Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

paginauno

L'Unione Europea di Hayek

di Giovanna Cracco

fvonhayekCi attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del 'sistema' Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l'unico che consente di guardare l'Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l'Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un'idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.

L'affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi - gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keyne-siano - il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale - la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione. Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell'esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L'economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l'ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione - capitali, merci, persone - e trova la soluzione nella sua "abrogazione".

Print Friendly, PDF & Email

senso comune

Critica del neoliberismo e critica dell’europeismo devono procedere assieme

Fabio Cabrini intervista Domenico Moro

moro 850x609Il titolo del tuo ultimo libro “La gabbia dell’euro” non lascia spazio a troppe interpretazioni. Ci spieghi, in sintesi, perché la zona euro dovrebbe essere intesa come una camicia di forza dalla quale liberarsi il prima possibile? Cosa rispondi alle critiche di coloro che vedono nell’uscita, dati gli attuali rapporti di forza, un evento che andrebbe ad avvantaggiare esclusivamente i partiti nazionalisti?

DM: L’integrazione europea, in particolare quella monetaria, aliena alcune importati funzioni – bilancio e moneta – dallo Stato alle istituzioni sovranazionali europee. Lo scopo è sottrarre le decisioni economiche fondamentali all’influenza dei Parlamenti, ossia alla sovranità popolare e ai lavoratori, allo scopo di ricondurle sotto il controllo dello strato superiore e fortemente internazionalizzato del capitale. L’integrazione europea modifica, insieme al funzionamento delle istituzioni dello Stato, anche i rapporti di forza tra classi sociali, lavoratori salariati e capitalisti, a favore di questi ultimi. Per questa ragione, in Europa al centro di una politica democratica e favorevole alle classi subalterne non può che esserci il superamento dell’euro e dei Trattati, in pratica il superamento della Ue. Dire che per uscire bisogna aspettare rapporti di forza favorevoli è sbagliato. Infatti, se uscire espone a dei rischi e rimanere è disastroso, qual è l’alternativa? Una tale posizione è ingenua e impolitica, condannando alla irrilevanza e all’impotenza qualsiasi posizione politica progressiva e di classe. I rapporti di forza si modificano attraverso la politica, cioè mediante la creazione di consenso e la costruzione di organizzazione attorno a posizioni forti e adeguate alla fase storica. Uscire dall’euro è una di queste posizioni, anzi al momento è quella centrale, imprescindibile nella definizione di un programma di sinistra e socialista.

 

A maggio si terranno le elezioni europee. A parte che un eventuale spostamento dei rapporti di forza si andrebbe a realizzare in un organo, il Parlamento europeo, dal peso specifico assai relativo, c’è anche da dire che il PPE e il PSE, forze che si richiamano a un europeismo di matrice neoliberale, quasi certamente manterranno la maggioranza. Insomma, ad oggi sembra alquanto difficile immaginare, come fanno alcuni sovranisti di destra, dei cambiamenti sostanziali circa gli equilibri vigenti. Cosa ne pensi?

Print Friendly, PDF & Email

econopoly

Errori di previsione del Pil durante l’Eurocrisi: quali cause?

di Emiliano Brancaccio e Fabiana De Cristofaro*

Da cosa dipesero i gravi errori di previsione della crescita del Pil durante la crisi? Per l’ex capo economista del FMI Olivier Blanchard si trattò di una sottostima dei “moltiplicatori keynesiani”, che portò anche a sottovalutare gli effetti recessivi dell’austerity. Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi provano a confutare questa tesi e nel loro nuovo libro suggeriscono un’interpretazione alternativa. Emiliano Brancaccio, invece, questa volta spezza una lancia a favore dell’economista francese fornendo nuove evidenze empiriche a sostegno della sua interpretazione

Tutte le tappe dell Eurocrisi. Cronologia di 5 anni di passioneRiabilitare la politica di austerity, nella versione basata sui tagli alla spesa pubblica: è questo l’ambizioso obiettivo di Austerità, il nuovo libro di Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi, che discuteremo oggi presso l’Università Bocconi.

Questo libro ha alcuni meriti. In primo luogo, presenta una metodologia di analisi in parte inedita, basata sul concetto di “piani fiscali” e su un insieme di dati più esteso di quelli solitamente adoperati dalla letteratura in materia. Inoltre, gli intenti scientifici del volume sono giudiziosamente delimitati: per esempio, gli autori specificano che i loro “risultati non indicano in alcun modo quali siano le dimensioni ottimali del settore pubblico” e aggiungono che l’impatto delle politiche di austerity sui livelli di disuguaglianza è “questione che esula dai propositi del libro”. Chi dunque speri di trovare in Austerità un sostegno indiscriminato alle politiche di lacrime e sangue, alle dottrine sullo “Stato minimo” o alle strategie reaganiane per “affamare la bestia” statale, rimarrà probabilmente deluso.

Nonostante le sue qualità, tuttavia, confessiamo che il libro non ci ha ammaliati. Qui ci soffermeremo su uno dei punti del volume che ci sono sembrati meno convincenti: si tratta dell’esercizio con il quale i tre autori provano a confutare una celebre tesi “keynesiana” di Olivier Blanchard. L’economista francese, ex capo della ricerca del Fondo Monetario Internazionale, ha sostenuto che gli errori di previsione sull’andamento del Pil in Europa durante la crisi sarebbero da imputare a una sottostima dei cosiddetti “moltiplicatori” della spesa autonoma. A nostro avviso la tesi di Blanchard regge alla prova empirica mentre il tentativo di confutazione di Alesina, Favero e Giavazzi ci pare contestabile. Ecco perché, dopo averlo in varie occasioni criticato, questa volta abbiamo ritenuto giusto scrivere un “Pro-Blanchard”.

Print Friendly, PDF & Email

laboratorio

Il Trattato di Aquisgrana e la fine dell’Europa politica

di Domenico Moro

Trattato di AquisgranaIl 6 febbraio 2019 la commissaria alla concorrenza della Ue, Margrethe Vestager, ha bocciato la fusione tra Alstom e Siemens nel settore ferroviario. Immediatamente la Francia e la Germania hanno dichiarato che avrebbero dato avvio a un processo di revisione delle regole della concorrenza. Ben diverso è stato l’atteggiamento dei due Stati in occasione della fusione tra Fincantieri e Stx France, nella cantieristica. In questo caso la Francia, sostenuta immediatamente dalla Germania, ha chiesto alla commissione alla concorrenza di esaminare la fusione alla luce del regolamento sulle concentrazioni. Si tratta di un esempio che dimostra quanto l’Europa sia tutt’altro che un organismo unitario. La Ue, in realtà, è un sistema intergovernativo dove gli Stati non solo continuano ad esistere ma agiscono, sempre di più, secondo interessi e strategie nazionali. Al di là dei numerosi esempi in tal senso degli ultimi anni, specie dopo lo scoppio della crisi del debito pubblico, il Trattato di Aquisgana, siglato a gennaio dai governi di Francia e Germania, sancisce definitivamente l’inesistenza dell’Europa non solo come soggetto politico unitario, ma persino come terreno politico di coordinamento tra Stati.

La scelta della città di Aquisgrana ha una forte valenza simbolica. Infatti, Aquisgrana fu la capitale dell’Impero carolingio, che unì in uno stesso organismo politico Francia e Germania. Attorno al nucleo centrale composto da questi due Paesi, l’impero di Carlo Magno riuniva gli attuali Belgio, Olanda, Austria, Italia centrosettentrionale e Catalogna, insomma quello che ora è il nocciolo duro dell’area euro. Mentre l’Europa si scopre sempre più divisa su molte tematiche, e le divergenze economiche tra i Paesi si sono allargate sempre di più, la Francia e la Germania anziché lavorare, come vorrebbe la retorica europeista, ad una maggiore integrazione europea, si focalizzano sull’integrazione franco-tedesca con obiettivi e istituzioni proprie.

Print Friendly, PDF & Email

vocidallestero

La testimonianza di Yanis Varoufakis che lo condanna

I negoziati segreti e le speranze deluse

di Eric Toussaint

Eric Toussaint, dottore in scienze politiche dell’università di Liegi e di Paris VIII e coordinatore dei lavori della “Commissione per la verità sul debito pubblico greco” creata il 4 aprile 2015 su iniziativa del Presidente del Parlamento greco e poi ben presto disciolta, ha ricostruito in una serie di articoli le vicende dei febbrili negoziati tra Bruxelles e il governo greco durante i giorni più caldi della crisi, basandosi sul libro pubblicato dall’ex ministro Varoufakis e sui suoi stessi ricordi. Qui si ricostruiscono gli accordi sulle privatizzazioni con i Cinesi e le interferenze della Germania, le speranze disilluse sull’aiuto dei russi e degli americani, e la fugace esaltazione per la coraggiosa decisione, presto rientrata, di non pagare il debito al Fmi. In particolare Toussaint sottolinea la rinuncia del governo greco a comunicare col popolo degli elettori per cercar di spiegare la situazione e ottenere il sostegno ad azioni coraggiose

yanis lagardeNell’undicesimo capitolo del suo libro, Yanis Varoufakis spiega di essere intervenuto per portare a termine la vendita del terzo terminal del Porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, che già gestiva dal 2008 i terminal 1 e 2. Come Varoufakis stesso riconosce, Syriza prima delle elezioni aveva promesso che non avrebbe consentito la privatizzazione della parte restante del porto del Pireo. Varofakis continua: “Syriza durante la campagna dal 2008 prometteva non soltanto che avrebbe impedito il nuovo accordo, ma che avrebbe totalmente estromesso Cosco“. E aggiunge: “Avevo due colleghi ministri che dovevano la loro elezione a questa promessa“. Tuttavia Varoufakis si affretta a cercar di concludere l’accordo di vendita a Cosco. Se ne occupa con l’assistenza di uno dei consulenti senior di Alexis Tsipras, Spyros Sagias, che fino all’anno precedente era stato consulente legale della Cosco. Nella scelta di Sagias c’era quindi un chiaro conflitto di interessi, cosa che Varoufakis riconosce (pag. 313). Era stato lo stesso Sagias, peraltro, a redigere il primo accordo con Cosco nel 2008. Sagias negli anni ’90 era stato consigliere anche del primo ministro del PASOK Konstantinos Simitis, che aveva organizzato la prima grande ondata di privatizzazioni.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte?

di Alessandro Barile

UE 300x200«Senza teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario» Lenin

«Un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria» Engels

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato dal sistema politico-mediatico si concentra nei pressi proprio dell’Unione europea: sovranità politica o popolare, sovranismo, populismo, questione nazionale, lotta alla globalizzazione, crisi economica et similia. L’Unione europea è al centro di ogni frame discorsivo massmediatico che ci investe quotidianamente. Va però riconosciuto che siamo entrati in una fase diversa. Se negli anni attorno allo scoppio della crisi economica, e soprattutto – in Italia – nel periodo tra il 2009 e il 2012, andava introdotto a forza un pensiero critico che ponesse la Ue al centro delle riflessioni sistemiche, oggi questa critica si è assestata. Procede affinandosi, ovviamente, ma si è resa in qualche modo inaggirabile, al di là di come la si pensi sulla rottura o meno della costruzione europeista. Per essere più precisi: la critica alla Ue è andata sedimentando tre posizioni, espressioni di altrettante sinistre: da una parte la sinistra anti-Ue, che orienta la sua proposta politica attorno al tema della rottura coi vincoli europeisti; dall’altra, quella sinistra che, nonostante il posizionamento critico, persiste nel dichiararsi europeista, proponendosi al più di «cambiare dall’interno» il rigido regime liberista di Maastricht; c’è poi una sinistra che decide di posizionarsi fuori da questo schematismo, lasciando decisioni e ragionamenti in sospeso, evitando il confronto diretto con la questione europeista.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Il grandioso crollo dell’austerità europea

di Claudio Conti

A seguire un articolo di Guido Salerno Aletta da Milano Finanza

kdhbekmeaibewPiovono conferme, non avevamo capito male. Il “documento Altmaier” è la dichiarazione di fallimento del modello economico che è stato imposto con la forza alla Germania e a tutta l’Unione Europea negli ultimi venti anni. E l’annuncio, ancora imbarazzato e senza una chiara strategia, di una inversione di rotta.

Non basta infatti rendersi conto di aver sbagliato tutto, se l’universo concettuale con cui si ragiona è ancora quello che ha prodotto il disastro. Ne abbiamo una dimostrazione nel demenziale “dibattito politico” italiano, dominato da “esperti” che ripetono le antiche sciocchezze sull’austerità necessaria e i “soldi che non ci sono”, incaricati di combattere degli autentici idioti che sentono suonare le campane ma non sanno da dove (Lega e Cinque Stelle).

L’errore, infatti, non è dipeso da un cattivo uso della ragione, ma dalla assoluta prevalenza di interessi materiali: in specifico quella delle multinazionali dell’industria manifatturiera classica e della finanza speculativa. Un’accoppiata che ha impedito di affrontare sul serio le sfide dell’innovazione tecnologica (pur riempiendosene la bocca ad ogni cerimonia ufficiale), ha depresso violentemente il mercato interno europeo (il primo del mondo, quando ancora i salari non erano stati violentemente compressi), e soprattutto distrutto il sistema dell’istruzione (in Italia siamo arrivati addiritura a sentire ministri dire “con la cultura non si mangia”…).

La borghesia multinazionale europea, grazie al dominio della Germania, si è crogiolata nel vantaggio accumulato nei decenni precedenti (grazie a quel “modello sociale europeo” imposto dal conflitto sociale e dalla presenza dell’Urss), mentre gli Stati Uniti delocalizzavano la produzione e i giganti asiatici cominciavano appena a tirarsi fuori dal sottosviluppo.

Print Friendly, PDF & Email

conness precarie

L’ordine non regna in Europa

L’insurrezione dei gilet gialli e la sfida transnazionale

di Transnational Social Strike Platform

GJL’ordine non regna in Europa. La scena politica già occupata dagli scontri tra i governi nazionali è ora scossa da segnali di rivolta da Est a Ovest. Il rischio di disintegrazione dell’UE, paventato dalle istituzioni europee dopo la crisi greca per frenare qualsiasi tentativo di messa in discussione delle politiche di austerity, si è ora trasformato nella paura concreta dei governi del diffondersi di atti d’insubordinazione. La sollevazione in Ungheria contro la ‘slave law’ di Orbàn, le manifestazioni in Serbia e Albania contro la violenza del governo, la ribellione delle donne all’ordine sociale patriarcale, gli scioperi che attraversano tutti i settori del lavoro, dai centri logistici agli ospedali, dagli uffici postali alle fabbriche, l’ingovernabile movimento dei migranti che sfida ogni giorno i confini e il razzismo istituzionale. Sono tutte espressioni differenti, per quanto spesso sconnesse tra di loro, di una crescente rivolta contro lo stato di cose presente. Il segno del rifiuto di un sistema che, in maniere diverse e con attori politici differenti, mira a ottenere donne e uomini ubbidienti e sfruttabili attraverso l’impoverimento e la precarizzazione. Se in Europa dell’Est il tentativo di disciplinare il malcontento sociale attraverso l’uso di una retorica nazionalista sta dando segni di cedimento, a Ovest l’idea che le istituzioni neoliberali possano conservare l’ordine sociale si sta frantumando. Che ricorrano a un comando autoritario o facciano appello alle possibilità del mercato, i sistemi politici sembrano incapaci di rispondere alle pretese avanzate dai lavoratori e dai movimenti sociali. Con il sopraggiungere delle elezioni europee che costringono i leader politici a cercare modi per farsi notare, cresce l’incertezza e il transnazionale riemerge nuovamente quale terreno di lotta cruciale. È all’interno di questo quadro che da novembre, la Francia (e le sue regioni e dipartimenti oltremare) è attraversata da ondate di proteste e scioperi ingovernabili, diffusi e sostenuti da manifestanti con il gilet giallo (Gilets Jaunes).

Print Friendly, PDF & Email

resistenze1

Un'élite liberale europea ci attira ancora verso l'abisso

di Johnathan Cook [globalresearch.ca]

thebridgebygatetonowherUn gruppo di 30 rispettati intellettuali, scrittori e storici ha pubblicato un manifesto lamentando l'imminente collasso dell'Europa e dei suoi presunti valori illuministici di liberalismo e razionalismo. L'idea di Europa, avvertono, "sta cadendo a pezzi davanti ai nostri occhi", mentre la Gran Bretagna si prepara alla Brexit e i partiti "populisti e nazionalisti" sembrano pronti a incassare ampi successi nelle elezioni in tutto il continente.

Il breve manifesto è stato pubblicato nelle riviste europee dell'élite liberale, in giornali come The Guardian.

"Dobbiamo ora combattere per l'idea di Europa o perire sotto le ondate del populismo", si legge nel documento. Fallire significa che "il risentimento, l'odio e una pletora di infelici passioni ci circonderanno e sommergeranno".

A meno che non si possa cambiare la situazione, le elezioni in tutta l'Unione europea saranno "le più calamitose che abbiamo mai conosciuto: una vittoria per i sabotatori, la disgrazia per coloro che credono ancora nell'eredità di Erasmo, Dante, Goethe e Comenius; il disprezzo per l'intelligenza e la cultura; esplosioni di xenofobia e antisemitismo ovunque; il disastro".

Il manifesto è stato scritto da Bernard-Henri Levy, il filosofo francese devoto ad Alexis de Tocqueville, un teorico del liberalismo classico. Tra i firmatari figurano i romanzieri Ian McEwan, Milan Kundera e Salman Rushdie, lo storico Simon Shama e i premi Nobel come Svetlana Alexievitch, Herta Müller, Orhan Pamuk e Elfriede Jelinek.

Sebbene non nominati, i loro eroi politici europei sembrano essere l'Emmanuel Macron di Francia, attualmente impegnato nel tentativo di schiacciare le proteste popolari contro l'austerità dei Gilet gialli e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a presidio delle barricate per l'élite liberale contro una rinascita dei nazionalisti in Germania.

Print Friendly, PDF & Email

lasovranitaappartiene

Il Socialismo comincia a casa propria

Intervista a Costas Lapavitsas

repubblica italiana2Costas Lapavitsas – Il libro è ovviamente una critica all’UE così com’è. È una valutazione di dove si trova l’Unione, di ciò che è diventata e della sua probabile direzione. È un tentativo di affermare che la sinistra non dovrebbe avere nulla a che fare con la difesa di questo insieme di istituzioni. Dovrebbe assumere una posizione critica e respingente. Sto affermando che questo è l’unico modo per sviluppare una politica radicale in Europa, un programma economico e sociale radicale e internazionalista.

* * * *

Michael Calderbank – Il ritorno più ovvio sarebbe che le forze che minacciano di fare a pezzi l’UE – i populisti in Italia, o l’AfD in Germania – che sono anti-immigrati, di destra, se l’UE si disintegra, saranno quelle che ne trarranno benefici. Come risponderesti a questo?

Lasciatemi dire sin dall’inizio che, naturalmente, non dovremmo avere nulla a che fare con queste forze reazionarie e razziste. Dovremmo opporci a tutti loro. Ma per capire perché sono diventati così potenti e per capire cosa dovremmo fare, dobbiamo iniziare con la stessa UE. L’emergere di queste forze non è casuale. Ha a che fare con ciò che l’UE è diventata. Solo partendo da questa prospettiva possiamo capire cosa dovrebbe fare la sinistra.

Allora perché l’estrema destra è così potente e l’UE in questo stato? La prima cosa da osservare è che l’UE affronta una crisi esistenziale diversa da qualsiasi altra nel passato. Ha a che fare con ciò che è, cosa fa e quali interessi serve. È una crisi che è il risultato della profonda trasformazione da Maastricht in poi.

Maastricht è stato un momento chiave. Quello che è successo è che l’UE è emersa come un difensore intransigente del capitale contro il lavoro, un promotore del neoliberismo, con una serie molto rigida di meccanismi che si fa strada come bulldozer spianando ogni tipo di opposizione.

Print Friendly, PDF & Email

eticaeconomia

Draghi sulle crisi: come affrontarle in un’area valutaria?

di Francesco Farina

mario draghi 979279Nel discorso tenuto in dicembre in occasione della Laurea Honoris Causa in Economics dell’Università Sant’Anna di Pisa – un denso excursus sulla vicenda europea – il Presidente della BCE Mario Draghi si è espresso con la libertà di giudizio che nella sua posizione ci si conquista soltanto a fine mandato. Draghi ha rilevato come la crisi finanziaria abbia portato alla luce i seri problemi di aggiustamento agli shock che si celano nell’impianto dell’euro. Molti, ed altrettanto enormi, sono tuttavia anche i vantaggi dell’euro: all’incremento dimensionale dei mercati di sbocco dei prodotti, permesso dai vari allargamenti del mercato unico, ha fatto seguito l’abbattimento dell’incertezza sulla redditività attesa degli investimenti; esso ha consentito alle imprese dell’area valutaria di trarre il massimo vantaggio dallo sfruttamento delle economie di scala. Draghi ha sottolineato inoltre, correggendo il giudizio sulla stasi ventennale della produttività in Italia, che incrementi in realtà ce ne sono stati. Se i dati sulla performance del nostro sistema economico non sono in grado di esibirli è perché tali progressi sono occultati nella sequenza di beni intermedi italiani inseriti nelle più importanti “catene di valore” europee. Il vasto settore manifatturiero italiano vanta infatti una significativa partecipazione – che riguarda ben mezzo milione di lavoratori – alla rete dei processi produttivi di imprese europee che esportano in tutto il mondo. Inoltre, nell’accrescere il contenuto di importazioni delle esportazioni (i beni intermedi che entrano nella produzione dei beni finali esportati), le “catene di valore” europee finiscono per annullare gran parte del miglioramento della bilancia commerciale che ci si potrebbe attendere dalla svalutazione del cambio di una nostra ipotetica valuta. “In un mondo sempre più dominato dalle economie di scala – conclude Draghi – l’Italia ha mantenuto le sue fondamentali caratteristiche (…) e si è profondamente integrata nei processo produttivo europeo attraverso il Mercato Unico e la moneta unica”.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

L'infinita Eurotragedia italiana

di Giuseppe Masala*

6dbe81220674bacf257453854709b412E dunque la tanto attesa e temuta recessione tecnica è arrivata tra noi, con tanto di bollinatura ufficiale dell'Istat. Immediatamente si è scatenata - soprattutto nell'agone politico nazionale - un assordante rumore di fondo dove ciascuna parte politica tenta di accusare gli avversari di quella che è la terza recessione in undici anni. Un vero unicum nella storia nazionale dall'avvento dello stato unitario.

Se è certamente vero che la scintilla che ha scatenato l'ennesimo psicodramma italiano è ascrivibile ad un chiaro rallentamento della congiuntura internazionale dovuta probabilmente anche alla guerra commerciale in corso tra USA e Cina e ai timori di una hard Brexit possiamo certamente dire che le cause profonde del male oscuro italiano sono altre. Proverò ad indagare in questo spazio quelle che mi paiono le più importanti.

 

Recessione tecnica o infinita depressione strategica?

Certamente se guardiamo all'andamento del Pil italiano dall'ottica dell'anno rispetto all'anno precedente o del trimestre rispetto al trimestre precedente ciò che appare è che nell'ultima decade abbiamo vissuto una tripla recessione. Ognuna delle quali variamente spiegabile. La prima causata dal grande crollo di Wall Street del 2008, la seconda causata dall'impellente necessità di riportare in pareggio la nostra bilancia commerciale e il saldo delle partite correnti. Operazione, sia detto per inciso, riuscita mirabimente (anche se a costi sociali altissimi) grazie al governo guidato dal Prof. Monti. E ora la terza, causata come detto sopra, dal rallentamento della domanda mondiale a causa della guerra commerciale in corso tra Cina e USA e dalle aspettative di una Hard Brexit che potrebbe gelare il sistema economico europeo. Tutto sembra chiaro, ma se cambiamo punto di osservazione le cose se possibile appaiono ancora peggiori.

Print Friendly, PDF & Email

micromega

Quantitative easing: un bilancio fallimentare

di Enrico Grazzini

draghi bce quantitative easing 510Quale è il bilancio finale del Quantitative Easing? Ha funzionato oppure no, nell'eurozona e in Italia? Il QE appena terminato è stato sufficiente per evitare una nuova crisi dell'eurozona? La risposta non può che essere negativa. Il programma di espansione monetaria lanciato dalla Banca Centrale Europea nel marzo 2015 e terminato alla fine di dicembre 2018 ha creato dal nulla moneta per ben 2600 miliardi di euro: una somma enorme, pari a circa il 20% del PIL dell'eurozona! Questa colossale liquidità è stata immessa a favore delle maggiori banche dell'area euro con l'obiettivo ufficiale di contrastare le tendenze deflazionistiche e produrre reflazione. Quale il risultato? Il QE ha temporaneamente salvato l'eurozona ma gli effetti del QE sono complessivamente molto deludenti. L'euro è sempre a rischio e l'eurozona potrebbe presto subire una nuova crisi. Nonostante il QE tutte le previsioni e tutti gli indici sono in netto peggioramento.

In effetti la BCE ha messo una enorme pezza solo per salvare le banche afflitte dal peso dei titoli tossici (comprati soprattutto dagli USA al tempo dei subprime e pari a 6800 miliardi, una somma astronomica concentrata per il 75% soprattutto negli istituti di Germania e Francia) e dei crediti deteriorati (900 miliardi); e per salvare gli stati in forte difficoltà di bilancio – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – o in via di fallimento, come la Grecia. Tuttavia la banca centrale europea non è riuscita a centrare né l'obiettivo ufficiale del QE – inflazione stabilmente sotto, ma vicino al 2% - né l'obiettivo strategico: l'eurozona infatti è sempre in crisi e gli indicatori dell'economia sono ancora pericolosamente declinanti.

Del resto probabilmente la BCE non poteva fare molto meglio di quanto è riuscita a fare. La BCE è infatti una banca centrale dimezzata: a differenza di tutte le altre banche centrali, in base al suo Statuto deciso a Maastricht non può aiutare gli stati in difficoltà stampando moneta per monetizzare il loro debito pubblico.

Print Friendly, PDF & Email

mondocane

I 5 Stelle denudano re Macron, Merkel lo riveste

Ad Aquisgrana risorge Carlo Magno e muore l'UE

di Fulvio Grimaldi

bd36bec6 2734 4e12 9518 a843641fcaa6Carlo Magno contro i 5 Stelle

Supercoppa europea: 5Stelle vs Carlo Magno. Dove per il sanguinario sterminatore dei sassoni pagani, e dunque santo, che riunì Germani e Franchi sulle ceneri dell’impero romano e della civiltà classica, si deve intendere l’Asse franco-tedesco, antieuropeo, un po’ anti-Usa e soprattutto anti-italiano (finche non torna uno come Prodi o Renzi), sancito ad Aquisgrana, città dell’imperatore, sede del primo trattato De Gaulle-Adenauer, per l’egemonia nel continente, simbolo dalla potenza simbolica deflagrante. Sede anche dell’insigne Premio Carlo Magno, forse il più reazionario di tutti i premi, se si trascura qualche Nobel, conferito, et pour cause, a Bergoglio e Woytila papi.

Di Maio, al quale il rientro di Alessandro Di Battista ha fatto l’effetto di un caffèdoppio, l’ha detta grossa:

Alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani. Se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la 15esima forza economica internazionale e invece è tra le prima per quello che sta combinando in Africa. L’UE dovrebbe sanzionare queste nazioni che stanno impoverendo quei paesi. E necessario affrontare il problema anche all’ONU”.

E, mi permetto, anche davanti alla Corte Penale Internazionale, per crimini contro l’umanità, non fosse che quel tribunale-canguro, dal quale finora sono stati inquisiti soltanto persone da Lampedusa in giù, ricorda quell’altro dell’Aja che condannò a morire Milosevic, dopo non averne trovato la minima prova di colpevolezza.

Luigi Di Maio e con lui i Di Battista, Di Stefano, tanti altri e la gran parte della rappresentanza 5Stelle, sbertucciati come incompetenti e sfottuti come sovranisti, nazionalisti, cialtroni, dalla più inetta, asservita e corrotta classe dirigente e dai suoi media euro- primatisti in propaganda e fake news, hanno fatto qualcosa mai visto prima.

Print Friendly, PDF & Email

vocidallestero

La lettera del Presidente, la questione del potere d’acquisto e l’euro

di Jacques Sapir

MacronSapirNella lettera con cui si è rivolto ai Francesi dopo le imponenti manifestazioni dei “Gilet Gialli” – espressione dell’esasperazione dei cittadini sempre più impoveriti – Emmanuel Macron non fa cenno alla questione cruciale: la perdita del potere d’acquisto da parte dei lavoratori. L’economista Jacques Sapir spiega ancora una volta il perché di questo silenzio: finché la Francia resta intrappolata nel sistema dell’euro, alzare il livello dei salari non è possibile, perché – nell’impossibilità di svalutare la moneta – questo comporterebbe una perdita di competitività dei prodotti sui mercati esteri peggiorando il deficit commerciale del Paese. E Macron vuole restare nell’euro a ogni costo. Sapir dimostra come una svalutazione della moneta avrebbe un importante effetto redistributivo a favore dei salari più bassi. Fino a quando l’Europa – la vera Europa, l’Europa dei cittadini – potrà tollerare le follie dell’Unione europea e la dittatura della moneta unica, un sistema totalmente asservito agli interessi dei più ricchi? 

* * * *

Il presidente della Repubblica ha inviato la sua “lettera ai francesi”. Un testo assai ampio, che copre molti argomenti. Eppure in questo documento, a volte inutilmente lungo, manca un argomento importante: la questione del potere d’acquisto. Questo problema non è affrontato in nessuno dei quattro punti, benché sia essenziale. Per essere più precisi, la questione è trattata, in maniera estremamente parziale, solo nell’ottica di una possibile riduzione delle tasse. Si tratta di un punto di vista molto angusto. Tuttavia, nella “lettera” c’è un’ammissione: “…perché i salari sono troppo bassi perché tutti possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro…”. Questa, in effetti, è una delle cause della rabbia che è stata espressa per due mesi dal movimento dei Gilet Gialli, accanto a rivendicazioni riguardanti la democrazia.