Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser
di Salvatore Bianco
Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista in decomposizione. Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, che ha ereditato da Habermas la prestigiosa direzione dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici, che rilancia in questo libro i sogni e le speranze di una intera generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stat Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Non solo, politici navigati come Bernie Sanders e anche quelli emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa inattesa riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal nazionalismo reazionario, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.
Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di ricerca, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non-economici’, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”. Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione di rango occorre risalire a ritroso sino agli anni Quaranta-Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che oggettivamente accompagnò o contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà, l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.
Quando si indaga un testo, secondo il collaudato metodo analitico, siamo indotti a ricercare la tesi centrale e poi eventualmente, se ve ne sono, quelle secondarie e/o di supporto. Viceversa, per la Fraser è molto più valido un approccio di tipo sintetico, dal momento che una visione di fondo pare attraversare dall’inizio alla fine la sua lectio, che restituisce l’immagine di un capitalismo non come mero sistema di produzione economico, bensì come di un granitico «ordine sociale istituzionalizzato» e, di conseguenza, quell’immane distesa di merci con cui si presenta è solo l’immagine di superfice di una sua natura più profonda costituita dall’accumulazione astratta e illimitata di ricchezza quantitativa, senza alcun riguardo per la compatibilità ambientale e la tenuta antropologica e sociale.
A fondamento di questo meccanismo impersonale e automatico che stritola e svuota le vite concrete di noi tutti, dando luogo ad una specifica forma di vita capitalistica, superficiale e irriflessa, c’è la più nefasta “rivoluzione culturale” che abbia conosciuto la modernità occidentale: l’utilitarismo, con il suo imperativo categorico di agire in vista del massimo risultato con l’impego minimo di mezzi. Questa svolta epocale i cui prodromi si possono rintracciare sin dal tardo medioevo ha poi dato vita ad una fenomenologia di figure storiche ambivalenti quali la scienza moderna, lo stato e da ultimo il mercato, tutte egualmente intrise di quello spirito calcolante originario. Ma l’utilitarismo è portatore, come del resto le sue macchine storiche, di un difetto di fabbrica che andrebbe messo a tema e che la tempesta perfetta nel presente che intreccia crisi sociale, economica ed ecologica sta evidenziando in modi drammatici e forse ultimativi.
D’altronde, la “teoria critica” più avvertita, a cui la Fraser è senz’altro ascrivibile, aveva per tempo segnalato le monodimensionalità e le contraddizioni a cui andava in contro una razionalità solo tecnico-strumentale per giunta assolutizzata, suggerendo forme di pensiero del conoscere e soprattutto del riconoscimento meno rozze e più mature. E qui la Fraser compie un passo decisivo perché non presenta il socialismo come un ennesimo “dover essere” in qualche modo presupposto ed esteriore a cui la realtà dovrà adeguarsi, ma come il portato stesso degli squilibri interni al capitalismo inteso come un sistema totalizzante, con il suo carico di ingiustizie sociali e devastazioni ambientali che l’umano e il pianeta sta sperimentando a ritmi sempre più sostenuti. Senza troppe perifrasi l’autrice risponde all’interrogativo su Che cosa non va nel capitalismo?, che dà il titolo al capitolo centrale del suo libro, segnalandone i limiti strutturali rappresentati dall’essere un singolare vettore di totalizzazione, impersonale e automatico, che permea di sé e riconduce alla sua logica di accumulazione astratta ogni altra cosa, siano essi gli ambiti della riproduzione sociale e della cura o i beni pubblici sottratti allo Stato, per non parlare dell’ecosistema naturale sottoposto ad una depredazione senza precedenti. Ovviamente per scorgere questi laboratori, ancora più segreti di quelli della produzione occorre risalire alle condizioni di possibilità non economiche del sistema, la Fraser ne rintraccia quattro di queste condizioni: “La prima è una quantificabile sacca di lavoro non remunerato inteso alla ‘riproduzione sociale’ e include il lavoro domestico, mettere al mondo e crescere i figli; la cura degli adulti, inclusi i lavoratori salariati, degli anziani e dei disoccupati, ovvero tutto ciò che è volto a creare e supportare un essere umano. […]
La seconda condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande riserva di ricchezza espropriata alle persone sottomesse, in particolare per motivi razziali, ovvero ‘razzializzate’. […]
Una terza condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande quantità di ‘doni’ e/o contributi a basso costo provenienti dalla natura ‘non-umana’, che costituiscono l’indispensabile sostrato materiale della produzione capitalista. […].
Quarta e ultima condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è la grande quantità di beni pubblici forniti dagli Stati o da altri poteri non privati”.
In questa maniera la filosofa si ricollega ai teorici dei “limiti del mercato” non solo perché esso non è in grado di autoregolarsi, come sostenuto da Polanyi, ma soprattutto perché non è autosufficiente e come un parassita è costretto ad attingere da ambiti vitali in quanto il suo fondamento risiede altrove, negli ambiti della riproduzione sociale, dei beni pubblici e della ricchezza espropriata alla terra, e come un parassita è costretto là ad annidarsi per riprodursi – viene alla mente a tale proposito il frammento quasi profetico di Benjamin (Capitalismo come religione, 1921)–. Più in generale, il capitalismo nella sua odierna forma neoliberista in disarmo sta minando alla radice questi presupposti, anzi la Fraser sul punto è alquanto drastica perché sostiene che “il capitale ha una tendenza innata a erodere o distruggere o impoverire (ma, in ogni caso, a destabilizzare) i propri presupposti di sopravvivenza, come se si desse la zappa sui piedi”.
Questa è per la filosofa americana “una visione ampliata della società capitalistica”, che è poi la vera essenza del capitalismo, a cui dovrà corrispondere una risposta o, meglio, un’interpretazione necessariamente estesa di socialismo, che avrà a che fare oltreché con la sfera economica con quella soggettività capitalistica pervasiva da disarmare, anche nelle sue ingiustizie storicamente di genere tutt’altro che residuali, che si registrano in particolare sul piano della riproduzione sociale, dove il lavoro di cura “non è pagato, ma ammantato di sentimentalismo e ricompensato in ‘amore’[…]questa divisione rinforza una fondamentale asimmetria di genere nel cuore delle società capitaliste e radica il subordinamento della donna, il binarismo di genere e l’etero-normatività”.
La pars construens è solo abbozzata, vista anche l’occasione colloquiale e non accademica, e riguarda una serie di brevi riflessioni. Ovviamente quest’ ultima parte dal titolo, Cos’è il socialismo? Una prospettiva ampliata, non può non evocare la domanda quasi identica che si poneva Bobbio a metà degli anni Settanta in uno scritto tra i più militanti da lui pubblicati, Quale socialismo? Ma se quel libro era tutto proiettato sul versante politico per far guadagnare terreno alla democrazia anche nella sfera economica del mondo della produzione, la Fraser nel suo discorso considera questo solo un aspetto di un cambio radicale di prospettiva che deve riguardare tutte le dimensioni del vivere umano e non.
Se il capitalismo ha assunto la configurazione di una compiuta civiltà del denaro, quantitativo e astratto con la sua oligarchia finanziaria di completamento, il pensiero critico che ne prospetta il superamento dovrà necessariamente collocarsi sullo stesso piano. Incisivo e rivelatore in proposito un passaggio del suo intervento in cui si condensa il principio ispiratore della società neo-socialista del futuro: “dove le società capitalistiche subordinano l’imperativo della riproduzione sociale ed ecologica alla produzione di merci, di per sé destinate all’accumulo, i socialisti devono capovolgere l’ordine: trasformare il nutrimento delle persone, la salvaguardia della natura e l’autogoverno democratico in priorità sociali massime, che battono efficienza e crescita”. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento dell’ordine delle priorità che comporterà anche un abbattimento del mercato capitalistico restituito alla sua naturale vocazioni di mercato e basta, scevro dall’assillo dell’accumulazione, che potrà dare per questo buona prova di sé in quanto ricondotto allo scambio senza ulteriori predicazioni (e qui le suggestioni che conducono a Karl Polanyi e all’ultimo Giovanni Arrighi non mancano).
Peccato che la brevità richiesta nell’occasione non abbia consentito alla studiosa statunitense di esplorare la tematica del “riconoscimento” oggetto privilegiato di altre sue importanti ricerche, D’altronde, la conclusione non lascia margini di dubbio sulla prospettiva di fondo perseguita dalla filosofa americana, che potrebbe dare spunti per percorsi di ricerca ulteriori: “il socialismo può proporre un’autentica alternativa al sistema che sta distruggendo il pianeta e vanificando le nostre possibilità di vivere liberamente, democraticamente e bene”. Ecco, soprattutto quel senso della “vita buona” andrebbe investigato e soprattutto valorizzato fino in fondo.













































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