Lenin a Pechino
Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè
di Moreno Pasquinelli
Questo breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?
* * * *
«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …
Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.
Quale che sia l’enigma che si cela dietro alla questione di cosa sia la Cina, è certo che non si tratta di mito ma di un ente ben reale, che quindi può essere compreso solo con un’analisi teorica rigorosa. Nonostante esistano sulla Cina contemporanea una letteratura vastissima ed una messe di informazioni e dati empirici sterminati, le opinioni sulla natura del sistema sociale cinese non solo divergono ma conducono a risposte opposte.
Da un lato stanno i corifei del capitalismo i quali, con baldanzosa perfidia, affermano che, se dopo il crollo dell’URSS, anche i comunisti cinesi hanno restaurato il capitalismo, ciò indica che il vituperato capitalismo è il solo possibile tra i mondi, anzi il migliore dei mondi possibili, eterno e dunque senza possibile alternativa. Dall’altro lato vi sono i filo-cinesi che invece considerano la Cina, proprio dopo aver demolito le basi collettivista dell’era maoista, un paese socialista, e addirittura, grazie alla sua forza propulsiva, il socialismo goda di ottima salute e stia avanzando a scala storica e mondiale.
Due mitologie che paradossalmente si sorreggono a vicenda.
…Un empirismo
Cercheremo di spiegare che i filo-cinesi si sbagliano e come la loro posizione abbia gravi conseguenze teoriche e politiche.
Ogni giudizio su un fenomeno sociale s’appoggia necessariamente su un’impostazione gnoseologica, implica un metodo. Non è difficile scoprire che il procedimento conoscitivo dei filo-cinesi è empiristico quanto quella dei corifei del capitalismo. Per gli empiristi la verità risulta dall’accertamento dei fatti esperiti, dei dati, dei fenomeni. Dal concreto all’astratto, è infatti il metodo induttivista degli empiristi. Ci spieghiamo così come possa accadere che da medesime osservazioni fattuali si possa giungere a conclusioni teoriche diverse e addirittura opposte. Ce lo spieghiamo se ammettiamo che non esistono dati osservativi puri (né osservatori neutrali). Come infatti leggere i dati? Come elaborare il materiale frutto dell’osservazione? Con quali criteri stabilire relazioni connettive tra i fatti?
La verità è che l’atto del conoscere non avviene per mero “rispecchiamento”, ex post, che per conoscere serve una visione teorica ex ante dalla quale discende il metodo di indagine e con la quale leggere e interpretare i fatti. Scrisse giustamente l’epistemologo Feyerabend: «la richiesta di ammettere solo quelle teorie che derivino dai fatti ci lascerebbe senza alcuna teoria». [1] La scienza non procede infatti dal basso verso l’alto, dai fatti alle teorie, ma dall’alto verso il basso, ovvero dall’astratto al concreto. Per dirla con Marx:
«il metodo di salire dall’astratto al concreto è il solo modo in cui il pensiero si appropria il concreto, lo riproduce come un che di spiritualmente concreto». [2]
L’empirismo impedisce di cogliere l’essenza dei fenomeni sociali che si nasconde dietro alla loro apparenza.
Una prova lampante dell’empirismo usato dai filo-cinesi ci viene fornita da un intellettuale prolifico come Carlo Formenti — ha dato alle stampe, sostenendo anche tesi molto diverse l’una dall’altra, una ventina i di libri. Dopo aver scomunicato coloro che non credono che la Cina sia socialista come “negazionisti” (sic!), il nostro si chiede come possa spiegarsi questo “negazionismo” e, con singolare candore, risponde:
«La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese». [3]
I fatti dunque, ma i dati fattuali da soli, senza una chiave teorica per interpretarli e comprenderli, con buona pace di Formenti, non sono mai sufficienti per capire “l’immensa portata storica dell’esperimento cinese” — più è grande e complesso l’“esperimento” più decisiva la ricchezza del procedimento conoscitivo.
Solo chi si pone giuste domande può ottenere giuste risposte, può quindi analizzare fatti e fenomeni, svelare la loro connessione, ricavarne un risultato, cioè un giudizio ponderato su un sistema sociale.
Equivoci e antinomie
Posto che non si deve mai giudicare qualcuno da ciò che dice di sé stesso, non si può non prendere atto che sia i filo-cinesi sia chi governa in Cina, si dichiarano comunisti, Xi Jinping proclama anzi di considerarsi un marxista-leninista. Ma rispettano davvero i principi ed i criteri che contraddistinguono la teoria marxista? Vedremo che la risposta è negativa, che proprio usando principi e criteri marxisti la Cina non è un paese socialista e che, al contrario, esso è una forma, come spiegheremo più avanti, di capitalismo di ultima generazione.
Quali sono dunque le domande che chi proclama di seguire il modo di pensare e analizzare di Marx dovrebbe porsi per rispondere alla questione di quale sia la natura sociale della Cina? Proviamo ad elencarle: è il modo di produzione il principale metro di giudizio? O criterio primario è la sua sovrastruttura statuale e ideologica? Cos’è un modo di produzione? Di che tipo sono quindi i rapporti di produzione e di proprietà che ne discendono? Valgono in Cina la legge del valore e le leggi di mercato come in ogni altra società capitalistica? La forza lavoro è anche in Cina una merce? Come si determina la divisione del lavoro? La pianificazione centrale è impostata dal principio della produzione e dello scambio dei beni come merci oppure come valori d’uso? Il pluslavoro (la parte eccedente del lavoro fornita dal lavoratore oltre quella necessaria con cui ottiene il salario) da chi viene appropriato? In che misura è socialmente distribuito e in quale viene invece accaparrato dal capitale come plusvalore? Possono i lavoratori organizzarsi ed esercitare un controllo della produzione? Posto il ruolo guida dell’élite politica, che tipo di relazione c’è tra questa e le masse? Esistono, e nel caso che sostanza e ampiezza hanno, forme di democrazia socialista?
Senza ancora scomodare la dialettica, noi riassumiamo questa serie di domande in un sillogismo:
Premessa maggiore: se ad un polo abbiamo chi per vivere deve vendere la sua forza-lavoro come merce a chi possiede i mezzi di produzione, se i prodotti del lavoro assumono la forma di merci, e se la produzione di merci è la forma economico-sociale dominante;
Premessa minore: al polo opposto dev’esserci necessariamente capitale che agisce per valorizzarsi e accrescere plusvalore, e se c’è plusvalore il lavoratore, non potendo disporre dei frutti del suo lavoro, subisce sfruttamento e alienazione.
Conclusione: se ci sono sfruttamento e alienazione dei lavoratori, non c’è socialismo ma una qualche forma di capitalismo.
I filo-cinesi non negano che in Cina ci siano varie forme di capitalismo, sostengono tuttavia che esse non sono dominanti, e quindi si fanno scudo con Lenin secondo il quale, nelle prime tappe della transizione dal capitalismo al socialismo, necessariamente sopravvivono forme mercantili, beni prodotti come merci. Torneremo più avanti su Lenin, la Rivoluzione in Russia e la Nuova Politica Economica (NEP), non c’è ovviamente alcun dubbio che non si passa al socialismo dal giorno alla notte, che non si aboliscono mercato e relazioni mercantili con dei decreti; ed è vero che nella coabitazione (per sua natura antagonistica) tra settori economici ancora capitalistici e quelli socialisti esordienti, questi ultimi dovranno mostrare nella pratica di essere superiori e vincenti. Vero, a patto di ricordare che proprio Lenin non si stancò mai di affermare che il compito di un governo rivoluzionario, se tiene fede allo scopo del socialismo, è proprio quello di dedicarsi anima e corpo all’abolizione delle forme capitalistiche, che nella fase di transizione la lotta di classe diventa per questo ancora più acuta poiché:
«Il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato, se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo». [4]
Ahinoi i filo-cinesi mischiano le carte, confondono i concetti, così da far credere che ci sarebbe omologia e/o identità tra socialismo e transizione al socialismo. Mossa maldestra: per socialismo deve intendersi una società dove la transizione ha già compiuto le sue tappe fondamentali lasciandosi alle spalle il capitalismo e la divisione in classi, che va quindi realizzando sia il principio “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, sia una forma effettiva e onnilaterale di democrazia; mentre, per periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, s’intende un sistema sociale ibrido, in cui persistono rapporti di produzione capitalistici, forze produttive inadeguate alla creazione di ricchezza sociale generale, nel quale non si possono ancora compiere sostanziali passi verso l’abolizione delle classi e dello sfruttamento.
Formenti, in barba al principio di non contraddizione, condannando come va di moda in Occidente le norme binarie, risponde che è ridicolo «classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione», e pensa di cavarsela ricorrendo alla tesi dello storico Fernand Braudel per cui capitalismo e mercato non sono la medesima cosa. [5] Un alibi, quello di tirare in ballo Braudel, che è un boomerang poiché Braudel, nella sua immagine dell’economia a tre piani, pone il capitalismo al piano superiore dove, alle spalle del libero mercato comandano i colossi monopolistici che evitano di farsi concorrenza e usano il potere politico per governare il mercato dall’alto. Definizione che sembra attagliarsi quasi perfettamente alla Cina, a meno che Formenti non voglia assurdamente sostenere che lo stadio cinese sarebbe quello dell’economia di sussistenza (piano terra) o addirittura quello del piccolo commercio di una società sostanzialmente poco sviluppata e rurale (primo piano). Relazioni mercatili di produzione e scambio esistevano infatti molto prima dell’avvento del capitalismo, ma solo col capitalismo la produzione dei beni come merci, di cui l’esistenza del lavoro salariato, diventa dominante e dispiegata.
L’ultimo espediente dei filo-cinesi è quello di tirare in ballo la dialettica: “non è forse vero, ci dicono, che esiste l’unità degli opposti? che la contraddizione implica una sintesi?” Quest’idea di dialettica è mistificante, è una brutta versione dell’hegeliana idea che l’unità degli opposti consista nella loro conciliazione. Condividiamo invece la lettura che Mao diede della dialettica nel suo noto saggio del 1937 Sulla contraddizione. Tornerà sul tema nel 1964 chiarendo il suo pensiero e spiegando che per unità degli opposti non deve intendersi solo il loro legame ma la loro opposizione antagonistica:
«Cos’è la sintesi? Voi site stati tutti testimoni di come due opposti, il Kuomintang e il partito comunista, siano giunti alla sintesi sul continente. La sintesi ha avuto luogo in questo modo: i loro eserciti sono arrivati e noi li abbiamo divorati, ce li siamo mangiati un boccone dopo l’altro. Non è stata la sintesi di due opposti che coesistevano pacificamente. (…) Una cosa distrugge l’altra, le cose sorgono, si sviluppano e sono distrutte, ovunque è così. (…) Una cosa mangia l’altra, il pesce grosso mangia il pesce piccolo, questa è la sintesi». [6]
Nessuna hegeliana sottigliezza dialettica inficia il principio aristotelico di non contraddizione:
«È infatti impossibile che il medesimo <attributo> appartenga e non appartenga al medesimo <soggetto>, nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto». [7]
Pianificazione socialista?
Non che Formenti non avverta, nella sua ostinata apologia della Cina Socialista, di restare impigliato in paralogismi e antinomie. Non altrimenti potremmo spiegarci perché faccia sua la formulazione approssimativa e minimalistica che da il disarmante titolo al saggio collettaneo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli: “Cina (prevalentemente) socialista”. [8]
I quattro, ricorrendo al maldestro stratagemma dell’avverbio “prevalentemente”, ammettono che in Cina c’è stata, dopo la fase maoista, restaurazione del capitalismo, tuttavia il modo di produzione “prevalente” sarebbe quello socialista. Peccato che né i quattro né tantomeno Formenti ci dicano in cosa consista e in quali settori operi in Cina il “modo di produzione socialista”. Essi si limitano a dirci che “nei settori decisivi come la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione” […] lo Stato la farebbe da padrone. E siccome l’avverbio (prevalentemente) risulta imbarazzante, Formenti peggiora la sua situazione aggiungendo un aggettivo, suggerendo di assumere «l’aggettivo socialista “nel significato “debole” che vi attribuisce il compianto Alberto Gabriele». [9]
La mancanza di rigore teorico di simili formulazioni è sconcertante, il succo (sembrerebbe) è che ci sarebbe socialismo ove esistano nazionalizzazione dei settori economici decisivi e pianificazione, ecc. Chiediamo: con questi criteri la Cina maoista non era già cento volte più socialista di quella odierna? E che dire della Repubblica Popolare Democratica di Corea dove, diversamente che in Cina, sono tollerate solo piccole attività commerciali private e tutto è rigidamente pianificato collettivizzato e ci sono sorprendenti tassi di sviluppo economico?
Molto più sobria, ponderata, realistica, e sincera la posizione di un grande amico della Cina qual è Alberto Bradanini:
«Nella Cina odierna i meccanismi di produzione, pubblici o privati non fa differenza, sono basati sul profitto, non sul bisogno; il lavoro è subordinato alle priorità del mercantilismo; il profilo della nazione presenta pochi tratti di quella fisionomia vagheggiata dai padri nobili del socialismo (…) “essenziale è catturare il topo, non importa di che colore sia il gatto”, asseriva Deng. Lo sdoganamento dottrinale si è però fermato a metà del guado, accantonando due aspetti cruciali, l’identità del soggetto, che avrebbe richiesto una rimodulazione anatomica del ruolo del partito, affrontando in parallelo, sempre dal punto di vista marxiano, la sfera ideale e materiale della libertà, e l’essenza fondamentale del traguardo (il topo), che avrebbe spianato la strada a un’effettiva partecipazione al potere e al controllo democratico nella distribuzione qualitativa e quantitativa della ricchezza prodotta (il gatto)». [10]
In Cina c’è la pianificazione, gridano i filocinesi, senza minimamente considerare che possono esserci due modalità opposte di pianificazione, una capitalista e l’altra socialista. Vogliamo ricordare che a più riprese il capitalismo ha saputo sperimentare, con successo, la combinazione tra mercato e pianificazione del ciclo economico con relativa centralizzazione delle scelte strategiche — ci sembra anzi di poter dire che grazie alla cibernetica, al probabilismo predittivo e all’uso dell’intelligenza artificiale questa combinazione tende ad essere la nuova frontiera del capitale. Ma mentre la pianificazione capitalistica resta per sua natura fondata sulla produzione e lo scambio dei beni come merci, quella socialista, agli antipodi, è tale perché implica produzione e scambio dei beni come valori d’uso, il che implica il superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Riguardo alla pianificazione l’esperienza compiuta in Unione Sovietica e in altri paesi post-rivoluzionari ci ha detto molte cose, tra cui questa: posta la totale proprietà statale dei mezzi di produzione e di scambio, la pianificazione utilizzava il metodo del calcolo economico, faceva cioè pur sempre ricorso a rapporti monetario-mercantili ovvero, pur non subordinata alla realizzazione del valore e del plusvalore, agiva la circolazione pianificata dei beni come merci, attuata tramite i prezzi e il denaro.
Venendo alla categoria di Capitalismo di Stato se ne son dette, anche a causa delle definizioni ambigue di Lenin, di tutti i colori. È evidente tuttavia che Lenin usò il concetto riferendosi ad un paese arretrato il quale, compiuta la rivoluzione politica, doveva compiere quella della sfera economica e, a causa del basso sviluppo delle forze produttive, avrebbe dovuto accettare che alcuni settori dell’economia avrebbero funzionato, per un certo periodo di tempo, in maniera capitalistica, certo sotto il vigile controllo dello Stato operaio. Ai filo-cinesi che s’inchinano adoranti davanti alla Cina come potenza economica la più avanzata del mondo, chiediamo: fino a che mirabolante livello di sviluppo dovrebbero essere portate le forze produttive cinesi affinché ci siano eguaglianza sociale e democrazia socialista?
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Davanti alle critiche i filo-cinesi, aggiustano il tiro e, dopo autodifendersi postulando che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione”, ricorrono all’arma di ultima istanza: siccome il potere dello Stato è in mano al partito comunista, e posto che il fine del partito è il socialismo, allora abbiamo che la Cina è socialista. Afferma Candidamente Formenti:
«La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico, quello che veramente occorre capire, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove». [11]
Il postulato auto-difensivo è semplicemente falso, un rozzo stratagemma per giustificare l’infatuazione per il modello sociale cinese; esso equivale a sostenere che la teoria marxista e le immense esperienze storiche del ‘900 non ci abbiano consegnato risposte e insegnamenti ricchissimi su cosa sia e cosa non sia la transizione al socialismo. E che dire dell’arma di ultima istanza? Ess è una forma assoluta e grottesca di autonomia della politica la quale, en passant, priva di senso ogni ragionamento e investigazione della natura dei rapporti sociali poiché criterio auto-sufficiente sarebbe le volontà di chi si trovi, anche solo momentaneamente, al governo di un dato Paese. Formenti ci sbatte in faccia un finalismo estremistico per cui, con buona pace di Aristotele, tre delle sue quattro cause per spiegarsi i fenomeni se ne vanno in malora, così restandone solo una, quella finale.
La nuda verità, lo vedremo con chiarezza più avanti, è che il modo di ragionare dei filo-cinesi, conduce ad una tremenda conclusione: il socialismo è una chimera, Marx è stato un grande utopista, e vana risulta quindi tutta la sua monumentale critica del capitalismo. È certamente vero che ci sono tratti utopistici nella visione marxista, che saltano agli occhi in Stato e rivoluzione di Lenin (dove si vaticina non solo l’eliminazione delle classi sociali ma addirittura la scomparsa dello Stato, di ogni forma di governo politico). Giusto sbarazzarsi di queste velleità utopistiche, giusto gettare l’acqua sporca, ma il bambino va salvato, ovvero la possibilità di una società che si lasci alle spalle il capitalismo fondata sull’eguaglianza sociale e la libertà.
Che la teoria marxista abbia numerose falle, lo abbiamo ammesso, indicando però con la massima precisione quali fossero. [12] Del corpus teorico lasciatoci da Marx, pena perdere la bussola e andare alla deriva, va salvata senz’altro la sua fisiologia critica del capitalismo con le sue leggi di movimento, dalle quali ha ricavato la sua concezione del socialismo e della transizione. Due aspetti che sono le due facce della stessa medaglia.
Sentenziando che la Cina abbia raggiunto il socialismo i filo-cinesi rischiano di commettere la stessa sciocchezza di Stalin il quale, nel 1936 affermò in pompa magna che l’URSS aveva appunto raggiunto il socialismo. Come ebbe a dire Mao Zedong, che dei disastri compiuti da Stalin ne sapeva qualcosa:
«Nel 1936 Stalin disse che l’URSS era socialista e la lotta di classe eliminata, ma nel 1939 ha dato il via ad un’altra purga di controrivoluzionari. Non era anche quella lotta di classe?» [13]
L’atteggiamento dei filo-cinesi rispetto alla Cina odierna rassomiglia come una goccia d’acqua a quello dei filo-sovietici che nel partito comunista cinese si opponevano alla frazione maoista negli anni ’50-‘60 (quelli durante la Grande Rivoluzione Culturale vennero accusati di voler restaurare il capitalismo e che dopo, con Deng alla testa, riconquisteranno il potere politico). Parlando di loro Mao ebbe a dire:
«Noi non possiamo seguire ciecamente i sovietici, ma solo dopo un esame critico. Vi sono peti di odore insopportabile e peti puzzolenti. Non bisogna credere che ogni peto sovietico sia di buon odore. Se altri affermano che tra i sovietici qualcosa puzza, noi diciamo che puzza». [14]
Nemmeno i peti di Xi profumano.
Una transizione al contrario
Che prevalga in Cina l’economia di mercato, e che la forza-lavoro sia merce, la sola che abbia la magica capacità di creare plusvalore per chi l’acquista, è un fatto che nessuna contorsione semantica può occultare. Non altrimenti ci spieghiamo l’entrata a pieno titolo nel 2001 nell’imperialistico Wto (World Trade Organization), ingresso che sancì l’avvenuto incapsulamento dell’economia cinese nel circuito della globalizzazione neoliberistica, e che venne accettata appunto perché il governo cinese ebbe avviato profonde riforme sociali e istituzionali tese ad allineare il proprio sistema sociale e normativo a quello dell’Occidente globalizzato. Senza dimenticare i solenni discorsi (2017, 2021 e 2022) di Xi Jinping al supremo cenacolo dell’oligarchia capitalistica mondiale, il Wef (World Economic Forum) di Davos dove, lungi dal presentare la Cina come araldo della rivoluzione socialista, ben al contrario la esibì come il più convinto baluardo della globalizzazione economica, del liberoscambismo e del multilateralismo in salsa mercantilista. Su questi aspetti è illuminante il contributo di Ernesto Screpanti. [15]
Per i filo-cinesi, contano solo i “puri” fatti, non i “dogmi teorici”, ma è un fatto che anche come conseguenza di grandi e successive privatizzazioni di aziende pubbliche di vario tipo e grandezza (le privatizzazioni tra gli anni ’90 del secolo scorso e l’inizio del ventunesimo ammontarono a 700 miliardi di dollari, poco meno del totale realizzato in tutto il resto del mondo!), il settore capitalistico privato, già nel 2005, sette anni prima dell’arrivo al potere di Xi Jinping, forniva in Cina un contributo al Pil poco superiore a quello del comparto pubblico. Oggi, a quattordici anni dall’ascesa di Xi, la tendenza non si è invertita, al contrario si è consolidata, visto che il settore privato contribuisce al Pil per oltre il 60%, il 48% delle attività di import-export, il 56% degli investimenti in capitale fisso.
Che in Cina lo Stato detenga fondamentali posizioni monopolistiche in diversi settori economici è assodato. Giusto affermare che si tratta dunque di un’economia mista, dove coesistono settori privati e pubblici. Potremmo dire che il partito comunista cinese applica, mutatis mutandis, il modello italiano delle partecipazioni statali per cui lo Stato non solo gestiva grandi aziende nei settori chiave dell’energia, della chimica, dei trasporti, della siderurgia, comunicazioni,li connetteva ai settori privati in base ad una programmazione strategica. Ma un’economia mista viola le categorie marxista? O può essere compresa proprio alla loro luce? In un’economia mista come quella cinese i beni sono pur sempre prodotti come merci, esistono salario e plusvalore, il processo lavorativo è processo di valorizzazione del capitale, il capitale è soggetto alla logica dell’accumulazione e ai suoi cicli e tempi di rotazione, c’è concorrenza e si forma un saggio di profitto, c’è capitale commerciale e commercio con l’estero, c’è circolazione monetaria e infine un sistema finanziario e borsistico con una classe di rentier che vivono di speculazione.
Per dirla con Marx:
«In tutte le forme di società è una produzione determinata che assegna rango e influenza a tutte le altre, come del resto anche i suoi rapporti assegnano rango e influenza a tutti gli altri. È una luce generale in cui sono immersi tutti gli altri colori e che li modifica nella loro particolarità. È un’atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutto ciò che da essa emerge». [16]
La diagnosi della Cina non sarebbe completa se non dicessimo che sotto molteplici aspetti il capitalismo con caratteristiche cinesi si presenta in effetti come quello più vivace e performativo; non è per caso che la Cina si trova in cima a diverse classifiche mondiali, anzitutto quella della produttività del lavoro — ciò che smentisce che i salari cinesi siano “alti”, sono invece bassi data l’enorme produttività. Il Paese supera gli stessi Stati Uniti ed i paesi occidentali in settori come quelli delle alte tecnologie, della robotica, dell’automazione. Si disquisisce da anni sul recente culto di Confucio (vera grande bestia nera dei rivoluzionari cinesi a cominciare da Sun Yatsen per non parlare dei comunisti ai tempi della Cina maoista) e del recupero dei valori tradizionali (rispetto della famiglia, dell’ordine e delle gerarchie sociali, l’obbedienza sociale, l’identità nazionale,) ciò per potenziare l’influenza globale della Cina nel mondo (soft power). Sull’efficacia del neo-confucianesimo come strumento per scalare l’egemonia culturale occidentale nutriamo forti dubbi; di sicuro non sono i valori socialisti dell’eguaglianza e della libertà ad alimentare il soft power della Cina, ma il mito delle forze produttive, le sue capacità tecno-scientifiche, la correlata caparbia consapevolezza di riportare l’Impero di mezzo in cima al mondo, una politica che pare riuscire a domare gli spiriti animali e le contraddizioni del capitalismo, l’apparente disciplina sociale.
La morale della favola è che anche stando ai “puri” fatti, se analizzati e correlati in modo corretto, se interpretati alla luce dei criteri marxisti, questi indicano che il modo di produzione e i relativi rapporti di produzione sono in Cina capitalistici e di gran lunga dominanti; che con un processo ininterrotto iniziato nel 1978 la quantità si è trasformata in qualità, e da una struttura sociale collettivista a basso sviluppo delle forze produttive si è passati ad una capitalistica con forze produttive ad altissimo potenziale. La transizione è sì avvenuta, ma al contrario, e non si vedono segni di inversione di tendenza, né di misure che puntino ad eliminare i dominanti tratti capitalistici.
LENIN, LA NEP E I NUOVI SMENOVEKHISTI
Nel rifiuto di ammettere che in Cina, sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale, è avvenuta una transizione al contrario, noi vediamo una rottura profonda, certo con il maoismo come pure con il marxismo.
Formenti afferma infatti a chiare lettere che se si giudicasse la Cina usando i “calissici” parametri e criteri marxisti la inevitabile conclusione è che non c’è socialismo:
«Le sinistre negazioniste hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo”. (…) Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e dell’Anti-Dühring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari». [17]
Vorremmo dire: Amen!
Invece non possiamo. Commesso il pacchiano errore di affermare che “anche Rosa Luxemburg fu contro la NEP” (in verità morì tre anni prima), nel suo viscerale e inaccettabile rancore terzomondista contro il “marxismo occidentale” e per amore delle riforme capitalistiche, Formenti, nella tomba della confusione teorica, deve trascinare anche Lenin. Leggiamo infatti:
«Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari». [18]
Nel dare questo lapidario giudizio su Lenin che “manderebbe in pensione” Marx e la teoria classica della transizione, il nostro si ripara dietro a Vladimiro Giacchè, e fa encomio del suo libro Lenin, Economia della rivoluzione. [19]
La tesi di Giacché, utilizzata deliberatamente per giustificare la cinese “economia socialista di mercato”, è drastica: con la Nuova Politica Economica (NEP), che ripristinava nella Russia post-rivoluzionarie misure capitalistiche, Lenin non propone solo una “ritirata strategica” ma, abbandonando ogni ”purezza ideologica”, concepisce una nuova idea di transizione a socialismo, lenta, senza strappi, senza forzature soggettivistiche, come una fase lunga di coabitazione col capitalismo. La tesi che Giacché vorrebbe far passare per leninistico oro colato è però falsa da cima a fondo. Ci chiediamo: imperdonabile incompetenza o deliberata contraffazione del pensiero e dell’opera di Lenin? Forse il primo caso, visto che il libro di Giacché pare una copia conforme di quello pubblicato a Berlino dalla casa editrice Dietz nel centenario della nascita di Lenin. [20]
Sia come sia Giacché ha compiuto una grossolana censura, escludendo dalla sua corposa raccolta tutti gli scritti di Lenin, ma proprio tutti!, che vanno nella direzione esattamente contraria al suo teorema. Sarà facile dimostrarlo, ma prima è bene sottolineare le quattro essenziali ragioni che stanno alla base della “ritirata strategica” della NEP e dell’adozione di riforme economiche capitalistiche. Prima: la devastante carestia del 1920; Seconda lo stato di anarchia sociale seguito a sette anni di guerre; Terza: la profonda arretratezza delle forze produttive e dell’industria; quarta: la sconfitta della rivoluzione in Europa e l’accentuato accerchiamento della Russia sovietica.
Davvero Lenin concepiva la NEP come “ritirata strategica di lungo periodo”? La NEP venne varata nel marzo 1921 e solo un anno dopo, nel marzo del 1922, una volta che l’economia e lo scambio città-campagna aveva ripreso vigore, accompagnati dal “piccolo” inconveniente della ricomparsa di ceti capitalistici (nella forma dei Kulaki nelle zone rurali e dei Nèpmeny nelle città), Lenin ammonisce in maniera perentoria:
«Noi vediamo oggi con chiarezza la situazione in cui si trova il nostro paese e possiamo dire con assoluta fermezza che la ritirata, iniziata da noi, può oramai essere interrotta e che la stiamo interrompendo. Ora basta (…) Sappiamo, d’altro canto che, data la carestia, data l’attuale situazione dell’industria, non siamo in grado di conservare tutte le posizioni conquistate tra il 1917 e il 1921. Ne abbiamo già cedute un certo numero. Ma ora possiamo dire che questa ritirata, per quanto riguarda le concessioni ai capitalisti, è terminata». [21]
Pochi giorni dopo, nel suo rapporto all’XI Congresso del Partito (27 marzo e 2 aprile 1922), Lenin ribadisce:
«Per un anno ci siamo ritirati. Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta! Lo scopo perseguito con la ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già finito. (…) La ritirata è terminata, la ritirata è finita; si tratta ora di raggruppare di nuovo le forze». [22]
Lenin è sollecitato a sottolineare il concetto della fine della ritirata per molteplici ragioni, prima fra tutte il pericolo che i nemici interni ed esterni, immaginando che i bolscevichi stavano sic et simpliciter tornando al capitalismo, avrebbero minacciosamente rialzato la testa, e fa l’esempio di Smena Vekh, la rivista di intellettuali emigrati bianchi capeggiati da Nikolai Ustrialov:
«Arresto della ritirata (economica) e obbiettivo di mutare il raggruppamento delle forze. Un ammonimento viene dalla borghesia, che per bocca di Ustrialov, uomo del gruppo Smena Vekh, ha dichiarato che la NEP non è una “tattica”, ma una “evoluzione” del bolscevismo». [23]
Ed è proprio nella solenne sede del congresso che Lenin afferma:
«Vorrei trattare brevemente la questione: la Nuova Politica Economica dei bolscevichi è evoluzione o tattica? Così han posto la questione gli smenovekhisti, che come sapete, costituiscono una corrente che ha preso piede fra gli emigrati russi, una corrente politico-sociale alla testa della quale si trovano i più grandi uomini politici del partito cadetto, alcuni ministri dell’ex governo di Kolciak, uomini che si sono convinti che il potere sovietico costruisce lo Stato russo e che perciò bisogna seguirlo. “Ma questo potere sovietico, che tipo di Stato costruisce? I comunisti dicono che è uno Stato comunista, affermando che qui si tratta di tattica: i bolscevichi in un momento difficile si servono dei capitalisti privati e, in seguito, così dicono, riprenderanno tutto nelle loro mani. I bolscevichi possono dire ciò che loro piace, ma in realtà non si tratta di tattica, ma di evoluzione, di rinnovamento interno; essi giungeranno al comune Stato borghese, e noi dobbiamo sostenerli. La storia segue vie diverse”. Così ragionano gli smenovekhisti». [24]
Lenin precisa che la NEP non dev’essere intesa come una riconciliazione col capitalismo, sottolineando che:
«Il nemico [gli smenokhevisti] dice la verità di classe, additando il pericolo che ci sta dinanzi. Esso si sforza di fare in modo che questo pericolo sia inevitabile”; e quindi ribadisce che con la NEP non si avvia un periodo di pacificazione con le forze capitaliste ma, al contrario: «la lotta con la società capitalistica è diventata cento volte più accanita e pericolosa, perché non vediamo sempre chiaramente chi è nostro nemico e chi è nostro amico». [25]
Ognuno può ora decidere se abbia valore conoscitivo e politico l’analogia tra la situazione della Russia sovietica ai tempi della NEP e quella esistente nella Cina odierna, o tra Lenin e Xi Jinping. Ammesso e non concesso che ci sia consustanzialità tra la natura della direzione politica cinese odierna e quella leniniana di allora, non sono nemmeno lontanamente paragonabili i sistemi sociali: la Russia era appena uscita da 7 anni di guerre sanguinose e devastanti, da una micidiale carestia, la fame ammorbava i cittadini, l’economia ero allo sfacelo; la Cina è oggi, se non la prima, certo la seconda potenza economica, politica, scientifica, tecnologica mondiale; nessun paragone con la Russia ai tempi di Lenin è dunque ammissibile.
Concludendo, Giacché ed i filo-cinesi come Formenti, sulle orme del compianto Domenico Losurdo, [26] non fanno che riproporci un bucharinismo, anzi uno smenovekhismo sotto mentite spoglie.
Contrariamente agli ammonimenti di Lenin, negli anni successivi alla sua morte, quando alla guida dell’URSS c’era il duo Stalin-Bucharin, la NEP venne perseguita dando accresciuto spazio alle forme e alle forze capitalistiche — Arricchitevi!, disse proprio Bucharin, in un discorso dell’aprile 1925. [27] Il risultato, come lucidamente previsto dall’opposizione di sinistra, fu un disastro: nel 1928 le rinate forze capitaliste (soprattutto i kulaki, i contadini ricchi), causarono una nuova “crisi del grano”, presero alla giugulare lo Stato sovietico. Il partito bolscevico era posto davanti ad una decisione che sarà di portata storica.
Bukharin, accusati gli stalinisti di voler applicare le ricette “rovinose” dei trotskysti, si mise alla testa dell’opposizione di destra, o dei “genetisti” i quali, in opposizione ai “teleologi”, volevano continuare ad libitum la NEP sostenendo, in nome di una coabitazione prolungata con le rinate forme e forze capitalistiche, una concezione evoluzionistica, senza strappi e salti, fermamente gradualistica della transizione al socialismo. [28]
Si sa come andò a finire. Nel 1929, seppellita la NEP, venne avviato il primo piano quinquennale con la collettivizzazione delle campagne, l’avvio dell’industrializzazione, la liquidazione violenta delle forme mercantili e dei rapporti borghesi di produzione, ciò che consentirà, con costi umani, sociali e politici inauditi, di spingere l’URSS verso tassi di sviluppo economico straordinari, fino a farne, in un solo ventennio, nonostante le profonde ferite dell’aggressione nazista, la seconda potenza mondiale.
CyberCapitalismo o socialismo?
Uno degli aspetti che l’Occidente invidia alla Cina è l’uso bio-politico dei sistemi cibernetici di sorveglianza dei suoi cittadini. Nessun altro Paese del mondo ha costruito un sistema tanto sviluppato e capillare di controllo, monitoraggio e profilazione dei cittadini — uso invasivo e dilagante del riconoscimento biometrico, dell’utilizzazione sistemica dell’intelligenza artificiale predittiva, l’integrazione delle reti e dei sistemi tecnologici tra aziende, amministrazioni e polizia. Di qui l’esperimento del cosiddetto “sistema di credito sociale” (shèhuì xìnyòng tǐxì) “volto a valutare non solo l’affidabilità creditizia e finanziaria [come già avviene da tempo in Occidente], ma anche l’integrità sociale e civica dei cittadini”. [29] Ciò che ci dice molte cose in merito alla sfera della libertà e dei diritti civili e individuali delle persone.
Si comprende, visto il disordinato tramonto del neoliberismo a comando statunitense, il dilemma che alligna tra le menti più acute delle classi dominanti in Occidente e nel resto del mondo: se il modello sociale e politico cinese funziona meglio perché non adottarlo?
La domanda delle domande che gli anticapitalisti dovrebbero quindi porsi, se vogliono procedere ad occhi aperti, se vogliono vedere il mostro di cui è gravido il capitalismo, è se la Cina, lungi dal procedere verso il socialismo, non sia già più avanti degli Stati Uniti e del resto dell’Occidente nel trapasso o transizione verso l’incipiente CyberCapitalismo, posto che per CyberCapitalismo non intendiamo solo un cambio di pelle del capitalismo ma una nuova totalità sociale:
«Il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme certamente inedite, dei contrasti sociali». [30]
Vittime del loro idolatrico culto delle forze produttive e della tecno-scienza, i filo-cinesi non condividono la nostra critica al CyberCapitalismo; il nostro rifiuto di un “progresso” che sta già spianando la strada ad un tecno-feudalesimo in cui la grande umanità sarà retrocessa ad uno stato di vassallaggio sociale e cognitivo, con gli umani ridotti ad un ammasso di replicanti spersonalizzati asserviti alle macchine; né condivideranno la nostra visione che il socialismo, depurato dalla doppia zavorra dell’utopismo e dello stalinismo, può solo essere fondato su una concezione umanistica e rivoluzionaria del mondo. [31]
Tuttavia anche dalla Cina giungono segnali che la battaglia per l’eguaglianza sociale, per una migliore qualità della vita, per liberarsi da sfruttamento, oppressione, alienazione e reificazione di massa, è viva e si sta (ri)aprendo una strada. Un umanesimo che anche e proprio in Cina ha radici profonde, plurimillenarie, che da Mozi giungono fino a Mao Zedong, passando per incessanti rivolte popolari fino alla Grande Rivoluzione Culturale.
È di sicuro rilievo quanto accade tra la gioventù cinese, polarizzata tra un’élite mandarina e devota all’idea di fare della Cina, costi quel che costi, la più grande tra le potenze economiche e geopolitiche, e la parte opposta, segnata dal fenomeno del liulang, che sta per andare alla deriva. Riguarda anzitutto la generazione Z, i nati nel vortice del boom cinese e della rivoluzione digitale. Anche in Cina avanzano il pessimismo sul futuro, il disincanto, la delusione per i risultati del vorticoso “progresso”, per la pessima qualità della vita. Fenomeno che accompagna quello del fanxiang xiaofei, ovvero il consumo inverso. Aumentano i giovani che rifiutano di sgomitare e svenarsi per arrancare nella gerarchia sociale, che preferiscono uno stile di vita frugale e non ossessivamente competitivo e meritocratico come quello che vige in Cina. Sintomi della svolta che verrà?
Malgrado il governo cerchi in ogni modo di censurare le notizie delle intermittenti rivolte sociali, esse sono trapelate, ed hanno anzi spesso costretto il governo a più miti consigli, a ritirare norme considerate ingiuste o ad adottare misure per placare le proteste. Stiamo parlando delle innumerevoli rivolte rurali nel biennio 2024-2025, con protagonisti anzitutto i lavoratori, rivolte contro le requisizioni e le confische forzate delle terre agricole e demaniali per costruirvi sopra centri commerciali, nuovi quartieri residenziali, giganteschi impianti per energie rinnovabili. Non si contano le rivolte contro le decisioni delle autorità locali, spesso corrotte e colluse coi capitalisti privati. Ma rivolte dal basso esplodono per i motivi più diversi, come nella cittadina di Shindong contro una direttiva delle autorità locale che voleva imporre la sbrigativa cremazione anziché la sepoltura dei defunti, pratica tradizionale dell’etnia Miao. O la dura protesta a Jiangyou, cittadina del Sichuan, quando nell’agosto dell’anno scorso, i cittadini sono scesi in massa nelle strade per contestare le autorità che non erano intervenute in difesa di una bambina bullizzata a scuola e figlia di una donna sorda. Poi ci sono lavoratori dei diversi settori, sia privati che pubblici, costretti a scendere spontaneamente in strada (non sono ammessi sindacati indipendenti) ed a sfidare il divieto del diritto di sciopero (eliminato dalla Costituzione nel 1982) per i motivi più diversi: salari non pagati e licenziamenti collettivi. Lotte che hanno obbligato il tribunale di Hangzhou, visti i numerosi casi accaduti, a proibire licenziamenti di lavoratori per sostituirli con l’intelligenza artificiale.
L’esempio di moderna lotta di classe, che dovrebbe stare a cuore a tutti coloro che si dichiarano socialisti, è quello, memorabile, delle rivolte operaie contro la politica dispotica “Zero Covid” adottata dal governo cinese, coi duri blocchi di imprigionamento di intere zone e città, quarantene forzate di massa e restrizioni anche nei grandi impianti industriali. Tra i diversi casi il più clamoroso fu la rivolta degli operai nel giga-stablimento Foxconn a Zhengzhou, nella provincia dello Henan, di proprietà della multinazionale del miliardario taiwanese Terry Gou. Parliamo del più grande stabilimento del mondo con, ammassati, quasi 300mila lavoratori in grande maggioranza operai, alloggiati come prigionieri in veri e propri formicai denominati “campus”, già noto come fabbrica dei suicidi. Nel novembre del 2022 la giga-fabbrica è stata teatro di violente rivolte operaie e di duri scontri con la sicurezza per chiedere il pagamento di mensilità arretrati, adeguate condizioni sanitarie e alimentari, miglioramenti delle condizioni di lavoro nelle infernali catene di montaggio, quindi la fine dei rigidissimi lockdown e relative segregazioni adottate dal governo affinché non si osasse interrompere la produzione. Rotte le recinzioni avvennero vere e proprie evasioni di massa per non rimanere rinchiusi. Rivolte che obbligarono le autorità, nel gennaio 2023, ad un repentino cambio di linea, ciò che non impedì altre proteste operaie sfociate anche in scontri con la polizia. [32]
È orami luogo comune affermare che dalla posizione della donna nella società si riconosce il livello di civilizzazione della società medesima, da quella dell’operaio in un sistema capitalistico si manifesta il suo grado di barbarie:
«Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo, lo assoggettano ad un dispotismo odioso nella maniera più meschina, trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale». [33]
Così Marx descrisse la situazione degli operai in Inghilterra quando la fase più disumana e feroce della rivoluzione industriale era alle spalle, non dissimile è stato ed è il calvario subito da quelli cinesi per alimentare il poderoso sviluppo degli ultimi cinquant’anni. Se è vero che “Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire”, è vero che la Cina va presa terribilmente sul serio. [34]
La Cina è infatti a noi più vicina di quanto si potrebbe pensare, e indica in che senso il capitalismo stia mutando in CyberCapitalismo, che non consiste affatto nella fine del lavoro bensì, proprio grazie al matrimonio tra capitale, tecnoscienza e meccatronica, in modalità di lavoro e di vita ancor più inumane, abbrutenti e alienanti. L’avvento del socialismo non dipende dall’incremento delle diavolerie cibernetiche ma da dall’esito delle rivolte contro il tecnodominio, per impedire che la società diventi un Panopticon, o un’immensa caverna platonica dove i reclusi rifiutano di liberarsi dalle loro catene.













































Comments
dal 1848, ovvero con la nascita del Manifesto comunista di Marx-Engels, c'è stata una straordinaria proliferazione di apprendisti stregoni, cosiddetti teorici ideologici del comunismo che hanno rimosso in TOTO il senso storico del Modo di produzione capitalistico incentrato sullo SCAMBIO, per ridurlo a modello e criticarlo dal punto di vista VALORIALE, opponendo ad esso una ALTERNATIVA fantasiosa di un modello diverso variamente I DEFINITO.
Altrimenti detto ci siamo trovati di fronte a montagne di chiacchiere, ultima quella sulla differenza tra fisica classica e fisica quantica, come dire: dal momento che non riusciamo a capirci più niente, parliamo d'altro.
La Cina un paese, un sistema socialista?
Ma mi faccia il piacere avrebbe detto il grande Toto'.
Ma è difficile confrontarsi con chi vuole credere in Dio, perché la sua risposta è la più saggia: È UNA QUESTIONE DI FEDE.
Sicché di fronte a un atto di fede non c'è spiegazione che possa reggere.
Formenti tanti altri vogliono credere che la Cina sia socialista, o addirittura COMUNISTA? Si accomodino pure.
I fatti, solo i fatti si incaricheranno di dimostrare che il loro è un atto di fede.
Mentre la storia seguirà il suo corso e lascerà dir le genti.
Tanti parlano, pochi studiano, proprio perché amano parlare.
Michele Castaldo
La Repubblica popolare cinese è sugli scudi, per tutti: dai grandi manager alle leadership politiche, che lo dicono a mezza voce perché devono comunque ripetere il mantra dei diritti umani violati in Cina, dopo aver chiuso gli occhi di fronte al genocidio sionista in Palestina. L'ammirazione è palpabile anche quando è espressa obtorto collo, con un misto di paura, inquietudine e stupore per i successi in campo economico e non solo. L'intento di questo scritto è di riflettere sulla Cina attraversando la sua storia recente e partire da un giudizio netto: considero la Cina uno stato socialista, governato da un partito comunista che, con caratteristiche proprie, è una parte importante del marxismo novecentesco che più volte ho criticato e dal quale continuo a pensare che occorra separarsi. Tuttavia questa è una vicenda che riguarda prima di tutto la sinistra europea e chi si richiamava al comunismo sempre in Europa, ma pretendere di giudicare solo in base a questo l'attuale politica della repubblica popolare cinese sarebbe presuntuoso e anche peggio. La diversità fra le nostre storie non va rimossa, ma neppure assolutizzata. Nel mio studio mi riferirò ai pochi commentatori che hanno cercato di comprendere la Cina attuale senza pregiudizi: Pino Arlacchi, in primo luogo, sia in alcuni articoli recenti – uno in particolare pubblicato sul Fatto quotidiano - sia nei suoi libri, che risalgono alle radici storiche profonde che ispirano l'attuale dirigenza cinese. In secondo luogo gli interventi di Lucio Caracciolo e della rivista Limes più in generale. Infine, ai pochi commenti che nel portale Sinistra in rete condividono come me la convinzione che quando parliamo di Cina stiamo parlando di un paese socialista, anche se poi alcuni giudizi concreti non sempre convergono.
La Cina dopo la vittoria dell'impero statunitense
Il dato da cui secondo me occorre partire è che dalla morte di Mao in poi il governo cinese ha fatto i conti con il proprio recente passato in un modo assai diverso dall'ex Unione Sovietica, nonostante le somiglianze fra le loro storie recenti. La Russia ha reciso il proprio legame con l'esperienza socialista e sovietica, la Cina no. Putin è anti leninista, recupera storicamente la direzione di Stalin e lo stalinismo nel solco del patriottismo russo, che permise al regime zarista di sconfiggere Napoleone Bonaparte. Putin ha riletto la scelta del socialismo in un solo paese e la guerra al nazismo rifacendosi al concetto di guerra patriottica: sono le stesse motivazioni che lo hanno spinto all'invasione dell'Ucraina. Il partito comunista russo attuale, una cariatide giurassica che è a tutti gli effetti un partito di opposizione legale, insieme ad altri che pure esistono nonostante tutto in Russia, appoggia la linea di Putin in politica estera, invasione dell'Ucraina compresa, rimanendo dentro un corto circuito che ci riporta di nuovo a Stalin e al ripetersi del circolo vizioso. Questo naturalmente non significa avallare in alcun modo la politica guerrafondaia della Nato e l'isteria dei paesi nordici e baltici nei confronti della Russia, che rischia di portarci a un conflitto regionale europeo, ma neppure avallare una guerra che non doveva fare nonostante le continue provocazioni; proprio i cinesi lo hanno fatto capire eccome a Putin, seppure nel loro modo poco appariscente.
Il partito comunista cinese ha affrontato in modo completamente diverso il crollo dell'Unione Sovietica e ha potuto farlo, prima di tutto, perché i comunisti cinesi si sono sempre considerati e rappresentati come un partito e un movimento anticolonialista. Mao Zedong per primo, non ha mai guardato a occidente e ha colto nella rivoluzione bolscevica l'aspetto più strategico che essa aveva per il sud del mondo e per loro: proprio la decolonizzazione, che non ci sarebbe stata senza quell'evento e che è continuata per decenni sull'onda della rottura del 1917. Questo è il valore universale e strategico della rivoluzione d'ottobre.
La differenza con la Russia sovietica e specialmente con la generazione bolscevica dell'esilio, a cominciare da Lenin, è enorme. Per Lenin il marxismo era il risultato storico di un percorso che aveva tre pilastri portanti: la filosofia tedesca, la politica francese, l'economia inglese. La definizione leninista di socialismo come elettrificazione e soviet è debitrice nei confronti della cultura occidentale. I primi dieci anni del bolscevismo al potere avevano lo sguardo rivolto a Ovest, nonostante l'invasione di truppe inglesi al servizio dei bianchi durante la guerra civile (questo è uno dei tanti paradossi); non solo nelle scienze dure, persino rispetto alla psicoanalisi ci fu un'attenzione sorprendente, le esperienze quanto mai radicali e d'avanguardia nell'ospedale di Rostov sulla cura dell'autismo, per esempio; ospedale che fu chiuso da Stalin nel 1927. Poi con il costruttivismo, il futurismo, che aveva sì caratteristiche proprie, ma stava dentro un movimento europeo più generale: Asja Lacis, Majakovskj, Cvetajeva, Lunachaski e Makarenko sul fronte culturale e dell'educazione scolastica. Il più importante dirigente comunista dell'Europa occidentale, Antonio Gramsci, vedeva nell'americanismo un modello cui guardare e a cui anche l'economia sovietica poteva ispirarsi.1
La leadership cinese e Mao Zedong, in particolare, maturarono le proprie esperienze e poi il loro legame con il marxismo in modo completamente diverso. Se si confrontano, per esempio, le visioni strategiche di Mao e di Chang Kai-sheck durante la guerra civile, si scopre che Chang studiava la strategia militare ispirandosi alle accademie statunitensi, Mao Zedong ai classici cinesi a cominciare da Sun Tzu. L'occidentalismo non ha mai ispirato i comunisti cinesi a differenza dei russi, che si consideravano europei; ma non Stalin e questo ebbe conseguenze gravissime sulla prima esperienza socialista.
La vera diatriba interna alla leadership cinese durante tutto il periodo rivoluzionario è stata la lotta e il confronto fra la filosofia taoista e quella confuciana e la difficile coesistenza fra queste due polarità, che in parte dimentica anche Arlacchi. Mao era taoista nel profondo come disse lui stesso di sé, scriveva persino testi poetici nella lingua classica cinese, tanto che questo suo vezzo si tradusse in un curioso episodio accaduto durante la rivoluzione culturale proletaria e che riguardò addirittura l'editoria italiana.2
Su che cosa si fonda allora il marxismo di Mao Zedong, in primo luogo? Sulle affinità fra la dialettica hegeliana e la filosofia classica cinese nelle sue punte più utopiche, su cui Mao lavorerà nel corso di tutta la sua vita. La questione può sorprendere, ma gli scambi fra le due culture sono stati costanti da un certo momento in poi. La prima traduzione europea dei Ching, Il libro dei mutamenti fu una versione in latino del 1687. Su di essa il filosofo tedesco Leibniz condusse uno studio profondo e fu il primo a gettare più di un ponte fra la cultura tedesca e quella cinese. Quando I Ching furono tradotti in Germania da Richard Wilhelm nel 1924, con la postfazione di Jung, erano già conosciuti dagli intellettuali tedeschi. Il Tao fu tradotto in tedesco da Victor von Strauss nel 1870. Schopenhauer s'ispirò profondamente al pensiero cinese e in pieno '900 Brecht attualizzò l'estetica del teatro cinese ai canoni occidentali; infine Kafka con Durante la costruzione della muraglia cinese e Un messaggio dell'Imperatore. Per ultimo arriva in Europa anche Il libro dei 36 stratagemmi nel 1981 ed è di nuovo un'edizione tedesca curata da Harro von Senger.
L'originalità di Mao Zedong, ma anche dei dirigenti che a lui si contrapposero come Liu Shaoqi e poi Deng Xiaoping, sta nell'aver cercato una sintesi del tutto particolare fra la dialettica hegeliana e il pensiero classico cinese: basta guardare al loro linguaggio, un tema assai affascinante. Nel Saggio sulla Contraddizione del 1937 Mao risale allo yin e yang della classicità, che viene interpretato come le due polarità nella dialettica hegeliana: che tale sovrapposizione sia almeno in parte discutibile, non cancella il fatto che si tratta di un contributo originale al pensiero marxista che non ha equivalenti nella cultura europea e neppure in quella sovietica. Molte scelte di Mao e del maoismo, specialmente quelle più critiche nei confronti dell'Unione Sovietica e più radicali, vengono anche dal profondo della storia cinese. Questa constatazione non implica un giudizio necessariamente positivo sulle scelte compiute su cui torno successivamente, ma vuole semplicemente mettere in evidenza alcune diversità che hanno operato in profondo e che continuano a operare, perché vengono dal profondo della storia cinese e questo chiama in causa Pino Arlacchi con i suoi ripetuti saggi, il libro e gli articoli che sono pubblicati sul Fatto quotidiano oppure in sinistra in rete. Ci sono anche nell'analisi di Arlacchi due diversi momenti. Nel libro, dal titolo La Cina spiegata all'occidente, prevale l'affondo storico, mentre in alcuni saggi e articoli fra cui uno recentissimo sul Fatto quotidiano, Arlacchi s'interroga maggiormente sulla natura del socialismo cinese contemporaneo, con un intento più spiccatamente politico. Comincio dal libro che merita una lettura attenta. Per semplificare mi sono rifatto ai numerosi interventi di Arlacchi sul portale di Sinistra in rete. Tutte le citazioni presenti in questo testo vengono da quei saggi che cito tutti nella nota.
Dopo l'introduzione, Arlacchi individua in tre momenti fondamentali la ragione del successo cinese - I magnifici tre - e li definisce con il termine di mega fattori, che così descrive:
… Il primo è il non-espansionismo della Cina, cioè il suo sinocentrismo universalista e pacifico, collegato a una profonda avversione alla violenza e alla guerra. Il secondo è il suo singolare sistema di meritocrazia politica, “il governo dei migliori”, che la dirige da più di duemila anni. E il terzo è il suo sistema economico-politico fondamentalmente non capitalistico. Socialista. Ritengo che questa triade sia la guida più sicura per capire la Cina post-rivoluzionaria. La Cina di oggi, erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare.
In un passaggio successivo ecco la sintesi:
Discuteremo a lungo di questo apparente ossimoro del “socialismo di mercato”, ma per coglierne appieno il senso non bisogna dissociarlo dalle “caratteristiche cinesi”, cioè dalle sue radici nell’antica civiltà dell’Impero di Mezzo.
Una civiltà il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa, e da tremila anni si è fissato in un sistema dotato di una resilienza straordinaria.
Lascio a dopo la questione riguardante la natura del socialismo cinese e vado alla sintesi e cioè che la Cina attuale è erede di quella imperiale, con una prevalenza della sensibilità confuciana: questo è forse uno dei tratti meno compresi in occidente. Come si concilia però il non espansionismo con l'impero? Cito ancora Arlacchi:
Il carattere centripeto e pacifico di questa civiltà – un cosmo che guarda a se stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare – è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà dal carattere opposto, “estroverso”, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui.3
Per il passato la questione è relativamente chiara. La Cina si è sempre concepita come bastante a se stessa, almeno dalla nascita dell'Impero di mezzo. La muraglia teneva lontani gli altri, ma poneva anche il confine e sul non espansionismo della Cina le conferme storiche sono evidenti in ogni epoca e anche l'avversione per la guerra che è alla base del libro più importante dell'antichità cinese insieme al Tao e ai Ching, cioè proprio L'arte della guerra di Sun Tzu, scritto fra il quinto e il quarto secolo a.C. Non è un ossimoro il titolo di questo libro, perché si tratta in realtà di un manuale di filosofia politica, che rovescia se mai il principio di von Clausevitz, tanto famoso in occidente. Naturalmente il libro, per la sua importanza, meriterebbe un'analisi ben più articolata di questo breve commento, ma non in questa sede; peraltro si tratta di un testo molto studiato per chi volesse approfondirlo.
Quello che Arlacchi indica come sinocentrismo universalista e pacifico è confermato in tutta la storia cinese dall'Impero di mezzo in poi, quando la stabilità della Cina si consolida. Anche il ventesimo secolo ripropone lo stesso copione. Il colonialismo britannico mise in crisi per un breve periodo la storia millenaria cinese, ma nel corso del '900 i cinesi si sono difesi dalle aggressioni giapponesi e hanno condotto sempre guerre di liberazione difensive nei confronti delle potenze occidentali, anche nel caso della guerra civile contro Chiang Kai-sheck, che era un uomo degli statunitensi.
Dal grande balzo in avanti alla svolta confuciana
Le contraddizioni fra un atteggiamento utopico e taoista e la necessità di una prassi confuciana esplosero subito nella dirigenza comunista cinese. La conclusione della lunga marcia e la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 misero il partito comunista di fronte a un primo ostacolo e cioè che certi classici cinesi, utilissimi nel momento dello scontro, lo erano di meno quando occorreva rimettere in piedi un'economia. Il grande balzo in avanti fu un tentativo che si rivelò in larga parte fallimentare e aprì uno scontro interno al partito che non fu tuttavia gestito come lo gestì Stalin in Russia. L'accento che i cinesi hanno posto nel distinguere fra le contraddizioni con il nemico di classe e le contraddizioni in seno al popolo, era una scelta strategica che venne meno in parte per pressioni esterne - nel caso di dirigenti del partito sospettati di trotzkismo – e solo nei momenti più estremi della rivoluzione culturale proletaria con Lin Piao e Chen Boda. Il secondo momento di scontro interno che si trasformò in una vera e propria guerra civile fu la rivoluzione culturale proletaria, che ebbe due momenti nevralgici: il suo inizio più o meno nel 1964, poi la svolta nel febbraio del 1967, quando la componente più radicale del movimento operaio portò alla fondazione della comune di Shangai, che si ispirava a quella di Parigi, ma che tuttavia durò poche settimane prima che il suo governo fosse di nuovo sostituito da un nuovo comitato cittadino. Fu il canto del cigno della rivoluzione culturale, che si avvitò su se stessa portando fino all'estremo e in modo spesso ridicolo la critica a tutto ciò che era occidentale e questo fu naturalmente l'aspetto più enfatizzato in occidente. Lo scontro si concluse con la vittoria del fronte che definisco confuciano nel 1978; inevitabile, sia perché non era accaduto che si aprissero a occidente o in altre parti del mondo fronti rivoluzionari, nonostante il Maggio francese, il lungo maggio italiano e nonostante i consigli intelligenti di Zhou Enlai ai gruppi occidentali. Le rivoluzioni mondiali o lo sono davvero o non sono nulla. Questo è un altro dato di cui tenere conto perché in forme diverse accadde quello che era successo in Europa negli anni '20 e '30. La scelta dei cinesi però non fu la riedizione del socialismo in un solo paese perché in un certo senso la Cina si è sempre rappresentata come un solo paese, fondato su se stesso e non espansionista come messo in evidenza in precedenza. Con Deng Xiaoping, che fu tenuto ai margini per lungo tempo, ma mai sconfessato, la Cina scelse definitivamente il polo confuciano, accantonando il taoismo utopico di Mao Zedong, pur nel riconoscimento che il 70% di ciò che Mao aveva fatto era da considerarsi positivo. L'attuale direzione di XI Jinping ne è l'espressione contemporanea. Tuttavia, tali diversità hanno consentito alla Repubblica Popolare Cinese di uscire dal crollo del sistema socialista sovietico senza subire i disastri della Russia di Eltsin, perché hanno saputo imparare dai loro errori e non solo di evitare quelli commessi in Russia, che certamente hanno visto e considerato ma che non sono la parte decisiva delle loro decisioni. La scelta di riformare la politica e cioè il partito, intrapresa da Gorbacev in Russia, si basava su due parole d'ordine - Glasnost e Perestroika - che erano in realtà molto occidentali e si richiamavano alla democrazia in senso liberale e furono scelte che andarono a minare il partito-stato in modo irreversibile, generando il panico fra i funzionari e causando un catastrofico golpe contro Gorbacëv che si ritorse contro i suoi promotori e diede alla marionetta Eltsin il potere: erano parole d'ordine lontane dalla sensibilità cinese.
Il partito comunista cinese ha ragionato in un altro modo. Hanno preso atto della vittoria del sistema imperiale e capitalistico nella guerra fredda e hanno deciso di gestirlo dall'alto nella forma di un capitalismo di stato, ma diverso ancora una volta da quello sovietico; ma prima di tutto non rinunciando alla programmazione economica e al controllo della politica sull'economia. Cito a questo proposito un passaggio di un recente articolo di Arlacchi sul Fatto quotidiano che mette in evidenza con molta lucidità questo aspetto:
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’Urss: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.4
L'espressione socialismo di mercato con caratteristiche cinesi è fondata sui distretti industriali che sono un altro modo di riprendere alcune delle idee del grande balzo in avanti senza gli errori precedenti. Non vi è dubbio su questo, ma è da qui in poi che mi sembra vadano posti alcuni interrogativi. Arlacchi è ottimista sulle caratteristiche del socialismo di mercato cinese e sotto molti aspetti è un ottimismo condivisibile, però mi sembra più utile fare un po' l'avvocato del diavolo e porre dubbi e interrogativi.
Parto allora da una prima considerazione che riguarda un tema nevralgico, l'AI, che continuerò a chiamare macchina artificiale. Arlacchi vede nel modo cinese di trattare l'argomento una diversità profonda con il modello statunitense e si possono trovare delle conferme a questa tesi, ma poi in questa citazione che segue arriva a una sintesi assai affascinante ma anche da dimostrare:
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile. Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale. Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayeck “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi ....
Arlacchi si riferisce a una possibilità potenziale, oppure proprio al quindicesimo piano quinquennale cinese? Prima di tutto bisogna considerare che l'obiezione di Lange era puramente teorica, ma dalle citazione successiva Arlacchi sembra concedere alla prospettiva molto di più e specialmente che è proprio la macchina artificiale a renderlo possibile:
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030 ... La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio. La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.
Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporations Usa che del libero mercato si proclamano campioni. L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’Urss sia mai stata.5
Posta in questi termini, la differenza fra i due approcci – statunitense e cinese – è talmente enorme da sembrare inconciliabile e foriera di un inevitabile conflitto perché sappiamo molto sull'idea di AI che ne hanno i boss della Silicon Valley e i loro mentori. Da un lato politico si tratta di porla al servizio della tecnologia militare per difendere la supremazia dell'impero in crisi; dall'altro però si tratta di sostenere e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto con un antidoto – il riarmo - che può portare a uno stato di caos e di guerra permanente, obiettivo che senza alcun dubbio è del governo sionista israeliano. Rimane poi una questione sullo sfondo che Arlacchi non affronta: i consumi energetici e di acqua che sono necessari allo sviluppo della macchina artificiale sono sostenibili e a quali nuovi conflitti porteranno?
Se molte cose sembrano dunque dare ragione ad Arlacchi, rimane il fatto che se le Cina andasse davvero fino in fondo su questa strada il conflitto con l'impero sarebbe inevitabile: ma a parte le considerazioni di carattere geopolitico – e per questo rimando a Limes e a Caracciolo - è possible che si arrivi a questo fra due economie così interdipendenti e tenendo pure conto della filosofia politica cinese? Non lo credo e non lo crede neppure Arlacchi, ma allora occorre spostare lo sguardo su altro e questo mi porta a formulare nel prosieguo una domanda.
Socialismo di mercato con caratteristiche solo cinesi o un'occasione per tutti?
Ricomincio da questo passaggio di Arlacchi:
La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi. … La nozione che la forza del governo cinese poggi su solide basi proprie è la più dura da afferrare in Occidente perché non c’è un flusso di notizie affidabili su ciò che succede davvero in quel paese e su come la Cina si comporta nella scena internazionale. Media e governi euroamericani riempiono il vuoto di informazioni attendibili alimentando angosce su una sorta di imperialismo cinese che mima quello praticato storicamente dall’Occidente contro la Cina.
Su questo non vi è dubbio anche se occorre estendere in parte tale pregiudizio anche alla sinistra radicale in molti casi.
Il fattore della meritocrazia politica è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi e le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza. Quando parlo di meritocrazia mi riferisco non solo alla sua versione socialista incarnata dal Pcc, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati in Cina tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati. Fin dalle sue origini il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.6
La sintesi che ne trae Arlacchi è la seguente. Una volta constatato che in Cina non esiste un sistema di divisione dei poteri secondo la logica del liberalismo politico occidentale, Arlacchi prosegue scrivendo:
... Il Pcc in Cina coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige in Cina alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo. La singolarità del Pcc è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi cento milioni di persone vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto.
Se quanto affermato sopra è ovvio, ma va pure detto che cento milioni di attivisti sono una spina dorsale che non ha eguali ed è la testimonianza più probante del consenso di cui gode il regime sul piano interno, la continuazione introduce un nuovo elemento assai importante:
… Il Pcc è il sistema nervoso della Cina. Grazie alla sua componente civile, esso è sia software che hardware. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il Moderno principe è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. La stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei dignitari-filosofi che ha governato la Cina imperiale per duemilacinquecento anni.7
L'accenno a Gramsci è importante e l'interesse cinese per il suo pensiero è poco conosciuto in occidente. Bisogna distinguere tuttavia due momenti diversi nella ricezione di Gramsci in Cina. Nelle prime traduzioni dei Quaderni risalenti al l957 l'omaggio è al dirigente comunista italiano imprigionato dai fascisti e vittima del regime. Gramsci non è studiato e certamente non rientrava nella visione che Mao Tse Tung aveva del marxismo. Gramsci comincia a essere studiato veramente in Cina dopo la svolta confuciana del 1978 e da quel momento in poi gli studi sui Quaderni sono stati in continua crescita. Arlacchi si riferisce alla concezione del partito di Gramsci come moderno principe alla base dell'interesse cinese, mentre a me sembra che sia il concetto di egemonia ben più centrale. L'esistenza di diversi tipi di contraddizioni che non possono e non devono essere trattate nello stesso modo fa parte del bagaglio culturale dei comunisti cinesi e non stupisce che abbiano visto in Gramsci una fonte di ispirazione.
La sintesi di Arlacchi sulle caratteristiche del socialismo cinese è però un nuovo salto, affascinante, ma anche problematico:
Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la sfera del mercato, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo. Dobbiamo a Braudel la migliore definizione dei due separabili compagni. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo, secondo Braudel, può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’antimercato, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.8
La distinzione di Braudel è certamente efficace e anche quella implicita nel suo ragionamento e cioè che il capitalismo in realtà si sovrappone al mercato e lo domina con il monopolio ma anche con il tramite della politica e la legislazione. Tuttavia bisogna stare molto attenti alle semplificazioni. Il mercato di cui parlano sia Confucio sia Braudel è un luogo fisico dove si scambiano i prodotti dell'economia reale: ma come la mettiamo con il mercato finanziario che è altra cosa pur avendo lo stesso nome? I piccoli uomini di Confucio sono una via di mezzo fra il mercante e l'artigiano e sicuramente in Cina il mercato delle merci e degli scambi è imponente quanto mai e ne abbiamo avuto consapevolezza proprio durante la pandemia per i rischi connessi proprio con il mercato in senso fisico. Tuttavia nella Cina di oggi non abbiamo soltanto i piccoli uomini di Confucio e la produzione, ma anche un imponente mercato finanziario. Allora una domanda s'impone: in che modo diverso è gestito il mercato finanziario in Cina? Arlacchi è eccessivamente ottimista perché dà per scontata una capacità di gestione anche del comparto finanziario diversa da quella occidentale, ma i dati cui si può fare riferimento sono assai scarsi. La bolla finanziaria scoppiata in Cina nel comparto edilizio sembra avere dinamiche che conosciamo assai bene.
Per una conclusione in divenire
Che i comunisti cinesi siano dei marxisti – novecenteschi – di tutto rispetto è fuori discussione, ma possono essere un modello per noi? Oppure, detto in altro modo: è possibile che grazie alla loro tenuta e intelligenza strategica, si possa avviare un'evoluzione diversa, che rimetta al centro una pianificazione dell'economia che vada nel senso di una sua socializzazione, cioè che riduca il peso della statualità e sposti il potere sulla società civile, che era peraltro un tema su cui s'interrogava anche il giovane Marx e che ha sicuramente a che fare anche con il concetto gramsciamo di egemonia?
Arlacchi e lo pensa e lo dice nell'articolo sul Fatto quotidiano già citato e di cui riporto questa parte:
Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”. L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate. In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia. Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista. L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.9
Il dubbio che la Cina possa davvero andare fino in fondo per la strada indicata è anche il mio, ma preciso che dubitare non significa escludere. Il primo dubbio riguarda la possibilità che l'utopia leninista diventi concreta grazie alla macchina artificiale e al modello di fabbrica unica e chiusa, ma vedremo a quali risultati reali porterà il piano quinquennale cinese e quali conseguenze avrà sull'economia cinese il probabile scoppio della bolla finanziaria AI nella parte occidentale del mondo, vista l'interdipendenza delle economie. A questo primo ne unisco altri due: il primo di carattere politico, culturale il secondo.
Il primo. Perché il socialismo con caratteristiche cinesi possa diventare un'occasione per tutti occorrerebbe che nella parte occidentale del mondo nascessero e si consolidassero movimenti e soggettività politiche che rompessero decisamente sia con la sinistra liberal statunitense di cui sono espressione partiti come il Pd italiano e altri simili, con la sola possibile eccezione della France insoumise di Melanchon, sia con i marxismi novecenteschi, offrendo anche ai cinesi una sponda diversa con cui confrontarsi, orientata alla socializzazione in campo economico ma anche al meglio del costituzionalismo europeo. Perché comunque le nostre storie sono diverse e un confronto che non sia basato sul dominio implica l'accettazione dell'altro ma non la confusione con l'altro. Il nostro modo di concepire il rapporto fra individuo e società è diverso da quello cinese, ha una sua tradizione e storia. Sia chiaro da subito che in questa constatazione non vi è alcun giudizio di valore. L'atteggiamento di volere imporre la cosiddetta democrazia occidentale a tutti è solo l'ideologia dell'imperialismo che è penetrata da tempo anche nella pubblica opinione di sinistra e nei suoi partiti: lo dimostra il fatto che sono diminuite le manifestazioni in solidarietà con Gaza solo perché la guerra israelo statunitense contro l'Iran è apparsa a molti di sinistra - anche se non lo dicono apertamente - come un modo di combattere una dittatura: come se le donne iraniane potessero avere qualche beneficio dai bombardamenti Usa e dalla barbarie sionista. Non è bastata la morte delle giovani studentesse colpite fra l'altro come obiettivo scelto dalla macchina artificiale a testimoniarlo?
Quanto alle differenze fra il nostro mondo e quello cinese, non ha alcuna importanza che le democrazie liberali diventino dittatoriali quando sono in gioco i loro privilegi economici e non rispettino per prime tali principi democratici. Lo sappiamo dagli anni '20 in Italia e '30 in Germania chi sono realmente i liberali: coloro che aprono le porte ai fascisti vecchi e nuovi perché dentro un liberale c'è sempre un fascista che dorme e che prima o poi si risveglia: un modello particolarmente efficace di questo tipo umano è Ernesto Galli Della Loggia, per esempio. Se c'è stato un periodo storico in cui è sembrato che i liberali rispettassero i cosiddetti principi liberali, ciò avveniva solo perché – piaccia o meno a molti e a molte che si dicono di sinistra - non avevano il monopolio del potere a livello mondiale, come è accaduto dalla fine dell'Unione sovietica in poi. Tuttavia, il fatto che le nostre classi dirigenti liberali non abbiano diritto di parola su nulla dopo avere tollerato e poi diventare complici con il genocidio sionista e dopo che hanno accolto i Talebani al parlamento europeo, non toglie però valore a principi che esistono e non sono sequestrabili neppure da loro. Tali principi sono a disposizione dei popoli e delle classi subalterne: anche in Italia ce ne siamo accorti in occasione del voto referendario sulla controriforma Nordio, perché i valori costituzionali sono patrimonio di vasti strati di popolazione indipendentemente dalle élite e dai governi, molto più di quanto si creda ed è questo a far paura alle élite occidentali. Se mai il problema attuale sono proprio gli Usa che sono tornati al loro dna profondo: genocidari nei confronti delle popolazioni indigene, razzisti e schiavisti, suprematisti bianchi in aperto conflitto con tutti, senza reali distinzioni fra establishment democratico e repubblicani. È possibile sperare in una inversione di tendenza negli Usa? I messaggi che arrivano sono contraddittori, ma che ci siano movimenti e forze che si stanno muovendo fuori dagli schemi mi sembra indubbio: l'onda lunga dei movimenti di Seattle e poi di Occupy Wall street non è morta, ma deve fare i conti con un salto di qualità evidente che non mi pare sia stato compreso: quello messo in atto da Trump non è autoritarismo alla Orban per intenderci, ma un regime dittatoriale che si va formando passo dopo passo. Dal movimento Black lives matter alle manifestazioni anti Ice si è manifestata una reattività difensiva che ha tuttavia di fatto ignorato sia il genocidio di Gaza, se non per alcune minoranze. Il grosso del movimento è stato egemonizzato dalla manifestazioni No Kings e incanalato in un alveo vicino all'establishment democratico. Lo scostamento da questo paradigma riguarda alcune elezioni di sindaci e governatori che appartengono alla componente socialista - primo fra tutti Mamdani a New York - interni al partito democratico e al ruolo del Working class family party. Quali sviluppi potranno sorgere da questa dinamica non è chiaro come non è del tutto chiaro neppure il ruolo che di solito si attribuisce in Europa a esponenti di spicco, a metà strada fra establihment e movimenti come il governatore dell'Illinois, oppure Bernie Sanders e Ocasio Cortez. L'irritazione dell'establishment democratico rispetto alla crescita della componente socialista è evidente, ma il dato forse più evidente ancora e per certi aspetti sconcertanti è l'assenza di lotte operaie, se non da parte degli immigrati che cercano di resistere alle retate. Tutti sembrano però puntare sul logoramento di Trump e sulle elezioni di mid term. Sono le stesse dinamiche che si manifestano in Europa, dove le élite legate ai democratici statunitesnsi sperano nel ritorno all'atlantismo grazie alle elezioni, mentre la destra italiana oscilla fra servilismo e il nulla, in attesa degli eventi. In questi giorni sono in corso negli Usa incontri a livello internazionale che coinvolgono Mediterranea di Luca Casarini. Se nascerà qualcosa da questi incontri lo vederemo. In ogni caso a me sembra che due saranno i momenti cruciali e di sveglia per tutti: la scadenza dei 60 giorni entro i quali trovare un accordo con l'Iran e l'escalation repressiva interna negli Usa che può arrivare anche a colpire direttamente l'opposizione politica se Trump si sentirà alla strette e addirittura al rinvio delle elezioni.
La seconda condizione. Un recente e pregevole intervento pubblicato su Doppiozero e ripreso sul portale Sinistra in rete ha messo l'uno accanto all'altro due testi. L'autore del saggio è Alfredo Gigliobianco. Il titolo del saggio è Keynes, Leopardi e il salto qualitativo. Per introdurlo cito direttamente l'autore:
Einaudi ha appena fatto uscire uno smilzo libretto bianco che assomiglia ai libri di poesie che uscivano negli anni Ottanta, con i versi più belli stampati in copertina. Bene, questo libretto non è di poesia, ma, come la poesia, ha il potere di evocare tanti sentimenti, tante aspirazioni ma anche delusioni. L'autore è John Maynard Keynes – già, il famoso Keynes – e il titolo è Le possibilità economiche per i nostri nippoti . Un articolo scritto da Keynes nel lontano, ma per altri versi vicino, 1930. Nel mezzo della Grande Depressione …
Vado al cuore del problema che, come si vedrà, echeggia assai quanto scritto in precedenza e che si ritrova anche in Arlacchi e in Oskar Lange, e persino nel giovane Marx. Scrive Keynes:
… Le macchine saranno tanto perfezionate, il capitale tanto poderoso che il lavoro non dovrà più essere la nostra principale occupazione. Avremo un sacco di tempo libero, e potremo dedicarci a cose più degne dell'economia. Gli economisti, scesi dal carro trionfale sul quale si sono issati, saranno considerati modesti tecnici che si occupano di problemi circoscritti, un po' come i dentisti. E il mondo potrà dare la giusta importanza alle arti, alla scienza, alla filosofia ...
Il rovesciamento però avviene subito dopo:
… Sarà capace l'umanità di fare questo salto qualitativo? Per millenni abbiamo faticato, lavorato, organizzato. Saremo capaci di adattarci a una vita di contemplazione e di speculazione? Saremo capaci, in altre parole, di coltivare l'arte della vita ?
E Leopardi? Eccolo qui, come lo introduce Alfredo Gigliobianco con quale il suo saggio si conclude:
… un'altra persona, non un economista ma un poeta, si era posto la stessa domanda, in modo un po’ diverso, un secolo prima di Keynes. Chi mai avrebbe potuto avere la finezza di mettere a fuoco la questione se non lui, il nostro Giacomo Leopardi? Pochi, fra gli estimatori di Leopardi, ricordano una delle sue poesie meno conosciute, Al Conte Carlo Pepoli. Questo Pepoli (mi si perdoni il piccolo ripasso) fu il migliore amico di Leopardi nel periodo bolognese, dal 1825 al 1827. Dunque, la poesia comincia così:
Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
O gioconde o moleste opre dispensi
L’ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
E dunque? Resta l’arte, la poesia. Leopardi – che sentiva in quel momento il suo cuore inaridirsi, anzi gelarsi – chiude augurando all’amico di far meglio, di rimanere sempre aperto, ricettivo alle meraviglie della poesia. Perfetta sintonia, qui, fra Giacomo e John Maynard: i nobili della Restaurazione non se la cavano meglio dei benestanti dell’Impero Britannico ...
Marx, nel suo maggiore slancio utopico vedeva nel comunismo proprio la possibilità da parte dell'umanità intera di uscire dalla preistoria. Ne saremo capaci? Il tema è quanto mai attuale. In ogni caso: bentornato comunismo.