Hanno rotto un vetro, ma sembra crollata la “civiltà” occidentale
di Lavinia Marchetti
Quando il “neoumanesimo” a tinte (fosche) illuministiche invoca l’ordine pubblico per difendere le merci e disciplinare il dissenso
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde: il nulla del desiderio dietro al quale tutti giriamo con la catena. E così qualche vetrina va in pezzi e alcuni libri finiscono sul pavimento di una Feltrinelli. Sono due giorni che assistiamo alla più impressionante resurrezione della coscienza umanistica europea. Addirittura Fahrenheit 451! Mi piacerebbe chiedere ai nostri illustri difensori della cultura quali riflessioni e indignazioni abbiano dedicato alla distruzione di tutte le università palestinesi, ai bombardamenti delle università iraniane, alla chiusura dell’archivio storico palestinese, alla cacciata dell’UNRWA dalla Cisgiordania e così via. Me lo chiedo sul serio. Beh, magari dieci minuti di biasimo. Migliaia di studenti hanno perduto le condizioni materiali della propria formazione. Eppure, davanti alla distruzione della vita intellettuale palestinese, abbiamo ascoltato interminabili disquisizioni sulla complessità del conflitto.
Davanti a uno scaffale rovesciato di un grosso marchio editoriale dal nome improprio, invece, l’ermeneutica si è fatta improvvisamente elementare, didascalica. La barbarie è stata tosto identificata e il colpevole riconosciuto; a essere minacciata, così, è stata l’intera civiltà occidentale.
IL FETICISMO DEL LIBRO E L’OBLIO DELLA DEVASTAZIONE
Ecco il mysterium tremendum del benpensantismo contemporaneo. Per anni hanno tollerato che la conoscenza venisse assoggettata alla razionalità aziendale e che il lavoro intellettuale fosse proletarizzato, che ricercatori e precari venissero espulsi dalle università dopo avervi consumato la propria giovinezza e spesso i loro fegati. La loro capacità di indignazione aspettava evidentemente un oggetto molto più meritevole. Chi se ne frega di chi scrive quei libri o di come li scrive? L’importante è la confezione. Davanti a un cassonetto in fiamme, alla vetrina di Foot Locker, marchio notissimo per il rispetto dei diritti sul lavoro, e ai volumi precipitati sul pavimento della Feltrinelli, gli “intellettuali” nostrani si sono serrati a testuggine. Sono gli stessi che amano girovagare nelle stazioni tra i libri venduti come salumi.
Certo, sfasciare un negozio lascia intatti i rapporti capitalistici e non smuove di una virgola il mercato; l’appropriazione delle merci e il saccheggio possono perfino riprodurne il feticismo. Nessuna mistica insurrezionalista è necessaria per comprenderlo. Infatti trovo molto più interessante “la reazione” (una parola che un tempo non si usava a sproposito) a questi episodi: ci ha consegnato un’informazione politicamente preziosa. Abbiamo potuto osservare la solidarietà pressoché istantanea fra il conservatorismo dichiarato e una certa rispettabilità progressista, quella degli intellettuali organici alla riproduzione dell’esistente, dei tutori dell’ordine che si proclamano difensori della libertà e considerano patologica qualunque contestazione capace di compromettere il regolare svolgimento degli affari e della circolazione delle merci.
IL SUPER-IO BORGHESE A DIFESA DELLA PROPRIETÀ
La loro indignazione ha qualcosa di profondamente confessionale. Davanti alla vetrina infranta difendono l’intero sistema di identificazioni che permette loro di sentirsi persone civili dentro una società fondata su rapporti di dominio. Ah, il Super-io! La vera minaccia sarebbe dover riconoscere quanta violenza sia stata necessaria per produrre la normalità di quelle vetrine che chiamano pace. Quanto impoverimento, quanta coercizione salariale e quanta complicità con l’orrore può assorbire una coscienza, purché l’ordine quotidiano rimanga sufficientemente rassicurante? Temono soprattutto che qualcuno cominci a considerare discutibile ciò che hanno trascorso la vita a dichiarare inevitabile. Perché, intendiamoci, l’ordine si può criticare purché non si provi mai, mai e poi mai a mutarlo, perché ci sono dei privilegi da mantenere. E chi non ha nessun privilegio? Manganello.
Che cosa passa nella mente di una persona che ha interiorizzato l’idea che l’ordine economico, il decoro che lo accompagna e la disciplina del salotto borghese (dentro il quale pure io sono nata) vengano prima di qualunque altra considerazione morale e persino della vita umana? Non sto qui a denigrare l’ipocrisia borghese: ci sono interi scaffali di libri dedicati. Ne saranno rimasti, dopo il terribile insurrezionalismo? Quello che mi interessa è la parolina che ho messo un po’ così, en passent, nella prima riga: “interiorizzazione”. Cosa comporta? Il processo prende avvio dall’identificazione con l’autorità e le istituzioni, dall’investimento libidico sul comando che consente al soggetto di partecipare simbolicamente a un potere dal quale è materialmente escluso. Questo è il punto più importante.
L’Io, incapace di sopportare la propria impotenza, cerca un risarcimento psichico nell’ordine che la produce. Che significa? Che difendere la proprietà altrui diventa un modo di difendere se stessi dalla terribile eventualità che l’ordine costituito sia illegittimo. Una specie di servitù volontaria giunta alla maturità affettiva. Il padrone può finalmente assentarsi, avendo lasciato il proprio Super-io in custodia ai subordinati. Difenderanno ciò che è suo perché si illudono che sia anche loro.
Lukács avrebbe riconosciuto in questa condotta una delle conseguenze più interessanti della reificazione. I rapporti sociali, una volta assunta l’apparenza di proprietà naturali delle cose, non vengono più percepiti come rapporti storicamente modificabili; vengono “naturalizzati” e, appunto, “introiettati”. Lei condanna Hamas? Ovvio! Lei condanna la violenza? Ovvio. Lei condanna la fame nel mondo? Ovvio. Restano escluse le domande su chi commetta la violenza e per quali ragioni; lo stesso accade per la fame. E così una vetrina rotta diventa peggiore di un genocidio e suscita molta più indignazione. Ma perché? Ma è ovvio! Introiettando un sistema di concetti “reificati” e vivendo immersi in un mondo di merci molte persone finiscono per attribuire alla merce una consistenza ontologica superiore a quella dell’esistenza di chi la produce. La vetrina infranta diventa uno scandalo assoluto, mentre l’espropriazione del futuro di intere generazioni rimane una spiacevole necessità del mercato, un “è così perché è così!”. E il cittadino beneducato, che magari fatica a pagare l’affitto, si precipita a difendere l’integrità del negozio di lusso. Quale straordinaria vittoria dell’ideologia. Confesso che ne sono affascinata. In pratica il sistema è riuscito a trasformare l’interesse del capitale in una disposizione spontanea della coscienza di tutti, come se Gucci o Rolex fossero un bene comune e il lavoro espropriato e senza diritti no.
Ci hanno lavorato parecchio, bisogna riconoscerlo. Hanno addomesticato la letteratura sovversiva, sterilizzato il cinema politico, fino a convertire il mondo antagonista, da quello musicale a quello culturale, in un genere editoriale e vendibile a ogni livello e latitudine. Che Guevara e Lenin sono diventati rispettivamente un marchio da magliette spiritose e un reperto da merchandising. La critica radicale circola liberamente purché conservi la forma e la firma della merce, offrendo all’acquirente persino il piacere supplementare di sentirsi antagonista. Subito dopo, grazie ai partiti che contenevano le proteste dal basso, ci hanno insegnato come si manifesta civilmente. Cortei con preavviso alla questura, itinerari prevedibili, scioperi che sarebbe preferibile concordare in modo da limitare per quanto possibile il disturbo, magari evitando il venerdì, quando il governo parla di “weekend lungo”. Il dissenso si guadagna solo attraverso la rinuncia alla propria capacità di interrompere il funzionamento ordinario della società. Herbert Marcuse aveva già descritto questo meccanismo attraverso la nozione di tolleranza repressiva. Si può consentire la contestazione e contemporaneamente neutralizzarne la potenza trasformativa. La repressione più efficace ottiene che il divieto venga anticipato nella coscienza stessa di chi potrebbe trasgredirlo. E di nuovo siamo all’“interiorizzazione”.
IL LIMITE DI CLASSE DEL PROGRESSISMO LIBERALE
Ed è interessante osservare dove si arresti il progressismo di tanta intellighenzia liberale. Sul terreno dei diritti civili il capitalismo contemporaneo ha dimostrato una considerevole capacità di assimilazione. Il riconoscimento delle soggettività LGBT, conquistato attraverso lotte autentiche e spesso duramente represse, può essere incorporato senza alcuna difficoltà nella razionalità del mercato, celebrato dalle imprese e trasformato anch’esso in un business redditizio. Sono conquiste preziose. La loro compatibilità con il sistema economico dominante spiega tuttavia perché una parte della borghesia riesca oggi a farsene promotrice. Persino la diversità può diventare un vantaggio competitivo. Lo mostra l’attenzione riservata alla malattia mentale e ai diritti del malato. È una conquista. Ma appena la questione si sposta sulla proprietà, sulla distribuzione del plusvalore o sulla subordinazione salariale e sull’accesso universale ai beni necessari all’esistenza, l’entusiasmo emancipatorio subisce una curiosa contrazione, fino a trasformarsi in una repulsione che assume i tratti dell’orrore. L’uguaglianza giuridica formale viene festeggiata come una grande conquista democratica; l’uguaglianza materiale resta invece subordinata alle esigenze dell’accumulazione. Puoi essere chi desideri, purché tu continui a produrre valore per qualcun altro, senza interrompere la produzione né mettere in discussione l’ordine stabilito dall’economia. Se, invece, pretendi di discutere chi possieda i mezzi di produzione, chi disponga del tuo tempo e perché il profitto debba governare l’organizzazione sociale, il dissenso incontra assai più facilmente il manganello e la criminalizzazione.














































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