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fuoricollana

Il voto e le piazze. Qualcosa è cambiato

di Antonio Cantaro

Le strade, le piazze, le urne elettorali sono tornate in questi mesi e settimane a riempirsi. In Europa e in America, dalla Serbia al Brasile, dalla Spagna a Israele, dalla Francia all’Italia. L’elenco potrebbe continuare. Qualcosa forse è cambiato. Meno sono, sinora, cambiate le parole dei protagonisti di questi movimenti elettorali e sociali e, soprattutto le lenti degli “osservatori”. Entrambi, pur enfatizzando la parola futuro, la sua mancanza, cercano in parole del passato rassicuranti chiavi di lettura. Taluni per esaltare il presente (è tornata la democrazia partecipata, è tornata la lotta di classe), altri per esorcizzarlo (stanno tornando gli anni di piombo). Sbagliano entrambi. O forse no, hanno entrambi ragione. Mantenere aperta la risposta non è semplicemente un atto di doverosa umiltà, è prodromico alla comprensione di quanto sta accadendo e accadrà.

Per cominciare dobbiamo smettere di essere sordi e ciechi verso i decenni e gli anni che ci hanno preceduto. C’è un sottile, ma inequivoco, quid che lega il voto e le piazze di queste settimane e mesi. Un quid che si chiama sovversivismo. Sovversivismo delle classi dirigenti e sovversivismo delle classi subalterne. Nessun giudizio morale, nessuna condanna etica, è semplicemente storia e cronaca. L’interpretazione e il che fare li lasciamo al lettore. Senza nascondere che le nostre emotive simpatie vanno ai secondi (alle classi subalterne) con i quali saremo egualmente severi come deve essere, si diceva un tempo, un buon padre di famiglia. Senza temere l’impopolarità (Pier Paolo Pasolini).

Il sovversivismo è, innanzitutto, la tecnica di gestione del potere a cui ricorrono classi dirigenti orfane di una reale egemonia culturale, classi dirigenti sempre più disinteressate a governare con il consenso attivo dei “subalterni”. Chi ha coniato l’espressione si riferiva alla tendenza delle élites italiane degli anni Venti del secolo scorso a sovvertire le istituzioni, a nutrire impulsi antiparlamentari, a privare di senso qualsiasi ipotesi costituzionale.

La novità rispetto all’acuta rappresentazione gramsciana è che questa “tecnica” di gestione del potere è diventata negli ultimi decenni una forma di governo ordinaria, la forma di governo per eccellenza delle società neo-liberali. Le élite si sono esistenzialmente separate dai subalterni, dalle “masse” (Cristopher Lasch). La loro unica deontologia è la governance, negare cioè programmaticamente l’esistenza delle disuguaglianze sociali e di potere, considerarle un’“invenzione del proletariato”, di coloro che non riescono ad essere resilienti. You can, tu puoi, e se non puoi è colpa tua che non sai vivere nel magnifico e progressivo mondo dei dispositivi di monitoraggio, dei sistemi di valutazione statistica, degli indicatori quantitativi di performance. Sei semplicemente “antiquato”, al massimo ti sarà data qualche elemosina, qualche prebenda, qualche bonus.

Qualcosa a un certo punto è cominciato ad andare storto. Innanzitutto, nelle urne che a partire dalla Brexit hanno cominciato a premiare movimenti neopopulisti che di questo essere antiquati hanno fatto una bandiera identitaria. Un sovversivismo delle classi subalterne che ai tempi di Gramsci si presentava primariamente nella forma di «un odio generico, di tipo semifeudale» e – dirà Josè Ortega y Gasset – nella forma del ribellismo, della rivendicazione di una “naturale” sovranità popolare lesa dalla politica delle “caste”. Un “odio generico” e un ribellismo di cui in parte si nutrono anche le piazze di questi mesi.

È questo il rinnovato pericolo che corrono oggi i giovani e i meno giovani che manifestano: fermarsi allo stato epidermico di un generico rifiuto del disordine esistente, ad un ribellismo che non mette in forma qui ed ora l’orizzonte di un diverso ordine. Il primo gesto semplice che non inquina la purezza del movimento è dire con autentica convinzione che i fini non giustificano i mezzi, che anzi i mezzi si mangiano i fini. E agire di conseguenza: isolare concretamente, materialmente, quelli che non sono “compagni che sbagliano” ma semplicemente cattivi compagni, veicolo di rabbia pura, molecolare, disarticolata.

Il passo successivo non è affatto semplice, ma altrettanto necessario. Alla denuncia del patto sociale infranto da chi ha in questi decenni scelto la scellerata strada del sovversivismo dall’alto deve seguire non un elenco della lista della spesa, le pur sacrosante rivendicazioni di una abitazione a prezzi equi, di luoghi salubri in cui studiare e vivere. Non pensiamo a un programma, a una piattaforma, ma all’indicazione di un’altra forma di vita nelle città, nei luoghi di lavoro e di socializzazione. Ad una forma di vita distante, se non alternativa, a quella fondata esclusivamente sul codice del successo e della performance. Il resto seguirà. Se e quando questo avverrà potremo dire che qualcosa è cominciato a cambiare.

Non mancano letteratura e pratiche che hanno provato in questi anni “incresciosi” di neoliberalismo tecnocratico e di neo populismo straccione a indicare orizzonti e paradigmi diversi da quelli in voga nei media, nei social, nella politica spazzatura. Un’autocritica deve però venire anche da questo versante. Siamo stati troppo chiusi in granitiche e dogmatiche certezze analitiche e teoriche da consorterie intellettuali. Un divorzio dalla realtà delle emozioni che abbiamo il dovere di ricucire, innanzitutto con chi legittimamente manifesta. Non dall’alto di una cattedra, ma con umiltà, pazienza, generosità. Da pari.

È in questo spirito che stiamo lavorando al prossimo numero di fuoricollana.it sul Voto e le piazze. La specifica domanda che sotterraneamente attraversa i diversi contributi è se c’è qualcosa che accomuna l’ascesa nelle urne e nelle piazze delle destre e delle sinistre “radicali”.  A noi pare che vi sia un tratto comune, anche se ancora troppo nascosto, che merita di essere messo a tema. Il nome di questo quid comune è quello di sovranità, di una inedita e sacrosanta domanda da parte di larghe parti della popolazione di riprendere in qualche modo il controllo del proprio destino, del proprio presente e del proprio futuro.

Ciò non cancella le profonde differenze tra le narrazioni delle destre e quelle delle sinistre “radicali, le loro divergenti metapolitiche e sub politiche. Ma a noi pare che quello della perduta sovranità (della denuncia del “vincolo esterno”) è il discorso, l’humus, che dà conto meglio di ogni altro, tra quelli sin qui messi in campo da una pigra letteratura, delle radici del loro consenso. Senza voler nascondere la loro comune ambiguità e debolezza: molta metapolitica (identitarismo), molta sub politica (concretismo), pochissima politica. Quella debolezza e quella ambiguità – è il nostro auspicio – che una nuova generazione ha il diritto e il dovere di mettersi alle spalle.

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