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I fantomatici rossobruni di Stefano Cappellini

di Matteo Falcone

204131243 eedfdcc3 7b5c 4d3a 8601 d6cacf84cec3.jpgNella categoria “Libri che abbiamo deciso di leggere noi per evitare che li leggiate voi” – a proposito: come la vedete come possibile nuova rubrica? – c’è il nuovo saggio del neodirettore de la Repubblica Stefano Cappellini, “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” (UTET, 2026).

Un libro che potete anche risparmiarvi di leggere, perché – anche se infiocchettato come una indagine storico-politica del rossobrunismo, con una particolare attenzione per l’attualità – sembra solo una nuova operazione di perimetrazione del dicibile e dell’indicibile, tra quello che si può e quello che non si può sostenere e dire nel dibattito pubblico. Andiamo un po’ più a fondo e con ordine per renderci conto della strumentalità delle tesi di Stefano Cappellini.

In primo luogo, Stefano Cappellini spiega bene che il libro vuole essere un testo polemico nei confronti dei c.d. rossobruni, descritti come quell’insieme variegato di individui o soggetti politici che, in ogni epoca, risulta essere non solo particolarmente influente, seppure marginale e minoritario, ma anche politicamente pericoloso, in quanto il suo obiettivo è quello di minare le fondamenta delle democrazie (prima quella liberale poi quella democratico-sociale del dopoguerra). L’autore nelle prime pagine del suo libro lo spiega bene: «il primo obiettivo del rossobrunismo di ogni epoca [è] una delle tendenze più inquietanti del nostro tempo: la separazione del popolo dalla democrazia». D’altronde, «il rossobrunismo sa incanalare lo spirito del tempo. Ha la capacità di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo, di sfida coraggiosa all’opinione dominante». Il rossobrunismo, dunque, è pericoloso perché «sa come separare il popolo dalla democrazia».

Con questo libro, allora, Cappellini vuole metterci in guardia dal sottovalutare questo fenomeno.

L’autore, infatti, sottolinea che «occorre fare attenzione a non rifugiarsi nella tentazione, diffusa soprattutto nell’opinione pubblica di sinistra, di costruirsi una versione rassicurante in base alla quale addirittura il rossobrunismo in realtà non esisterebbe, si tratterebbe solo di fascisti in maschera», invece, i rossobruni (direbbe Cappellini) sono insospettabilmente tra noi “di sinistra”!

Dice l’autore: «La storia dei rossobruni è da un secolo e mezzo un continuo spostamento di persone tra un fronte e l’altro – leader, intellettuali, partiti, semplici militanti, […] – un andirivieni che troppo spesso è stato spiegato con le categorie private del tradimento nel caso di passaggio da sinistra a destra (gli ex socialisti che fondarono il fascismo insieme a Mussolini) o del peccato di gioventù nel caso contrario (i molti intellettuali italiani fascisti sotto il regime che nel dopoguerra divennero comunisti)». Ma, ci tiene a precisare Cappellini, «oggi sono leader, movimenti e intellettuali di estrazione progressista a virare verso il bruno, cosa che dice molto sulle idee egemoni nel caos di questi anni. Sta succedendo di nuovo, come negli anni venti del secolo scorso e con dinamiche che presentano grandi analogie».

Per dimostrarlo Cappellini, ad un certo punto, tira fuori anche il rapporto tra PCI e il fascismo. In particolare, pone grande attenzione ad un documento del 1936 intitolato Appello ai fratelli in camicia nera. Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!, un comunicato scritto, secondo l’autore, da Ruggiero Grieco, e «firmato in calce da una sessantina di personalità del partito, in testa la firma del futuro segretario del PCD’I Palmiro Togliatti insieme a quelle del futuro segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio». Un appello, secondo il direttore de La Repubblica, «che oggi appare sconcertante, [ma] fu possibile in nome di una evidente contiguità ideologica tra le basi del comunismo e la versione sociale del fascismo» tanto da portare il PCI ad offrire «ai lavoratori fascisti, ai fascisti di sinistra, ai quadri popolari e rivoluzionari del regime non il superamento del fascismo, bensì la sua piena attuazione, e cioè il ritorno ai principi presenti nel programma sansepolcrista». Un testo «finito nell’oblio della storia ufficiale del partito, cancellato come la memoria dello stesso Grieco, sarebbe invece diventato un testo di riferimento dei rossobruni italiani». Addirittura.

Una ricostruzione su cui non ci soffermeremo, se non per segnalare come questo è un chiaro esempio del metodo di ricostruzione storica di Cappellini: sceglie di non approfondire, strumentalmente, né il contesto e neanche l’idea (per quanto possa essere criticabile con gli occhi di oggi) che c’era dietro quel documento.[1] Questo episodio, in realtà, serve a Cappellini solo ad avvalorare la sua tesi: un pezzo della tradizione comunista è proprio geneticamente rossobruna e, quasi più del pericolo fascista, oggi c’è soprattutto il pericolo rossobruno, che rafforza e incoraggia il primo e mina le fondamenta della democrazia liberal-democratica.

Ma chi sono questi rossobruni per Cappellini? Prima di comporre la strampalata lista di proscrizione dei rossobruni d’Italia, l’autore prova a fare una sintetica ricostruzione storica delle posizioni “rossobrune” che sono emerse nel tempo prima in Francia, poi in Italia e in Germania, sottolineando come il termine rouge-brun sia, in realtà, molto più recente: usato negli anni ottanta per apostrofare negativamente su “Le Monde” il laboratorio della Nuova Destra di Alain de Benoist, per poi diffondersi definitivamente negli anni ’90 dopo che lo stesso de Benoist venne invitato dall’Istituto di studi marxisti (per la serie “gli opposti che si toccano” o se non lo fanno, ci scriviamo i libri per farli toccare).

L’autore, però, riconnette a questa parola tutta una serie di movimenti politici nati in momenti storici molto diversi tra di loro. Dice Cappellini: «i rossobruni sono stati e sono tante cose: i socialisti nazionali francesi, i sindacalisti rivoluzionari francesi e quelli italiani, i fascisti di sinistra, i nazionalbolscevichi tedeschi. E poi ancora dopo la seconda guerra mondiale: i nazimaoisti, i nazionalcomunisti, i comunitaristi, i campisti, i sovranisti».

Tutti movimenti – minoritari ma, secondo l’autore, capaci di influenzare le classi politiche del tempo (che il libro chiaramente non dimostra) – che sono accomunati da alcune idee chiave, in particolare quelli nati a cavallo tra fine ‘800 e inizi ‘900: erano movimenti anticapitalisti, sostenitori di un ordine corporativo o collettivistico della società, di un maggiore intervento dello Stato nell’economia, in ogni caso da costruire nell’interesse dei lavoratori; in quanto anticapitalisti, però, questi movimenti erano spesso anche antisemiti, in quanto assumevano non solo posizioni critiche, ma spesso anche schiettamente razziali nei confronti delle élite economiche ebraiche; inoltre, erano movimenti antiimperialisti e nazionalisti, che tendevano a sostituire la lotta di classe con la lotta tra gli Stati, quindi spesso sostenitori della guerra (ad esempio, durante la prima guerra mondiale o quelle coloniali) e del ricorso alla violenza come strumento di lotta politica; infine, erano movimenti antiparlamentaristi e sostenitori della necessità di una rivoluzione corporativa o proletaria che rovesciasse la democrazia del tempo.

Se la ricostruzione storica ha qualche elemento critico, evidente anche a chi storico non è,[2] il tentativo di Cappellini di rintracciare i rossobruni di oggi è esilarante. Attraverso accostamenti suggestionanti, salti logici, poche fonti (perlopiù di colleghi giornalisti, citati come fonti imparziali) e un uso strumentale della storia e delle storie personali dei soggetti interessati, Cappellini prova a sostenere che le idee rossobrune sono arrivate fino a noi e che oggi accomunano «tutti quei movimenti della politica postmoderna costruiti sull’abbattimento del confine tra destra e sinistra. In Italia, il Movimento 5 Stelle, capace di arrivare in pochi anni al governo del paese, è fondato su molti cliché del rossobrunismo». E, da questa frase, è subito evidente chi c’è nel bersaglio di Cappellini: tutti coloro che criticano il sistema politico attuale, si pongono in modo dubitativo e alternativo al bipolarismo forzato degli ultimi decenni.[3]

La lista dei rossobruni è lunghissima, variegata, internazionale e qualche volta davvero esilarante. Partendo dal livello internazionale, per Cappellini sono rossobruni: Aleksandr Dugin, il teorico del nuovo imperialismo russo; Sahra Wagenknecht (rea di avere assunto posizioni simili all’AFD sull’immigrazione e soprattutto di avere sbagliato marito); i vichinghi di Trump, quelli che hanno assaltato Capitol Hill; Bovè e i movimenti noglobal; Chavez, Maduro, Hortega, Morales, pure qualche teologo della liberazione (Marcel Barros), Aleida Guevara, una delle figlie del Che, tutti rappresentanti del «rossobrunismo latinoamericano».

In Italia, invece, solo per citare i più noti troviamo a destra ovviamente Matteo Salvini, soprattutto perché amico di Gianluca Savoini; Gianni Alemanno, Francesco Borgonovo, Roberto Fiore e Forza Nuova. Dalla parte opposta: i gruppi marxisti, leninisti, stalinisti italiani;[4] Alberto Fazolo, Marco Rizzo, «che a sua volta scioglie la sua organizzazione per allearsi a un fronte di militanti No vax e fascisti per fondare Democrazia sovrana e popolare» (descrizione imparzialissima…); qualche fuoriuscito del M5S, tra cui Alessandro Di Battista «infaticabile sostenitore della tesi secondo cui l’Ucraina è un paese nazista, ha scritto un pamphlet con un titolo (La Russia non è il mio nemico) che era già lo slogan di una campagna finanziata da Mosca in più paesi occidentali». Secondo Cappellini, poi, «il punto più alto della mobilitazione filorussa in Italia è stato però toccato con la presentazione alle europee del 2024 della lista Pace (in realtà si chiamava Pace, terra e dignità, ma vabbè), creata dall’anchorman Michele Santoro»; insieme a Benedetta Sabene ed Angelo D’Orsi, «ex candidato sindaco della sinistra radicale a Torino, congruamente definito da Luigi Manconi [ e se lo ha detto Manconi…] “comunista di estrema destra” nel corso di un confronto televisivo sul conflitto in Ucraina, pochi giorni prima dell’invasione russa del febbraio 2022 rilascia un’intervista a un sito web per augurarsi che l’intervento russo duri il tempo necessario «a dare una lezione al governo di Kiev». Poi Massimo Cacciari e Franco Cardini e altri intellettuali (quali?), rei di avere promosso «un appello rossobruno […] sul finire del 2023, alla vigilia del primo anno di invasione russa, […] i più accomunati dall’essere stati alcuni ex comunisti e altri ex fascisti, il cui senso era proprio […]: la Russia ha le armi nucleari, meglio lasciar correre sull’Ucraina». Nell’elenco ancora Moni Ovadia, Vauro, Pino Arlacchi, Claudio Messora, Moreno Pasquinelli e Stefano Fassina «ex viceministro dell’economia nel governo Letta, che ha abbandonato il PD e fondato un movimento che strizza l’occhio già nel nome al rossobrunismo: Patria e costituzione».

Ci finiscono dentro anche delle note riviste di cultura politica: Italianieuropei di Massimo D’Alema, che, secondo Cappellini, confeziona numeri della rivista (con i contributi di Paolo Guerrieri, Marco Carnelos e Alberto Bradanini) per sostenere che «non è vero che è in corso una lotta tra paesi democratici e paesi non democratici; i paesi democratici sono in realtà il vero tiranno e quelli presunti non democratici sono solo paesi che cercano un nuovo assetto multipolare più giusto, pacifico e pure più ecosostenibile»; la rivista di geopolitica Limes di Lucio Caracciolo, accusato di ospitare intellettuali russi di regime, come Vitalij Tret’jakov che, secondo Cappellini, «si preoccupa infine di puntellare uno dei cavalli di battaglia dei filoputiniani nel mondo: la russofobia, indicata come pregiudizio e complotto dei poteri occidentali»; la rivista Eurasia, diretta da Claudio Mutti, che, secondo Cappellini, già dal nome si capisce tutto: nomen omen di putinismo!; infine, anche agli amici di Contropiano (invidia per la pubblicità!). Insomma, come direbbe una celebre canzone per bambini: nella lista dei rossobruni d’Italia ci sono proprio tutti «non manca più nessuno, solo non si vedono i due liocorni!».

Tutte persone, intellettuali, soggetti politici, riviste che non hanno nulla in comune, se non quelle di avere provato a rompere la narrazione maggioritaria sulla guerra, sui rapporti di forza internazionali e sui danni di decenni di attuazione delle forme più radicali di globalizzazione. Per questo motivo vengono accusati dall’autore di tre cose: essere putiniani; essere complottisti; essere, di fatto, nazionalisti. E leggendo l’elenco che abbiamo fatto, davvero non si può che farsi una risata per l’improbabilità della tesi sostenuta. Più che di fronte ad una ricostruzione politica, dunque, siamo di fronte alla teorizzazione di uno di quei complotti tanto vituperati da Cappellini: il complotto dei rossobruni che, insinuati dove nessuno se lo aspetta, tramano contro le democrazie, insieme ai fascisti.

Più precisamente, dunque, per Cappellini sei rossobruno se ti opponi all’agenda ultra-atlantista militante degli Stati Uniti e della Nato, che vede il Patto atlantico e i Paesi che ne fanno parte, in particolare quelli europei, come gli unici detentori dei valori democratici, che lottano o meglio si difendono contro le autocrazie aggressive, come la Russia di Putin. L’imperialismo russo è il nemico numero uno dell’Europa e, secondo Cappellini, «la presunta inoffensività della Russia è un argomento che, grazie a una estesa rete di agit-prop, bot e testate digitali, ha sfondato in un pezzo di opinione pubblica occidentale molto più di quanto l’esercito russo sia riuscito in Donbass dopo quattro anni di guerra». Se non sei d’accordo con lui sei un agit-prop prezzolato di Putin o, se va bene, sostieni gli interessi di Putin senza capirlo fino in fondo.

Per Cappellini, inoltre, sei rossobruno se metti in discussione la globalizzazione e anche se provi solo a nominare la parola “Stato”, “interesse nazionale”, “confini”. La posizione dell’autore è chiara se si legge questo passaggio sui movimenti noglobal, i quali «erano affiancati, e più spesso impastati, da letture ideologiche e dogmatiche, che rifiutavano di vedere gli aspetti positivi della globalizzazione, che aveva spinto i nazionalismi al momento più basso della loro storia, migliorato le condizioni economiche di molte zone del pianeta, oltre che tirato fuori un intero continente, il Sudamerica, da tre decenni di fascismo imperante o incipiente. La globalizzazione portava con sé squilibri e ingiustizie gravi. Andava certo regolata e governata più di quanto si sforzasse di fare all’epoca la sinistra riformista europea, inebriata da indicatori economici e percentuali di consenso che sarebbero presto svaporati entrambi, ma era un fenomeno progressista e aperto. Non vedeva o non voleva vedere, quel movimento, che il contrario di globalizzazione è autarchia, nazione, protezionismo, identità o peggio: identitarismo». La globalizzazione – cioè un fenomeno traducibile oggi in libera circolazione di capitali, merce, persone che ha prodotto un mondo diseguale, inquinato e gerarchizzato – è, secondo Cappellini, progressista by default. E se non sei d’accordo con lui molto probabilmente sei un autarchico, un nazionalista, un protezionista o un identitario. Peraltro come se tutte queste definizioni non fossero uno molto diversa e autonoma dall’altra e non c’è nulla di più ideologico e strumentale di metterle insieme in un unico calderone.[5]

Per Cappellini, infine, sei rossobruno se, con una retorica di critica alle elitè, sponsorizzi idee “complottiste”, attraverso le quali si vuole provare a sostenere «che la democrazia non è ciò che appare, che dietro le quinte di ogni sistema democratico c’è un piano per realizzare gli interessi di pochi e negare quelli di molti. Non quando ciò accade davvero, come è possibile, ma sempre e comunque. Serve dimostrare che la democrazia è un inganno consapevole, una macchinazione che finge di offrire diritti e libertà, mentre invece lavora occultamente a calpestarli. Da qui la necessità di denigrarla con argomenti che razionalmente non sarebbero spendibili. In tal modo, oltre ad accreditarsi una battaglia contro le oligarchie, il complottismo può convincere i suoi adepti che si batte per un mondo più giusto e che il superamento della democrazia è il mezzo per ottenerlo». Cappellini, dunque, mette strumentalmente insieme le critiche dei movimenti populisti alla finanziarizzazione della società, alla cattura del decisore da parte degli interessi privati – cose su cui sono state scritte milioni di libri, peraltro – con teorie strampalate (tipo QAnon e robe del genere).

Quello di Stefano Cappellini, dunque, è un libro che sembra nascere con il solo intento di “etichettare” come rossobrune tutte una serie di idee e posizioni portate avanti non solo da formazioni “terze” – alternative alla destra al governo e al campo progressista – che probabilmente entreranno in scena alle prossime elezioni (pensiamo al partito di Alessandro Di Battista o Agorà di Angelo D’Orsi) ma, più in generale, da tutte le persone che, nello stesso campo progressista, non sono correttamente allineate all’agenda di cui l’autore si fa portavoce. La campagna elettorale di Cappellini è già iniziata, ma voi seguite un consiglio spassionato: non compratevelo, fate girare la recensione consigliando di non leggerlo e, piuttosto, comprate l’ultimo numero de La Fionda, “Distrazioni di massa. Come il potere ci divide sul nulla”, se vi interessa affrontare i temi che Cappellini ha voluto strumentalizzare.


Note
[1] Per questo rimando ad un contributo apparso sul blog di un noto comunista (!), il prof. Franco Cardini, scritto da un altro noto comunista (!) Luigi Copertino, in cui si spiega benissimo il contesto in cui e i motivi per cui il PCI scrisse quel documento: eravamo nel pieno dell’attuazione della filosofia sociale organicista del regime, a cui il PCI guardava con interesse anche se con risvolti differenti. Peraltro, come Copertino sottolinea, era un approccio “sociale” che negli anni ’30 era presente anche nei regimi democratici (Stati Uniti e Regno Unito, in primis). Nel contributo si spiega bene anche la strumentalità delle posizioni di chi, come Cappellini (e allora Antonio Martino), utilizza questo argomento come la dimostrazione delle convergenze rosse e brune contro le democrazie. https://www.francocardini.it/minima-cardiniana-390-3/.
[2] Cappellini, per esempio, per supportare la tesi dell’attacco alla democrazia dei rossobruni, tratta la critica alla democrazia liberale ottocentesca fatta dai “rossobruni” dell’epoca – ricordiamolo, una forma parlamentare censitaria, rappresentativa della sola classe borghese e a suffragio limitato, che lasciava fuori dalla rappresentanza milioni di donne e di lavoratori – come se si trattasse delle nostre attuali democrazie liberaldemocratiche e sociali. È chiaramente un espediente retorico per trovare un collante tra i fantomatici rossobruni di oggi con quelli di ieri, sottolineandone gli intendi antiparlamentari e illiberali.
[3] Sul binomio destra-sinistra e sulla sua inutilità a rappresentare realmente delle alternative che si contrappongono si veda il bellissimo saggio di Vincenzo Costa, Categoria della politica. Dopo destra e sinistra, Rogas edizioni, 2023.
[4] Dal Collettivo Stella Rossa Nord Est, alla Rete dei comunisti passando per gli organizzatori della “carovana antifascista” in Ucraina del 2014, per Edy Ongaro e altre persone, per lo più sconosciute, che hanno supportato, anche combattendo, le Repubbliche autoproclamate del Donbass.
[5] Per capirci davvero qualcosa sul rapporto tra socialdemocrazia e comunità nazionale leggete l’ultimo contributo di Lucio Baccaro, che abbiamo ripreso nel nostro sito dal dibattito sul Fatto quotidiano. E per approfondire il bel libro di Jacopo Custodi, Un’idea di paese. La nazione nel pensiero di sinistra, Castelvecchi editore, 2023.
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