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Brexit, prendere tempo per non perdere spazio?

Giuseppe Molinari intervista Marco Veronese Passarella

 104177355 brexit nodeal illustrationDagli scorsi mesi stiamo prestando particolare attenzione ai processi che stanno determinando un sostanziale cambiamento del quadro politico, economico e sociale internazionale. Sono sempre più evidenti quelle espressioni di rifiuto dello status quo all’interno della composizione sociale che, connesse ad una crisi che sembra infinita e a conflitti intercapitalistici più o meno diretti, ridefiniscono l’ordine mondiale: la globalizzazione è messa in discussione, così come il predominio secolare degli Stati Uniti, mentre l’Unione Europea vive al suo interno sempre maggiori contraddizioni, a partire da quanto sta succedendo in Gran Bretagna.

* * * *

Ne parliamo con Marco Veronese Passarella, a cui chiediamo, alla luce delle trattative tra governo britannico e Commissione europea, com’è orientato, ad oggi, il dibattito interno in Gran Bretagna? L’attesa prolungata e la mancata determinazione di una soluzione definitiva ha portato ad un rafforzamento delle posizioni moderate – nelle scorse settimane, per esempio, ci sono state alcune manifestazioni di piazza a favore dell'indizione di un nuovo referendum - o il sentimento pro-Brexit continua ad essere preponderante?

Nelle scorse settimane sono scesi in piazza i cosiddetti “ceti medi riflessivi”, ovvero coloro che vivono la Brexit con un certo senso di colpa e che sono ancora ottimisti sul possibile risultato di un secondo referendum. Va ricordato, innanzitutto, che il referendum del giugno 2016 fu una scelta fatta dai Tories per cercare di arginare e annullare l’Ukip e riportare quella massa di elettori nel recinto conservatore; da questo punto di vista l’operazione è riuscita, anche se, come abbiamo visto, ha determinato un esito diverso, incontrollabile per gli stessi conservatori.

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Rotta di collisione

intervista a Leonardo Mazzei

Il rifiuto italiano di piegarsi ai diktat della Commissione europea e lo scontro che ne deriva è una delle questioni più dibattute in Germania. Il sito tedesco Makroskop ha rivolto a Leonardo Mazzei alcune domande. Qui sotto l'intervista

Rotta di CollisioneLa commissione europea ha rifiutato il budget italiano definendolo una “deviazione senza precedenti” dai patti. Perché questa durezza?

La "deviazione senza precedenti" è un'esagerazione evidente. Negli ultimi quarant'anni solo 4 volte il rapporto deficit/pil è stato più basso del 2,4% previsto dal governo per il 2019. Anche nei due anni della massima austerità (governo Monti) questo rapporto fu al 3%. La posizione della Commissione europea, che oggi è arrivata a bocciare il Documento programmatico di bilancio italiano, si spiega solo politicamente. Si vuole colpire in maniera dura un governo che, pur senza attuare una netta svolta verso politiche espansive (come sarebbe stato invece necessario), ha deciso però un'inversione di tendenza rispetto alle politiche austeritarie.

 

La risposta italiana sembra ferma. È inevitabile una escalation?

La maggioranza di governo non può permettersi una retromarcia. Sarebbe un disastro politico. Essa sta cercando di realizzare dei risultati concreti - pensioni, reddito delle fasce più povere, fisco - senza arrivare allo scontro frontale con l'UE. Ma questa ricerca di un compromesso non è stata accolta a Bruxelles, anzi. L'escalation sembra dunque l'ipotesi più probabile.

 

Rimane comunque uno spazio per un compromesso? Conte ha detto che forse posticiperanno alcune spese. Un cambio di alcuni decimali non sembra decisivo.

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marcodellaluna

L’Italia e il nemico carolingio

di Marco Della Luna

Non si tratta di nazionalismo, ma di legittima difesa dell’economia contro interessi opposti

WidukindMentre scrivo queste righe, si scalda lo scontro sul deficit del bilancio 2019 (2,4% sul PIL) presentato dal governo italiano e la c.d. Europa, con impennate dello spread: Bruxelles, Moskovici, Dombrovskis lo cassano e minacciano una procedura di inflazione.

Oggi gran parte del mondo – USA, Cina, India, Russia… – ha ripreso con successo, più o meno vigorosamente, politiche espansive, di investimenti (a deficit), di riduzione fiscale e di crescita. I loro sistemi bancari fanno credito all’economia reale e non solo a quella finanziaria.

All’opposto, l’Unione Europea, con la BCE, resta stolidamente abbarbicata a un modello finanziario deflativo, incentrato su austerità e competizione nell’esportazione – cioè, non potendosi abbassare il corso dell’Euro, per recuperare competitività nell’export i paesi non dominanti abbassano salari. Di conseguenza, l’area comunitaria, e soprattutto l’Eurozona, è in coda ai paesi OCSE in quanto ad andamento economico. L’Italia è in coda a questa coda, per le ragioni che ora vedremo. Il sullodato modello finanziario deflativo non è frutto di masochismo, né incompetenza economica, né di ostinazione su dogmi smentiti dai fatti: esso è funzionale agli interessi del capitalismo tedesco e francese, e a ricaduta agli interessi degli elettorati tedesco e francese. Esso infatti, assieme all’Euro, serve al rastrellamento delle risorse dei paesi deboli e all’assunzione definitiva di un ruolo egemonico sull’Europa occidentale, da parte dell’Asse carolingio Berlino-Parigi. Il meccanismo è molto semplice, spiegato in tutti i testi di economia internazionale:

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“Se vuoi distruggere la Ue, devi fare quello che fa Bruxelles”

Deutschlandfunk intervista Sahra Wagenknecht

sarahGrande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque almeno interessante… L’arrivo dell’estrema destra al governo in Italia, con la collaborazione sottomessa dei Cinque Stelle, ha cambiato molte carte in tavola. Fin quando infatti l’avvento della destra nazionalista era solo un “pericolo” lo schema politico e mediatico era abbastanza semplice: “stringetevi intorno ai partiti di centro, liberali ed europeisti, se non volete trovarvi con il fascismo alle porte”. Anche molti stracci “di sinistra” abboccavano facilmente a quest’offerta, sostanzialmente perché non avevano nulla di originale da dire e molto da temere.

L’immagine somministrata dai media era quella di una “marea nera” che dissolve il vecchio ordine neoliberista, rompendo la “solidarietà europea” (che nessuno ha mai visto, tocca dire) e riaprendo conflitti tra paesi peraltro a abituati a darsele di santa ragione nei secoli. Il corollario non detto era che questa “marea nera” fosse in grado di compattarsi e assumere le redini del processo europeo, per distruggerlo o guidarlo in altra direzione.

C’era del vero, in questa immagine, ma solo a metà. E si è visto subito. Non sul tema dell’immigrazione – dove l’unità dei razzisti è ultra-scontata – ma sulla “legge di stabilità”, ovvero sulla legge fondamentale con cui ogni Stato, a prescindere dal colore della maggioranza politica governativa, decide le modalità di redistribuzione dei carichi fiscali e della spesa pubblica, favorendo o danneggiando specifiche figure sociali.

Qui il cosiddetto “fronte sovranista” (il termine è uno stigma strumentale, come abbiamo provato a spiegare) si è immediatamente sovrapposto al suo teorico avversario (il “fronte repubblicano da Macron a Tsipras”), condannando senza appello e con toni durissimi il governo italiano. In quanto italiano, senza alcuna indulgenza per il suo essere di estrema destra e razzista.

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vocidallestero

Perché l’isteria sul Def italiano non ha senso

di Orsola Costantini

Gli organi di informazione, con sprezzo del ridicolo, lanciano quotidianamente l’allarme rosso sugli sforamenti di qualche punto di indici economici da ben pochi davvero compresi nel loro complesso calcolo e funzionamento. Ottimo dunque questo articolo pubblicato sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, che mostra come, se si stenta a capire il senso dei parametri imposti dall’Unione europea è, molto semplicemente, perché questo senso non c’è. Formule e modelli basati su presupposti economici sbagliati servono più che altro a confondere e distrarre l’opinione pubblica, che discutendo a perdifiato (e spesso anche a vanvera) su cifre e percentuali perde la sostanza che c’è sotto: una strategia economica fondata su modelli irrealistici, ormai smentiti anche a livello accademico, al servizio di un disegno politico

italy italian 1280x500Le reazioni alle cifre inserite nel documento programmatico di bilancio si basano su ipotesi screditate e tradiscono un fondamentale fraintendimento della crescita economica e dell’austerità.

In questi giorni, niente accende gli animi come un nuovo documento programmatico di bilancio. Se poi è presentato dal governo più controverso (o forse al secondo posto) in Unione europea, quello italiano del Movimento Cinque Stelle e Lega, l’agitazione è garantita.

Il 27 settembre il ministro delle Finanze italiano Giovanni Tria ha comunicato alla Commissione europea l’intenzione di apportare modifiche al programma di bilancio stabilito dal precedente governo. “Il nuovo programma genererebbe un rapporto deficit/ PIL del 2,4% nel 2019, implicando un saldo strutturale di bilancio in rapporto al PIL di -0,8%, ossia una deviazione programmata dell’1,4% rispetto all’obiettivo".

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effimera

Il grande business del debito italiano

di Andrea Fumagalli

euro frottageFa scandalo la richiesta del governo italiano di portare il rapporto deficit/pil al 2,4% e così si alimenta una campagna mediatica – a destra come a sinistra – che ha in realtà il vero obiettivo di spianare la strada alla speculazione finanziaria. In base ai nudi dati economici, l’Italia non è affatto a rischio di insolvenza. All’elevato debito pubblico, infatti, fa da contraltare uno dei più bassi valori del debito delle famiglie e delle imprese. Se poi aggiungiamo il surplus commerciale (che è superiore allo stesso deficit pubblico del 2,4%), l’allarme lanciato è solo giustificabile sul piano politico e ideologico e non economico. 

Dovrebbe invece fare scandalo che negli ultimi 25 anni sono state promosse politiche  fiscali che hanno ridotto le imposte per le società di capitale e le aliquote sui redditi più alti, aumentato le aliquote sui redditi più bassi, ridotto fortemente la progressività, a vantaggio della rendita finanziarie e dei più ricchi, Tali misure hanno sottratto ingenti risorse al bilancio dello stato favorendo, insieme alla spese per interessi, l’aumento del debito pubblico.

Dovrebbe fare ancor più scandalo che a fronte di questa situazione, uno dei cavalli di battaglia di questo governo, sia la “flat tax”.

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Due sono le principali accuse che la troika economica e le agenzie di rating (entrambe espressione degli interessi dell’oligarchia finanziaria internazionale) rivolgono alla proposta di legge di stabilità del governo italiano.

La prima ha a che fare con la scelta di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil, ben sopra al limite (1,6%) ufficiosamente pattuito dalle precedenti leggi di stabilità dei governi Renzi-Gentiloni (che, a fine 2017, è arrivato al 2,3% nel silenzio generale) ma ben al di sotto del limite ufficiale sancito dagli accordi del 1997 che è pari al 3%.

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paginauno

Germania, Target 2 e Piano B

Quando l’Europa fa le pentole ma...

di Giovanna Cracco

Bomba euro germania"La probabilità che l'euro decada non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione". Parole di Kai Konrad, organizzatore insieme a Jorg Rocholl del convegno "L'euro è sostenibile - e se invece non lo è?" (Is the euro sustainable - and what if not?) tenutosi il 14 marzo scorso all'ESMT, European School of Management and Technology, di Berlino (1). Non pensiamo a due figure marginali: Konrad, attuale direttore del Max Planck Institute for Tax Law and Public Finance, è stato presidente del Consiglio dei Consulenti tecnici al Ministero delle Finanze tedesco dal 2011 al 2014, e Rocholl, presidente dell'ESMT, nello stesso ministero è dal 2011, e tuttora, membro del Comitato economico.

Come riporta Die Welt (2), gli economisti invitati hanno concordato sulla necessità di modificare i Trattati dell'Unione europea inserendo una regola eurexit, secondo tre scenari ipotizzabili: l'uscita di un Paese senza il consenso degli altri Stati, l'uscita con il consenso degli altri Stati, l'uscita imposta a un Paese contro la sua volontà. "I vantaggi derivanti dall'avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all'uscita, compresa l'attuale incertezza, rendendo così i conflitti fra gli Stati meno probabili", ha affermato Clemens Fuest, presente all'incontro, accademico di forte peso nell'opinione pubblica tedesca, presidente dell'Ifo Institute for Economic Research, l'ente di ricerca più importante del Paese.

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Regole per chi?

Italia e Germania, le doppie morali dell'euro

Giovanna Cracco intervista Sergio Cesaratto

Screenshot from 2018 10 15 12 59 24Nell’ignoranza drammatica in cui i media mainstream tengono i cittadini italiani in tema di Unione europea, una narrazione si è talmente solidificata da essere divenuta faticosamente scalfibile: l’Italia non rispetta le regole, ed è per questo che fatica economicamente a stare al passo con gli altri Paesi dell’eurozona; ha speso e continua a spendere troppo in welfare, ed è per questo che il suo debito pubblico tocca vette da capogiro in rapporto al Pil. Ad aprile di quest’anno Sergio Cesaratto, professore di Politica monetaria e fiscale dell’Unione economica e monetaria europea all’Università di Siena, esce per i tipi di Imprimatur con un agile saggio che demolisce pezzo per pezzo questa errata narrazione. Unendo chiave di lettura politica e analisi economica, con un linguaggio semplice e comprensibile anche a chi non mastichi di economia, Cesaratto mostra quanto i disequilibri dell’eurozona abbiano ragioni strutturali e sistemiche, e come queste siano aggravate dalle scelte dei governi tedeschi, che da anni portano avanti un modello economico incompatibile con le regole di una unione monetaria. Applicando oltretutto una doppia morale all’interno della Uem: i Pigs devono rispettare le norme, quelle scritte nei Trattati e quelle non scritte di disciplina economica, la Germania no.

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Partiamo dall'inizio: l'Italia è tra i Paesi fondatori dell'Unione europea, e ne ha promosso e seguito l'intero percorso, dalla Ceca alla Cee, dall'entrata nello Sme all'Atto Unico Europeo nel 1986. Approdare a Maastricht nel 1992 e alla moneta unica era quindi in qualche modo già scritto nella strada intrapresa, eppure non c'è dubbio che legarsi ai cosiddetti “vincoli esterni”, in tema di bilancio pubblico e politica monetaria, è stato un 'salto di qualità', se così possiamo definirlo, importante rispetto al far parte solo di un mercato comune, come era l'Unione disegnata fino a quel momento dai Trattati sottoscritti. Perché i governi italiani hanno deciso di farlo? Tu individui nel libro ragioni sociali ed economiche...

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vocidallestero

L’Italia distruggerà l’eurozona?

Ilia Roubanis intervista Sergio Cesaratto

Da New Europe, l’intervista al professore Sergio Cesaratto, docente di Economia Internazionale all’Università di Siena e nome ben conosciuto all’interno del dibattito critico sull’euro. Il professor Cesaratto spazia a tutto tondo su debito pubblico italiano e la sua sostenibilità, lo spread, le politiche economiche del governo gialloverde e lo scontro che si prospetta tra Italia e Unione europea. Scontro che, nelle sue parole, non sembra poter terminare, a causa della stolidità tedesca, se non con la distruzione di uno dei due contendenti

02 Monte dei i Paschi 1280x500Il dibattito critico sull’euro è mainstream in Italia. L’attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.

L’economia è l’epicentro della discussione.

Fino all’inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.

In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all’Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell’Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania – Le doppie morali dell’euro” edito da Imprimatur.

Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l’attenzione sulla teoria della crescita e dell’innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull’economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.

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New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l’Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?

Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:

1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera

2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri

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economiaepolitica

Le doppie morali della crisi europea

di Lucio Baccaro

chi non rispetta le regole 640x933Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).

 

La lettura “tedesca” della crisi

Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.

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sinistra

L’euro come governo politico dell’accumulazione capitalistica

La necessità dell’exit*

di Domenico Moro

jpg a 65 a colEuro come strumento di modifica dei rapporti di forza

L’integrazione monetaria europea, sebbene sia percepita come costruzione tecnico-economica, è soprattutto un progetto politico, intendendo la politica come definizione dei rapporti di forza tra classi dominanti e subalterne e tra settori di classe. Lo Stato, pur essendo sempre l’organismo della classe economicamente dominante, è al contempo il luogo della mediazione tra le classi, rappresentando la cristallizzazione dei rapporti di forza raggiunti in una certa fase storica. L’integrazione europea - soprattutto l’introduzione di una valuta comune - sono stati progettati e sono utilizzati per la modificazione dei rapporti di forza tra le élites capitalistiche e le classi popolari ereditati dalla sconfitta del fascismo e dal periodo di avanzamento delle lotte di massa degli anni ’60 e ’70. Tale modificazione avviene attraverso la rimodulazione dello Stato e del rapporto tra le sue istituzioni.

 

Cosa è la Sovranità

La questione della sovranità è centrale in questo contesto. Il concetto di sovranità viene connotato da alcuni come di per sé di destra e reazionario. Invece, sovrano è semplicemente quel potere o autorità che non dipende nè è soggetto ad un altro potere all’interno di un dato territorio geografico. La realizzazione della sovranità dello Stato, e quindi della prevalenza sugli altri poteri locali e particolaristici o sovrannazionali (la Chiesa ad esempio) è il risultato del superamento della frammentazione del potere feudale-medievale. Sebbene la sovranità si sia spesso identificata - per ragioni storiche specifiche dell’Europa - nella nazione, ossia nella unità di caratteristiche linguistiche, culturali, ed economico-sociali, suo ambito e strumento di attuazione è lo Stato.

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micromega

Un sovranismo democratico per un nuovo europeismo

di Alessandro Somma

populismo conflitto sociale sovranismoUn scontro tra europeisti e sovranisti, i primi raccolti attorno a Macron e i secondi guidati da Orbán e Salvini. È questa l’immagine più utilizzata per rappresentare lo scontro in atto, confezionata ad arte per nascondere la sostanziale convergenza di europeisti e sovranisti, fautori i primi di un neoliberalismo cosmopolita e i secondi di un neoliberalismo nazionale. E per impedire di riconoscere che il vero confronto è quello tra i fautori di un ritorno agli Stati per alimentare una guerra per la conquista dei mercati, e chi vuole invece ripristinare la dimensione statale per impiegarla in una guerra ai mercati: terreno sul quale si gioca il rilancio della sinistra.

È dunque un rilancio che passa da un diverso sovranismo. Non quello incentrato su valori premoderni buoni solo a reprimere i conflitti causati dalla modernità capitalistica, bensì quello democratico: volto a ripristinare la sovranità popolare in quanto fondamento della democrazia economica, oltre che della democrazia politica.

 

Il momento Polanyi

La società, rilevava Polanyi nel corso degli anni Quaranta, è naturalmente portata a difendersi dal mercato autoregolato, a opporre al movimento verso “l’allargamento del sistema di mercato” un “opposto movimento protezionistico”. Si assiste così a un “doppio movimento”, il primo volto ad affermare “il principio del liberalismo economico”, e il secondo quello “della protezione sociale”. Quest’ultimo movimento, verso la ripoliticizzazione e risocializzazione del mercato, può avvenire nel rispetto dell’ordine politico democratico, come è successo con il New Deal statunitense, ma anche attraverso il suo affossamento, come si è verificato nel Ventennio fascista[1].

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Il partito (italiano) che vuole l'Italia in crisi

Federico Ferraù intervista Alessandro Mangia

Perché con il deficit Macron può fare quello che gli pare e noi no? Perché il partito del pareggio di bilancio in Italia è così agguerrito? L'analisi e lo scenario

europa unioneeuropea commissione lapresse thumb660x453Un antipopulista a vocazione continentale che fa il populista alla bisogna, approfittando del fatto che il suo paese è ancora troppo importante per essere commissariato. Un economista che rilascia interviste da premier in pectore, facendo della riduzione del deficit e del debito il comandamento di una religione secolare. In attesa che il patto M5s-Lega si rompa, magari con l'aiuto del Colle, per andare a Palazzo Chigi. C'entrano le due cose? Eccome, secondo Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell'Università Cattolica di Milano.

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Dopo che Macron ha comunicato di voler aumentare il deficit fino al 2,8% per tagliare 25 miliardi di tasse, Di Maio ha detto: facciamo anche noi il 2,8% come loro. Alla luce di quanto accaduto fino ad oggi, però, noi non abbiamo potuto fare quello ha fatto la Francia: perché?

Perché la Francia, nell'assetto attuale d'Europa, è un elemento essenziale per la tenuta del sistema di potere che si è instaurato dopo la crisi del 2010-2011. E quindi le va lasciato margine di manovra. Senza la foglia di fico francese dell'asse franco-tedesco sarebbe evidente a tutti chi domina e chi è dominato in Europa: e l'Europa si ridurrebbe alla sola Germania e ai suoi sottoposti.

 

Vuol dire che in cambio di una parte in commedia, alla Francia viene lasciata maggiore libertà di bilancio?

Proprio così. Una libertà di bilancio e di spesa che, però, stanti le caratteristiche strutturali della moneta unica, si traduce in maggior debito e maggior deficit sull'estero.

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“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”

di Luciano Vasapollo e Rita Martufi

Inflazione 259682Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati maggiormente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti della crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni Settanta, nel contesto della così detta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.

Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.

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“Finalmente dai NO si passa alla proposta”. La vendetta dei Pigs

di Stefano Zai*

Un commento al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop

Eurostop convegno su Pigs presidenzaIl testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.

Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.)