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Emmanuel Todd, “Dopo l’impero”

di Alessandro Visalli

Dopolimpero OrienteeOccidenteNel post “La grande partita”, è formulata l’ipotesi che la possibile transizione (incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama all’apparente unilateralismo muscolare di Trump sia un sintomo di un sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il capitalismo anglosassone. C’è la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che è complesso, uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva, commerciale e finanziaria.

Il nucleo dello scontro è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici).

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Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, “Caos e governo del mondo”

di Alessandro Visalli

illus2 p30a33 1Il libro (CG) di Giovanni Arrighi ed altri coautori, tra i quali Beverly Silver, autrice per parte sua di un interessante “Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870”, è come sempre denso ed interessante. Scritto nel 1999 è il frutto di un lavoro iniziato dieci anni prima, dunque nel cruciale 1989, e fa parte di un progetto di ricerca più ampio sulla traiettoria di sviluppo del sistema mondiale a partire dal 1945, che fu diviso in due gruppi: il primo, condotto sotto il coordinamento di Immanuel Wallerstein, ed il secondo di Arrighi.

Il gruppo di lavoro di quest’ultimo si è appoggiato al Ferdinand Braudel Center, a Birmingham. Conviene dargli un’occhiata: la tradizione di ricerca movimentata da questa scuola è fortemente interdisciplinare, e prevede di gettare uno sguardo storico sensibile ai fattori sociali, economici ed alla dinamica dei poteri nello scontro delle forze. Di ogni situazione quindi si cerca la ‘struttura’, e di questa le sue radici storiche, ma anche la costante evoluzione. Il metodo, ben visibile in ogni libro di questa scuola, è di andare a cercare sempre le reti di strutture fluidamente permanenti (di “lunga durata”) nelle quali gli eventi avvengono, e le svolte talvolta si manifestano, e inquadrarle in un racconto storico sensibile alla meccanica dei fattori interagenti entro una categoria analitica generale che chiamano “sistema mondo”.

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Riletture sulla globalizzazione: Stiglitz, Rodrik, Sassen, …

di Alessandro Visalli

europelogos2Per ripercorrere alcuni nodi cruciali attraverso testi presentati nel blog nel corso del tempo potrà essere utile guardare agli interventi sulla “globalizzazione” di Joseph Stiglitz e di Dani Rodrik, ma anche alle classiche analisi di Saskia Sassen e a qualche altro intervento significativo, come il testo di Moretti.

Stiglitz era stato da poco Capo Economista della Banca Mondiale quando scrive, nel 2002, un aspro libretto sulla globalizzazione del “Washington Consensus”, un libro a ridosso dello schock delle crisi asiatiche e dell’ampia ondata di turbolenze finanziarie che precedono e seguono: “La globalizzazione e i suoi oppositori”.  

Ma torna sul tema con un altro libro nel 2006, “La globalizzazione che funziona”, nel quale intravede la tempesta che si avvicina. Il punto di attacco, sul quale torna spesso (ad esempio nel recente articolo “Il lato sbagliato della globalizzazione”) è l’analisi di accordi commerciali iniqui e distorsivi guidati dalle aziende multinazionali.

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Nazionalismo economico e globalismo post-ideologico nei tempi di Trump

di Denis Melnik

trump nazionalismo economico1 640x4261. Durante l’ultima campagna elettorale negli Stati Uniti, l’approccio mainstream ha presentato le parole e le azioni di Trump come reazioni errate e puramente impulsive di una persona emotivamente vulnerabile, “permalosa” e mentalmente instabile. I suoi avversari hanno cercato di utilizzare quelle sue espressioni per colpirlo intenzionalmente dando luogo ad una frenesia di tweets che, fra l’altro, tentavano di fornire ulteriori prove dell’inadeguatezza del personaggio al ruolo in cui si candidava. Sarà stato un difetto dell’approccio mainstream, un fallimento del meccanismo elettorale democratico, oppure di qualcos’altro, ma ora Trump ricopre quel ruolo. Ed è ormai abbastanza chiaro che le espressioni utilizzate durante la campagna elettorale rappresentavano abbastanza bene quello che il tycoon intendeva fare. Quindi la domanda è ora: in che misura Trump potrà attuare il suo ordine del giorno?

Suppongo che né la leadership democratica, né la base hipster della “resistenza alla tirannia” siano veramente desiderose o in grado di commemorare l’anniversario della rivoluzione russa del 1917 con una vera rivolta su Potomac.

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Gli USA di Trump: il tramonto della seconda globalizzazione?

Intervista-recensione di Carlo Formenti

trump picNel merito del dibattito aperto dal nostro ebook pubblicato lo scorso febbraio Gli USA di Trump: il crepuscolo della seconda globalizzazione? raccogliamo volentieri e pubblichiamo il giudizio in proposito di Carlo Formenti, professore aggregato all'Università del Salento e studioso dei movimenti e dei nuovi media, che nei suoi ultimi lavori ha scandagliato il fenomeno populista e lo spazio di possibilità e problematiche che apre nella fase e nella ridefinizione delle attuali categorie politiche e della demarcazione amico/nemico. Il suo intervento continua il dibattito iniziato su numerosi media di movimento quali Radio BlackOut, Radio Onda d'Urto, Radio Onda Rossa e Radio Ciroma, confronto che continuerà su queste pagine e con altre iniziative in programma.

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Che giudizio dai dello sforzo di analisi che la redazione di Infoaut ha compiuto sulla vittoria elettorale di Trump?

Credo che si tratti di un contributo importante: l’ebook di Infoaut contiene un corposo dossier (più di 150 pagine) che raccoglie, fra gli altri materiali, articoli redazionali, interviste e traduzioni di articoli americani, spaziando su un largo ventaglio di argomenti; per citare solo quelli che ritengo più rilevanti: composizione di classe del voto, sconfitta dei media mainstream e delle grandi macchine elettorali di partito, crisi della globalizzazione, interpretazioni contrastanti delle cause della sconfitta da parte delle sinistre, scenari del conflitto politico e sociale nell’America di Trump.

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Città ribelli, resistenza urbana e capitalismo

Vincent Emanuele intervista David Harvey

AlAltoEmanuele: Inizi il tuo libro ‘Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution[Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana] descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni ’70: “Alti edifici giganti, autostrade, edilizia popolare senz’anima e mercificazione monopolizzata nelle strade che minacciano di inghiottire la vecchia Parigi … Parigi dagli anni ’60 in poi è stata chiaramente nel mezzo di una crisi esistenziale”. Nel 1967 Henry Lefebvre scrisse il suo fondamentale saggio “Del diritto alla città”. Puoi parlarci di quel periodo e dell’impulso a scrivere Rebel Cities?

Harvey: Nel mondo gli anni ’60 sono spesso considerati, storicamente, un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli anni ’60 furono un’epoca in cui molte città centrali finirono in fiamme. Ci furono rivolte e semi-rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente dopo l’assassinio del dottor Martin Luther King nel 1968 … più di 120 città statunitensi subirono disordini e azioni di rivolta minori e grandi. Cito questo negli Stati Uniti perché ciò che in effetti stava accadendo era che la città veniva modernizzata. Era modernizzata intorno all’automobile; era modernizzata intorno alle periferie. A quel punto la Città Vecchia, o quello che era stato il centro politico, economico e culturale della città in tutti gli anni ’40 e ’50 era lasciata alle spalle. Ricorda, quelle tendenze avevano luogo in tutto il mondo capitalista avanzato.

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“La globalizzazione è morta”

di Alvaro Garcia Linera*

alvaro garcia 320x207La frenesia per un imminente mondo senza frontiere, il chiasso por la constante minimizzazione  degli stati-nazionali in nome della libertà d’impresa e la quasi religiosa certezza che la società mondiale finirà per amalgamarsi in un unico spazio economico, finanziario e culturale integrato, sono appena crollate di fronte all’ammutolito stupore delle èlites globalofile del pianeta.

La rinuncia della Gran Bretagna a continuare nell’Unione Europea – il progetto più importante di unificazione statale degli ultimi cento anni – e la vittoria elettorale di Trump – che ha inalberato le bandiere di un ritorno al protezionismo economico, ha annunciato la rinuncia ai trattati di libero commercio e ha promesso la costruzione di mesopotamiche mura di frontiera –,  hanno annichilito l’illusione liberista più grande e più di successo dei nostri tempi. E che tutto questo provenga dalle due nazioni che 35 anni fa, protette dalle loro corazze di guerra, annunciavano l’avvento del libero commercio e la globalizzazione come l’inevitabile redenzione dell’umanità, ci parla di un  mondo che si è capovolto o, ancor peggio, che ha finito le illusioni che lo hanno mantenuto sveglio per un secolo.

La globalizzazione come meta-racconto, questo è, come orizzonte politico ideologico capace di canalizzare le speranze collettive verso un unico destino che permettesse di realizzare tutte le possibili aspettative di benessere, è esplosa in mille pezzi.

palermograd

2016, Odissea sulla terra

Riflessioni a partire dal libro di D. Moro Globalizzazione e decadenza industriale

di Marco Palazzotto

trade globalization1Globalizzazione?

Il concetto di globalizzazione viene sempre più utilizzato per descrivere vari fenomeni tipici del capitalismo contemporaneo. Lo stesso concetto viene poi declinato all’interno delle diverse correnti politiche onde sostanziare le rispettive letture della realtà. 

L’obiettivo di questo breve contributo vorrebbe essere quello di chiarire alcuni aspetti del dibattito a sinistra, partendo dalla lettura del recente testo di Domenico Moro  Globalizzazione e decadenza industriale. L'Italia tra delocalizzazioni, «crisi secolare» ed euro (Imprimatur, 2015).

Se vogliamo partire da una definizione accettata comunemente, secondo l’enciclopedia Treccani online per ‘globalizzazione’ s’intende l’insieme di fenomeni che a partire dagli anni Novanta ha stimolato la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. In economia, per quanto riguarda i mercati, si assiste ad una unificazione a livello mondiale grazie anche alla diffusione delle innovazioni tecnologiche. Scompaiono le differenze nei gusti dei consumatori, che si unificano alle preferenze guidate dalle multinazionali. Le imprese sono in grado di sfruttare meglio le economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing, praticando politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti mercati. 

Spesso il concetto viene usato come sinonimo di liberalizzazione.

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Avevano ragione i no global

Da Karl Marx e Antonio Gramsci a Donald Trump, passando per Matteo Salvini

di Umberto Mazzantini

No global 320x234Sta girando su Facebook un video di un intervento di Diego Fusaro a Matrix [vedi più sotto] sul perché l’immigrazione è funzionale al neo-capitalismo e che è una fulminante analisi marxiana dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della necessità di manodopera a basso prezzo che ha bisogno, ora come ieri, dello sradicamento culturale  e sociale, della creazione di lavoratori a basso costo da contrapporre ad altri lavoratori. Fino alla guerra. Non a caso Fusaro dice che i migranti e i profughi non sono i nostri nemici, sono i nostri alleati, da difendere, e con i quali gli sfruttati occidentali, la classe operaia e media impoverita, i precari a vita, devono e possono  costruire l’alternativa politica e sociale a un capitalismo famelico.

La cosa che stona nel filmato è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che annuisce ripetutamente, dichiarandosi perfettamente d’accordo con un filosofo che, sulla suo sito internet, si presenta così: «allievo indipendente di Hegel e di Marx, di Gentile e di Gramsci. Intellettuale dissidente e non allineato, sono al di là di destra e sinistra. Se, infatti, la sinistra smette di interessarsi a Marx e a Gramsci, occorre smettere di interessarsi alla sinistra: e continuare nella lotta politica e culturale che fu di Marx e di Gramsci, in nome dell’emancipazione umana e dei diritti sociali». Insomma, niente di più distante, culturalmente e antropologicamente, dalla xenofobia leghista.

trad.marxiste

La migrazione come rivolta contro il capitale

di Prabhat Panaik

migranti07Il fatto che un alto numero di rifugiati, specialmente da paesi che sono stati soggetti negli ultimi tempi alle devastazioni delle aggressioni e guerre imperialiste, stiano tentando di entrare in Europa viene visto quasi esclusivamente in termini umanitari. Per quanto una tale percezione abbia senza dubbio la propria validità, vi è un altro aspetto della questione che è sfuggito del tutto all’attenzione,  ossia che per la prima volta nella storia moderna il fenomeno della migrazione potrebbe trovarsi al di fuori del controllo esclusivo del capitale metropolitano. Sino ad oggi i flussi migratori sono stati interamente dettati dalle esigenze del capitale metropolitano; ora, per la prima volta, le persone ne stanno violando i dettami, tentando di dare seguito alle proprie preferenze riguardo a dove vogliono stabilirsi. In miseria e infelici, e senza essere coscienti delle implicazioni delle proprie azioni, questi sventurati stanno effettivamente votando coi propri piedi contro l’egemonia del capitale metropolitano, il quale procede sempre sulla base del presupposto che le persone si sottometteranno docilmente ai suoi diktat, anche riguardo a dove vivere.

L’idea secondo la quale il capitale metropolitano avrebbe fino ad oggi determinato chi dovrebbe rimanere e dove nel mondo, nonché in quali condizioni materiali, potrebbe apparire a prima vista inverosimile. Ciò nondimeno è vera.

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CETA, cosa c’è dentro al pacco

di Peter Rossman

Dal blog Transition, di Domenico Mario Nuti, traduciamo un post ospite sul CETA, l’accordo economico e commerciale tra Canada e UE: se ne è parlato molto meno di quanto si sia parlato del TTIP, si sta silenziosamente avvicinando alla conclusione, e non è meno pericoloso né meno foriero di disastri. Come tutti i trattati di questo tipo, contiene una vera e propria espropriazione della democrazia a favore dello strapotere delle multinazionali. Sono garantite al di sopra di tutto le aspettative di guadagno degli investitori internazionali: e per farlo si schiacciano e impediscono leggi e regolamenti nazionali volti a difendere l’interesse pubblico, i diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente

stop ttipOspitiamo questo post sul CETA – l’accordo economico e commerciale globale tra l’UE ed il Canada la cui ratifica è prevista per la fine di ottobre – a cura di Peter Rossman, responsabile di marketing e comunicazione presso l’IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associations). L’articolo è frutto di una accurata lettura del trattato, ed è già apparso sul Global Labour Column edito da CSID (Corporate Strategy and Industrial Development, University of the Witwatersrand, Johannesburg). Ringraziamo l’autore per aver consentito la riproduzione del suo lavoro in questa sede. Esiste anche un precedente articolo più approfondito, intitolato “Trade Deals That Threaten Democracy”. (DMN)

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“Le Parti istituiscono un’area di libero scambio…” CETA Articolo 1.4.

“Il commercio, come la religione, è una cosa di cui tutti parlano, ma che pochi capiscono: il concetto stesso è ambiguo, e nella sua comune accezione, non precisato in modo adeguato.” Daniel Defoe, A Plan of the English Commerce (1728).

L’accordo economico e commerciale globale UE-Canada (CETA), come altri mega-trattati che incombono, è uno strumento generale per ampliare la portata degli investimenti transnazionali, riducendo la funzione tipica dei governi nazionali di legiferare nell’interesse pubblico.

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Il disastro perfetto

di Sergio Bologna

10000teu hanjin buddhaCosa succede quando la settima compagnia marittima mondiale dichiara bancarotta? Centinaia di navi che vagano nel mare, personale bloccato a bordo e che non tocca terra da mesi, debiti verso 43 Stati diversi. Il caso della coreana Hanjin potrebbe non essere l'unico al mondo dato che di zombie carrier sembra ce ne siano molte a spasso per gli oceani.

Gli analisti lo aspettavano da tempo e finalmente è arrivato, il perfect storm. A guardarlo un po’ da vicino è uno spettacolo sconvolgente ma affascinante, perché con un colpo d’occhio ti permette di vedere l’essenza della logistica, la sua vera natura, capisci perché la chiamano the physical Internet, ti rendi conto di cos’è la globalizzazione.

È accaduto nello shipping specializzato nel traffico container: la settima compagnia marittima mondiale, la coreana Hanjin, ha fatto bancarotta. Gravata da 4,5 mld di dollari di debiti degli ultimi cinque anni, non è riuscita a convincere le banche a tenerla in piedi ancora. In realtà non ha convinto il governo della Corea del Sud, perché il principale finanziatore di Hanjin è la Korean Development Bank, istituto pubblico, che già è alle prese con la situazione critica dell’altra compagnia marittima importante, Hyundai Merchant Marine (HMM), e con quella dei due cantieri navali, Stx Offshore&Shipbuilding e Daewoo, quest’ultimo una potenza nel suo settore, in grado di applicare sulle sue costruzioni le più sofisticate tecnologie ma caduto nelle mani di manager ladri e disonesti.

cambiailmondo

Brexit, verso la de-globalizzazione

di Rodolfo Ricci

quattro cavalieri dellapocalisseCiò che era iniziato lo scorso anno in Grecia e che era stato stoppato col ricatto mafioso di Bruxelles e con l’ipocrisia dei governi di tutti gli altri paesi, si ripropone a distanza di un solo anno, in Gran Bretagna; stavolta non si tratta solo di dire no al memorandum della Troika, ma di uscire hic et nunc  non dall’Euro, dove non era mai entrata, ma dall’Unione Europea; se si potesse fare rapidamente un referendum in ciascun paese è probabile che la maggioranza dei popoli europei si esprimerebbe nello stesso modo: fuori da questa Europa.

Che poi l’uscita dall’involucro neoliberista e mercantilista – imposto a suo tempo in una fase in cui le rispettive borghesie finanziarie e della rendita andavano d’accordo perché condividevano l’estorsione di valore praticata sul lavoro e sulla messa in concorrenza dei lavoratori – sia cavalcata dalle cosiddette destre populiste e xenofobe non è il centro della questione: ciò manifesta solo l’incapacità o la subalternità di prospettive alternative e “di sinistra” che hanno latitato qui come altrove.

Le socialdemocrazie europee sono state tra i primi e migliori artefici degli eventi che stiamo seguendo. La loro accondiscendenza alla chiamata alla fine della storia e all’offerta dei poteri multinazionali della globalizzazione di diventare classe dirigente privilegiata di questo processo è stata la variabile decisiva per lo scardinamento dell’idea di Europa come da tanti in più generazioni lo si era immaginato e ricorda non poco all’approccio interventista dei partiti socialisti nell’imminenza della prima guerra mondiale che distrusse l’idea di internazionalismo e le cui conseguenze sono note.

palermograd

Quanto è lungo un secolo?

Invito alla lettura di Giovanni Arrighi

di Vincenzo Marineo

il lungo xx secolo 396x550Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi è, per il lettore non specialista, una occasione per allontanarsi dai nostri tempi, dalla loro supposta insistente novità, dalla crisi che sembra condizione permanente, per tornarvi avendo saputo che quello che sembra nuovo (e incomprensibile) non è poi davvero tale. Certo, bisogna avere una buona dose di curiosità per affrontare le sue 500 pagine; ma la constatazione della complessità delle cose che sono fuori dal libro, nel mondo, e la paura e l’insicurezza che quindi percepiamo, dovrebbero essere motivi sufficienti per provare a seguire chi ambiziosamente tenta discorsi all’altezza di quella complessità.

Fa crescere la curiosità la lettura della biografia di Arrighi, raccontata in una lunga intervista del 2009 (poco prima della sua scomparsa) con un interlocutore d’eccezione, David Harvey. Arrighi, a differenza di tanti altri scienziati sociali, ha lavorato: prima nell’azienda paterna, una piccola industria che produceva macchine (per il settore tessile, in seguito per riscaldamento e condizionamento); nello stesso settore operava l’azienda del nonno, presso la quale Arrighi ha raccolto i dati per la tesi in economia; infine ha lavorato presso una multinazionale, la Unilever. Queste esperienze, afferma, gli sono state utili per valutare criticamente la validità delle teorie economiche (“l’elegante equilibrio generale dei modelli neo-classici”, come osserva non senza ironia nell’intervista), e per comprendere la multiformità, la “plasticità”, del capitalismo. E anche, c’è da supporre, per districarsi tra i vari tipi di lavoro – utile, astratto, vivo, necessario, immediatamente sociale, immediatamente socializzato ecc. – che affollano le pagine del marxismo.

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Il pianeta dei superflui

di Gerd Bedszent

Catal Huyuk Turkey4Già nel suo testo del 1991, "Die Krise die aus dem Osten kam" [La crisi che è venuta dall'Est], Robert Kurz indica come causa della crescente miseria delle masse a livello mondiale «l'assoluta incapacità da parte della moderna società capitalista di riuscire ad incorporare nel suo processo di riproduzione la stragrande maggioranza dell'umanità globale». E conclude: «Già adesso le masse sradicate del mondo diventano una minaccia per le isole di normalità e di benessere dell'Occidente, che stanno diminuendo.» (in Helmut, orgs., "Der Krieg der Köpfe" Horlemann Verlag, 1991, p. 150 sg.).

È più che dubbio che al sociologo urbano statunitense, Mike Davis, sia capitato mai di leggere questo testo. In ogni caso, Davis descrive, nel suo libro "Il pianeta degli slum" [Ed. italiana Feltrinelli], pubblicato per la prima volta nel 2006 e rieditato in un'edizione ampliata, la miseria della popolazione in crescita permanente alla periferia delle grandi città come Mumbai, Kinshasa o Città del Messico. L'autore si pone nella tradizione dei reportage e delle ricerche di critica sociale svolte sul terreno, come ad esempio l'analisi pioneristica di Friedrich Engels, "La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845, cui anche Davis occasionalmente fa riferimento.

Va chiarito da subito anche il fatto che da parte Davis non c'è quasi alcun approccio alla critica del valore.