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micromega

Governo del cambiamento? Solo se avrà il coraggio di scontrarsi con l’Ue

Giacomo Russo Spena intervista Sergio Cesaratto

governo conte 2L’economista ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo: “C’è un problema di coperture finanziarie, fare sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, oltre alla riforma della Fornero, sarà impossibile”. E per farlo, nel caso, è necessario battere i pugni a Bruxelles: “Manca una visione macroeconomica, non ci si può limitare all’alternativa secca che o si obbedisce ai vincoli europei o si rompe con l’Ue. Bisogna articolare una proposta di mezzo per rinegoziare il quadro”. Infine, come Piano B, crede non si possa morire per l’Europa: “Come extrema ratio sono per il recupero della piena sovranità monetaria, ciò ha a che fare con la nostra democrazia”.

“Non è certamente un governo progressista però sono curioso di capire se andrà a scontrarsi con Bruxelles. È lì che si gioca la partita”. In questi anni Sergio Cesaratto, economista e professore all’università di Siena, ha scritto libri, interventi e relazioni contro l’attuale assetto dell’Unione Europea. Adesso ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo. Se pensa che la cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni sia giusta, dall’altra critica la flat tax: “È una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: una misura che accresce l’ingiustizia sociale e, persino, la crisi finanziaria perché penalizza la domanda interna”. In sospeso rimane poi la battaglia cardine, quella con l’Europa.

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Professore, partiamo dal contratto di governo siglato tra Salvini e Di Maio. Sono state fatte varie promesse ma, secondo lei, esistono le coperture finanziarie?

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criticascient

La questione tedesca

di Giacomo Gabellini

Ci sono le opinioni e poi le ricostruzioni inoppugnabili come quelle di Giacomo Gabellini: lo scenario geopolitico della crisi della UE

Bundestag Fg kTxE 1280x960ProduzioneL’1 settembre del 1994, durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea (Ue), il presidente del gruppo parlamentare Wolfgang Schäuble, che sarebbe poi assurto a onnipotente ministro delle Finanze di Berlino, presentò al Bundestag, a nome del partito Cdu, un documento redatto assieme a Karl Lamers dal titolo Riflessioni sulla politica europea. All’interno del testo, i due politici tedeschi denunciavano come dopo la caduta del blocco sovietico e la riunificazione tedesca, lo sviluppo del processo di costruzione dell’Europa e di allargamento dell’Ue verso Est fosse entrato in una fase critica, al punto che:

«se entro due-quattro anni non si trova una soluzione alle cause di tale inquietante evoluzione, anziché indirizzarsi verso la maggiore convergenza prevista dal Trattato di Maastricht, l’Unione rischia di imboccare inesorabilmente la via di una formazione più debole, limitata essenzialmente ad alcuni aspetti economici e composta da diversi sottogruppi. Tale zona di libero scambio “migliorata” non potrebbe consentire alla società europea di superare i problemi vitali e le sfide esterne che si trova ad affrontare». 

I provvedimenti istituzionali e politici che Schäuble e Lamers raccomandavano di adottare per prevenire questa deriva riguardavano innanzitutto il rafforzamento istituzionale dell’Unione Europea, la cui capacità di azione su base democratica dovevano essere irrobustite adottando una struttura modellata sulla falsariga dello Stato federale ed ispirata al principio di sussidiarietà.

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soldiepotere

Bankitalia, Europa e mainstream

di Carlo Clericetti

modernismo 20 638Nei due anni scorsi le Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco erano state fortemente critiche nei confronti delle scelte europee. Specie in quelle del 2017 era ricordato un nutrito elenco delle misure che avevano danneggiato l’Italia. Di questo, stavolta, non si trova traccia, e anzi alla conclusione del discorso, dove pure si ricorda che molti cambiamenti sarebbero necessari, Visco si esprime in modo categorico: “Il destino dell’Italia è quello dell’Europa. Siamo parte di una grande area economica profondamente integrata, il cui sviluppo determina il nostro e allo stesso tempo ne dipende. È importante che la voce dell’Italia sia autorevole nei contesti dove si deciderà il futuro dell’Unione europea”. E su questo, capitolo chiuso, è una scelta che non si discute.

Il paragrafo sull’economia italiana, dove il governatore oltre all’analisi della situazione (piuttosto ottimistica) traccia il programma delle cose da fare, conferma una volta di più che l’orientamento di Visco non si sposta di una virgola da quella impostazione mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi 40 anni.

Il primo problema ad essere citato è quello del debito pubblico:

Scoraggia gli investimenti aumentandone i costi di finanziamento e alimentando l’incertezza; accresce il ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di generare reddito, risparmiare e investire; comprime i margini disponibili per politiche sociali e di stabilizzazione macroeconomica. Espone a crisi di fiducia, particolarmente pericolose quando, oltre a coprire il fabbisogno dell’anno, si devono rifinanziare ingenti importi di titoli in scadenza: in Italia si tratta complessivamente di circa 400 miliardi all’anno”.

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contropiano2

Quei trattati immodificabili che creano squilibri

Un “piano B” serve a tutti

di Claudio Conti

image 87069 640 panofree xnhn 87069Non è facile capire come funziona il nostro angolo di mondo ascoltando i telegiornali o dando retta alla triade Repubblica-Corriere-Stampa. Da queste fonti, infatti, “l’Europa” viene descritta come il paradiso delle virtù e il nostro paese come la sentina di tutti i vizi; solo dosi a salire di austerità e sacrifici potrebbero correggere un “carattere nazionale” davvero scadente.

Sui vizi italiani si può facilmente concordare – e qui cascano di solito molti asini “di sinistra” – ma l’Unione Europea (una costruzione tecnoburocratica strutturata da trattati non modificabili, se non all’unanimità) è ben lontana dall’essere una casa di vetro.

Per capirne di più bisogna provare a leggere fonti diverse, che diano conto di quel che matura dentro l’establishment tedesco (il vero e unico “motore” della Ue) e soprattutto di quale sia la situazione economica complessiva, con tutte le distorsioni che da qui non si vedono e che i media mainstream si guardano bene dall’illuminare.

Il formarsi di un governo grillin-leghista, con un programma teoricamente “indipendentista” rispetto alla Ue, è stato accompagnato da alti allarmi (registrati anche dai “mercati”), ma con una serie di considerazioni che qui vengono considerate pura follia, mentre altrove sono normale dibattito su cosa può avvenire a seconda dell’evoluzione di alcune variabili.

Per esempio, riferisce il corrispondente dalla Germania di Italia Oggi, sulla prestigiosa rivista Manager Magazine, uno degli opinionisti più influenti, Daniel Stelter, spara a zero sulla Bce di Mario Draghi:

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blogmicromega

Germania über alles!

E in Italia neppure si può nominare un piano b per uscire dall’euro

di Enrico Grazzini

Cosè lo spread in parole sempliciLo spread sta salendo e gli attacchi speculativi sul debito di stato italiano potrebbero causare la crisi di tutta l'eurozona. Balliamo ai bordi di un precipizio. E questo perché? Paradossalmente perché qui in Italia è assolutamente proibito parlare di un Piano B, ovvero di un piano di emergenza in caso di …. crisi dell'eurozona! Per il Presidente della Repubblica Italiana (e per l'establishment e i media dominanti), l'euro è un totem sacro e intoccabile di fronte al quale occorre prostrarsi in religioso silenzio: e quindi per Mattarella non è stato possibile nominare un ministro, come Paolo Savona, che ha presentato un suo piano per evitare la definitiva rovina dell'Italia nel caso che l'eurozona entri in crisi. L'Italia rispetta come un dogma la moneta unica dell'eurozona a guida germanica. Al contrario, per la Germania l'euro non è irreversibile, non fa necessariamente parte del fatale destino comune dei popoli e dei Paesi europei. In Germania oggi si discute apertamente di creare delle nuove regole per fare uscire dall'eurozona chi non si adegua alle norme e ai vincoli dettati da Berlino e da Bruxelles.

L'eurozona ha bisogno di creare delle procedure per affrontare in maniera ordinata la possibile insolvenza (ovvero il fallimento, ndr) di uno stato e l'eventuale recesso di uno stato dall'eurozona”. Questa frase è contenuta in un documento ufficiale firmato qualche giorno fa da 154 influenti economisti tedeschi contro le proposte di riforma dell'eurozona da parte del presidente francese Emmanuel Macron[1].

Gli economisti - tra cui Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, apertamente euroscettico - si sono espressi contro le riforme proposte da Macron, che vanno nel senso della creazione di un bilancio comune dell'eurozona. Le 154 personalità della scienza economica teutonica non vogliono che il loro governo accetti qualsiasi soluzione che in futuro possa portare a una condivisione dei debiti, pubblici o bancari.

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icebergfinanza

Italia più povera con questo euro

di Andrea Mazzalai

1510248150766.jpg invasione dell europa scacco matto in tre mosseEcco il testo integrale del mio articolo uscito ieri sul quotidiano L’Adige che ringrazio per l’ospitalità, una sintesi del mio pensiero all’interno del dibattito sul futuro dell’Europa e dell’euro.

Prima però vi propongo in originale un estratto della recente intervista del giornale tedesco Süddeutschen Zeitung, a Van Rompuy attuale presidente del Consiglio Europeo, il quale ha dichiarato…

Das sei heute anders, entgegnet die SZ. Van Rompuy:

„Ja, Europa verändert unseren Alltag. Und natürlich spielt das Europäische Parlament eine wichtige Rolle, spätestens seitdem der Lissabon-Vertrag gilt. Aber die Bürger wissen auch, dass die großen Entscheidungen nicht nur im Parlament fallen, sondern auch woanders.“EU-Ratspräsident im Gespräch – Van Rompuy wirft Parteien

…ovvero che le decisioni che ci riguardano vengono prese anche altrove non solo in Parlamento, ma questo per noi non è una novità!

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Recentemente il professor Stefano Zamagni ricordando il nostro Alcide De Gasperi, ha ricordato che disoccupazione strutturale e povertà estrema furono sin da subito i suoi principali cavalli di battaglia insieme alla lotta agli interessi costituiti che quando danno vita a forti coalizioni distributive, rappresentano la più grave minaccia alla crescita.

In questi giorni è uscito un rapporto pubblicato da Corporate Europe Observatory, un gruppo di ricerca indipendente che vuole far conoscere e sfidare l’accesso privilegiato e l’influenza che godono i gruppi di pressione nel processo decisionale europeo, un esercito di 1.700 lobbisti con a disposizione un fatturato annuo di oltre 120 milioni di euro, forniti da banche e altre imprese del settore per sostenerne le attività.

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domenico de simone

Italiani Scrocconi e fannulloni? Tedeschi truffatori e falsari!

di Domenico De Simone

horatier davidLa battaglia durissima e senza precedenti che si sta consumando intorno alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, sta assumendo toni intollerabili, con attacchi violenti da parte della stampa italiana, come al solito ricca di falsità, allarmi, valanghe di fango e menzogne, e recentemente con la discesa sul campo di battaglia delle “sturmtruppen”, anch’esse armate di falsità e menzogne, oltre che di insulti e pregiudizi. Facciamo un po’ di chiarezza.

Paolo Savona è un economista di valore e di grande prestigio che ha il solo torto di aver detto chiaramente, PRIMA dell’entrata in vigore dell’euro, che la moneta unica, così come era stata concepita, avrebbe fallito e che i vantaggi tanto sbandierati dai politici di allora e dalla stampa, si sarebbero rivelati un’illusione pericolosa. In Italia è stato uno dei pochissimi a dirlo, una voce fuori da coro che ha dato molto fastidio e che è stata messa a tacere con i soliti sistemi mafiosi dei signori del potere. Semplicemente negandogli l’accesso ai media. Che cosa diceva il buon professore sull’Euro? Niente di diverso da quello che sostenevano molti noti economisti d’oltre oceano, ovvero che una moneta unica in un’area con economie tanto diverse e senza meccanismi di compensazione avrebbe provocato molti danni alle economie più deboli. Si tratta della teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO) in inglese nota come teoria dell’OCA (optimum currency area) elaborata negli anni sessanta dl premio Nobel Robert Mundell e ben nota agli economisti. Se volete capire quanto sono bravi i tedeschi al gioco dell’OCA cliccate su questo articolo.

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vocidallestero

Conseguenze fiscali del programma di acquisto bond della BCE

di Paul De Grauwe

paul de grauweData l’attualità dell’argomento in seguito all’ipotesi, ventilata in una prima formulazione del contratto di governo Lega-M5S, di una cancellazione o quanto meno una non contabilizzazione della parte del debito pubblico italiano detenuta dalla BCE, riproponiamo un articolo dell’economista Paul De Grauwe, una autorità riconosciuta a livello internazionale nel campo della politica monetaria, in cui il docente della London School of Economics illustra nei dettagli tecnici le conseguenze dell’acquisto titoli pubblici da parte di una banca centrale, soffermandosi poi in particolare sul caso specifico della banca centrale di un’unione monetaria tra paesi privi di unione fiscale, come è l’eurozona. Come spega De Grauwe, una ipotesi di questo genere non avrebbe nulla di tecnicamente od economicamente infattibile, in quanto non comporta oneri o perdite a carico di nessuno, se non la rinuncia al lucro sugli interessi dei titoli della BCE che vengono redistribuiti tra i paesi dell’unione in percentuale della quota di capitale di ciascuno. Evidentemente lo scandalo di queste ore attiene a considerazioni più che altro legate ad una resistenza politica a gestire in maniera coordinata e condivisa quel pasticciaccio brutto che si è rivelata l’unione monetaria.

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La connessione tra politica fiscale e monetaria è attualmente sotto l’esame della Corte Costituzionale Tedesca, nel contesto del programma OMT di acquisto titoli da parte della BCE. Questo articolo sostiene che molte analisi in merito sono profondamente compromesse dall’errata applicazione alla BCE dei principi di fallimento dei privati. Quando la BCE compra bond, trasforma debito pubblico in base monetaria, e trasforma il rischio di fallimento sovrano in rischio di inflazione. La vera domanda è: qual è il limite all’espansione della base monetaria oltre il quale si causa inflazione? Ciò dipende dal contesto economico e il limite è molto più alto nell’attuale situazione di trappola della liquidità.

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la citta futura

L’ombrello dell’Europa

di Ascanio Bernardeschi

Nel libro di Cesaratto si denuncia la politica di dumping sociale e di mercantilismo della Germania, ma manca la critica del capitalismo

1524338790598.jpg bancheMark Twain molti anni fa disse che le banche sono come colui che ti presta l’ombrello quando non piove e lo rivuole indietro quando piove. Non poteva prevedere che invece le banche americane, anni dopo, preparando la crisi dei mutui subprime, avrebbero prestato fin troppo, scommettendo su un andamento continuamente favorevole del mercato immobiliare e andando a gambe all’aria con lo scoppio di questa bolla speculativa.

Questa gustosa battuta ci è venuta in mente quando ho letto un passo dell’ultima fatica di Sergio Cesaratto [1]. Alle pagg. 85-6, infatti, esaminando la proposta di riforma dell’euro del Presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, tendente a demandare al mercato, e all’incubo di una aumento dei tassi del debito pubblico, il controllo del rigore fiscale dei vari paesi dell’eurozona, Cesaratto definisce questa prospettiva “equilibrio del terrore” che “destabilizzerà (più che stabilizzare) il mercato dei titoli italiani”, mentre i paesi virtuosi – in realtà ugualmente inadempienti delle regole dell’Euro in quanto registrano un surplus eccedente il 6% del Pil – quale la Germania, potranno avvalersi in maniera incondizionata del meccanismo europeo di stabilità (Esm) e ricorrere ai tassi vantaggiosi dell’apposito fondo salva stati. “L’Europa c’è, quindi, quando ve n’è meno bisogno”, rileva amaramente l’Autore.

Ma andiamo per ordine. L’agile libro si propone di dimostrare, riuscendoci ampiamente, che la Germania, per motivi opposti a quello dell’Italia e dei paesi mediterranei dell’Europa, non ha rispettato le regole di Maastricht, in quanto ha adottato una politica di dumping sociale che le ha permesso costanti ed eccessivi avanzi delle partite correnti con l’estero.

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sbilanciamoci

La crisi europea e le riforme strutturali

di Federico Bassi

L’attuale situazione economica di molti paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, è disastrosa. Ora tutti i nodi precipitano sulla Ue. Che secondo gli autori di “Crisis of the European Monetary Union..” potrebbe disfarsene

Cosmè tura san giovanni a patmosIn una brillante parodia di Giampiero Galeazzi, Nicola Savino sponsorizzava il nuovo prodotto di una compagnia di tabacco – le sigarette alla citronella – concludendo che potevano far morire di cancro ma senza più punture di zanzara. Le politiche di austerità fiscale adottate in Europa per contrastare la crescita del debito pubblico, incluse le cosiddette “riforme strutturali” – ultime delle quali il Jobs Act di Matteo Renzi e la Loi Travail francese – assomigliano molto alle sigarette alla citronella di Galeazzi/Savino: possono far morire di precarietà e disoccupazione, ma con moderati tassi di inflazione e di indebitamento pubblico.

Queste riforme strutturali sono infatti non soltanto inutili ma anche dannose, specie nel contesto di rapida deindustrializzazione di molti paesi europei. L’Italia, nonostante sia ancora una delle principali potenze industriali, sta vivendo uno straordinario declino industriale i cui effetti emergono progressivamente. Luciano Gallino ne parlava nel suo testo “La scomparsa dell’Italia industriale”, in cui raccontava i vari progetti industriali dai quali l’Italia era colpevolmente uscita (o nei quali non era mai entrata nonostante inviti formali e porte spalancate): chimica, informatica, aeronautica, elettronica di consumo, hi-tech e automobili.

Il libro “Crisis of the European Monetary Union. A Core-Periphery perspective” ha il merito di contestualizzare questo processo di deindustrializzazione, che coinvolge l’intera periferia sud dell’Europa e la Francia, all’interno della lunga crisi europea. In particolare, si evidenzia come il processo di integrazione europea sia stato funzionale all’abbandono delle politiche industriali pubbliche, che avevano contribuito a creare e ad alimentare una capacità produttiva innovativa in settori strategici per i paesi in via di industrializzazione.

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sinistra

La sottovalutazione dell’euro da parte della sinistra e l’abbandono dell’exit alla destra

Note a margine del dibattito su La gabbia dell’euro

di Domenico Moro

2017 05 22T094428Z 1626552728 RC1D6EF65350 RTRMADP 3 ECB CLEARINGUn libro è utile nella misura in cui suscita un dibattito su un dato tema, contribuendo a chiarirne i vari aspetti, e aiutando definire con maggiore precisione le proprie posizioni. Da questo punto di vista, possono essere di interesse le questioni emerse durante le numerose presentazioni e nelle recensioni dedicate al mio libro, “La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”.

Un limite frequente, quando si approccia la questione dell’euro e dell’uscita dall’euro, consiste nel fatto che l’aspetto economico non viene visto in relazione ai rapporti di produzione e al modo di produzione, ma viene inteso in termini tecnici. Questo porta a scindere la politica dall’economia, i cui meccanismi vengono così interpretati come fatti neutrali o naturali. Tra le varie domande rivoltemi nel corso delle presentazioni del mio libro, una mi ha particolarmente colpito: perché avessi voluto sottolineare fin dal titolo che l’uscita dall’euro fosse una cosa di sinistra, per di più in un frangente storico in cui la sinistra sembra essersi elettoralmente quasi dissolta e il concetto stesso pare abbia perso persino un significato preciso. Le ragioni sono due. La prima è che l’uscita dall’euro non è un processo socialmente neutrale, e, per questo, deve essere fatto da sinistra, il che, secondo la concezione originaria del termine, vuol dire dalla parte del lavoro salariato e delle classi subalterne. La seconda risiede nel fatto che è stata proprio l’integrazione europea non solo a eliminare o a ridimensionare i tradizionali partiti socialisti in tutta Europa, ma soprattutto a snaturare il significato stesso della parola sinistra.

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economiaepolitica

Squilibri macroeconomici in eurozona: cosa non ha funzionato?

di Nicola Acocella

Acocella euro 640x3641. Introduzione

Nell’Unione monetaria europea (UME) le istituzioni e le politiche intraprese hanno tollerato o alimentato asimmetrie in parte preesistenti, che hanno generato a loro volta squilibri macroeconomici. Indichiamo prima le istituzioni e le politiche europee e poi le asimmetrie. Segue qualche riflessione sulle possibili vie di uscita.

 

2. I difetti delle istituzioni dell’Unione Monetaria Europea.

L’UME, entrata in vigore il 1° gennaio 1999, è caratterizzata da una politica monetaria unica, con la quale la Banca Centrale Europea (BCE) stabilisce un unico tasso di interesse nominale valido in tutti i paesi membri. La BCE è un’istituzione indipendente dal potere politico e conservatrice, avente per obiettivo un tasso di inflazione inferiore – ma vicino – al 2%. Soltanto in via subordinata, quando questo obiettivo predominante sia soddisfatto, la Banca può perseguire altri obiettivi come l’occupazione e la stabilità finanziaria, che invece costituiscono obiettivi di pari dignità dell’inflazione per altre banche centrali, come la Federal Reserve statunitense. La BCE agisce da prestatore di ultima istanza per il sistema creditizio che abbia bisogno di rifinanziarsi, ma non può prestare – almeno direttamente – agli stati membri. Gli interventi che finora sono serviti ad attuare la politica monetaria sono in larga misura basati sull’acquisto (o vendita) di titoli pubblici già in essere. In questo senso, si può dire che la BCE può aver indirettamente facilitato il finanziamento pubblico.

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politicaecon

Da Schaüble a Schulz a Scholz: cosa si sta preparando in Europa?

di Sergio Cesaratto

Traccia dell'intervento all'incontro C'è un futuro per la sinistra?, VI assemblea nazionale del Network per il Socialismo Europeo, Fiuggi, 5-6 marzo 2, (non tutto letto, e con qualche postilla che susciterà qualche reazione isterica)

UNIONE EUROPEA 628x314La risposta al quesito che mi ponete è incoraggiante: per ora non si sta preparando nulla. Visto ciò che si discuteva, questa è una buona cosa. Ma non è che l’attuale assetto istituzionale-economico europeo non sia già abbastanza penoso, per cui non v’è molto da festeggiare.

Non è neppure facile districare i termini delle posizioni e delle questioni.

Intanto quando si parla di riforme dell’eurozona si parla di poca cosa (ma con potenziali devastanti).

L’eurozona nasce male, non si fa una moneta senza uno Stato, e lo Stato federato europeo non è realistico, spero che ormai ne siamo tutti convinti (ma purtroppo non fuori di qui). L’eurozona non è un’area valutaria ottimale, anche questo è common knowledge. Per farla funzionare bene in maniera che assicuri la piena occupazione, a fronte agli squilibri che produce occorrerebbero politiche fortemente espansive nel paese dominante e, probabilmente, anche trasferimenti fiscali perequativi da quest’ultimo. Pensare che questo accada significa essere folli. Il resto, solidarietà europea ecc. sono chiacchiere.

Quindi, punto uno, quando si parla di riforme, si parla di cose marginali che non affrontano i suoi nodi, per così dire, strutturali. Parlando di Europa vale veramente l’abusata battuta di Flaiano che la situazione è tragica, ma non è seria.

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coniarerivolta

L’ideale europeo di mobilità del lavoro: una guerra tra poveri su scala europea

di coniarerivolta

erasmusL’ultimo studio dell’Eurostat sulla mobilità del lavoro in Europa lancia l’allarme: nonostante la fame generata dalla crisi e le umiliazioni inflitte da disoccupazione e precarietà, i senza lavoro italiani sono restii ad abbandonare il loro Paese per trovare un’occupazione all’estero. Solo 7 disoccupati su 100 si dicono disponibili a lasciare l’Italia per cercare lavoro in un altro paese europeo. Il dato preoccupa le istituzioni comunitarie per un motivo preciso: l’Europa che hanno in mente è un enorme mercato, ed il lavoro deve comportarsi come tutte le altre merci, spostandosi lì dove ne emerge il bisogno. Se il disoccupato resta nel suo Paese quel meccanismo si inceppa: i suoi affetti, la sua cultura, il suo radicamento sociale, le sue scelte di vita sono ostacoli al libero dispiegarsi delle forze di mercato, un sintomo – gravissimo – di inefficienza del sistema. Le merci, è noto, seguono una sola regola: vanno dove il prezzo è più alto, e secondo le istituzioni europee quella stessa regola dovrebbe governare anche la vita della popolazione europea, forza lavoro destinata a spostarsi da un Paese all’altro a seconda delle oscillazioni del mercato. Un disoccupato non sarebbe altro che una merce abbandonata in magazzino, destinata a spostarsi ovunque possa trovare un mercato di sbocco. Pertanto, questo il messaggio implicito nei dati pubblicati dall’Eurostat, i disoccupati italiani devono imparare a rispettare la ferrea legge del mercato, sradicandosi dal proprio Paese alla ricerca di un’occupazione in giro per il continente. In questo modo, essi contribuirebbero a realizzare quella “trinità perfetta” di diverse libertà di movimento che sono alla base del progetto europeo: quella delle merci, quella dei capitali e quella delle persone.

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politicaecon

Chi non rispetta le regole?

Italia, Germania, le doppie morali dell'euro

di Sergio Cesaratto

Anticipiamo il filo rosso del libro, in arrivo presso le librerie e disponibile in digitale dai primi di maggio

Copertina finaleDalla prefazione e dall'introduzione

Questo libretto trae origine da una conferenza dal medesimo titolo tenuta il 25 gennaio 2018 presso l’Università di Friburgo in Brisgovia, la splendida cittadina nel Sud della Germania, organizzata dagli amici (tedeschi) della locale Società Dante Alighieri assieme all’Università Albert-Ludwigs di Friburgo. ...

 

Il filo rosso del libro

Il ragionamento che svilupperemo nel libro può essere così sintetizzato. Vi sono delle “regole del gioco”, ben note all’analisi economica, che rendono un’unione monetaria sostenibile. Tali principi prescrivono che gli squilibri esterni (delle partite correnti) fra i Paesi di un’area valutaria vadano regolati col concorso sia dei Paesi in avanzo che dei Paesi in disavanzo. Queste regole sono analoghe a quelle già imperfettamente applicate nel sistema aureo, un sistema monetario internazionale a cui l’euro è considerato affine. Con la copertura di precetti monetaristi, le regole nei fatti adottate nell’Eurozona sono invece altre, e sono in buona misura quelle desiderate dalla potenza europea dominante, in maniera tale che la moneta unica non ne contraddica il modello economico mercantilista. Il fatto che tali regole non abbiano funzionato nello stabilizzare l’area euro è condiviso; ma perché sbagliate, oltre che contorte, o perché non rispettate? Il processo di riforma delle regole, attualmente in corso, sembra basarsi sulla seconda tesi.