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palermograd

Quanto è lungo un secolo?

Invito alla lettura di Giovanni Arrighi

di Vincenzo Marineo

il lungo xx secolo 396x550Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi è, per il lettore non specialista, una occasione per allontanarsi dai nostri tempi, dalla loro supposta insistente novità, dalla crisi che sembra condizione permanente, per tornarvi avendo saputo che quello che sembra nuovo (e incomprensibile) non è poi davvero tale. Certo, bisogna avere una buona dose di curiosità per affrontare le sue 500 pagine; ma la constatazione della complessità delle cose che sono fuori dal libro, nel mondo, e la paura e l’insicurezza che quindi percepiamo, dovrebbero essere motivi sufficienti per provare a seguire chi ambiziosamente tenta discorsi all’altezza di quella complessità.

Fa crescere la curiosità la lettura della biografia di Arrighi, raccontata in una lunga intervista del 2009 (poco prima della sua scomparsa) con un interlocutore d’eccezione, David Harvey. Arrighi, a differenza di tanti altri scienziati sociali, ha lavorato: prima nell’azienda paterna, una piccola industria che produceva macchine (per il settore tessile, in seguito per riscaldamento e condizionamento); nello stesso settore operava l’azienda del nonno, presso la quale Arrighi ha raccolto i dati per la tesi in economia; infine ha lavorato presso una multinazionale, la Unilever. Queste esperienze, afferma, gli sono state utili per valutare criticamente la validità delle teorie economiche (“l’elegante equilibrio generale dei modelli neo-classici”, come osserva non senza ironia nell’intervista), e per comprendere la multiformità, la “plasticità”, del capitalismo. E anche, c’è da supporre, per districarsi tra i vari tipi di lavoro – utile, astratto, vivo, necessario, immediatamente sociale, immediatamente socializzato ecc. – che affollano le pagine del marxismo.

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blackblog

Il pianeta dei superflui

di Gerd Bedszent

Catal Huyuk Turkey4Già nel suo testo del 1991, "Die Krise die aus dem Osten kam" [La crisi che è venuta dall'Est], Robert Kurz indica come causa della crescente miseria delle masse a livello mondiale «l'assoluta incapacità da parte della moderna società capitalista di riuscire ad incorporare nel suo processo di riproduzione la stragrande maggioranza dell'umanità globale». E conclude: «Già adesso le masse sradicate del mondo diventano una minaccia per le isole di normalità e di benessere dell'Occidente, che stanno diminuendo.» (in Helmut, orgs., "Der Krieg der Köpfe" Horlemann Verlag, 1991, p. 150 sg.).

È più che dubbio che al sociologo urbano statunitense, Mike Davis, sia capitato mai di leggere questo testo. In ogni caso, Davis descrive, nel suo libro "Il pianeta degli slum" [Ed. italiana Feltrinelli], pubblicato per la prima volta nel 2006 e rieditato in un'edizione ampliata, la miseria della popolazione in crescita permanente alla periferia delle grandi città come Mumbai, Kinshasa o Città del Messico. L'autore si pone nella tradizione dei reportage e delle ricerche di critica sociale svolte sul terreno, come ad esempio l'analisi pioneristica di Friedrich Engels, "La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845, cui anche Davis occasionalmente fa riferimento.

Va chiarito da subito anche il fatto che da parte Davis non c'è quasi alcun approccio alla critica del valore.

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popoff

Ecco le conseguenze del TTIP

R. Paricio e E. Vazquez intervistano Susan George

Le conseguenze dirette del TTIP, il ruolo di Ada Colau e dei nuovi movimenti. Parla Susan George, filosofa e analista politica, presidente del Comitato di Pianificazione del Transnational Institute di Amsterdam

IMG SUSAN Publicar 720x480 e1462607943455Durante la sua visita a Barcellona per partecipare al 4° Seminario de Convivencia Planetaria, Construimos Biocivilización, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Susan George, filosofa e analista politica, presidente del Comitato di Pianificazione del Transnational Institute di Amsterdam ed ex vicepresidente di ATTAC Francia (Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie e per l’Azione Cittadina).. In questa breve intervista ci ha parlato del TTIP e delle sue possibili conseguenze se questo venisse firmato, come pure del suo punto di vista sui nuovi partiti politici e sui movimenti sorti in Europa, nonchè dell’importanza della partecipazione cittadina.

* * *

Le conseguenze dirette del Trattato

La conseguenza diretta per le persone è che molto probabilmente il cibo che importiamo sarebbe trattato chimicamente, sarebbe geneticamente modificato e non sarebbe etichettato. Non sapresti veramente cosa c’è nel tuo cibo. Potresti comprare pollo che è stato lavato con cloro, manzo cresciuto con ormoni, potresti avere cibo biosintetico prodotto con un gene di una pianta e un altro di un animale, e tutto questo non sarebbe etichettato.

Gli americani senza dubbio vogliono sbarazzarsi delle indicazioni geografiche protette (IGP).

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vocidallestero

TTIP: l’avanzata dell’imperialismo americano

di Paul Craig Roberts

Un bellissimo e attualissimo pezzo del prestigioso opinionista USA Craig Roberts commenta impietosamente le rivelazioni sul TTIP. Questo accordo, propagandato come moderno e benigno, non è che uno strumento nelle mani delle multinazionali senza scrupoli per sovvertire le leggi degli stati democratici, in modo da massimizzare il proprio profitto. Gli europei sono quelli che hanno più da perdere, avendo alti standard per la protezione dell’ambiente e della salute che sarebbero subito messi a rischio a vantaggio dei profitti delle grandi corporazioni. Chi difende questi trattati, che solo nel segreto e dietro le spalle possono essere approvati sopra la testa delle loro vittime, non può essere che un traditore del suo popolo, disposto a sacrificare la propria gente in nome del profitto e della propria carriera

Schermata del 2016 05 12 154213Greenpeace ha fatto un grosso favore a quelle Nazioni i cui rappresentanti sono così corrotti o così stupidi da voler firmare gli “accordi commerciali” Trans-Pacifico e Trans-Atlantico. Greenpeace si è impadronita e ha pubblicato documenti segreti che Washington e le multinazionali stanno imponendo all’Europa. I documenti ufficiali sono la prova che la descrizione che ho dato di questi “accordi commerciali” fin dalla prima volta che sono saliti alla ribalta era assolutamente corretta.

I cosiddetti “accordi di libero scambio commerciale” non sono accordi di scambio commerciale. Lo scopo di questi “accordi”, scritti dalle multinazionali, è di rendere le stesse multinazionali immuni alle leggi degli stati sovrani nei quali fanno affari. Qualsivoglia legge, che riguardi la sfera sociale, ambientale, la salute, la tutela del lavoro – qualsiasi legge o regolamento – che ha impatto sui profitti delle multinazionali viene definita un “ostacolo al commercio”. Questi “accordi” consentono alle multinazionali di fare causa al fine di sovvertire la legge o regolamento e di ottenere un indennizzo pagato dai contribuenti dei paesi che provano a proteggere il proprio ambiente o la salute del proprio cibo e dei propri lavoratori.

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blackblog

In attesa degli schiavi globali

di Robert Kurz

kiev old man bashed cop with brick5In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest'ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall'ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora "più economia di mercato" e "più democrazia". Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.

In questo pozzo dei desideri si nasconde una contraddizione elementare. Da un lato, troviamo la pretesa secondo cui la società è in grado di deliberare consapevolmente circa le questioni di interesse comune e di prendere decisioni razionali ("democrazia"). Dall'altro lato, però, si tratta esplicitamente di autoregolamentazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali ("economia di mercato", vale a dire il capitalismo).

Nella realtà, la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. Ciò perché la procedura democratica non si vede anteposta agli effetti galvanizzanti della "fisica sociale" dei mercati anonimi, bensì posposta.

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cambiailmondo

“Globalizzazione e decadenza industriale”

Una recensione del nuovo libro di Domenico Moro

di Giacomo Di Lillo (*)

Recensione del saggio “Globalizzazione e decadenza industriale”. Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale: l’Italia tra delocalizzazioni,”crisi secolare” ed euro, Edizioni Imprimatur, Anno 2015, Pagine 249, 16 euro

globalizzazioneIl tema del rigoroso saggio di Domenico Moro,”Globalizzazione e decadenza industriale”, è l’attuale crisi del sistema economico italiano. Il testo tratta inoltre tre rilevanti fenomeni che sono strettamente intrecciati a tale vicenda, e cioè la realizzazione del mercato mondiale, la “crisi secolare” del modello capitalista, l’integrazione valutaria europea.

Oltre che da una introduzione, il volume è composto da cinque capitoli. Il primo ed il secondo riguardano la misurazione dell’entità della crisi nelle aree periferiche e in quelle centrali dell’Europa e del mondo. Il terzo capitolo analizza le cause delle crisi cicliche e della “crisi secolare” del modello capitalista. Il quarto descrive le caratteristiche dell’ultima fase della globalizzazione economica ed interpreta le notevoli trasformazioni che essa ha determinato. L’ultimo capitolo prende in esame il passaggio dalla critica al neoliberismo a quella del capitalismo globalizzato e la prospettiva della realizzazione di un nuovo modello di economia e di società.

Nella parte introduttiva si evidenzia che il nostro Paese sta vivendo, dal 2007, la crisi economica forse più profonda della sua storia, addirittura più grave di quella legata alla Grande depressione degli anni ’30. Tra i vari indicatori economici con andamento negativo, spicca quello relativo alla capacità manifatturiera, che si sarebbe ridotta tra un quarto ed un quinto del totale.

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la citta futura

Il nuovo crollo delle borse in Cina: un’analisi critica

di Ferdinando Gueli

A distanza di sei mesi i mercati finanziari internazionali ripiombano nel panico a causa dei ripetuti crolli dei titoli sulle borse cinesi. Ma ad una più attenta analisi dei fattori reali in campo e del contesto generale, gli allarmismi largamente diffusi a livello mediatico appaiono non del tutto giustificati e “sospetti” di servire da strumento per giustificare altre dinamiche che caratterizzano questa fase fluida del capitalismo contemporaneo

89be03aca8f1275a2e53b04561e41fc0 LLa recente vicenda del crollo delle borse di Shanghai e Shenzhen in Cina ha aperto il nuovo anno tenendo banco sul “grande circo mediatico globale”, parimenti alle tensioni tra Arabia Saudita e Iran ed agli esperimenti nucleari in Nord Corea.

La vicenda, tuttavia, merita di essere analizzata con maggiore attenzione critica per scorporare i fattori effimeri e/o mediatici da quelli reali. È evidente infatti, come già accaduto con le analoghe crisi verificatesi nel mese di luglio 2015, che, per comprendere il reale impatto di questi eventi, non si può prescindere dal collocarli nel quadro più generale dell’attuale congiuntura politica ed economica cinese ed internazionale.

Già l’estate scorsa, su queste colonne, sia Alessandro Bartoloni che Ascanio Bernardeschi avevano evidenziato le caratteristiche tutte particolari dei mercati borsistici cinesi e le cause effettive di quei crolli che, in realtà, erano da imputare ad una serie di fattori endogeni ed esogeni ma molto specifici.

 

I fatti

I media mainstream internazionali hanno insistito sull’impatto negativo dell’andamento del mercato borsistico cinese a livello globale, anche se non viene data alcuna evidenza di quale sia l’effettiva interdipendenza tra i mercati dei capitali e valutari cinesi e quelli internazionali.

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comuneinfo

Stanno facendo a pezzi il mondo

George Monbiot

0021 543f652a 4b563aca 9b2a a3414d40Cosa hanno imparato i governi dalla crisi finanziaria? Potrei scriverci un’intera rubrica specificandolo nel dettaglio, oppure potrei spiegarlo con una sola parola, niente. In realtà dire così è anche troppo generoso. Le lezioni imparate sono contro-lezioni, anticonoscenza, nuove politiche, che difficilmente potrebbero essere meglio progettate per garantire il ripresentarsi della crisi, questa volta con maggiore impulso e un minor numero di rimedi.

E la crisi finanziaria è solo una delle molteplici crisi – la riscossione delle imposte, la spesa pubblica, la salute pubblica, soprattutto tutta l’ecologia – che le stesse contro-lezioni stanno accelerando.

Un passo indietro e si può vedere che tutte queste crisi nascono da una stessa causa. Gli speculatori con enorme potere e portata globale vengono dispensati dalla moderazione democratica. Questo a causa di una corruzione di base nel cuore della politica. In quasi tutte le nazioni, gli interessi delle élite economiche tendono ad avere più peso sui governi rispetto a quelli dell’elettorato. Le banche, le aziende e i proprietari terrieri esercitano un potere inspiegabile, che funziona con un cenno del capo e un occhiolino, all’interno della classe politica. Il governo d’impresa sta cominciando a sembrare un Gruppo Bilderberg senza fine.

Come un articolo del professore di diritto Joel Bakan, nel Cornell International Law Journal, sostiene, si stanno verificando contemporaneamente due disastrosi cambiamenti. Da un lato, i governi stanno rimuovendo le leggi che limitano le banche e le imprese, sostenendo che la globalizzazione rende gli stati deboli e una efficace legislazione impossibile. Invece, dicono, dovremmo permettere a coloro che detengono il potere economico di autoregolarsi.

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micromega

Le nuove logiche del capitalismo predatorio

Giuliano Battiston intervista Saskia Sassen

pieter bruegel the elder 011L'obiettivo è ambizioso. Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell'economia politica del ventesimo secolo e l'emergere, sulle sue macerie, di un nuova paradigma, Saskia Sassen – docente di Sociologia alla Columbia University di New York – ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell'economia, della società e dell'interazione con la biosfera». Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino (pp. 296, euro 25), è il risultato di questo sforzo: un'immersione nella transizione storica che stiamo vivendo. Il tentativo di leggere, dietro alla specificità di processi diversi – l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera – la stessa tendenza sotterranea. La fine della logica inclusiva che ha governato l'economia capitalistica a partire dal secondo dopoguerra e l'affermazione di una nuova, pericolosa dinamica. Quella delle espulsioni.

***

Professoressa Sassen, le patologie del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti, ma le diagnosi divergono. Gli economisti che contestano il neoliberismo puntano il dito sulla crescente disuguaglianza (per esempio Stiglitz in The Price of Inequality), mentre lei preferisce affidarsi alla categoria delle “espulsioni”. Perché?

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pierluigifagan

L’età del caos

Recensione al libro di F. Rampini

di Pierluigi Fagan

2df00ec2 9d63 4495 bd35 48d811ef4b8b largeRampini è un reporter sul fronte del presente con un occhio alle avanguardie che si proiettano verso il futuro. La sua cronaca del presente è passata dalla New economy, alla Cina, a Cindia (Cina + India), all’India,  alla banco-finanza con un occhio sempre attento alla rete, per poi tornare ogni tanto all’America, all’Occidente, all’Europa e sempre meno, all’Italia. Fa il giornalista e non gli si può chiedere di far di più. Oggi si occupa di caos, la cifra della contemporaneità che tende al futuro.

Il suo libro è quindi un report in nove capitoli più intro e conclusioni, sullo stato caotico della contemporaneità. Rampini non spiega e non giudica, racconta a modo suo, scegliendo esempi, casi, fenomeni che non angoscino troppo ma diano il senso di quanto potente sia un cambiamento che si annuncia permanente, ad un pubblico che si trova al confine tra la cultura e l’informazione.

Di tutti i casi che racconta due mi sembrano emblematici per inquadrare il suo punto di vista. Uno è sparpagliato nelle narrazioni e ci dice che il genovese, migrante a Bruxelles all’età di due anni e poi globetrotter prima per il Sole, poi per Repubblica, ha ottenuto la doppia cittadinanza ed è quindi italiano ma anche statunitense. Il suo punto di vista occidentale è quindi per nulla italiano, molto poco europeo ed ormai abbastanza interno alla mentalità “colta” americana ovviamente di sinistra e progressista tipo Rifkin, Stiglitz, Sachs, Mason, Reich . L’altro è il racconto della scelta di Andrew Sullivan, uno dei primi blogger di successo e pioniere del giornalismo on line indipendente che ha improvvisamente chiuso la sua attività sulla rete dopo quindici anni (Daily Dish).

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intrasformazione

Confini, frontiere, capitale

Sandro Mezzadra

global s utopia la globalizzazione dell arte 41341. “Che cos’è un’economia e, ancor prima, dov’è un’economia?” Si può riprendere la domanda di Immanuel Wallerstein1 per impostare un ragionamento sul rapporto che il capitale intrattiene in epoca moderna e contemporanea con i confini e le frontiere. Ogni economia – ogni “reticolo di processi produttivi più o meno strettamente interdipendenti” – si sviluppa all’interno di determinati “confini spazio-temporali”, aggiunge Wallerstein: la storicità di un sistema economico, la sua origine, la sua crescita, le sue trasformazioni corrispondono cioè a una specifica (ancorché mutevole) collocazione all’interno dello spazio, circoscritta da un insieme di “limiti”. Sorge dunque immediatamente il problema di comprendere “come questi confini si colleghino e interagiscano con quelli definiti da altre dimensioni sociali, in particolare dalla dimensione politico-legale e da quella culturale”.2

Posta in questi termini generali la questione, occorre specificare il modo in cui essa si pone a fronte dei caratteri storicamente specifici del capitalismo moderno. Particolarmente rilevante, da questo punto di vista, è il rapporto tra la produzione di spazio che contraddistingue il capitalismo e le modalità con cui lo spazio è prodotto e organizzato sotto il profilo politico. Molti studi hanno ricostruito i processi che hanno condotto all’emergere in Europa del confine lineare come astrazione geometrica, capace di circoscrivere (di produrre) lo spazio omogeneo della moderna forma-Stato3.

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intrasformazione

Confini, guerre, migrazioni

di Alessandro Dal Lago

They have become a river metaphor, a border,
a soulless chant to believers. Maquiladora workers slain
and buried in shallow graves. My palms refuse
to fold in prayer and god giggles in my red ears.

(S. Luna, Woman as a river between borders, da Pity the drowned horses, 2004)

00024021 mediumI confini sono per definizione mobili. Cambiano, si spostano, avanzano e indietreggiano in virtù delle vicissitudini largamente imprevedibili della storia. Pensare che i confini definiscano realtà fisse, identità stabilite una volta per tutte e culture omogenee è una stoltezza che solo i neo-nazionalisti delle patrie locali possono impunemente proclamare, in un’epoca in cui le grandi compagini statali sono in crisi. E soprattutto i confini si moltiplicano senza sosta.1 Le crisi degli imperi sovranazionali e coloniali, tra inizio del XIX secolo e fine del XX (impero ottomano, austriaco, inglese, francese, sovietico, federazione iugoslava ecc.) hanno causato la moltiplicazione degli stati sulla carta geografica del mondo, trasformandola in una sorta di patchwork. Allo stesso tempo, all’interno dei confini, si stanno creando entità, enclave, autonomie che pretendono di essere distinte imponendo, con vario successo, nuovi confini. L’arretramento dei nazionalisti catalani e scozzesi (come l’armistizio tra baschi e stato spagnolo e tra cattolici nord-irlandesi e Regno Unito) non segna affatto la fine dei nazionalismi locali e la diminuzione dei confini, ma semmai uno stallo che può dar vita, come dimostrano la guerra a intensità variabile tra Ucraina e Russia e l’annessione della Crimea, a nuove contese sui confini.

La tendenza alla frammentazione e quindi alla moltiplicazione dei confini ha ovviamente subìto una battuta d’arresto immediatamente dopo la seconda guerra mondiale

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la citta futura

I flussi mondiali di investimenti

Un’istantanea del capitalismo contemporaneo

di Ferdinando Gueli

I dati del Rapporto annuale dell’UNCTAD sui flussi di investimenti diretti esteri ci forniscono un quadro che conferma le attuali dinamiche dei sistema capitalistico, nella sua fase di globalizzazione, che comporta anche un cambiamento degli equilibri geoeconomici e, quindi, geopolitici, con tutte le contraddizioni che ne possono emergere, ma anche un peso sempre più dominante ed incontrollato delle multinazionali. Rispetto a questi fenomeni appare velleitario e forse un po’ nostalgico il richiamo ad un multilateralismo sovranazionale che aveva svolto un ruolo sicuramente importante in una fase storica differente, oggi difficilmente ripetibile, almeno nel contesto attuale

f6e095e44349bba4e0775cb7dacd0d59 lIntroduzione

Il Rapporto annuale dell’UNCTAD “World Investment Report – WIR 2015” rappresenta un’utile istantanea delle attuali dinamiche del capitale mondiale. Il Rapporto non si occupa degli investimenti di portafoglio, cioè dei movimenti finanziari di natura speculativa, ma si concentra invece sui flussi internazionali di investimenti diretti esteri (IDE), cioè sostanzialmente sull’esportazione ed importazione di capitali nei vari paesi.

Da una lettura del Rapporto emergono alcuni dati interessanti che offrono spunti di riflessione dal punto di vista dell’analisi critica delle dinamiche del capitalismo contemporaneo.

Cominciamo con il dire che il volume globale di investimenti in entrata ha subito, nel 2014, una contrazione del 16% rispetto al 2013, attestandosi a 1.230 miliardi di dollari USA. Questo conferma sostanzialmente il quadro di crisi globale che, nonostante i proclami, gli annunci e le stime artificialmente ottimistiche diffuse dalle istituzioni economiche e finanziarie dominanti, non accenna a risolversi.

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pierluigifagan

Complessità del mondo nuovo

Recensione di “Nessuno controlla il mondo” di C. A. Kupchan, il Saggiatore

Pierluigi Fagan

complessita4Charles A. Kupchan insegna Affari Internazionali alla Georgetown University ed  è membro del Council of Foreign Relation. Già membro dello staff di Clinton per le questioni europee ed assistente a Princeton, pubblicò anzitempo (2002) “La fine dell’era americana”, (Vita e pensiero, Milano, 2003). Scrive ovviamente per le principali riviste di affari internazionali. Il suo libro è di immediata lettura, non lungo come la materia tende a richiedere, necessariamente schematico in alcuni passaggi, poggiato su più di una dozzina di pagine di scelta bibliografia. La sua impostazione è realista (K. Waltz). Il tema è come da titolo, non ci sarà un secolo ordinato da un singolo perno geopolitico il che porta ad un potenziale disordine. Il mondo allora dovrà autogovernarsi in concerto. All’Occidente si prescrive di: a) rendersi cosciente della fine irreversibile della sua egemonia; b) rivedere i propri assetti interni e tenersi unito; c) a gli USA, nello specifico, si raccomanda di inaugurare un populismo progressista razionale in politica interna ed in quella internazionale un selettivo disimpegno militare, un maggior governo dei mercati sregolati (globalizzazione, finanza), un riconoscimento delle altrui sovranità a prescindere dal tipo di modello politico-economico autonomamente sviluppato, purché tali varie forme di governo siano in favore della relativa popolazione. Il pubblico del libro, ovviamente, è primariamente l’élite colta ed informata americana.

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palermograd

Grecia: la lotta continua se c'è il piano B

di Marco Palazzotto

3602362Il recente articolo di Tommaso Baris sulla crisi europea (lo trovate qui), ed in particolare sui fatti della Grecia, rappresenta una buona occasione per analizzare alcune problematiche che investono il nostro paese, e il nostro continente, a partire ormai dal biennio 2007/2008. In altre occasioni nel nostro sito abbiamo affrontato il tema della crisi greca (qui l’articolo di Roberto Salerno e qui quello di Giovanni Di Benedetto), ma ci siamo limitati a pubblicare pochi contributi in attesa della conclusione di alcuni passaggi decisivi. Oggi, con la capitolazione di Tsipras dopo l’ultimo accordo di “salvataggio” della Grecia - e grazie allo stimolo del contributo di Tommaso della scorsa settimana - ritengo sia importante redigere un primo bilancio dell’esperienza di Syriza e, con l’occasione, evidenziare alcuni punti sulla situazione politica ed economica attuale, tentando di elaborare alcune soluzioni politiche.

Parto subito con i due problemi principali che trovo nell’articolo appena citato e che pare rappresentino elementi comuni alle diverse anime di quel che rimane della sinistra nostrana. I due problemi principali riguardano: 1. la dimensione geografica e sociale dell’organizzazione di una forza politica di sinistra in grado di contrastare l’attuale potere europeo; 2. le conseguenti politiche economiche da attuare per cercare di rendere più decente la vita di milioni di uomini e donne in Europa, oggi povere o al limite della povertà a causa anche dell’austerity.