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orizzonte48

Il picco di Draghi

Il "sottile" mercantilismo alla prova della bolla globale

di Quarantotto

4341.0.374906656 kXMBLa notizia ha praticamente fatto il giro del mondo: Draghi (da Washington) "ammette: la crescita potrebbe essere giunta al suo picco".

Risulta dunque di estremo interesse capire per quali ragioni, secondo l'illustre banchiere centrale, il "ciclo" potrebbe entrare nella sua fase discendente.

Ebbene, a stare a quanto riporta Zerohedge, oltre a un profluvio di "platitudes" (banalità), a ben vedere, Draghi queste ragioni non le indica: genericamente si richiama a degli "indicatori economici" che preannunzierebbero il raggiungimento del "picco", ma aggiunge poi, - non si sa bene in base a quali valutazioni-, che "lo slancio della crescita è atteso in prosecuzione", e che "il protezionismo (?) potrebbe aver già prodotto i suoi effetti sugli indicatori (altri? gli stessi della crescita?) del global sentiment".

Conclusione: da un lato, "un ampio grado di stimolo monetario rimane necessario", dall'altro, però, trapela (secondo Bloomberg) che i componenti del Consiglio BCE vedono come ragionevole attendere fino alla riunione di luglio per annunciare la fine del programma di acquisti".

 

2. Dal che si desume, per necessità logica insita nel ragionamento sintetizzato, che:

a) il fantomatico protezionismo sarebbe la causa principale, se non unica, del paventato rallentamento della crescita, mentre questa, viceversa, si basa su elementi puramente piscologici, o, più esattamente, capricciosi, cioè sul "sentiment" di non meglio individuati decisori globali;

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soldiepotere

Che si può fare con questa Europa

di Carlo Clericetti

 normal“Europa: quali regole rivedere (e come) per salvare l’Unione” era il tema del seminario che si è tenuto oggi 19 aprile alla facoltà di Economia di Roma 3, promosso da Astril e coordinato dal suo presidente Sebastiano Fadda. Nel frattempo  a Berlino Angela Merkel e Emmanuel Macron annunciavano che entro giugno avrebbero concordato una proposta per la riforma dell’Eurozona. Le indiscrezioni affermano che probabilmente non ci riusciranno, ma volendo fare gli ingenui ci sarebbe da chiedersi perché mai su una problematica di tale rilevanza questi due paesi ritengano corretto annunciare ufficialmente che si metteranno d’accordo tra loro, sottintendendo in pratica che tutti gli altri potranno al massimo tentare di proporre qualche modifica al quadro da essi disegnato. D’altronde l’Italia brilla per la sua assenza, e non solo perché non c’è ancora un governo nella pienezza dei suoi poteri. E’ bene ricordare che Germania e Francia non hanno dato finora nessun segno di voler fare beneficienza, in particolare nei confronti del nostro paese. Qui di seguito il mio intervento al seminario di oggi.

* * * *

Quando Sebastiano Fadda mi ha parlato di questo seminario ho pensato due cose. La prima, che questa fosse un’ottima iniziativa. E’ in corso un dibattito sulla riforma dell’Unione che dovrebbe essere varata entro il prossimo anno, le proposte di cui si discute avrebbero – se approvate – pesantissime ripercussioni sulla nostra situazione, ma in Italia di questo problema quasi non si parla: molto poco a livello di economisti, niente del tutto in ambito politico, dove ci si accontenta di dichiarazioni generiche per lo più di fedeltà all’Europa, come se qualsiasi altro problema fosse secondario e poco rilevante.

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economiaepolitica

Austerità in Italia: i sacrifici alimentano il debito

di Walter Paternesi Meloni, Antonella Stirati

europa filo spinatoNegli ultimi anni il rapporto tra debito pubblico e PIL è aumentato, non diminuito, e questo, insieme ad una informazione economica spesso tendenziosa o di cattiva qualità, potrebbe indurre molti a credere che le politiche di austerità in Italia non siano state fatte, o quantomeno che non siano state fatte a sufficienza (si vedano, rispettivamente, le dichiarazioni degli ex commissari alla spending review Perotti e Cottarelli). Al contrario, in questa breve nota proveremo a mostrare per mezzo di alcuni dati di contabilità nazionale che i tagli alla spesa e l’aumento della pressione fiscale ci sono stati, e che proprio per questo il rapporto debito/PIL è aumentato.

Il fondamento economico per cui le politiche di austerità fiscale possono in molti casi peggiorare ciò che dicono di voler migliorare, ossia il rapporto debito/PIL, risiede nel fatto che, per via del moltiplicatore fiscale,[1] la riduzione di debito pubblico – attuata ad esempio grazie ad un avanzo di bilancio – può causare una riduzione del denominatore del rapporto (il reddito) di proporzione maggiore della riduzione del numeratore (il debito pubblico). In altre parole, un consolidamento fiscale, inteso come taglio della spesa o aumento delle tasse, può far crescere il rapporto debito/PIL invece di ridurlo.[2] Per queste ragioni il principio del bilancio in pareggio, introdotto in Costituzione nel 2012 ed in linea con le linee di politica economica dettate dal Fiscal Compact, non è virtuoso ogni qual volta l’economia si trovi in una fase ciclica negativa o comunque vi siano nel Paese lavoro e capacità produttiva (gli impianti delle imprese) inutilizzati o sotto-utilizzati.[3]

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palermograd

Rousseau, il conflitto e la politica

Note a margine del libro La gabbia ​dell'Euro

di Giovanni Di Benedetto

l arte del confl 5461e815c00e9Il libro di Domenico Moro, La gabbia dell’euro (Imprimatur, Reggio Emilia, 2018) è un agile pamphlet nel quale l’autore sostiene che il dispositivo dell’euro e del vincolo monetario rappresenta lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti europee hanno ridefinito, a proprio favore, i rapporti di forza e gli equilibri, per come si erano assestati lungo i Trenta gloriosi, con le classi subalterne e, in primis, il movimento operaio. Si è trattato di una vera e propria controrivoluzione per affermare, a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, il dominio del capitale e, con esso, margini di profitto in grado di fronteggiare i limiti di redditività dovuti alla caduta tendenziale del saggio di profitto, e per causare l’erosione del carattere pubblico e redistributivo dello Stato dei diritti e del welfare keynesiano. La proposta del libro di Moro risiede nella necessità di superare l’integrazione europea e, in particolare, l’integrazione valutaria e l’euro: “in effetti, non è credibile lottare per la sanità, per il salario, per la creazione di posti di lavoro, per i servizi del proprio comune se si cozza contro la gabbia dell’integrazione europea, soprattutto valutaria. (…) In questo senso, l’obiettivo del superamento dell’euro permette di recuperare i salariati, i disoccupati e i giovani alla partecipazione politica e di ricostruire una coscienza di classe a livello europeo” (D. Moro, ibidem, p. 95). L’intento di queste riflessioni non è, tuttavia, quello di riassumere il testo di Moro; già numerose sono le recensioni, tutte di valida fattura, che danno conto delle tesi dell’autore. Il proposito, più modesto, consiste e si limita, piuttosto, a soffermarsi, brevemente, su tre temi che vengono affrontati ne La gabbia dell’euro e che oggi assumono, agli occhi di chi scrive, particolare importanza.

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paginauno

I diritti civili dell'Unione Europea

La maschera del Neoliberismo

di Daniela Danna

9d88f18f f46c 4127 bbe9 be9516605859 largeL'Unione europea del pareggio di bilancio, dell'austerità nei conti dello Stato che erodono il settore pubblico e il welfare, l'Europa delle norme che avvantaggiano il grande capitale, dell'euro che strangola i Paesi economicamente più deboli a vantaggio di quelli più forti è anche l'avamposto dei diritti per le minoranze sessuali, e secondo gli esperti batte per impegno anche l'Onu. Come è possibile?

Dobbiamo tornare indietro all'onda lunga del Sessantotto, in cui il risveglio politico dei soggetti oppressi, la loro autorganizzazione e presa di parola, toccava anche gay e lesbiche (minoritarie sia nel movimento gay che nel femminismo) (1). Invece di vergognarci per i nostri amori, abbiamo cominciato a praticare la visibilità all'insegna dell'aspirazione rivoluzionaria di quegli anni: nel Gay Liberation Front, nel Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (il Fuori!), più tardi persino nelle Brigate Saffo. E abbiamo prodotto cambiamenti nella società e nelle leggi: dal 1989 a oggi ben 24 Paesi europei hanno introdotto forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso. Questo è avvenuto senza obblighi da parte degli organi comunitari europei, che lasciano il Diritto di famiglia agli Stati, però con il loro contributo politico. Dalla seconda metà degli anni '70 sia le istituzioni che oggi chiamiamo Unione europea che il Consiglio d'Europa (2) sono stati oggetto di pressione politica da parte dell'Interna-tional gay and lesbian association (ILGA), fondata in Gran Bretagna nel 1976, e spinta dall'associazione britannica Stonewall a lottare per l'inserimento dell'orientamento sessuale tra le categorie per cui è proibita la discriminazione nei vari forum europei.

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micromega

L’Unione europea non può essere democratizzata

di Thomas Fazi e William Mitchell

union europea bandiera rottaL’integrazione neoliberale dell’Europa

Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si è volto al peggio non è compito facile. È una difficoltà dovuta al fatto che gli aspetti più nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. Per semplicità, comunque, possiamo fissare il momento di svolta dell’Europa verso il neoliberismo intorno alla metà degli anni ‘70, quando il regime cosiddetto “keynesiano”, adottato in occidente dopo la seconda guerra mondiale, entrò in una crisi conclamata.

Non solo, in quegli anni, la pressione salariale, i costi crescenti e l’aumento della competizione internazionale avevano causato una riduzione dei profitti, provocando l’ira dei capitalisti; a un livello più profondo, il regime di pieno impiego minacciava di costituire le fondamenta per un superamento del capitalismo stesso: una classe lavoratrice sempre più militante aveva iniziato a fare fronte con i movimenti della controcultura dei tardi anni ‘60, chiedendo una democratizzazione radicale dell’economia e della società.

Come l’economista polacco Michał Kalecki aveva anticipato trent’anni prima, il pieno impiego non era divenuto solamente una minaccia economica per la classe dominante, ma anche e soprattutto una minaccia politica. Durante gli anni ‘70 e ‘80 questo fu motivo di grande preoccupazione per le élites occidentali, come è confermato da svariati documenti pubblicati all’epoca.

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paginauno

Sinistra e Unione europea. Aspettando Godot

di Giovanna Cracco

Trump merkel gentiloni macronOgni volta che una persona di sinistra afferma che l’Unione europea così com’è non va bene, ma la soluzione non è uscirne, la si deve cambiare dall’interno – rendendola più democratica, una coesione di popoli e di ideali, sociale e politica e non solo economica e monetaria, l’Europa del welfare e degli investimenti produttivi e non del Fiscal Compact e dell’austerity – una domanda assale chi scrive. In una brutale sintesi: ci è o ci fa? Il riferimento, si intende, è a esponenti politici, studiosi, intellettuali, giornalisti, persone insomma per le quali approfondire la realtà, leggere documenti, interrogarsi è dovere del mestiere che hanno scelto; cittadini impegnati in altre occupazioni non hanno tempo, fonti e canali per farlo, e dunque non possono che fare propri e replicare il pensiero e l’analisi che vengono loro offerti dall’informazione e dalla politica di sinistra – a scanso di equivoci, non si iscrive qui il Partito democratico all’area di sinistra, e nemmeno i fuoriusciti di Liberi e Uguali; e neanche il gruppo L’Espresso, quotidiano Repubblica in testa.

Non si sa cosa preferire. Se la persona ci è, due sono le possibilità.

La propaganda, martellante e pervasiva da oltre vent’anni, ha fatto a tal punto presa che l’ideologia europeista – un sacco vuoto riempito di grandi valori al fine di disarmare la critica con una narrazione potente e universale: pace, progresso, libertà... – è stata assorbita acriticamente anche da chi avrebbe dovuto possedere la chiave di lettura politica e gli strumenti culturali per andare oltre l’etica ufficiale; dunque, prima possibilità, la natura dell’Unione europea non è stata d’emblée approfondita – nel percorso storico, politico, economico, contenuto dei Trattati e poteri delle istituzioni create – e ciò significa che la persona non ha assolto al dovere imposto dal proprio ruolo professionale. Seconda possibilità: la natura della Ue è stata approfondita, ma il pregiudizio favorevole ha offuscato la capacità di analisi.

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businnesinside

La Germania propone una via d’uscita dall’euro

...per proteggere se stessa 

di Marcello Minenna*

GettyImages 4588408741 619x368Nonostante un’economia che va a pieni giri, con la crescita del PIL al 3%, la disoccupazione al 3,6% ai minimi da 40 anni ed un surplus commerciale record che sfiora i 300 miliardi di €, i maggiori economisti tedeschi sono assai preoccupati per le sue sorti. La minaccia più immediata? Che il dibattito sulle riforme dell’Unione monetaria prenda una piega concreta verso la condivisione dei rischi, grazie soprattutto alle (timide) pressioni francesi e data l’inspiegabile assenza dell’Italia. Infatti, una riforma dell’Eurozona anche solo debolmente risk-shared che aumentasse (di poco) i trasferimenti di risorse verso i Paesi periferici vorrebbe dire rinunciare al comodo status quo attuale, nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni a prezzi ultra-competitivi.

La proposta ufficiale del gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn e Karl Konrad del Planck-Institut e niente meno che il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt è radicale ma non sorprendente: la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito.

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trad.marxiste

L’Unione europea come progetto di classe e strategia imperialista

di Panagiotis Sotiris e Spyros Sakellaropoulos

VP6 detail5Gli interrogativi circa il carattere dell’Unione europea, intesa come progetto di classe, non hanno ricevuto la dovuta attenzione nei dibatti marxisti, e ciò malgrado alcuni importanti interventi, proprio da parte parte marxista, miranti a una teorizzazione dell'”integrazione europea” [1]. In contrasto rispetto alla tendenza a concepire teoricamente tale processo quale evoluzione di una federazione o confederazione, ci concentreremo sulle strategie di classe in esso inscritte. Un simile approccio dimostrerà come non ci si trovi di fronte ad una forma statale sovranazionale, bensì ad un’avanzata forma assunta dalla coordinazione e integrazione gerarchiche (e necessariamente contraddittorie) del progetto delle classi e stati capitalisti europei, in cui la riduzione della sovranità statale consente una strategia di intensificato sfruttamento capitalistico. Un approccio dal quale scaturiscono conseguenze di natura non solo analitica, ma anche politica, additando la continua rilevanza, per le classi subalterne, di una strategia finalizzata alla rottura del processo di integrazione europea.

Tenteremo dunque di analizzare il carattere di classe dell’Unione europea nella sua evoluzione storica, e le modalità della sua incorporazione all’interno del sistema imperialista. Su queste basi, cercheremo di valutare le dinamiche di integrazione e l’attuale crisi del “progetto europeo”.

 

I primi passi dell’integrazione europea

Le ricostruzioni storiche ufficiali dell’integrazione europea tendono a presentarla come un processo emergente dal desiderio di cooperazione pacifica dei popoli europei. Tuttavia, l’integrazione ha costituito un processo ben più complesso.

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micromega

Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

europa mercati sovranitaChe l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – "Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali" di Daniele Perotti (Imprimatur) ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

 

Costituzione vs Trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

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vocidallestero

Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea

Uso e abuso della teoria economica

di Jacques Sapir

In questa lunga nota, Sapir ripercorre le tappe fondamentali della creazione istituzionale europea più ambiziosa di questi ultimi anni, l’unione monetaria europea, soffermandosi sui numerosi dubbi espressi sin dalle origini da diversi importanti economisti statunitensi, ma anche sulle critiche più recenti diffusesi in Europa e sulle incoerenze stesse della teoria di Mundell, considerato il “padre intellettuale” dell’euro. Da questa lunga disamina appare evidente come la teoria economica sia stata strumentalizzata a scopi politici e come molti economisti si siano prestati a distorcere le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell’euro, coprendo i politici con la credibilità della loro reputazione

crollo euro 678x381L’euro è la creatura istituzionale più ambiziosa dell’Europa degli anni recenti (1) (2). E la stessa storia della creazione (e della disintegrazione) di molte aree monetarie comuni è stata probabilmente ignorata per giustificare il progetto (3) [2]. Non è sicuro che tutte le implicazioni della creazione di una moneta comune siano state comprese chiaramente quando è stata presa la decisione di lanciare l’Unione monetaria europea (EMU) e l’euro. Le considerazioni politiche hanno preso il sopravvento sulle considerazioni economiche. L’idea dell’unione monetaria è così diventata ostaggio di una fuga in avanti dei cosiddetti “europeisti” [3]. In questo processo la teoria economica è stata strumentalizzata al fine di raggiungere un obiettivo politico.

L’idea di una moneta comune in sé non è priva di meriti. Il presidente Vladimir Putin è noto per aver provato a promuovere questa idea anche per i paesi appartenenti all’ “Eurasian Union” [4]. Ma un progetto del genere necessariamente presuppone una valutazione approfondita della situazione economica di tutti i suoi potenziali membri.

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eurostop

Cos’è il Fiscal Compact e perchè occorre fermarlo

di Stefano Zai*

8117ebbfcc1e514a9fd4cb3b6a0a9385Prima di entrare direttamente nel merito del fiscal compact e cercare di capire cosa sia e cosa comporta, occorre a mio avviso allargare un attimo lo sguardo. Occorre capire e ricordarci, perché Eurostop l’ha già affrontato in più occasioni, cosa sia la costruzione europea e su cosa si fonda. Questo ci permette di comprendere la portata del Fiscal Compact stesso, trarne le opportune considerazioni e conclusioni politiche, dimostrando che le rivendicazione dei 3 NO (NO UE, Euro, Nato) che la piattaforma porta avanti come elemento fondante, non sono “per moda” o estremismo fine a se stesso e non rappresentano un argomento mono tematico legato alla sola questione della moneta, ma sono una piattaforma politica rigorosa se veramente vogliamo creare una proposta alternativa e contestualizzata alla fase.

 

Come si contestualizza il Fiscal Compact nella costruzione della UE

Possiamo sintetizzare che la costruzione dell’Unione Europea si fonda su tre pilastri cardine, che sono:

Ordoliberalismo con “spruzzi” di neoliberalismo americano: il mercato e i suoi agenti da soli sono fallibili, portano ad instabilità non controllabile, ecco quindi la necessità di un sistema che interviene e controlla a favore del mercato e la concorrenza. Quello che deve essere tutelato è quindi il principio di concorrenza di mercato e la stabilità dei prezzi (inflazione). Occorre, quindi ed è questo che ci ritroviamo di fronte, uno Stato che non lascia fare come vuole al mercato (la mano libera di Adam Smith), ma che interviene a garantire e favorire costantemente questi principi. Siamo di fronte ad uno Stato che è interventista in senso neoliberale (economia sociale di mercato).

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sinistrach

Spannaus spiega le ragioni della rivolta degli elettori europei

di Davide Rossi

comotto portoriaLa rabbia contro l’Europa e l’euro che certo deborda oltre la ragionevole avversione al liberismo speculativo della casta eurocratica, nasce dalla consapevolezza dei cittadini della violenza e dell’imbroglio perpetrato contro i lavoratori delle nazioni europee da parte dell’élite politico – finanziaria che da un quarto di secolo ha provato, spesso riuscendoci, a imporsi attraverso una forzatura del consenso popolare. Col tempo il dogma ideologico liberista e speculativo è diventato la teoria politica di una dittatura oligarchica e tecnocratica, tuttavia l’assottigliarsi del consenso per i partiti popolari e socialdemocratici del vecchio continente testimonia, con tutta evidenza, che tale sistema è giunto al capolinea.

Spannaus con parole chiare e vibranti ci prospetta l’alternativa in “La rivolta degli elettori. Il ritorno dello stato e il futuro dell’Europa”. Si deve infatti rimettere al centro un progetto condiviso di Europa che parta dalla cooperazione tra gli stati e non dalla Commissione Europea e della Banca Centrale di Francoforte, un progetto capace di sostenere il lavoro produttivo e manifatturiero e non le speculazioni bancarie e le delocalizzazioni, un progetto volto a dispiegare decisive politiche sociali e non a tagliare i fondi per le pensioni, la scuola, la sanità.

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eurexit

La crisi della sinistra fra ipocrisia, metamorfosi e impotenza

di Francesca Donato

sinistraincrisiIl dibattito mediatico sorto in seguito al risultato del voto del 4 marzo si avvita in questi giorni attorno a due interrogativi fondamentali: le ragioni del crollo della sinistra, nelle sue varie declinazioni partitiche, e quelle del trionfo dei due partiti “populisti” Lega e M5S.

Entrambi i quesiti faticano ad ottenere risposte convincenti da parte degli esponenti dei partiti sconfitti, e le spiegazioni fornite dai vari giornalisti, opinionisti e politologi che sono cresciuti nutrendosi degli slogan funzionali al sistema di governo sino a ieri in forze, risultano altrettanto inconcludenti.

Per effettuare una corretta analisi della crisi della sinistra italiana, è necessario partire da un esame obiettivo dello stato di salute della sinistra in Europa, visto che facciamo parte dell’Unione europea, ma anche dall’esame della situazione politica d’oltreoceano, dato che viviamo in un mondo “globalizzato”.

Contrariamente a quanto affermato da vari commentatori, la débâcle della sinistra in Europa non è affatto omogenea.

Al di là dei casi di Germania, Austria e Paesi dell’est, in cui le forze politiche di destra o centrodestra sono cresciute a spese delle sinistre locali, vi sono altri Paesi in cui invece la sinistra, nella sua veste più “estrema” (cioè tradizionale), ha ultimamente guadagnato molte posizioni rispetto alle elezioni precedenti.

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la citta futura

Contro l’ideologia cosmopolita ed europeista

A proposito di un libro di Domenico Moro

di Bruno Steri

Bandiere EU NATOLa gabbia dell’euro

Nel suo ultimo lavoro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra. Imprimatur, 2018) Domenico Moro, economista marxista e militante comunista, si impegna in un’importante opera di pulizia concettuale per sgombrare il terreno da alcuni fraintendimenti e resistenze ideologiche che impediscono la risoluta adesione ad un’opzione che egli ritiene vitale per la prospettiva di vita delle classi subalterne (italiane ed europee) e per le sorti della sinistra (comunista e non): la rottura con l’Unione europea e l’uscita dall’euro. Non abbiamo a che fare in senso stretto con un libro di analisi economica, ma con un insieme di lucide argomentazioni che legano i dati dell’analisi economica alle attuali urgenze della battaglia ideologica.

Il libro prende le mosse da una lapidaria e rivelatrice dichiarazione di Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia: “L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento”. Come dire che, per far passare determinati orientamenti (antipopolari), occorreva che questi fossero imposti da un’autorità esterna, in grado di porre vincoli indiscutibili bypassando gli organismi decisionali interni e democratici.