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Il «senso» unico della destra sull’educazione

 di Lavinia Marchetti

La scuola cade a pezzi? il governo taglia gli organici? Per Marcello Veneziani siamo davanti a un problema spirituale. Una piccola lezione di nonsenso

Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi.

«La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle colonne del giornale. E aggiunge che «il malessere della scuola non deriva dai muri fatiscenti, dalle aule, dagli edifici che cadono a pezzi». Magnifico. Dovremmo suggerire questa interpretazione ai genitori e agli insegnanti dei ragazzi che frequentano gli edifici scolastici bisognosi di manutenzione urgente. Secondo l’ultimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente, sono il 31,7% di quelli monitorati, percentuale che nelle Isole raggiunge il 54,2%. Il 57,2% degli edifici esaminati deve ancora essere sottoposto alla verifica di vulnerabilità sismica. Chissà quale illuminazione metafisica potrebbe sostituire un intervento strutturale, ovviamente in caso di terremoto potremmo affiggere delle preghiere da recitare.

Per chi lo conoscesse poco, Veneziani è uno dei più longevi intellettuali della destra conservatrice italiana, fondatore dell’Italia Settimanale e di Lo Stato, già editorialista del Giornale, oggi collaboratore della Verità e di Panorama.

Sì, anch’io ho visto curriculum migliori. Ha scritto parecchio sulla tradizione e sull’identità nazionale, persino un libro intitolato Rovesciare il ‘68. Nell’articolo che ho davanti, la sua funzione polemica appare piuttosto trasparente. La richiesta studentesca di destinare alla scuola le risorse impegnate nella corsa agli armamenti viene liquidata come «demagogia» e «tentativo strumentale di attaccare il governo Meloni». Non è che vogliono davvero insegnanti o un soffitto che non gli crolli in testa. No. Vogliono attaccare Meloni. Visto lo spazio che ha potrebbe discutere seriamente della distribuzione della spesa pubblica, ma sia mai! Veneziani preferisce trasferire la questione dal bilancio dello Stato a una generica crisi del senso.

Anche perché parlare di bilancio significherebbe dire, ad esempio, che la legge di bilancio 2025 ha previsto la riduzione di 5.660 posti comuni e di potenziamento nell’organico dei docenti, accompagnata da un incremento dei posti di sostegno, e di 2.174 posti del personale ATA dall’anno scolastico 2026-2027. L’OCSE, nel rapporto pubblicato appena tre settimane fa, rileva che gli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado guadagnano mediamente il 33% in meno degli altri lavoratori con istruzione terziaria. Intanto, secondo le cifre comunicate dal governo al Senato, la spesa pubblica classificata nella funzione Difesa passa dai 26,2 miliardi del 2026 ai 31,5 previsti per il 2028. Bisognerebbe chiedere al governo quali siano le sue priorità. Veneziani ci informa invece che aumentare gli stipendi dei docenti sarebbe una richiesta «sacrosanta», salvo considerarla economicamente impraticabile. Ecco, sacrosanta purché rimanga una bella intenzione. Adesso capisco meglio “il senso”.

A proposito di senso, mi permetterei di suggerirgli una rilettura di Deleuze, il famoso “Logica del senso”, specie quando dice che «il paradosso è innanzitutto ciò che distrugge il buonsenso come senso unico». Quel buonsenso che pretende di assegnare alle cose un significato preventivamente stabilito, sottraendole alla possibilità di un divenire differente. Mi domando se il nostro intellettuale conservatore si sia accorto della singolarità della propria operazione. In parole meno fumose, trasforma una rivendicazione materiale perfettamente intelligibile in una presunta confusione spirituale, per poi invocare il ritorno a valori che evidentemente qualcuno dovrebbe avere l’autorità di stabilire. Ma chi, esattamente? Il governo? Il ministro Valditara (buffo eh)? O magari i bravissimi editorialisti di Repubblica e Corriere (bontà loro!) che ci spiegano quali siano le ragioni ammissibili per scendere in piazza?

Nell’articolo Veneziani chiede a cosa serva la scuola, rivendicando la formazione dello spirito critico e la capacità di educare alla vita. Bella domanda, Marcello. Io ne ho una più stringente: come dovrebbe esercitarsi quello spirito critico se gli studenti, quando contestano una decisione governativa, vengono colpiti a manganellate e investiti dai lacrimogeni, oltre che accusati di strumentalizzazione politica? Quale autonomia intellettuale intendiamo insegnare attraverso la delegittimazione preventiva del dissenso? E quale concezione della vita dovrebbe trasmettere un docente al quale lo Stato riconosce un valore economico così modesto, pretendendo contemporaneamente che compensi con la propria dedizione le insufficienze delle istituzioni? Anche questo è senso, mi pare. O sbaglio?

La formazione culturale, ad esempio, presuppone condizioni materiali che consentano di studiare. La possibilità stessa di emanciparsi attraverso la conoscenza dipende dal tempo che si può dedicare allo studio e dall’accesso ai libri e a un insegnamento di qualità. Conta, forse, anche la possibilità di pensare a un futuro. Basta leggere Marx o Gramsci per capire che l’educazione è inseparabile dalle condizioni economiche nelle quali si realizza. Separarla significa sottrarre alla critica proprio i rapporti sociali che la rendono possibile. Un’operazione ideologica antica, stavolta coperta dall’angoscia per il destino spirituale della gioventù. Veneziani teme che la scuola abbia perduto il senso della propria missione. Io comincerei da un altro punto: dal modo in cui la sua lettura converte una rivendicazione materiale in una crisi di valori. Il richiamo a Deleuze è analogico: la sua critica del senso unico aiuta a mettere a fuoco la pretesa di assegnare alla protesta un solo significato, quello della confusione spirituale. La contraddizione che interessa qui è concreta: chiedere agli studenti di sviluppare spirito critico e poi delegittimarli quando lo esercitano contro l’autorità costituita, soprattutto se al governo ci sono “i nostri”.

Il senso, caro Veneziani, lo avete smarrito voi (e quella sottospecie di opposizione che ci ritroviamo) da parecchio tempo e scambiate “il senso” con l’ordine e l’educazione con la sua perpetuazione disciplinare che poi chiamate “spiritualità” (che non vuol dire nulla in questo contesto). Deleuze aveva già mostrato quanto il pensiero debba al paradosso, alla capacità di sovvertire l’evidenza rassicurante della doxa. Ora, quando uno studente comincia a interrogare le condizioni materiali della propria esistenza e addirittura pretende di modificarle, l’intellettuale conservatore ci vede una crisi di valori. Straordinario.

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