
Prossima fermata: Pechino?
di al. ba.
Negli ultimi mesi, il variegato mondo multipolarista italiano si è immerso in un acceso dibattito sulla natura politica ed economica della Cina contemporanea: Pino Arlacchi, Alberto Bradanini, Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Orazio Di Mauro, Carlo Formenti, Vladimiro Giacché, Massimo Leoni, Davide “Dazibao” Martinotti, Fabio Massimo Parenti, Moreno Pasquinelli, Ernesto Screpanti, Roberto Sidoli, Alessandro Visalli, e le riviste e i canali come Marx21, Pungolo Rosso, Ottolina TV, Tracce di classe ecc, sono tantissimi i singoli e i collettivi che stanno pubblicando video, rilasciando interviste o scrivendo libri, saggi e articoli sul tema. A grandi linee, c'è chi propende per una Cina socialista o quantomeno in via di transizione al socialismo e chi per una Cina capitalista se non addirittura imperialista. Personalmente, per affrontare la questione credo che sia utile riassumere le domande che ci dovremmo porre, senza la pretesa di rispondere ma con l'ambizione di contribuire in tal modo a chiarire il campo su cui dovrebbe svolgersi lo scontro, un po’ troppo inquinato da toni polemici e personalismi francamente ridicoli dato lo stato di subordinazione e marginalità in cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti versa (se non altro nel nostro paese).
Per cominciare partirei dall'Italia, sulla cui natura dovremmo essere tutti d'accordo. Il perché di questa scelta diverrà chiaro più avanti. Il nostro è uno Stato borghese in cui il modo di produzione capitalista è largamente dominante ma non unico. La maggior parte della ricchezza è di gran lunga prodotta col fine di valorizzare il capitale investito ed assume la forma di merce creata mediante lo sfruttamento del lavoro salariato. Ciononostante, accanto e in subordine, una quota parte della ricchezza materiale è prodotta sotto forma di merce da parte di soggetti non capitalisti: cooperative, artigiani, professionisti, contadini, enti pubblici ecc, oppure prodotta direttamente sotto forma di valori d'uso da parte della pubblica amministrazione, degli enti caritatevoli (il cosiddetto “terzo settore”) e dai domestici, siano essi estranei o appartenenti al nucleo familiare. Pertanto, in Italia, esistono residui di modi di produzione antichi (sfruttamento del lavoro schiavistico degli immigrati clandestini nelle campagne, del lavoro servile in casa, auto-sfruttamento e lavoro di sussistenza) e sono comparsi i prodromi di un modo di produzione socialista (lavoro cooperativo e cosiddetto “pubblico”).
Ma la dominanza del modo di produzione capitalistico è tale da forzare la natura di tutti gli altri modi di produzione con cui convive, portando a mutazioni e degenerazioni di vario tipo, dall’accumulazione di capitale mediante lo sfruttamento di schiavi, cooperatori, stagisti e volontari alla subordinazione degli statali posti alle dipendenze di una pubblica amministrazione di cui non hanno il minimo controllo. Per non parlare delle vere e proprie aziende statali o di quelle temporaneamente nazionalizzate, che non perdono il proprio carattere capitalista soltanto perché sono di proprietà pubblica.
Questo vale un po’ per tutti i paesi in cui domina il modo di produzione capitalistico. Ma ciò non significa che gli Stati borghesi siano tutti identici. Essi evolvono nel tempo e hanno ciascuno delle proprie peculiarità, sia dal punto di vista strutturale che dal punto di vista sovrastrutturale. In altre parole, non esiste un unico modello di Stato borghese né di economia capitalista e spesso le differenze non sono neanche di poco conto, sia per quanto riguarda i rapporti di classe interni, sia per quanto riguarda le relazioni internazionali. Ciononostante, il fatto che la Svizzera non abbia basi militari all'estero e la presenza dei suoi soldati oltreconfine sia più che risibile non ne attenua la natura imperialista. Ma che dire delle repubbliche socialiste, delle repubbliche popolari e delle repubbliche popolari democratiche sopravvissute all’abbattimento del muro di Berlino? È ovvio che anche in quelle formazioni economiche e sociali convivono vari modi di produzione. Pertanto, non basta dimostrare che il modo di produzione capitalistico esiste anche lì, ma capire se esso rimane dominante 1) sul piano economico e 2) sul piano politico.
Per quanto riguarda la Cina, già soltanto la bandiera basta a testimoniare la presenza dei capitalisti ma per capire se la loro stella è diventata la più grande occorre una precisa analisi economica. Quella pubblicata su Pungolo Rosso1 sembrerebbe molto convincente nel delineare non soltanto la presenza del modo di produzione capitalista ma anche la sua crescente dominanza, per lo meno sul piano economico. Se, come sembra dai numeri, la maggior parte della forza-lavoro è mercificata e sfruttata dal capitale che la utilizza per accumulare profitto; se le aziende capitalistiche sono in crescita rispetto alle altre e quelle di proprietà pubblica in calo e sempre più funzionali all’accumulazione di capitale e non alla produzione di valori d’uso; se la maggior parte della ricchezza circola sotto forma di merce, allora è difficile affermare che non vi sia una dominanza del modo di produzione capitalistico. Ma questa dominanza economica significa che lo Stato cinese è diventato una repubblica borghese sotto mentite spoglie? In altre parole, si tratta di una dominanza che si esprime anche sul piano politico?
Posto di fronte alla necessità di dover restaurare il capitalismo in Unione Sovietica, Lenin - la cui onestà intellettuale è oggi merce rarissima tra i politici di tutte le latitudini - non nega né la tragicità, né la pericolosità di quella che definisce senza mezzi termini «restaurazione del capitalismo» ma non getta la spugna e pone la questione, per il potere statale proletario, di «tenere ben ferme le redini al collo dei signori capitalisti, per guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio»2. Stando così le cose, diventa fondamentale capire se lo Stato cinese egemonizzato dal partito comunista stia effettivamente controllando una società civile in cui il modo di produzione capitalistico è ancora dominante o se, al contrario, la borghesia, che ha fatto ufficialmente ingresso nel PCC all’epoca di Jiang Zemin, ha di fatto preso il controllo del partito e quindi della macchina statale.
Partiamo dalla prima ipotesi, il controllo del capitalismo da parte del partito. A che serve? Sicuramente allo sviluppo delle forze produttive. Ma fino a quando è necessario continuare ad utilizzare il capitalismo per sviluppare le forze produttive? Come ci ricorda Marx, «considerata la macchina esclusivamente mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il limite dell’uso delle macchine è dato dal fatto che la loro produzione costi meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca. Ma per il capitale questo limite trova un’espressione ancora più ristretta. Poiché il capitale non paga il lavoro adoperato, ma il valore della forza-lavoro usata, per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza fra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita. Poiché la suddivisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e in pluslavoro è differente a seconda dei paesi, ed è anche differente nello stesso paese in periodi differenti o durante lo stesso periodo in differenti rami d’industria, poichè inoltre il salario reale dell’operaio ora scende al di sotto ora sale al di sopra del valore della sua forza-lavoro, la differenza fra il prezzo delle macchine e il prezzo della forza-lavoro che da esse deve essere sostituita può variare molto, anche identica rimanendo la differenza fra la quantità di lavoro necessaria per la produzione della macchina, e la quantità complessiva del lavoro da essa sostituito. Quindi, in una società comunista - chiosa Marx in nota - le macchine avrebbero ben più largo campo d’azione che non nella società borghese»3. Non a caso, nel terzo libro del Capitale, il Moro di Treviri ci dice senza mezzi termini che, arrivati a un certo grado di sviluppo, i rapporti sociali costituiscono un freno all’ulteriore incremento delle forze produttive. A questo punto ci sarebbe da chiedersi fino a che punto è utile sviluppare le forze produttive per rendere le merci più economiche, dato che per farlo è necessario aumentare lo sfruttamento dell’uomo e della natura. Ma, sopratutto, c’è il tema della trasformazione delle forze produttive in forze distruttive che si attua, ad esempio, mediante i fallimenti di aziende, la disoccupazione, la subordinazione della scienza e della tecnica allo sviluppo delle armi e della guerra; e nella crescente distruzione della natura esterna all'essere umano per appagare esigenze quantomeno effimere, l’oramai proverbiale “ultimo modello di Iphone”.
E ancora, oltre che allo sviluppo delle forze produttive, il controllo del capitale da parte dello Stato proletario non dovrebbe comunque tendere alla collettivizzazione dei mezzi di produzione, all'abolizione della mercificazione e dello sfruttamento della forza-lavoro, nonché alla creazione di un corretto ricambio organico con la natura? Per rispondere senza litigare, occorrerebbe previamente esplicitare che si intende per modo di produzione socialista. Secondo Marx ed Engels, condizione necessaria è la proprietà comune di tutti i mezzi di produzione e la produzione di valori d'uso, non di merci, la cui circolazione esclude necessariamente lo scambio. Soltanto per quanto riguarda la distribuzione dei mezzi di sussistenza, durante il socialismo vige ancora il criterio borghese per cui ciascuno riceve secondo la quantità e qualità del lavoro prestato e non secondo le sue effettive necessità. Ma tale sviluppo potrà avvenire soltanto con l'ulteriore evoluzione, «dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza»4. In ogni caso, nel modo di produzione socialista per come è stato abbozzato non soltanto da Marx ma anche da Engels nell’Anti-Dühring e da Lenin in Stato e rivoluzione, i mezzi di produzione sono tutti socializzati e la merce non ha diritto di esistenza. Il che non significa che le compravendite non possano avvenire in un paese socialista o che la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita tout court, giacché anche in quelle società, come abbiamo visto negli odierni paesi capitalisti, inevitabilmente sopravviveranno residui di modi di produzione passati. Ma questo non significa che il concetto di modo di produzione socialista preveda la proprietà privata dei mezzi di produzione e la merce. Se non altro dal punto di vista di Marx, Engels e Lenin.
Questa concezione di modo di produzione socialista è diversa da quella di Stalin, secondo cui in Unione Sovietica esistevano «due forme fondamentali di produzione socialista: la produzione statale, di tutto il popolo, e quella colcosiana, che non si può dire di tutto il popolo. Nelle aziende statali i mezzi di produzione e la produzione stessa sono proprietà di tutto il popolo. Nelle aziende colcosiane, invece, benché i mezzi di produzione (la terra, le macchine) appartengano pur essi allo Stato, tuttavia la produzione dei prodotti è proprietà dei singoli colcos, giacché nei colcos il lavoro, come le sementi, sono di proprietà dei colcos, mentre della terra, che è stata concessa ai colcos in uso eterno, i colcos dispongono di fatto come di una loro proprietà, benché non possano venderla, comprarla, darla in affitto o ipotecarla. Questa circostanza porta al fatto che lo Stato può disporre solamente della produzione delle aziende statali, mentre della produzione colcosiana dispongono solamente i colcos, come di una loro proprietà. Ma i colcos non vogliono alienare i loro prodotti altrimenti che sotto forma di merci, in scambio alle quali essi vogliono ricevere le merci loro necessarie. Altri legami economici con la città che non siano quelli commerciali, che non siano lo scambio mediante compravendita oggi i colcos non li accettano. Per questo la produzione mercantile e la circolazione delle merci sono attualmente da noi una necessità. Naturalmente, quando invece dei due fondamentali settori produttivi, quello statale e quello colcosiano, vi sarà un solo settore produttivo che abbracci tutto e abbia il diritto di disporre di tutti i prodotti di consumo del paese, allora la circolazione delle merci con la sua “economia monetaria” scomparirà, come un elemento non più necessario dell'economia nazionale. Ma finché questo non avvenga, finché sussistono due settori produttivi fondamentali, la produzione mercantile e la circolazione delle merci devono restare in vigore come elemento necessario e sotto ogni aspetto utile del sistema della nostra economia nazionale. Di conseguenza, la nostra produzione mercantile non è una produzione mercantile normale, ma una produzione mercantile di tipo particolare, una produzione mercantile senza capitalisti, che ha a che fare sostanzialmente con merci di produttori socialisti riuniti (lo Stato, i colcos, le cooperative), la cui sfera di azione è limitata agli oggetti di consumo personale, che evidentemente non può in alcun modo svilupparsi come produzione capitalistica e che è destinata a servire, insieme con la sua “economia monetaria”, la causa dello sviluppo e del rafforzamento della produzione socialista»5. Come per Marx, Engels e Lenin, il socialismo non prevede capitale, sfruttamento e plusvalore ma, a differenza loro, Stalin contempla la sopravvivenza della merce, del denaro e del valore.
Ma quali sono le caratteristiche del modo di produzione socialista per i cinesi contemporanei? Se è chiaro che la merce e il capitale possono essere utili allo sviluppo del socialismo, in Cina come in Unione Sovietica, per capire se il controllo del capitale da parte del PCC stia effettivamente conducendo alla trasformazione del modo di produzione andrebbe capito se la merce e il capitale rappresentano rapporti sociali che appartengono anche al modo di produzione socialista (e quindi chiarire in che consiste il modo di produzione socialista) e non limitarsi ad affermare che altri modi di produzione possono essere strumentalmente utili allo sviluppo delle forze produttive.
Infine, che fare nel caso in cui dovessimo constatare che la borghesia ha raggiunto l'egemonia politica all'interno del partito di governo e quindi dello Stato? Dovremmo forse combattere la Cina come facciamo con gli Stati Uniti, l’Unione europea o l’Italia e dichiararci neutrali? O non sarebbe meglio cercare di capire quali tra le varie borghesie ed i rispettivi modelli capitalisti è più conservatore e quale più distruttivo, quale più funzionale agli interessi del proletariato e della rivoluzione e quale meno? Cosa produce più coscienza e più contrasti, il controllo sociale cinese o quello social americano? Dall’inizio degli anni ‘70 è noto che la cooperazione internazionale e gli aiuti allo sviluppo non sono come le cannoniere ma ciononostante costituiscono, a tutti gli effetti, una forma di imperialismo6. Pertanto, la domanda che dovremmo porci è: il soft power cinese risponde meglio o peggio agli interessi della borghesia e delle classi popolari dei paesi dominati rispetto all'hard power statunitense? Ne favorisce lo sviluppo e l’emancipazione meglio o peggio? E quale dei due modelli crea più proletari e più opportunità rivoluzionarie? Per non parlare dell'effetto distruttivo che la concorrenza cinese produce all'interno delle società cosiddette “occidentali”, con tutto ciò che ne consegue in termini di sommovimenti politici e sociali. Se mi è concesso un parallelismo forse un po’ azzardato, tra mafia e Stato ci si dovrebbe schierare, ma un conto è farlo con la laicità e la relatività che deriva dalla coscienza che sono due facce della stessa medaglia, un conto è farlo col fanatismo e l’assolutismo di chi crede che siano due nemici irriducibili. E lo stesso si può dire, mutatis mutandis, per quanto riguarda le dispute tra fascisti e socialdemocratici o quelle tra anarchici e comunisti. Parafrasando il Marx del Discorso sul libero scambio, si può essere nemici del capitalismo americano senza essere per questo amici del capitalismo cinese (e viceversa). Pertanto, ove in Cina governassero i borghesi, per schierarsi contro o a favore dell’ex Impero di mezzo occorre previamente capire se la sua ascesa stia oggi ritardando o affrettando la rivoluzione sociale. Faites vos jeux.












































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