, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Figuriamoci poi se il fiume è un altro…

Nelle scorse settimane molta della discussione “comunista” sulla Catalogna si è affannosamente concentrata sulla falsa contrapposizione tra internazionalismo e autodeterminazione nazionale, partorendo posizioni politiche spesso imbarazzanti o, all’opposto, semplice tifo da stadio (come ai tempi dello “zapaturismo”).

La lotta catalana, invece, parla di noi. Rivela meccanismi oppressivi e di sfruttamento che agiscono quotidianamente ma sfuggono all’attenzione dei più (soprattutto se per “farsi un’opinione” ci si abbevera alle fonti del mainstream mediatico).

Al di là delle diverse specificità di paesi comunque accomunati nella qualifica di Pigs, il contesto è spaventosamente simile. La differenza principale è però eclatante perché riguarda la soggettività politica:

manifesto

La nuova vita dell’individuo libero

Lucio Cortella

Pubblichiamo un estratto della relazione di apertura di «Socialismo: un’idea (in)finita?», un seminario di studi che si svolgerà a Cortona il 13 e 14 ottobre

La proposta contenuta nel recente libro di Axel Honneth, L’idea di socialismo, è quella di presentare il socialismo come un’idea normativa, un’ideale forma di vita, fondata tuttavia – e questo è l’elemento di novità di questa proposta – non sul valore dell’uguaglianza ma su quello della libertà. La solidarietà e i reciproci rapporti di riconoscimento che dovrebbero caratterizzare questa forma di vita avrebbero come finalità immanente non tanto l’uguaglianza sociale quanto l’implementazione dell’autonomia individuale.

NEL PROPORRE la relazionalità sociale come condizione per la libertà Honneth mostra il suo debito nei confronti della teoria hegeliana dell’eticità e della sua idea fondamentale, secondo cui negli esistenti rapporti «etici» fra gli individui andrebbe individuata la radice e le possibilità della loro libertà. Rispetto a Hegel tuttavia Honneth opera una significativa «rotazione della prospettiva», considerando quelle strutture relazionali e solidaristiche non come già esistenti e operanti bensì come ideali futuri. In tal modo la stessa eticità (ovvero le relazioni solidali del socialismo) diventa un ideale morale, un «dover essere».

militant

La rivoluzione a metà

di Militant

«Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis de Saint-Just. Ieri sera è purtroppo avvenuto il mezzo passo indietro che smentisce la volontà della maggioranza di governo nonché i risultati del referendum. Un tradimento del mandato popolare, chiaro, inequivocabile, persistente, che si è espresso in ogni elezione degli ultimi due anni, a livello nazionale e municipale, e che ha costruito il processo indipendentista nella società catalana, nelle strade, nei posti di lavoro, nei dibattiti pubblici. Nonostante ciò, ieri è comunque avvenuto un passaggio storico. La dichiarazione di indipendenza, sebbene “sospesa”, è avvenuta. La sospensione, inoltre, toglie ogni alibi al governo di Madrid che, come volevasi dimostrare, ha risposto all’apertura di credito di Puigdemont con la chiusura totale di ogni riconoscimento della questione catalana. Le immagini dei proletari-deputati della Cup che, al grido di viva la Repubblica, firmavano il risultato di anni di lavoro politico e sociale, riflettono un rapporto di forze sconosciuto nel resto d’Occidente. Vendicano, certo parzialmente e simbolicamente, una Repubblica repressa nel sangue di una guerra civile durata quarant’anni.  Il problema è che dal referendum del 1 ottobre non si può tornare allo status quo ante. Davanti alla mobilitazione popolare c’è la proclamazione della Repubblica o la repressione spagnolista.

gliocchidellaguerra

Putin userà le criptomonete per fare la guerra al dollaro

Michele Crudelini

La manovra a tenaglia per ingabbiare la Russia di Putin non è solo militare. L’economia gioca un ruolo di primaria importanza in questo conflitto. Se il recente insprimento delle sanzioni USA contro la Russia aveva ribadito il gelo tra le due potenze, ora il nuovo attacco arriva dall’Europa.

 

Bloccare il circuito bancario alla Russia

Riportava Sputnik News come sia giunta dal Regno Unito una proposta molto aggressiva contro Putin, che rischia di scombussolare la struttura finanziaria che lega l’Occidente alla Russia. La nuova sanzione, chiamata “mossa dello SWIFT”, consisterebbe proprio nell’esclusione del gigante euroasiatico dalle transazioni finanziarie legate allo SWIFT. Cos’è lo SWIFT? Si tratta della Società per la telecomunicazione finanziaria interbancaria mondiale, che ha sede in Belgio. È il famoso codice SWIFT usato per i bonifici bancari nazionali ed internazionali.

La proposta è stata temporaneamente messa da parte in Europa, considerata troppo estrema dalla stessa Cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia l’intenzione è stata percepita dalla Russia con notevole preoccupazione per il futuro. Un’eventuale blocco del circuito SWIFT rappresenterebbe per Mosca un probabile collasso del sistema bancario nazionale.

la citta futura

Non è lavoro, è sfruttamento

di Eliana Como

Il libro appena edito di Marta Fana va dedicato alla classe operaia, perché legga se stessa in quelle pagine, esca dal senso di colpa in cui l’hanno relegata e tiri di nuovo su la testa

Non è lavoro, è sfruttamento è il libro di una giovane ricercatrice militante, Marta Fana, recentemente uscito in libreria per Laterza. Il libro è una sorta di viaggio oltre la frontiera dei diritti, lì dove si sperimentano le nuove e più radicali forme di sfruttamento, dai voucher al cottimo fino al lavoro gratuito, passando dall'alternanza scuola lavoro. Un viaggio dentro il reality del nuovo mercato del lavoro, dove non ci sono diritti, non c'è orario e non c'è luogo di lavoro, non c'è malattia e non ci sono ferie, a volte non c'è nemmeno salario. Insomma, lì dove il concetto di lavoro si dissolve in quello di sfruttamento.

Il libro è da leggere, scorre via veloce, scritto in una prosa semplice e gradevole. Mi permetto quindi una riflessione che va un po’ oltre. E un passo indietro. Cosa è lavoro e cosa è sfruttamento? Nel 1978 nel suo Dizionario di Sociologia, Luciano Gallino li definiva così. Lavoro: attività intenzionalmente diretta, mediante un certo dispendio di tempo e di energia, a modificare in un determinato modo le proprietà di una qualsiasi risorsa materiale o simbolica, onde accrescerne l’utilità per sé o per altri, con il fine ultimo di trarre da ciò, in via mediata o immediata, dei mezzi di sussistenza. Sfruttamento: vedi Capitale.

ilsimplicissimus

E adesso censura del web

di ilsimplicissimus

Non sono un amante dei cellulari, ma essendo ormai inevitabili qualche settimana fa ho dovuto sostituire il vecchio e naturalmente l’ho fatto cercando nei limiti del possibile di evitare i profitti della filiera che vanno dal 1000 al 1200 per cento e nello stesso tempo di prendere un prodotto aggiornato. Quindi anche con il lettore di impronte digitali per sbloccare l’apparecchio: solo uno dei tanti sistemi del dispositivo per evitare che qualcuno vada a leggere nella nostra anima di silicio: pin, password, particolari movenze sullo schermo, insomma una panoplia di sistemi a usbergo della nostra privatezza.

Senonché appena configurato l’apparecchio per scaricare e utilizzare una qualsiasi app dobbiamo concedere l’accesso a tutti i nostri dati, foto, scritti, contatti e quant’altro così da fare il nostro trionfale ingresso in un mondo grottesco nel quale possiamo negare qualsiasi informazione a mogli, mariti, fidanzati, amanti, amici, colleghi, parenti, magari ladri, insomma alle persone in carne ed ossa con le quali abbiamo un contatto reale, ma diciamo tutto di noi a grandi fratelli che poi faranno fruttare in senso commerciale i nostri gusti, le nostre curiosità, i nostri interessi, i nostri acquisti e viaggi, le nostre vite, ammesso che esse già non consistano nel consumo di qualcosa. E poi all’occasione le svenderanno ai servizi e al potere di cui essi stessi del resto fanno parte.

euronomade

Quando il nodo dell’ambivalenza si scioglie

di Benedetto Vecchi

Non è dato sapere se Zygmunt Bauman volesse correggere, modificare il manoscritto pubblicato con il titolo Retrotopia dall’inglese Polity Press, in Italia, da Laterza, la casa editrice che ha curato e tradotto gran parte della sua prolifica produzione teorica (pp. 181, euro 15).

È però un testo che può essere letto come un «testamento» del sociologo polacco e in cui è evidente un cambiamento radicale nel disegno del mosaico sulla società contemporanea, costruito in oltre trentanni. Alla fine degli anni Ottanta del Novecento, lo studioso ha voluto chiamare tale occorrenza «modernità liquida».

Per Bauman, è noto, sono evaporate come neve al sole le solide istituzioni del vivere in società emerse in secoli di conflitti sociali, guerre tra stati, ambiziosi progetti di plasmare l’«uomo nuovo» facendo leva sullo stato nazionale.

Dissolte certo, tuttavia per essere sostituite da un flusso più o meno tumultuoso di soggettivià, stili di vita, consuetudini. Un fiume che può essere certo incanalato – questo compito Bauman lo assegna al consumo – senza mai dare vita a istituzioni stabili nel tempo e nello spazio. Tutto è cioè transitorio e, come dettagliava, ambivalente. Il sociale della modernità liquida è cioè aperto a un esito di liberazione e di libertà, ma anche di oppressione e di conferma a una condizione di subalternità.

terzapagina

Sull’essere comunisti. Un punto di vista

di Carlo Tarsitani

Marx parla poco del comunismo: quando lo fa sembra riferirsi allo stesso tempo ad un processo (o movimento), che porta al cambiamento radicale dell’attuale forma d’organizzazione sociale, con l’abbattimento decisivo della struttura capitalistica dei rapporti sociali di produzione, e a una nuova condizione umana di libertà in cui possono essere soddisfatti i bisogni reali di ciascuno e di tutti e in cui tutti e ciascuno partecipino alla costruzione consapevole e cosciente di un futuro razionalmente concepito. Quindi, progresso e trasformazione. Lo scopo della società futura è la massima felicità per tutti gli uomini. Vale il famoso slogan da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni con la premessa che ad ogni uomo deve essere assicurato il pieno sviluppo delle sue capacità innate e/o apprese. Il comunismo costituisce la negazione del capitalismo, dato che la sua realizzazione si basa sull’eliminazione della proprietà privata e quindi del lavoro alienato. Tuttavia, pensare al comunismo in termini di progresso significa ereditare il patrimonio intellettuale lasciato dalle conquiste “progressive” del capitalismo, dall’abolizione degli antichi privilegi, delle credenze fideistiche, allo sviluppo della scienza e della tecnica (ovviamente nessuna nostalgia per i “buoni selvaggi” o per le comunità ascetiche). E quindi le condizioni necessarie per l’affermazione del comunismo sono poste dallo sviluppo capitalistico pienamente dispiegato.

gliasini

Ritratto di una giovane ribelle

Intervista a cura di Stefano Laffi

Nel 1970 e per poco più di 10 anni Feltrinelli pubblicò una collana dal titolo “Franchi Narratori”, in cui comparvero testi “eterodossi” rispetto sia alla saggistica che alla narrativa, cioè di fatto resoconti di storie e punti di vista non comuni, poco televisivi o poco presenti nel discorso pubblico, su temi anche scabrosi. La conversazione con questa ragazza, di 20 anni, di cui rispettiamo l’anonimato, potrebbe stare forse in quella collana, per la radicalità del suo punto di vista, così profondamente insoddisfatto del mondo, ma in costante ascolto delle grandi questioni che lo attraversano, alla ricerca della verità. Forse non rappresenta un posizione comune nella sua generazione ma certamente testimonia una lucidità di analisi e una capacità critica di cui molti adulti non si sono accorti, rispetto alle ragazze che hanno di fronte.

 * * * *

Quando nasce in te una spinta politica, o una sensibilità spiccata verso le faccende del mondo?

Ero piuttosto piccola. Mi sono sempre interessata a tematiche non comuni fra i miei coetanei, già alle elementari ero molto concentrata su questioni ambientali, seguivo un po’ Greeenpeace, nella misura in cui potevo, ero molto sensibile su questi argomenti, lo sentivo anche in maniera emotiva, mi veniva da commuovermi e da piangere per situazioni ambientali, per i problemi dell’inquinamento.

lavocedi newyork

Il Rosatellum? Serve ad allontanare i cittadini dalla politica

di Francesco Erspamer

Con la nuova legge elettorale, come già con l'Italicum, il Porcellum e il Mattarellum, il liberismo cerca di indebolire la democrazia

Al liberismo importa solo la deregulation morale, culturale e politica, perché è nel vuoto di valori e di solidarietà che i ricchi possono continuare ad arricchirsi. Il modello di Renzi e già prima di lui di Veltroni e buona parte del Pd (ancor più che di Berlusconi o di Forza Italia), sono gli Stati Uniti.

“Il Rosatellum non conviene a nessuno e non ci saranno maggioranze neanche con gli inciuci”, intitola il Fatto quotidiano riprendendo con linguaggio scandalistico una più sobria inchiesta del Corriere della sera secondo la quale con la nuova legge i risultati elettorali non porterebbero a significative variazioni o a una maggiore governabilità. È proprio un giornale liberista, il Fatto, e come tale del tutto incapace non solo di criticare ma anche di comprendere le strategie e i propositi del liberismo. Al liberismo non importa nulla della governabilità e tanto meno dell’efficienza, che infatti vengono istantaneamente sacrificate quando in qualsiasi modo possano nuocere ai ricchi, alle loro multinazionali e alla casta di servi sciocchi e privilegiati che li circondano.