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 manifesto

Contraddizioni estreme del rapporto Usa-Cina

di Joseph Halevi

china usaAl vertice Cina-Usa che si apre a Washington Pechino ha inviato una delegazione di 150 persone. Si incontrano da un lato un paese, la Cina, assolutamente bismarckiano, ove l’accumulazione industriale capitalistica però non è un fatto nazionale bensì avviene con il concorso voluto ma vieppiù obbligato del capitalismo mondiale. Dall’altro abbiamo gli Stati Uniti, fulcro e leva dell’espansione cinese all’estero per via dell’accumulo delle passività finanziarie Usa nelle casse delle istituzioni cinesi. La Cina è fortemente colpita dalla crisi. Ormai le persone rispedite alle zone rurali superano di molto la cifra di 20 milioni stimata agli inizi di quest’anno e vi sono delle vere e proprie rivolte contro i licenziamenti. La crisi viene fronteggiata rilanciando l’industria pesante ed attraverso l’uso, nonchè il rigetto, indiscriminato della forza lavoro fluttuante ed immigrata dalle zone arretrate. Ciò comporta un ulteriore schacciamento dei redditi salariali sul valore del prodotto nazionale (in Cina il salario come quota del prodotto è in calo da circa venti anni). Questo significa che il ruolo della Cina come area di massima produzione di scala a basso costo monetario sul piano mondiale si sta ampliando nel corso stesso della crisi.

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manifesto

Lo Stato della Globalizzazione

 

Benedetto Vecchi intervista Saskia Sassen

Un'intervista con Saskia Sassen, in Italia su invito de Il Mulino e alla vigilia dell'uscita del suo ultimo libro «Territori, autorità, diritti». Il mutamento dello stato nazionale e l'emergere di una terra di nessuno «né globale né locale» dove si sviluppa l'azione dei movimenti sociali

Un testo ambizioso quello di Saskia Sassen su Territorio, autorità, diritti tradotto da Bruno Mondadori (pp. 596, euro 42. Quando il libro uscì negli Stati Uniti ne scrisse Sandro mezzadra il 3 Febbraio 2007). Ambizioso perché l'autrice si pone due obiettivi: da una parte spiegare la formazione dello stato moderno; dall'altra cercare di definire i contorni e le forze operanti in quel processo che vede lo stato-nazione essere uno dei maggiori protagonisti della globalizzazione, all'interno però di un paradosso: rimanere un protagonista rinunciando ad alcuni aspetti della sovranità nazionale. Per la studiosa di origine olandese vanno quindi respinte le tesi che annunciano la prossima e irreversibile scomparsa dello stato nazionale, ma allo stesso tempo muove forti critiche verso le posizioni che considerano lo stato-nazione l'ultima trincea per respingere l'attacco del capitalismo neoliberista, salvaguardando così le specificità economiche, sociali e politiche «locali», che comprendono gli istituti del welfare state. Né crede, come afferma in questa intervista, che l'attuale crisi economica favorisca una brusca frenata alla globalizzazione. Anzi, considera i provvedimenti presi dai vari governi nazionali, dagli Stati Uniti all'Inghilterra, dalla Germania all'Italia, propedeutici al mantenimento dello status quo, accelerando tuttavia quelle forme di coordinamento sovranazionale che individuano nei governi nazionali lo strumento per applicare localmente decisioni prese a livello globale.

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liberazione

Quei discreti pirati del commercio globale

Come ti frego (per sempre) i Paesi poveri

di Sabina Morandi

wtoprotestC'era una volta il Wto. Ricordate? Ogni volta che si è riunito per imporre al mondo i diktat dell'ultra-liberismo c'è stata una sollevazione. E' successo a Seattle, a Cancun e a Hong Kong dove, alla fine del 2005, attivisti provenienti da tutto il mondo hanno bloccato la città per un'intera settimana. Cosa è successo da allora? Quasi niente, secondo i media ufficiali. Eppure, mentre in Occidente si fa il mea culpa su certi eccessi della globalizzazione liberista, la sua marcia è continuata indisturbata nel resto del mondo, lontano dall'occhio indiscreto delle telecamere e dei contestatori. Nessuno infatti si è preso la briga si riportare le conclusioni di un rapporto stilato nel marzo scorso da Oxfam, intitolato Signing Away the Future (letteralmente: firmando via il futuro), da dove si evince che Stati Uniti e Unione Europea, sempre più protezionisti in casa propria, continuano a perseguire una strategia ultraliberista fatta di accordi sempre più distruttivi per le economie meno sviluppate.

La firma di tali accordi comporta infatti una quantità enorme di concessioni irreversibili da parte dei paesi poveri, ai quali praticamente non viene offerto niente in cambio.

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contropiano

Geoeconomia? Piuttosto imperialismo

di Giorgio Gattei

geopolitica1Per tenere a bada i “competitori geopolitici” (vedi i tre Avvisi precedenti) George Bush “il piccolo” ha dovuto portare le spese militari dai 370 miliardi di dollari del 2000 ai 621 miliardi del 2006, «un aumento degno di un Presidente di guerra» (M. Nobile, Armamenti e accumulazione nel capitalismo sviluppato, “Giano”, 2007, n. 56, p. 19). Non è però soltanto con la forza che gli Stati Uniti cercano di mantenere la supremazia planetaria guadagnata senza colpo ferire al termine della seconda guerra mondiale per l’esaurimento materiale dell’imperialismo britannico. C’è infatti un’altra modalità geopolitica più “morbida”, che Edward Luttwak ha denominato geoeconomia, a contenuto prevalentemente commerciale e finanziario.

Essendo finita la grande contrapposizione in due “blocchi” della Guerra Fredda, il mondo si è ritrovato “uno”, con perfino la Cina (comunista o meno che sia) coinvolta nella logica generale degli affari. Si è ricostituito quel mercato mondiale che era già stato all’opera prima della rottura del 1917, quale conseguenza migliore del “lungo Ottocento” della borghesia.

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manifesto

La lunga marcia alla società di mercato

 Sandro Mezzadra

La via non capitalista dell'Oriente. Una discussione a partire dal volume «Adam Smith a Pechino» di Giovanni Arrighi edito da Feltrinelli La tesi dello studioso italiano sull'eclissi dell'egemonia statunitense come sintomo della fine del capitalismo storico andrebbe problematizzata alla luce dei tanti conflitti sociali esplosi nella Cina contemporanea

mao1È un libro importante, quello di Giovanni Arrighi. Ed è un libro che spiazza, fin dal titolo: Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, pp. 464, euro 38). Chi lo prendesse in mano reduce dalla lettura di Shock Economy, di Naomi Klein (Rizzoli editore), potrebbe in verità trovarlo perfino banale: l'Adam Smith che compare nel titolo, penserebbe probabilmente quel lettore, sarà certo il mandante morale di Milton Friedman, il genio del male che, invitato da Deng Xiaoping in Cina nel 1980 e nel 1988, piantò pure lì il seme della malapianta del neoliberismo, germogliato in Cile nel 1973 e destinato negli anni successivi a fiorire un po' ovunque sul pianeta.

Ma certo quel lettore strabuzzerebbe gli occhi di fronte alle tesi presentate in particolare nel secondo capitolo del libro di Arrighi, dedicato alla «sociologia storica di Adam Smith»: l'autore della Ricchezza delle nazioni non gioca qui la parte del «cattivo» della storia, ma addirittura quella del «buono», del teorico di una via «naturale» nello sviluppo dell'economia di mercato che sarebbe stata radicalmente negata nei decenni successivi dalla traiettoria seguita dall'Europa, e in primo luogo dalla Gran Bretagna. Di più: quest'ultima traiettoria sarebbe stata quella analizzata e criticata come capitalistica da Marx, mentre la via «naturale» nello sviluppo dell'economia di mercato teorizzata da Smith sarebbe stata una via «non capitalistica».

Ancora di più: questa via «non capitalistica» era quella che stava dipanandosi in Asia orientale nel XVIII secolo, all'insegna di una «rivoluzione industriosa» dai caratteri del tutto diversi dalla «rivoluzione industriale» inglese. E infine: la Cina di oggi, proprio quella che ha le sue origini nelle «riforme» di Deng Xiao Ping, potrebbe ricollegarsi a quel modello «virtuoso» e far coincidere la fine dell'egemonia statunitense nel sistema-mondo del capitalismo storico nientemeno che con la fine del capitalismo stesso.