Rossobrunismo, sovranismo, Putin e Ivan Ilyin
di Antiper
Uno dei termini più abusati nel dibattito corrente è il termine “sovranista” che in genere viene usato a destra come vanto e a sinistra come accusa. Nella sua accezione accusatoria il termine “sovranista” viene spesso sostituito dal suo sinonimo peggiorativo “rossobruno”.
Rossobruno è un termine che veniva usato in origine per marcare quelle frange dell’estrema destra – si pensi ai cosiddetti nazi-maoisti, emersi anche nelle pieghe dello stragismo di Stato [1] – che dichiaravano di guardare con simpatia a Mao o a Stalin, sebbene non certo per l’istanza di emancipazione che quei nomi richiamavano presso larghe masse, bensì come modelli di autocrazia e potenza nazionale.
Oggi, invece, il termine “rossobruni” viene agitato dal mainstream politico-mediatico come sinonimo di “putinisti”; in questa accezione il termine non suscita alcun interesse mentre ben più interessante è l’uso che viene fatto – talvolta, appunto, sotto la denominazione soft di “sovranisti” – per denotare soggetti formalmente collocati a sinistra che, in nome di un presunto realismo geopolitico, tendono ad adottare positivamente categorie tendenzialmente estranee alla storia del socialismo: patria, nazione, sovranità, interesse nazionale… tutti concetti dal carattere interclassista che dovrebbero avere un interesse per le classi popolari solo dopo la conquista del potere politico e che invece sono oggi diffusissimi nonostante la conquista del potere appaia lontana anni luce.
Personaggi come il filosofo Andrea Zhok sono stati accusati, anche da autorevoli intellettuali neo-keynesiani come Emiliano Brancaccio, di proporre riflessioni sovraniste perché sviluppano ragionamenti politici “per nazioni”, senza alcun riferimento alle dinamiche di classe.
In effetti, questo tipo di analisi “per nazioni” è ormai dilagante e la rete è letteralmente invasa da “analisti geopolitici”, moltissimi dei quali sono ex militari (in Italia sono numerosi quelli ospitati, per esempio, dal profilo di Giacomo Gabellini [2]), ex consiglieri strategici (Larry Johnson per la CIA, Lawrence Wilkerson per il Gabinetto del Segretario di Stato alla Difesa USA…, per fare solo due dei numerosi esempi di commentatori di guerra statunitensi che si potrebbero fare), giornalisti ex-embedded (come Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa). E stiamo parlando solo degli analisti geopolitici critici della narrazione mainstream pro-guerra sull’Ucraina e sul Medio Oriente.
Per non parlare dei numerosissimi intellettuali e “geopolitical youtubers” che prendono posizione contro la politica dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: nomi come John Mearsheimer, Jeffrey Sachs, Judge Napolitano, Sott Ritter, Pepe Escobar, Danny Haiphong, Glenn Diesen… Youtube e Telegram pullulano di canali [3] seguiti da centinaia di migliaia di follower che ogni giorno presentano analisi alternative a quelle mainstream.
In altra occasione varrà la pena di ricordare che la geopolitica è stata una disciplina molto amata in epoca nazista [4]
“Il termine geopolitica ha vissuto evoluzioni importanti da quando è stato utilizzato per indicare degli studi specifici, umanistici e non solo. Particolarmente in Italia, come in Germania, il termine ha avuto dei momenti veramente infelici. In Germania, dove fu ideato e sviluppato alla fine del XIX secolo, diventò appannaggio dei nazisti e in Italia, imitando il governo nazista, è stato utilizzato dal Governo fascista per legittimare le ambizioni di allora”
Tutto questo non è un caso, dal momento che la geopolitica tende a disdegnare l’analisi del movimento delle classi e a privilegiare un discorso “per nazioni” o “per leader” (nazionali); nonostante questo, la geopolitica ha trovato amplissimo respiro anche in larga parte di una certa sinistra che, mentre perde sempre di più ogni riferimento teorico, si intrattiene in disquisizioni surreali sulle prestazioni del tal missile o del tal carro armato.
Sia chiaro: le analisi degli esperti di questioni militari possono essere utili per comprendere talune dinamiche di guerra che caratterizzano la fase attuale e sono comunque spesso più interessanti degli slogan della sinistra gruppettara. Ed è giusto dire che la geopolitica è una dimensione di analisi che ha molta importanza. Ma non bisogna mai prendere per “oro colato” le riflessioni geopolitiche non-mainstream e ricordare che la critica verso la NATO può essere svolta anche in nome di un’opzione euroasiatista che ha sempre trovato largo seguito in una certa destra, anche molto estrema. E di certo una posizione coerentemente antimperialista non può collocarsi contro un imperialismo solo per sposarne un altro.
I canali “alternativi” rivendicano un ruolo di controinformazione, ma possono anche funzionare come incubatori di ideologie regressive che, pur non venendo espresse pubblicamente, covano sotto analisi apparentemente oggettive.
Un caso emblematico di questo tipo di problema ha riguardato il canale Youtube Ottolina, web TV pisana fondata da Giuliano Marrucci, già giornalista di Report, la quale, pur presentandosi con un profilo critico verso l’imperialismo atlantico e il sionismo, mostra al tempo stesso una certa tendenza a lasciar filtrare anche messaggi apertamente reazionari.
Il caso riguarda la recente intervista [5] realizzata da uno dei conduttori di Ottolina, Alessandro Bartoloni (anzi Alessandro Bartoloni Saint Omer, come preferisce essere chiamato), a Flavio Menozzi, curatore di una raccolta di testi del filosofo reazionario russo Ivan Ilyin [6].
Questa raccolta è stata appena pubblicata da Amazon [7] in selfpublishing e in quarta di copertina riporta il seguente brano
“Nel settembre del 1922, Lenin ordinò di caricare su una nave i filosofi più pericolosi della Russia. Non li fece fucilare – li espulse. Era un gesto insolito, quasi delicato, per un regime che non amava le sottigliezze. Tra i passeggeri di quella che la storia avrebbe chiamato la «nave dei filosofi» c’era Ivan Aleksandrovi? Il’in, trentanove anni, hegeliano, giurista, già anarchico e già pentito. Non avrebbe mai rivisto la sua patria.”
Per quanto piccolo questo brano è estremamente significativo perché Ilyin viene fatto passare come un generico intellettuale hegeliano e mezzo anarchico (e non per quello che realmente è, ovvero un reazionario totale). Lenin, al contrario, viene fatto passare come leader di un “regime” che non andava tanto per il sottile contro gli oppositori anche se, per una volta, aveva scelto di esiliare il filosofo invece di farlo fucilare come evidentemente era uso fare, si deduce, con i filosofi hegeliani e anarchici.
È interessante notare una cosa: in genere, Lenin non viene accusato di aver avuto la fucilazione facile, come invece si dice di Stalin. E interessante è anche che il filosofo anarco-hegeliano Ivan Ilyin venga presentato come una vittima dei terribili fucilatori comunisti.
Il conduttore non delude l’ospite e si unisce al coro. Ricordando l’esilio inflitto da Lenin al povero filosofo anarco-hegeliano, Bartoloni Saint Omer parla addirittura di “totalitarismo bolscevico”. Il che è davvero sorprendente perché a nessuno che non fosse profondamente e stolidamente anti-comunista è mai passato per l’anticamera del cervello di tacciare di “totalitarismo” il bolscevismo. Semmai, questo epiteto è stato spesso riservato, come per esempio da Hannah Arendt, al cosiddetto “stalinismo” che viene definito come un processo di liquidazione della fase bolscevica.
Un lapsus? Certamente no (sebbene i lapsus, come ci insegna il vecchio Sigmund, siano spesso rivelatori). Si tratta piuttosto della manifestazione di un retropensiero del Bartoloni Saint Omer il quale, nell’applicare la categoria liberale di “totalitarismo” a Lenin e al bolscevismo mostra la sua ostilità verso l’esperienza dell’Ottobre e la tradizione rivoluzionaria del ‘900.
Siamo di fronte, dunque, ad un’altra piccola voce anti-comunista? Non esattamente. La cosa è più complessa perché il santone istrionico Marrucci, una specie di Beppe Grillo dei poveri, è un vecchio arnese della comunicazione e getta ami in tutte le direzioni; prevalentemente a sinistra, ma non solo [8]. Del resto, Ottolina si autodefinisce arditamente “la TV del 99% contro l’1%” [9] e se tu ti vedi come il rappresentante del 99% è chiaro che ti vedi come il rappresentante di una estrema varietà di diverse idee politiche e di diversi segmenti sociali: fascisti, ecologisti, nazionalisti, razzisti, xenofobi, socialisti, comunisti, grillini, pacifisti, guerrafondai, destri, sinistri, alti, bassi, magri, grassi, anarco-hegeliani… e soprattutto ricchi, poveri, mezzo ricchi, mezzo poveri, medici, operai, ingegneri, rider, notai, precari…; escludi solo quello strettissimo 1% che “domina il mondo” attraverso la finanza. È, letteralmente, la scomparsa delle classi e dunque, con esse, della lotta di classe. Come faccia l’1% a continuare a dominare è un mistero graeberiano [10].
Ma non divaghiamo. Ilyin viene presentato come il filosofo più citato da Putin. Ed è questa la cosa interessante. Perché Ilyin non è affatto un critico “neutro” della modernità, ma un apologeta dello zarismo e del misticismo più oscurantista. L’intervistato Menozzi ci tiene a precisare che a suo avviso Ilyin non dovrebbe essere definito fascista, come spesso si fa, perché il suo essere reazionario sarebbe un essere reazionario del tutto particolare, alla russa, non confrontabile con l’essere reazionario all’occidentale in quanto molto legato alla religione.
Lasciamo perdere se questa precisazione sia efficace oppure no.
Quello che conta è il fatto che Putin citi spesso positivamente questo nazionalista ultra-ortodosso, zarista, anti-comunista, si potrebbe anche dire “fascista ante-litteram”; un filosofo che odiava la modernità in nome del ritorno ad una Russia in cui gli operai e i contadini facevano la fame, i soldati una guerra dopo l’altra, mentre l’aristocrazia se la spassava in palazzi lussuosi.
E perché queste citazioni di Ilyin da parte di Putin sono importanti? Perché ci ricordano che Putin è un autocrate e non un leader antimperialista, che cita l’URSS solo come esempio di potenza russa e non come tentativo socialista (peraltro sconfitto) e che guida un paese in cui il giusto diritto alla difesa dall’aggressione della NATO non si combina con una politica neo-socialista. In sostanza, la Russia che vuole Putin non è la Russia che voleva Lenin (e neppure quella che voleva Stalin). Probabilmente non è neppure la Russia degli zar e dei Pope ortodossi che voleva Ilyin. Ma di certo non è la Russia che dovrebbe auspicare il proletariato russo.
Bisogna sempre tenere ben a mente questo fatto: nella guerra attuale tra Russia e NATO-Ucraina è giusto auspicare la sconfitta della NATO (che può aprire nuove prospettive anche a noi), ma non la “vittoria di Putin” che, di per sé, non porta al proletariato russo grandi vantaggi (se non le briciole che derivano dalla crescita della potenza russa nel mondo).
In questa battaglia, Ilyin non è un alleato perché non ci può essere alleanza tra progresso rivoluzionario e regresso reazionario. La rivoluzione è un Aufhebung, un superamento dialettico dell’esistente verso il futuro, un progetto di emancipazione delle classi popolari e di fine dello sfruttamento. La reazione – come quella auspicata di Ilyin – desidera la distruzione del presente per suscitare il ritorno a modelli di società organicisti, gerarchici, aristocratici e si legittima attraverso il misticismo, la tradizione religiosa, la fede in Dio e nella Patria.
Non è proprio un caso che grande estimatore e precursore del recupero contemporaneo di Ilyin sia stato proprio Aleksandr Solženicyn, pensatore neo-zarista, antisemita e profondamente oscurantista.
Bartoloni Saint Omer avrebbe potuto presentare il pensiero di Ilyin in forma negativa per mostrare i limiti della cultura politica di Putin e quindi favorire un approccio più disincantato nei confronti della sua azione (a volte il giusto “odio” verso le nefandezze compiute dagli USA e dai loro alleati israeliani ed europei spinge a legittimare troppo in fretta chi si oppone ai loro disegni). Ma in realtà Bartoloni Saint Omer fa proprio l’operazione opposta ovvero legittima l’impostazione nazionalistica di Putin sulla base di un pensiero “filosofico”.
Nei suoi deliri rossobruneggianti (ammesso che in essi qualcosa di rosso possa essere rinvenuto) Bartoloni Saint Omer si spinge a condividere l’idea che la Russia sia ormai l’ultimo baluardo in Europa dell’umanismo (cosa che egli ovviamente considera buona) in contrapposizione al materialismo che viene dagli USA (cosa cattiva). Ma poi si domanda (e domanda all’interlocutore) come mai l’URSS, che era chiaramente materialista (cosa cattiva) non viene, come dovrebbe, essere respinto dall’umanistica Russia. La risposta di Menozzi-Ilyin è che il bolscevismo è stata una “corruzione dell’anima” (Menozzi propone qui anche un Ilyin platonico) che in un certo momento ha colpito tutti i russi, ma poi la corruzione è finita e ora la Russia può riprendere il suo cammino. In effetti qui, di materialismo (storico), non ce n’è neppure l’ombra. Solo chiacchiere astruse sui presunti “caratteri” delle nazioni.
Questo tipo di impostazione spiega perché, in molti video di Bartoloni e Ottolina (come in quelli di tutti i canali “sovranisteggianti”), ricorre ossessivamente il rimprovero a Meloni, Salvini & co. di essere dei finti sovranisti e di non adottare politiche davvero sovraniste, di non fare davvero l’interesse nazionale dell’Italia, così come il rimprovero ai gruppi dirigenti europei di non fare davvero gli “interessi dell’Europa” con le loro sanzioni alla Russia e il loro servilismo verso gli USA.
Ma quella di “interesse nazionale” non è una categoria che possa appartenere al lessico di un movimento antimperialista che opera in un paese in cui domina il modo di produzione capitalistico. In un tale paese l’unico interesse delle classi che vengono oppresse è quello di rovesciare le classi che le opprimono.













































Comments
Perché le classi sono il prodotto - dunque non l'artefice - del rapporto degli uomini coi mezzi di produzione e lo SCAMBIO, che le genera.
Se il compagni stanno ancora ancorati al Manifesto del 1848, non sanno che Marx e Engel fecero pubblica ammenda a riguardo.
Non solo, ma che Marx coi Grundrisse cerca di sistematizzare al meglio le questioni per dimostrare che è l'insieme del modo di produzione capitalistico in quanto movimento a generare VALORE.
Dunque non è una classe che lo domina ma l'insieme delle classi che sono
COMPLEMENTARI, pur se con ruoli diversi e interessi diversi. E che il proletariato non può in alcun modo costituirsi in classe autonoma e disarcionare la classe al potere, perché si tratta di un sistema MONISTA IN CUI TUTTO SI TIENE FINCHE'SI TIENE, fino al suo implodere per cause proprie.
In sostanze non è una classe che detiene il potere, ma un sistema con LEGGI IMPERSONALI che sviluppa profitto e valore.
Cari compagni,
siete ancora ancorati con la palla al piede di una visione ideologica, e non capite che la storia è andata avanti e con essa anche una necessaria riflessione rispetto alle nostre illusioni.
Sveglia!!! compagni cari, altrimenti la storia ci passa sotto il naso e.... lascia dir le genti (per dirla con Marx).
Perdonatemi la sfrontatezza, ma questa non è la fase degli intorcigliamenti ideologico.
Proletari di tutto il mondo unitevi!.
Bel poster per camera di studente universitario col barbone di Treviri che saluta a pugno chiuso.
Michele Castaldo