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pandora

“La grande convergenza” di Richard Baldwin

di Luca Picotti

Recensione a: Richard Baldwin, La grande convergenza. Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 328, 28 euro (scheda libro)

La grande convergenza. La globalizzazione è un fenomeno complesso, antico e insito nella storia delle relazioni umane. Non è possibile considerarlo nella sua unitarietà, dal momento che in ogni periodo storico si è presentato con una sfumatura diversa. La globalizzazione che oggi conosciamo e che vediamo essere in crisi è diversa da quella di fine Ottocento: verso il 1990 la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ne ha trasformato i caratteri e il suo impatto sul mondo.

Questa è la tesi di fondo del prezioso libro di Richard Baldwin, professore di International Economics alla Graduate School di Ginevra, La grande convergenza. Tecnologia informatica, Web e nuova globalizzazione edito da il Mulino. Il libro espone con grande lucidità i meccanismi della globalizzazione, analizzati da Baldwin con una chiave di lettura personale volta a proporre un approccio singolare al fenomeno. In particolare, Baldwin si focalizza sulle differenze tra la cosiddetta vecchia globalizzazione, iniziata nell’Ottocento e caratterizzata dall’abbassamento dei costi dei trasporti, e la nuova globalizzazione, guidata sul finire del ventesimo secolo dalle ICT. Con la prima ha luogo la «grande divergenza» tra i paesi industrializzati del Nord, dove innovazione e sviluppo rimangono concentrati, e il resto del mondo; mentre con la seconda stiamo assistendo, grazie alle delocalizzazioni e al circolare delle idee e del know-how, alla «grande convergenza», con la conseguente crescita e industrializzazione dei paesi che prima erano ai margini dell’economia mondiale e la deindustrializzazione delle nazioni sviluppate.

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tempofertile

La Globalizzazione come crisi continua

di Alessandro Visalli

zertur velia2‘Crisi’ è un sostantivo femminile che viene dal latino crisis, e dal greco κρίσις, e significa ‘decisione’, ‘scelta’, in economia indica una fase (in un ciclo) nella quale uno squilibrio fondamentale determina l’incapacità di utilizzare tutti i fattori idonei alla produzione di beni e di servizi che la società esprime. Keynes, in “Un’analisi economica della disoccupazione[1] ha scritto che “un boom è generato da un eccesso di investimento rispetto al risparmio e una crisi da un eccesso di risparmio rispetto all’investimento”. Se è così è dai primi anni settanta che siamo in crisi; da allora l’insieme dei capitali distolti dall’investimento in beni produttivi, in favore di forme di impiego puramente finanziario è infatti sempre cresciuta. La finanziarizzazione è, del resto, il segno più palese ed evidente del nostro tempo, e lo è da decenni. Per i marxisti ortodossi la crisi è una conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto, che prevale sui diversi fattori ed escamotage che possono essere messi in opera per alleviarla. Per i keynesiani è l’effetto di una carenza di domanda globale, a sua volta causata dalla ineguaglianza e dalla concentrazione dei redditi sulla parte alta della scala sociale [2].

Più in generale si può dire che, al di là del meccanismo scatenante particolare, l’instabilità del capitalismo, che determina le crisi, è causata dalla presenza di due mercati (merci e moneta)[3] e da una programmazione intrinseca orientata alla mera accumulazione di segni monetari[4].

Globalizzazione’, invece, è un termine invalso da alcuni anni a significare il fenomeno di riduzione delle regolazioni nazionali, incremento del commercio internazionale su un piano di maggiore parità, vorticoso movimento di capitali tra le principali città globali mondiali sede di ‘piazze finanziarie’.

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militant

Fuga in Europa

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

storico59628961803103001 bigSubito dopo la fine della seconda guerra mondiale la “questione demografica”, e in particolare la relazione tra lo sviluppo economico, la disponibilità delle risorse ambientali ed energetiche e la rapida crescita della popolazione mondiale, rappresentò uno dei nodi più controversi del dibattito internazionale. Il tema suscitava preoccupazioni condivise tanto nel mondo accademico quanto in quello politico e, parallelamente, alimentava i sospetti sulle ingerenze imperialistiche da parte dei paesi ricchi nei confronti di quei paesi poveri a cui veniva chiesto di controllare i propri tassi di natalità.

D’altronde fino al 1800 il ritmo di crescita della popolazione mondiale era stato pressoché impercettibile, per raggiungere il primo miliardo di persone sul pianeta c’erano voluti più di 10.000 anni di storia. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento però, con la rivoluzione agricola prima e con quella industriale poi, le cose erano rapidamente cambiate. Tra il 1800 e il 1927 la popolazione mondiale passa da 1 a 2 miliardi, fu sufficiente solo un altro trentennio per aggiungere un altro miliardo e appena altri 20 anni per arrivare, nel 1974, a 4 miliardi. Attualmente un ulteriore raddoppio è previsto per il 2023, quando le persone sul pianeta raggiungeranno la cifra di 8 miliardi. In buona sostanza, l’85% della crescita demografica registrata sul nostro pianeta è avvenuta in un arco di tempo che rappresenta a malapena lo 0,02% della storia dell’umanità.

Nonostante questa impressionante progressione il declino demografico mondiale, però, è già cominciato. In molte aree del mondo si è ormai completata la transizione demografica e il tasso d’incremento medio globale si è dimezzato ed è passato dal 2% degli anni Settanta all’attuale 1,1%.

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senso comune

Debito e globalizzazione. Una lunga storia con un finale da scrivere

di Tommaso Nencioni

grecia 850x561Il capolavoro delle classi dominanti occidentali degli ultimi 10 anni è consistito nel trasformare – spesso nell’arco di poche notti – una crisi finanziaria provocata dalla rapacità dell’oligarchia in una crisi del debito sovrano degli Stati. Questo ha permesso di scaricare il conto dell’avventatezza e della rapacità delle suddette oligarchie sulle fasce più deboli delle popolazioni. Ma non solo. Ha permesso anche di gettare le basi per nuove espropriazioni ai danni dei popoli. Lo schema è sempre lo stesso. I grandi gruppi industriali e finanziari degli Stati più potenti (le metropoli) traggono enormi profitti grazie al credito concesso agli Stati più deboli (le periferie). Quando l’esposizione creditizia diviene insostenibile, i suoi costi vengono riversati sui bilanci degli Stati periferici. Intervengono a questo punto istituzioni presunte neutrali (il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale, l’Unione europea) a dettare le loro ricette per rientrare dal debito, che immancabilmente prevedono: privatizzazioni nei settori strategici, tagli alle assicurazioni sociali, tagli ai salari e agli stipendi. Così da favorire i grandi gruppi metropolitani interessati a mettere le mani sugli asset strategici; i grandi gruppi assicurativi privati; le elites locali e internazionali che possono contare su una manodopera disoccupata o sottopagata e quindi disposta a vendersi a un prezzo più basso. Oltre a questo, alla fine del processo si produce un inevitabile aumentato divario tra le metropoli e le periferie.

Quanto sopra descritto può essere facilmente riscontrato nella vicenda greca (e dell’Europa mediterranea in generale) degli ultimi 20 anni. Ma attenzione. Si tratta in realtà di una modalità fissa di valorizzazione del capitale, di gerarchizzazione della divisione internazionale del lavoro e di esproprio ai danni delle popolazioni che si ripete da più di un secolo.

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resistenze1

False scelte: globalismo o nazionalismo

di Greg Godels*

GlobalismNel novembre del 2008, nel mezzo della più grave crisi economica mondiale dalla Grande Depressione, scrissi che l'era dell'internazionalismo globale - la cosiddetta "globalizzazione" - stava volgendo al termine. Le "forze centrifughe" agendo in senso autoconservativo si attivavano, separando alleanze, blocchi, istituzioni comuni e forme di cooperazione:

«La crisi economica ha invertito il processo post-sovietico di integrazione internazionale, la cosiddetta "globalizzazione". Allo stesso modo che durante la Grande Depressione, la crisi economica ha colpito le diverse economie in modi difformi l'una dall'altra. Nonostante gli sforzi per integrare le economie mondiali, la divisione internazionale del lavoro e i livelli diversi di sviluppo precludono una soluzione unificata alla crisi economica. I deboli sforzi nell'azione congiunta, nelle conferenze, nei vertici, ecc, non possono avere successo semplicemente perché ogni nazione ha interessi e problemi diversi: condizione che diventerà sempre più acuta man mano che la crisi si intensifica... È altamente improbabile che l'Unione [europea] troverà soluzioni comuni. In effetti, il disfacimento dell'UE è una eventualità.»

Un decennio dopo, dovrebbe essere evidente che questo pronostico anticipava l'ascesa e la crescita del nazionalismo economico, una tendenza politica che minaccia di spazzare via le istituzioni e le politiche del globalismo del libero mercato. Proprio come il fallimento del consenso keynesiano nel fronteggiare la nuova crisi negli anni '70 determinò l'ascesa del fondamentalismo di mercato (il cosiddetto "neoliberismo") e il suo successivo consolidamento internazionale come consenso questa volta alla "globalizzazione", così lo shock del 2007-2008 ha portato alla ribalta le debolezze, le carenze e i fallimenti del fondamentalismo di mercato. Di conseguenza, la politica dei mercati globali aperti ingaggia ora una lotta per la vita o la morte contro il nazionalismo economico. In larga misura, gli stati capitalisti più grandi si stanno ritirando verso un interesse nazionale aggressivo e intensificano la competizione globale.

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Otto tesi sulla Turistificazione

di InfoAut

Dossier a cura della redazione di Bologna di InfoAut sul tema della turistificazione, ovvero dei processi di ristrutturazione dello spazio urbano guidati dall'affermarsi dell'industria del turismo di massa. Il contributo, scaricabile qui, è pensato in vista del convegno "Per una critica della città globalizzata", che sarà ospitato dal Laboratorio Crash di Bologna il 30/31 maggio a venire. Qui il programma del convegno, qui i contributi preparatori di Emilio Quadrelli e Giovanni Semi

bbc98dfc7ba6cad9c854dccf1808e2b7 XLIl concetto di touristification, reso in lingua italiana con turistificazione, è salito in maniera rapida all'onore delle cronache nostrane negli ultimi tempi, grazie all'evidente impatto che l'industria turistica sta avendo nel ridefinire le nostre città in parallelo alla diffusione sempre più forte dell'utilizzo, come ospite o come ospitante, di portali come Airbnb, piuttosto che dei voli offerti da compagnie aeree low-cost come RyanAir. Tuttavia, la turistificazione è ancora qualcosa di difficilmente afferrabile in tutte le sue sfaccettature.

Una prima definizione minima potrebbe essere quella di concetto che racchiude al suo interno la molteplicità delle conseguenze del turismo di massa sulla ristrutturazione degli spazi urbani o di alcune loro sezioni. Indubbiamente molto vago: siamo ancora sprovvisti di una definizione utile a individuare, collegandole in un quadro interpretativo unico, tutte le tematiche che potrebbero essere riferite a una parolina sempre più in voga.

Nel dibattito accademico il concetto si è affermato in maniera forte nell'ultimo decennio, sviluppando le prime analisi e teorie (critiche e non) in merito alla più grande ondata nella storia di turismo di massa, dovuta all'emersione su scala planetaria di una possibilità inaudita di potersi muovere dai propri territori. Proprio mentre paradossalmente (o no?) si blindavano sempre più le frontiere per alcune tipologie di persone, si è affermata sempre in maniera maggiore la possibilità di viaggiare verso lidi sconosciuti, fino all'esplosione dei flussi di turismo globali che che caratterizza il nostro mondo. Per autori come Marco d'Eramo, che nel suo "Il selfie del mondo" (Feltrinelli, 2017) ha studiato in profondità la questione, il turismo potrebbe essere pensato come la principale industria pesante del XXI secolo, a causa delle fortissime implicazioni sociali, politiche, ma anche spaziali, che porta intrinsecamente con sè.

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comuneinfo

Un No-global a tutto tondo

di Antonio Castronovi

Il 20 gennaio di un anno fa ci ha lasciati Bruno Amoroso, economista e saggista italiano, allievo di Federico Caffè (qui gli articoli inviati a Comune). Per ricordarlo pubblichiamo questo articolo (titolo originale Mondializzazione e comunità, lavoro e bene comune in Bruno Amoroso), uscito in Ciao Bruno (Castelvecchi) di Antonio Castronovi

Behind The Curtain by Martin WhatonQuelli che sono in alto hanno dichiarato guerra ai popoli. Come resistere, come ricostruire comunità solidali passando “dalla cooperazione per competere” alla “competizione per cooperare” per dirla con Bruno Amoroso? La priorità, al tempo della globalizzazione, dovrebbe essere liberare territori e comunità. “La globalizzazione non è un fenomeno oggettivo della modernizzazione, è una forma contingente assunta dal capitalismo – scrive Amoroso -, uno stadio particolare ed eventualmente, il suo ultimo stadio. È il capitalismo nella sua forma più maligna, poiché si diffonde come una forma tumorale; come una metastasi si concentra su poche aree strategiche, … sul resto enormi effetti distruttivi. Con buona pace delle moltitudini di Toni Negri e dei new-global della globalizzazione buona…”. Mondializzazione, comunità, bene comune: un viaggio nel pensiero di Bruno Amoroso

* * * *

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili” (Bertolt Brecht, In morte di Lenin).

Da alcuni anni, anzi decenni, è in corso nel mondo una guerra che è stata definita come “terzo conflitto mondiale”. I protagonisti ne sono le élite globali del capitalismo triadico che la combattono – con gli strumenti della guerra democratica, della politica, del terrorismo, della guerra economica e delle guerre di religione – contro i popoli, gli stati sovrani, le comunità locali che non intendono sottomettersi ai diktat della omologazione del mondo ai dettami dell’impero globale.

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ilconformista

La grande menzogna della globalizzazione

di Dani Rodrik (*)

Gli esponenti della sinistra della “Terza Via” hanno presentato la globalizzazione come inevitabile e vantaggiosa per tutti. In realtà, non è né l’uno né l’altro e l’ordine liberale ne sta pagando il prezzo

tumblr mti65algpd1qcf707o2 1280Non molto tempo fa, la discussione sulla globalizzazione era data per morta e sepolta – dai partiti di sinistra come per quelli di destra.

Nel 2005, il discorso di Tony Blair al congresso del Partito Laburista coglieva lo spirito del tempo: “Sento persone che dicono che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione” – disse Blair al suo partito – “si potrebbe anche discutere se l’autunno debba seguire l’inverno”. Ci sarebbero stati imprevisti e disagi sul cammino; qualcuno sarebbe rimasto indietro, ma non importava: le persone dovevano andare avanti. Il nostro “mondo che cambia”, continuava Blair, “è pieno di opportunità, ma solo per quelli rapidi ad adattarsi e lenti a lamentarsi”.

Oggi, nessun politico competente potrebbe esortare i suoi elettori a non lamentarsi in questo modo. Le élite di Davos, i Blair e i Clinton si stanno scervellando, domandandosi come un processo che pensavano fosse inesorabile possa essersi invertito. Il commercio internazionale ha smesso di crescere rispetto alla produzione, i flussi finanziari transnazionali non si sono ancora ripresi dalla crisi globale di un decennio fa, e dopo lunghi anni di stasi nei dibattiti sul commercio mondiale, un nazionalista americano ha cavalcato un’onda populista per andare alla casa Bianca, da dove sta scoraggiando ogni sforzo a favore del multilateralismo.

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marx xxi

Costituzione italiana versus architettura attuale della UE

di Andrea Catone

Testo presentato al Forum «Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”», Roma, 13 ottobre 2017

29fc7c0ad3092d7ec8609bf94b85ce44Perché introdurre in questo IV forum europeo dedicato ai rapporti Cina-UE nel quadro della via della seta e della nuova globalizzazione il tema della Costituzione italiana? A prima vista può apparire fuori luogo rispetto al tema centrale. 

In questo forum, gli studiosi italiani intendono fornire agli studiosi cinesi, in una pluralità di valutazioni e analisi, elementi di conoscenza critica sulla Ue, sulla sua crisi attuale e sull’origine di tale crisi. Da parte mia proverò ad individuare una possibile linea che porti ad affrontare in senso progressivo questa crisi. E in questo la Costituzione italiana può fornire una bussola fondamentale.

Che la Ue sia in crisi, che vi siano diversi elementi di criticità nella sua costruzione, credo che sia incontestabile. E credo si possa anche affermare che tale crisi non è contingente o passeggera, ma radicale, insita in profondità nelle radici stesse della costruzione europea. Gli ultimi discorsi trionfalistici sul cammino della Ue con il suo grande allargamento ad est li abbiamo ascoltati nel 2007, quando entrano a far parte della Ue, dopo il folto ingresso del 2004 di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, repubbliche baltiche, gli altri due paesi ex socialisti, Bulgaria e Romania.

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megachip

Dopo mondializzazione e globalizzazione, le sfide dell’Europa e degli Stati

di Matteo Vegetti*

index187Un recente articolo pubblicato da Pierluigi Fagan su Megachip (Lo spazio del politico nel mondo multipolare. Nuovi Stati, secessioni, sovranità [anche qui]) solleva un insieme di questioni rilevanti, addirittura centrali per comprendere il nostro tempo, e pertanto non sorprende che abbia suscitato le altrettanto interessanti riflessioni di Fabio Marcelli [anche qui], Paolo Bartolini e Lelio Demichelis [anche qui].

Quelle che Fagan identifica come le quattro forze produttive di una trasformazione geopolitica planetaria si potrebbero a mio avviso anche intendere come altrettante sfide, nel senso che Collingwood ha attribuito all'espressione nella sua Question Answer-Logic. Una sfida (Challenge) di questo genere sorge infatti nel momento stesso in cui l'azione congiunta di forze sociali di varia natura determina un mutamento storico di tale portata da esigere una risposta politica innovativa in grado di contenerne gli effetti.

La prima minaccia che grava sull'assetto geopolitico attuale è di natura demografica. Su questo Fagan ha certamente ragione. Il vertiginoso aumento della pressione demografica nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (mi riferisco in particolare a quelli africani, dove per altro lo sviluppo economico è progressivamente fiaccato dalle guerre civili e forse anche dal mutamento climatico), condurrà certamente ai problemi che l'autore ha posto in luce (e ad altri ancora, come l'inurbamento di enormi masse di diseredati che andranno ad accrescere gli attuali slum o che, per altro verso, proprio perché sradicate e ingovernabili, accentueranno le dinamiche migratorie interne ed esterne al continente).

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megachip

Deglobalizzare o accettare la sfida della complessità?

P. Bartolini intervista Matteo Vegetti

Intervista al prof. Matteo Vegetti sul suo saggio 'L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria' (2017)

index6981) Prof. Vegetti, nel Suo recente volume “L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria” (Einaudi, 2017) ha scelto di trattare il tema della globalizzazione utilizzando una prospettiva molto interessante. Il passaggio dalla dialettica Terra-Mare (studiata in modo accurato da Carl Schmitt) alla dinamica tripartita Terra-Mare-Aria segna, dal punto di vista geostorico e antropologico, una vera e propria rivoluzione spaziale. In che senso il terzo elemento, quello dell’aria, è diventato decisivo per comprendere l’ipermodernità e i suoi nodi critici?

Vi sono vari modi per rispondere a questa domanda, e in fondo l'intero volume è l'esplorazione di questi modi. In ogni caso, cominciando proprio da Schmitt, l'aria presenta alcune caratteristiche tipiche della spazialità globale: è un spazio liscio e illimitato, che estremizza alcune caratteristiche del mare (velocità, connettività, isotropia, anomia, utopia) e che porta con sé specifiche potenzialità trasgressive dei limiti del moderno Nomos della terra. Alcune di queste caratteristiche hanno effettivamente forgiato lo spazio ipermoderno delle telecomunicazioni e dell'aeronautica, generando una nuova condizione storica nei campi dell'economia, dell'informazione, della politica.

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Paradossi del mondo attuale: l’impraticabilità dei trattati globali nell’era della mondializzazione

di Gianfranco Greco

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“Immagino l’economia mondiale come qualcosa
di simile a un’auto in corsa senza
conducente e bloccata su una corsia lenta.”

(David Stockton, ex burocrate della FED)

Stando alle considerazioni di Stockton è giocoforza ritenere come la narrazione propinata a suo tempo al mondo tutto non abbia retto alla verifica dei fatti; dal che consegue che la mitica spinta propulsiva della globalizzazione pare essersi già esaurita. Destino infame quello delle “spinte propulsive” destinate – come ogni cosa terrena, d’altronde – all’usura del tempo.

Erano di tutt’altro avviso tuttavia, a suo tempo, gli apologeti della New Economy per i quali la progressiva abolizione delle barriere commerciali, la crescente mobilità internazionale dei capitali, la liberalizzazione del mercato del lavoro, in una: le politiche di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione si sarebbero tradotte in una progressiva integrazione economica tra paesi, unitamente all’ineludibile corollario di una crescita senza fine a livello globale . Una visione ottimistica e semplificante prendeva il posto della complessità irriducibile delle cose.

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Discussioni su globalizzazione, Unione Europea e destino nazionale

di Alessandro Visalli

dscn0932Su Sinistrainrete è stato pubblicato un interessante dibattito a distanza tra Franco Russo, autore di un articolo dal titolo “L’Unione Europea nella globalizzazione” e Mimmo Porcaro, che replica con “La UE e l’Italia dentro la ‘fine’ della globalizzazione”.

Il saggio di Franco Russo cerca di esaminare le reazioni di organi della Ue, e suoi rappresentanti, alla sbandierata politica americana all’insediarsi di Trump. La tesi alla quale reagisce è quella (certamente prematura) che il ciclo della globalizzazione si sia chiuso, e si stia affacciando una nuova fase di protezionismo e difesa degli interessi nazionali. Secondo Russo questa idea nasconde in seno quella che il commercio senza protezioni, il “libero commercio” (sul quale abbiamo letto la posizione di Engels nel 1888), sia in sè portatore di pace e relazioni armoniche. Invece per l’autore, ma evidentemente anche per il “generale” (come era soprannominato Engels), nel mercato mondiale si svolgono sempre scontri egemonici: il libero commercio è intrecciato con i poteri imperiali, politici e militari (all’epoca inglesi) e con la competizione, non meno del protezionismo. Ma per Russo la particolarità contemporanea è che questa costante competizione, nelle attuali condizioni, avviene tra “grandi spazi economico-politici”.

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La Ue e l’Italia dentro “la fine” della globalizzazione. Una replica

di Mimmo Porcaro

children 1822688 1280Per dimostrare che la globalizzazione è viva e vegeta Franco Russo deve riconoscere che i processi di internazionalizzazione degli scambi, della finanza e della produzione sono sempre stati e sono ancor di più oggi il luogo di un aspro conflitto in cui i diversi stati usano tutti i mezzi, compreso il protezionismo e lo scontro militare, pur di difendere le proprie imprese. (vedi il saggio di Franco Russo)

Con il che, però, Franco Russo dichiara che la globalizzazione è morta (o meglio che essa, come il sottoscritto pensa da molto, in realtà non è mai nata). L’idea di globalizzazione contro cui polemizzano i critici non è infatti quella che prende atto dell’internazionalizzazione, ma quella secondo cui tale internazionalizzazione, rafforzando l’interconnessione dei mercati e della produzione, realizza una situazione di sostanziale autoregolazione del mercato che rende superflua o meramente ausiliaria la funzione degli stati nazionali. Lo stesso Russo ci da invece vari esempi di attivo intervento degli stati nazionali nella battaglia competitiva, intervento che può spingersi fino alla guerra: e questo, in sede di polemica spicciola, potrebbe bastare per dire che Franco dimostra il contrario di quello che afferma. Ma qui non si tratta di polemica spicciola, bensì di una discussione che ci accompagnerà a lungo. Bisogna quindi approfondire.

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tempofertile

Emmanuel Todd, “Dopo l’impero”

di Alessandro Visalli

Dopolimpero OrienteeOccidenteNel post “La grande partita”, è formulata l’ipotesi che la possibile transizione (incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama all’apparente unilateralismo muscolare di Trump sia un sintomo di un sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il capitalismo anglosassone. C’è la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che è complesso, uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva, commerciale e finanziaria.

Il nucleo dello scontro è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici).