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sinistra

“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo

di Eros Barone

eace9d48 331b 4a15 80a5 a24669d3f2b8.png Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica

e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.

K. Marx, Critica del programma di Gotha.

1. Un importante precedente storico e teorico

Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.

Un pamphlet, quindi, non solo rilevante dal punto di vista storico, ma prezioso per una visione chiara della strada che occorre seguire per giungere alla trasformazione rivoluzionaria della società capitalistica.

Vale la pena di riflettere sulle argomentazioni e sulle conclusioni di Engels 2. Egli parte dalla premessa, a un tempo storica e teorica, secondo cui, nel periodo della estensione del mercato capitalistico e della costruzione del potere politico borghese, la forma-Stato è inscindibilmente connessa alla forma-merce e, in particolare, alla forma-denaro. Quindi, confrontando il rapporto tra la borghesia e l’ideologia religiosa nella formazione economico-sociale feudale e il rapporto tra la stessa classe e l’ideologia giuridica nella formazione economico-sociale capitalistica, Engels mostra come si sia compiuto il passaggio dall’una all’altra ideologia e come l’ideologia giuridica sia giunta a svolgere un ruolo dominante nella sovrastruttura statuale che costituisce l’involucro politico di quest’ultima formazione. Sicché, Engels riconduce al “modo di produrre e di scambiare i prodotti” la causa del passaggio, nel campo dell’ideologia, dal feticismo religioso al feticismo giuridico:

La tipica concezione del mondo della borghesia... era una secolarizzazione della concezione teologica del mondo. Al posto del dogma del diritto divino, subentrò il diritto dell’uomo, al posto di quello della Chiesa quello dello Stato. I rapporti economico-giuridici, che si erano immaginati prima, perché sanzionati dalla Chiesa, come se fossero creati dalla Chiesa e imposti dal dogma, si propongono adesso come fondati sul diritto e creati dallo Stato. Poiché lo scambio di merci su scala sociale nel suo pieno sviluppo, soprattutto attraverso concessioni di anticipazioni o crediti, produce sviluppati reciproci rapporti contrattuali e ciò richiede regole generalmente valide, che solo possono essere date dalla collettività – ossia attraverso norme giuridiche stabilite pubblicamente dallo Stato -; per questo si giunse a presumere che queste norme giuridiche non scaturiscano dai fatti economici, ma dalla deliberazione formale dello Stato. E poiché la concorrenza, base dell’esistenza di liberi produttori di merci, è la maggiore regolatrice del mercato, l’uguaglianza davanti alla legge diventò il principale grido di battaglia della borghesia 3.

Con una dialettica altrettanto rigorosa Engels individua l’effetto di trascinamento esercitato dalla tradizione ideologica sulle forze sociali in lotta:

Come la borghesia a suo tempo nella lotta contro la nobiltà si era trascinata dietro di sé dalla tradizione ancora per un certo periodo di tempo la concezione teologica del mondo, così il proletariato inizialmente aveva assunto, prendendola dall’avversario, la concezione giuridica del mondo e cercò di farne un’arma contro la borghesia. Le prime formazioni politiche del proletariato, così come i loro rappresentanti teorici, rimasero del tutto sul “terreno del diritto”, solo che si costruirono un “altro terreno del diritto”, esattamente come aveva fatto la borghesia nei riguardi della concezione religiosa del mondo 4.

Engels distingue, poi, nella storia del socialismo, una tendenza puramente “politica”, rappresentata da Blanc, e una tendenza puramente “economica”, rappresentata da Saint-Simon, Fourier e Owen, e rileva che esiste tra di esse un rapporto di complementarità, in quanto entrambe si fondano sull’illusione che sia possibile combattere l’ordine borghese restando sul suo stesso terreno ideologico. Infatti, come egli osserva acutamente, sia nel caso in cui si avanzano rivendicazioni come quella del ‘prodotto integrale del lavoro’ o del ‘salario equo’ (i cui equivalenti odierni possono essere ravvisati nel ‘salario minimo’ o nel ‘mercato equo e solidale’), sia nel caso in cui si tenda a costituire un “nuovo diritto”, l’ideologia giuridica mantiene tutta la sua forza. Quest’ultimo caso è, d’altra parte, una delle varianti del discorso che enfatizza la ‘natura democratica e sociale della Costituzione italiana’, laddove, sotto il segno del togliattismo e del gramscismo, cioè dell’uso revisionista del pensiero di Gramsci, la nozione, per l’appunto revisionista, di una ‘società intermedia’, in parte capitalistica e in parte socialista o né capitalistica né socialista o, ancora, berlinguerianamente dotata di ‘elementi di socialismo’, si sposa al concetto, altrettanto revisionista, ultrasoggettivista e, nella fattispecie, ‘eccezionalistico’, del ‘caso italiano’, come se qui le leggi del modo di produzione e dello Stato contemporaneo fossero, non si sa per quale magia, sospese e come se Marx, tra l’altro, non avesse spiegato negli articoli dedicati alle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 che la funzione delle Costituzioni democratico-borghesi è quella di impedire al proletariato di avanzare dalla emancipazione politica alla emancipazione sociale e alla borghesia di non retrocedere dalla restaurazione sociale alla restaurazione politica 5:

La classe operaia, spogliata di ogni possesso dei mezzi di produzione dalla trasformazione del modo di produzione feudale in quello capitalistico e, attraverso il meccanismo dei modi di produzione capitalistici, costantemente generata in questa condizione ereditata di mancanza di proprietà, non può, avendo inforcato gli occhiali dell’illusione giuridica, vedere la condizione della propria esistenza, non può avere alcuna coscienza di sé 6.

Orbene, l’effetto di accecamento che il ‘diritto eguale’ borghese genera sui lavoratori non è un fenomeno puramente mentale o psicologico, cioè il prodotto di un imbroglio perpetrato dagli specialisti del diritto (magistrati, avvocati, giuristi, dirigenti dell’amministrazione statale ecc.) nei confronti dei lavoratori, ma, come accade anche con altre forme di ‘falsa coscienza’ (ad esempio, con l’ideologia religiosa), affonda le sue radici nel terreno materiale della produzione e circolazione capitalistica, che riproduce incessantemente il ‘diritto’ nei rapporti sociali. In altri termini, prescindendo sia dalla volontà più o meno frequente d’inganno, di raggiro e di frode, sia dalla maggiore o minore parzialità ed arbitrarietà nella loro formulazione ed applicazione, le leggi dello Stato borghese sono ingiuste proprio perché sono giuste, ossia corrispondono a quella ideologia giuridica in base alla quale – come è stato detto da Anatole France con un’espressione tanto sarcastica quanto veritiera – lo Stato borghese proibisce sia al ricco che al povero di dormire sotto un ponte.

Perciò, Engels individua la condizione teorica di possibilità dell’ideologia proletaria nel gettar via “gli occhiali dell’illusione giuridica” e nel fondare la conoscenza su di un’analisi scientifica della realtà. Si tratta di un’analisi che, da un lato, dissolve quei fantasmi filosofici che sono l’‘homo oeconomicus’ dell’economia politica, l’‘homo rationalis’ della teoria borghese della conoscenza e l’‘homo juridicus’ della ideologia del diritto, e dall’altro mette in luce il legame necessario fra quest’ultima e la formazione economico-sociale capitalistica. Quei fantasmi, tuttavia, non sono unicamente ‘idōla mentis’; essi sono bensì ‘apparenze reali’, generate dall’effetto congiunto dei rapporti di produzione capitalistici e dell’intervento della borghesia, incarnato in una molteplicità di pratiche (politiche, giuridiche, religiose ecc.) svolte attraverso una molteplicità di apparati ideologici di Stato (parlamento, stampa, tribunali, scuole, chiese ecc.). Engels individua quindi la condizione pratica di possibilità del costituirsi dell’ideologia proletaria ed il correlativo superamento di quelle forme di coscienza necessariamente falsa (non in un’astratta presa di coscienza, non in un processo teleologico di sviluppo dall’oggetto al soggetto, non in una mera ‘importazione’ della teoria nella classe operaia, ma) nella fusione tra la teoria marxista e l’ideologia ‘spontanea’ della classe operaia, quale si esprime nel fuoco della lotta di classe reale. Il luogo privilegiato a partire dal quale si pongono le premesse per il reale superamento della ideologia giuridica (e di ogni ideologia borghese) è dunque la pratica della lotta di classe proletaria.

 

2. Potere, Stato e diritto nella società capitalistica

Che la forma-diritto rispecchi la forma-merce è inoppugnabile dopo l’articolata dimostrazione che ne ha svolto Pašukanis sulle orme di Marx. Come l’eguaglianza dei contraenti sul mercato si riproduce nell’eguaglianza dei soggetti di diritto, così il rapporto giuridico duplica lo scambio delle merci. L’atto della vendita di forza-lavoro definisce l’eguaglianza dei contraenti, ma il risultato è l’estrazione di plusvalore nel processo lavorativo, la valorizzazione del capitale variabile anticipato, quindi la crescente dissimmetria fra le parti con l’accumularsi di miseria a un polo e di ricchezza all’altro, la diminuzione del salario relativo e l’aumento del plusvalore relativo, la crescita del saggio di sfruttamento e della composizione tecnica del capitale. Tutto questo avviene nel processo di produzione, dove la riproduzione del rapporto capitalistico comporta sia l’espropriazione crescente dei lavoratori sia la modificazione ininterrotta delle tecniche lavorative: un duplice processo di circolazione tanto delle merci in generale quanto della forza-lavoro in particolare. La duplicità si manifesta su entrambi i piani: a livello della circolazione che media lo scambio tra il capitale e la forza-lavoro è fonte sia di diritto che di potere, perché in essa si costituiscono le “persone”, ossia gli agenti delle rispettive classi, e si genera una disparità di potere, mentre a livello della circolazione che istituisce la connessione fra le diverse e conflittuali attività lavorative essa, per dirla con Marx, per un verso è “l’Eden dei diritti innati dell’uomo” e per un altro verso l’oggetto dell’intervento dello Stato quale capitalista collettivo e organo dell’esercizio del potere tramite i vari apparati apparati di controllo e mediazione. Il potere infatti non scaturisce dalla circolazione, ma agisce mediante questa, tanto più nell’epoca della concorrenza monopolistica e delle politiche economico-finanziarie di carattere sovrannazionale. Il potere non si riduce dunque al momento della pura forza, alla materialità della costrizione, che restano, comunque, la forma necessaria di ogni rapporto dissimmetrico, ma nell’epoca delle formazioni economico-sociali in cui predomina il modo di produzione capitalistico si riveste di un’ideologia giuridica, pretende, cioè, che non esista potere ma solo comune subordinazione alla legge: in ultima analisi, esso non scaturisce, come sembrerebbe indicare l’evidenza fenomenica, dalla sfera della circolazione, ma da quella della produzione, inerendo al nucleo più riposto del rapporto di produzione e garantendo la riproduzione del rapporto sociale. D’altro canto, l’estrazione del plusvalore produce, a partire dalla fabbrica, nell’uso della forza-lavoro scambiata con il capitale variabile, l’elemento specifico del “dispotismo” borghese, che poi si ripercuote in tutta la società e si materializza, sotto il vincolo del “diritto eguale”, in istituzioni, cioè in apparati stabili e legali che garantiscono la diversità dei soggetti e assicurano la loro pluralistica coesistenza nella circolazione, nel consumo, nella rete complessiva dei rapporti sociali dominati dal capitalismo monopolistico. È proprio in questo meccanismo che consiste l’enigma del potere e l’inganno del pluralismo: nella sua forma moderna, infatti, il potere non si giustappone al diritto, ma è intrinseco ad esso e procede ‘con’ esso, non ‘prima’ o ‘dopo’, talché il nesso che stringe i due termini può essere sia contraddittorio sia di reciproca implicazione. Ecco perché non comprende la specificità di tale nesso chi, non rendendosi conto che diseguaglianze e decisioni autoritarie sono perfettamente compatibili con l’impersonalità della legge e con lo scambio di equivalenti, contrappone quei termini, valorizzando la tutela della legge contro l’arbitrio del potere e il diritto eguale contro le disuguaglianze di fatto. Del resto, che la forma-diritto rispecchi la forma-merce è una verità inoppugnabile dopo la stringente dimostrazione svolta da Pašukanis sulle orme di Marx: l’eguaglianza dei contraenti sul mercato si riproduce nell’eguaglianza dei soggetti di diritto e il rapporto giuridico duplica lo scambio delle merci.

 

3. Ceto politico e assoggettamento delle masse nella società contemporanea

Nelle formazioni economico-sociali in cui predomina il modo di produzione capitalistico e nelle costituzioni materiali di tipo liberal-democratico in transizione verso forme di centralizzazione del capitale e di concentrazione del potere sempre più marcate (definibili come altrettanti gradi del processo di fascistizzazione in corso), l’azione del ceto politico, sia esso di governo o di opposizione, si applica a compiti urgenti di mediazione sociale; in tal senso prescinde dalle classi solo perché deve riconnettere una società capitalistica istituzionalmente frammentata e allo stesso tempo adoperarsi per ottenere il consenso plebiscitario e sostenere, sia pure a livelli sempre più decrescenti come avviene attualmente per effetto delle guerre imperialistiche e della crisi economica mondiale, il consumo delle masse oppresse. Il ceto politico cui spetta il compito di garantire la ‘governance’ necessita, in linea di principio, di un certo grado di autonomia rispetto alla classe borghese proprio perché la funzione connettiva resta esterna (e necessaria) al processo immediato di produzione (una necessità che si impone anche quando tale autonomia tende a ridursi con l’ascesa al potere di figure di imprenditori e dei loro circoli di affari e con la conseguente saldatura fra lo Stato in quanto capitalista collettivo e gli imprenditori appartenenti ad una particolare sezione del capitale complessivo).

Orbene, i fautori delle ideologie dei diritti umani (civili, politici, sociali ecc.), la cui proliferazione coincide non a caso con la presente fase di imputridimento della società capitalistica e imperialistica, concepiscono in termini radicalmente individualistici il rapporto con le istanze di liberazione dei rispettivi gruppi sociali e lo risolvono attraverso la rivendicazione giuridica, ignorando sia che tale rapporto non è di sovranità più o meno illuminata, ma di dominazione per assoggettamenti multipli ed esercizio sempre meno giuridico e sempre più decentrato del potere, sia che è il soggetto stesso a costituirsi quale effetto del potere. Ciò che sfugge ai fautori di queste ideologie e di altre ad esse similari, forme di “falsa coscienza” a livello soggettivo e di “coscienza necessariamente falsa” a livello oggettivo, è in definitiva il fatto che sovranità e disciplina sono due facce della stessa medaglia, cioè che il diritto della sovranità e il meccanismo disciplinare sono due parti assolutamente costitutive dei meccanismi generali del potere nella nostra società, sicché la normalizzazione sociale, anche quando tende ad essere massimamente inclusiva, non può essere impugnata da un soggetto costituito in virtù dello stesso processo di potere da cui traggono origine la normalizzazione e il meccanismo disciplinare. L’individualità che i fautori delle ideologie dei diritti umani vogliono salvaguardare contro il potere e in nome del diritto è solo il prodotto residuale e spettrale di una stessa logica atomistico-giuridica. Essi invocano la mediazione di un apparato pluralistico che è illusoriamente il diritto contro lo Stato o, più realisticamente, lo stesso ordinamento statuale democratizzato. In tal modo conferiscono legittimità a un meccanismo di cui si spaccia la natura liberale in contrapposizione alle pratiche totalitarie del capitalismo monopolistico nella sua fase imperialistica.

Da quanto esposto dovrebbe quindi risultare evidente che non ha alcuna valenza rivoluzionaria far leva sull’indipendenza e sulla concretezza dell’individuo contro il “sistema”, giacché il sistema è tale proprio perché ha già sussunto alla sua logica l’indipendenza dell’individuo insieme con la sua “immediatezza” e con la sua “spiritualità”. Così, né dal punto di vista del ‘comportamento’ né da quello del ‘bisogno’, peraltro categorie entrambe del consumo, il ‘soggetto’ riesce a far valere una propria realtà capace di sottrarsi alla trama delle sue relazioni costitutive. Dal canto suo, lo sfruttamento capitalistico sviluppa forme sempre più organiche di dittatura politica a livello dello Stato per costringere la classe operaia a rinunciare al ruolo sociale di classe dominante. In tal senso lo sviluppo del potere statale della borghesia, il rafforzamento dei suoi mezzi materiali e l’estensione dei suoi interventi non hanno niente a che vedere né con semplici necessità tecniche ed economiche né con una fatalità intrinseca alla potenza politica in generale, ma sono direttamente funzione della attuale o possibile costituzione storica del proletariato come classe. Lo Stato dell’epoca imperialistica non è soltanto il prodotto dell’antagonismo di classe ìnsito fin dalle origini nel rapporto capitalistico, è infatti lo Stato dell’epoca delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, che si organizza direttamente in quanto Stato della controrivoluzione preventiva.

 

4. Volontà di potenza e diritto internazionale: il colore del sangue

Affermare che la brutalità imperialista incarnata da Trump “ha distrutto il diritto internazionale”, come fanno, stracciandosi le vesti ed emettendo rauche grida, le vestali del liberalismo borghese e del riformismo socialdemocratico, è un sillogismo fallace, che poggia su una falsa premessa: l’idea, cioè, secondo la quale un diritto del genere esisterebbe come quadro vincolante, che si libra neutrale sopra la “gabbia d’acciaio” dell’imperialismo. In realtà, una simile credenza non è un errore marginale, ma un’illusione ideologica fondamentale, poiché l’imperialismo non è mai stato circoscritto o vincolato da quel coacervo di princìpi, di regole e di norme che si fa chiamare diritto internazionale, ma è sempre stato un prodotto secondario dei rapporti di forza determinati dalla contesa inter-imperialistica, tollerato soltanto nella misura in cui si accorda con gli interessi dei monopoli e scartato ogni volta che cessa di svolgere questa funzione cosmetica. Pertanto, il momento attuale, segnato da violazioni aperte dei trattati, dal disprezzo per le istituzioni internazionali e da una aperta coercizione priva del minimo ‘fair play’, non segnala una discesa nella barbarie, ma rivela il collasso della forma ideologica attraverso la quale in precedenza veniva esplicata la barbarie. La legge, quindi, non si configura affatto come un codice morale universale, ma è uno strumento della politica borghese, inseparabile dal potere statale e dal dominio di classe. Come la legge opera a livello nazionale in funzione degli interessi dello Stato borghese, così il presunto “diritto internazionale” opera globalmente a livello dei rapporti fra le potenze imperialiste: legalizza il dominio, perpetua lo sfruttamento e maschera la coercizione definendola come ordine.

In altri termini, non esiste autorità sovrannazionale che si erga sopra le classi e gli Stati: esiste solo il sistema globale del capitalismo e, nella sua fase suprema, l’imperialismo. Di questa realtà contemporanea Lenin ha fornito, in quel capolavoro che è L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, il quadro teorico decisivo. L’imperialismo, spiega Lenin, non è solo una politica estera aggressiva, ma una fase strutturale del capitalismo definita dai monopoli, dall’esportazione di capitale e dalla divisione del mondo tra le grandi potenze. All’interno di questo sistema, trattati e quadri giuridici non possono essere né stabili né vincolanti. Come Lenin ha dimostrato, gli accordi tra le potenze imperialiste non sono altro che tregue. Sicché l’esistenza di un ordinamento giuridico basato su regole formali è, sotto l’imperialismo, teoricamente impossibile. Se gli accordi sono solo tregue, allora la legge è semplicemente una cristallizzazione momentanea della forza e il diritto internazionale non frena l’imperialismo, ma si limita a registrare il suo temporaneo equilibrio. La storia contemporanea conferma pienamente l’analisi di Lenin: l’imperialismo non ha mai esitato a polverizzare i propri quadri giuridici, quando questi si rivelavano in conflitto con i suoi interessi strategici o economici.

La prima guerra mondiale ha distrutto ogni sistema giuridico internazionale nella lotta fra le grandi potenze per la divisione del bottino coloniale. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki hanno cancellato intere città, insieme con le loro popolazioni, senza alcuna giustificazione giuridica o morale. La guerra del Vietnam è stata condotta attraverso violazioni sistematiche del diritto umanitario su una scala mai vista. Il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO nel 1999 è stato condotto senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite. L’invasione dell’Iraq nel 2003 è stata attuata, nonostante l’assenza di qualsiasi mandato legale. La distruzione della Libia nel 2011 ha trasformato una risoluzione limitata dell’Onu in un cambio di regime, che ha scatenato un caos permanente. I regimi sanzionatori del XXI secolo istituzionalizzano, in diretto contrasto con le norme giuridiche proclamate, la punizione collettiva delle popolazioni civili. Queste non sono eccezioni: sono il normale funzionamento dell’imperialismo.

Per un lungo periodo di tempo, l’imperialismo ha preferito governare nascondendosi dietro lo schermo giuridico e la retorica umanitaria. Le istituzioni, i tribunali e i trattati erano strumenti utili per gestire le rivalità, disciplinare gli Stati più deboli e integrare le forze riformiste nella ‘governance’ imperialista. Ciò che distingue perciò il recente ‘modus operandi’ dell’imperialismo non è il suo contenuto, ma la sua forma. Siccome le contraddizioni si sono acuite – la stagnazione economica sempre più gravosa, la competizione inter-imperialista sempre più aspra, la polarizzazione sociale all’interno degli Stati capitalistici sempre più dirompente -, il valore ideologico del linguaggio giuridico è diminuito. In tal modo, la coercizione aperta, cinica e brutale ha sostituito la giustificazione formalmente ritualizzata. Ma questo non è un tradimento del diritto internazionale: è invece il contenuto reale che tale diritto disvela sotto l’imperialismo.

Ecco perché il socialismo scientifico non sostiene un ritorno al “rispetto del diritto internazionale”: una simile richiesta presuppone che l’imperialismo possa essere regolato eticamente. Lenin ha respinto questa tesi riformistica borghese a titolo definitivo e nell’opuscolo Il socialismo e la guerra (1915) ha dichiarato in modo inequivocabile: «Finché esiste il capitalismo, le guerre sono inevitabili. Le guerre sono il necessario e inevitabile risultato del capitalismo»7. Dove la guerra è inevitabile, la legge non può governare. Il compito dei comunisti, dunque, non è far valere la legalità, ma abolire le condizioni materiali che rendono impossibile la legalità: la proprietà monopolistica, lo sfruttamento capitalistico e la concorrenza imperialista. Così, togliere la maschera giuridica che nasconde la vera faccia dell’imperialismo non è una perdita per l’umanità, ma è un guadagno in termini di chiarezza, poiché il crollo delle illusioni legali costringe a scontrarsi con la realtà. Solo il rovesciamento dell’imperialismo può consentire di instaurare un’autentica uguaglianza tra i popoli. Fino a quando tale rovesciamento non sarà attuato, il cosiddetto “diritto internazionale” rimarrà quello che è sempre stato: una maschera dei potenti gettata via nel momento in cui cessa di servire alla piena e incontrastata estrinsecazione della loro volontà di potenza.

 

5. La fallacia costituzionalistica dell’opportunismo: una difesa senza attacco e una rinuncia alla prospettiva del superamento del modo di produzione capitalistico

Ideologizzando e prospettando come permanente un determinato assetto giuridico formale che può servire ad arginare la repressione borghese è inevitabile cadere nella piena accettazione dello statalismo borghese, laddove il comunismo, quando non viene cancellato, si riduce a semplice “perfezionamento” del capitalismo, vera realizzazione degli ideali traditi della rivoluzione borghese. La sinistra opportunista sembra così ignorare tanto la degenerazione della costituzione materiale (federalismo scissionista, obbligo del pareggio di bilancio ecc.) quanto la natura di classe dei contenuti “sociali” della nostra Costituzione. L’aspetto non solo illusorio ma controproducente dell’enfasi posta sulla tematica dei diritti umani, sulla Costituzione come via maestra della trasformazione sociale e sulla ideologizzazione prospettica degli uni e dell’altra è che si perde la critica comunista al diritto eguale e cade ogni spinta a superare le istituzioni generate dal vigente modo di produzione. Per quanto il diritto eguale continui a sussistere anche in una lunga fase di transizione fra capitalismo e comunismo, la scelta di concentrare le forze al solo scopo di realizzarlo “veramente” è riduttiva ed elusiva rispetto ad ogni progetto di modificazione radicale dei rapporti di produzione. Il problema diventa così quello di far funzionare meglio il capitalismo e la democrazia borghese in una fase caratterizzata dalla crisi tendenzialmente irreversibile dell’uno e dell’altra.

Il limite di un’impostazione viziata dalla fallacia costituzionalistica, che accomuna la sinistra radicale e, in parte, la stessa sinistra di classe, emerge nettamente quando il terreno della lotta si fa sociale, investendo per esempio licenziamenti, ristrutturazioni, organizzazione del lavoro (su cui le varie componenti dello schieramento costituzionalista divergono) e ancor più se si esce da un’ottica eurocentrica e si considerano i grandi sconvolgimenti internazionali, gli scontri fra le superpotenze, le guerre di sterminio e le crisi energetiche, dove entrano in gioco altri fattori che nella presente fase storica risultano ben più determinanti. Qui l’insufficienza teorica si trasforma in chiusura politica davanti al nuovo, emarginando le forze che ne soffrono da qualsiasi ruolo politico attivo.

 

6.Produzione di diritti a mezzo di diritti”: la questione omosessuale come cartina di tornasole

L’enfasi sulla questione omosessuale può essere assunta come cartina di tornasole del lato oscuro che caratterizza la dinamica socio-giuridica di questo diritto civile nella società capitalistica attuale. Non a caso il comportamento omosessuale è tanto più diffuso quanto più la società è contrassegnata dall’antagonismo tra i suoi membri, cioè quanto più essa è competitiva. La riprova storica è costituita dalla civiltà della Grecia antica, in cui, come è noto, il comportamento omosessuale si manifestava nella forma della pederastia e rispecchiava fedelmente la struttura di una società ove i maschi liberi vivevano immersi in una dimensione di agonismo permanente (lo studioso Giorgio Colli, ad esempio, fa risalire a questo dato socio-antropologico la stessa nascita della dialettica 8), così come fortemente agonistici erano i rapporti tra le stesse città dell’Ellade. Non a caso l’istituzione delle Olimpiadi fu anche e soprattutto la valvola di sfogo per tenere sotto controllo questa energia potenzialmente distruttiva, i cui correlati mitologici sono rappresentati da figure come quelle di Eracle e di Achille. Non sorprendono pertanto né la diffusione del comportamento omosessuale in Grecia né la sua progressiva diffusione e legittimazione nella civiltà romana grazie alla progressiva ellenizzazione di quest’ultima, tappa finale del passaggio da una società di tipo patriarcale-solidaristico a una società imperiale-cosmopolita con forti connotazioni individualistiche e competitive.

Per quanto concerne l’esistenza di un nesso inscindibile fra comportamento omosessuale e competitività nelle diverse epoche e nelle diverse società, è sufficiente rammentare solo alcuni esempi relativi al settore militare, in cui il modello competitivo trova la sua principale e radicale applicazione, anche se il discorso potrebbe essere più ampio. La falange macedone e il battaglione sacro tebano, formati da oltre un centinaio di coppie omosessuali, possono bastare per l’epoca classica, a meno che non si voglia ricordare l’esclusione dei legionari omosessuali passivi dall’esercito romano, motivata da chiare esigenze di efficienza militare sia nella difesa che nell’attacco.

E la recente legittimazione della omosessualità nelle file delle forze armate statunitensi è stata solo una concessione al principio delle pari opportunità di genere, tanto caro al presidente Obama che la promosse, o non è anche, e soprattutto, una calcolata immissione di forze che possono rivelarsi assai utili, per usare una locuzione di tipo aziendale, ai fini della ottimizzazione delle prestazioni militari? Infine, non può mancare in questa rapida rassegna un riferimento al film pasoliniano “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ove la nozione marxiana della mercificazione dei corpi attraverso la rappresentazione onirica e stravolta del sesso si accampa su uno scenario infernale di tipo dantesco. «Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune», fu la fulminante risposta che Pier Paolo Pasolini détte ad una delle domande che gli furono poste durante l’intervista che rilasciò sul set del film 9. Che questo “ruolo metaforico” del sesso e, in particolare, della omosessualità abbia poi trovato la sua espressione più tragica nella stessa vicenda umana di Pasolini è un dato di fatto che sarebbe riduttivo confinare in un ambito meramente biografico, poiché assume una molteplicità di significati etico-politici che chiamano in causa proprio quella “mutazione antropologica” indotta nella società italiana dall’economia neocapitalistica, di cui questo grande intellettuale italiano fu il profeta, il testimone e infine la vittima 10.

Non è questa la sede per accennare al dibattito sulla opportunità e sulla liceità dell’omoerotismo, che si svolse in Grecia e che vide le importanti prese di posizione di filosofi come Platone, Aristotele e Plutarco, così come non è il caso di richiamare la sanzione inappellabile che esso ricevette nel medioevo (basti pensare alla pena che Dante infligge ai “peccatori contro natura” nella Divina Commedia) 11.  Si potrebbe pensare che nell’età moderna la prima globalizzazione seguita alla scoperta del Nuovo Mondo e alle esplorazioni geografiche dei territori extraeuropei abbia contribuito a modificare il predominante atteggiamento repressivo e sanzionatorio espresso dalla civiltà del capitalismo commerciale e della rivoluzione industriale nei confronti della omosessualità, ma in effetti il controllo esercitato dall’ideologia religiosa cristiana su questi temi non aprì alcun varco, almeno nei primi secoli dell’età moderna, ad un atteggiamento più tollerante. Ad esempio, in pieno XIX secolo né Marx né Engels, riflettendo in questo una sensibilità largamente diffusa nell’opinione pubblica, erano disposti ad approvare una libertà sessuale come l’omosessualità. Vale la pena, a questo proposito, di rievocare, per il suo valore emblematico e per il taglio simpaticamente goliardico, un episodio quanto mai rivelatore documentato dal carteggio fra i due cofondatori del socialismo scientifico e inseparabili amici. Sta di fatto che nel 1869 Karl Marx aveva spedito a Friedrich Engels una copia di Argonauticus, il libro dell’avvocato tedesco Karl Ulrich, il quale sosteneva che il desiderio omoerotico era innato e che mascolinità e femminilità dovevano essere viste come un “continuum”. Engels, accusando ricevuta tra il serio e il faceto, si dichiarò sconvolto da tali “rivelazioni contro natura”. «I pederasti stanno cominciando a contarsi, e a scoprire che sono una potenza», scrisse a Marx. «‘Guerre aux cons, paix aux trous-de-cul’ [‘Guerra alle f****, pace ai buchi di c***’] sarà da oggi lo slogan. Personalmente ritengo una vera fortuna che siamo troppo vecchi da dover temere che, quando questo partito prevarrà, dovremo pagare un tributo fisico ai vincitori […] Aspetta solo che il nuovo Codice penale della Germania settentrionale riconosca i “droits du cul” [diritti del c***], poi agiranno in modo ben diverso. Le cose si metteranno davvero male per i poveri ingenui come noi, con le nostre infantili preferenze per le donne» 12.

 

7. L’inversione del rapporto tra natura e cultura: l’ideologia ‘gender’

Per misurare ad ogni modo analogie e costanti che, come accade con la questione omosessuale, attraversano intere epoche, è sufficiente sottolineare: a) che manifestazioni come il Gay Pride, parata dell’‘orgoglio omosessuale’, fruiscono di consistenti finanziamenti da parte dell’Unione Europea 13;  b) che la disponibilità ad elargire questo tipo di sostegno obbedisce ad una strategia in cui i diritti civili sono sistematicamente e alternativamente contrapposti ai diritti sociali 14.  Non vi è dubbio che la causa dei diritti degli omosessuali sia spesso strumentalmente agitata per fornire sostegno alle politiche imperialiste 15.

Né varrebbe la pena di sottolineare questo aspetto se a confermarne il significato controrivoluzionario non venisse in mente, tra gli altri, un episodio estremamente significativo che ebbe come protagonista nel 2007 il deputato del Prc Vladimir Luxuria, al secolo Vladimiro Guadagno, il quale ebbe a dichiarare di voler intraprendere un viaggio nei paesi islamici per promuovere la causa dei diritti degli omosessuali, cominciando dalla vicina Turchia e proseguendo sino al lontano Iran, senza peraltro escludere anche quei paesi, come la Cina o Cuba, che, a giudizio di questa creatura del bertinottismo, non brillano per la loro tolleranza nei confronti di tale categoria di persone. Orbene, era difficile per chiunque riflettesse allora su questo ambizioso programma, considerando quella che era la situazione del Medio Oriente, non porsi la domanda, peccando forse di cinismo ma non certo di buon senso, se una campagna a favore dei diritti degli omosessuali fosse la necessità più urgente che si potesse ravvisare in quell’area all’indomani dell’impiccagione di Saddam Hussein e mentre erano in corso, in forma dispiegata o in forma incoativa, oltre all’occupazione militare di una vasta parte di quei territori da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, almeno quattro guerre civili (in Iraq, in Palestina, in Afghanistan e in Libano). Sennonché occorre capire che l’azione di questo personaggio si inquadrava nella logica del “conflitto di civiltà” e della esportazione del modello capitalistico della democrazia liberale: in altri termini, era oggettivamente un’azione di guerra.

Il che, bisogna riconoscerlo, era un bel risultato per un partito che proclamava di essere il principale rappresentante dell’arcipelago pacifista e del cosiddetto ‘movimento dei movimenti’. Tuttavia, lasciando ad altra occasione il discorso sulla natura opportunista e ‘occidentalista’ del Prc, di cui questo grottesco episodio era la inequivocabile spia, è opportuno, in questa sede, aggiungere qualche considerazione sulla ‘natura oppiacea’, direbbe Gramsci, del dispositivo ideologico a cui il fenomeno or ora evocato va ricondotto. Sotto questo profilo, la ipostatizzazione, in chiave ‘fondamentalista’, di caratteristiche contingenti degli individui è non solo il dispositivo mistificatorio che spiega tale fenomeno, ma è altresì una peculiarità del modello capitalistico della democrazia liberale. In realtà, il luogo comune, proprio della “società del rischio”16,  secondo il quale l’individuo contemporaneo è in grado di staccarsi dal suo radicamento biologico e può considerare come oggetti di scelta storicamente determinati anche i tratti più ‘naturali’ come l’identità etnica, l’appartenenza religiosa e le preferenze sessuali (in sostanza, l’ideologia ‘gender’), è del tutto fuorviante. Oggi, ciò a cui si assiste è semmai il processo opposto (che, fra l’altro, è coessenziale ai selvaggi processi di privatizzazione in corso e al ruolo che l’ideologia neoliberista assegna allo Stato): un nuovo tipo di naturalismo, quale è quello che informa il ‘modus operandi’ di una sfera pubblica che tende ad accostarsi sempre di più, per soddisfarle e trarne legittimazione, alle idiosincrasie ‘naturali’ o ‘personali’ dei vari gruppi di individui. Questo è, per l’appunto, il dispositivo che si può definire come ipostatizzazione, ossia entificazione, in chiave ‘fondamentalista’, di caratteristiche contingenti connesse all’identità etnica, religiosa e sessuale. Non a caso, se ben si riflette sul funzionamento di questo tipo di dispositivo, non è difficile comprendere che i conflitti etnico-religiosi e la rivendicazione delle ‘diverse’ identità sessuali costituiscono le forme di lotta che meglio si adattano al capitalismo nell’epoca della cosiddetta ‘globalizzazione’ (epoca che peraltro volge al termine). Alla luce di questa inversione fra il contingente e il sostanziale, fra il soggetto e il predicato, fra le cose e i rapporti sociali, diviene dunque perfettamente intelligibile la logica perversa cui si riferisce Marx nella descrizione del feticismo della merce allorché, alla fine del primo capitolo del “Capitale”, cita ironicamente l’ammonimento di Dogberry a Seacole: «Essere un uomo di bell’aspetto è un dono delle circostanze, ma saper leggere e scrivere è cosa che ci viene dalla natura!» 17.  Oggi, seguendo il nuovo tipo di naturalismo che caratterizza l’ideologia dei diritti umani, si potrebbe dire: essere un deputato “transgender” o un imprenditore di successo è un dono di natura, ma avere belle labbra o bei denti è un fatto di cultura.

Insomma, per servirci di un esempio controfattuale, se un cerchio pensasse di essere un quadrato, questo sarebbe forse sufficiente per farne un quadrato? È da ritenere che ben pochi sarebbero disposti a sottoscrivere una simile assurdità. Basta formulare le seguenti domande per eliminare un’ipotesi del genere: perché un cerchio non si può auto-identificare come un quadrato? Non vi è una fluidità di forma tra cerchio e quadrato? Non sono infine la stessa cosa, dato che entrambi hanno un’area? Dunque, perché li differenziamo? E infine, ‘last but not least’, vi è una realtà materiale oggettivamente esistente a cui fare riferimento per rispondere a tali domande? Sennonché, ciò che è assurdo appare teoricamente legittimo e praticamente ammissibile, purché serva a dividere il proletariato e a diffondere un’ideologia irrazionalista secondo l’ottica di integrale manipolazione dell’esistenza umana, che è propria del capitalismo monopolistico contemporaneo.

 

8. La questione nodale del rapporto tra l’individuo e la famiglia

È del tutto falso affermare che la posizione che un partito assume rispetto alla legge sul riconoscimento delle unioni civili fra omosessuali costituisca la linea di demarcazione tra il conservatorismo ed il progressismo. Va detto infatti che governi che stanno distruggendo ogni diritto sociale ancora esistente non hanno il minimo diritto di presentare ipocritamente sé stessi come campioni di alcuni diritti e rivendicazioni individuali. Quindi anche gli omosessuali che hanno sostenuto quella legge dovrebbero tenere ben presente che non saranno di certo risparmiati dall’offensiva che questi stessi governi hanno sferrato e sferreranno contro i diritti dei lavoratori, ma ne soffriranno le conseguenze assieme a tutti gli altri. In realtà, la materia su cui tale legge interviene potrebbe e dovrebbe essere affrontata nel quadro di accordi legali privati e, su questo terreno, dei cambiamenti potrebbero essere apportati al codice civile. Si tratta infatti di questioni che non riguardano soltanto gli omosessuali. Al contrario, lo scopo di quella legge era il riconoscimento istituzionale della coppia omosessuale come famiglia, incluso il diritto per tali coppie di adottare bambini. È questo, rispetto alle posizioni liberal-borghesi delle forze politiche che hanno imposto tale legge, il fondamentale punto di disaccordo che va ribadito e che converge con la posizione sostanzialmente sana assunta su questo problema, sia pure con altre motivazioni, dalla Chiesa cattolica.

Il punto discriminante è allora il seguente: l’espressione della sessualità è una questione privata dell’individuo, mentre la famiglia è un rapporto sociale ed è l’istituzione basilare per l’assistenza e l’educazione dell’infanzia. Insistere su questo aspetto non significa stigmatizzare in alcun modo le persone che scelgono uno specifico orientamento sessuale (non sono le persone che vanno combattute, ma l’ideologia). Va osservato, però, che l’orientamento sessuale omosessuale non determina in alcun modo diritti sociali legati alla famiglia e soprattutto alla custodia di minori. Si tratta di diritti e doveri che emergono nel quadro della famiglia, quali nascita, assistenza e accudimento dei bambini, i quali biologicamente sono il prodotto del rapporto tra un uomo e una donna. Per chi è marxista e comunista è un dato di fatto che la famiglia, nelle condizioni di una società divisa in classi, funziona come unità di base della società e del sistema capitalistico, assieme ovviamente al lavoro (in quanto la parte principale della riproduzione della società avviene attraverso il lavoro). È evidente, inoltre, che la famiglia in Italia e in ogni società divisa in classi è basata sulla coercizione economica, sociale e culturale. Non c’è alcuna forma di relazione coniugale, nella società divisa in classi, che non sia basata su questa coercizione. È solo nella prospettiva di una società comunista che i rapporti famigliari saranno privi di coercizione e non richiederanno riconoscimenti formali. Ciò si realizzerà quando esisteranno le condizioni materiali affinché ciò avvenga. Allora, e soltanto allora, la famiglia sarà, come ha scritto Antonio Gramsci, “un centro di vita morale e sentimentale cementato dall’affetto”.

Consideriamo, ora, la situazione attuale. Ciò che oggi succede in Europa è, a questo proposito, quanto mai istruttivo: il numero medio di figli per donna è 1,57, ben al di sotto del 2,1 che consente di mantenere il livello della popolazione. Senza l’apporto degli immigrati la popolazione di paesi come la Germania e l’Italia sarebbe quindi in netto calo. A ciò si aggiunga l’effetto deprimente esercitato sulla struttura demografica, economica e sociale dall’invecchiamento della popolazione. È quindi una verità innegabile che il capitalismo dei paesi maggiormente industrializzati, giunto al suo massimo sviluppo, determini un calo netto della natalità, che gli studiosi definiscono come “inverno demografico”. Se, per un verso, la campagna dell’Occidente capitalistico per la legalizzazione delle coppie omosessuali ha costituito l’aspetto esteriore più carnevalesco di questa situazione materiale, è indubbio, per un altro verso, che, nella misura in cui contribuisce a rendere tale inverno sempre più gelido, essa dimostra che il sistema capitalistico di produzione e di scambio sta ormai minacciando lo sviluppo della specie umana e che, di fronte alla decadenza di una civiltà che promuove l’omosessualità come falso valore, solo il comunismo è la civiltà vera in quanto promuove, nella libertà e nell’uguaglianza, il lavoro, la famiglia e la vita.

Sennonché quali sono le cause e le ragioni per cui l’omosessualità viene oggi a configurarsi come quella condizione anormale che, meglio di altre, si rivela particolarmente idonea ad imporsi come modello di comportamento e, in buona sostanza, ad essere un potente fattore di integrazione consumistica? Non è possibile rispondere a questa domanda se non si capisce che, meglio di altri, gli omosessuali incarnano quel dominio delle merci e dello spettacolo che si basa su una sistematica estetizzazione del reale e che il potere capitalistico promuove ed esaspera per non compromettere il proprio funzionamento. In questo senso i ‘gay’ sono i più fedeli interpreti dello “spirito del tempo”, gli esponenti più qualificati della sovrastruttura estetico-culturale della società capitalistica nell’epoca della globalizzazione. Essi infatti sono condizionati da sempre a desiderare non una persona ma un’immagine, poiché il loro oggetto d’amore è, per definizione, un surrogato, cosicché, non esistendo oggetto migliore di un’immagine da desiderare per chi abbia una simile struttura psichica, gli omosessuali possono essere ritenuti i perfetti rappresentanti di una società fatta tutta di immagini, e possono altresì apparire maestri di regressione infantile nell’epoca dell’infantilismo di massa. Inoltre, se il consumismo è la lotta dell’inconscio contro il conscio, dell’immaginario contro la maturità, allora gli omosessuali ne sono i maggiori esponenti, poiché nel loro sbrigativo comportamento sessuale bruciano le sublimazioni sentimentali, così come nel suo progetto di dominio il consumismo azzera le sublimazioni culturali. È dunque opportuno sottolineare, qualora qualcuno adottasse ancora questo modulo interpretativo, che è sbagliato considerare quella degli omosessuali una condizione politicamente trasgressiva, inassimilabile dal potere capitalistico e ‘naturaliter’ rivoluzionaria 18.

 

9. La “gayzzazione” come prospettiva mortifera e l’alternativa socialista cubana

Sennonché la disàmina delle cause e delle ragioni che presiedono alla “gayzzazione” dell’Occidente capitalistico e imperialista non sarebbe esauriente, se non si prendesse in considerazione lo stretto rapporto che intercorre fra i mass media, che sono la benzina che alimenta il motore del consumismo capitalistico, e l’immaginario gay, laddove il ‘medium commune’ a entrambi (mass media e immaginario gay) è, insieme con l’onnipotenza dell’immagine, il carattere autoreferenziale dell’universo mediatico, paragonabile ad un’infinita ‘galleria degli specchi’. Si può pertanto affermare che mai la sovrastruttura estetico-culturale di una società è stata finalizzata, in modo così divergente dalla struttura, a creare un sistema della finzione e a conferirgli l’aspetto di una realtà o, perlomeno, di un fattoide, come accade in questo momento con l’inserzione dell’omosessualità e del suo immaginario nel centro oscuro del teorema capitalistico. In effetti, se si volge lo sguardo alla dinamica effettiva, squarciando con la lampada fumivora del materialismo storico la fitta nebbia della mistificazione, della falsificazione e della deformazione generata da quella estetizzazione del reale che il capitale crea per fini ben precisi, è allora possibile scoprire che lo sviluppo imperialistico del capitale, giunto alla fase suprema della sua piena maturità, genera un calo progressivo delle nascite e dà luogo a quell’inverno demografico che rinserra nella sua morsa le potenze vecchie e nuove, scavando in profondità nei mercati della forza-lavoro.

Ciò che succede in Europa è, a questo proposito, istruttivo: il numero medio di figli per donna è 1,57, ben al di sotto del 2,1 che consente di mantenere il livello della popolazione. Senza l’apporto degli immigrati la popolazione di paesi come la Germania e l’Italia sarebbe quindi in netto calo. A ciò si aggiunga l’effetto deprimente esercitato sulla struttura demografica, economica e sociale dall’invecchiamento della popolazione. È quindi una verità innegabile che il capitalismo dei paesi maggiormente industrializzati, giunto al suo massimo sviluppo, determini un calo netto della natalità e un inesorabile crollo demografico, che gli studiosi definiscono come “inverno demografico”. Se, per un verso, la “gayzzazione” dell’Occidente costituisce l’aspetto esteriore più carnevalesco di questa situazione materiale, è indubbio, per un altro verso, che, nella misura in cui contribuisce a rendere tale inverno sempre più gelido, essa dimostra che il sistema capitalistico di produzione e di scambio sta ormai minacciando lo sviluppo della specie umana e che, di fronte alla “civiltà dell’immagine e della morte”, solo il comunismo è “la civiltà del lavoro e della vita”.

Le considerazioni che precedono andrebbero integrate con una disàmina delle politiche di educazione sessuale e sviluppo umano impostate e attuate nei paesi socialisti, tra le quali merita un posto di primo piano, sia per le solide premesse filosofiche ed etiche sia per i brillanti risultati medico-scientifici conseguiti su scala di massa, la politica dello Stato socialista cubano, oggetto di ampi riconoscimenti da parte delle maggiori organizzazioni mondiali che agiscono nel campo della sanità. La lotta contro ogni tipo di discriminazione, comprese ovviamente quelle di genere, e l’intervento organico sulle questioni della sessualità e della composizione demografica sono parte integrante di una strategia che mira a fare della coesione sociale e della crescita collettiva e individuale della popolazione e delle persone altrettante leve di quella transizione al comunismo, che vede storicamente impegnati da oltre mezzo secolo i gruppi dirigenti del primo Stato socialista del continente americano19. Una considerazione conclusiva va dunque fatta al termine di queste note, in cui si è cercato di lumeggiare, applicando il metodo di analisi che informa il pensiero marxista e comunista, alcuni aspetti importanti e significativi della questione omosessuale. Se un merito va riconosciuto all’impostazione che a questi temi dà il pensiero cristiano e in particolare quello cattolico, è quello di contrapporre, come limite invalicabile alle tecniche manipolatorie del capitale monopolistico, il giusnaturalismo, ossia una precisa visione che collega strettamente i diritti naturali fondati sulla trascendente legge divina con l’uomo in quanto creatura. Il pensiero marxista e comunista non deve sottovalutare l’esigenza fondamentalmente sana che si esprime nei postulati religiosi cristiani, ma deve assumerla all’interno di un giusnaturalismo filosoficamente più comprensivo, capace cioè di non perdere di vista, per un verso, l’ideale di uno sviluppo onnilaterale dell’uomo propugnato dai classici del socialismo scientifico, che va contrapposto all’estraniazione, alla reificazione e alla falsa libertà prodotte dal capitalismo monopolistico e riprodotte dal diritto borghese, e per un altro verso l’esigenza di ancorare l’ideale di uno sviluppo che sia nel contempo universale e individuale alle tre grandi tendenze storiche che maturano all’interno del modo di produzione capitalistico: formazione del mercato capitalistico mondiale come premessa della formazione di un’umanità integrata; spostamento della frontiera del ricambio organico tra società e natura come conseguenza della rivoluzione tecnico-scientifica e premessa di una rivoluzione culturale integrale; riduzione del lavoro necessario (e quindi dell’orario di lavoro) come effetto delle innovazioni tecnologiche e come potenziale premessa (non della disoccupazione di massa ma) di una società liberata dalla schiavitù del lavoro salariato e del profitto capitalistico.


Note
1 F. Engels – K. Kautsky, Il socialismo giuridico (Juristen-Sozialismus), a cura di E. Maestri, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015.
2 Un esempio clamoroso di disonestà intellettuale e di malcostume accademico è quello che caratterizza, all’insegna di un anticomunismo livoroso, un’antologia curata dall’ex-marxista Riccardo Guastini nel 1980, Marxismo e teorie del diritto. Il libercolo merita di essere segnalato per documentare l’omissione, non si sa se intenzionale o frutto di semplice ignoranza, dell’importante scritto di Engels e di Kautsky, che qui si commenta.
3 Ivi, p. 36 e ss.
4 Ivi, p. 37.
5 K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in K. Marx – F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 411.
6 F. Engels – K. Kautsky, op. cit., p. 38.
7 Cfr. nella Rete al seguente indirizzo: https://piattaformacomunista.com/lenin_Il_socialismo_e_la%20guerra_1915.pdf.
8 Si veda in particolare, per una illustrazione ampia e approfondita della tesi sull’origine polemica e sociale della dialettica, il saggio di questo studioso sulla Nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975.
9 L’intervista di Pasolini sul film Salò o le 120 giornate di Sodomia è reperibile al seguente indirizzo: https://www.cittapasolini.com/post/pier-paolo-pasolini-l-intervista-sotto-l-albero-gideon-bachmann-sal%C3%B2-1975. Benché lo scrittore e regista polemizzi anche con il marxismo, ritenuto espressione, sia pure diversa da quella borghese, della stessa cultura eurocentrica, la categoria portante del suo discorso sul potere – la mercificazione del corpo umano - è squisitamente marxista.
10 Nella scarsa letteratura dedicata al tema del rapporto tra pensiero comunista ed omosessualità si segnala il saggio di Fabio Giovannini, Comunisti e diversi, Dedalo, Bari 1981, dove è possibile reperire anche un’interessante ricostruzione della denuncia subìta da Pier Paolo Pasolini per omosessualità, che costò allo scrittore, sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso, l’espulsione dal PCI.
11 Dante colloca i sodomiti nel terzo girone dell’Inferno, dove sono costretti a camminare lungo il sabbione rovente sotto la pioggia di fuoco, e afferma che sono più numerosi delle altre schiere di anime (bestemmiatori e usurai). A loro sono dedicati i canti XV e XVI dell’Inferno.
12 Cfr. Carteggio Marx-Engels, Editori Riuniti, Roma 1972, vol. 5, pp. 373-374.
13 Significativo è stato il caso della manifestazione di Budapest organizzata il 29 giugno 2025 con il consistente sostegno della UE che finanzia i centri Lgbt. Tale manifestazione fu promossa contro il governo ungherese che, guarda caso, era uno dei pochissimi esecutivi europei che si opponessero al bellicismo della UE, alla russofobia che ne è il tratto distintivo e ad una postura fortemente aggressiva nei confronti dell’Iran. È da notare, peraltro, la discrasia esistente tra la svolta populista operata dal trumpismo con la liquidazione dell’ideologia ‘gender’ e della “cultura woke” e l’orientamento della UE, impegnata a ricalcare, in una fase in cui l’egemonia è mutata di centottanta gradi, le orme del movimento recessivo dei total rights statunitensi di impronta nettamente liberal-borghese.
14 La differenza strutturale tra diritti civili e diritti sociali è lampante: i diritti civili riguardano il singolo individuo e i rapporti tra i singoli individui, non confliggono con il mercato e sono a costo zero, mentre i diritti sociali riguardano le classi e i rapporti tra le classi, confliggono con il mercato e implicano dei costi per il potere capitalistico (in termini, se non altro, di riduzione dei profitti).
15 La borghesia imperialista occidentale, che fino a poco tempo fa vi si opponeva con forza, ha improvvisamente scoperto e abbracciato i diritti ‘gay’ e ‘transgender’, fino al punto che chiunque metta in dubbio anche la più assurda rivendicazione di qualche attivista Lgbt viene stigmatizzato e messo in croce. Il vantaggio per la borghesia nella nuova scoperta dei diritti degli omosessuali è che li può usare per attaccare alcuni paesi non allineati con l’imperialismo, che su quel tema sono ancorati a pregiudizi religiosi. Non a caso, le campagne sui “diritti umani” non toccano mai gli alleati dell’imperialismo (come l’Arabia Saudita o la Turchia).
16 Cfr. il saggio del sociologo tedesco Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità (ed. or. Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, 1986), Roma 2000.
17 Personaggi della commedia shakespeariana Molto rumore per nulla. Le citazioni dai classici, che Marx conosceva e frequentava come pochi altri, e le inversioni di tipo umoristico che ne ricavava sono una costante della sua prosa.
18 Sul concetto etico ed estetico di ‘orgoglio omosessuale’ e sulla variopinta partecipazione politica, di segno totalmente ‘americano’, che ha contrassegnato la manifestazione di Budapest e altre analoghe manifestazioni svoltesi in Europa all’insegna di quella che si può ben definire la “gayzzazione” dell’Occidente capitalistico e imperialista, è alla intelligenza di una grande scrittrice, Marguerite Yourcenar, che dobbiamo spunti di riflessione particolarmente significativi: «L’oscenità, in certi casi, può diventare una sfida, il che è nobile, o una brutale messa a fuoco, il che è utile; capita anche che essa sia il segno di uno spirito ancora poco formato, o di un individuo meno d’accordo con i propri atti di quanto creda» (cfr. Il giro della prigione, Milano 1999).
19 Nel sito del Centro di Cultura e Documentazione Popolare si veda, a titolo di prima informazione, il seguente articolo di Mayte María: https://www.resistenze.org/sito/te/po/cu/pocuaf15-007156.htm.
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