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Socialismo o barbarie: l’urgenza ineludibile di scelte responsabili

di Giuseppe D'Elia

andy warhol 5789647La neolingua orwelliana, come è noto, «era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero». In tal senso, le istituzioni UE, nello scorso decennio, in nome della “responsabilità” e con formule di neolingua pura come “austerità espansiva” hanno letteralmente devastato la società greca, smantellando il welfare, mettendo a regime di profitto privato – per la minoranza più “intraprendente” – anche i servizi sanitari essenziali, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei cittadini greci, con rapporti di lavoro più precari, orari di lavoro e turni estenuanti e un generale e diffuso impoverimento, determinato dal rapporto tra andamento ribassista dei salari e incremento dei prezzi al consumo, in una dinamica per la quale si è costretti a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno e a pagare tasse mediamente più alte per servizi pubblici sempre più scarsi, sia in termini quantitativi che qualitativi.

«La libertà è schiavitù», del resto, è esattamente uno dei tre inquietanti slogan del Partito totalizzante del Grande Fratello di Orwell, nel suo profetico “1984”. E non si tratta di un caso isolato ed eccezionale. Qui in Italia lo abbiamo visto benissimo, anche se con una maggiore gradualità rispetto al cappio imposto alla Grecia: lavoro povero e sempre più precario che produce una dinamica dei salari reali medi sostanzialmente bloccata ai livelli ribassisti degli anni Novanta del secolo scorso. In un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) si legge testualmente che «i dati esaminati confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento, con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione. Nello stesso arco temporale, la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde». 

Sempre sul tema perverso di una “responsabilità” declinata in termini distopici, le parole che Nathalie Tocci ha consegnato al The Economist lo scorso 16 luglio vanno in perfetta consonanza con l’altro slogan del totalitarismo orwelliano: «La guerra è pace»!

E, infatti, come si realizza la pace in questo frangente storico? Con una strategia di massiccio riarmo europeo, che non si ponga minimamente il problema politico degli ulteriori tagli ai sistemi di welfare delle economie UE già stritolate dai vincoli di bilancio, riaffermati col pugno di ferro nel già menzionato caso greco, e con la necessità di rendere quanto più possibile concreta la prospettiva della guerra. Queste considerazioni vanno lette con estrema attenzione nel modo in cui sono state espressamente formulate: «gli italiani vengono anestetizzati dai talk show televisivi –  pesantemente infiltrati da propagandisti filorussi – che deridono i tentativi europei di rafforzare la resilienza delle società. […] Eppure è proprio la plausibilità della guerra il punto centrale. […] Un modo per rendere le popolazioni più preparate potrebbe essere quello di dispiegare truppe europee sul territorio ucraino. […] Una forza europea di rassicurazione, dunque, farebbe ben poco per l’Ucraina. Il suo dispiegamento immediato, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe però essere utile all’Europa, inducendo i cittadini a sviluppare una mentalità che li preparerebbe meglio alla possibilità della guerra. Certo, esporrebbe i soldati europei a un pericolo concreto – e una simile decisione provocherebbe l’ira del Cremlino – ma il continente è già coinvolto in un conflitto ibrido, anche se molti si rifiutano di riconoscerlo. Se i soldati europei venissero dislocati in Ucraina, la realtà della guerra si avvicinerebbe alle società europee. E forse una parte del coraggio, dell’umiltà e della creatività dimostrati dagli ucraini potrebbe trasmettersi anche agli altri popoli del continente. Le truppe europee non verrebbero esposte al pericolo per puro spirito di generosità, ma per contribuire a prepararsi alla guerra – e impedire che il conflitto si estenda al resto dell’Europa».

Anche queste parole violente e oscene non rappresentano, purtroppo, un caso eccezionale, se solo si ricorda il tenore sostanzialmente analogo delle dichiarazioni fatte, già due anni fa, da una personalità del calibro dell’ex premier e Senatore a vita, prof Mario Monti, il quale, nel sottolineare come probabilmente sarà necessario a un certo punto inviare truppe di terra in Ucraina, perché l’UE non può restare inerte difronte al presunto progetto di espansionismo russo, evidenziava anche che «mandare uomini nostri a combattere al di fuori, per difendere da là l’Europa, sarà molto difficile anche perché le nostre cittadinanze si sono abituate alla pace e non ammettono il concetto che si possa morire per la difesa della patria o della patria europea».

Le parole di Monti sono doppiamente rivelatrici. Vi è lo sprezzante giudizio aristocratico di chi pretende che il popolo versi il proprio sangue, per la difesa di interessi egemonici che non danno alcuna prospettiva di concreto ed effettivo miglioramento alla qualità della vita di chi verrebbe materialmente mandato a morire al fronte. Ma, soprattutto, con esse si disvela la mistificazione mediatica in atto, sotto due distinti profili: in primo luogo, l’esimio economista bocconiano qui, aderendo alla vulgata della propaganda bellicista, utilizza la parola “difesa” rispetto a una minaccia che può essere descritta come progetto di espansionismo militare russo soltanto ribaltando completamente tutti gli accadimenti storici successivi alla dissoluzione dell’URSS; in secondo luogo, anche volendo ignorare l’elefante nella stanza (ovvero il rapido ed esteso allargamento a Est del nucleo originario dell’Europa comunitaria), resta il dato di fatto incontrovertibile e ammesso dallo stesso Monti (“combattere al di fuori”) che l’Ucraina non è ancora uno Stato UE e quindi parlare di difesa della patria, in questo caso, è letteralmente un triplo carpiato senza rete.

Nel caso italiano, dunque, un superamento del ripudio della guerra previsto dall’art. 11 della Carta costituzionale fa senz’altro a pugni con l’idea di cessione di sovranità agli organismi sopranazionali prevista dalla seconda parte della disposizione, in quanto questa (e la costruzione – comunque forzata e democraticamente incompiuta – dell’Unione Europea in particolar modo) non può mai prescindere dalla finalità programmatica espressamente dichiarata dalla norma, ovvero quella di assicurare «la pace e la giustizia fra le Nazioni»; ma nemmeno può essere ammissibile il richiamo all’art. 52 Cost., ancorché autorevolmente sostenuto in relazione alla scelta del nostro Stato di inviare armi all’Ucraina, proprio perché, se è già una prima forzatura la concezione di difesa della patria da estendere all’UE, qui e ora, nessuno Stato UE è stato invaso dalla Russia.

Fermo restando il giudizio storico tutt’altro che lineare sul come si è realizzato il passaggio dell’Ucraina dalla CSI alla domanda di adesione all’UE, passando per gli stretti legami intrecciati con la NATO già a partire dal 1991 e poi consolidatisi con il trattato del 1997 e le successive integrazioni e il conflitto del 2014, originato dalla scelta delle regioni orientali ucraine di preservare i rapporti con la Russia, si fa davvero una grossa fatica a comprendere le ragioni giustificative di questa “responsabilità” che viene richiesta al popolo, con giudizi sprezzanti e tranchant, per la difesa di confini che non sono nemmeno europei in senso stretto e in una dinamica tra aggredito e aggressore che segue criteri logici diametralmente opposti a quelli che si applicano nel sostanzialmente coevo riaccendersi dell’espansionismo israeliano, tradottosi, per di più, in condotte verso i palestinesi di Gaza definite da plurime fonti come integranti il crimine di genocidio

Per chiudere il cerchio della distopia orwelliana nella quale siamo tutti direttamente coinvolti, nostro malgrado, non si può non affrontare il tema della “responsabilità” negletta, quando non proprio apertamente negata: quella relativa al cambiamento climatico di matrice antropica. Qui è la terza massima del Ministero della Verità a dominare prepotentemente la scena: «L’ignoranza è forza». Pur essendo assai risalente, il primo rapporto IPCC (1990) non è stato preso abbastanza sul serio dai decisori politici. Il report del 1990 evidenziava chiaramente tutte le possibili conseguenze negative del crescente riscaldamento globale, collegato all’incremento dei gas serra, e il rischio emergenziale che l’assenza di misure di intervento appropriato, in un senso di significativa mitigazione del trend in corso, avrebbe inevitabilmente prodotto. Tutti i successivi e puntuali aggiornamenti hanno continuato a incontrare resistenze (non disinteressate), con soventi campagne mediatiche al limite del negazionismo. Il risultato lo stiamo vedendo in questa estate rovente in cui la realtà dei report scientifici diventa il vissuto quotidiano terribile e atroce, soprattutto nelle aree dell’Europa del Sud che – come previsto – vivono il fenomeno dell’incremento delle temperature in maniera ancora più rapida e intensa. Purtroppo, fin qui, si è fatto molto meno di quanto sarebbe stato necessario e, pertanto, la soglia critica dell’incremento di 1,5 °C – stabilita dall’Accordo di Parigi – sulla base delle temperature medie che saranno registrate già nel periodo 2025-2029, con elevata probabilità, verrà superata.

Lo scenario apocalittico ormai è cronaca quotidiana, accuratamente diluita nel flusso di notizie per non spaventare troppo la cittadinanza, ma tra incendi, siccità, rischio desertificazione e significativo incremento dei decessi, la priorità della questione climatica, sul piano dell’agire politico, dovrebbe essere una urgenza necessaria, diffusa e condivisa. Va detto che, allo stato, la letteratura scientifica sul tema non è in grado di determinare con assoluta certezza se abbiamo già raggiunto il proverbiale punto di non ritorno o se siamo ancora in tempo per provare a invertire la rotta. Tecnicamente sono diversi i punti di non ritorno climatici individuati e, senz’altro, le prospettive attuali non sono rosee. Ma proprio per questo motivo – ritardi e inefficacia dell’azione, principalmente dovuti a resistenze interessate – ciò che sarebbe necessario mettere in campo, in termini di strategia globale di mitigazione, per scongiurare i danni più catastrofici o quantomeno per evitare che i danni causati dal riscaldamento globale di matrice antropica già innescati possano ulteriormente estendersi, e in un tempo estremamente rapido, necessita di un cambio di paradigma sul piano politico, economico e sociale.

Nel secolo scorso, durante la prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg, riprendendo un concetto che Engels aveva già diffusamente argomentato alla fine del capitolo su Oggetto e metodo, nella sezione Economia del suo Anti-Dühring (1878), in merito allo storico bivio tra “Socialismo o Barbarie” (The Junius Pamphlet, 1915), scrisse: «Che cosa significa la «regressione alla barbarie» per la nostra alta civiltà europea? Fino a oggi, probabilmente, tutti noi abbiamo letto e ripetuto queste parole con leggerezza, senza sospettarne la terribile gravità. Basta guardarsi intorno in questo momento per comprendere che cosa significhi la regressione della società borghese nella barbarie. Questa guerra mondiale è una regressione alla barbarie. Il trionfo dell’imperialismo conduce all’annientamento della civiltà. In un primo momento ciò avviene sporadicamente, per tutta la durata di una guerra moderna; poi, quando ha inizio l’epoca delle guerre senza limiti, il processo avanza verso le sue inevitabili conseguenze. Oggi ci troviamo di fronte alla scelta che Friedrich Engels aveva previsto una generazione fa: o il trionfo dell’imperialismo e il crollo di ogni civiltà, come nell’antica Roma – lo spopolamento, la desolazione, la degenerazione, un immenso cimitero – oppure la vittoria del socialismo, vale a dire la lotta consapevole e attiva del proletariato internazionale contro l’imperialismo e il suo metodo di guerra».

Se, oltre un secolo dopo, la «classe che possiede il monopolio di tutti i mezzi di produzione e i mezzi di sussistenza» – parafrasando Engels – continua a essere la «classe sotto la cui guida la società corre verso la rovina», non è solo per il continuo e inesorabile peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della stragrande maggioranza delle persone (ovvero di tutte quelle che non hanno ingenti capitali accumulati per generazioni), non è solo per le ripetute guerre imperialiste che, poi, inevitabilmente tendono a sfociare in un nuovo conflitto mondiale (il terzo e forse l’ultimo, visto il potenziale di devastazione degli arsenali nucleari): qui e ora le due tematiche forti dei classici del pensiero socialista rivoluzionario si intrecciano, in maniera inscindibile, con la questione ambientale, divenuta emergenziale e pressante a causa del riscaldamento globale in continua accelerazione, con tutti i rischi già richiamati, supra, ancorché per sommi capi.

Qui e ora ci sono tutte le condizioni materiali necessarie e sufficienti per la costruzione di una comunità mondiale che realizzi e attualizzi i principi ispiratori del socialismo, con una rivoluzione che non sarà presa violenta del potere ma processo di riforma accelerata della società, dettato da tempi strettissimi e contingentati, come sono imposti dell’emergenza climatica da gestire subito, facendo tutto il possibile per rimediare in qualche modo al tempo perso in questi ultimi quattro decenni.

L’urgenza ineludibile di scelte realmente responsabili impone dunque a tutti gli attori sociali che avvertono l’urgenza del momento storico di ricercare e trovare la sintesi dialettica tra la tesi di un capitalismo senza regole, che tende al darwinismo sociale, al ritorno di nuove forme di fascismo e al totalitarismo distopico orwelliano, e l’antitesi di un socialismo senza liberazione dal giogo dello sfruttamento e senza vera libertà, come purtroppo si è avuto nel corso del Novecento, là dove si è imposto il dogmatismo stalinista. 

Dandosi come obiettivo prioritario di questa vera e propria rivoluzione politica la lotta al collasso climatico in atto, fondata sulle migliori basi tecniche e scientifiche disponibili, una possibile sintesi – tanto desiderabile quanto difficile da costruire – potrebbe correlativamente mettere al centro del progetto di nuova società da edificare il progresso tecnologico, rivolto non più al profitto e all’accumulazione senza limiti (e spaventosamente diseguale) delle ricchezze, bensì al servizio di un progetto di liberazione della persona umana e di creazione di comunità cooperanti, sul modello dello Stato sociale di diritto multi-livello, per la cura dell’ambiente e la realizzazione del benessere diffuso su scala planetaria.

Lo sforzo di comprensione e organizzazione, nel coordinarsi politicamente secondo logiche cooperative e non più competitive, sia su base territoriale che su scala globale, rappresenta una sfida sociale e culturale immane, in un contesto civile e mediatico dominato da un flusso continuo di messaggi d’odio, rivolti verso i fenomeni migratori in quanto tali e con connotazioni razziste sempre più esplicite, negli ultimi anni. Nondimeno, l’umana empatia, che a tanti manca quando nello straniero in fuga si vede solo un rivale nella competizione salariale al ribasso o una minaccia in termini di nuova criminalità, potrebbe invece trovare nuova centralità se solo si volesse considerare che, non socializzando a breve termine le nuove conquiste tecnologiche, saranno le AI e i robot, usati secondo i canoni standard del capitalismo, a immiserire ulteriormente le condizioni di lavoro e le relative paghe, mentre la crisi climatica non gestita con la massima priorità e secondo canoni solidaristici rischia di trasformare proprio noi nei prossimi migranti in fuga da terre non più vivibili.

In definitiva, il proletariato di oggi – la classe di tutti i lavoratori che operano a vario titolo in condizione di dipendenza economica e subordinazione gerarchica – è a un bivio storico: prendere coscienza della propria condizione esistenziale e organizzare la propria definitiva liberazione sociale o continuare farsi dividere e manipolare dalla classe egemone che ci sta portando inesorabilmente verso il collasso climatico, accelerando la distruzione planetaria con la legittimazione del genocidio, l’odio come prassi condivisa e la terza guerra mondiale come progetto per la decimazione di massa, con quello che resterà a fine conflitto (se qualcosa resterà) come bottino di terre da spartire tra gli ipotetici vincitori e sempre con le solite ben note sproporzioni e diseguaglianze.

Il brano, già menzionato, in cui Luxemburg richiama Engels e l’alternativa dicotomica tra Socialismo o barbarie si chiude con queste testuali parole: «Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dalla capacità del proletariato di trovare il coraggio di gettare sulla bilancia la propria spada rivoluzionaria, per rovesciarne l’equilibrio. In questa guerra, l’imperialismo ha vinto. La sua sanguinaria spada del genocidio ha brutalmente fatto pendere la bilancia verso l’abisso della miseria. L’unica possibile compensazione a tanta miseria e a tanta vergogna sarebbe imparare dalla guerra come il proletariato possa impadronirsi del proprio destino e sottrarsi al ruolo di lacchè delle classi dominanti».

Mutatis mutandis, nel contesto sociale che stiamo vivendo, fatto tutto ciò che sarà possibile fare per uscire pacificamente e democraticamente da questa distopia orwelliana realizzata, se proprio sarà necessario andare a combattere una terza guerra mondiale, morire per cercare di realizzare una libera società democratica del benessere diffuso, fondata su cooperazione, eguaglianza, giustizia e solidarietà, sarà molto meglio della morte stupida e ottusa di milioni e milioni di pedine sacrificali sulla scacchiera degli oligarchi tecnofeudali del terzo millennio.

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